di Sara Creta
La Repubblica, 24 luglio 2020
Il rapporto di un'Associazione di giuristi (Asgi) sui 6 milioni stanziati dal governo italiano. Un dossier dettagliato sui progetti che pone interrogativi sugli interventi nei centri di detenzione libici.
Sono passati oltre 2 anni dalla firma del Memorandum d'intesa Italia-Libia. A poche ore dal voto in Parlamento sulle operazioni militari all'estero e la proroga della missione di assistenza alla Guardia costiera Libica, rimangono vaghe le promesse del Governo di Tripoli di rispettare i diritti umani, in un Paese frammentato da anni di conflitto armato, in grave crisi politica ed economica. Nonostante il silenzio di Tripoli sulle modifiche all'accordo, continuano le sparizioni forzate dei migranti respinti in Libia - documentate dalle Nazioni Unite - il tutto anche all'interno di strutture "adeguate e finanziate" dal governo italiano. I progetti esaminati da Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione) si inseriscono nel quadro più ampio degli interventi della Farnesina del cosiddetto "Fondo Africa" di 200 milioni, in gran parte gestito dalla Cooperazione, sia con interventi d'emergenza che di stabilizzazione.
I 6 milioni dell'Agenzia per la Cooperazione. Non solo progetti partiti a fine 2017 a sostegno di donne e bambini detenuti arbitrariamente a Tripoli nel Centro di Tarek al Matar - ora chiuso a causa del conflitto - il bando dell'Aics, l'Agenzia per la Cooperazione italiana - appunto - ha aperto le porte alle Ong italiane ad altri centri di detenzione a Zawya, Khoms e Tajoura le cui condizioni critiche sono segnalate nello stesso bando di Aics. I nove progetti della Farnesina in Libia, alcuni dei quali sono ancora in corso di realizzazione, prevedono un costo di spesa pubblica di oltre 6 Milioni. Secondo una analisi di Asgi l'obiettivo dell'intervento non è infatti di tentare di risolvere le gravi criticità individuate nei centri di detenzione, ma semplicemente di "migliorare" le condizioni sanitarie, nutrizionali ed igieniche, in modo temporaneo (in quanto limitato dalla durata dei progetti) e inevitabilmente non risolutivo.
Migranti utilizzati per ampliare le strutture. Le organizzazioni italiane attive in Libia, oltre che occuparsi della distribuzione di beni di prima necessità, hanno anche riabilitato centri di detenzione, nominalmente sotto il controllo del ministero degli interni, ma in realtà gestiti da milizie locali, spesso coinvolte nel traffico di migranti. "Il sistema di detenzione è troppo compromesso per essere aggiustato", scrive l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti dell'Uomo (Ohchr), mentre insiste nella chiusura di tutti i centri di detenzione libici. Tuttavia, dai resoconti finanziari raccolti da Asgi, con il supporto della Cooperazione italiana e attraverso la collaborazione di organizzazioni libiche locali, sono state ampliate le strutture esistenti, contribuendo a finanziare l'illegittima detenzione di persone in condizioni inumane. Gli interventi includono la costruzione di bagni, ma anche costruzione di muri e cancelli, ripristino dell'energia elettrica o della sostituzione di finestre. Dai racconti dei direttori dei centri di detenzioni di Khoms e di Sabaa a Tripoli emerge che in alcuni casi gli stessi migranti sono stati utilizzati per costruire muri di recinzione e ampliare le strutture.
La trasmissione dei rendiconti e altri documenti. Nonostante le numerose richieste inviate all'Autorità responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del Maeci (Ministero degli Esteri); l'Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo ha sempre negato il diritto di accesso ai testi dei progetti approvati nel "tutelare le relazioni internazionali e la sicurezza degli operatori", senza fornire alcuna ulteriore spiegazione. Gli avvocati di Asgi hanno ricevuto rendiconti annuali e periodici, i contratti di subappalto con le associazioni libiche (oscurando tutti i dati di quest'ultime), i rendiconti narrativi delle attività svolte delle seguenti organizzazioni non governative italiane: Help Code, Cesvi, Cefa, Emergenza Sorrisi, Terre des Hommes. In alcuni casi i rapporti finanziari narrativi forniscono elementi aggiuntivi come quali cibi o quali tipi di medicine sono stati acquistati.
