di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 5 luglio 2020
I braccianti. le donne, i precari, i discriminati, i disoccupati. Tutti insieme in piazza agli Stati Popolari del 5 luglio, per far sentire la nostra voce alla politica. Perché ora dobbiamo superare l'individualismo e le discordie, difendere i bisogni comuni e costruire un movimento che torni ad accendere la speranza.
"Si moltiplicano inutili luoghi di elaborazione strategica, per produrre progetti e linee-guida che servono solo come strumenti di autopromozione di chi li inventa. Gesù ha incontrato i suoi primi discepoli sulle rive del lago di Galilea, mentre erano intenti al loro lavoro. Non li ha incontrati a un convegno, o a un seminario di formazione, o al tempio", ha detto Papa Francesco.
Gli Stati Generali dell'economia, che si sono svolti fisicamente e sentimentalmente lontano dai luoghi delle contraddizioni delle masse popolari, rischiano di essere quell'esercizio di autopromozione della politica da troppo tempo svincolata dalle istanze e dai bisogni del paese reale. Tuttavia quando la storia darà testimonianza eloquente di questo drammatico periodo di ricostruzione non dovrà narrare di una massa popolare succube dell'apatia del pensiero conformista o ipnotizzata dall'incertezza, ma dovrà raccontare della sua vivace determinazione a percorrere sentieri pur inediti per raggiungere "una meta che è ancora un'incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore a petto delle condizioni presenti", come scrisse l'artista del famoso dipinto "Il Quarto Stato", Giuseppe Pellizza da Volpedo.
Il principio di questa marcia delle masse popolari dovrà ineluttabilmente passare attraverso la (ri)unificazione, attorno a bisogni comuni, di mondi diversi che la crisi economica ha trascinato nell'invisibilità. Tuttavia, la longevità dell'unione degli invisibili dipenderà anche dall'integrità e dalla solidità delle loro convinzioni.
Per fare ciò, occorrerà:
1) perseguire la coerenza dei valori (perché la coerenza è la valuta della fiducia) e non inseguire la convenienza dell'opportunismo;
2) perseguire l'egemonia culturale e non inseguire la contrapposizione sociale. Riusciremo a superare quest'ultima, se sapremo domare le nostre disarmoniche discordie per creare armoniose sinfonie d'unione.
L'unità degli invisibili dovrà quindi essere una vocazione della nostra coscienza collettiva che ci richiederà di spezzare le catene dell'individualismo per abbracciare la libertà della solidarietà e di posare il peso dell'"Io" per alzare la leggerezza del "Noi". Gli Stati Popolari rappresentano quindi quello spazio fisico e spirituale di questa rivoluzione di valori che è la nostra migliore difesa contro l'ingiustizia sociale. Tuttavia, dovremo avere l'umiltà appropriata a questa nostra ambiziosa visione.
Gli Stati Popolari dovranno quindi essere ricordati, nella storia del nostro paese, come il più inedito ed audace tentativo di unire gli invisibili attorno ai bisogni comuni. Gli Stati Popolari dovranno essere ricordati per il tentativo di unire le lotte degli invisibili. Tuttavia, la lotta degli invisibili dovrà essere condotta sull'alto piano della saggezza perché è l'unica via protetta che permette di vincere con onore. Gli Stati Popolari dovranno essere ricordati per ciò che gli invisibili si sono alzati per rappresentare e non per ciò su cui sono scesi a compromessi. Occorrerà rifiutare di scendere a compromesso con l'ingiustizia che ci ha reso veterani della disperazione. Occorrerà rifiutare di essere ostaggi delle sofferenze che rischiano di avvizzire la nostra anima e di spegnere la fiamma del desiderio di riscatto.
Gli Stati Popolari avranno il nobile compito di accendere un faro di speranza per chi verrà dopo di noi e tenere vivo il ricordo di chi ci ha preceduto. Gli Stati Popolari, non si riuniranno in un palazzo sontuoso, ma partiranno dalla storica piazza di San Giovani, simbolicamente la grotta di Adullam, che significa rifugio e giustizia del popolo.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 5 luglio 2020
Viaggio tra giovani e anziani, pensionati e precari, italiani e stranieri. Che solo sei mesi fa non avrebbero mai pensato di chiedere cibo e ora si mettono in fila per gli aiuti alimentari. Così con l'emergenza Coronavirus cresce la povertà assoluta.
Ogni notte da quindici anni Gigi si sveglia alle tre, prende il camion a viale Toscana, a Milano, e raggiunge la destinazione del ritiro giornaliero. È l'inizio di giugno, il paese si muove a passi incerti verso un ritorno alla normalità, la destinazione oggi è la zona industriale di Calcinate per ritirare prodotti in scadenza di grandi catene alimentari. Bancali di cibo invenduti per effetto della pandemia che senza le associazioni che aiutano i bisognosi finirebbero nei compattatori, distrutte, sprecate. Gigi attraversa le campagne lombarde, ha familiarità con le curve e la terra che, all'alba, emana potente l'odore di stabbio. A Calcinate deve ritirare diciotto bancali, 100 tonnellate di hamburger e panini e dolci surgelati di una nota catena di fast food. Sono da poco passate le sette quando raggiunge lo stabilimento, la temperatura dei frigoriferi segna meno ventiquattro, poche parole con gli addetti alla piattaforma, Gigi organizza lo spazio del furgone, saluta velocemente e torna indietro. Ci sono i pacchi alimentari da preparare. Gigi lavora al Pane Quotidiano, un'associazione laica che da oltre un secolo aiuta i bisognosi di Milano con beni di prima necessità. Prima della pandemia, i marciapiedi delle due sedi si affollavano prima dell'alba, poi, il 21 febbraio, la direzione ha chiuso al pubblico per ragioni di sicurezza, e la fila si è trasformata in richieste telefoniche, centinaia in pochi giorni, che avevano tutte il medesimo tono: "Ho fame. Abbiamo fame. Aiutateci".
Così l'associazione si è riorganizzata. Il grande piazzale trasformato in punto di snodo per i mezzi della Protezione Civile e i volontari, che prima preparavano i pacchi alimentari, si sono messi sulle tracce dei volti che componevano la fila del bisogno milanese e che poi sono rimasti chiusi in casa, con la paura del contagio, senza lavoro né risparmi, con la dispensa che svuotata in pochi giorni.
