Ristretti Orizzonti, 7 luglio 2020
La Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia si sono riunite il 02.07.2020 in un incontro in streaming, a cui ha partecipato anche l'Ufficio del Garante Nazionale. Finalità dell'incontro: aggiornarsi sulla situazione complessiva degli istituti e valutare la prospettiva di una ripresa delle attività che preveda anche il rientro nelle carceri dei volontari e dei soggetti del terzo settore.
di Renato Luperini
Il Dubbio, 7 luglio 2020
Come si regolano inglesi e tedeschi, calvinisti o luterani che siano. La tesi di Max Weber su etica protestante e spirito capitalista ha fatto scrivere intere biblioteche. Potenza di un classico. È un accostamento geniale quello tra sfera religiosa e attività economica, due mondi che sembrano opposti, ma del resto se "la filosofia è la domenica della vita" come diceva un altro tedesco (e per giunta protestante) come Hegel, occorre trovare un equivalente per gli altri giorni della settimana. Il diritto è sicuramente materia da giorno feriale ma risente anch'esso della concezione religiosa del popolo che lo esprime.
Prendiamo un tema attualissimo, come la selezione dei magistrati e confrontiamo le differenti scelte di alcuni Paesi Europei. È singolare vedere come i criteri cambino a seconda della religione storicamente prevalente e della concezione del laico nella Chiesa. Il primo modello è quello dei Paesi anglosassoni, di cultura religiosa prevalentemente calvinista.
Qui i magistrati, esattamente come i pastori d'anime, non costituiscono una categoria a parte rispetto al laicato: vengono scelti, spesso su base elettorale, tra gli avvocati di maggiore età ed esperienza. Il magistrato non è il rivale dell'avvocato: è semplicemente un suo collega più anziano. Del resto il magistrato nei casi più importanti è solo un arbitro: a decidere la colpevolezza o l'innocenza nei processi più gravi è una giuria laica. Lo stesso avviene nelle Chiese riformate di tipo calvinista o metodista: il predicatore non ha un carisma diverso dai fedeli ; è semplicemente uno di loro che ha fatto uno studio teologico.
Il secondo modello è quello tedesco, dove notoriamente la religione prevalente è quella protestante luterana. L'errore di molti italiani è di fare dell'erba evangelica tutto un fascio e confondere calvinisti e luterani. Questi ultimi sono molto più vicini ai cattolici, tanto che il termine "protestanti" equivaleva a "cattolici dissidenti" almeno nei primi anni della loro esperienza.
Per i luterani il pastore ha un ruolo più spiccato e distinto dal popolo, pur facendone parte. Infatti in Germania la formazione di magistrati e avvocati è la stessa: escono tutti dal severissimo "secondo esame di diritto" (non si può provare più di due volte) e hanno una solidissima formazione teorica comune che li rende sostanzialmente equiparati, anche nella disposizione dei banchi in aula. È lo stesso sistema con cui in Germania si formano gli uomini di Chiesa: studi universitari selettivi e primato sul popolo fondato non sull'autorità o un carisma soprannaturale, ma sulla superiore conoscenza.
Hegel sul punto scrisse uno dei suoi ultimi discorsi, celebrando il trecentesimo anniversario della Confessione Augustana del 1530 che segnò l'inizio della Chiesa Luterana. Da noi i magistrati sono come i preti (nessuno si risenta da ambo le parti dell'accostamento). Prendono la toga (o la tonaca) da giovani e tendenzialmente per tutta la vita, sono selezionati per studi e condotta e costituiscono un ordine chiuso e ben separato dai laici che hanno il compito di ammaestrare e ammonire.
Ogni controllo esterno, specie da parte della componente del laicato più vivace e polemica (come è in ambito giudiziario l'avvocatura) li irrita e sconcerta: reclamano con forza la necessità di controlli esclusivamente interni, in virtù e in ragione di un ministero e di un carisma che viene loro dall'alto.
