di Massimiliano Lanzotto
La Città di Salerno, 25 luglio 2020
Non può deambulare ed è invalido al 100% secondo l'Asl, ma gli viene respinto il differimento di esecuzione della pena per motivi di salute. Il caso di Antonio Vicinanza, salernitano, condannato per reati legati agli stupefacenti, è arrivato in Cassazione.
A chiedere il giudizio sono stati sia la Procura generale di Salerno, guidata dal Pg Leonida Primicerio (in virtù del regolamento dell'ordinamento giudiziario che gli consente di impugnare una decisione "ogni qualvolta ravvisi la violazione o l'erronea applicazione di una norma giuridica") che il difensore del detenuto, l'avvocato Agostino De Caro.
Entrambi i ricorsi contro l'ordinanza di diniego dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Salerno sono stati accolti dalla Prima sezione della Cassazione (presidente Mariastefania Di Tommassi), che ha annullato il provvedimento impugnato e rimandato allo stesso tribunale gli atti per una nuova pronuncia.
L'arresto e la condanna. Sei anni fa Vicinanza veniva arrestato nell'ambito del blitz antidroga della polizia, "Alice", che colpisce un'associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, che ruota intorno alla figura di Ugo Corsini, con collegamenti importanti nei comuni dei Picentini, dove operano una "cellula" di spacciatori. Vicinanza viene poi condannato nei tre gradi di giudizio.
I problemi di salute. I problemi di salute compaiono durante la carcerazione. A settembre dello scorso anno, Vicinanza viene ammesso alla detenzione domiciliare dopo essere stato sottoposto ad un intervento chirurgico. Il detenuto "non è nelle condizioni di svolgere le più comuni azioni quotidiane anche relative alla cura della propria persona", dice il referto medico. Inoltre, scrivono i medici, "non è in grado di assumere la posizione eretta".
Condizioni assolutamente gravi e non compatibili con il regime carcerario. E dunque gli viene concessa la detenzione domiciliare per essere assistito dai propri familiari. Il beneficio scade il 25 febbraio scorso. Tredici giorni prima, il 12 febbraio, al Tribunale di Sorveglianza di Salerno viene celebrata l'udienza per il differimento.
In quella circostanza, i giudici stabiliscono, sulla scorta di elementi in loro possesso, che la compatibilità è possibile, ma "mediante il ricovero in luoghi esterni ovvero presso un istituto penitenziario dotato di Servizio di assistenza intensificato". Sul punto scattano i ricorsi del pg e del detenuto, accolti anche dallo stesso pg della Cassazione, Felicetta Marinelli, che ha concluso per l'annullamento con rinvio dell'ordinanza dei giudici salernitani.
Le motivazioni della Cassazione. Per i giudici della Cassazione, il diniego al differimento dell'esecuzione della pena è stato deciso con "motivazione non adeguata". Perché non si è tenuto conto di relazioni sanitarie, come quella stilata dall'Asl Salerno, che specifica come il condannato non può attendere alle normali attività della vita quotidiana autonomamente, non deambula, non riesce ad assumere la posizione eretta".
Relazione che spiega come i problemi di salute del detenuto sono la conseguenza di un deficit neurologico. Gli Ermellini, inoltre, censurano la decisione del Tribunale territoriale nel punto in cui disponeva il trasferimento in un istituto dotato di assistenza sanitaria continua, senza disporre una perizia a monte che giustificasse tale decisione.
Nell'accogliere l'ordinanza impugnata, la Cassazione ha ribadito il principio che "in tema di differimento dell'esecuzione della pena per grave infermità fisica, ai fini della valutazione sull'incompatibilità tra il regime detentivo e le condizioni di salute del condannato, il giudice deve verificare, non soltanto se le condizioni di salute del condannato, da determinarsi ad esito di specifico e rigoroso esame, possano essere adeguatamente assicurate all'interno dell'istituto di pena o comunque in centri clinici penitenziari, ma anche se esse siano compatibili o meno con le finalità rieducative della pena, alla stregua di un trattamento rispettoso del senso di umanità, che tenga conto della durata della pena e dell'età del condannato comparativamente con la sua pericolosità sociale".
