castedduonline.it, 23 luglio 2020
Saranno 200 a breve i capi mafia nell'Isola. Le riflessioni di Pittalis (Fi), che ha presentato sullo scottante argomento una interrogazione a risposta scritta al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, scaturisce dall'analisi della relazione sull'attività svolta e sui risultati raggiunti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel secondo semestre del 2019 presentata lo scorso 17 luglio dallo stesso ministro al Parlamento.
La preoccupazione è reale e gli interventi non più rimandabili. Per il deputato di Forza Italia, Pietro Pittalis l'attuale impasse del governo di fronte al pericolo di infiltrazioni mafiose in Sardegna rischia di provocare dei problemi molto seri. Una situazione a cui occurre porre rimedio in tempi rapidissimi prima che degeneri.
Le riflessioni di Pittalis, che ha presentato sullo scottante argomento una interrogazione a risposta scritta al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, scaturisce dall'analisi della relazione sull'attività svolta e sui risultati raggiunti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel secondo semestre del 2019 presentata lo scorso 17 luglio dallo stesso ministro al Parlamento.
"Fra i numerosi aspetti toccati, la relazione, con specifico riferimento alla Sardegna, evidenzia come "le particolari caratteristiche della cultura sarda, influenzata dalle vicende storiche che ne hanno determinato lo sviluppo sociale e delle tradizioni, costituiscono ostacolo per il radicamento delle organizzazioni criminali di tipo mafioso [...].
Tuttavia, vale la pena di osservare come rimanga alto il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico-sociale isolano, che potrebbe essere favorito anche dalla presenza, in diverse carceri sarde, di detenuti per delitti di mafia in regime di cui all'art. 41bis 2° comma o.p. ovvero di Alta Sicurezza 3", dice Pietro Pittalis.
Nondimeno, prosegue la relazione, "seppur in assenza di evidenti radicamenti delle note organizzazioni di tipo mafioso, la criminalità regionale ha stabilito rapporti con le prime, soprattutto in relazione al settore degli stupefacenti, al riciclaggio ed al reinvestimento dei capitali illecitamente acquisiti, che interessano principalmente il settore turistico-immobiliare, trainante, secondo l'analisi di Unioncamere, per l'economia dell'Isola".
L'attenta lettura e analisi del documento solleva tutta una serie di criticità e interrogativi per il deputato azzurro che con l'interrogazione depositata chiede subito al ministro che chiarisca "quali orientamenti intenda assumere, per prevenire e contrastare lo sviluppo delle consorterie già esistenti fra le organizzazioni di tipo mafioso e la criminalità locale, in settori vitali dell'economia sarda, quali il turismo e gli immobili, o rispetto a reati di grave allarme sociale, quali quelli legati agli stupefacenti. La lotta all'infiltrazione mafiosa non può essere certo lasciato solo alla pur straordinaria cultura sarda, da sempre contrassegnata da forti radici identitarie", rimarca.
"Ugualmente centrale, poi, è che il Ministro chiarisca come si concili l'allarme lanciato nella relazione, circa il rischio che l'infiltrazione mafiosa sia catalizzata dalla presenza di molti mafiosi nelle carceri sarde, e la prossima apertura del nuovo padiglione del carcere di Uta destinato ai condannati in regime di 41bis. Circa 110 i boss mafiosi che saranno raccolti nella nuova struttura, che doveva essere pronta fin dal 2013 e che già ha suscitato negli anni asprissime polemiche. I numeri, infatti, sono davvero sbalorditivi: con l'operazione Uta i capimafia in Sardegna diventeranno 202, 110 a Cagliari e 92 a Sassari.
Quasi un terzo dei detenuti in regime di 41bis saranno nell'isola, sui 700 complessivamente presenti nelle carceri italiane. Una vera e propria Caienna francese, rivisitata in chiave sarda. Con una semplice differenza, quell'isolotto divenuto celebre per la detenzione più dura al largo della costa della Guyana francese era un deserto grande appena 14 ettari. Non è così per la Sardegna, regione insulare, con un milione e 650 mila abitanti e un'estensione di 24 mila km quadrati. Non un isolotto desertico in mezzo al mare", sottolinea il parlamentare nuorese che poi aggiunge.
"Questi aspetti appaiono francamente incoerenti, e delle due l'una: o esiste un totale difetto di coordinamento, all'interno del Ministero e fra le diverse articolazioni che se ne occupano, fra politica penitenziaria e politica di contrasto alla mafia; oppure si è ritenuto che il rischio d'infiltrazione mafiosa fosse accettabile, o peggio che la Sardegna fosse sacrificabile.