Curiosamente uno dei centri di formazione dei magistrati italiani era nei Castelli Romani a pochi chilometri dal bosco sacro di Ariccia dove Frazer ambienta il suo memorabile finale del "Ramo d'Oro", il saggio sul rapporto tra sacerdozio e magia nelle civiltà di ogni tempo. Chi si illude con sorteggi e riforme di cambiare la magistratura italiana sappia che si muove all'interno di un bosco sacro, pieno di spiriti arcani.
Il Dubbio, 7 luglio 2020
E sulle carceri Colombo non ha dubbi: "Costituisce solo vendetta: imbarbarisce, e crea rancore, e cioè disponibilità a commettere di nuovo reati". "Se la cultura generale è quella della convenienza di parte e dell'opportunismo, è ovvio che ne siano contagiati anche dei magistrati. Anche per loro, però, come per qualsiasi altra categoria, non farei di ogni erba un fascio".
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 7 luglio 2020
Più di cento arresti e soltanto otto condanne. il racconto di Ilario Ammendolia: "Arrivarono con gli elicotteri e portarono via mezzo paese". "Quando arresti una persona perbene, questa non lo dimenticherà mai perché subisce la violenza di Stato".
Secondo Ilario Ammendolia, intellettuale della Locride ed ex sindaco di Caulonia, in Calabria lo Stato sbaglia due volte: lasciando prima il territorio in condizioni di ingiustizia e sottosviluppo, e poi gettando la società civile in pasto ai pregiudizi dell'intero Paese e dell'opinione internazionale.
Con lui ripercorriamo la vicenda che quasi vent'anni fa sconvolse Platì, piccolo centro dell'Aspromonte che nell'immaginario pubblico è diventato uno dei luoghi simbolo della ' ndrangheta. È il 12 novembre 2003: nel cuore della notte un migliaio di uomini in divisa cinge d'assedio il paesino della Locride arrestando oltre cento cittadini. In manette due ex sindaci, funzionari comunali, il vescovo e "lo "scemo del villaggio", a cui i compaesani per calmarlo raccontarono la pietosa bugia che lo avrebbero portato in pellegrinaggio da Padre Pio".
La maxi operazione "Marine", coordinata dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria Nicola Gratteri, mirava a sventare un sistema criminale che dalle ndrine locali sarebbe passato per le istituzioni comunali. Lunga la lista di reati ipotizzati: associazione per delinquere di stampo mafioso, voto di scambio, abuso in atti d'ufficio, falso, estorsione. Secondo l'accusa, le cosche - identificate con i clan dei Barbaro, egemoni sul territorio agivano indisturbate da Platì acquisendo il monopolio degli appalti pubblici e guidando parallelamente traffici illeciti.
Nell'ambito dell'operazione venne scoperta e distrutta anche una rete di bunker e cunicoli che avrebbe permesso ai latitanti di nascondersi e di occultare le vittime di sequestro. Ma l'intero castello accusatorio dell'inchiesta crollò presto. Già in sede di convalida, il Tribunale del riesame aveva rimesso in libertà la maggior parte degli indagati.
A fine processo, su 44 imputati giudicati con rito abbreviato, le condanne sono solo otto, di cui almeno cinque per reati minori. Per altri 19, per i quali si procedeva con rito ordinario, arriva la prescrizione. Nel 2015 infatti, una sentenza della Corte D'Appello di Reggio Calabria derubrica il reato a loro contestato: l'associazione per delinquere semplice, benché riconosciuta in alcuni casi, non avrebbe agevolato le 'ndrine.
Intanto per il comune di Platì comincia il calvario amministrativo e politico. Sciolto per condizionamento mafioso a più riprese, viene retto negli anni da commissioni straordinarie e riorganizzato con un esteso programma di lavori pubblici. Con un fallimento elettorale dietro l'altro, nessuna rappresentanza politica riesce a stabilirsi al comando: dal 2012 il comune, nuovamente commissariato, non ha né un sindaco né un consiglio comunale.