"Pronto? Chiamo dal Pane quotidiano, dove possiamo raggiungerla? Non esca, veniamo noi". Un numero, e un passaparola che diventa la mappa di un altro contagio, quello della povertà. I mezzi dell'associazione che ogni giorno aumentavano il numero dei viaggi, dei pacchi, della lista dei bisognosi: "anche la sua vicina ha bisogno? Non abbia vergogna, ci dia il numero la chiamiamo noi".
Il 4 giugno la sede di viale Toscana ha riaperto, la fase tre dell'aiuto coincide con la riorganizzazione degli spazi. Gli utenti non entrano più a scegliere i prodotti ma aspettano a distanza il turno di ricevere un pacco di cibo già sigillato. È sabato mattina, il cancello apre alle 9, ma alle sei la fila già gira l'angolo, arriva ai cilindri del nuovo Campus Bocconi, simboli di una città che sono due.
Due voci distinte, due direzioni contrarie. Facce note e facce nuove, quelle delle nuove urgenze, delle nuove povertà. Flavia è un'insegnante in un liceo, fa la volontaria da un anno e mezzo, apre la busta: pasta, pelati, sottilette, biscotti, tonno e ceci in scatola, banane "l'aiuto è reciproco, non allunghiamo una mano verso chi la tende, qui ci diamo la mano. È molto diverso, per chi da e chi prende". Flavia avvicina le vulnerabilità con discrezione, una delicatezza che si adatta alle età e le religioni, alla conoscenza pregressa, l'imbarazzo dell'estraneità per i nuovi arrivati, inesperti a chiedere, inesperti ad accettare.
Mariana è di origine rumena, in Italia da vent'anni, ha lavorato come badante, lavapiatti, poi un contratto in una ditta di pulizie nelle catene di hotel di lusso. Aspetta la cassa integrazione da marzo, ma niente. Ha tre figli, il più piccolo è in coda con lei. È la prima volta che ha difficoltà a fare la spesa, prima dell'epidemia il solo imbarazzo che ricorda è dover spiegare ai ragazzi di non potersi permettere le scarpe e le felpe di marca, o che non ci fossero abbastanza soldi per ricaricare il telefono ogni settimana.
Poi una mattina si è alzata e nel frigo non c'era più nulla, nel portafogli nemmeno "non avevo risparmi e mancava il necessario". Non vuole piangere, perché suo figlio è lì e perché è sola da tanti anni a crescere i ragazzi e le lacrime sono un lusso che è abituata a non concedersi. Afferra la busta e la stringe come si stringono le cose indispensabili, come l'aria mentre vai a picco "ci riprenderemo da questa vergogna?". Il saluto di Mariana è una domanda. Flavia la rincuora "rubare è vergogna", ma Mariana scuote il capo. "No - replica - perché quando non hai niente, se nessuno ti aiuta e hai bocche da sfamare, sei pronto anche a rubare". La disperazione della fame può rovesciare le logiche del buon senso e i volontari delle organizzazioni caritatevoli oggi sono chiamati anche a questo: arginare la vulnerabilità prima che diventi devianza.
Anna ha lo sguardo di una donna coriacea. Fuori dalla mascherina ha gli occhi di una tenacia irriducibile. Ha lavorato per cinquant'anni, da quando ne aveva tredici. Prima come commessa, poi tanti altri lavori in nero, fino alla pensione minima che non basta per lei sola, figuriamoci ora che divide casa e soldi con il figlio: fino a febbraio lavorava a ore in una palestra e ora non più. La povertà per lei è un gesto, anzi due. Fa qualche passo indietro, la mano destra abbassa la mascherina fino al mento, Anna apre la bocca e allarga il sorriso: "vedi? Non è più solo questione di mangiare e non mangiare. È come fare a mangiare". Le mancano la metà dei denti, quelli che restano sono guasti, "non so da quanti anni non vado dal dentista, non me lo posso permettere". E quando con altrettanto decoro sistema di nuovo gli elastici intorno alle orecchie si avvicina e si arrende allo stato d'animo che l'ha accompagnata in coda a viale Toscana, l'abbattimento "è una vecchiaia pesante, lo so che la vita cambia e so che la vita è fatta a scale, ma non si può sempre scendere e scendere". Poi sistema la chiusura lampo del carrello e cammina verso la fermata dell'autobus con una busta di spesa e un rinnovato imbarazzo.
Jole ha ottantasei anni, vive con gli 850 euro di pensione, 600 vanno via per l'affitto. La matematica del bisogno è presto fatta. Prima dell'epidemia pranzava nelle mense per risparmiare su un pasto, poi anche per le mense gli orari e i posti si sono ridotti e Jole è rimasta sola in casa con poco da mangiare. Ha il corpo minuto della vecchiaia che si ricurva su sé stessa, i volontari la conoscono e lei ricambia i sorrisi chiamando tutti per nome. "Alla mia età è più brutto essere da soli che essere affamati". Così ogni mattina Jole si sveglia e si impone di fingere che vada tutto bene. Soprattutto ora che ha ricevuto l'avviso di sfratto. "Che c'è di buono oggi?". "La robiola fresca, Jole", e lei accetta grata, si ferma a parlare ancora un po' mentre Flavia conta le persone arrivate fino a quel momento.
Sono le nove e quaranta. Le buste consegnate sono già trecentottanta sei. Secondo l'ultimo rapporto Istat sulla povertà in Italia vivono 1,7 milioni di famiglie, 4 milioni e mezzo di persone, in condizione di povertà assoluta e 3 milioni di famiglie (nove milioni di persone) in povertà relativa. L'istituto di statistica fotografa un paese che sono tre, la percentuale di famiglie in povertà assoluta al Sud è infatti l'8,6% del totale, percentuale che scende a 5,8 al nord e 4,5 al centro.
Le differenze geografiche non sono le sole: sono più povere le famiglie più numerose e sono più povere le famiglie di cittadini stranieri residenti. Il 26,9% a fronte del 5,9% delle famiglie italiane. I dati del rapporto si riferiscono al 2019, la preoccupazione del terzo settore è che i numeri del prossimo anno siano destinati a crescere come conseguenza dell'epidemia.
"Nel 2019 abbiamo distribuito 75 mila tonnellate di alimenti, durante l'emergenza le richieste sono aumentate del 40% in tutta Italia con picchi del 70% al Sud". A parlare è Giovanni Bruno, presidente del Banco Alimentare, organizzazione che dal 1989 si occupa di recuperare alimenti e distribuirli a persone in difficoltà attraverso 7500 strutture caritative.
