di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 24 luglio 2020
L'ex capo dell'Anm ha chiesto di sostituire Davigo, Ferri "rifiuta" tutto il plenum. Il vicepresidente del Csm David Ermini, in qualità di presidente della sezione disciplinare, con un decreto del 21 luglio ha fissato per martedì prossimo, 28 luglio, la data della trattazione delle istanze di ricusazione presentate dall'ex presidente dell'Anm Luca Palamara e dall'ex leader di Magistratura indipendente e ora deputato di Italia viva Cosimo Ferri nell'ambito dei procedimenti legati a quello che viene ormai chiamato comunemente "Palamaragate", il "mercato" delle nomine.
Palamara aveva ricusato Piercamillo Davigo, Ferri, invece, si era spinto oltre ricusando addirittura tutto il Plenum, reo a suo dire di non essere "terzo ed imparziale" nei suoi confronti. Anzi, in più occasioni ci sarebbe stata già una anticipazione - sfavorevole - del giudizio. La mossa dei due magistrati complica la tabella di marcia della sezione disciplinare. Una tabella di marcia alquanto lunga, dal momento che sono state fissate udienze fino alla fine dell'anno.
Niente processo rapido come molti si aspettavano. Da qui, allora, la decisione di una fissazione sprint da parte di Ermini per non dilatare ulteriormente i tempi. Le prime conseguenze, in caso venissero la settimana prossima respinte le istanze di ricusazione di Ferri e Palamara, si avranno sulla futura campagna elettorale per il rinnovo dell'Anm, le elezioni sono previste in autunno.
Una campagna elettorale che dai tribunali si sposterà nella sala Vittorio Bachelet al terzo piano di Palazzo dei Marescialli. Molto probabile, infatti, che alcuni dei testimoni citati da Palamara siano chiamati a riferire sul sistema delle correnti e sull'influenza di quest'ultime in tema di nomine e di incarichi ai magistrati.
Salvo che il collegio disciplinare decida per un taglio dei testi. Si tratta di domande che possono creare molto imbarazzo. Fra i magistrati citati da Palamara ci sono i capi dei gruppi associativi. Cosa potrà uscire da questi interrogatori è difficilmente prevedibile. Le chat di Palamara hanno comunque messo in luce che tutti i gruppi della magistratura erano coinvolti nella degenerazione del correntismo.
Il clima in generale nella magistratura associata è sempre più teso. In particolare sulla vicenda Palamara c'è chi invoca il ritorno della loggia P2 e chi grida al complotto. In tutto ciò la legge di riforma del Csm, voluta dall'esecutivo per rispondere a quanto accaduto, dovrebbe dare ancor più potere ai gruppi associativi. Soprattutto a quelli più organizzati e strutturati sul territorio.
L'allarme è stato lanciato nei giorni scorsi da Sebastiano Ardita, consigliere davighiano al Csm. Ardita, con il pm antimafia Nino Di Matteo, ha anche firmato l'appello per il sorteggio dei componenti del Csm Sorteggio che però, dopo averlo sponsorizzato, è ora visto con il fumo negli occhi dal ministro della Giustizia Alfonso Bonadede.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 24 luglio 2020
Mentre il caso Palamara deflagra in un maxi-processo disciplinare mai visto nella storia della magistratura, s'infiamma lo scontro sul sistema elettorale dello stesso Csm. La pietra filosofale che dovrebbe garantire la rigenerazione morale del terzo potere dello Stato.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 24 luglio 2020
Dopo aver appreso dal Corriere della Sera che nella caserma di Piacenza si infieriva su "spacciatori, immigrati, ma anche semplici cittadini innocenti" (l'immigrato è notoriamente colpevole), potremmo adottare la retorica comune a destra e a manca secondo cui quando si discute di giustizia ci si dimentica sempre delle vittime.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 24 luglio 2020
Nessun Paese è indenne dal rischio di essere luogo di maltrattamenti e violenze istituzionali. La tortura esiste, e fortunatamente da qualche anno vi è anche un reato che la punisce. I fatti di Piacenza e Torino ci dicono tanto di una sotto-cultura diffusa fondata su tre pilastri: spirito di corpo, violenza e corruzione morale. Quanto accaduto nella caserma dei Carabinieri a Piacenza e nel carcere di Torino evidenzia anche un altro Stato che indaga, persegue, e speriamo giudichi, senza farsi condizionare da divise e stellette. La tortura non è questione che riguarda il terzo mondo incivile o il solo Egitto, nelle cui mani è ancora il nostro Patrick Zaky.