"Bisogna rivedere tutta l'impostazione strategica nella lotta alla mafia. Le maxi retate fanno grande rumore ma la 'ndrangheta ne esce rafforzata", spiega Ammendolia, autore del saggio critico "La ' ndrangheta come alibi. Dal 1945 ad oggi" e direttore del settimanale Jonico "Riviera". Una strategia che per l'ex sindaco non è certamente quella di "chi ha consapevolmente trasformato la sacrosanta lotta alla ndrangheta in un palcoscenico su cui discutibili comparse recitano la parte degli eroi aprendosi la strada a colpi scena destinate a trasformarsi in "notizie fragorose" sui media nazionali".
Dell'operazione Marine - e di altri maxi blitz che negli anni hanno reso celebre il procuratore Gratteri - Ammendolia aveva studiato le carte fin da subito scovandone contraddizioni ed errori grossolani. Secondo la sua tesi, il fallimento di inchieste così ambiziose non farebbe che rafforzare le mafie restituendo un'immagine indebolita dello Stato.
"È la crisi della democrazia - aggiunge per cui tra i cittadini prevale il sentimento del "si salvi chi può". Con operazioni da guerra lampo come "Marine", si tenta, ed in parte ai riesce a saldare in un unico fronte gli ndranghetisti e le persone innocenti vittime di assurde repressioni di massa".
Dell'efficacia di quell'operazione così estesa ricorda di aver subito dubitato, nonostante il clamore mediatico che produsse. La notizia degli arresti era su tutte le prime pagine. Ne parlarono anche i giornali stranieri, tra cui il New York Times e la BBC. "Così si produce uno sguardo ingessato sulla Calabria", conclude Ammendolia, che si sofferma in una riflessione sulla giustizia- spettacolo. "Anche se i periodi di detenzione sono stati brevi - sottolinea - e le sentenze si sono incaricate si ridimensionare la portata dell'operazione, nell'immaginario comune resta la cultura del sospetto".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 luglio 2020
Il Tso, il trattamento sanitario obbligatorio, è una misura estrema, che fa giustamente paura: evoca violazione delle libertà personali e persino contenzione e violenza. Istituito nella nostra Repubblica dalla legge 180/78, al fine di salvaguardare la salute del malato psichico che non è consapevole delle proprie condizioni ed è dunque momentaneamente incapace di intendere e volere, il Tso è previsto dalla Costituzione (art. 32), che però lo subordina a eventuali disposizioni di leggi che affrontino i diversi ambiti sanitari. È regolato dagli articoli 33, 34 (nel caso della salute mentale) e 35 della riforma sanitaria, l. 833/78. Ma, come avveniva prima della legge Basaglia, si sono altri ambiti che prevedono il Tso a tutela, questa volta, della salute pubblica.
Nel caso delle malattie infettive e diffusive, come la tubercolosi, il trattamento è regolato dal testo unico delle leggi sanitarie (ex. art. 253 l. 1265/1934) che istituisce "l'obbligo di notifica, di visite preventive, di vaccinazione a scopo profilattico, di cura attuata mediante l'isolamento domiciliare, ricovero in reparti ospedalieri ecc.", come spiegano Michele Zagra e Antonina Argo in "Medicina legale orientata per problemi", pubblicato da Edra.
Nel saggio del 2018 i docenti ricordano che il Tso è previsto anche nel caso di malattie veneree in fase contagiosa "di cui all'art. 6 della legge n. 837 del 25/07/1956, per le quali si obbliga il paziente che rifiuta le cure a sottoporsi al trattamento radicale e alle altre misure idonee per evitare il contagio, incluso il ricovero ospedaliero fino alla scomparsa delle manifestazioni contagiose".
