di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 2 luglio 2020 n. 13629. L'estinzione del giudizio per perenzione comporta la caducazione automatica di tutti gli effetti riconducibili alla misura cautelare eventualmente accordata. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 13629 depositata ieri, respingendo il ricorso proposto da una psicologa nei confronti della Asl di Lecce. La professionista rivendicava il proprio diritto a mantenere lo status giuridico di medico psichiatra, e dunque i relativi emolumenti, come disposto dall'ordinanza cautelare del Tar Puglia del 1993 (e ciò quantomeno per tutta la durata in cui l'ordinanza aveva operato e cioè da 1° aprile del '91 al 19 ottobre 2004, data di perenzione del giudizio intrapreso al Tar).
La Corte di appello di Lecce, nel 2014, aveva già rigettato la domanda ritenendo che il decreto di perenzione del Tar avesse travolto l'ordinanza del tribunale amministrativo. Contro questa decisione ha fatto ricorso la psicologa ma la Sezione lavoro ha confermato il giudizio di secondo grado.
La Suprema corte ricorda che, secondo la giurisprudenza di legittimità, "il provvedimento cautelare emesso dal giudice amministrativo per assicurare interinalmente gli effetti della decisione sul ricorso non assume (al pari di quello emesso dal giudice ordinario - salvo i casi espressamente previsti) carattere decisorio e non incide in via definitiva sulle posizioni soggettive dedotte in giudizio, essendo destinato a perdere efficacia per effetto della sentenza definitiva di merito". E nel medesimo senso si è espresso anche il Consiglio di Stato.
Il provvedimento cautelare, dunque, è sempre emanato "con riserva" di accertamento della fondatezza nel merito. Da ciò discende, prosegue la decisione, che anche i provvedimenti cautelari che hanno un contenuto positivo devono limitarsi a introdurre una disciplina che anticipi in via meramente interinale la produzione degli effetti del provvedimento negato o non adottato dall'amministrazione, essendo la misura cautelare destinata comunque ad estinguersi laddove non sia seguita da una decisione di merito, non potendo aspirare ad acquisire stabilità neppure ove la volontà delle parti sia concorde in tal senso. Gli effetti di carattere sostanziale conseguono, dunque, solo al passaggio in giudicato della pronuncia di merito favorevole, che è la sola idonea ad assicurare al provvedimento adottato in via cautelare effetti permanenti.
Pertanto, conclude la Cassazione, se il provvedimento cautelare è, per sua natura, un provvedimento interinale che subisce le sorti del giudizio nel cui ambito è emanato, è evidente che la sua efficacia viene meno: 1) a seguito di una pronuncia di rigetto del ricorso; 2) nel caso di successiva ordinanza di revoca del provvedimento cautelare "res melius perpensa"; 3) per la sopravvenienza di situazioni incompatibili con il mantenimento degli effetti del provvedimento cautelare; 4) in conseguenza di qualunque vicenda processuale che abbia effetti estintivi sul processo cautelare. Oppure, come verificatosi nella specie, sull'intero giudizio, "vista la stretta strumentalità, non solo funzionale, ma anche strutturale che nell'ambito del processo amministrativo emerge tra la tutela cautelare e la decisione di merito, garantendo la prima provvisoriamente gli effetti della seconda pur senza escludere, ovviamente, la possibilità di un giudizio dall'esito diametralmente opposto a quello che la misura cautelare assicura in via interinale".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2020
La Cassazione conferma la giurisdizione italiana e, di conseguenza, la legittimità della misura cautelare personale a carico del comandante del cargo libanese "Bana" attraccata a inizio 2020 al porto di Genova. La Cassazione ha affermato con la sentenza n. 19762/2020 la giurisdizione italiana in base al comma 2 dell'articolo 10 del codice penale e l'ha negata in base alla Convenzione Onu di Palermo adottata nel 2000 e resa esecutiva in Italia con legge del 2006 sul contrasto alla criminalità organizzata transnazionale.
