Il Sole 24 Ore, 6 luglio 2020
Misure cautelari - Personali - Riesame - Incompetenza territoriale - Pubblico ministero - Interesse ad impugnare per carenza condizioni di applicabilità - Sussistenza. Sussiste l'interesse del pubblico ministero a impugnare il provvedimento con il quale il tribunale del riesame, rilevata l'incompetenza del giudice per le indagini preliminari, annulli, per carenza delle condizioni di applicabilità, l'ordinanza con cui quello stesso giudice ha disposto la misura cautelare della custodia in carcere, se l'impugnazione è funzionale a garantire il tempestivo intervento del giudice competente.
• Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 24 giugno 2020 n. 19214.
Misure cautelari - Personali - Impugnazioni - In genere - Incompetenza territoriale dichiarata in fase di indagini preliminari - Pubblico ministero - Interesse a impugnare - Sussistenza - Condizioni. In tema di misure cautelari, sussiste l'interesse del pubblico ministero a impugnare l'ordinanza del tribunale del riesame che, dichiarata l'incompetenza per territorio, annulli la misura per insussistenza dell'urgenza e degli ulteriori presupposti che legittimano l'attivazione del meccanismo di inefficacia differita di cui all'art. 27 cod. proc. pen.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 14 novembre 2019 n. 46404.
Competenza - Dichiarazione di incompetenza - Misure cautelari disposte - Incompetenza per territorio del giudice della cautela rilevata nel giudizio di legittimità - Annullamento del provvedimento del tribunale del riesame - Condizioni. In caso di incompetenza per territorio del giudice che ha emesso il provvedimento cautelare, rilevata in sede di legittimità, l'ordinanza impugnata deve essere annullata se, a un preliminare esame della stessa e del provvedimento genetico di applicazione della misura, non si rilevi la necessaria specificazione dei gravi indizi di colpevolezza e l'indicazione delle esigenze cautelari connesse con l'urgenza di adottare la misura; nel caso, invece, di riscontro positivo di tali requisiti, il provvedimento impugnato non va annullato, ma deve essere dichiarata l'incompetenza del giudice che procede e disposta la trasmissione degli atti al giudice ritenuto competente.
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 19 luglio 2017 n. 35630.
Misure cautelari - Personali - Impugnazioni - Riesame - In genere - G.i.p. incompetente - Poteri del tribunale del riesame - Valutazione dell'urgenza - Necessità. Il tribunale del riesame, qualora rilevi l'incompetenza territoriale del giudice che ha emesso il provvedimento cautelare, anche se non dichiarata da quest'ultimo, deve verificare la sussistenza del requisito dell'urgenza che legittima il giudice incompetente ad adottare misure cautelari. (In motivazione la S.C. ha inoltre escluso che, nel giudizio di riesame avverso l'ordinanza emessa ai sensi dell'art. 27 c.p.p. dal g.i.p. indicato come competente, il tribunale del riesame possa sindacare la ricorrenza dei presupposti di urgenza ritenuti con ordinanza, non autonomamente impugnata, emessa dal giudice dichiaratosi incompetente).
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 3 febbraio 2017 n. 5312.
Misure cautelari personali - Incompetenza per territorio del giudice che ha emesso il provvedimento - Insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e le indicazioni delle esigenze cautelari - Annullamento dell'ordinanza del tribunale del riesame - Conferma della decisione resa dal giudice incompetente in ipotesi di riscontro positivo di tali requisiti - Esiti della declaratoria di incompetenza - Trasmissione degli atti al giudice competente. In caso di incompetenza per territorio del giudice che ha emesso il provvedimento cautelare, l'ordinanza del Tribunale del riesame deve essere annullata ove non si rilevi la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e l'indicazione delle esigenze cautelari connesse con l'urgenza di adottare la misura dovendosi invece, in ipotesi di riscontro positivo di tali requisiti, confermare la decisione resa dal Giudice incompetente e, in esito alla declaratoria di incompetenza disporsi la trasmissione degli atti al giudice ritenuto competente.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 9 luglio 2015 n. 29315.
