di Antonella Soldo
Il Riformista, 9 luglio 2020
"Sono uno dei 6 milioni di consumatori di cannabis in Italia e uno dei 100mila italiani che la coltivano in casa ogni anno. Ho iniziato ad autoprodurre per due motivi: da consumatore voglio avere il diritto a una sostanza controllata e non una sostanza tossica come quella che si trova nelle piazze di spaccio. Inoltre, non voglio che dietro il mio consumo ci sia una rete di organizzazioni criminali. Chiedere la legalizzazione della cannabis vuol dire far fronte anche a questi due problemi sociali fondamentali". Matteo Mainardi, attivista e dirigente di Radicali italiani e collaboratore dell'associazione Luca Coscioni - per intenderci: uno cresciuto alla scuola della disobbedienza civile di Marco Cappato - rivendica in conferenza stampa a Montecitorio di aver violato la legge che punisce con una pena fino a 6 anni di carcere la coltivazione di cannabis nel nostro paese.
Mainardi è una delle oltre 2500 persone che dal 20 aprile hanno aderito alla campagna #IoColtivo (www.iocoltivo.eu): una grande iniziativa di disobbedienza civile collettiva lanciata da Meglio Legale, Radicali Italiani, Associazione Luca Coscioni, Dolcevita, Forum Droghe, Freeweed e una rete di altre venti associazioni. L'invito era quello ad autocoltivare cannabis, denunciandosi postando foto e video sui social con l'hashtag della campagna. Nonostante il lockdown l'iniziativa ha raccolto in poche settimane migliaia di adesioni. La richiesta è quella di decriminalizzazione della coltivazione personale, e ciò in linea con le indicazioni di una sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che, nel dicembre scorso, ha stabilito come "la coltivazione per uso personale non è più punibile penalmente, ma è da considerarsi, al pari della detenzione per uso personale, un illecito amministrativo.". A fare da scudo politico-istituzionale alla campagna ci sono quattro parlamentari che hanno disobbedito, coltivando essi stessi cannabis a casa e documentandolo con foto e video: Riccardo Magi, Caterina Licatini, Matteo Mantero e Aldo Penna.
Per tre di loro - Magi, Mantero, Licatini - è scattato sequestro e denuncia di piante di cannabis nel corso della stessa manifestazione del 25 giugno scorso. "Abbiamo deciso di coltivare per stare vicino a tutti gli altri cittadini che hanno aderito alla disobbedienza civile e contribuire a inserire questo tema nell'agenda istituzionale del paese". Così i quattro parlamentari denunciano la condizione di incertezza normativa e rivolgono il proprio invito ai colleghi ad aprire un dibattito serio e responsabile. Un primo possibile risultato è a portata di mano e riguarda l'esame - già incardinato in commissione Giustizia della proposta di legge 2307, a prima firma Magi, sulla decriminalizzazione della coltivazione di cannabis ad uso personale. Una proposta che mira esattamenta a dare attuazione alle indicazioni delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione e a perfezionarle, superando anche le sanzioni amministrative. Si tratterebbe del "minimo sindacale" nella riforma del Testo unico degli stupefacenti, eppure di un cambiamento i cui effetti sarebbero immediatamente misurabili perché libererebbero risorse, forze dell'ordine e tribunali oggi impegnati nel contrasto di un fenomeno ampiamente diffuso. Lo scorso anno, infatti, sono state sequestrate 532.176 piante di cannabis: quasi il doppio dell'anno prima (+94%).
Nelle settimane scorse oltre 100 parlamentari hanno firmato un appello rivolto al presidente del Consiglio Conte per chiedere di discutere di legalizzazione della cannabis agli Stati generali per il rilancio economico del paese. Insomma, a livello parlamentare un dibattito per troppo tempo sopito è stato - seppur faticosamente - riavviato. I colpi di coda sono molti e potenti: basti pensare alla bocciatura, pochi giorni fa, degli emendamenti su cannabis light al Decreto rilancio. È fisiologico, in una sfida così complessa: ma abbiamo buone ragioni per credere che gli strumenti della ragionevolezza e del buonsenso prevarranno. In questi giorni a Roma abbiamo fatto affiggere 1400 manifesti e locandine con due semplici messaggi: con la legalizzazione si toglierebbero alle mafie fino a 7 miliardi all'anno e si creerebbero fino a 350mila nuovi posti di lavoro. Anche un'affissione a pagamento è stata un'impresa: infatti Atac, a cui Meglio Legale si era inizialmente rivolta, ha dato un diniego e trovare delle aziende private è stato complicato. Ma ce l'abbiamo fatta. E forse un giorno tutto ciò sarà semplicemente normale.