di Romina Marceca
La Repubblica, 24 luglio 2020
La pistola ad impulsi elettrici, il Taser, voluta fortemente dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini come dotazione per le forze di polizia, non sarebbe adeguata, almeno per il momento, per arrivare nelle mani di agenti, carabinieri e finanzieri: secondo il Viminale non è andato bene il collaudo a Brescia, l'arma ha mostrato alcuni difetti.
"Criticità relativa alla fuoriuscita dei dardi. Un difetto dei requisiti minimi previsti dal capitolato tecnico", c'è scritto in un comunicato del dipartimento di pubblica sicurezza. E così una direttiva del ministero dell'Interno ha disposto il ritiro "fino a nuove disposizioni" dei 32 taser che in questi mesi erano stati distribuiti alle forze di polizia per la sperimentazione. E l'unica società che aveva partecipato al bando di gara per la fornitura, la "Axon Public Safety Germany Se", è stata esclusa dalla gara. In fumo sono andati circa 50 mila euro: un taser costa intorno ai 1.500 euro.
"Rimane intento del dipartimento di Pubblica sicurezza - c'è scritto nella nota diffusa ieri - di dotare le forze di polizia di questa arma, ritenuta pienamente corrispondente alle esigenze operative".
"Mentre il governo blocca la sperimentazione del Taser e pensa di cancellare i decreti sicurezza che danno più tutele alle Forze dell'Ordine, nel carcere di Perugia una detenuta ha staccato un orecchio a una poliziotta", ha detto ieri il leader della Lega Matteo Salvini. La sperimentazione del taser (la pistola spara dardi che emettono impulsi elettrici che immobilizzano per alcuni secondi la muscolatura) è partita, dal 2018, in dodici città: Milano, Torino, Firenze, Napoli, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Brindisi, Genova, Bologna. Nel giugno 2019, Salvini deliberò le somme per il bando che riguardava l'acquisto. A gennaio è stato emanato il bando che poi l'Axon si è aggiudicato. Alle forze di polizia sarebbero arrivate 4.482 pistole taser: 1.600 alla polizia, 2.626 all'Arma, 256 alla Finanza. Totale dell'appalto: oltre 8milioni e mezzo. Adesso è tutto da rifare.
"Sembra ci siano state delle modifiche al dardo originario nei taser già forniti alle forze di polizia. Modifiche apportate per renderlo il meno offensivo possibile", dice Felice Romano, segretario generale del sindacato di polizia Siulp. Alla società Axon, però, nessuno conferma queste modifiche. La replica della Axon non tarda ad arrivare: "Ai test ufficiali non era presente alcun rappresentante Axon. Non è corretto riportare un'eventuale pericolosità in caso di malfunzionamento dei dispositivi: tale circostanza non si è mai verificata nei 107 Paesi che hanno adottato l'utilizzo del dispositivo. Rispetto agli esiti della gara la società ha preso atto dell'esito della procedura con stupore e sorpresa considerato che nel corso delle precedenti prove balistiche, svolte in contraddittorio, i dispositivi avevano dimostrato piena aderenza alle specificità tecniche previste dal bando di gara".