Misure cautelari - Personali - Impugnazioni - Riesame - In genere - Incompetenza territoriale del giudice che ha emesso il provvedimento dichiarata in penale sede di impugnazione - Valutazione dell'urgenza - Esclusione - Ragioni - Conseguenze. In tema di misure cautelari personali, il giudice dell'impugnazione, quando rileva l'incompetenza del giudice che ha adottato il provvedimento coercitivo deve limitarsi a trasmettere gli atti al giudice ritenuto competente, perché lo stesso provveda nei termini fissati dall'art. 27 cod. proc. pen. (In motivazione, la S.C. ha precisato che la disposizione dell'art. 291 del codice di rito- che impone al giudice che riconosca la propria incompetenza di valutare l'urgenza di soddisfare taluna delle esigenze cautelari, prima di disporre la misura - si applica solo quando la declaratoria di incompetenza venga adottata al momento dell'emissione dell'ordinanza cautelare).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 1 dicembre 2014 n. 50078.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 6 luglio 2020
L'attività di ricerca dell'Eurispes torna al servizio della Direzione nazionale antimafia grazie al rinnovo e all'ampliamento del protocollo d'intesa triennale del 2017. Il nuovo protocollo d'intesa e di collaborazione istituzionale tra la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo guidata dal procuratore Federico Cafiero De Raho e l'istituto Eurispes, è stato siglato a Roma, il 12 giugno 2020.
L'accordo rinnova il piano triennale attivo dal 2017, per l'analisi e l'approfondimento di dati e informazioni con cui l'Eurispes aiuterà le attività della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo ricavando insieme indicazioni con cui indirizzare la propria attività di ricerca e analisi internazionale su fenomeni emergenti e di grande rilevanza nell'evoluzione della criminalità organizzata e del terrorismo.
Convenzione ampliata nel segno della segretezza impegnando le due realtà a coordinare l'attività dell'osservatorio permanente sulla sicurezza che raccoglie informazioni e analisi da mettere a disposizione del sistema d'intelligence del paese. L'organo è diretto dal generale Pasquale Preziosa, già capo di stato maggiore dell'aeronautica militare e dai vicepresidenti Roberto De Vita, avvocato penalista esperto di cyber-security in rappresentanza dell'Eurispes e per la Dna, Giovanni Russo, procuratore aggiunto.
Dentro, una ventina di esperti tra studiosi, docenti, magistrati, forze dell'ordine ed esperti operanti nei settori della sicurezza della lotta alle mafie e al terrorismo. Una collaborazione raccontata a Italia Oggi Sette da Gian Maria Fara, presidente Eurispes. Al centro la lettura, l'analisi dei dati, delle informazioni e l'elaborazione di scenari prevedendone i possibili accadimenti.
L'idea è quella di mettere a disposizione di forze dell'ordine e magistratura la nostra capacità di leggere e analizzare dati cercando di intercettare i fenomeni prima che accadano come abbiamo sempre fatto. Negli anni li abbiamo raccontati con vent'anni d'anticipo, a cominciare dalle ecomafie e agromafie di cui abbiamo stilato i primi rapporti tra i legami della criminalità organizzata e la filiera ambientale e agricola italiana.
E nella stessa ottica prosegue questo protocollo che conferma il riconoscimento dell'importanza del lavoro svolto sui temi della sicurezza e della lotta alle mafie in spirito di servizio dall'Eurispes dal 1982 a oggi, e inizia il potenziamento delle attività di ricerca e di studio innovativo che saranno anche di ausilio alla Dna nell'esercizio delle sue funzioni istituzionali".
Per il procuratore della Direzione nazionale antimafia, Cafiero De Raho, intervenuto alla firma dell'intesa, si tratta di "un ulteriore e importante tassello ad un lungo percorso di vicinanza e collaborazione con l'istituto sempre in prima linea nell'osservazione puntuale delle dinamiche criminali interne e internazionali del nostro Paese. Con il lavoro dell'Osservatorio avremo l'opportunità di approfondire le tendenze in atto e anticipare scenari e avviare azioni mirate di contrasto al crimine organizzato".
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 6 luglio 2020
Cassazione - Sezione V penale - Sentenza 11 giugno 2020 n. 17954. Furto consumato quando il soggetto è stato in possesso anche per poco della refurtiva. Risponde del delitto di furto consumato e non tentato colui che, pur non essendosi allontanato dal luogo di commissione del reato, abbia conseguito, anche se per breve tempo, la piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva. Così la sezione V penale della Cassazione con la sentenza 17954/2020.