"Aiutiamo stabilmente un milione e mezzo di persone da tanto tempo, ma l'immagine del paese in stato di bisogno che ci sta restituendo questa crisi è del tutto inedita", continua Bruno. Solo a Milano le persone aiutate sono 215 mila, in costante aumento da marzo. Ma Bruno è sicuro che il picco arriverà in autunno. I virologi temono la seconda ondata del Covid, le organizzazioni caritatevoli pensano inevitabile l'inasprirsi della povertà con la fine dei risparmi, delle casse integrazioni e con le attività commerciali che stentano a ripartire. "Si sta ampliano la forbice, ci telefonano giostrai e cuochi, lavoratori dello spettacolo e commesse, camerieri e studenti che si vergognano di chiedere aiuto ai genitori. Il tema è: ora ci affanniamo a riassorbire gli effetti della pandemia. Ma già prima c'erano quasi cinque milioni di poveri assoluti e tra loro più di un milione di bambini. Tornare a prima significa tornare a questo e non è una prospettiva allegra".
Nel magazzino del Banco Alimentare ci sono beni recuperati dalla grande distribuzione e quelli finanziati dal Fondi per gli aiuti europei agli indigenti (Fead) che ha un bilancio di 3,8 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 e un obiettivo: la lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Per le istituzioni europee un cittadino si considera gravemente indigente se non può permettersi un affitto o le bollette, se non può riscaldare casa, mangiare proteine di qualità volta ogni due giorni, usare un'automobile, una lavatrice o una tv a colori e permettersi un telefonino.
Marianna non può permettersi niente di tutto questo, arriva che è quasi sera in una parrocchia della periferia di Milano con due delle tre figlie, non avrebbe mai immaginato, prima di Marzo, di bussare alla porta della sagrestia per chiedere da mangiare. Ha lavorato in una mensa scolastica per diciannove anni, con un contratto a part time di nove mesi, e lo stipendio che doveva bastare per dodici facendo economia su tutto. Sua figlia Giulia che oggi ha 23 anni ha lasciato la scuola a 15 per aiutare la madre a crescere le sorelle. Ha lavorato come barista e cameriera quasi sempre in nero, poi vari stage che non sono diventati contratti di lavoro e a febbraio stava ultimando una prova che sperava diventasse un apprendistato. Poi la pandemia ha tradotto quella speranza nell'ennesimo "le faremo sapere".
Marianna ha smesso di pagare affitto e bollette, la cassa integrazione, arrivata con tre mesi di ritardo, è di 340 euro. Dice di sé che ha imparato a essere sorridente, che quando hai tre ragazze in casa da sfamare la vergogna sparisce, le prendi per mano e insegni loro che a volte nella vita bisogna chiedere aiuto e che stavolta è toccato a loro.
Giulia annuisce, la guarda con ammirazione. Condividono otto anni di privazioni e fatiche comuni. "Non sappiamo più cosa sacrificare, ho smesso di studiare, ho lavorato mentre i miei coetanei si divertivano - dice Giulia stringendo forte la mano di sua madre - e alla speranza di una vita più bella non voglio rinunciare. Per me e le mie sorelle". Che rischiano di diventare le bambine in povertà assoluta del prossimo rapporto Istat.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 5 luglio 2020
Il presidente di Sos Med Alessandro Porro: "Chiediamo il rispetto dei trattati internazionali". Possibile via allo sbarco domani. "Un salvataggio si considera concluso solo quando i naufraghi sbarcano in un porto sicuro. Quindi non stiamo chiedendo niente di speciale, né noi né i migranti, ma solo il rispetto dei trattati internazionali. E questo rende la situazione che stiamo vivendo ancora più assurda". Il presidente di Sos Mediterranée Alessandro Porro risponde da bordo della Ocean Viking, la nave della ong europea che da dieci giorni naviga nel Mediterraneo in attesa che qualcuno risponda finalmente alle sette richieste di un porto sicuro avanzate dall'equipaggio.
La risposta che metterebbe fine all'odissea della nave potrebbe arrivare da Malta o dall'Italia, ma nessuno dei due Paesi finora si è fatto sentire ufficialmente, anche se la situazione potrebbe sbloccarsi domani con il trasferimento dei migranti a bordo della nave-quarantena Moby Zaza. "Dobbiamo aspettare che qualcuno muoia per poter sbarcare?", chiedeva ancora ieri sera Sos Mediterranée tornando a sollecitare l'intervento dell'Unione europea.
Nel frattempo la situazione a bordo peggiora di momento in momento. Dopo i sei tentativi di suicidio in 24 ore, per i 180 migranti è sempre più difficile resistere alla pressione psicologica di questi giorni. Per 44 di loro, i più vulnerabili, due giorni fa l'ong ha chiesto l'evacuazione e successivamente il comandante ha dichiarato lo stato di emergenza per il rischio di non riuscire più a controllare la situazione.
Per tutta risposta ieri mattina da Pozzallo è partita una motovedetta della Capitaneria di porto con a bordo un medico e un mediatore culturale. "Il dottore ha provato a rassicurare le persone", spiega Porro. "Ha parlato con i principali gruppi etnici e ha detto che farà di tutto per farci sbarcare. Ma non ha disposto l'evacuazione che avevamo richiesto almeno per 44 migranti".
Dove vi trovate e com'è adesso la situazione a bordo?
Siamo a 17 miglia dalle coste della Sicilia, in acque internazionali, e facciamo avanti e indietro in attesa di notizie. Per quanto riguarda la situazione, invece, è tesa come una corda di violino. Le persone soffrono di un acuto stress psicologico, sono stanche. Non sappiamo per quanto tempo riusciremo a garantire la calma. Alcuni migranti sono aggressivi verso gli altri, si verificano liti. È una situazione nuova per noi. Il medico ha prescritto dei tranquillanti, ma non possiamo obbligare nessuno a prenderli. Facciamo il possibile per mantenere l'ambiente sereno, ma non è facile. Lo stato di emergenza permane, speriamo di poter sbarcare presto.
Teme ci siano rischi per equipaggio?
No, ma siamo tutti supervigili e stanchi.
Intanto prosegue il silenzio da parte delle autorità italiane.
Leggiamo l'invio di un medico come un segnale, una risposta che aveva suscitato molte speranze nei migranti. Le aspettative erano alte: viene il medico e ci porta da qualche parte, pensavano in molti. Invece il medico è venuto ma non è successo niente.