Eppure, l'intreccio di norme che regolano l'Accertamento e il Trattamento sanitario obbligatorio è talmente intrigato che perfino il ministro Speranza ha dato mandato ai tecnici del suo ufficio legislativo di studiare il quadro normativo per verificare se esiste la necessità di una nuova legge che imponga il Tso in casi di Covid conclamato e rifiuto della quarantena. Ma c'è anche chi si schiera assolutamente contro qualunque tipo di imposizione sanitaria, invocando semmai il ritorno alle sanzioni penali e confidando nella solita galera. In ogni caso, poiché si tratta di provvedimenti limitativi della libertà personale, ne abbiamo parlato con Daniela De Robert, componente del collegio del Garante nazionale diretto da Mauro Palma.
Secondo lei c'è bisogno di un intervento normativo, nel caso si volesse imporre il Tso per il Covid-19?
Qui bisogna fare chiarezza. Ci sono due tipi di Tso: con privazione della libertà e senza. Se si mette in gioco la libertà personale, come nel caso di un Tso psichiatrico, si entra nel campo dell'articolo 13 della Costituzione e quindi dei poteri dell'autorità giudiziaria. Ma ci sono Tso come le vaccinazioni che non prevedono privazioni di libertà personale. Quindi direi che il Tso è previsto in casi come questa pandemia in base all'articolo 33 della legge 833, ma bisogna decidere come attuarlo. Se si intende procedere con quarantena obbligatorio, con piantonamento del paziente, ecc. allora si tratta di un arresto per ragioni sanitarie e serve la convalida dell'autorità giudiziaria. Se invece al "positivo recalcitrante" si applica il Tso non coercitivo, un obbligo di dimora ma senza privazione della libertà, magari aumentando le multe o applicando contravvenzioni che finiscono sulla fedina penale, si entra nel campo dell'isolamento fiduciario basato sulla cosiddetta compliance (adesione al trattamento, ndr), che funziona meglio. Insomma, se si decide di farlo, va definito il come. Per il Garante è discriminante sapere se c'è o no privazione della libertà personale.
Nel caso ci fosse, sareste contrari?
In generale riteniamo che la privazione della libertà sia l'estrema misura, preferiamo sempre l'alternativa, se c'è. Nello spirito dell'art. 32 della Costituzione, il legislatore deve trovare il giusto equilibrio tra la tutela della salute collettiva e le libertà individuali.
E in questo caso particolare?
Si può trovare una modalità di trattamento obbligatorio ma non coercitivo. Si tratta di misure estreme e c'è il rischio di trasformare tutto in imposizione. Inoltre qui parliamo di un comportamento non molto diffuso, a quanto sembrerebbe.
C'è però chi chiede di applicare piuttosto sanzioni penali, ma di non toccare la libertà di cura o non cura. Lei cosa ne pensa?
Riguardo le sanzioni penali, di quale tipo di reato stiamo parlando? Nel caso di diffusione volontaria o colposa dell'epidemia il codice penale prevede già il reato. Di evasione? Non è contemplato neppure nei centri per migranti. E allora? In ogni caso non è possibile che tutte le soluzioni siano penali. Abbiamo carceri piene di persone che se fossero state intercettate prima dai servizi forse non sarebbero finite in carcere. Non possiamo trasformare ogni problema sociale in un reato. Inoltre, con i tempi della nostra giustizia cosa ne otteniamo? L'esigenza di tutelare la collettività oggi passerebbe in secondo piano, e rimarrebbe solo la punizione domani. Il carcere produce solo altri problemi, non è la bacchetta magica. Meglio il Tso oggi, semmai, se voglio garantire la salute di tutti.
di Christian Seu
Messaggero Veneto, 7 luglio 2020
Lo rivelano le statistiche del libro bianco sugli stupefacenti Rimangono i problemi di sovraffollamento negli istituti. Un quarto dei detenuti nelle carceri del Friuli Venezia Giulia si trova dietro le sbarre per reati legati al traffico e allo spaccio di stupefacenti.