La Corte ha comunque tenuto a chiarire che peculiare e ben diversa è la disciplina applicabile al furto all'interno di un supermercato, rispetto al quale secondo la giurisprudenza, anche delle sezioni Unite, va esclusa la consumazione del reato nell'ipotesi in cui il reo si trattenga, all'interno del negozio, sotto la diretta osservazione della persona offesa o dei dipendenti addetti alla sorveglianza mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce, atteso che tale intervento difensivo in continenti esclude il conseguimento, da parte del reo, dell'autonoma ed effettiva disponibilità della cosa, con cui la persona offesa mantiene una relazione, potendo recuperarla in ogni momento (cfr. sezioni Unite, 17 luglio 2014, Proc. gen. App. Brescia in proc. Cukon e altro, laddove si è affermato che il monitoraggio nell'attualità dell'azione furtiva avviata, esercitato sia mediante la diretta osservazione della persona offesa - o dei dipendenti addetti alla sorveglianza o delle forze dell'ordine presenti in loco, sia mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce, e il conseguente intervento difensivo in continenti, a tutela della detenzione, impediscono la consumazione del delitto di furto, che resta allo stadio del tentativo, in quanto l'agente non ha conseguito, neppure momentaneamente, l'autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo diretto del soggetto passivo; nella specie, la Corte, rigettando il ricorso del procuratore generale, ha ritenuto corretta la decisione che aveva qualificato a titolo di tentativo la condotta degli imputati, i quali avevano prelevato la merce dai banchi di esposizione di un supermercato, rimuovendo le placche antitaccheggio e occultandola dentro una borsa e sotto gli indumenti all'atto del superamento delle casse, ma ciò sotto il controllo dell'addetto alla sicurezza, intervenuto all'esterno dell'esercizio commerciale).
di Luca de Sio
Il Sole 24 Ore, 6 luglio 2020
Tra i tanti punti interrogativi suscitati dalla legge 41/2016, che ha introdotto il reato di omicidio stradale, vi è quello del rapporto tra alcune delle fattispecie previste e l'istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova disciplinato dall'articolo 168-bis del Codice penale.
Sul punto, volendo confrontarsi direttamente con la grave ipotesi omicidiaria prevista dall'articolo 589-bis del Codice penale, si dovrebbe a prima vista escludere la possibilità di accedere alla sospensione per messa alla prova in considerazione della pena edittale massima di 7 anni, ben superiore, quindi, al limite di 4 anni indicato dall'articolo 168-bis del Codice penale.
Il Gup di Trento - Ma il Gup di Trento in un caso (invero piuttosto particolare) di omicidio stradale ha optato per computare ai fini della concedibilità della messa alla prova la circostanza attenuante a effetto speciale prevista dal comma 7 dell'articolo 589-bis (concorso di colpa della vittima), con possibile riduzione della pena sino alla metà.
La Cassazione - Sul punto è intervenuta la Cassazione a Sezioni unite che, con la sentenza 36272/2016, ha precisato come, al fine di stabilire la pena edittale di riferimento per la messa alla prova, non debba tenersi conto delle circostanze aggravanti (nemmeno quelle a effetto speciale); nulla però ha disposto su quelle attenuanti. Il Gup di Trento, dunque, in assenza di specifiche disposizioni o divieti in tal senso e in armonia con l'intento deflattivo e special-preventivo dell'istituto, ha applicato la suddetta attenuante addivenendo a una pena di 3 anni e 6 mesi (inferiore, dunque, ai 4 anni previsti dall'articolo 168-bis) e ammettendo l'imputato alla messa alla prova. Un intervento che, ancorché "forzato", costituisce un precedente con cui si dovranno in qualche modo confrontare i successivi pronunciamenti giurisprudenziali.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 6 luglio 2020
Gratzianeddu s'avanza sul corso Garibaldi, l'ombra lunga, spropositata, sulla strada, a dispetto di un'altezza scarsa compensata dal magnetismo di uno sguardo che annulla ogni altra parte del corpo. Occhiate complici, che si scambiano con i ribelli tratteggiati sui murales. Orgosolo sa di Messico, di rivoluzioni inutili che si susseguono non per risolvere ingiuste sconfitte sociali, ma al solo fine di perpetuare il conflitto: fra lo Stato e uno spirito pagano, irredento e irredimibile. Graziano Mesina è la prova evidente che il carcere sia una afflizione che non serve, se il fine non sia la pacificazione fra l'individuo e la collettività che lo costringe a limare le proprie libertà, anche i propri vizi.
Gratzianeddu ha trascorso in galera la maggior parte dei suoi 78 anni, si incontra e divorzia dal carcere da quando aveva 14 anni e fu sorpreso con un fucile da caccia rubato. Fughe e carcerazioni, che si sono alternate col respiro corto, che ancora una volta si affrontano. Ma ora lo scontro è quello definitivo: la Cassazione ha reso irrevocabile una condanna a trent'anni per traffico di droga. La Grazia che gli era stata concessa nel '92, in concomitanza con la liberazione di Faoruk Kassam, decade. Sarà prigione per sempre, fino alla morte, se vince lo Stato. Così, il giorno in cui la sua pena diventava definitiva in Cassazione, Mesina non ha attraversato il corso Garibaldi, per andare a firmare il registro nella caserma dei carabinieri, come faceva da un anno, da quando era uscito dal carcere per la scadenza dei termini di custodia cautelare.