di Simone Gussoni
nursetimes.org, 25 luglio 2020
Un solo infermiere avrebbe l'onere di assistere oltre 400 detenuti dislocati in tre diverse sezioni. "E tra gli infermieri dipendenti Asl che lavorano al Carcere di Benevento - racconta il segretario territoriale della Uil Fpl di Benevento, Giovanni De Luca - c'è anche il presidente dell'Opi di Benevento". È apparso a molti incredibile come il presidente dell'ordine provinciale delle professioni infermieristiche, Massimo Procaccini, territorialmente competente accetti di lavorare in simili condizioni senza aver denunciato in alcun modo quanto accade quotidianamente nel penitenziario.
"Ci sorprende - incalza De Luca - che proprio il presidente dell'Ordine che lavora nel carcere e sa benissimo la situazione non abbia speso una parola di denuncia, non tanto come lavoratore, ma come rappresentante dell'organismo che tutela la categoria infermieristica". Appare giustificata l'incredulità dei molti professionisti coinvolti, considerando che l'Opi di Benevento abbia una delle quote associative annuali più alte in Italia. "Confidiamo che in futuro ci sia un atteggiamento diverso - conclude De Luca - e che anche questo organismo aggiunga la propria voce per risolvere i problemi degli infermieri di Benevento".
di Erminio Cioffi
La Città di Salerno, 25 luglio 2020
"L'esiguità numerica dei detenuti che il carcere di Sala Consilina può accogliere non è in grado di rendere opportuno e conveniente l'impiego del personale e l'attivazione dei servizi necessari al funzionamento della struttura. Così il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, spegne quasi definitivamente le speranze di riapertura della casa circondariale di via Gioberti chiusa cinque anni fa con un decreto dell'allora Guardasigilli Andrea Orlando.
Ieri pomeriggio durante il Question Time alla Camera il Ministro ha risposto all'interrogazione dell'onorevole Federico Conte che aveva chiesto se il Ministero ritenesse di assumere iniziative per la riapertura della casa circondariale d alla luce delle criticità emerse dopo la chiusura denunciate anche dal Presidente della Corte di Appello di Potenza. Bonafede ha fatto capire che quasi certamente non ci sarà una riapertura, nonostante l'annullamento del provvedimento di soppressione da parte del Tar poi confermato dal Consiglio di Stato che ha imposto lo svolgimento di una conferenza dei servizi prima di decidere se emettere un nuovo provvedimento di chiusura.
"Nel caso di Sala Consilina - ha detto Buonafede - dai dati forniti dall'amministrazione penitenziaria, il rapporto tra il personale e detenuti, di circa 1 a 1, rappresentava un valore sproporzionato in contrasto con ogni principio di razionalità e buona amministrazione delle risorse, sia economiche che professionali. Viene individuato in circa 100 posti detentivi il limite minimo sotto cui la gestione di un penitenziario è antieconomica. È stata valutata l'offerta del Comune di Sala Consilina di provvedere all'adeguamento funzionale della struttura con accollo dei relativi oneri, tuttavia quand'anche fosse stata accolta la capienza dell'istituto sarebbe rimasta al di sotto del limite di sostenibilità".
di Dario Paladini
Redattore Sociale, 25 luglio 2020
I dispositivi, forniti da Snam, saranno trattati all'interno dell'istituto penitenziario e donati alle scuole. Buccoliero: "Essere parte di progetti che rimettono in circolo ha una valenza forte per chi, una volta scontata la pena, dovrà ricollocarsi". I detenuti del Carcere di Bollate ripareranno oltre 8 mila tra computer, monitor e altro materiale elettronico (stampanti, scanner e accessori) al fine di riutilizzarli in un'ottica di economia circolare rendendoli disponibili alla collettività.
I dispositivi sono stati donati da Snam, nell'ambito di un'iniziativa sociale promossa insieme a Fondazione Snam e realizzata in collaborazione con l'impresa sociale Fenixs, impegnata da vent'anni in progetti lavorativi che hanno coinvolto finora più di 160 detenuti in diverse carceri italiane. Obiettivo del progetto è offrire ai detenuti un'opportunità di lavoro e riqualificazione professionale.