A bordo avete anche 25 minori e due donne. Come stanno?
I cinque bambini più piccoli si trovano in infermeria con le due donne. Gli altri più grandi, di 15-16 anni, sono invece con gli uomini. Una delle donne è incinta al quinto mese, ha una pancia molto grande ma per fortuna sta bene.
Cosa pensate di fare adesso?
Attendiamo direttive dalle autorità. Abbiamo fatto tutto quello che era possibile: per sette volte abbiamo chiesto un porto verso il quale andare e poi abbiamo dichiarato lo stato di emergenza. Ora continuiamo ad aspettare che qualcuno ci dica cosa fare. Una cosa però ci tengo a dirla...
Prego...
È assurdo arrivare a situazioni come quella che stiamo subendo. Avere un porto dove sbarcare i naufraghi è un diritto, se lo tolgono ai migranti lo tolgono a tutti. Questo degli sbarchi negati è un teatrino che va avanti da anni in attesa che si arrivi a un sistema di salvataggio europeo, che è quello che chiediamo da molto tempo e che invece ancora non si vede.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 5 luglio 2020
L'ultimo rapporto del Censis svela che un percettore di reddito su tre ha visto ridurre le proprie entrate a causa del Covid-19. Una nuova società dei due terzi: così si presenta oggi l'Italia, alla vigilia dell'autunno più difficile della sua storia repubblicana. L'immagine dei due terzi fu "inventata" negli anni 80 del Novecento da uno scienziato sociale e politico tedesco, Peter Glotz: intendeva descrivere la divisione tra "garantiti" e "non garantiti" che aveva messo in crisi la coesione nei Paesi europei e posto fine alla "golden age" socialdemocratica. Ma mentre allora il motivo dell'esclusione era prevalentemente salariale, oggi il terzo della società rimasto fuori soffre di forme del tutto nuove e diverse di disuguaglianza.
Spulciando tra le cifre dell'ultimo rapporto Censis si scopre infatti che sono un terzo i percettori di reddito che hanno visto ridursi le proprie entrate a causa del Covid-19 (dipendenti in cassa integrazione, titolari di attività retail, ristoratori e baristi, partite Iva), mentre i restanti due terzi hanno continuato ad avere flussi in entrata pressoché identici, e anzi hanno risparmiato di più per i minori consumi. Ma, allo stesso tempo, un terzo sono anche le case sotto gli 85 metri quadrati, in cui cioè la quarantena non può davvero essere stata una vacanza. E un terzo sono state le famiglie rinchiuse in quelle case senza avere né un personal computer né un tablet per fare videoconferenze, didattica a distanza, acquisti on line: cioè senza poter vivere come gli altri.
Il terzo di esclusi, di chi ha avuto un colpo più grave dalla crisi sanitaria e avrà ora più difficoltà ad adattarsi, non è omogeneo. Parafrasando un celebre incipit, si può dire che ogni famiglia infelice durante il lockdown lo è stata a modo suo. È anche probabile che i vari "terzi" non coincidano del tutto tra di loro. Il titolare di una tavola calda che viveva sui pasti degli impiegati pubblici della zona, con gli uffici chiusi da mesi e ancora per mesi, ha perso certamente reddito; ma probabilmente ha un computer a casa. Mentre un impiegato pubblico che il lavoro non l'ha perso, magari vive in una casa sotto gli 85 metri quadrati. Ciò che unifica questi segmenti di italiani rimasti ai margini è una condizione socio-culturale, più che strettamente economica, trasversale rispetto alle classi e alle stratificazioni tradizionali.
Un terzo sono per esempio i professionisti "poveri", che registrano un reddito annuo inferiore a 11.600 euro. Un terzo sono i commercialisti che hanno chiesto e ottenuto il bonus da 600 a causa del crollo delle proprie entrate. Nuove povertà possono annidarsi anche tra avvocati o architetti, in moderne sacche di lumpen-ceto medio. Il numero delle famiglie unipersonali è un terzo del totale. Ed è difficile negare che chi vive da solo abbia sofferto l'isolamento più di ogni altro, a dispetto della retorica sulla "dolce vita" dei single. Anche perché quasi la metà di quelle famiglie è composta da un anziano solo, molto spesso una vedova.
La prima considerazione da fare è che nessun sistema può riprendersi e tanto meno prosperare se un terzo ne rimane fuori. Si pone dunque un grande obiettivo di coesione sociale per l'Italia di domani, e non solo come anelito di giustizia ma come condizione di crescita. La seconda è che l'esclusione è multiforme e di nuovo conio, e la linea divisoria non passa sempre sull'antico confine tra poveri e non poveri. La terza è che questo terzo escluso esprime bisogni e chiede risposte non più burocraticamente registrabili sotto il capitolo dell'"assistenza". Il bonus vacanze e il bonus monopattino sembrano parlare più a un mondo di garantiti, di ceti urbani e di lavoratori dipendenti, così come avvenne con gli ottanta euro di Renzi e la quota cento di Salvini; ma non cambieranno le sorti di una larga fetta di italiani che avevano scommesso su se stessi, che non dipendevano che dal proprio lavoro, e che in molte aree del Paese erano spesso la spina dorsale dell'economia. Del resto, abbiamo già l'esempio del reddito di cittadinanza per concludere che neanche al Sud l'assistenza si è dimostrata efficace volano di riscatto sociale e di ripresa.
Questa gente, questi "terzi" del Paese, hanno bisogno di sviluppo e lavoro, non di prebende di Stato. Di investimenti pubblici che creino un ambiente adatto per la crescita. Di digitalizzazione per non restare fuori dal mondo che verrà, o è già venuto. Di 5G e di treni veloci per non pagare il prezzo di vivere nei piccoli centri. Di un sistema educativo che sta diventando la cenerentola d'Europa e deve recuperare l'anno perso da una intera generazione di studenti. Di un sistema sanitario che offra gli stessi posti letto e la stessa assistenza domiciliare di cui godono i tedeschi o i francesi, o almeno quella degli altri italiani, visto che l'emergenza Covid si conclude con 28 posti letto in terapia intensiva ogni centomila abitanti in Valle D'Aosta contro i 7 e mezzo in Campania (ed è davvero sorprendente che, con tutto quello che è accaduto, si stia ancora a discutere se usare oppure no i soldi già disponibili per rifare ospedali, ambulatori e medicina di base). Il terzo escluso non ha perso solo reddito, ma opportunità. Non va risarcito solo con assistenza, ma con opportunità.