I carabinieri sono corsi inutilmente a casa di Peppedda, per trovare il fratello Graziano. Sul corso Garibaldi sono rimasti, a corona, gli sguardi dei vecchi, coevi di Gratzianeddu, che per anni lo hanno visto solo nelle sue ore di libertà. Hanno occhi murati, puoi guardarci dentro quanto vuoi, non lo si trova un indizio di verità, né se della fuga siano contenti o meno, o se l'abbiano odiato o amato Graziano. Sono occhi, però, che questa storia l'avrebbero potuta raccontare prima che accadesse, prima dell'ultima fuga, prima del primo arresto.
Storie così da queste parti galleggiano nell'aria che arriva dalle grotte del Gennargentu. Storie così hanno il sapore dei lecceti, delle sugheraie del Supramonte, sanno del rancido del formaggio di pecora che il pastore si trascina dietro, per sfamarsi, nelle transumanze infinite che da queste parti avvincono uomini e bestie. Chissà cosa sceglierà Gratzianeddu: la libertà montana del latitante, fatta di cambi continui di ovile, di solitudine che toglie il fiato, grotte umide e sudore che si attacca al velluto delle eriche? O quella libertà a termine delle comodità di paese, cittadine? Se sceglierà la civiltà primordiale e intonsa della Barbagia, o un obiettivo da cine giornale, per recitare un'ultima volta la parte del bandito romantico?
di Viviana Lanza
Il Riformista, 6 luglio 2020
Processi e indagini preliminari che durano troppi anni, intercettazioni che costano annualmente più di 12milioni di euro e che in diversi casi, come per le cosiddette intercettazioni a strascico, finiscono per essere ritenute inutilizzabili e non valide, la ripresa del lavoro in Tribunale ancora troppo lenta dopo i mesi di lockdown e dopo gli strappi tra avvocati e cancellieri sono alcune delle spine nel fianco di una giustizia che affanna. Il dietrofront, avvenuto l'altra sera, con la sospensione, decisa dal dirigente amministrativo, della decisione che la coordinatrice del settore penale del Tribunale di Napoli voleva adottare prevedendo il pagamento di una marca da 3,87 euro per conoscere per iscritto le date dei rinvii dei processi, è solo l'ultimo segnale del clima difficile che si respira. Quel punto è stato sospeso dopo la forte ondata di proteste da parte degli avvocati, sempre più delusi dai tempi stanchi della ripresa dell'attività del Palazzo di giustizia.
E poi c'è il carcere, con i finanziamenti per la struttura di Poggioreale fermi al palo da tre anni, con i disagi del sovraffollamento, il rischio che l'eco delle proteste che nei giorni scorsi hanno interessato il carcere di Santa Maria Capua Vetere possa in qualche modo diffondersi anche a Napoli, con il numero di suicidi in cella che continua ad essere un pericolo attuale, ancor di più a seguito del drammatico gesto computo da un detenuto a Napoli solo pochi giorni fa, e con le difficili condizioni di vita all'interno delle celle che rendono l'espiazione della condanna (ma anche l'attesa del processo, se si parla di detenuti in attesa di giudizio) qualcosa di più simile a una tortura che a un percorso di reinserimento nella società. Eccole alcune criticità della giustizia. Eccoli i nodi del sistema che occorrerebbe sciogliere.
Per recuperare efficienza ed efficacia servirebbe una riforma seria, organica, per certi versi coraggiosa. Il Riformista ha raccolto pareri e proposte di esponenti napoletani del mondo della giustizia e con il magistrato Carlo Alemi, giudice in pensione, e con gli avvocati Bruno Von Arx, penalista e docente di diritto penale, Annamaria Ziccardi, presidente del Carcere possibile onlus, e Gennaro Demetrio Paipais, presidente dell'Unione giovani penalisti, ha approfondito una riflessione sulle più attuali criticità del sistema e individuato proposte per un futuro diverso del mondo della giustizia e di quello del carcere.
"Snellire le procedure per velocizzare i processi penali e le cause civili" Carlo Alemi (già presidente del Tribunale di Napoli)
I tempi lunghi dei processi rendono spesso la giustizia poco tempestiva e quindi poco efficace. La media dei dibattimenti supera quello che la legge definisce "tempo ragionevole" e la mancanza di una riforma organica di tutto il sistema giustizia non consente di risolvere in maniera definitiva il problema. Per Carlo Alemi, magistrato dalla lunga esperienza, giudice in processi delicati e complessi che hanno riguardato gli anni più bui della nostra storia, dalle Brigate Rosse alla camorra di Cutolo, "il Coronavirus ha inciso in modo molto negativo sul mondo della giustizia ma ha dato una spinta ulteriore per l'informatizzazione e le procedure informatiche". A proposito di tempi e lungaggini dei processi, Alemi aggiunge: "Di questi argomenti e delle possibili soluzioni si parla da tempo, ma la prima proposta dovrebbe essere quella di semplificare le procedure perché così si riesce ad avere una causa o un processo, a seconda se parliamo di settore civile o penale, più rapida. Finora sono state fatte riforme che in teoria dovevano servire a snellire le procedure ma che nella pratica tutto hanno ottenuto tranne che quello. Inoltre, magistrati e avvocati dovrebbero cambiare mentalità perché non sempre sono propensi ad accelerare le procedure della giustizia".