Infatti, secondo la Corte, la norma convenzionale che afferma la giurisdizione dello Stato contraente, anche per fatti completamente realizzati all'estero, non è norma autoesecutiva, ma essa affida ai Paesi contraenti la facoltà di regolamentare tali casi eccezionali di radicamento della giurisdizione in assenza di legami tra reato territorio nazionale.
Norme internazionali non autoesecutive - Per la Cassazione tali tipi di norme internazionali per la loro efficacia necessitano di norme nazionali di dettaglio, che non si possono intravedere nella generale legge di esecuzione di un trattato.
Il fatto - L'accusa derivava dalla testimonianza del terzo ufficiale della motonave il quale abbandonando la nave ormeggiata nel porto genovese ha contestualmente chiesto asilo nel nostro Paese e dichiarato alle autorità italiane l'avvenuta violazione delle norme internazionali sul commercio di armi e, specificatamente, di quelle sull'embargo di armi verso la Libia.
Secondo il racconto dell'ufficiale dissociatosi dal resto dell'equipaggio la nave libanese affittata dalla Turchia di Erdogan si era lì recata per caricare armi e tecnologie militari da consegnare alla fazione di Al Serraj in Libia. Così intervenendo di fatto a favore di uno dei due contendenti il potere nello Stato africano. E, soprattutto, violando le norme internazionali Ue e Onu che hanno fissato l'embargo di armi verso la Libia. Il dato storico riportato dal richiedente asilo e che aveva radicato la giurisdizione in Italia (non per un fatto commesso da soggetti stranieri interamente all'estero, ma per essere stato consumato il reato "anche" in Italia) era stato quello dell'affermata ricezione sul suo cellulare di un sms pubblicitario di wind nella tratta Turchia-Libia durante una delle tante disattivazioni del sistema Ais per il rilevamento della posizione della nave.
Fatto storico non corroborato ancora di altre conferme, ma come già detto, per la Cassazione la legittimazione del giudice italiano già nella fase della cautela deriva dal fatto che il ministero competente ha chiesto di procedere per un fatto che - se non fosse confermato il sillogismo tra sms e attraversamento delle acque italiane - resterebbe comunque commesso da stranieri interamente all'estero, perseguibile in Italia appunto grazie alla richiesta ministeriale prevista all'articolo 10 del Codice penale.
Corriere della Sera, 3 luglio 2020
La "primula rossa" del banditismo sardo sarebbe in fuga dopo il provvedimento dell'alta Corte che ha respinto il ricorso dei suoi legali, rendendo definitiva la condanna a 30 anni. Graziano Mesina, detto "Grazianeddu", sarebbe in fuga dopo che la Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai suoi legali, rendendo così definitiva la condanna a 30 anni di reclusione per associazione a delinquere comminatagli nel dicembre del 2016. Dopo la sentenza dell'alta Corte, per l'ex "primula rossa" del banditismo si sarebbero dovute riaprire le porte del carcere. Ma secondo i quotidiani sardi sarebbe già irreperibile.
La scarcerazione - Mesina attualmente vive ad Orgosolo, in Barbagia. Poco più di un anno fa era stato scarcerato dal carcere di Badu e Carros per un vizio di forma a pochi giorni dalla decorrenza dei termini. Era stato incarcerato dopo la condanna in appello per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti. Secondo la Dda di Cagliari sarebbe stato a capo di due gruppi criminali attivi in punti geografici della Sardegna per coprire l'approvvigionamento di vari tipi di droga, con base in queste due zone dell'isola. Con il rigetto del ricorso decade in via definitiva la grazia concessa a suo tempo dal presidente della Repubblica.