Approssimativa rendicontazione e scarsa trasparenza delle Ong. I rendiconti contabili e finanziari che l'Aics ha trasmesso (oscurando i nomi dei partner libici o l'ammontare del budget per alcune voci di spesa tra cui compensi personale), sono in alcuni casi "voci di spesa generiche, approssimative e talora di importi identici ed arrotondati", scrive Asgi. La Ong Helpcode, per esempio, nel rendiconto finale del progetto "Intervento di prima emergenza con tecnologia innovativa per migliorare le condizioni igienico-sanitarie nei centri migranti e rifugiati a Tripoli", di importo pari a 662.108,00 euro, indica per l'attività riabilitazioni idriche tre unità - presumibilmente una per ciascun centro interessato dagli interventi - di costo unitario stranamente identico tra loro (16.000 euro). In Libia, Helpcode ha inizialmente collaborato con l'organizzazione non governativa Staco; ma il rapporto si è concluso nel 2018.
Gli operatori libici sul campo e il monitoring. Nell'estate del 2018, il centro di detenzione di Tarek al-Matar è stato colpito da violenti combattimenti; "era il caos", ricorda un operatore umanitario presente nella struttura durante gli scontri. "L'equipaggiamento medico che usavamo nel centro e il generatore, entrambi donati dalla cooperazione italiana sono stati saccheggiati dalle milizie", conclude l'operatore libico. Per tutti gli interventi della Cooperazione italiana in Libia si è optato per un management da remoto, in quanto gli accessi degli operatori umanitari italiani sono stati più volte evitati per motivi di sicurezza. L'organizzazione Helpcode per esempio, ha speso oltre 22.000 euro per attività di monitoraggio, attraverso l'utilizzo di un'applicazione chiamata "Gina", che garantiva un meccanismo di controllo remoto sulle distribuzioni, ma secondo un operatore libico che ha utilizzato il sistema durante le distribuzioni nei centri, rimane impossibile sapere cosa succede quando gli operatori lasciano i centri. "In generale stavamo semplicemente investendo denaro nelle basi delle milizie per assicurarci l'accesso", conclude.
Alcune organizzazioni hanno cambiato approccio. "Il grande equivoco è che - come Cefa - non abbiamo mai gestito i centri, abbiamo fatto solamente interventi o formazione alle guardie in due occasioni", racconta Andrea Tolomelli, responsabile progetti. L'ultimo progetto di Cefa all'interno dei centri di detenzione di Tripoli si è concluso a giugno, e "non c'è l'intenzione di ri-progettare interventi strutturali, poiché con l'esperienza che abbiamo maturato in Libia, la nostra visione è cambiata radicalmente. Ora preferiamo puntare su attività live-saving", conclude il responsabile di Cefa.
La strategia di contenimento migratorio. Secondo Asgi, gli interventi nei centri di detenzione non sono sostenibili nel tempo. "Non ambiscono ad un miglioramento durevole delle condizioni dei centri, né ad un meccanismo che impegni il governo libico ad assumere la responsabilità di assicurare una detenzione rispettosa dei diritti fondamentali", scrive l'organizzazione. "Non può così escludersi che di almeno parte dei fondi abbiano beneficiato i gestori dei centri, ossia quelle milizie che sono talora anche attori del conflitto armato sul territorio libico nonché autori delle già ricordate sevizie ai danni dei detenuti", conclude Asgi.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 24 luglio 2020
È una delle vicende più gravi della storia della Repubblica quella che riguarda la caserma "Levante" di via Caccialupo a Piacenza. Guardo le foto di questi carabinieri coinvolti nell'inchiesta, si atteggiano come rapper con cartamoneta in mano, vedo le immagini dei torturati.
Leggo le accuse gravissime, le violenze e i pestaggi che hanno perpetrato certi dell'impunità (momentanea) data dalla divisa; leggo dei ricatti, delle estorsioni, dello spaccio di hashish ed erba.
Leggendo in fila le carte delle inchieste degli ultimi anni l'Italia ne esce come un Narco-Stato. Vivo tra carabinieri da quasi 14 anni e quindi sento di dover urlare agli arrestati e indagati Giuseppe Montella, Salvatore Cappellano, Angelo Esposito, Giacomo Falanga, Daniele Spagnolo, Marco Orlando, Stefano Bezzeccheri: "Non siete Carabinieri".
Se le accuse saranno confermate, vorrà dire che questi individui non solo hanno tradito il giuramento fatto alla Repubblica, ma hanno sputato, stuprato, violato ogni donna e uomo (più di centomila militari) che, decidendo d'essere carabiniere, raccoglie su di sé una scelta di vita complicata e di responsabilità.