di Cristina Marconi
Il Messaggero, 9 luglio 2020
Da Rusdhie a Chomsky, un manifesto "contro tutte le intolleranze. Il sacrosanto percorso verso la giustizia sociale e razziale non può avvenire a scapito della libertà d'opinione. E la "cancel culture", ossia la tendenza a rigettare tutto ciò che è controverso, dalle statue alle idee, sta succhiando via la "linfa vitale di una società liberale" e per questo deve essere ripensata, tanto più in un momento in cui "le forze illiberali hanno un potente alleato in Donald Trump".
A dirlo sono ben 153 famosi intellettuali dalle sensibilità politiche diverse, da Margaret Atwood a Noam Chomsky a Salman Rushdie al poeta nero Reginald Dwayne Betts fino a una JK Rowling fresca di feroci polemiche con gli attivisti transgender, in un lungo testo pubblicato da Harper's Magazine e intitolato Lettera sulla giustizia e sul dibattito aperto.
Le proteste seguite all'uccisione di George Floyd hanno portato a una richiesta di maggiore inclusione nel mondo accademico e culturale, e questo secondo i firmatari va applaudito, ma non si può tacere davanti "all'intolleranza dei punti di vista opposti, alla moda della gogna pubblica e dell'ostracismo, alla tendenza ad dissolvere questioni complesse in certezze morali accecanti", si legge nella lettera, che denuncia come sia "ormai fin troppo comune sentire richieste di una rapida e severa punizione davanti alle trasgressioni percepite nel linguaggio e nel pensiero".
La Rowling e la Atwood, ad esempio, hanno posizioni diametralmente opposte sulla questione dei transgender: la prima ha scritto una lunga presa di posizione contro l'idea che "le persone che hanno le mestruazioni" possano essere altro che donne e questo le è costato il sostegno pubblico di alcuni attori che hanno raggiunto una fama stellare grazie alla saga di Harry Potter, mentre per l'autrice ottantenne de I racconti dell'Ancella "la biologia non agisce in compartimenti stagni".
Ma tra i firmatari ci sono casi ancora più eclatanti, come David Frum, che scriveva discorsi per George W Bush e che ha coniato la frase asse del male, la femminista Gloria Steinem, il conservatore Francis Fukuyama e il linguista, filosofo e attivista politico di sinistra Chomsky. Alcuni hanno detto di non sapere chi altro ci fosse nella lista mentre in due si sono addirittura ritirati. Nella lettera, ripresa in tutto il mondo, si osserva come in questo clima i leader politici tendano a reagire con uno spirito di "contenimento dei danni dettato dal panico", finendo col punire in modo sproporzionato invece di portare avanti le riforme richieste.
Ma al di là della sfera politica, l'attenzione è rivolta ai casi in cui "i direttori dei giornali vengono cacciati per aver pubblicato pezzi controversi" e i professori vengono indagati per aver letto una certa opera in classe o qualcuno viene licenziato per aver fatto "un goffo errore". La soluzione sarebbe tornare a una "risposta robusta e anche caustica" davanti a ciò che si percepisce come ingiustizia, anche perché intellettuali e scrittori stanno diventando sempre più "avversi al rischio" e timorosi di sbagliare, quando invece un'eventuale cattiva idea dovrebbe essere contrastata con il dibattito e la discussione.
"Dobbiamo preservare la possibilità di un disaccordo in buona fede senza conseguenze professionali negative", sostengono gli intellettuali, tra cui ci sono anche Martin Amis e l'autore di Middlesex, Jeffrey Eugenides. L'iniziativa, partita un mese fa per iniziativa dello scrittore afroamericano Thomas Chatterton Williams, ha suscitato molte, inevitabili polemiche e l'accusa che i firmatari siano un gruppo di privilegiati molto sensibili e angosciati dalla prospettiva di diventare irrilevanti davanti all'avanzata di una nuova classe di intellettuali.
Altri hanno accusato i firmatari di ipocrisia per essersi ribellati solo quando questa tendenza alla censura colpisce i loro interessi. Al New York Times, Williams ha detto che il presidente americano "Trump è il capo-cancellatore", ma che la "correzione dei suoi abusi non può trasformarsi in una correzione eccessiva che irrigidisce i principi in cui crediamo".