Lo rivelano le statistiche dell'undicesimo Libro Bianco sulle droghe, pubblicato nei giorni scorsi dalla Società della Ragione assieme a Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoop sociali. Il dossier e stato presentato ieri a Udine dall'ex sottosegretario alla Giustizia Franco Corleone.
"Il carcere non può essere ridono a quel che è oggi, una discarica sociale frutto della politica fallimentare sulle droghe", evoca Corleone. citando i trent'anni dell'applicazione del Testo unico sulle sostanze stupefacenti Iervolino-Vassalli. Quella legge - prosegue l'ex senatore - è il volano delle politiche repressive e carcerarie: senza detenuti per l'articolo 73 o senza tossicodipendenti non si avrebbe sovraffollamento nelle carceri".
A livello nazionale, 13.677 dei 46.201 ingessi in carcere nel corso del 2019 sono stati causati da imputazioni o condanne basate proprio sul citato articolo 73. "La legislazione sulle droghe e l'uso che ne viene fatto - indicano gli estensori del Libro Bianco - sono decisivi nella determinazione dei saldi della repressione penale: la decarcerizzazione possa attraverso la decriminalizzazione delle condotte legate alle sostanze stupefacenti. Così come le politiche di tolleranza zero e di controllo sociale coattivo si fondano sulla loro criminalizzazione".
Nelle prigioni del Fvg sono detenute 593 persone (23 le donne), di cui 208 stranieri, rispetto a una capienza complessiva fissata a 464 posti. Il sovraffollamento riguarda in particolare Trieste (163 detenuti su una capienza di 136). Pordenone (37-58). Tolmezzo (149-215) e Udine (90-130). I dati sui detenuti per tipologia e stato di tossicodipendenza citati dallo studio rimandano invece al 31 dicembre dello scorso anno. Dei 656 soggetti in carcere 176 erano accusati o condannati per reati connessi alla droga, mentre 169 risultavano essere tossicodipendenti.
"Si tratta di un modello di giustizia etica, che porta incarceri! le persone entrate in contatto con la droga, ma non per esempio chi commette reati ambientali, truffe informatiche", indica Corleone.
La pubblicazione si è occupata anche del fenomeno del consumo e dello spaccio di stupefacenti nel periodo del lockdown: "In questa fase i consumatori hanno dimostrato capacità di autoregolazione, con adeguamento alla situazione e minimizzazione dei rischi", indica l'ex sottosegretario. E a proposito di Covid, le associazioni che curano i percorsi di reinserimento auspicano un graduale ritorno alla normalità: "Non c'è più motivo di ostacolare il rientro in carcere dei volontari - spiega Roberta Casco, presidente di Icaro. È urgente reintrodurre una vita sociale nelle carceri, interrompendo l'attuale allontanamento al fine costituzionale della pena, ovvero la rieducazione e il reinserimento"
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 7 luglio 2020
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 7 luglio 2020 n. 20010. Il giudice non può limitare la riparazione per l'ingiusta detenzione alla sola differenza tra la detenzione sofferta e la pena comminata, se il reato accertato con la condanna - a differenza di quello per cui vi è stata l'imputazione - non consenta l'adozione di misure cautelari personali. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 20010 depositata ieri - ha, infatti affermato il principio secondo il quale è ab origine ingiusta la detenzione per un fatto che determina la commissione di un reato per il quale è esclusa la detenzione cautelare in quanto prevede un massimo edittale di pena inferiore ai cinque anni.
E, a nulla rileva, l'eventuale concessione della sospensione condizionale della pena. Cioè il riconoscimento del beneficio non cancella l'illegittimità della misura restrittiva adottata nei confronti di chi ha commesso un reato che ne esclude l'applicazione. Così come è pienamente legittima, e non dà diritto a indennizzo, la detenzione cautelare subita nel caso in cui venga poi concessa la sospensione condizionale della pena comminata se il presupposto per la misura non è contenuto nel titolo di reato per cui c'è stata condanna.