Sulla vicenda si addensa anche un piccolo giallo. E c'è chi sospetta che dietro al collaudo fallito ci sia dell'altro. "L'attuale maggioranza di governo ha mostrato scetticismo e ci auspichiamo che questo scetticismo non rallenti l'acquisto e la distribuzione dei taser. Nel collaudo con colpi a vuoto, in alcuni casi il dardo si è staccato dal cavo attraverso il quale passa l'impulso elettrico", dice il segretario del Sap, Stefano Paoloni. Che aggiunge: "Una statistica interna dimostra che in 14 casi su 15 in cui il taser è stato soltanto mostrato, la persona si è arresa alla polizia senza reagire".
Per il portavoce nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, questo stop alla fornitura è una conferma ai dubbi sollevati due anni fa. "Nel 2018 presentammo un'interrogazione parlamentare al governo dove chiedevamo quali rischi e quali cautele erano state messe in opera per l'utilizzo dei taser da parte delle forze dell'ordine. Ci furono alcuni politici, i soliti, che in modo sguaiato ci accusarono di essere amici dei criminali e così via. Oggi veniamo a sapere che il Viminale ha disposto il ritiro dei taser per difetti. Una conferma autorevole del fatto che avevamo ragione a porre dubbi".
di Carla Chiappini
Ristretti Orizzonti, 24 luglio 2020
Scrivo e parlo a me stessa, discuto con la mia coscienza, le chiedo di assolvermi ma non riesco a convincerla. Cerco ragioni che mi sembrano anche valide ma la voce interiore è implacabile. Qualche tempo fa un giovane straniero "Messo alla prova", con cui il percorso di avvicinamento era stato lungo e molto delicato, mi ha detto che proprio in quella caserma lì - attaccata alla chiesa e tanto vicina a casa - lo avevano picchiato.
Gli ho proposto di denunciare ma ho visto subito la sua paura e mi sono detta che avrei provato io a fare qualcosa. Io, cittadina italiana non più giovane e incensurata; proprio io che con altri volontari sono impegnata a collaborare con l'Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna all'interno di quel mondo tanto affascinante quanto quasi sconosciuto delle "Misure di comunità". Oltre che volontaria in carcere da ormai vent'anni.
Più e più volte ho pensato a cosa fosse possibile fare; mi sono chiesta come intervenire senza coinvolgere il ragazzo che si era fidato di me. Ho persino immaginato di suonare a quel portone, di entrare e chiedere semplicemente "perché".
Perché ricorrere alla violenza, perché pestare e umiliare una persona indifesa proprio lì tra i simboli della Repubblica? E poi cercare di capire come sia possibile indossare una divisa e navigare indisturbati in un mare di pessime azioni. Come ci si sente? Avrei voluto capire e ancora oggi in verità vorrei capire.
Perché tutto questo è un colpo durissimo anche alla indispensabile fiducia tra cittadini e istituzioni. E ora comprendo meglio gli sguardi ironici, spesso sarcastici di tanti ragazzi "messi alla prova" in occasione delle non rare discussioni sulle regole e la legalità. Ingenui e un po' patetici noi, che difendiamo le istituzioni e la legge. Noi che abbiamo le idee così chiare, che ci preoccupiamo di rieducare chi ha sbagliato, che ci poniamo come mediatori tra lo Stato, gli imputati e i condannati.
Nella chat del nostro gruppo si rincorrono testimonianze di botte subite ed entusiasmo per il lavoro della Procura. Qualcuno propone un brindisi.
Ma no, non c'è niente da festeggiare, proprio un bel niente. Forse sarebbe più importante capire perché non è bastata la dolorosa vicenda di Stefano Cucchi per impedire questo orrore e, per me, sarebbe importante trovare le ragioni del mio silenzio.
Forse la risposta è proprio lì, dietro l'angolo; non ho avuto nessun dubbio riguardo alla sincerità di A. ma non ho avuto sufficiente fiducia nel sistema della giustizia. Mi sono fidata di lui ma ho avuto paura per lui. Una posizione troppo complessa la sua e lui ancora troppo fragile. Troppo in salita la sua vita. E così mi sono fermata. Gli altri, dal canto loro, fino ad oggi hanno avuto la bocca cucita; credo non sia facile raccontare le umiliazioni subite, proprio per niente. La violenza subita ti sporca come quella agìta, e purtroppo ti segna per sempre. Figurati poi se viene dai "rappresentanti della legge", in una situazione in cui non puoi difenderti. In cui di fatto sei nelle mani dello Stato.