Hanno delegittimato la fiducia dei cittadini nell'Arma. Di tutto questo dovranno rispondere, e non solo dei loro crimini gravissimi. Leggo le carte dell'inchiesta e trovo che nelle telefonate i carabinieri infedeli fanno rifermento a Gomorra. "Hai presente Gomorra? Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato".
Secondo le accuse, l'appuntato Montella, che sembra essere il capo di quello che viene in queste ore chiamato "il clan dei carabinieri" va insieme ad un collega in una concessionaria e, per farsi vendere un'auto a un prezzo molto basso, i due militari iniziano a pestare il gestore e gli fanno notare di essere armati: "Figa, sono entrato attrezzato, uno si è pisciato addosso, nel senso proprio pisciato addosso (...) L'altro mi ha risposto e l'ho fracassato".
Gomorra diventa lo specchio in cui si riflettono, addirittura il potere che vorrebbero raggiungere. Gomorra è divenuta nel tempo l'altro volto della vita: esistono le cose e poi esistono le cose come si fanno in Gomorra. La serie tv diventa lo spazio dove rivedono non solo le dinamiche in cui operano ma ambiscono a diventare esattamente ciò che dovrebbero contrastare, prova finale che chiunque pensasse che in Gomorra si trattava di una esagerata descrizione della realtà non conosceva la realtà.
La storia di Piacenza apre delle riflessioni: la prima, la legalizzazione delle droghe leggere. Legalizzare è l'unica strada per fermare un traffico infinito su cui si fonda il segmento iniziale di ogni - e ripeto, ogni gruppo criminale.
Fermare il traffico delle droghe leggere è facile, basta legalizzare. Legalizzare significa bloccare sul nascere molti gruppi criminali che non riuscirebbero a fare il salto di qualità verso il traffico di cocaina e su altri tipi di attività criminali senza partire dallo spaccio di hashish e marijuana. La seconda questione, l'immigrazione.
Nella caserma di Piacenza si muovono certi che essere violenti con gli immigrati non porterà nessun danno, anzi. Sanno che un immigrato (ancor più se con precedenti penali) non avrebbe possibilità di essere creduto se dovesse denunciare torture.
L'idea che arrestare significhi risolvere, eradicare il problema - errore cavalcato dai populismi - ci porta alla terza questione: i superiori. Come riuscivano a nascondere quanto facevano questi carabinieri? Le voci delle loro violenze circolavano da tempo in città, le loro auto di lusso erano chiaramente incompatibili con i loro stipendi.
Perché la loro condotta veniva tollerata? Semplice, "il clan dei carabinieri" si tutelava con il numero elevato di arresti. Portavano risultati quantificabili, e questo serve a fare carriera e serve alla politica per fare facile comunicazione. Chi totalizza più arresti è il migliore e viene in qualche modo "protetto".
Il maggiore Stefano Bezzeccheri, comandante della compagnia di Piacenza, chiede all'appuntato Montella di fare più arresti, e i magistrati scrivono nell'ordinanza: "In presenza di risultati in termini di arresti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai loro sottoposti".
Quando arriva in caserma il nuovo maresciallo, rimane sconvolto da quello che vede e confessa al padre: "Se lo possono permettere perché portano i risultati, portano un sacco di arresti l'anno. Ma perché? Perché hanno i ganci...". Ecco uno degli elementi che dovrebbe immediatamente mutare in tutte le forze dell'ordine. Bisogna smetterla di pensare che sbandierare arresti significhi professionalità e capacità. Fare multe non significa che si sta gestendo bene una città, così arrestare a tappeto (immigrati, disperati, nella maggior parte dei casi) non significa che si stia davvero tenendo in sicurezza un territorio.
La differenza non la fa il numero di arresti, ma la qualità degli interventi, le modalità, le inchieste che si portano a compimento per mutare la situazione. La quarta questione: la 'ndrangheta. Ciò su cui non si è posta abbastanza attenzione è che è difficile credere che si possa costruire un'organizzazione come hanno fatto questi carabinieri infedeli senza l'alleanza e l'accordo con le 'ndrine.
Loro stessi cercano (arrestano e pestano a sangue) uno spacciatore che mette sul mercato erba a minor prezzo rischiando di distruggergli la piazza, cosa che farebbero anche le cosche con loro. C'è stato certamente un accordo ma per ora non sono accusati di associazione mafiosa. Piacenza è terra con forte presenza di 'ndrangheta: ricorderete nel giugno 2019 l'arresto per 'ndrangheta di Giuseppe Caruso, il presidente del Consiglio comunale di Piacenza (in quota Fratelli d'Italia) è pensabile che li abbiano lasciati fare i clan?