La vicenda riguardava una condanna per turbativa d'asta in base al comma 1 dell'articolo 353 del Codice penale. Con esclusione - però - dell'aggravante del comma 2 dello stesso articolo. Infatti, solo in tal caso il massimo di pena previsto avrebbe reso giustificabile la misura cautelare. Ma una volta esclusa l'aggravante e accertata la commissione del reato solo in base alla previsione del primo comma dell'articolo 353 del Codice penale la misura limitativa della libertà personale veniva a perdere in radice il presupposto della propria legittimità con conseguente riconoscimento dell'indennizzo per l'ingiusta detenzione subita.
zoom24.it, 7 luglio 2020
A denunciarlo il Garante dei diritti dei detenuti che però precisa: "Ci sono 2631 detenuti a fronte di una capienza di 2734, quindi sotto la soglia di sovraffollamento. Dato positivo ma non sufficiente".
"Purtroppo, non sono una novità i dati pubblicati di recente dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria relativi alla situazione delle dodici carceri calabresi e riprese dai quotidiani locali, almeno non per il Garante".
A dichiararlo è proprio il Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Calabria, Agostino Siviglia. "Per vero, fin dall'inizio del mio inserimento - continua Agostino Siviglia - nell'agosto 2019, ho avuto modo di visitare tutte le carceri calabresi e di constatarne le annose criticità, in specie, relative all'assistenza sanitaria ed al sovraffollamento carcerario, con negativi riverberi sul fronte trattamentale, ma anche alla atavica carenza di personale di Polizia Penitenziaria, Giuridico-Pedagogico, Sanitario ed Infermieristico".
Diritto alla salute dei detenuti. "Di recente sono intervenuto in maniera decisa - prosegue Siviglia - proprio sul fronte del diritto alla salute delle persone detenute, in particolare, presso il carcere di Reggio Calabria-Arghillà, e per la prima volta dall'inaugurazione, di quell'istituto penitenziario, a far data dal 1 giugno 2020, viene garantita la copertura infermieristica H24.
Così come dopo ben undici anni ha ripreso a funzionare - grazie alle sollecitazioni dello stesso garante regionale - l'Osservatorio regionale permanente per la sanità penitenziaria, che proprio lo scorso 10 giugno si è riunito per la prima volta, aggiornandosi al prossimo 8 luglio, per la predisposizione della fondamentale rete regionale sanitaria che interessi tutti e dodici gli istituti penitenziari della Calabria, al fine di predisporre modelli operativi e strutturali di assistenza sanitaria in carcere".
Grave carenze delle carceri calabresi. "Certo, non sfuggono le complesse problematiche che riguardano il corpo di polizia penitenziaria, né le recenti aggressioni subite dagli stessi agenti, così come dal personale medico ed infermieristico, rispetto alle quali - come Garante - ho espresso la mia più ferma condanna ed esecrazione". Ma i problemi non si fermano qua: "Specie in alcuni istituti penitenziari calabresi, gravi carenze strutturali e trattamentali che si riverberano negativamente sulle condizioni delle persone detenute che, di certo, non smettono di essere cittadini perché detenuti e ai quali, evidentemente, va garantito il rispetto della dignità umana".
2.631 detenuti su 2.734: sotto la soglia di sovraffollamento. "Quanto ai numeri riportati dal Dap e dalla stampa locale, va evidenziato - continua il Garante - che si tratta di persone e non di numeri e che, per la verità, le persone detenute in Calabria alla data del 30 giugno 2020, erano 2631, a fronte di una capienza regolamentare di 2.734, quindi sotto la soglia di sovraffollamento.