La presenza della Rowling è stata oggetto di molte critiche, alle quali ha risposto citando la drammaturga americana e attivista comunista Lillian Hellman, vittima della caccia alle streghe di McCarthy: "Non posso e non posso aggiustare la mia coscienza per adattarla alla moda di quest'anno".
di Alessia Grossi
Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2020
Caso Ayotzinapa: trovati i resti di una vittima, smentita la versione dell'ex presidente Peña Nieto sul massacro del 2014. Christian è l'unico figlio maschio di Clemente Rodriguez e Luz Maria Telumbre. Alto, moro, occhi neri il suo sogno è studiare per garantirsi un futuro e aiutare la sua famiglia. La sua passione, da quando è un bambino, tuttavia, sono i balli folkloristici.
Nella sala prove della Casa della Cultura di Tixla manca il rimbombo dei colpi dei suoi tacchi sul pavimento di legno, da quando, il 26 settembre del 2014 "Socho" "Sonchito", o anche "Clark" o "Hugo", a seconda se a chiamarlo fossero i suoi compagni di ballo o quelli di classe, è scomparso insieme agli altri 42 alunni della scuola normale rurale di Ayotzinapa, stato di Guerrero, Messico.
Le due sorelle non lo riabbracceranno più. Cinque anni, 286 giorni e 13 ore dopo, la polizia scientifica del cosiddetto "Caso Ayotzinapa" ha confermato che il corpo ritrovato a novembre scorso è il suo. Un corpo che parla, come vuole la tradizione dei morti in Messico e che - in questo caso - con la sua sola presenza nel luogo del ritrovamento, cancella la famosa "verità storica" con cui l'ex presidente Enrique Peña Nieto ha cercato di chiudere il caso degli studenti spariti, a soli due mesi dalla scomparsa. "Uccisi dai sicari di "Guerreros Unidos", (uno dei gruppi criminali locali di Iguala sorti dallo smembramento dei grandi cartelli della droga, ndr), con la connivenza di agenti corrotti, mentre andare via da Iguala su tre autobus con cui volevano raggiungere Città del Messico.
I 43 sono stati trascinati nella discarica di Cocula e i loro corpi incendiati". Così l'8 novembre 2014, il procuratore generale Jesús Murillo Karam, visibilmente commosso, confermava la morte dei ragazzi a telecamere accese, facendo a pezzi le flebili speranze delle famiglie dei giovani che viaggiavano sugli autobus - ritrovati vuoti e crivellati di colpi - di rivedere i propri figli o poter dare loro degna sepoltura.
Il motivo dell'attacco da allora è solo uno dei tanti misteri che avvolgono il caso dell'ennesima macelleria messicana, anche se una Commissione internazionale ha stabilito nel 2016 che si è trattato di un atto di violenza della polizia con l'appoggio dell'esercito e dei Servizi. Ora a porre una pietra tombale sulla narrativa ufficiale è arrivato il corpo di Christian, non ritrovato accanto alla discarica come i due compagni, Alexander Mora e Jhosivani Guerrero, i cui resti giacevano sulla strada del fantomatico agguato, bensì a 800 metri da Cocula. Lì in teoria già unità della ormai defunta Procura generale della Repubblica, Pgr, diretta da Murillo Karam, avevano cercato palmo a palmo senza risultati.
Peccato che a dirigere le ricerche dell'agenzia di Indagini criminali fosse Tomás Zerón, oggi latitante, ricercato dall'interpol per tortura, sparizione di persone e reati contro l'amministrazione pubblica. È a lui - oltre ad altri 46 funzionari pubblici, tra cui Carlos Arrieta e Julio Dagoberto Contreras, rispettivamente capo della Polizia ministeriale suo sottoposto - che il procuratore generale del Messico, Alejandro Gertz, imputa la partecipazione nella sparizione degli studenti. Ma, soprattutto, Zerón è accusato di "aver alterato il corso delle indagini", "occultando prove" durante le ricerche.
Il famoso "affaire del rio San Juan", in riferimento al suo viaggio sul luogo del presunto delitto, la discarica, con uno dei detenuti del clan. In questa occasione, quest'ultimo gli avrebbe indicato di cercare nel fiume adiacente, il rio San Juan, in cui effettivamente avvolti in buste di plastica vennero ritrovati resti umani, identificati poi con Alexander Mora, uno dei 43 studenti scomparsi. Il problema è che Zerón nascose ogni cosa, finché, scoperto, divulgò un video, rieditato, delle ricerche nella zona. Ma per allora le famiglie dei desaparecidos già non credevano a una parola delle dichiarazioni ufficiali, né avvocati e periti indipendenti erano sicuri della versione della discarica.