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 5 luglio 2020
Lo scrivere è un bel dono / ti riempie di amore e bellezza / è un romantico, rumoroso suono / è poesia, è vita che non conosce resa. / In questo posto se non l'avessi mai conosciuto / il tempo l'avrei passato con tristezza, / senza sorriso, ma lacrime a fiumi, / perché nel profondo sto vivendo come/ Tiresia, nel regno dell'oscurità, / dove non esiste né il giorno né la notte / perché attraversato il fiume dell'oltretomba, / che terrore, il posto è freddo, è come la neve.
L'eterno ergastolano - Difficile, per me, trattenere il pianto, rileggendo questi versi con cui Mario Trudu (ne ho parlato tanto... l'eterno ergastolano che un sistema feroce e ingiusto ha lasciato morire dopo quarant'anni di carcerazione assoluta, senza la pietà di lasciargli rivedere la sua casa, nemmeno per il respiro di un attimo, quando già gravemente malato...) chiude il suo ultimo libro. Che è struggente e inconsapevole (forse) testamento, ma anche potente manifesto letterario.
Quale più bella definizione dello scrivere, questo "romantico e rumoroso suono", che è "vita che non conosce resa". E la forza dell'animo che non conosce resa tutta esplode nelle pagine di questo suo ultimo libro di cui voglio parlarvi oggi: "La mia Iliade. Un'odissea di quarant'anni a inseguire la vita", edito da Strade Bianche di Stampa Alternativa.
Mario conosceva a memoria il poema di Omero, ammirava gli eroi di quel tempo lontano. Sempre capace di vivere con la mente una vita parallela a quella buia del carcere, tenendo vivo in sé un ricordo del mondo tanto forte, violento persino, da percepirne gli odori, i sapori, i colori..., compie ora un salto stupefacente. Attraversando le pareti dello spazio e del tempo entra nel mondo dei suoi eroi e ne diventa parte.
La mia Iliade. Un'odissea di quarant'anni - "Parlare di questi uomini fortissimi con un coraggio da leoni, mi fa sentire la pelle come fosse un formicaio dall'emozione. Immaginatevi un po' poterli incontrare di persona e discutere con loro come se ci conoscessimo e fossimo amici da sempre".
E la sua vita si intreccia con quella dei suoi eroi. Incontri che, come lui stesso scrive, "mi hanno accompagnato e reso meno insopportabili i decenni passati chiuso dentro queste mura".
Così, ad esempio, mentre si trovava all'Asinara... "spesso capitava che in quelle colline m'incontravo con gli eroi di quella incredibile e più che sanguinosa guerra narrata da Omero. Io mi ritenevo una persona fortunata, potevo incontrare tutte e due le parti in guerra senza problemi, e avere il privilegio di poter incontrare personaggi dell'una e dell'altra parte, senza creare gelosie e malumori, mi faceva sentire un eroe al pari loro. Alle volte le nostre discussioni erano accese, ma regnava sempre il massimo rispetto fra di noi".
E lo vediamo consigliare Priamo, consolare Clitemnestra sulla tomba di Ifigenia, sedere a un banchetto di dei... e si incanta e ci incanta narrando le imprese dei suoi eroi. Esaltandone la forza, confrontandosi con la lealtà, la pietà, la vita e la morte.
Il giusto in guerra contro l'ingiustizia - Un libro meraviglioso e immenso, lo definisce Natalino Piras nell'introduzione, "un romanzo-poema dove il narratore-poeta traspone la sua guerra di giusto contro l'ingiustizia". E sottolinea che "è soprattutto con Ettore, il forte eroe troiano, l'unico capace di tenere testa ad Achille e da Achille ucciso, il suo corpo profanato e trascinato nella polvere, che Mario Trudu si identifica. Con la forte capacità di guerra dello spietato combattente, Ettore odia la guerra ma la guerra deve sostenere in difesa della sua città. (...) Mario Trudu vive nella dimensione etica di Ettore, lo sconfitto, in realtà il "vero vincitore", "il fuoriclasse d'Asia" come canta un altro grande poeta nostro contemporaneo, Pierluigi Cappello, prigioniero del suo corpo costretto su una sedia a rotelle".
Anche nel racconto del tempo e degli spazi della sua pena, Mario ci regala pagine immense, dove riesce a stupirci ancora, raccontando, per esempio, della gioia provata quando per la prima volta dopo tanti anni viene trasferito in una cella dalla quale riesce a vedere un albero. Incontenibile...
Se mai ho dei rimpianti, l'ho già detto, e come i rimpianti più grandi forse mai me ne libererò, uno è quello di non essere riuscita a portare in tempo a Mario così, bella impaginata e stampata, la sua visionaria, straziante, incantevole Iliade... corredata fra l'altro di disegni, con i quali sempre Mario, che durante il periodo di carcerazione a Spoleto si è diplomato all'Istituto d'Arte, accompagna i suoi lavori.
Cantami o diva dell'arzanese Mario, la pena perpetua - La mia Iliade. Un libro, e una scrittura, dove scorre il sangue... che è quello che fa la vera letteratura. Un libro talmente fuori dall'ordinario che Marcello Baraghini, innamorato fin dai primi testi che di Mario, ormai una decina di anni fa, gli avevo portato, non solo ha accolto, ma proclama "La mia Iliade" vincitrice della terza edizione del premio Stregone. Un premio provocatoriamente anti-Strega, trasparente, senza rituali e controcorrente, idea che solo un editore che da mezzo secolo si muove in direzione ostinata e contraria poteva avere. Così, la sera del prossimo giovedì, 2 luglio, se volete seguire una serata davvero alternativa, collegatevi con Radio radicale. Saremo lì a parlare di Mario Trudu, dei suoi eroi, della sua infinita pena...
"Cantami o diva dell'arzanese Mario, la pena perpetua..." scrive Monica Murru, che ha seguito la vicenda di Mario negli ultimi cinque anni. Ma subito si corregge: "No, credo di no. Nessuno oggi invocherebbe la Musa per cantare la storia di un comune mortale condannato a vivere la tragedia di giorni senza speranza... I poeti non la canterebbero e la musa non li ascolterebbe. Non è argomento che va oggi di moda, troppo scomodo, impopolare... Faccio l'avvocato da abbastanza tempo per sapere che, nonostante l'articolo 27 della Costituzione, nel nostro paese le pene sono prevalentemente volte più ad affliggere che a rieducare, secondo una normativa/prassi/trattamento che consiste nel rinchiudere il colpevole in una scatola di cemento armato, senza prospettiva e talvolta senza proporzione".