La grazia di Ciampi - Quella di Mesina è stata una vita particolarmente movimentata. Ha 79 anni e di questi quasi 50 sono stati trascorsi in cella. Nel 2004 aveva avuto l'occasione di cambiare vita, dopo la grazia concessa dall'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Era tornato a Orgosolo, il suo paese, e aveva iniziato a lavorare come guida turistica nel Supramonte. Era stato anche un possibile candidato al Grande Fratello e all'Isola dei Famosi. Ma era poi stato intercettato dai carabinieri che avevano ricostruito dai suoi discorsi con altri compari, apparentemente su questioni agricole e di allevamento, i codici di un traffico di stupefacenti. E dopo la condanna la grazia era stata revocata.
di Errico Novi
Il Dubbio, 3 luglio 2020
C'è una mattinata di luglio, calda e leggera, a segnare il mood sulla giustizia. Da una parte Matteo Renzi, dall'altra Antonio Tajani. Si incontrano, ieri mattina, dalle parti di Palazzo Chigi al cospetto di un nutrito drappello di taccuini L'ex premier è con Roberto Giachetti in giro per librerie, e a Tajani viene in mente una battuta che ribalta il calembour inflitto da Renzi a Berlusconi dopo l'espulsione da Palazzo Madama nel 2013: "Ora Matteo, devi dire game open". Sette anni fa la formula liquidatoria usata da Renzi fu "game over per il Cavaliere". Tajani gli ricorda che adesso invece "la partita si è riaperta: sia quella politica sia la vicenda Berlusconi e quella della giustizia", secondo l'interpretazione autentica offerta ai giornalisti dallo stesso numero 2 di Forza Italia.
casertanews.it, 3 luglio 2020
Ancora violenza al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Stavolta ad accendere la miccia della rabbia di detenute e detenuti la sospensione delle videochiamate in tutte le sezioni ad Alta Sicurezza. Lo rende noto il sindacato Sappe.
I disordini sono cominciati nel reparto Senna dove sono ospitate le donne. Circa 50 detenute, alcune delle quali recluse per reati associativi, hanno dato vita alla protesta. A dar manforte alle rivoltose, poi, sono stati i reclusi del reparto Tamigi. "La protesta messa in atto è particolarmente violenta, con rifiuto di rientro dai passeggi, incendi e distruzione di suppelletti - fa sapere il segretario nazionale del Sappe Emilio Fattorello - Il personale della Polizia Penitenziaria attende ordini e regole di ingaggio chiare da parte delle Autorità preposte alla gestione di tale evento critico".
Per Donato Capece, segretario generale del Sappe, anche il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha gravi responsabilità: "Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è sempre più distante dalla 'suà forza di Polizia, la Polizia Penitenziaria. Non ha speso una parola per i colleghi di Santa Maria Capua Vetere, non ha speso una parola per stigmatizzare le continue violenze in danno dei poliziotti, non ha indicato una soluzione concreta per fermare questa spirale di violenza: anzi, sembra che le proposte per rivedere i circuiti e le norme dell'ordinamento penitenziario, a partire dalla vigilanza dinamica delle carceri che è alla base di tutta questa violenza inaccettabile, siano state abbandonate in qualche cassetto polveroso del Ministero. Ma un Guardasigilli non può occuparsi solo di anti-corruzione o pensare di confrontarsi solamente con il Garante dei detenuti sulle tematiche del carcere: Bonafede sta con Caino o con Abele?", si domanda.
Intanto sui disordini di Santa Maria Capua Vetere, quelli durante il lockdown che hanno portato a 57 agenti della penitenziaria finiti sul registro degli indagati, è tornato anche il leader della Lega Matteo Salvini. "Ditemi come si fa a sedare una rivolta con margherite e tulipani - ha detto durante un'iniziativa del sindacato Ussp davanti a Montecitorio - La cosa folle è che solo in Italia non ci siano detenuti che ne hanno pagato le conseguenze ma dei poliziotti che si ritrovano indagati. Questa è una vergogna".
di Francesca Sabella
Il Riformista, 3 luglio 2020
Nelle carceri della Campania ci sono 17 psicologi e 23 psichiatri provenienti dall'Asl. A loro si aggiungono 43 esperti psicologi che fanno parte dell'organico dell'amministrazione penitenziaria. Pochissimi rispetto ai detenuti che avrebbero bisogno di un sostegno psicologico e di percorsi di lunga durata. Al quadro drammatico della carenza di personale medico specializzato, si aggiunge la quasi totale assenza di "articolazioni psichiatriche", cioè di aree destinate ai detenuti affetti da problemi mentali.