Entrambe le alternative sono, ad ogni evidenza, inaccettabili. Tutto ciò premesso, si chiede al Ministro interrogato: quali orientamenti intenda assumere, alla luce della relazione sull'attività svolta e sui risultati raggiunti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel secondo semestre del 2019, rispetto al nuovo padiglione del carcere di Uta, per i detenuti in regime di 41bis".
di Giuseppe Legato
La Stampa, 23 luglio 2020
Ad agosto del 2019 la Procura di Torino aveva già chiaro cosa stesse accadendo nella "pancia" del carcere Lorusso e Cutugno. Botte, sputi, pestaggi, umiliazioni ai detenuti. In una parola torture. Uno degli agenti indagati ha il telefono intercettato. Nelle cuffie degli investigatori finisce una chiamata alla fidanzata.
"Oggi ci siamo divertiti. Sembrava un carcere di Israele degli anni Cinquanta". Lei domanda: "Li avete menati di nuovo?". Silenzio, pausa: "Sì". Secondo il pm Francesco Pelosi, titolare dell'inchiesta che scuote uno dei più importanti penitenziari italiani, è questo uno dei tanti casi in cui nemmeno si conoscono i nomi delle vittime. Ma dei presunti picchiatori di professione sì.
"E la ventina di episodi emersi sono solo la punta di un iceberg" racconta un investigatore. Non potrebbe essere altrimenti a meno di non leggere ulteriori conversazioni finite agli atti dell'inchiesta: "Cosa vuoi che dicano? - dice uno dei secondini indagati a un collega. Nemmeno li abbiamo portati in infermeria a farsi refertare. Vale di più la parola di un pedofilo o di un pubblico ufficiale?".
Dunque altre lesioni, altre torture sarebbero avvenute e se non sono contestate nella lunga lista dei capi di imputazione notificati agli indagati è solo perché non si è raggiunto il livello necessario della prova contro qualcuno. Negli atti allegati al fascicolo emergono le riunioni che gli agenti tenevano per concertare insieme al loro comandante le versioni "dolosamente false" a discolpa per disinnescare le segnalazioni giunte al direttore.
Il comandante li copriva. Quando il detenuto Diego Sivera segnalò le prime violenze, Giovanni Battista Alberotanza, comandante della polizia penitenziaria, avviò un'indagine interna. E andò a sentire il detenuto: "Lo sai - gli avrebbe detto in premessa - che se poi vieni smentito dagli agenti rischi di essere condannato per calunnia e dovrai stare in carcere ancora di più". Sivera ha colto il messaggio e ha rinunciato a raccontare.
Lo ha fatto in seguito alla garante dei detenuti di Torino Monica Gallo che ha girato le segnalazioni al comandante e in copia alla procura. Oggi spiega: "Era un atto doveroso ascoltare i detenuti. È il mio lavoro". Ma secondo le accuse sono in pochi ad avere fatto la propria parte. Non il direttore Domenico Minervini "che ha omesso di trasmettere le segnalazioni delle presunte violenze" e si sarebbe limitato a "spostare" periodicamente un ispettore indagato in altro settore.
Né il comandante degli agenti, difeso dal legale Antonio Genovese. Che viene informato dell'esistenza di un'indagine da due sindacalisti. "Comandante hai il telefono intercettato" gli dice uno dei due. Chi li ha informati? Al momento non si sa. Si conosce invece un'altra inchiesta che inguaia altri 12 agenti della penitenziaria del carcere. Secondo il pm Vito Destito portavano droga e telefonini all'interno dell'istituto per cederli ad alcuni detenuti. Sono già stati interrogati nei mesi scorsi a attendono l'avviso di conclusione indagini.
di Lodovico Poletto
La Stampa, 23 luglio 2020
L'italiano è approssimativo. I fatti no. E i calci dati con le scarpe pesanti della divisa sulla ferita non ancora guarita dell'operazione all'addome fanno male anche soltanto a sentirne parlare. "Io non posso stare malato in carcere con dolori da morire, per colpa di una guardia di quel brigadiere". E se anche la frase è sconclusionata il senso è chiaro: non posso morire qui dentro per colpa di quei due agenti che mi hanno preso a botte.
La lettera è agli atti. L'ha scritta un uomo di origini marocchine, si chiama Mohamed Chikhi, ha 49 anni. Ha una condanna per omicidio e ancora tre anni da scontare. Ha una cella nel blocco B sezione decima. Il suo racconto, verbalizzato dai magistrati che hanno scoperchiato il bubbone delle violenze nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino; e anche se questa non è una storia di torture nel senso stretto del termine è una storia di violenza: gratuita. E di coperture.