"Udienze di pomeriggio e comunicazioni via pec per superare la fase di stallo" Gennaro Demetrio Paipais (Unione dei Giovani Penalisti)
La fase 2 procede a rilento. E lo stallo vissuto dalla giustizia civile e penale è alla base dello scontro tra avvocati, magistrati e cancellieri. Qual è il punto di vista di Gennaro Demetrio Paipais, leader dei Giovani Penalisti? "Crediamo che anche il settore giustizia possa riprendere progressivamente con le udienze in presenza calendarizzate, anche di pomeriggio se necessario, e con il mero rinvio da comunicare ai difensori a mezzo pec per le sole prime udienze o per le udienza da rinviare. Anche gli adempimenti potrebbero essere svolti in presenza, facendo leva sul senso di responsabilità che contraddistingue la nostra categoria professionale. Infatti, la procedura telematica e il pagamento dei diritti di copia con modello F23 hanno determinato alcune criticità in ordine alle richieste urgenti degli atti. Si potrebbe, viceversa, depositare la richiesta di copia e i diritti di copia, per poi ricevere la copia dell'atto a mezzo pec. Queste e tante altre proposte potrebbero essere sviluppate da una commissione del Consiglio dell'Ordine e della Camera penale costituita con la finalità di formulare un documento di proposte da sottoporre al presidente del Tribunale. Ed è proprio per questo che chiediamo al Consiglio dell'Ordine e alla Camera penale l'istituzione di un gruppo di avvocati penalisti che possa evidenziare criticità e avanzare proposte".
"Bene i limiti fissati dalla Cassazione alle intercettazioni a strascico" Bruno von Arx (docente di Diritto penale all'università Federico II)
Dal bilancio della Procura di Napoli emerge un largo uso delle intercettazioni. Basti pensare che, nel 2019, la Procura ha speso circa 12 milioni di euro per eseguirle. Eppure a gennaio, con la sentenza Cavallo, la Cassazione ha ribadito i limiti all'uso di questo mezzo di indagine. Ecco il punto di vista dell'avvocato Bruno von Arx: "Lo strumento di indagine delle intercettazioni telefoniche e ambientali è particolarmente subdolo e insidioso perché riflette sempre una realtà virtuale che è difficile interpretare nel suo peso reale. Sono senz'altro positivi gli interventi del legislatore e l'applicazione da parte dei giudici di strumenti e di leggi che impediscano il travaso e l'uso delle intercettazioni da un procedimento all'altro. E la lungaggine delle indagini è una conseguenza patologica dell'uso improprio che si fa delle intercettazioni. Per evitare che ciò accada, ci sono allo stato degli ostacoli che la giurisprudenza e le Sezioni Unite hanno posto in essere. Tuttavia, dipende soprattutto dalla prudenza e dalla capacità del giudice di comprendere l'importanza dello strumento investigativo. Uno strumento importante anche perché è nell'uso indiscriminato delle intercettazioni che si annida la genesi dell'errore giudiziario. E l'errore è possibile proprio perché, come dicevo, si insegue una realtà virtuale, che non può essere compresa fino in fondo attraverso il mezzo dell'intercettazione".