Le apparecchiature verranno in gran parte ricondizionate, aggiornate e messe a disposizione delle scuole per attività educative, con particolare riguardo alle situazioni di fragilità, oltre a privati e aziende. Sulla parte non ricondizionabile, Fenixs collaborerà con LaboRaee, controllata di Amsa (società del Gruppo A2A) che gestisce l'attività dell'impianto di trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) inaugurato un anno fa all'interno del Carcere.
"Sono soddisfatta per l'avvio di questo nuovo progetto che coinvolge i detenuti e le strutture del Carcere di Bollate, come l'impianto Raee inaugurato lo scorso anno, con l'obiettivo di realizzare un circolo virtuoso per l'intera società. Essere parte di progetti che 'rimettono in circolo' ha una valenza forte per chi, una volta scontata la pena, dovrà ricollocarsi. E sappiamo che il lavoro è il modo migliore per tornare a scommettere su sé stessi" afferma Cosima Buccoliero, Direttore Aggiunto della Casa di reclusione Milano Bollate.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 25 luglio 2020
La protesta in corso da maggio, i prigionieri politici chiedono di scontare la pena nelle loro comunità, come 13mila detenuti mandati ai domiciliari a causa dell'epidemia di Covid. Gravi le condizioni del leader spirituale Celestino Cordova. Le vite dei mapuche contano, ma non per lo Stato cileno. Nulla lo dimostra meglio dello sciopero della fame di 27 prigionieri politici mapuche, tra cui l'autorità spirituale (machi) Celestino Cordova, iniziato più di 80 giorni fa per protestare contro l'assenza di risposte da parte dal governo di Sebastián Piñera.
La richiesta dei detenuti, alcuni ancora in attesa di giudizio, è semplice: la possibilità di scontare le pene detentive nelle loro comunità, come previsto dalla Convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro, ratificata dal Cile nel 2008, e come sollecitato dall'Alto Commissariato Onu per i diritti umani, che, nel contesto della pandemia da Covid-19, ha invitato gli Stati ad adottare misure urgenti a favore della sicurezza della popolazione carceraria.
Una richiesta tanto più legittima in quanto il sistema giudiziario cileno, a causa dell'emergenza sanitaria, ha già concesso gli arresti domiciliari a oltre 13mila detenuti - compreso il poliziotto responsabile della morte nel 2018 del giovane weichafe Camilo Catrillanca, un "guerriero" della causa mapuche - negandoli però ai giovani arrestati nel quadro delle proteste contro Piñera e ai prigionieri indigeni, vittime della legge antiterrorismo varata da Pinochet e usata ancora oggi per colpire dirigenti e autorità ancestrali in lotta per la restituzione delle terre usurpate.
Mentre il governo continua a tacere, la situazione dei prigionieri politici delle carceri di Angol e di Temuco, in sciopero della fame dal 4 maggio scorso, e di quelli della prigione di Lebu, che hanno iniziato lo sciopero il 5 luglio (più altri sette che si sono uniti alla protesta domenica scorsa) diventa sempre più critica e tesa. "Di natura politica sono le nostre condanne e la nostra oppressione, di natura politica deve essere la soluzione", dichiarano i detenuti.
Preoccupano in particolare le condizioni del machi Celestino Cordova, già debilitato dal lungo sciopero della fame di due anni fa e trasferito la settimana scorsa in ospedale per gravi problemi respiratori e cardiaci.