Mohammed racconta che era stato operato da poco per un'ulcera all'addome. A metà aprile dello scorso anno un giorno si sente male. Gli altri detenuti lo soccorrono e chiamano le guardie. Il blocco B è un posto dove tra detenuti c'è molta socialità. Si gira tra le celle. Mohamed è circostanziato: "La guardia è tornata con una pastiglia di Buscopan presa in infermeria: "Mi ha detto muori pezzo di merda e me l'ha buttata per terra".
Mohamed reagisce. Dice: "Soltanto a parole". Il seguito è scontato. "Dopo un po' è arrivato il capo posto e mi ha detto che il brigadiere mi voleva vedere, e mi hanno portato da lui". Ed è qui, in una stanza al primo piano, che sarebbe avvenuto il pestaggio. "La guardia - racconta Mohamed - mi ha dato un calcio alla gamba e io sono caduto". E ancora: "Mentre ero a terra quello ha iniziato a darmi calci nella pancia e altre botte, proprio sulla ferita dell'operazione".
Uno, due, tre: quanti non sa dirlo. Ma tanti, è sicuro. In carcere le regole sono chiare: i detenuti sanno che uno sbaglio si paga. Ma sanno anche che i graduati della Polizia penitenziaria sono la garanzia che tutto avvenga senza problemi. Senza eccessi. Ecco, ciò che più lo indigna è il fatto che il brigadiere abbia lasciato fare: "Non ha alzato la mano per fermarlo, niente".
La storia è stata raccontata la prima volta dal detenuto all'avvocato Domenico Peila. Che conferma: "Dopo quel fatto sono accadute altre cose e il mio assistito si è visto negare la possibilità di accedere a permessi e benefici: un danno grave per lui".
Il seguito è più o meno questo. Dopo il pestaggio il detenuto chiede una visita perché sta male: e vengono riscontrate lesioni. E chiede anche di andare a rapporto: vuole presentare una denuncia. E qui la questione diventa complicata. Agli atti non viene messo nulla. Mohamed viene riportato in cella, la denuncia mai formalizzata. E lui si ritrova pestato un'altra volta: denunciare, far aprire fascicoli e inchieste per vicende interne non è una buona pratica per il mondo che si agita dietro le sbarre. Non è una buona pratica e si paga cara.
La storia di Mohamed è finita comunque negli atti dell'inchiesta torinese. Ci sono stati interrogatori e verifiche. Le carte sono sul tavolo del magistrato; l'interrogatorio è uno dei mille atti di questi mesi d'inchiesta. Mohamed è ancora detenuto nel padiglione B, sezione decima.
Non ha ottenuto i benefici in cui sperava: in galera basta un rapporto non favorevole per ritrovarsi nell'inferno. L'italiano è approssimativo, ma il concetto è chiaro: "Signor giudice se io non ho fatto del male a lui, perché lui ha fatto a me quelle cose con botte e calci? Tanti calci nella mia pancia, proprio dove mi avevano appena operato".
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 23 luglio 2020
Gli audio dei pestaggi: "Mi son detto, l'abbiamo ucciso". Traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, pe-culato, abuso d'ufficio, falsità ideologica. Quegli stessi carabinieri che sapeva che avrebbe fatto arrestare, se li trovava di fronte tutti i giorni nel Palazzo di giustizia di Piacenza. Quando li incrociava, il Gip Luca Milani quasi si stupiva che "dietro i volti sempre cordiali e sorridenti di presunti servitori dello Stato" potevano "celarsi gli autori di reati gravissimi".
Per un attimo pensava di essersi immerso in un "romanzo noir", ma le indagini della Procura diretta da Grazia Pradella lo riportavano sempre alla realtà di "uno scenario estremamente preoccupante", scrive nell'ordinanza con cui ha disposto gli arresti. Era una "consuetudine", un meccanismo che girava da tre anni.
Una parte della droga e dei soldi che i carabinieri della "squadra" dell'appuntato Montella sequestravano agli spacciatori, invece di essere consegnata alla magistratura serviva a pagare i confidenti, spacciatori a loro volta. A far crollare il castello dell'illegalità sono, come spesso accade, un errore e la spregiudicatezza di chi si crede padrone: un confidente marocchino viene picchiato selvaggiamente in caserma davanti a due pusher per dargli una lezione. Quando gli investigatori lo chiamano, lui vuota il sacco.