Scrivo e sento salire la mia rabbia. Non mi importa degli anni di carcere che queste persone dovranno attraversare perché chi conosce il carcere un po' da vicino, non dovrebbe augurarlo a nessuno, ma vorrei tanto che un giorno si trovassero faccia a faccia con le persone che hanno umiliato e picchiato e poi con i cittadini che credono e si impegnano per la giustizia.
Vorrei che ascoltassero le loro voci e che li guardassero negli occhi. Questo vorrei; che aprissero le orecchie per ascoltare con attenzione, in silenzio e togliessero le lenti scure per vedere bene, fino in fondo. Sì, questo vorrei. E infine vorrei perdonarmi per non aver avuto il coraggio di denunciare. Ho scelto di proteggere A. ma non sono sicura che fosse la cosa più giusta da fare.
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 24 luglio 2020
"Fu una overdose di sostanze che legittimamente stavano in carcere. Non è emersa alcuna responsabilità di altre persone". La procura di Bologna chiede al gip di archiviare le indagini sulla fine tragica di Kedri Haitem, 29 anni e origini tunisine, uno dei 13 detenuti morti durante e dopo le rivolte che a inizio marzo hanno incendiato le carceri di mezza Italia.
Il fascicolo, con l'ipotesi di reato di "morte come conseguenza di altro delitto" (un reato non meglio specificato), era stato aperto contro ignoti. Ma l'atto con cui la pm Manuela Cavallo sollecita la chiusura del caso ("reso pubblico all'insegna della massima trasparenza", dice il procuratore capo Giuseppe Amato) lascia alcune domande senza risposta, non disvelando dettagli che probabilmente sono nelle carte dell'inchiesta. E ricostruisce ciò che è accaduto alla Dozza in termini di "plausibilità", non di certezza assoluta.
Scrive la sostituta procuratrice: "La ricostruzione dei fatti più plausibile - anche alla luce delle informazioni fornite dal compagno di cella e riscontrate dall'esame autoptico, nonché dal sopralluogo nella cella del detenuto - è che la persona deceduta, già destinataria di farmaci per il controllo dell'ansia e degli stati di agitazione, abbia assunto volontariamente sostanze prelevate abusivamente dalla farmacia del carcere (in realtà sono stati depredati gli ambulatori di tre piani del reparto giudiziario, non il dispensario centrale) durante la rivolta dei detenuti dei due giorni antecedenti alla morte e che quest'ultima sia avvenuta per overdose".
Di quali sostanze si tratti esattamente non è dato sapere, né in questo né in altri passaggi della richiesta di archiviazione, non dal procuratore capo (interpellato). Annota ancora la pm: "Dagli accertamenti svolti sulla salma non è emersa la responsabilità di terzi nel determinismo causale della morte, causata dalla massiccia assunzione di farmaci e sostanze psicotrope in combinazioni e dosi letali. Sul corpo, infatti, non sono state rinvenute lesioni, né segni di contenzione".
Tutte le sostanze individuate nei liquidi prelevati dal cadavere di Kedri, altro passaggio testuale, "appartenevano alle tipologie di farmaci legittimamente presenti presso la struttura carceraria - circostanza rimarcata da Amato - in quanto utilizzate per la cura di patologie ed il trattamento delle dipendenze dei detenuti".
L'ultima espressione sembra alludere al metadone, ma l'oppioide non viene esplicitamente citato dalla magistrata né al suo capo. Voci qualificate, ufficiose, ribadiscono che sarebbe stato individuato nell'organismo del ragazzo. Non è una questione da poco, anzi. Per capire il perché bisogna mettere in fila date e fatti.