I carabinieri della "Levante", quasi tutti di origine campana e calabrese, hanno un legame strettissimo con gli spacciatori Daniele Giardino e i suoi fratelli (Simone e Alex): è lì la pista che ci porta dritti alle organizzazioni criminali calabresi e alla mediazione con loro. Il patto tra crimine organizzato e carabinieri infedeli è la parte più oscura e che merita approfondimento di questa incredibile storia.
La Stampa, 24 luglio 2020
Il Sudan abbandona definitivamente la sharia, la legge islamica introdotta da Omar Hassan al-Bashir, il dittatore deposto l'anno scorso dopo più di tre decenni al potere. La riforma che apre ai diritti umani dovrebbe mettere fine alla persecuzione dei cristiani e alle violenze contro le donne e i gay.
Le durissime leggi coraniche eliminate dal governo di transizione sono il lascito sia di al-Bashir che di Gaafar al-Nimeiry, un colonnello dell'esercito che guidò il Sudan tra il 1969 e il 1985. Fu lui nel 1983 che impose il primo nucleo della legge islamica facendo precipitare il conflitto tra il nord a maggioranza musulmana e il sud, prevalentemente cristiano e animista, fino alla secessione del Sud Sudan nel 2011.
Il cambiamento avvenuto in questi giorni è un grande passo in avanti, fino a qualche anno fa impensabile. Da ora in poi sarà permesso ai non musulmani di consumare alcol. Sarà vietata la fustigazione pubblica come punizione, non verranno più eseguite condanne a morte contro gli omosessuali, scompare la terribile legge sull'apostasia.
È stato anche introdotto il divieto all'infibulazione e alle mutilazioni genitali femminili. Per le donne sudanesi e per milioni di bambine è la fine di un incubo: la mutilazione è ora punibile fino a tre anni di carcere anche se - per tante comunità rurali - questa pratica fa parte di una cultura tradizionale piuttosto radicata che, se non sarà supportata da una adeguata campagna medica e capillare sul territorio, potrebbe anche non scomparire facilmente.
Le mosse del governo erano nell'aria da tempo e, ultimamente, sono state accelerate dalle enormi proteste che hanno attraversato il paese. Decine di migliaia di persone in strada chiedevano i cambiamenti nonostante il blocco dovuto al coronavirus.
La nazione africana - sotto la supervisione della comunità internazionale - è avviata a compiere piccoli passi verso la democrazia. "Come governo, il nostro lavoro è quello di proteggere tutti i cittadini sudanesi sulla base della Costituzione e delle leggi che dovrebbero essere coerenti con la Costituzione", ha detto il capo del governo provvisorio Abdulbari alla televisione di Stato.
Per le donne il mutamento in atto è quasi una rivoluzione copernicana. Significa, per esempio, che ora potranno persino portare i pantaloni, uscire di casa senza avere più bisogno di un permesso scritto dal marito, significa che non rischieranno sanzioni o frustate per un banale pretesto. Diverse organizzazioni per i diritti umani - tra cui Amnesty - si erano battute contro la legge sull'apostasia che ha consentito diffuse persecuzioni contro i cristiani o arresti arbitrari nei confronti di chi avversava il regime.
Il caso più eclatante di apostasia era affiorato nel 2014 quando una donna incinta di nome Meriam Ibrahim, era stata arrestata rischiando la pena di morte per essersi convertita al cristianesimo. Ne seguì una campagna martellante a livello internazionale per ottenere il suo rilascio.
Nel maggio scorso la ministra degli esteri del governo di transizione, Asmaa Mohamed Abdalla - prima donna a ricoprire un incarico così importante nel paese africano - aveva annunciato le modifiche costituzionali e i cambiamenti al codice penale che ora sono stati approvati. "Potremo perseguire chi infibula". Una pratica pericolosa perché tante bambine muoiono per le infezioni e per le conseguenze devastanti che le escissioni lasciano sul corpo. Si calcola che l'89 per cento delle bambine sudanesi siano state sottoposte a questa pratica.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 24 luglio 2020
La recente decisione del parlamento egiziano di autorizzare l'invio di truppe in Libia contro l'irrompere dell'influenza militare e politica turca rimarca le gravi tensioni crescenti nell'intero Medio Oriente. Va chiarito che l'esercito di Abdel Fattah al Sisi non è in grado da solo di sostenere uno scontro diretto con quello di Recep Tayyip Erdogan.