L'Iliade di Mario - In una delle lettere che sempre mi affidava da leggere alle presentazioni dei suoi racconti, Mario, cui è sempre stato negato di parteciparvi, scrive: "Se fossi stato presente mi sarebbe piaciuto passare fra voi e magari abbracciarvi ad uno ad uno, sarebbe stato il modo più naturale e sincero per ringraziarvi".
Sono sicura che lo Stregone, farà la magia... giovedì sera Mario sarà lì, davvero, con tutti noi. Intanto un regalo. Marcello Baraghini, convinto com'è che la cultura sia di tutti (e condivido in pieno), in anticipo sulla stampa, invita a scaricare gratis, leggere e diffondere l'Iliade di Mario: http://www.stradebianchelibri.com/trudu-mario-la-mia-iliade.html
di Yahya Sorbello
ilfarosulmondo.it, 5 luglio 2020
Mujtahid, un informatore saudita, che si ritiene sia membro o che abbia una fonte ben collegata nella famiglia reale, ha rivelato che l'esercito saudita controlla una prigione segreta nello Yemen orientale in cui i detenuti vengono torturati a morte. Mujtahid ha rivelato sulla sua pagina twitter che la prigione segreta si trova ad Hadhramaut, nello Yemen orientale, aggiungendo che "centinaia e forse migliaia di persone sono tenute in questa prigione e che alcuni di loro sono morti sotto tortura e molti altri sono diventati disabili".
"Le condizioni della prigione non sono buone nemmeno per tenere animali. Gli organi legali e i tribunali internazionali devono costringere l'esercito saudita a liberare tutti i detenuti", ha dichiarato Mujtahid. L'Arabia Saudita e alcuni suoi alleati regionali hanno lanciato una devastante campagna militare contro lo Yemen nel marzo 2015, con l'obiettivo di riportare al potere l'ex presidente Abd Rabbuh Mansour Hadi e schiacciare il movimento Ansarullah. Il Progetto di localizzazione degli eventi armati con sede negli Stati Uniti, un'organizzazione no-profit di ricerca sui conflitti, stima che la guerra abbia causato oltre 100mila vittime negli ultimi cinque anni. Le Nazioni Unite affermano che oltre 24 milioni di yemeniti hanno un disperato bisogno di aiuti umanitari, tra cui 10 milioni che soffrono di livelli estremi di fame.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 5 luglio 2020
Dennis Christensen, un cittadino danese residente in Russia dove era stato arrestato nel 2017, era stato il primo testimone di Geova a essere condannato, nel febbraio 2019, a sei anni di colonia penale per "appartenenza a un'organizzazione estremista", secondo una legge entrata in vigore nel 2002. Sarebbe stato anche il primo a essere rilasciato, dato che il 24 giugno il tribunale di Lgov aveva deciso di commutare il resto della pena in una multa di 400.000 rubli (poco meno di 5000 euro).
Tuttavia, la procura del distretto di Kursk si è opposta al provvedimento di scarcerazione. Così, il 26 giugno Christensen è stato riportato nella colonia penale n. 3 di Lgov. Il motivo, del tutto pretestuoso, è che durante la detenzione avrebbe violato un paio di norme del regolamento interno, tra cui essersi trovato nella mensa a un orario sbagliato. La Russia ha sottoscritto trattati internazionali che la obbligano a rispettare la libertà di religione. Nel 2010 è stata anche condannata dalla Corte europea dei diritti umani. Dovrebbe cessare, dunque, di perseguitare i testimoni di Geova. E invece decine di fedeli sono in carcere e attendono di essere processati da quando nel 2016 la Corte suprema ha bollato come "estremista" l'organizzazione religiosa.
Il Riformista, 5 luglio 2020
"Cari, sto bene e in buona salute, spero che anche voi siate al sicuro e stiate bene. Famiglia, amici, amici di lavoro e dell'università di Bologna, mi mancate tanto, più di quanto io possa esprimere in poche parole". Lo scrive in una lettera Patrick George Zaky, lo studente dell'Università di Bologna in carcere in Egitto da inizio febbraio, recapitata alla sua famiglia. Lo annuncia la rete Patrick Libero.
"Spero che stiate tutti bene e che il Coronavirus non abbia colpito nessuno dei nostri cari. Un giorno sarò libero e tornerò alla normalità, e ancora meglio di prima", aggiunge lo studente nella missiva. "Naturalmente non ha potuto dire tutto quello che voleva, dato che queste lettere passano attraverso varie mani di sicurezza prima di raggiungere il destinatario. Sì, siamo ancora preoccupati, ma siamo felici di leggere le sue parole", scrivono gli attivisti che hanno diffuso il contenuto della lettera.
Zaky, studente 27enne dell'Università di Bologna, era stato arrestato al Cairo nella notte tra il 6 e il 7 febbraio 2919, con la detenzione sempre prolungata dalle autorità egiziane. Contro di lui le accuse riguardano reati di opinione, attualmente è recluso nel nel maxi complesso carcerario di Tora, alle porte del Cairo.
di Lisa Accordi
heraldo.it, 5 luglio 2020
L'undicesima edizione del Libro Bianco sulle Droghe, presentata alla Camera il 25 giugno, descrive un quadro decisamente preoccupante. "Una guerra che è stata combattuta per mezzo secolo e non è stata vinta, è una guerra persa", ha recentemente dichiarato Juan Manuel Santos, ex Presidente della Colombia e Premio Nobel per la Pace nel 2016, parlando della lotta degli Stati contro la droga e il narcotraffico. Membro della Global Commission on Drug Policy, organizzazione internazionale nata nel 2011 e fondata da ex capi di Stato o di governo e da leader esperti del mondo politico, economico e culturale, Santos è senza dubbio tra i più autorevoli soggetti internazionali a sostenere politiche sulla droga basate su prove scientifiche, diritti umani, salute pubblica e sicurezza: il proibizionismo non funziona, e nessuno ormai può più negarlo.