Condannato nel 2014, solo sulla base di alcuni indizi, a 18 anni di carcere per il caso dell'incendio alla residenza dell'imprenditore Werner Luchsinger (morto nel rogo nel 2013 insieme alla moglie Vivienne), il leader spirituale, in carcere da quasi sette anni, ha chiesto invano di poter trascorrere il periodo di isolamento per la pandemia nel suo rewe, lo spazio spirituale di fondamentale importanza per la cosmovisione mapuche. E un allarme ancor più forte aveva provocato la sua decisione di intraprendere anche lo sciopero della sete, sospeso tuttavia dopo l'accordo raggiunto con il sottosegretario di Giustizia Sebastián Valenzuela che, cedendo alle crescenti pressioni nazionali e internazionali, ha accettato, tra l'altro, di vietare qualunque azione punitiva nei confronti dei detenuti che decidano di rifiutare il cibo e di modificare il modulo interculturale nella prigione di Temuco.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 25 luglio 2020
La storia, vista da fuori, è una vera e propria deportazione ma riflette perfettamente il caos legislativo e la disattenzione che regna mica solo sulla questione dei migranti ma più in generale su tutto quello che riguarda gli stranieri. Il protagonista è Abbas Mian Nadeem, un pakistano che vive a Amantea, è arrivato in Italia da qualche anno ed è regolarmente sul suolo italiano. Amantea nei giorni scorsi è stata teatro di una protesta dei cittadini che contestavano l'arrivo di alcuni migranti sbarcati qualche giorno prima a Roccella Jonica: 13 migranti risultati positivi al Covid vengono trasferiti al Celio mentre per gli altri 11 si decide il trasferimento al Cara di Isola Capo Rizzuto, nei pressi di Crotone, quello stesso Cara che un processo ha dimostrato come fosse nella disponibilità del clan di 'ndrangheta degli Arena e che ora è gestito dalla Croce Rossa. Un luogo in pieno decadimento dove dei materassini dovrebbero essere letti e dove le condizioni sono più che carenti.
Quando arrivano i mezzi per trasferire gli 11 migranti al Cara di Isola Capo Rizzuto Abbas Mian Nadeem si trovava nei pressi perché, avendo conosciuto gli orrori della traversata del Mediterraneo, aveva deciso di portare un po' di conforto e qualche bene. Dalla finestra, come in un brutto film, una signora urla dal balcone alle forze dell'ordine di prendere anche lui, Abbas, di caricarlo insieme agli altri e quelli, noncuranti del fatto che avessero prelevato 12 persone anziché le 11 programmate, portano il ragazzo al Cara. Una vera e propria detenzione illegale a cui Abbas prova a subito a ribellarsi, si spiega, mostra i suoi documenti e il suo regolare permesso di soggiorno ma non accade nulla. Abbas Mian Nadeem si ritrova rinchiuso senza nessuna motivazione. Ma non è tutto: Abbas è malato di HIV oltre che di epatite B e C e in questo momento si ritrova a contatto con persone che stanno passando la quarantena con il dubbio che possano avere contratto il Covid. E il Covid, per chi ha una situazione sanitaria come quella di Abbas gli potrebbe essere addirittura fatale. Per questo Abbas non si arrende e fotografa le condizioni in cui si ritrova e registra un video in cui chiede l'aiuto di qualcuno, il video viene ripreso dalle giornaliste Alessia Candito e Floriana Bulfon, escono articoli. Non si muove niente, niente.
"Abbiamo scritto a tutti i deputati, a tutti i senatori e perfino agli eurodeputati senza ottenere nessuna risposta e nessuna attenzione - mi racconta Giulio Vita dell'Associazione La Guarimba che sta seguendo la vicenda -. Margherita Corrado, Movimento 5 stelle di Crotone, mi ha chiamato dicendo che ha parlato con il prefetto che è amico suo e che andava tutto bene. Le ho chiesto di vedere il video, che non aveva visto, e dopo che lo ha visto ha detto che per lei non ci sono violazioni di diritti umani "Anche noi usiamo i materassini quando andiamo a mare". Alberto Pagani PD ci ha fatto chiamare dalla sua Segretaria che ci ha anche detto che si tratta di un piccolo errore e lo stanno risolvendo. Che comunque lui può fare poco perché è molto occupato e ci sono le commissioni apposta, di scrivere agli altri. Nel frattempo io ho ricevuto minacce telefoniche, addirittura il mio account Facebook è stato sospeso".