In Campania l'articolazione psichiatrica è presente solo in cinque istituti penitenziari: Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Benevento, Salerno, Sant'Angelo dei Lombardi, oltre che nel carcere femminile di Pozzuoli. La situazione delle carceri campane è al collasso e da febbraio sino a oggi ci sono stati quattro suicidi. L'ultimo pochi giorni fa a Poggioreale quando Antonio, detenuto 39enne, ha deciso di togliersi la vita. In tutto il Paese, invece, il numero di suicidi in cella è salito a 23.
È vero che il carcere è per sua stessa natura un luogo dove albergano i fantasmi della depressione, della tristezza e dell'arrendevolezza, ma è anche vero che alcuni detenuti entrano nei penitenziari quando già vivono disagi psichiatrici e lì vengono lasciati soli a combattere i loro mostri. "Nel solo carcere di Poggioreale, ci sono 100 detenuti che vengono trattati come detenuti "normali" ma che provengono da istituti per la cura di patologie mentali - fa sapere Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti - Lo Stato dovrebbe collocare quelle persone in residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), cioè in strutture sanitarie per detenuti affetti da problemi mentali".
I numeri, invece, raccontano una storia diversa: "Ci sono 11 detenuti nel carcere di Benevento, otto in quello di Carinola, sette ad Avellino, 10 a Secondigliano e 23 Santa Maria Capua Vetere che prima erano seguiti dal servizio di salute mentale e che oggi sono detenuti illegittimamente in un carcere comune", aggiunge Ciambriello.
Questa fotografia della realtà carceraria è una delle tante componenti che spinge un uomo privato della libertà a privarsi anche della vita. E questo è stato anche il caso di Antonio, padre di tre bambini, che ha deciso di suicidarsi. Antonio avrebbe dovuto scontare ancora due anni a Poggioreale. Era la terza volta che tentava il suicidio e per questo era sottoposto a una sorveglianza speciale perché considerato un soggetto a rischio.
Condivideva la cella con altre sei persone, ma ciò non è bastato a evitare la tragedia. Non si sa come sia riuscito a sfuggire allo sguardo dei suoi compagni e degli agenti penitenziari che, nelle altre circostanze, erano riusciti a salvarlo. Non si sa perché a due anni dalla fine della pena abbia deciso di farla finita, ma possiamo provare a immaginarlo. "Non c'è mai una sola ragione dietro un suicidio - racconta Ciambriello - Antonio aveva già dei problemi e non è stato assistito in maniera adeguata".
Di nuovo al punto di partenza: mancano psichiatri e psicologi. "L'anno scorso l'Asl di Avellino ha indetto un concorso per assumere nell'organico delle carceri due psichiatri, con contratto a tempo indeterminato - racconta il garante - Quante persone si sono presentate? Zero". Spesso sono gli agenti penitenziari a parlare con i detenuti, cercando di capire e segnalare quelli a rischio ma anche questo comparto del carcere andrebbe potenziato. "In tutta la Campania ci sono 5mila agenti per 6.404 detenuti - continua Ciambriello - ma il problema è che si tratta di un lavoro così usurante ed emotivamente pesante che, ogni giorno, circa 800 poliziotti non prestano servizio". I detenuti con disagi psichiatrici si ritrovano dietro le sbarre e in compagnia della loro solitudine. Perciò Pietro Ioia, garante dei detenuti del Comune di Napoli, ha chiesto di "essere informato di ogni caso a rischio".