Ne sappiamo qualcosa in Italia, dove ogni anno lo Stato "rinuncia" a circa 20 miliardi di euro di entrate, la giustizia nei tribunali è pesantemente rallentata da circa 200.000 fascicoli relativi a reati commessi in violazione del Testo Unico sulle Droghe e le carceri sono sovraffollate da detenuti tossicodipendenti che andrebbero curati e non puniti per il consumo di sostanze stupefacenti. Un vero e proprio auto-sabotaggio di Stato dunque, in un momento storico in cui molte democrazie liberali nel mondo hanno scelto, non senza una certa dose di cinismo e realpolitik, di legalizzare almeno le droghe leggere.
E decisamente preoccupante risulta anche il quadro che emerge dall'undicesima edizione del Libro Bianco sulle Droghe, presentata lo scorso 25 giugno nella sala stampa della Camera dei Deputati nell'ambito della campagna internazionale di mobilitazione dal titolo "Support. Don't Punish" che quest'anno coinvolge oltre 160 città in 84 Paesi nel mondo. Si tratta dell'unico rapporto indipendente in Italia sui danni collaterali del Testo Unico sulle sostanze stupefacenti Jervolino-Vassalli (D.P.R. 309/1990), ed è promosso da realtà come La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA, Associazione Luca Coscioni, ARCI, LILA, Legacoopsociali e con l'adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITARDD e ITANPUD. Il focus del Libro Bianco nel 2020 è sul rapporto tra droghe e carcere in tempo di Covid-19, questione complessa che non riguarda solo la giustizia secondo il codice penale, ma anche e soprattutto la capacità di uno Stato di garantire a tutti i suoi cittadini il rispetto di diritti fondamentali come quello alla salute.
"In Italia e nel mondo non si vedono segni di contenimento della presenza degli stupefacenti" ha dichiarato l'avvocato Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto. "Dopo quasi 60 anni di proibizionismo, quel che va riformato radicalmente è l'impianto generale del "controllo." Il testo smonta, infatti, molte delle mistificazioni spesso utilizzate per generare paura contro riforme anti-proibizioniste e i dati raccolti ci raccontano che in realtà, durante il lockdown, i consumatori di droghe "hanno dimostrato capacità di autoregolazione e il mercato illegale "flessibilità e resilienza", e soprattutto non si è fermato, mentre i servizi pubblici hanno saputo adattarsi solo a macchia di leopardo alla nuova situazione."
Niente a che vedere, dunque, con lo stereotipo del tossicodipendente che, pur di procurarsi la droga, diventa un pericolo per sé e per gli altri. Su questo concordano anche i dati ufficiali del Ministero dell'Interno secondo cui "per quanto riguarda i reati relativi agli stupefacenti, anche questi in calo durante il lockdown da Covid-19 del 28% - con produzione e traffico nello specifico diminuiti del 37% - sono emerse però nuove forme di spaccio di droga mascherate, ad esempio, da food delivery (spacciatori-driver con consegna porta a porta e, a volte, uso di app e pagamenti elettronici) o da car sharing".
Insomma, durante il lockdown sarebbe sì esplosa la fantasia di consumatori e spacciatori, ma non i reati connessi all'uso di droghe, che rispetto al totale dei reati commessi nel Paese nel periodo interessato dalla statistica (1 marzo-10 maggio 2020) rappresentano infatti solo il 2,85%. Nello stesso periodo, i reati contro il patrimonio hanno raggiunto il 44,89 % del totale. Questo dato è fondamentale, nel momento in cui in Italia la legge sulle droghe continua a essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia e nelle carceri: il 34,80% del totale della popolazione carceraria in Italia si trova infatti in carcere per violazioni del Testo Unico sulle Droghe.
Secondo gli ultimi dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati al 31 dicembre 2019, nelle carceri italiane ci sono 60.769 detenuti contro una capienza regolamentare degli istituti di pena di 50.688 posti. Sugli oltre 60.000 detenuti, ben 14.475 (il 23,82% del totale) lo sono a causa del solo articolo 73 del Testo unico (sostanzialmente per detenzione a fini di spaccio). Altri 5.709 in associazione con l'art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, ovvero il 9,39%) e solo 963 esclusivamente per l'art. 74 (1,58%).
Ma la vera emergenza sociale è che - secondo alcune stime - il 37% di chi entra in carcere usa droghe, ovvero l'equivalente dei massimi storici raggiunti all'epoca della Fini-Giovanardi nel 2007: 16.934 persone, il 27,87% del totale dei detenuti in Italia, che non dovrebbero stare in carcere, ma essere curate in strutture socio-sanitarie che ne garantiscano il diritto alla salute. Lo dice chiaramente Massimo Oldrini, presidente della Lega Italiana per la Lotta all'Aids: "Le politiche sulle droghe nel nostro paese vanno radicalmente riformate, perché le evidenze dei danni prodotti dall'approccio proibizionista sono sotto gli occhi di tutti. La criminalizzazione dei consumatori con conseguenze penali e amministrative, la negazione del diritto alla salute e l'inadeguatezza dei servizi formali producono dolore e costi socio-sanitari inaccettabili. A pagare le conseguenze di questa guerra assurda e ideologica sono anche i malati di patologie curabili con la cannabis terapeutica, che a causa dell'ostracismo istituzionale, non trovano in farmacia quanto prescritto sulla base di evidenze scientifiche".
Sappiamo, infatti, che la repressione colpisce principalmente i consumatori di cannabis, quindi di droghe leggere (il 77,95%), mentre seguono a notevole distanza i consumatori di droghe ben più devastanti come la cocaina (15,63%) e l'eroina (4,62%) e infine, in maniera irrilevante, le altre sostanze. Dal 1990 1.312.180 persone sono state segnalate per possesso di sostanze stupefacenti ad uso personale e di queste quasi un milione (73,28%) per derivati della cannabis.
Ma proibire e comminare pene pesanti per il consumo e lo spaccio non ha sortito l'effetto sperato sui veri responsabili del dramma della droga, come ha evidenziato anche Louise Arbour, già Alto Commissario per i Diritti Umani dell'ONU: "Nonostante il suo obiettivo, questa guerra, per come è stata concepita e attuata, è stata essenzialmente una guerra alla popolazione civile. Le grandi organizzazioni criminali non sono nemmeno state scalfite." Ma cosa chiedono esattamente i promotori del Libro Bianco sulle Droghe per superare l'inadeguatezza delle attuali leggi sul consumo e il possesso di sostanze?