"Subito percorsi professionali per i detenuti appena usciti dal carcere" Anna Maria Ziccardi (Il Carcere Possibile onlus)
Le carceri campane scoppiano. E, al loro interno, scarseggiano strutture e figure capaci di gestire il disagio psichico e il desiderio di reinserirsi nella società nutrito dai detenuti. Il Riformista ne parla con Anna Maria Ziccardi: "Rieducazione non è tra i termini che preferisco. Il carcere va pensato soprattutto per la sua funzione di reinserimento e su questo bisogna investire in termini di risorse e personale, ma anche di coraggio. Bisogna dare ai detenuti la possibilità di fare qualcosa che non sia destinato a rimanere nel carcere, ma diventi un'opportunità da coltivare anche all'esterno. Ai detenuti bisogna offrire un'alternativa reale, così che quel che hanno imparato in carcere possano realizzarlo anche fuori evitando che, una volta scarcerati, possano ritornare al pessimo percorso che li aveva portati in cella. Abbiamo un provveditore eccezionale, un bravo direttore del carcere a Poggioreale, da Roma sono arrivati i rinforzi per il trattamento dei detenuti: se sappiamo sfruttarle, le occasioni ci sono e questo è il lavoro più utile che c'è da fare. È però anche importante che l'opinione pubblica conosca e comprenda il valore della funzione di reinserimento del carcere. Perché ora i problemi del carcere nessuno li vuole sapere, la gente li vuole lontani ed è interessata solo a tenere dentro i detenuti come se questo bastasse a risolvere i problemi. Purtroppo quella del carcere è politica che non fa voti; invece, se la curassimo di più, l'integrazione sarebbe possibile e sarebbero possibili tante cose.
pressenza.com, 6 luglio 2020
Siamo le detenute ed i detenuti del Carcere di Torino e con questa nostra lettera chiediamo che venga nuovamente presa in esame la proposta per la liberazione anticipata di 75 giorni (cinque mesi annuali). Il problema delle carceri, dovuto al numero in eccesso di detenuti, ristretti in strutture fatiscenti, non si risolve con le misure alternative. Infatti, le misure alternative vengono applicate o meno in base alla discrezionalità dei magistrati di sorveglianza; purtroppo Torino ha il primato di rigetti ed inoltre l'accesso a queste misure non è praticabile per tanti ristretti (mancanza di un domicilio, di un sostegno esterno, carenza di percorsi di reinserimento o riabilitativi per tossicodipendenti).
Anche con il diffondersi del Covid-19, la situazione del sovraffollamento delle carceri non è migliorata e ci riteniamo fortunati di non aver fatto la fine dei residenti delle Rsa. Siamo il paese con le pene più alte d'Europa e pur facendo parte dell'UE il nostro sistema giuridico e penitenziario non è adeguato rispetto a quello degli altri stati membri ed alle normative comunitarie, testimonianza non sono solo le storie di noi detenuti, ma soprattutto le sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani e le sanzioni di cui l'Italia è stata oggetto.
L'accoglimento della liberazione anticipata speciale, estesa per l'intera popolazione detenuta, compresi coloro che hanno l'articolo 4 bis darebbe una sorta di civiltà ed utilità all'espiazione. Nelle carceri si riflettono le stesse problematiche e gli stessi disagi sociale "dell'esterno" prima fra tutte la carenza di occupazione e di prospettive per il futuro. Tutto ciò provoca un divario tra la popolazione detenuta stessa, si crea un distinguo tra detenuti di serie A, che lavorano, studiano o sono inseriti in corsi e detenuti di serie B.
Coloro che riescono a lavorare o frequentare un corso hanno la possibilità di farsi conoscere e seguire dagli educatori ed hanno così più possibilità di entrare in un percorso lavorativo e di reinserimento sociale evitando una più probabile recidiva in cui potrebbero incappare coloro che durante la detenzione sono abbandonati a loro stessi. Riducendo il sovraffollamento si ridà alla pena la sua finalità "rieducativa", con un minor numero di detenuti si verrebbero a creare concrete possibilità (per un cambiamento), sia per noi che per gli operanti dell'area trattamentale che avrebbero l'opportunità di seguire al meglio il percorso dei detenuti e di finalizzarlo alla rieducazione ed alla diminuzione della recidività. Quest'ultimo aspetto riguarda sia chi compie sia chi subisce i reati ed in uno stato civile non dovrebbe essere sminuito. Chiediamo inoltre che questa legge sia retroattiva alla data in cui venne sospesa: 31 dicembre 2015.
I detenuti del Pad. F, Icam, B, A, C, E
gazzettadilivorno.it, 6 luglio 2020
La squadra composta dai detenuti del carcere delle Sughere ha ripreso gli allenamenti, grazie al via libera del direttore Mazzerbo. Decisivo il nulla osta firmato dal Direttore dell'istituto penitenziario de 'Le Sughere' Carlo Alberto Mazzerbo: le 'Pecore Nere', squadra di rugby composta da detenuti, dopo il lockdown ed il periodo più critico dell'emergenza legata al Covid-19, hanno ripreso ad allenarsi.
I tre tecnici della squadra, Manrico Soriani, Michele Niccolai e Mario Lenzi - ovviamente con tutte le precauzioni del caso e indossando costantemente la "mascherina" d'ordinanza - hanno ricominciato a guidare, da metà giugno, una volta alla settimana, le sedute per tale squadra del tutto speciale, composta da detenuti del carcere labronico.