Un'evidenza emersa anche negli ultimi mesi. Khalifa Haftar, il grande "protetto" da Egitto, Russia ed Emirati, ha dovuto abbandonare l'assedio di Tripoli nel momento in cui la Turchia ha mandato rinforzi alle milizie che sostengono il governo di Fayez Sarraj nell'ovest. E oggi Erdogan può tranquillamente rilanciare le sue mire neo-ottomane sull'antica provincia del nord-Africa. Ne consegue che anche le "linee rosse" egiziane circa l'eventualità che il fronte di Sarraj possa conquistare sia Sirte che la base di Jufra potrebbero facilmente venire violate.
Tuttavia, lo scontro è molto più profondo e sfaccettato. In primo luogo, al Sisi è in gravi difficoltà. Indebolito dalla fallimentare trattativa con Adis Abeba e Khartoum relativa alla diga etiope sul Nilo, diventa per lui vitale rilanciare un'immagine di potenza. Ne consegue l'aspirazione a porsi alla testa del fronte degli Stati forti impegnati nella guerra ad oltranza contro l'universo dei Fratelli Musulmani schierati con Sarraj e di cui Erdogan è oggi il massimo protettore.
Non si tratta dunque solo di decidere chi governerà la Libia, o alternativamente di spartirsi Cirenaica, Tripolitania e Fezzan in zone d'influenza. Al Sisi ovviamente non vuole i gruppi jihadisti sulle centinaia di chilometri del confine desertico a ovest. Ma soprattutto il braccio di ferro libico rivela la battaglia ideologica interna al mondo sunnita tra una concezione "laica" del potere, sorretto dall'esercito con le moschee asservite, e invece una molto più "teologica", dove le autorità religiose fanno parte integrante dello Stato.
di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 23 luglio 2020
Sabato il Consiglio direttivo di Nessuno tocchi Caino-Spes contra Spem dedicato al "carcere duro". Al centro dell'incontro anche le testimonianze dirette di chi ha subito questo regime speciale, diventato un regime di tortura. Si parlerà, tra le altre, della vicenda di Raffaele Cutolo. Nessuno tocchi Caino-Spes contra Spem terrà un altro Consiglio Direttivo sabato, 25 luglio. La riunione dal titolo "41bis: monumento speciale della lotta alla mafia, fossa comune di sepolti vivi" prende spunto dall'uscita di un numero monografico sul "carcere duro" della rivista giuridica Giurisprudenza Penale.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 23 luglio 2020
C'è una ragione su tutte per la quale non ho avuto esitazioni ad accogliere l'invito della Fondazione Ferrarese, sebbene costretti ad un'interlocuzione ancora dolorosamente a distanza (che, tra l'altro, impedisce di guardare in faccia chi ascolta, e gli sguardi sono tutto): l'invito a riflettere sulla "etica della responsabilità sociale" quale conseguenza delle proprie azioni (od omissioni).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 luglio 2020
L'inchiesta della Procura nazionale antimafia coperta dal segreto istruttorio. Dell'inchiesta della Procura nazionale antimafia, coperta dal segreto istruttorio, non c'è nulla che non sia stato già detto. Il capo Federico Cafiero De Raho, d'altronde, già ha anticipato che si sarebbero occupati delle rivolte carcerarie per capire se ci sia stata o meno una regia mafiosa.
di Frank Cimini
Il Riformista, 23 luglio 2020
La regia dei boss dietro le proteste di marzo nelle carceri: è l'ipotesi di una maxi inchiesta della Dna. Lo rivela "Repubblica", ma del complotto nessun elemento, solo virgolettati di fonti anonime. La dietrologia è uno sport nazionale, una passione.
La direzione nazionale antimafia con a capo Federico Cafiero De Raho e "alcune procure distrettuali", scrive Repubblica a cui l'indiscrezione è filtrata, sta svolgendo una maxi inchiesta ipotizzando la regia delle mafie dietro le rivolte in carcere della prima decade del marzo scorso.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 luglio 2020
La corte costituzionale, esaminata la questione di legittimità sollevata dal magistrato di sorveglianza Fabio Gianfilippi in merito al decreto nato dopo le proteste contro le "scarcerazioni" dei reclusi mafiosi durante l'emergenza Covid-19, ha deciso di rinviare gli atti al remittente per chiedergli se ritenga la questione ancora non manifestamente infondata.
di Luigi Manconi
Il Secolo XIX, 23 luglio 2020
Davanti ai fatti di Torino e di Piacenza, ciò che non va assolutamente detto, ma che già si sente dire, è: "Si tratta solo di alcune mele marce". La metafora è davvero infelice. Innanzitutto sotto il profilo ortofrutticolo, dato che anche pochi frutti andati a male possono guastare irreparabilmente l'intero cestino che li contiene.