Farà visita ai detenuti anche ogni giorno "se questo dovesse servire a evitare gesti disperati". Intanto lo Stato vuole assumere 95 psichiatri da collocare in tutte le carceri italiane ma "ne servirebbero 950 per gestire i soggetti fragili - conclude Ciambriello - Non si può morire di carcere in carcere. Bisogna creare percorsi per evitare altre situazioni drammatiche e che possano reinserirli nella società". È questo o no lo scopo della detenzione?
di Luigi Cristiani
foodmakers.it, 3 luglio 2020
Ripartono le attività formative all'interno del Nuovo Complesso Penitenziario di Perugia. Il gel al posto delle strette di mano con i docenti, le mascherine al volto, i guanti, il distanziamento, regole nuove al tempo del Covid ma sempre la stessa motivazione ed entusiasmo. Si torna in aula anche all'interno del Nuovo Complesso Penitenziario di Perugia dopo ben 116 giorni. Riparte il progetto "Argo: percorsi formativi per il reinserimento dei detenuti", finanziato dalla Regione Umbria tramite finanziamento del Fondo Sociale Europeo, e gestito dall'ATI composta da Frontiera Lavoro, Cesar e Cnos Fap, con 15 detenuti della sezione maschile inseriti nel corso per "Addetto alla cucina", il primo a ripartire dopo la sosta lo scorso marzo per l'emergenza pandemica, previste 120 ore di didattica. A seguire gli altri percorsi formativi per "Impiantista elettricista", "Addetto ai servizi di pulizia" e "Addetto alle colture vegetali ed arboree", in tutto 57 i partecipanti. "Per noi, dichiara Marco uno degli allievi, la formazione professionale ed il lavoro sono strumenti di riscatto. Quello che solitamente è un periodo di abbrutimento e degrado, per noi diventa l'occasione per cominciare una nuova vita".
E tornerà quest'anno, probabilmente all'inizio del mese di settembre, anche la cena di gala "Golose Evasioni", questa volta all'aperto per rispettare le prescrizioni volte a contenere la diffusione del coronavirus, un'occasione imperdibile per saggiare le competenze acquisite dagli allievi che allestiranno un evento davvero unico supportati nella preparazione delle diverse portate dai loro docenti chef, i "Moschettieri del Gusto" Catia Ciofo, Antonella Pagoni, Paolo Staiano e Ada Stifani.
"È una vera gioia riprendere le nostre lezioni in carcere, afferma la chef Catia Ciofo. È forse solo una goccia nell'oceano ma comunque una boccata di ossigeno per i nostri allievi reclusi che nell'impegno quotidiano a lezione investono per ricostruirsi un futuro. Un'occasione per noi docenti che possiamo trasformare un luogo di chiusura ed esclusione quale è il carcere, in luogo di confronto, là dove le persone imparano ad ascoltare gli altri, a vederli, ad avere attenzione alle loro vite come forse non hanno mai avuto prima, per dare a tutti più occasioni di crescita e non solo di addestramento al lavoro. E immaginare per loro e con loro nuovi orizzonti".
Le diverse attività progettuali saranno condotte dal personale di Frontiera Lavoro secondo la metodologia che da venti anni contraddistingue il suo operato e che nel corso degli anni ha consentito l'inserimento al lavoro di ben 107 detenuti. La redazione di un progetto professionale è alla base di una metodologia che ha come presupposto fondamentale l'adesione attiva del beneficiario al percorso di educazione e orientamento al lavoro.
"Come dimostra l'esperienza che abbiamo maturato anche in altri contesti, sostiene Luca Verdolini, coordinatore del progetto, la rieducazione dei detenuti è efficiente sia per loro che per la società e la formazione professionale è la forma più adeguata per perseguirla. L'esperienza formativa, infatti, aumenta il grado di stima dei detenuti consentendo una riscoperta della loro dignità, permette il recupero dei legami familiari favorendo una rinnovata socialità e, infine, incide sulla recidiva, migliorando i comportamenti individuali e le abitudini sociali".