Ma non è finita qui, non ancora: al Cara è stato sospeso anche il medico Orlando Amodeo, con un ordine di servizio ufficiale firmato da Marco Olivari, che per la Croce rossa italiana gestisce il centro d'accoglienza. La colpa di Amodeo, ex dirigente medico della Polizia e fino allo scorso 20 luglio direttore medico del centro, sarebbe quella di avere fatto "filtrare" immagini e informazioni riservate dal centro e avere contribuito ad accendere i riflettori sulla kafkiana vicenda di Abbas. Intanto, mentre nulla si muove, c'è un uomo che si ritrova a scontare la quarantena in un Cara e non a casa sua, con l'altissimo rischio di contrarre il Covid che potrebbe essergli letale e con questa irresistibile voglia di silenzio che corre tutto intorno.
di Irene Puccioni
La Nazione, 25 luglio 2020
Inaugurata la Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, struttura gestita dall'Asl che ha preso il posto degli ospedali giudiziari. Era il 30 luglio di quattro anni fa, quando cominciava il trasferimento delle detenute dalla casa circondariale di Empoli, che di lì a pochi giorni avrebbe chiuso. Troppo alti i costi per troppe poche carcerate, fu in sostanza la motivazione alla base della decisione del Ministero della Giustizia.
Contemporaneamente la Regione era alla ricerca di strutture adeguate dove collocare quei detenuti usciti dagli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) a seguito della legge 81 del 2014. Fu così che Comune e Regione iniziano un percorso insieme che ha portato, con non pochi ostacoli, al progetto di una Rems, residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, inaugurata ieri dopo una profonda ristrutturazione dei locali. Si tratta della prima struttura di riferimento per i territori dell'Asl Toscana Centro e la seconda a livello regionale, dopo l'apertura della residenza di Volterra nel 2015 (con una capienza attuale di 40 posti).
La Rems empolese, nella frazione di Pozzale, è dunque destinata alla cura dei pazienti autori di reato affetti da infermità o seminfermità psichica attraverso percorsi terapeutico-riabilitativi e socio-riabilitativi, gestiti dal dipartimento di salute mentale dell'azienda sanitaria. Il primo paziente - dei 9 (tutti uomini) previsti nella prima fase di attivazione - arriverà non appena sarà completato il protocollo della sicurezza con prefettura e ministero.
La seconda fase sarà invece avviata a struttura funzionante e riguarderà il recupero di altre due aree abitative al piano terra che potranno ospitare 3 donne e 8 uomini. A regime, la struttura potrà ospitare fino a 20 pazienti. L'intervento complessivo di ristrutturazione e degli allestimenti è stato di 700mila euro.
"Questa struttura - commenta l'assessore regionale alla salute, Stefania Saccardi - s'inserisce all'interno di un percorso terapeutico riabilitativo di pazienti che, nello stesso tempo, dovranno portare avanti il loro percorso detentivo. Da qui la necessità di una forte collaborazione e sinergia con le autorità giudiziarie per le misure di sicurezza e vigilanza.
A noi spetta il compito, tramite i servizi di salute mentale, di farci carico del bisogno di cure di questi pazienti nel miglior modo possibile". Entrando dentro l'ex carcere femminile, il sindaco Brenda Barnini, ha ricordato quanto la decisione di chiudere la casa circondariale procurò una "ferita nella comunità empolese".
"Il progetto Rems - dice il sindaco - è arrivato, quindi, sia come soluzione di nuova vita dell'edificio sia come opportunità di ricostruire con i pazienti quel rapporto terapeutico insieme ad associazioni e istituzioni del territorio. Ci sta a cuore ovviamente - aggiunge Barnini - anche la serenità dei cittadini e la gestione in sicurezza di tutto il progetto; ragione per cui seguiremo da vicino i passaggi con la prefettura per la stipula di un protocollo ad hoc per la sorveglianza della struttura". La Rems di via Valdorme sarà gestita da un team multidisciplinare, composto da tre psichiatri, uno psicologo, 14 infermieri, 6 operatori socio sanitari, 2 educatori professionali, 2 tecnici di riabilitazione psichiatrica, un assistente sociale e un servizio di vigilanza attivo 24 ore su 24.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 25 luglio 2020
Ha trascorso sei anni nel limbo di Manus, l'isola carcere sede di un campo di confinamento offshore australiano dichiarato illegale. E raccontato la brutalità della sua detenzione in un libro pluripremiato inviato via WhatsApp all'editore. Nel giorno del suo 37esimo compleanno, il 23 luglio, Behrouz Boochani è tornato a essere un uomo libero.