Certo, questo dato non può comunque essere sufficiente, seppur positivo, per disattendere le legittime richieste che provengono dal cosiddetto "pianeta carcere", sia per quanto riguarda la carenza di personale su richiamata sia per quanto riguarda le morti, i suicidi, le violenze che nel carcere ancora trovano tragico - e quotidiano - compimento.
Servono risposte e impegno collettivo. "La vita di tutta questa umanità reclusa, merita risposte di senso ed un impegno collettivo. Per parte mia - conclude Agostino Siviglia - continuerò ad intervenire, quotidianamente, sulle questioni di mia competenza, in attesa di riferire nelle sedi istituzionali sull'attività svolta e su quella prospettica, certo che le complesse problematiche che riguardano il carcere e, più in generale, tutte le persone che si trovano a vario titolo nei luoghi di privazione della libertà personale, saranno poste al centro dell'interesse politico e civile della Regione Calabria".
di Federica Cravero
La Repubblica, 7 luglio 2020
Monica Cristina Gallo: "Serve più impegno per un carcere meno opaco". Sono stati cinque anni di lavoro e traguardi raggiunti ma ora è tutto fermo. L'immobilismo dopo la pestilenza non fa bene ai reclusi.
"Sono stati cinque anni di lavoro, di traguardi raggiunti, di impegno nel mondo della giustizia, nella tutela dei diritti, nell'attenzione nel prossimo, spesso dimenticato perché recluso in spazi degradati e periferici. E ogni anno è cresciuto in me il desiderio di fare di più, di osservare con sguardo più attento luoghi e persone, di coinvolgere la cittadinanza che, stimolata, ha saputo contribuire e rispondere con progetti e risorse".
Saluta così la fine del primo mandato da Garante dei detenuti della Città di Torino Monica Cristina Gallo, che ha scritto di nuovo il suo nome nella rosa di sei candidati tra i quali la sindaca Chiara Appendino dovrà scegliere entro il 17 luglio per affidare il prossimo mandato.
"Alcuni dicono di noi che siamo stati in grado di rendere il carcere meno opaco, ma io credo che adesso l'impegno vada ancora più intensificato. Lo dico a chiunque debba diventare il prossimo garante, anche se non fossi io: c'è da fare tanto perché il carcere si è fermato, si è fermata la scuola, l'università, il lavoro esterno. L'immobilismo dopo la pestilenza non fa bene alla comunità reclusa", è il messaggio d'intenti di Monica Cristina Gallo per i prossimi cinque anni.
Qual è il risultato di cui va più fiera di questo mandato?
"Aver portato a lavorare nel nostro ufficio volontari, tirocinanti e ragazzi del servizio civile. Insegnare a questi giovani come guardare in modo positivo al carcere è utilissimo per la nostra società, molto più che parlare nei convegni a chi sa già tutto. E poi sono contenta di non aver rotto con nessuno, neanche nei momenti in cui il confronto è stato più duro".
Ma c'è stata una volta in cui ha detto "no"?
"Una volta in particolare, quando non ho firmato un protocollo che prevedeva lavori socialmente utili pagati sei euro al giorno, cioè 150 euro al mese a cui si tolgono 30 euro per il pullman, mentre con gli altri progetti fatti fino a quel momento con il Comune si davano compensi di 550-600 euro al mese. Non è con la manovalanza a basso costo che si fanno progetti di reinserimento".
Come si è appassionata al tema della reclusione?
"Attraverso la creatività, intesa come ricerca di sé. Io mi occupavo di bioarchitettura per bambini, facevo consulenze a ospedali e scuole e tenevo tanti laboratori. Avevo quindi molto materiale, stoffe, colori, lane e mi venne l'idea di fare qualcosa per le donne in carcere".
Come fu l'inizio?