Potrebbe trattarsi di un caso isolato di funzionario corrotto come tanti in Messico, se non fosse che la carriera fulminea di Zerón - volato a fine anno, non appena ritrovati i resti di Christian, in Canada - sia così legata a Peña Nieto. Arrivato alla Procura nel 2013 con il presidente, aveva lavorato con lui già in al tempo in cui era governatore di Guerrero e dal 2009 al 2013 era stato coordinatore della Procura e poi titolare dell'unità speciale contro il crimine organizzato. Dopo Ayotzinapa, proprio a settembre 2014, assunse il ruolo di viceprocuratore e capo dell'agenzia di Indagine criminale: il super-poliziotto del Messico.
di Marica Fantauzzi
Il Riformista, 9 luglio 2020
Quando vengono processati hanno molte meno possibilità di essere assolti o di accedere a misure alternative di detenzione. Se non stai sanguinando o morendo, puoi scordarti l'infermeria. Come un gioco del telefono perfettamente riuscito, in cui la frase finale arriva all'ultimo destinatario integra e mai alterata, così tra una brandina e l'altra, i giovani detenuti negli istituti penitenziari della California si passano sommessamente quella prima informazione: l'infermeria non esiste.
Tra il 1990 e il 2000 il Djj, il Dipartimento di Giustizia Minorile amministrato dallo stato della California, teneva reclusi 10.000 ragazzi fra i 15 e i 24 anni. Oggi, nei tre istituti penitenziari ancora rimasti attivi, ce ne sono 800. Il vertiginoso calo del tasso di detenzione - circa il 93% - è iniziato nel 2005, dopo una serie incalcolabile di abusi, violenze e suicidi avvenuti all'interno delle strutture gestite dal governo dello Stato. Il Center on Juvenile and Criminal Justice (Cjcj), organizzazione non governativa che si occupa di monitorare le condizioni di detenzione californiane, ha pubblicato in proposito alcune testimonianze di quegli 800 detenuti, l'88% dei quali afroamericani e ispanici.
Degli ultimi due rapporti della Cjcj, uno è uscito a cavallo della pandemia da Covid-19. "Per intere decadi - si legge - il sistema di gestione statale della detenzione minorile ha messo a rischio la salute e la sicurezza di giovani e giovanissimi e la crisi epidemica da Covid-19 non ha fatto altro che accelerare questo processo".
Gavin Newsom, governatore democratico della California, poco dopo essere stato eletto - un anno fa - annunciò che entro la fi ne del suo mandato avrebbe interamente riformato il sistema di giustizia minorile dello Stato, arrivando a prospettare la chiusura degli istituti penitenziari. Poi la pandemia e i 54 miliardi di dollari di defi cit hanno accelerato la necessità di tagliare i costi e anche, precisa Newsom, di occuparsi della salute dei minori.
Ogni anno la California spende 300.000 dollari per ragazzo detenuto in condizioni che lo stesso governatore definisce "terribili". Sembra sia servita una pandemia, afferma da San Francisco Renee Menart del Cjcj per rendere improvvisamente insopportabili le condizioni in cui vivono quei minori. "Che il carcere, specialmente questo carcere, sia controproducente per persone che in media hanno 19 anni non è più oggetto di interpretazione.
Il 76 % di esse infatti viene riarrestato, il 50 % viene incriminato per un reato diverso dal primo e il 26 % ritorna in carcere dopo appena tre anni dalla liberazione". In gran parte degli Stati Uniti il numero di adolescenti condannati per reati gravi è sensibilmente diminuito, passando dai 2.8 milioni del 1998 agli 800.000 del 2015.
Nonostante questo, molti stati americani hanno continuato a costruire nuovi penitenziari, aspettandosi un costante aumento di reati per mano di minorenni. L'attenzione, politica e mediatica, posta sulla violenza degli adolescenti (soprattutto afroamericani) è stata fomentata negli ultimi decenni dal riproporsi di teorie bio-deterministe che puntavano a colpevolizzare il minore in quanto più propenso a commettere reati violenti.