Tutte le domeniche mattina, sul sintetico posto all'interno del carcere labronico, le "Pecore Nere" effettuano allenamenti. Viene rispettato il protocollo FIR, che, per ora, impedisce il classico contatto e le classiche mischie. Ad onor del vero, rispetto al periodo invernale, rispetto a quando, prima della sospensione dettata dalla pandemia, questa squadra stava disputando il suo primo campionato federale (aveva inanellato nel torneo amatoriale Old toscano, girone 2, un'eccellente striscia di tre vittorie ed un pareggio su quattro partite), la condizione fisico-atletica è meno brillante. Non manca il tempo per tornare ad esprimersi nella forma migliore: prima del mese di ottobre, ben difficilmente si giocheranno gare ufficiali con punti in palio.
La storia di un pallone ovale da far rotolare all'interno dell'istituto penitenziario cittadino è iniziata, grazie ai Lions Livorno, circa 6 anni fa - sabato 27 settembre 2014 per la precisione - quando 22 giocatori amaranto, accompagnati dal presidente della società Mauro Fraddanni, dallo stesso Manrico Soriani (ex allenatore dell'under 16) e dai rappresentanti del comitato toscano della FIR, Marco Bertocchi e Claudia Cavalieri, dettero vita, sul terreno di gioco del carcere, ad un allenamento piuttosto sostenuto, con tanto di partitella in famiglia. Fu grande l'entusiasmo mostrato dai circa cento detenuti presenti sugli spalti.
Da quel giorno, grazie ai Lions, grazie all'Associazione Amatori Rugby e grazie alla sensibilità ed alla concreta collaborazione della direzione e del personale de "Le Sughere", sono scattati 'veri' allenamenti per i detenuti. Ben presto è stata allestita una squadra di rugby composta, appunto, da atleti reclusi nella casa circondariale livornese. La formazione, con grande autoironia, è stata battezzata, dagli stessi detenuti, "Pecore Nere". L'intenzione di far disputare anche alcune gare amichevoli si è trasformata dopo alcuni mesi in realtà. Varie compagini di serie C si sono presentate all'interno dell'istituto carcerario, per giocare contro tale formazione, partite ricche di significato.
Cinque anni dopo il primo allenamento effettuato dai 22 atleti Lions di cui sopra, e più precisamente il 24 settembre 2019, nel corso della conferenza stampa svoltasi nella sala riunioni dell'istituto penitenziario di Livorno, ecco l'annuncio di una grande novità: grazie all'interessamento del Comitato Toscano della FIR, le "Pecore Nere" possono partecipare all'imminente campionato federale "Old". All'incontro con i giornalisti, oltre ai tecnici Soriani e a Niccolai, parteciparono tra gli altri il direttore dell'istituto de "Le Sughere" Carlo Alberto Mazzerbo, il delegato provinciale del Coni Gianni Giannone, il presidente del comitato toscano della Fir, Riccardo Bonaccorsi, il consigliere dello stesso comitato Luca Sardelli, l'assessore al sociale del comune di Livorno Andrea Raspanti, il garante dei detenuti Giovanni De Peppo, in rappresentanza dell'Associazione Amatori Rugby Toscana Arienno Marconi e, per i Lions, il consigliere Fabio Bizzi e l'addetto stampa Fabio Giorgi.
I giocatori delle "Pecore Nere" sono tesserati Associazione Amatori Rugby Toscana. Nel campionato Old potrebbero militare solo atleti che hanno già compiuto 35 anni: prevista, per alcuni elementi della squadra dei detenuti, una deroga. Le partite, viste le dimensioni del campo, piuttosto ridotte, sono disputate con soli 13 elementi, senza flankers. Il 16 novembre 2019 iniziò l'avventura nel torneo Old. Un'avventura entusiasmante, bloccata, bruscamente, dall'emergenza della pandemia. Un'avventura, per fortuna, non conclusa in modo definitivo: l'ovale ha ripreso, da metà giugno a viaggiare su quel terreno di gioco sintetico posto all'interno dell'istituto penitenziario.
di Andrea Gianni
Il Giorno, 6 luglio 2020
"Ho trascorso 29 anni in carcere ma non ho mai sofferto tanto come in questi quattro mesi: è stato un tuffo in un passato che vorrei lasciarmi alle spalle, ho avuto paura di perdere la serenità e l'equilibrio costruito con tanta fatica". Antonio Tango, 57 anni, è uscito dal penitenziario di Bollate per 5 giorni di permesso premio dopo il lockdown che per i detenuti si è tradotto in "un inedito isolamento", senza visite, lavoro all'esterno e incontri con i volontari che scandiscono giornate senza fine. Ha riabbracciato il figlio 13enne e nei prossimi giorni dovrebbe tornare a lavorare al Cimitero Monumentale di Milano grazie a un progetto del Comune interrotto a causa dell'emergenza. Tango 13 anni fa ha imboccato un percorso per lasciarsi alle spalle un passato criminale che gli è costato una serie di condanne, l'ultima a 18 anni per rapine.