"Era il 2008, il direttore del carcere di Torino era Pietro Buffa. Gli spiegai che volevo portare solo il materiale alle donne e non fare nulla: volevo vedere cosa facevano loro, partendo da quello che sapevano fare loro. Non mi è mai interessata la veste della crocerossina. Mi chiese se me la sentivo di iniziare con le "incolumi", donne condannate per gravi reati che non erano mai state avvicinate da alcun progetto. Gli dissi che non entravo per giudicare".
Come andò?
"Qualcuna si mise a dipingere, altre a cucire... Organizzammo delle mostre mercato e gli oggetti andarono a ruba. Allora con una socia nacque un'associazione, La casa di Pinocchio, e il brand Fumne. Allargammo le attività alle detenute "comuni", ma soprattutto aprimmo i laboratori a donne che arrivavano dall'esterno per imparare. Una bella rivincita e anche un momento di giustizia riparativa: capitava che mentre si tenevano in mano ago e filo un'allieva dicesse a una zingara in carcere "Sai, mi hanno rubato un portafoglio..." e l'altra rispondesse "E io ti insegno a cucire". Questo era il lavoro, non arrivare con la stoffa e chiedere alle detenute di fare cento borse sottocosto. Poi organizzammo anche sedute dall'estetista, in cui le detenute facevano trattamenti alle madamine torinesi con le creme alla frutta o la ceretta con il miele, come fanno in carcere. Un bel ribaltamento".
Un modello che si è portata dietro nella sua attività di Garante?
"In qualche modo sì. Mi costò fatica lasciare l'associazione dopo la nomina a garante, nel 2015, ma vedo il ruolo del garante principalmente come quello di un mediatore. E di uno che ascolta e guarda tanto. Mi cercano i detenuti, i familiari preoccupati, gli ex detenuti che fanno fatica a reinserirsi... Soprattutto adesso con l'emergenza Covid-19".
E sull'idea di una casa protetta esterna al carcere per le madri detenute, cosa ne pensa?
"Farei un passo indietro. Le madri non dovrebbero stare in carcere neanche nella forma di una casa protetta. Penso invece che sia molto più utile concedere i domiciliari in una buona comunità di accoglienza e recupero. Si è già visto con gli adolescenti che è un percorso vincente".
di Luciano Onnis
La Nuova Sardegna, 7 luglio 2020
Non vede i familiari residenti in Emilia Romagna da due anni, si è gettato addosso olio bollente al termine di uno sciopero della fame attuato per manifestare il proprio dissenso contro il mancato trasferimento in un istituto di pena vicino ai suoi cari.
Protagonista della vicenda un detenuto extracomunitario di 35 anni rinchiuso nel carcere di Uta. L'uomo, che non corre pericolo di vita, è stato trasferito nel reparto "Grandi Ustionati" di Sassari ed è stato assegnato alla casa circondariale di Bancali dove giungerà non appena sarà in grado di la-sciare l'ospedale struttura sanitaria.
"Il lungo periodo di lockdown dovuto al Covid-19 - sottolinea Maria Grazia Caligaris dell'associazione Socialismo Diritti Riforme che ha denunciato la vicenda - ha messo a dura prova la resistenza di molti detenuti che, spesso senza adeguati mezzi, non hanno potuto effettuare i colloqui attraverso skype. Nel caso specifico il giovane extracomunitario ha chiesto ripetutamente di poter andare nella regione dove risiedono i suoi familiari. Un'istanza che non è stata soddisfatta anche perché i trasferimenti extra regione sono gestiti esclusivamente dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria".
"È evidente che si tratta di una persona particolarmente fragile - aggiunge Calligaris - le cui condizioni di salute in generale e psichi-che fanno ritenere che non abbia la capacità di contenere a lungo il disagio. Del resto non sta chiedendo la libertà ma solo di essere assegnato in un Istituto prossimo ai familiari che non vede da due anni. L'auspicio è che il Dap sappia cogliere l'appello disperato di questa persona e provveda al più presto al suo trasferimento. Un atto di umanità che nulla toglie alla certezza della pena".
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