A certificare la vicinanza eccessiva tra Montella e troppi pregiudicati c'è una fotografia postata su Facebook da Simone Giardino (arrestato con fratelli e altri parenti) che lo ritrae con Giacomo Falanga (carabiniere arrestato) e con un altro pregiudicato. Tutti sorridono con fasci di banconote nelle mani. "Un'immagine conta più di molte parole", chiosa il Gip.
I Giardino sono considerati i soci in affari di Montella nel traffico di droga, tanto che l'appuntato ha anche scortato Simone per fargli da "scudo" in caso di controlli delle forze di polizia mentre andava a rifornirsi di droga a Milano. Il 19 marzo la Gdf ferma il furgone del padre di Giardino all'uscita del casello di Caorso. Dentro ci sono 3,2 chili di marijuana. Montella, allertato dal trafficante, chiama un collega della Gdf che è nella pattuglia il quale lo avverte che il fermo potrebbe non essere casuale, ma frutto di indagini che coinvolgono lo stesso appuntato. Gli dice di non muoversi facendogli capire che può essere intercettato, come è: "Tieni il telefono fermo un attimo".
Montella, scrive il gip, è inserito in "una realtà collaudata nel commercio degli stupefacenti" in cui Daniele Giardino è in grado di acquistare carichi da "45 mila euro alla volta". Quando l'8 marzo scatta il divieto di movimento per la pandemia, l'appuntato rilascia "autocertificazioni con il timbro della stazione" per consentire che i Giardino "superassero indenni eventuali controlli" ed evitare che il traffico di droga potesse interrompersi. Un informatore aveva detto all'appuntato che c'era uno spacciatore che "piazzava" la droga a meno di quanto vendeva lui con i suoi complici, 5,50 euro al grammo invece di 7-8.
"Lo devo beccare...", commenta Montella. A spingere la mano della squadra di Montella e a consentire la proliferazione degli arresti illegali anche nella pandemia, contribuiscono "disinteresse e superficialità" del maresciallo che comanda la stazione, Marco Orlando (domiciliari) e del comandante della compagnia, il maggiore Stefano Bezzeccheri (obbligo di dimora), che ha "esclusiva attenzione al numero degli arresti". Montella e i suoi fermano un sospetto pusher, non gli trovano nulla e gli trattengono illegalmente il cellulare dopo averlo picchiato e perquisiscono la sua casa senza lasciarne traccia negli atti.
Il 27 marzo la "squadra" arresta uno spacciatore nigeriano. Il trojan capta l'immagine del sospettato ammanettato sul terreno, con accanto una pozza di sangue. I carabinieri commentano: "Quando ho visto la chiazza di sangue ho detto 'mo l'abbiamo ucciso".
"Non ti preoccupare" risponde Montella, "i denti non li teneva". La microspia registra in diretta il pestaggio di un egiziano che si giustifica: "Non ho niente, giuro". Viene colpito più volte: "Stai vedendo quanto tempo ci fai perdere?". Si sente il rumore sordo dei pugni mentre lo straniero invoca pietà, piange e ha singulti, forse indotti da una tecnica simile al waterboarding. È in questi passaggi che il gip individua il reato di tortura.
Nessuno dei militari sembra preoccuparsi. Le intercettazioni della Procura registrano il "favore" che l'appuntato fa al suo complice in affari Daniele Giardino. Si presenta "attrezzato" (con la pistola) da un concessionario di Treviso, picchia e minaccia i dipendenti ("uno si è pisciato addosso" per la paura). L'Audi A4 nuova viene ceduta a 10 mila euro.
"Hai presente Gomorra? Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato". A Pasqua una vicina chiama il 112 per segnalare un pericoloso assembramento in un giardino. Quando i colleghi della pattuglia si accorgono che è la villa dell'appuntato se ne vanno. Poi l'operatore cancella l'intervento e "gira" l'audio della chiamata a Montella: "Voglio sentire la voce per capire se è la mia vicina. Per togliermi lo sfizio".
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 23 luglio 2020
Tra la stazione Piacenza Levante di via Caccialupo 2, il luogo dove per almeno tre anni ogni diritto è stato sospeso per volere di uomini dello Stato, e il Comando provinciale dei Carabinieri da cui quella stazione dipende gerarchicamente, ci sono due chilometri e duecento metri.