L'8 marzo scoppia una rivolta nel carcere di Modena. I detenuti ribelli forzano e svuotano la cassaforte che contiene elevate quantità di metadone e di benzodiazepine. Le sostanze passano di mano. Cinque reclusi muoiono nell'istituto, probabilmente per overdose di un mix di preparati. Quattro perdono la vita durante il trasporto verso altri penitenziari (e non in ospedale, aspetto al centro delle inchieste in corso a Modena).
Il responsabile del servizio di medicina penitenziaria della Dozza di Bologna, dottor Roberto Ragazzi - lo racconta il Garante cittadino dei diritti delle persone recluse, Antonio Ianniello - dispone il ritiro del metadone dagli ambulatori di reparto del carcere del capoluogo emiliano e la messa in sicurezza dell'oppioide, da spostare in un luogo a prova di assalto e fuori portata.
Il 9 marzo si ribellano anche i detenuti del carcere bolognese, una settantina di persone. Le agitazioni continuano la mattina del 10 marzo, poi si smorzano. Anche qui l'obbiettivo delle razzie sono i farmaci strong.
"Il metadone - sostiene Domenico Maldarizzi, dirigente nazionale della Uil-pa, sigla della polizia penitenziaria - nei reparti detentivi non c'era già più". Vero o no, Kedri non partecipa ai raid. La sera del 10 marzo il ragazzo tunisino al compagno di cella sembra strano, come "un po' ubriaco".
Lo straniero gli confida che "durante la rivolta ha assunto farmaci", dice che è stanco e che vuole dormire e a lungo. La mattina dell'11 marzo si sente russare e si rigira sulla branda, fino alle 10.30. Che sia a letto fino a tardi non è insolito. Capita di frequente. Alle 12.40 altri detenuti entrano nella cella per chiedergli una cosa. Il compagno lo scuote per svegliarlo e si accorge che non respira più, dando un inutile allarme.
Solo a questo punto, a decesso avvenuto, la cella viene perquisita. E sotto il materasso del ragazzo morto saltano fuori 103 pasticche (l'atto della pm Cavallo non specifica il nome commerciale o la composizione) e 6 siringhe, una delle quali usata (nella richiesta di archiviazione non è scritto se siano state trovate tracce di sostanze e di quali).
Ma perché la cella non è stata perquisita prima, sapendo che i detenuti ribelli avevano rubato e distribuito sostanze potenzialmente letali? Perché la polizia penitenziaria è arrivata dopo? E di che pasticche si trattava? "Il carcere - ricorda Maldarizzi - non era in una situazione ordinaria. Era mezzo distrutto, inagibile, terremotato. Mancava la luce. Abbiamo passato due giorni drammatici. La rivolta era finita da poche ore, andavano disposti i trasferimenti d'urgenza".
Tra agenti e detenuti si sono contate 22 persone contuse o ferite (fonte Ansa), 16 medicate in loco e 6 portate in ospedale. Insomma, non ci sarebbe stato il tempo per perquisire cella per cella e per recuperare tutti farmaci sottratti e non ancora consumati. Le telecamere di sorveglianza non sono state utili alle indagini, perché danneggiate e non funzionanti.
La pm Cavallo ha affidato l'autopsia e le analisi tossicologiche al medico legale Guido Pelletti. Le 103 pasticche sequestrate in cella però non sono state date al consulente della pubblica accusa, esperto cui non sono nemmeno arrivati i risultati di eventuali esami effettuati da altri soggetti (la Scientifica della polizia non si è occupata del caso, dai carabinieri non si hanno informazioni sul punto).
Agli accertamenti post mortem non erano presenti altri anatomopatologi o tossicologici, in rappresentanza di parenti o soggetti abilitati. La famiglia forse non è stata avvisata in tempo per designare u medico legale di fiducia oppure non ha nominato nessuno, idem i due avvocati che seguivano Kedri in vita (Manuel Manfreda e Federico Bertani, i penalisti delle vecchie vicende giudiziarie del ragazzo, perso di vista).