Stefano Vecchio
Stefano Vecchio, Presidente del Forum Droghe, associazione che si occupa di politiche sulle droghe in Italia e nel mondo dal 1995, ha le idee chiare in proposito: "La discontinuità richiede un cambio di rotta che preveda l'attivazione di un circuito virtuoso che si snodi su 6 tappe. Queste riguardano l'immediata organizzazione della Conferenza Nazionale sulle Droghe che manca da troppi anni, la riforma del Testo Unico sulle Droghe che compie in questi mesi 30 anni, l'esecutività dei Livelli Essenziale di Assistenza (LEA) per quanto riguarda la Riduzione del Danno, la ridiscussione del senso e delle funzioni del Dipartimento Antidroga, una posizione italiana nelle sedi internazionali che mantenga la linea europea di "approccio bilanciato" e che si apra alle sperimentazioni in corso in giro per il mondo ed infine la riapertura in Parlamento della discussione delle proposte per la regolamentazione legale della cannabis."
La Storia ci suggerisce a gran voce che nel nostro Paese è arrivato il momento di avviare in Parlamento una riforma coraggiosa sul tema delle droghe. Dobbiamo scegliere tra la comoda ipocrisia di una legge che punisce ma non tutela, e la difficile strada che porta ad una crescita sociale inclusiva dei soggetti più vulnerabili. Tertium non datur.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 5 luglio 2020
In pieno giorno, un uomo s'è sparato in bocca in una delle strade più trafficate della città, mentre altri due hanno scelto d'impiccarsi in casa. Una ventina di cassonetti sono stati dati alle fiamme e l'attivista Wassef Haraké, difensore dei manifestanti arrestati nel corso della rivolta popolare scoppiata il 17 ottobre 2019, è stato brutalmente aggredito.
L'esercito è stato costretto a togliere la carne dal rancio dei soldati e la svalutazione della lira libanese ha ormai raggiunto picchi da primato. È questo l'ultimo bollettino settimanale della crisi finanziaria che da mesi sta strangolando il Libano a causa del fallimento delle sue banche, il che non era accaduto neanche durante la guerra civile tra il 1975 e il 1990.
In pieno negoziato con il Fondo monetario internazionale, chiamato d'urgenza al capezzale di uno Stato ormai in bancarotta, il direttore generale del ministero delle Finanze, Alain Bifani, s'è dimesso per "non essere complice di un governo assente".
Secondo l'economista Cyrille Rizk, presidente del think tank Kulluna Irada (Siamo pieni di volontà) i libanesi sono come a bordo di un aereo che sta precipitando con ai comandi piloti che non muovono un dito per raddrizzare la rotta: "I piloti sono ovviamente i nostri politici che hanno rinunciato a risolvere una crisi che si sta rivelando apocalittica".
A Beirut, dai grattacieli ai grandi alberghi sul lungomare e dalle boutique di lusso al parco macchine composto essenzialmente da suv di grossa cilindrata, i segni esteriori di ricchezza mascherano una realtà che spaventa. "Il benessere collettivo di cui ha beneficiato gran parte della popolazione è stato concesso da una politica monetaria consapevole che, prima o poi, saremmo arrivati a questo disastro. Le perdite massicce nei bilanci delle banche, equivalenti a due volte la ricchezza del Paese, sono state sempre tenute nascoste e nessuno ha reagito perché il costo di una sanatoria sarebbe stato troppo elevato", dice ancora la Rizk. Due giorni fa, un dollaro si scambiava a 9000 lire libanesi, quando negli ultimi 25 anni ne bastavano 1500.
Con il risultato che in un Paese che conta 6 milioni di abitanti, 800 mila dei quali funzionari statali, e dove tutto o quasi è importato, i prezzi continuano a crescere in modo esponenziale, con una contrazione del sistema economico s'è già tradotta nella chiusura di un quinto delle imprese e in una disoccupazione al 30%. Eppure, promettendo tassi d'interesse del 13%, le banche erano tradizionalmente la cassaforte in cui l'importante diaspora libanese inviava le sue rimesse.
"Oggi, invece, il mio potere di acquisto s'è dimezzato e i miei conti sono bloccati: posso ritirare soltanto 2000 dollari al mese in lire libanesi al tasso che decide la banca", dice Edward Khalaf, assicuratore di 63 anni. Intanto, nelle farmacie c'è chi per paura d'improvvise penurie di farmaci fa scorte per il futuro e, pochi giorni fa, la notizia che avrebbe scarseggiato la farina ha spinto i libanesi a creare lunghe file davanti ai forni, proprio come accadeva durante la guerra civile.
"A provocare la catastrofe finanziaria è stata la bolla speculativa della ricostruzione e, lo scorso settembre, la fuga dei capitali verso le banche occidentali, il tutto aggravato dalla cronica gangrena della corruzione politica", spiega Mona Fawaz, professoressa di urbanistica all'American University di Beirut, molto attiva durante la rivolta dello scorso ottobre che qui non esitano a chiamare thaoura, rivoluzione, per via dell'enorme partecipazione della nutrita classe media del Paese.
Per Pierre Issa, segretario generale del partito riformista Bloc national, all'origine del fallimento libanese c'è soltanto un sistema politico ormai arcaico, in cui da un secolo il contratto sociale si fonda sulle comunità confessionali del Paese. "La gestione della cosa pubblica se la spartiscono i sunniti, gli sciiti e i cristiani maroniti con modalità che ricordano quelle delle famiglie mafiose, dove ognuna ha il proprio territorio, e dove i boss sono venerati come fossero divinità perché a governare sono ancora quei signori della guerra diventati poi signori della politica".
L'altro fattore di peso in questa crisi di cui gli economisti non vedono la fine è il posizionamento geopolitico del Libano, con alle sue frontiere il "nemico" Israele e la Siria in guerra dal 2011. Ora, nel governo del premier Hassan Diab, nato lo scorso gennaio, un ruolo di primo piano ce l'ha Hezbollah, ossia il partito di Dio, che è anche uno Stato nello Stato, con le sue scuole, il suo sistema sanitario e un esercito più potente di quello nazionale perché finanziato dagli iraniani. Come se non bastasse, Washington considera Hezbollah un'organizzazione terroristica, e l'accusa di contribuire alla crisi contrabbandando dollari verso la Siria per sostenere il regime di Damasco, funestato dalle sanzioni.