In macchina la distanza si copre in cinque minuti. A piedi, in un quarto d'ora. Come è possibile, dunque, che nessuno nella catena di comando sapesse? Come è possibile che in questi anni non sia arrivata neanche una segnalazione delle scorribande, dei traffici e delle torture del gruppo dell'appuntato Giuseppe Montella, il capo ombra della stazione Levante?
E ancora: come è possibile che neanche un sopracciglio si sia alzato di fronte alla sfilza di moto e alle undici macchine di cui Montella è stato proprietario dal 2008 ad oggi (tra cui una Porsche Cayenne, tre Mercedes, quattro Bmw e un'Audi), pur con una dichiarazione dei redditi che non supera i 31.500 curo lordi? Domande la cui risposta, da parte dei vertici dell'Arma, non può e non deve essere quella già troppe volte sentita in passato. E che suona, più o meno, così: "Sono solo delle mele marce, l'Arma è un corpo sano".
Gli arresti per fare carriera È una risposta insufficiente, da qualunque lato la si guardi. Anche perché, stando a quanto si legge nelle 326 pagine dell'ordinanza del gip Luca Milani, che alla Levante le cose non andassero come dovevano andare non era affatto un segreto.
Ne era a conoscenza il superiore diretto, il maggiore Stefano Bezzecchieri, comandante della Compagnia Piacenza. È l'ufficiale che scavalca il maresciallo alla guida della Levante e impone all'appuntato Montella di fare più arresti. "Vediamoci quanto prima a quattr'occhi, in borghese, al di fuori del servizio", lo avverte al cellulare.
L'ordine è chiaro, va eseguito a ogni costo e con ogni mezzo. Pure se questo comporta, per usare le parole del giudice Milani, "la totale illiceità e disprezzo dei valori incarnati dalla divisa". Con l'unica garanzia dell'impunità, perché, si legge nell'ordinanza, "in presenza di risultati in termini di arresti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai loro sottoposti".
L'ultimo arrivato, un giovane maresciallo assegnato di recente alla Levante, è impressionato dalle azioni dei suoi nuovi colleghi. E al telefono si sfoga con suo padre: "Se lo possono permettere perché portano i risultati, portano un sacco di arresti l'anno. Ma perché? Perché hanno i ganci".
"I ragazzi si sono allargati" - Dello scellerato modus operandi del gruppo di Montella, delle sue uscite in servizio anche in stato di ebbrezza, pare sapere qualcosa anche il comandante della stazione di Campo Dell'Olio.
Parlando col maggiore Bezzecchieri, il maresciallo Pietro Semeraro il 22 febbraio scorso si lascia scappare questa considerazione: "Vabbè, comunque i ragazzi della Levante, più che gestiti devono essere ridimensionati, perché, forse, si sono allargati un po' troppo".
Sotto il naso di tre comandanti Che "i ragazzi della Levante" si siano allargati, quindi, non sembra proprio un segreto ben custodito. Eppure niente percepiscono, e niente eccepiscono, i tre comandanti provinciali che si sono succeduti a Piacenza dal 2017 ad oggi. Il colonnello Corrado Scattaretico nel settembre del 2018 viene trasferito a Roma, in un ruolo di stretta fiducia dei vertici: vice capo-ufficio del vicecomandante generale dell'Arma.
Il suo posto lo prende il colonnello Michele Piras, che arriva dal Reparto operativo di Catania, e lo mantiene fino al settembre dello scorso anno, quando è nominato dalla piacentina Paola De Micheli a capo della segreteria generale della neo-ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti. Viene sostituito dall'attuale comandante provinciale, il colonnello Stefano Savo.
Che nelle intercettazioni lo si sente prima chiedere spiegazioni a proposito di uno degli arresti sotto inchiesta, poi fare i complimenti al maresciallo in comando alla Levante per le operazioni contro lo spaccio. Alla Libertà, il quotidiano della città, Savo ieri ha detto: "Per noi è come un colpo al cuore, da parte nostra c'è totale disponibilità a collaborare per fare piena luce sui fatti. Penso all'amarezza dei miei uomini dediti con onestà e generosità al loro lavoro".
Le coperture - E però, anche tra i suoi uomini c'è chi sa bene che l'appuntato Montella è, per qualche ragione, un'intoccabile. L'episodio risale al 12 aprile di quest'anno. In pieno lockdown, e violando le disposizioni del governo, Montella dà una festa in giardino. Lorenzo Ferrante, in servizio presso la Centrale Operativa del Comando Provinciale di Piacenza, invia una pattuglia. Appena capisce che la casa è quella dell'appuntato, ordina alla pattuglia di lasciare il quartiere. Non solo. Chiama Montella "per scusarsi per il disguido", assicurandogli che "non avrebbe redatto alcun documento, per non lasciare traccia dell'accaduto".