Come ha vissuto il periodo di lockdown?
"Da 6 anni ho la possibilità di uscire in regime di articolo 21 e negli ultimi 4 anni ho lavorato al Monumentale. Sono abituato a trascorrere le giornate fuori e, da un giorno all'altro, tutto questo è finito. Ho sofferto tantissimo perché mi è sembrato di tornare indietro alle condizioni di 30 anni fa, però con la mentalità che ho adesso. È stato un richiamo alla mia bestialità, sentivo sgretolarsi la serenità interiore. Poi c'era l'incertezza, la paura di essere abbandonati".
Nelle carceri sono scoppiate anche rivolte e violenze...
"Questa situazione ha aumentato l'aggressività dei detenuti, ha fatto scoppiare la rabbia. Per fortuna a Bollate la situazione è stata abbastanza tranquilla, grazie anche al comportamento della direttrice, che ha mantenuto un dialogo e ci ha tenuti informati giorno per giorno".
Ci sono stati contagi?
"Si è parlato di contagi, non so se si tratta solo di voci. Ma l'aspetto peggiore non è stato tanto la paura del contagio quanto il senso di impotenza".
Come è iniziato il suo percorso di cambiamento?
"Quando sono entrato in carcere per l'ultima volta ho lasciato mio figlio di un anno e mezzo. Il senso di colpa mi stava logorando. Sono entrato nel Gruppo della trasgressione fondato dallo psicologo Angelo Aparo, all'inizio solo con l'idea di ottenere benefici e tornare libero il prima possibile. Piano piano, però, ho iniziato un percorso che mi ha portato a guardare gli scheletri nell'armadio, a perdere l'identità di criminale che avevo costruito per anni. Mi sono sentito né carne né pesce. Prima, quando andavo in giro, notavo solo banche e gioiellerie. Adesso guardo le statue, perché lavorando al Monumentale mi sono appassionato".
Ha incontrato suo figlio?
"Ci siamo visti appena sono uscito in permesso. Per quattro mesi ci siamo sentiti solo al telefono. È un bravo ragazzo, studia e frequenta l'oratorio. Questa è la mia gioia più grande".
di Andrea Gianni
Il Giorno, 6 luglio 2020
Nelle lettere dei detenuti il racconto della rivolta paure e vita quotidiana. "Sembrava un territorio di guerra, corridoi senza più le luci, fumo nero intenso tanto da fare fatica a respirare, quell'incosciente che ha appiccato il fuoco poteva fare una strage". Sergio Tuccio, da anni detenuto a Opera per associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio, racconta la rivolta scoppiata a marzo, nei giorni segnati da sommosse nei penitenziari di tutta Italia. Lettere, come messaggi in bottiglia, recapitate al Gruppo della Trasgressione creato 22 anni fa dallo psicologo Angelo Aparo per il recupero attraverso l'auto-percezione delle proprie responsabilità, attivo a Opera, Bollate e San Vittore. Come tutte le attività di volontariato, gli incontri si sono fermati e dovrebbero riprendere nei prossimi giorni. I detenuti hanno comunicato con l'esterno attraverso lettere, che raccontano frammenti di vita nelle carceri durante la pandemia.
"In queste settimane di totale caos - scrive Tuccio - abbiamo avuto diverse emozioni, come quella di essere autorizzati a videochiamare i nostri cari. Rivedere casa mia è stato magnifico, quei minuti mi sono bastati per tornare indietro di dieci anni, tempo che manco da casa. Rivedere la cucina dove giocavo con i miei piccoli, la cameretta dei bambini. Tutto sembra rimasto come prima, è come se per me qui dentro il tempo si fosse fermato".
"Mi sento impotente, fragile e psicologicamente instabile", scrive Giuseppe Amato, un altro detenuto, condannato per estorsione. "Piango quando sento tutti i giorni il numero dei morti - prosegue - mi accorgo che non sto bene, mi manca la quotidianità del carcere, mi manca tutto ciò che in questi anni mi sono costruito in questo piccolo mondo che fra due anni non mi apparterrà più". Rosario Roberto Romeo, invece, è uscito dal carcere di Bollate il 20 aprile, in piena emergenza: "La mancanza dei colloqui settimanali è stata la più grande sofferenza. Ho due figli piccoli e non abbracciarli per quasi due mesi è stato molto triste".
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