Pubblicazioni sistematicamente smentite impiegate in maniera strumentale per giustifi care la costruzione di nuovi istituti penitenziari, la mancata chiusura di quelli rimasti vuoti e il costante aumento di risorse per la polizia. Marsha Levick, avvocato minorile e cofondatrice del Juvenile Law Center, denuncia come le misure di contenimento da Covid-19, in alcuni penitenziari, siano state utilizzate come giustifi cazione inevitabile di un abbrutimento della pena.
"Per controllare l'epidemia interna, di George Floyd". "Se un ragazzo bianco trasgredisce la legge - conclude Marsha Levick - ha molte meno probabilità di fi nire in carcere. E se è vero che praticamente tutti i minori che commettono reati, a prescindere dal colore della pelle, vivono condizioni di forte disagio socioeconomico, è altrettanto vero che i minori afroamericani o ispanici hanno meno possibilità di accedere a misure alternative alla detenzione". Se entro il 2023 il governo della California dovesse veramente chiudere le tre prigioni minorili, rimarrebbero quelle delle contee.
La contea di Los Angeles ha da sola, circa 150 istituti penitenziari. Ecco perché, precisano gli attivisti della Youth Justice Coalition, se i fondi, prima destinati alle tre prigioni statali, venissero semplicemente destinati a quelle locali, il governatore avrebbe solo spostato il problema. Le risorse devono servire per "deistituzionalizzare" la giustizia minorile e per tutto ciò che c'è fuori dal carcere, per la scuola, per la comunità e per la strada.
"La povertà e la violenza, non la conformazione del cervello, mandano i ragazzini in galera". In uno dei rapporti pubblicati dal Cjcj si legge che il grande mistero americano non è tanto cosa ci sia di sbagliato in questi adolescenti, ma quanto invece ci sia di giusto nel lasciarli vivere in un paese dove la possibilità di essere uccisi da un'arma da fuoco è 25 volte più elevata che in qualsiasi altro luogo. Quando - nel 2010 - venne chiuso un riformatorio in Florida, sulle prime si sosteneva fosse per problemi economici. Era la Arthur G. Dozier School for Boys, considerato un modello di educazione e disciplina.
Solo dopo vennero scoperti 55 corpi, per lo più afroamericani, in un campo clandestino. Alcuni giovani detenuti, però, riuscirono a scappare e a raccontare. "Il riformatorio accompagnava alla porta i ragazzi il giorno del loro diciottesimo compleanno, con qualche spicciolo e una rapida stretta di mano. Liberi di tornare a casa o di trovare la propria strada in un mondo incurante, probabilmente deviati su uno dei binari più diffi cili della vita.
I ragazzi arrivavano alla Nickel già guastati in vari modi, e subivano altri danni mentre erano lì. Spesso li attendevano passi falsi più gravi e istituti più spietati. I ragazzi della Nickel erano fottuti prima, durante e dopo il periodo che trascorrevano in quel posto, se si voleva descriverne la traiettoria generale" (Nickel di Colson Whitehead).
di Dario Stefano Dell'Aquila
napolimonitor.it, 8 luglio 2020
Il 26 giugno, nell'aula dell'università di Roma 3 adeguata per l'occasione a sala del Senato, è stata presentata la Relazione al Parlamento 2020 del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, presieduto da Mauro Palma e composto da Daniela de Robert e da Emilia Rossi. Al netto del necessario stile formalmente pacato e istituzionale, la relazione offre numerosi spunti di riflessione, e propone un'analisi così matura che è davvero un peccato rimanga solo un documento per addetti ai lavori; contiene, infatti, elementi di critica radicale che vanno raccolti ed elaborati, dal momento che non parlano del "carcere" (non solo almeno) ma di ciò che è accaduto, sta accadendo e con ogni probabilità accadrà ancora.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 8 luglio 2020
Non ci sono eventi negativi che il leader della Lega Matteo Salvini non tenti di cavalcare per portare avanti la sua becera propaganda politica e riconquistare un po' di quel consenso di cui inizia ad avere nostalgia. È quanto avvenuto, ad esempio, poche settimane fa per l'apertura delle indagini a carico di 44 agenti in servizio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, accusati di tortura ai danni di alcuni detenuti. In quell'occasione, l'ex Ministro dell'Interno si era precipitato sul posto per difendere a spada tratta i poliziotti coinvolti e giustificare - ancor prima dell'inizio del processo - il loro operato. Dopodiché, aveva ovviamente deciso di partecipare alla manifestazione indetta dal Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria per il 25 giugno scorso e di fare uno dei suoi illuminanti interventi.