Dal Comando Generale dei Carabinieri, a Roma, fanno sapere che i militari coinvolti sono stati sospesi dall'impiego, senza stipendio, e di aver inviato a Piacenza 2 stazioni mobili e 8 carabinieri per garantire il servizio della Levante, posta sotto sequestro. "I reati ipotizzati sono gravissimi", commenta in serata il comandante generale Giovanni Nistri. "Episodi del genere possono intaccare la fiducia nell'Arma ma io devo parlare a tutela dei 100mila carabinieri che ogni giorno e ogni notte sul territorio fanno il loro dovere".
zonalocale.it, 23 luglio 2020
Una nuova denuncia dell'Osapp riguardante la Casa lavoro di Vasto. Il sindacato della Polizia penitenziaria, che già nelle settimane scorse aveva preso posizione contro la decisione del provveditorato di inviare a Vasto tutti i nuovi detenuti per le due settimane di quarantena anti coronavirus, riferisce che nella notte tra lunedì e martedì due persone arrestate in circostanze diverse, sono state traferite in una stessa stanza al terzo piano.
"Tutte le circolari - scrive l'Osapp al provveditore Lazio Abruzzo Molise Carmelo Cantone - impegnano l'amministrazione a evitare di mettere nella stessa cella due arrestati, fino alla fine del periodo di controllo/quarantena, per evitare che uno dei due se contagiato infetti l'altro, raddoppiando i rischi. Dopo la situazione che si è venuta a creare domenica scorsa con lo svolgimento dei colloqui senza il previsto triage per i familiari, cosa di una gravità unica, sia per gli operatori di polizia che per la popolazione detenuta, a pochi giorni un'altra situazione che denota superficialità e pressapochismo".
L'organizzazione sindacale quindi chiede al provveditore di farsi carico delle vicende della Casa lavoro di Torre Sinello dando "al personale stanco di vivere in questo stato di abbandono e avvilito" un segnale di non pressapochismo e divisione, ma "di regole chiare e semplici e vicinanza". "Lei - si conclude la lettera - ha la possibilità di motivare il personale, ha la possibilità anche grazie alla sua enorme esperienza di ricreare le condizioni per far sì che la struttura torni a essere funzionale e funzionante. Il personale è arrivato al limite, nulla può l'esiguo numero di unità di polizia che lei ha mandato in distacco. Aspettiamo un suo intervento.
estense.com, 23 luglio 2020
"C'è un rischio che è proprio di chi è stato alle dipendenze dell'Amministrazione carceraria e si trova ora a dover segnalare soprusi o irregolarità". Inopportuno aver nominato come nuovo Garante dei detenuti un ex direttore del carcere di Ferrara.
Lo sostengono il Consiglio Direttivo della Camera Penale Ferrarese, l'Osservatorio Carcere Della Camera Penale Ferrarese e i referenti regionali dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane. La scelta del Consiglio comunale l'altro giorno è infatti ricaduta su Francesco Cacciola, già direttore della locale casa circondariale, al quale Camera Penale Ferrarese e Osservatorio Carcere augurano buon lavoro, effettuando però alcune considerazioni sulla sua nomina.
"La prima di queste - spiegano - ha, nella nostra prospettazione, carattere politico intendendo evidenziare come, l'esercizio del legittimo potere di scelta compiuto dagli Organi comunali sia, forse, indicativo di "quell'idea di carcere" propria della società civile (e politica) che noi abbiamo sempre avversato. Si fa riferimento alla concezione securitaria connessa al carcere per cui lo stesso è qualcosa di "altro" rispetto al contesto sociale in cui è ubicato e al quale bisogna prestare strumenti (e uomini) preposti solo al controllo della sicurezza. Si tratta, ovviamente, di una lettura di parte ma che, invero, sottintende la speranza che la scelta del dott. Cacciola non sia stata effettuata solo nel perseguimento di tali fini".
La seconda considerazione, invece, riguarda più precisamente l'opportunità della scelta, dato che è stata nominata una persona che ha ricoperto un ruolo dirigenziale all'interno dell'Amministrazione Penitenziaria.
"Siamo consapevoli - commentano da Camera Penale e Osservatorio Carcere - che tra i compiti del direttore della Casa Circondariale vi è proprio quello dell'interlocuzione con i detenuti (ma non solo con loro), anche per il perseguimento della finalità rieducativa della pena. Il direttore della Casa circondariale è, quindi, istituzionalmente abituato a trattare con i detenuti e a rispondere ai loro bisogni, fungendo, quindi, da "primo garante" per i diritti delle persone recluse.