Il Garante nazionale dei detenuti si è costituito persona offesa anche nel procedimento avviato verso l'archiviazione, ma si avvale di un penalista e di un medico legale "solo" per i morti di Modena e non per la vittima di Bologna (e non si capisce il perché). L'avvocata Emilia Rossi, componente dell'ufficio, non ha nulla da aggiungere o non si sente tenuta a dare informazioni in più: "Sono in missione - risponde al telefono - mi occupo solo di questioni urgenti", come se 13 decessi in carcere e le domande senza risposta non lo fossero.
di Ottavia Giustetti e Sarah Martinenghi
La Repubblica, 24 luglio 2020
Il capo delle Vallette Minervini ai suoi agenti: "Non chiamate gli indagati, credono più ai detenuti che a voi". E in un'intercettazione ammette: "Le coercizioni ci sono sempre state, ma abusive e non tracciate". Il caso di un detenuto con problemi psichiatrici portato in ospedale quasi nudo e imbavagliato.
Costantemente informato. Il direttore del carcere Domenico Minervini sapeva delle vessazioni e delle violenze cui le guardie carcerarie sottoponevano i detenuti delle Vallette. Ne era a conoscenza perché arrivavano segnalazioni, da più persone. Relazioni, colloqui e preoccupazioni: non solo la garante cittadina dei detenuti Monica Gallo gli aveva chiesto di intervenire, senza risultato. C'erano anche medici, insegnanti e psicologi che raccoglievano confidenze, racconti, paure dei detenuti intimoriti dalle botte già ricevute, dagli insulti, e dalle umiliazioni. In diciassette - tante sono le vittime che hanno riferito di aver subito angherie degli agenti della polizia penitenziaria - hanno raccontato e denunciato di aver subito violenze. La maggior parte all'interno del padiglione C, in particolare nel settore detentivo "sex offender - protetti promiscui", quello dove l'ispettore Maurizio Gebbia e la sua "squadretta" infierivano e spadroneggiavano. La preoccupazione del direttore, soprattutto, era di mettere in guardia la polizia penitenziaria: "Non chiamate gli indagati", e poi "non dite niente al telefono, perché credono più ai detenuti che a voi", diceva loro nelle riunioni con gli agenti.
Sputi, insulti, pugni, calci, risate. Umiliazioni rivolte persino a persone che erano in condizioni di evidente fragilità. Come un detenuto con problemi psichiatrici, sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, fatto uscire dalla cella per essere portato in ospedale quasi nudo, ammanettato e con un bavaglio sulla bocca. Dopo essere stato sedato.
Era sconfortata la garante dei detenuti dalla passività e dall'inerzia del direttore dalla mancanza di reazioni di fronte alle sue continue denunce e non ne faceva mistero. Puntualmente lui la rassicurava, ma alle parole non sarebbero mai seguiti fatti, tanto che a garante lo farà mettere a verbale nella sua deposizione: "Con il direttore Minervini non parlavo più perché comunque non mi dava retta".
Anche al Provveditorato regionale per l'amministrazione penitenziaria erano stati informati della gravità della situazione. Tanto che a Minervini era stato consigliato, dallo stesso provveditore, di far ruotare gli agenti di polizia penitenziaria per porre un freno a comportamenti non più tollerabili. L'ispettore Gebbia, in particolare, era indicato da più persone come autore di troppe violenze.
"Le coercizioni in carcere ci sono sempre state, ma abusive e non tracciate" dirà il direttore in una intercettazione captata il 30 ottobre 2019, mentre parla con il direttore sanitario del carcere. Sono scattati gli arresti dei primi agenti polizia penitenziaria accusati di tortura e lui al telefono si dilunga a nell'interpretazione giuridica del reato di tortura, e sul cambiamento portato dagli arresti e dall'indagine in corso.
L'inchiesta porta scompiglio e getta diversi agenti nel panico. Ma la preoccupazione del direttore, come emerge in diverse riunioni, è prima di tutte le altre quella di tenere a freno i suoi uomini ai quali, inchiesta penale in corso, raccomanda di non parlare al telefono.