La Nuova Zelanda della premier Jacinda Ardern ha riconosciuto lo status di rifugiato allo scrittore e giornalista curdo-iraniano che in questi anni è diventato il simbolo e la voce dei detenuti di Manus, l'isola della Papa Nuova Guinea dove l'Australia gestisce uno dei suoi campi di confinamento offshore per migranti.
Boochani era arrivato in Nuova Zelanda circa 8 mesi fa con un permesso temporaneo per partecipare a un festival letterario. Si era stabilito a Christchurch, girava in bicicletta, faceva lunghe passeggiate in collina - ha raccontato al Guardian con cui collabora da diverso tempo - in attesa che l'ufficio dell'immigrazione si esprimesse. "Non tornerò mai più indietro", aveva promesso. La risposta è arrivata con un visto di lavoro di un anno e la possibilità di richiedere la residenza fissa in Nuova Zelanda.
"Mi sento finalmente al sicuro sapendo che ho un futuro", è stato il suo primo commento al Guardian. "Ma, allo stesso tempo, non posso celebrarlo appieno perché così tante persone che sono state incarcerate con me stanno ancora lottando per ottenere la libertà, ancora in Papa Nuova Guinea, a Nauru, in detenzione in Australia. E anche se vengono rilasciati, la politica australiana esiste ancora".
Per sei anni Boochani è rimasto nel limbo di Manus, l'isola carcere dove vengono fermati i migranti che cercano di raggiungere l'Australia in barca. La struttura in cui era è stata successivamente dichiarata illegale: dopo un processo durato anni, lui e quasi altri 2mila migranti sono stati risarciti per la loro detenzione illegale.
Boochani è stato testimone di violenze e torture, lui stesso è stato picchiato e torturato due volte per diversi giorni mentre era in isolamento nel famigerato braccio di Chauka, nel centro di detenzione di Manus ora demolito. Ha denunciato e raccontato la brutalità del sistema Manus in numerosi articoli scritti per il Guardian e altre testate e in un libro, No Friends But The Mountains, che ha mandato via whatsapp a un editore in Australia e con cui ha vinto uno dei più prestigiosi premi letterari australiani, il Victorian prize.
I richiedenti asilo che cercano di raggiungere l'Australia via mare vengono intercettati e spediti a Manus o nell'isola di Nauru, nel Pacifico meridionale, e finiscono in un limbo giuridico e umano che può durare anni visto che l'ingresso in Australia viene loro vietato in maniera permanente. Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato più volte le condizioni di vita e di detenzione ingiusta dei richiedenti asilo nelle isole del Pacifico.
La premier neozelandese Ardern si è offerta di accogliere 150 richiedenti asilo dai campi offshore dell'Australia, ma il governo australiano finora non ha voluto accogliere la richiesta temendo che questo possa indebolire l'efficacia del suo sistema di "deterrenza" e respingimento per chi cerca di arrivare illegalmente nel Paese.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 luglio 2020
Entro mercoledì prossimo il Ministero della Giustizia dovrà rispondere ai quesiti della Corte europea dei diritti umani. Il Governo, in particolar modo il Ministro della Giustizia, è chiamato a rispondere entro mercoledì prossimo ai quesiti posti dalla Corte europea dei diritti umani (Cedu) per quanto riguarda un detenuto accusato di 416bis che ha tentato 4 suicidi e ha una grave patologia psichiatrica. L'uomo, però, solo a nove mesi di distanza dal provvedimento del magistrato di Sorveglianza è stato portato nell'articolazione psichiatrica del carcere di Spoleto. Luogo non idoneo per le sue condizioni, tant'è vero che ha tentato di impiccarsi nuovamente.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 24 luglio 2020
Ex pm, protagonista della stagione di Mani Pulite, oggi Gherardo Colombo è tra più acerrimi avversari del sistema carcerario come dimostra anche il suo ultimo libro "Il perdono responsabile. Perché il carcere non serve a nulla".