Nondimeno, non si può non considerare il rischio che proprio chi è stato alle dipendenze dell'Amministrazione si trovi, ora, a dover segnalare (per ruolo e funzione) soprusi o irregolarità all'interno della struttura carceraria dei quali, invero, proprio quella Amministrazione è chiamata a rendere (per prima) conto".
"Siamo certi - è la conclusione della nota - che le doti umane e professionali del dott. Cacciola e la approfondita conoscenza della realtà carceraria, gli consentiranno di intervenire anche sulle situazioni più difficili senza alcuna remora. Saremo lieti di fornire, anche per il tramite dell'Osservatorio Carcere della Camera Penale Ferrarese, il nostro contributo per un costante monitoraggio della situazione carceraria nel Comune di Ferrara".
infocilento.it, 23 luglio 2020
Funzionamento del carcere antieconomico. Il carcere di Sala Consilina difficilmente potrà riaprire i battenti. Questo in sintesi il pensiero del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Interrogato dal deputato di Liberi e Uguali Federico Conte, Bonafede ha ricordato come "viene individuato in circa 100 posti detentivi il limite minimo sotto il quale la gestione di un istituto Penitenziario risulta essere anti-economica come peraltro da indicazioni giunte dalla Corte dei Conti".
Il titolare del dicastero alla giustizia ha poi precisato come sia stata valutata anche l'offerta del comune Sala Consilina di provvedere all'adeguamento funzionale della struttura penitenziaria con accollo dei relativi oneri. Ma anche in questo caso la capienza dell'Istituto "sarebbe rimasta limitate largamente al di sotto del predetto limite sostenibilità".
Insomma il numero di detenuti esiguo conferma l'anti economicità e l'opportunità della soppressione della casa circondariale di Sala Consilina. Il ministro ha comunque precisato che la questione sarà "oggetto di attenta valutazione per addivenire ad una decisione conclusiva".
di Daniela Catalano
Il Popolo di Tortona, 23 luglio 2020
Torna regolarmente di attualità la situazione difficile delle carceri italiane che in molti casi sono sovraffollate: il problema, specie in estate, rischia di "divampare".
Qual è la situazione della Casa circondariale che sorge a Voghera e che rappresenta anche l'unica realtà carceraria nel territorio diocesano? "La Casa circondariale deve essere una realtà inserita nel contesto cittadino e deve far conoscere il suo piano di azione nell'ambiente sociale nel quale si trova in modo da essere oggetto di interesse e non di timore per chi è all'esterno": sono le parole, chiare e decise, di Stefania Mussio, che dal febbraio dello scorso anno è la direttrice della struttura vogherese, dove aveva già ricoperto incarichi dirigenziali dal 1996 al 2000 e dal 2005 al 2006.
L'istituto di pena è stato aperto nel 1982 come carcere per donne terroriste ed è diventato tristemente famoso nel 1986 per la tragica morte di Michele Sindona. Già alla fine degli anni 80, pur mantenendo la connotazione di massima sicurezza, è diventato maschile ospitando detenuti a elevato indice di vigilanza come terroristi, brigatisti, associati alla mafia o autori di fatti violenti tra le mura carcerarie e dal 2005 anche collaboratori di giustizia.
Oltre ai circuiti dell'alta sicurezza (quelli che escono dal circuito del 41bis e i gregari), ha mantenuto anche una sezione di media sicurezza quale appoggio al tribunale, presente in città fino a pochi anni fa. Come ci spiega la direttrice, nel caso di Voghera non ci sono situazioni di sovraffollamento, anche se "l'istituto è un po' datato e necessita di manutenzione".
Nel 2013 è stato aperto un nuovo padiglione e oggi può arrivare a una capienza massima di 450 persone che non è, al momento, raggiunta. C'è, infine, un reparto di polizia penitenziaria maschile con la presenza di alcune poliziotte che lavorano negli uffici e nell'amministrazione.
Mussio in questo suo primo anno di lavoro ha notato un cambio di atteggiamento nella sensibilità del territorio. "Mi sembra - ha affermato - che il carcere oggi sia una realtà meno trascurata e che il tessuto esterno abbia consapevolezza della sua esistenza e se ne faccia carico non mostrando più una certa diffidenza come avveniva anni fa".