Ora la procura di Torino gli ha notificato un avviso di garanzia, con l'accusa di favoreggiamento e omessa denuncia. Nei giorni scorsi l'avviso di chiusura indagine è stato recapitato a lui, che è difeso da Michela Malerba, e altri 24 indagati, tra cui anche il dirigente della polizia Penitenziaria, Giovanni Battista Alberotanza, difeso da Antonio Genovese, e i rappresentanti del sindacato più attivo della polizia penitenziaria, l'Osapp.
I fatti contestati agli agenti che per la prima volta dovranno rispondere dell'accusa di tortura per le violenze in carcere, sono decine e partono dal 2017, anno a cui i Radicali fanno risalire la registrazione video di un incontro shock, che è la prova di come le denunce venivano fatte, anche pubblicamente, e poi sistematicamente ignorate.
Parole cadute nel vuoto, quella sera, che alla luce di quello che è emerso ora acquistano però il senso di un'accusa ben precisa. "Voglio dire una cosa: mi hanno picchiato gli agenti in carcere, mi hanno picchiato fin quasi alla morte e poi mi hanno messo una settimana in isolamento": un detenuto di nazionalità nigeriana davanti al pubblico prendeva la parola e trovava il coraggio di lanciare sommesse ma pesanti accuse. Poi si alzava la maglietta e faceva vedere le cicatrici.
Accanto a lui quel 26 ottobre 2017, c'era proprio Domenico Minervini, La Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino e Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito avevano organizzato un dibattito dopo la proiezione del film di Ambrogio Crespi "Spes contra Spem. Liberi dentro".
L'uomo voleva fare un appello per aver più ore d'aria, diceva di essere rinchiuso 21 ore in cella. Il direttore replicherà solo su questo aspetto, pavoneggiandosi delle opportunità e dei cambiamenti concessi sotto la sua direzione. Tanto da sollevare indignazione del pubblico che gli chiede di rispondere sulle accuse di violenze da parte dei suoi agenti. "Ci sono gli avvocati difensori a cui possono raccontare queste cose, io farò i miei accertamenti" è stata l'unica replica di Minervini.
Ma l'inchiesta del pm Francesco Pelosi, in cui per la prima volta è contestato il reato di tortura, non è l'unica a sollevare il velo su abitudini e illecite che ruotano intorno alla vita penitenziaria. Come quella sul microcosmo di illegalità che quasi ogni giorno vengono segnalate: far entrare droga e dare microcellulari ai detenuti. Piccoli apparecchi telefonici che vengono poi trovati durante le ispezioni.
L'ultimo episodio alle Vallette, tre giorni fa, è stato raccontato dal Sindacato Osapp, dopo che addosso a un detenuto italiano del padiglione A, ristretto in regime di massima sicurezza, era stato ritrovato il telefonino di pochi centimetri: "La Polizia penitenziaria si trova sempre più sola e in condizioni disumane a risolvere le criticità che si presentano nel quotidiano con grave penuria di personale e di mezzi" commentava il sindacato. In procura un'inchiesta su questi scambi di favore da agenti di polizia penitenziaria e detenuti è stata aperta dal pm Vito Destito e vede già una decina di indagati.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 24 luglio 2020
Il capo del Dap in visita alla struttura. Già a Roma gli atti dell'inchiesta. La visita - va detto - era programmata da settimane e la tappa alla Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino era tra le prime mete previste dal tour con cui Bernardo Petralia, nuovo capo del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) nominato il 2 maggio scorso dal ministro Bonafede a capo delle carceri italiane, ha intenzione di raccogliere le istanze su criticità ed esigenze.
Ma è evidente che il suo arrivo, ieri pomeriggio, a Torino ha assunto tutto un altro significato coincidendo con l'inchiesta che da tre giorni ha scosso l'intero istituto di pena. Che vede indagati 21 agenti per tortura, e i vertici - il direttore Domenico Minervini e il comandante della penitenziaria Giovanni Battista Alberotanza - per favoreggiamento di quella che è già stata ribattezzata una "squadriglia di picchiatori".