Redattore Sociale, 8 luglio 2020
I Garanti dei detenuti e la Conferenza volontariato giustizia propongono la ripresa della attività trattamentali. E che siano utilizzati tutti gli spazi dei penitenziaria per garantire il distanziamento: dalle aree verdi ai campetti di calcio, dal teatro alla biblioteca.
askanews.it, 8 luglio 2020
Sarà presto a disposizione del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, la relazione aggiornata prodotta dal gruppo di lavoro per lo studio di un nuovo modello di custodia. Lo rende noto il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
di Daniela Caputo*
Il Riformista, 8 luglio 2020
I chiarimenti della DirPolPen sul concorso per dirigenti penitenziari. L'Associazione Nazionale per il Personale di Carriera dei Funzionari di Polizia Penitenziaria - Sindacato Dirigenti del Corpo, con riferimento all'articolo del 28 giugno 2020, "Concorso per direttore di carcere, nuovo tentativo di militarizzazione", ritiene doveroso chiarire alcuni aspetti in difesa della dignità e del decoro della Polizia Penitenziaria.
In primo luogo, un funzionario del Corpo di Polizia Penitenziaria ai sensi dell'art. 6 del Dlgs 146/2000, tra i suoi compiti ha anche quelli legati alla qualifica di sostituto ufficiale di pubblica sicurezza e di ufficiale di polizia giudiziaria, a garanzia di interessi di rilievo costituzionale, pertanto non può che essere dotato di un "bagaglio professionale, normativo ed esperienziale" tale da assicurare "massimamente" il rispetto di tutte le finalità dettate dalla Legge e dalla Costituzione.
In secondo luogo, la riserva dei posti a favore dei funzionari del Corpo è normativamente prevista dal Dlgs 63/2006 "Ordinamento della carriera dirigenziale penitenziaria, a norma della legge 27 luglio 2005, n. 154" all'art. 4, comma 4°. Inoltre, il superamento del concorso di cui in oggetto e del correlativo corso di formazione iniziale comporta l'assunzione nei ruoli dei dirigenti penitenziari e quindi l'uscita dal Corpo.
Infine, non per ultimo, ai sensi dell'art. 1 delle legge 395/1990, la Polizia Penitenziaria è un "corpo civile" con compiti primari che vanno dalla "sicurezza" alla "rieducazione", (art. 5 legge 395/2000), che stride con l'infondata (e offensiva) asserita "militarizzazione". Una corretta informazione sulla Polizia Penitenziaria è doverosa per rispetto dei circa 40.000 uomini e donne che silenziosamente e quotidianamente servono lo Stato, dentro e fuori il muro di cinta.
*Segretario nazionale DirPolPen
di Andrea Cottone*
Il Giornale, 8 luglio 2020
È destituito di ogni fondamento quanto riportato sul contenuto della Circolare del Dap del 30 giugno 2020 nell'articolo di Massimo Malpica "Un altro "Fuori tutti". Bonafede & C. riprovano a far liberare i criminali", pubblicato su Il Giornale. Contrariamente a quanto riportato nel titolo, nel sommario e spiegato nel testo, la circolare in questione non riguarda, neanche indirettamente, il tema del sovraffollamento e delle scarcerazioni.
Come già spiegato in una nota ministeriale inviata all'Ansa il 4 luglio scorso e non menzionata nell'articolo, si tratta invece di una circolare che, proprio nella prospettiva del ritomo alla normalità anche all'interno delle carceri, fornisce alcune indicazioni generali sulla ripresa delle attività trattamentali e dei colloqui all'interno degli istituti penitenziari. Solo a tal fine la circolare fa riferimento alle indicazioni contenute in una "bozza" di protocollo predisposto da un gruppo di lavoro del Ministero della Salute, di cui si richiamano espressamente alcune e specifiche pagine, che riguardano l'isolamento precauzionale cui sottoporre i detenuti che rientrano in carcere in questa nuova fase sanitaria.
Ogni attività del Dap è ispirata all'obiettivo di garantire, in ogni modo possibile, il pieno rispetto del diritto alla salute dei detenuti all'interno degli istituti penitenziari e delle strutture sanitarie ad essi collegate. Occorre evitare che la diffusione di informazioni palesemente errate e distorte finisca per turbare quel difficile equilibrio che connota le dinamiche penitenziari.
*Capo Ufficio Comunicazione e stampa del Ministero della Giustizia
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