Nel caso delle illegalità verificatesi in due strutture dello Stato, l'immagine appare ancora più sgualcita. Troppi i precedenti e, in un caso come nell'altro, la presenza di una rete di complicità, strutturata gerarchicamente, fino a un livello medio-alto di comando capace di assicurare un sistema di impunità fondato sulla connivenza e sulla omertà.
Le due vicende hanno tratti comuni. Il primo è rappresentato dalla tipologia di luogo dove si sono consumate le violenze. Carcere e caserma sono istituzioni totali (secondo la sempre valida definizione di Erving Goffman), al cui interno, gli operatori (in questo caso poliziotti penitenziari e carabinieri) vivono un'esistenza fortemente integrata, fatta di rapporti camerateschi e solidarietà virile.
Qui è fatale che si creino gerarchie informali tese a misurare il proprio potere - piccolo o grande che sia - nel rapporto di controllo su chi, di quella istituzione, risulta vittima: il cittadino detenuto o quello che - seppure occasionalmente - sia soggetto alla potestà di un funzionario dello Stato.
Sono queste, in sintesi, le condizioni che rendono possibili fatti inauditi quali: la riduzione di una caserma dei carabinieri a cellula criminale e la catena di comando che ha messo a tacere le tante denunce fatte dalla garante dei detenuti, Monica Gallo, degli orrori di quel carcere.
Poi, certo, pesano le personalità individuali e gli interessi delinquenziali e c'è, soprattutto, la sensazione di un ambiente che garantisce l'impunità. Sensazione non troppo infondata, considerate alcune circostanze: tanti, proprio tanti, sono gli episodi di illegalità che hanno visto coinvolti appartenenti alle forze di polizia e, in particolare, all'Arma dei carabinieri.
Quasi mai, forse mai, le denunce sono giunte dall'interno di quei corpi e dai loro vertici. Recentemente si sono avute alcune manifestazioni di resipiscenza, alle quali non hanno fatto seguito adeguati provvedimenti e concrete politiche di riforma.
Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha avuto parole aspre nei confronti della gestione dell'ordine pubblico durante il G8 di Genova del 2001 ("una catastrofe") e, prima, i suoi predecessori Manganelli e Pansa, avevano pronunciato parole autocritiche a proposito della morte di Gabriele Sandri e di quella Federico Aldrovandi.
Il Comandante generale dell'Arma dei carabinieri, Nistri, una volta individuati i responsabili della morte di Stefano Cucchi, ha riconosciuto la gravità dell'accaduto con espressioni finalmente nitide. Ma, tutto ciò, è accaduto drammaticamente tardi. E sempre dopo. Dopo che le procure avevano indagato, dopo che un giornalista rigoroso o un politico attento, avevano denunciato, dopo che i reati commessi erano stati segnalati a chi di dovere.
Ma, troppo spesso, chi di dovere si è adoperato alacremente perché quegli allarmi finissero nell'oblio. In altre vicende, sono state le vittime o i loro familiari a fare del proprio dolore un'occasione di mobilitazione civile. Eppure, quante volte si sono dovuti arrendere non perché una sentenza negava loro giustizia, (è accaduto anche questo) ma perché pesanti ostacoli sono stati frapposti all'accertamento dei fatti.
È vero: la gran parte dei membri di questi apparati è costituita da persone per bene, ma ciò che davvero sembra mancare è una efficace rete di anticorpi. E, a creare tale rete, dovrebbero essere in primo luogo i vertici di quegli stessi apparati, attraverso un processo di democratizzazione interna, capace di smantellare tutte le sottoculture, le ritualità, le consuetudini fascistoidi che tuttora vi permangono. Un simile percorso, assai faticoso, non è stato né agevolato né incentivato da una classe politica che rivela una sorta di complesso di inferiorità.
Ma se quel processo di democratizzazione ritarderà ancora, il poliziotto, il carabiniere e l'agente carcerario continueranno a considerare il cittadino come qualcuno da sospettare o una minaccia da sventare o un nemico da sopraffare. E avremo solo ulteriori sofferenze.
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