Petralia non parla, ma si sa che ieri mattina gli atti dell'indagine sono stati acquisiti proprio dal Dap che lui sovrintende. E autorevoli fonti del dipartimento spiegano come le carte integrali dell'inchiesta - 5300 pagine di violenze, intercettazioni, annotazioni sui pestaggi che sarebbero avvenuti tra il 2017 e il 2018 - saranno attentamente studiati.
E che nessuna decisione è preclusa. È dunque a forte rischio la permanenza del direttore e del comandante degli agenti nei ruoli di vertice su cui il Dap ha discrezionalità pressoché assoluta. Per fatti molto simili accaduti a Nuoro nel 2000, i "quadri" erano stati azzerati. Prima ancora che per motivi disciplinari - per cui bisogna attendere l'esito processuale - per questioni di opportunità. Lo ricorda bene il magistrato Alfonso Sabella che insieme a Giancarlo Caselli (allora direttore del Dap), si trovò a dover decidere come affrontare quel momento.
Sabella ha seguito anche la vicenda torinese dalle cronache nazionali. E commenta: "Il dato negativo è che ancora oggi nonostante tutto quello che è accaduto, e brucia ancora sulla mia pelle la vicenda di Bolzaneto, si continuano a fare cose di questo tipo che sono inqualificabili e ingiustificabili per persone che hanno giurato di servire la nazione".
C'è anche un dato positivo: "E cioè che le indagini sono state svolte dalla stessa Polizia penitenziaria che ha voglia di liberarsi da alcune vecchie cattive abitudini che purtroppo residuano ancora in una parte, per fortuna minoritaria, di appartenenti al corpo".
L'inchiesta del pm Francesco Pelosi ha acceso anche un dibattito politico in Regione. Marco Grimaldi, di Leu: "Riguardo alle presunte torture occorre sostenere con fermezza che, al di là degli sviluppi futuri del processo sui quali è giusto attendere, e anche per garantire una miglior difesa agli imputati, è opportuno che il ministero della Giustizia affianchi il direttore del carcere de Le Vallette fino a sentenza".
agensir.it, 24 luglio 2020
Rinnovata questa mattina la convenzione tra il ministero della Giustizia e la Caritas diocesana di Sulmona-Valva, grazie alla quale è possibile attuare la legge che permette di sostituire la pena detentiva e pecuniaria inflitta dal Tribunale a un imputato, con lavoro di pubblica utilità, ovvero nella prestazione di un'attività non retribuita a favore della collettività da svolgere, tra gli altri, presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato.
Sono stati Marco Billi, presidente vicario del Tribunale di Sulmona, e mons. Michele Fusco, vescovo di Sulmona-Valva, ad apporre la loro firma sul documento grazie al quale la Caritas diocesana proseguirà nella convenzione attuata per la prima volta nel maggio 2013, accogliendo nel corso degli anni un centinaio di persone in percorso giudiziario, offrendo loro la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità durante la sospensione del procedimento penale.
Per coloro che a seguito di condanna sono affidati in prova al servizio sociale dell'Ufficio esecuzione penale esterna (Uepe), la Caritas diocesana di Sulmona offre l'opportunità ad un massimo di 5 persone di svolgere attività di volontariato, come previsto dal patto di affidamento, durante l'intera misura. Sul sito della diocesi di Sulmona-Valva si legge come queste iniziative, promosse in tutto il territorio nazionale, hanno come obiettivo il reinserimento nella società della persona come soggetto attivo e positivo, e non come condannato, nella costruzione del bene comune. L'opportunità di mettersi al servizio di chi soffre e prendere coscienza dei propri bisogni attraverso il contatto con le marginalità sociali incontrate nei luoghi in cui si svolgono i lavori di pubblica utilità favoriscono la consapevolezza dell'imputato circa le responsabilità derivanti dalla sua condotta e la promozione di valori essenziali quali la responsabilità, la solidarietà, la gratuità e il dono, l'altruismo, la promozione umana e culturale.
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