Anche lo spirito di collaborazione con i volontari e le associazioni che operano all'interno è aumentato. "È molto importante che l'istituto penitenziario sia un luogo adeguato e stimolante perché solo così si traduce in concreto il rispetto della dignità delle persone detenute" ha sottolineato la direttrice che, grazie alla sua esperienza maturata in altri istituti di pena, è convinta del ruolo fondamentale della società e dei volontari.
Proprio queste figure sono per lei un elemento da valorizzare e sul quale investire attraverso la creazione di corsi di formazione che possono aiutare a capire bene come muoversi e come essere "equilibrati, responsabili, dialoganti e accoglienti, ricordando sempre che c'è un reo e una vittima e che c'è sempre qualcuno che ha pagato per le azioni commesse".
"Il carcere, in base a elementi soggettivi e oggettivi, arriva a ipotizzare che i detenuti abbiano intrapreso una nuova volontà di vita - ha aggiunto - e facendo un grande gesto di fiducia, cerca di aiutarli a impiegare meglio e in modo più costruttivo il loro tempo all'interno della struttura". Fortunata Di Tullio, coordinatrice e capoarea giuridico pedagogica, è intervenuta al riguardo per spiegare che sono presenti all'interno del carcere una falegnameria e una sartoria e recentemente un laboratorio dolciario. "Il programma di reinserimento - ha raccontato Di Tullio - segue il principio della gradualità e dovrebbe avere una naturale evoluzione in base alle risposte date dai detenuti ai programmi che vengono redatti".
In poco più di un anno, nonostante la brusca pausa del Covid che ha toccato da vicino il carcere, l'educatrice ha spiegato che "sono stati raggiunti diversi obiettivi: rinnovamento della biblioteca e realizzazione di una nuova fonoteca, rifacimento della cappella in una nuova sede, creazione di due palestre attrezzate, riqualificazione delle sale socialità, rimessa a norma del teatro, creazione di un nuovo reparto scuola e di una capiente aula magna".
Lo scorso anno il carcere ha allestito un suo stand nella fiera dell'Ascensione per far conoscere quanto realizzato nei laboratori e a novembre detenuti e personale hanno promosso un concerto di musica jazz a Tortona con ingresso a offerta per finanziare le attività della casa circondariale e per aiutare un istituto che accoglie bambini disabili. La direttrice non si ferma e guarda avanti.
"Mi piacerebbe creare all'interno della struttura un laboratorio - ha concluso - che abbia legami con le realtà della zona e proporre attività interessanti per i detenuti, come ho fatto a Sondrio dove sono riuscita ad avviare un pastificio. Vorrei anche impegnare le persone detenute per i bisogni della collettività, per restituire alla società qualcosa che è stato tolto. Penso al Comune, all'Enpa, alle scuole, al Museo storico. Sono certa che bisogna portare avanti progetti concreti con le associazioni che sono già presenti, come "Terre di mezzo" dell'orionino don Pietro Sacchi, coinvolgendo altri enti locali".
ildispaccio.it, 23 luglio 2020
Il comitato di sostegno sorto per dare vicinanza e aiuto a Maria Antonietta Rositani nel difficile percorso che ancora dovrà compiere dopo la gravissima ferita inferta alla sua persona lancia un appello a tutta la comunità reggina e calabrese di dare concreta solidarietà. Per questo lancia una campagna di raccolta fondi che curerà gratuitamente Banca Etica. Questo il testo dell'appello dal titolo "Siamo con te: un aiuto subito per Maria Antonietta Rositani".
Il marito l'ha bruciata viva, ma è sopravvissuta, da 480 giorni si trova in ospedale, ha subito decine di interventi, per le gravi ustioni subite che hanno colpito gambe, braccia, viso. Attualmente Maria Antonietta è ricoverata al Riuniti di Reggio Calabria ancora in condizioni critiche. Quando sarà dimessa dovrà affrontare una lunga riabilitazione nella speranza che possa recuperare la migliore qualità della vita possibile, ma dovrà affrontare ancora anni di cure e di interventi di chirurgia plastica recandosi in istituti specializzati del centro nord che richiederanno ingenti spese.
"Maria Antonietta ci chiede ora di dare un futuro a Lei e ai suoi figli. Questa raccolta fondi si pone l'obbiettivo di riuscire a coprire i costi per poter garantire a Maria Antonietta le migliori cure riabilitative. Dimostriamole il nostro affetto versando una somma al c.c.b. intestato a Maria Antonietta Rositani Banca Etica. Iban IT46L0501803400000016955759. Causale: un aiuto subito".
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