Proprio per questo il progetto "Argo" rappresenta un'occasione unica per i detenuti di sperimentare un contesto reale con cui misurarsi. Regole, responsabilizzazione, dignità. Si scoprono così, in carcere. "Resto meravigliato, dice Gaetano, davanti ai piatti che riesco a realizzare. La bellezza aiuta a vivere, ridà speranza. È vero per tutti, perché non dovrebbe esserlo anche per noi?".
di Errico Novi
Il Dubbio, 3 luglio 2020
Nel carcere della tragedia c'è un modello integrato. Starace, direttore della salute mentale nell'Ausl emiliana: "monitoriamo con continuità centinaia di detenuti, alcuni selezionati per sostenere i compagni".
Modena vuol dire anche impegno. Dei volontari e dei medici. Il carcere teatro della rivolta di marzo finita in tragedia, è anche un modello di integrazione fra supporto territoriale psichiatrico e sistema trattamentale.
"Il segno lasciato anche tra noi medici per quanto avvenuto fra l'8 e il 9 marzo non è lieve, innanzitutto per i colleghi che sono stati tenuti sotto sequestro", spiega Fabrizio Starace, direttore del dipartimento Salute mentale nell'Ausl emiliana.
Nella Casa circondariale Sant'Anna di Modena sono morti, per quei fatti, 9 detenuti. Ma è persino più impegnativo dare un senso alla tragedia se si considera il livello dell'attività svolta, anche nel penitenziario, dalla struttura guidata da Starace. Che è figura chiave, nel panorama della psichiatria italiana attenta al rilievo sociale dei trattamenti. Non a caso presiede la Società italiana di epidemiologia psichiatrica ed è stato chiamato a far parte della task force di Colao.
"A Modena abbiamo agito con grande scrupolo nel predisporre innanzitutto uno screening permanente per individuare tra i nuovi giunti, attraverso la verifica di uno psicologo, i detenuti esposti a elevato rischio di atti autolesionistici. Con la disponibilità nella direzione", racconta Starace, "è stata attivata una sezione definita "I care", in cui circa 30 reclusi con quel profilo si trovano in celle vicinissime all'infermeria. In tal modo è possibile visitarli senza il bisogno della richiesta formale. Nell'ultimo anno sulle oltre 1.300 persone che anche solo per un giorno sono state detenute, ne abbiamo sottoposte 350 a visita psichiatrica".
Nella sezione "I care" passano non solo i reclusi che mostrano fin dall'inizio vulnerabilità, "ma anche chi diventa più esposto in seguito, per esempio, a notizie che riguardano i familiari o la propria vicenda giudiziaria".
Ricorda ancora lo psichiatra che dirige il dipartimento modenese: "L'attività sulla salute mentale in carcere, nel nostro caso, è svolta da due psichiatri stabilmente distaccati preso il penitenziario. Nel 2019 hanno effettuato oltre 1330 visite. Vuol dire che ciascuno dei detenuti sottoposti almeno una volta a controllo da parte dei due colleghi è stato visto in media 4 volte in un anno, ma che ovviamente per i casi meritevoli di maggiore attenzione è intervenuta una vigilanza continua".
Ma forse a rendere il caso particolarmente virtuoso, e ancora più ardua la comprensione della tragedia, è soprattutto il progetto dei "Peer supporters", "che coinvolge 13 reclusi selezionati tra diversi aspiranti e ritenuti in grado di assumere una funzione di sostegno per i compagni di detenzione".
Detenuti che, prima ancora di uscire, diventano "assistenti" nell'attività psichiatrica dietro le sbarre: "Hanno l'esplicito compito di assumere un ruolo di supporto per gli altri detenuti e allertare i medici qualora scorgano situazioni di allarme, dal punto di vista del disagio mentale". Un ribaltamento di ruoli che si traduce, per i 13 detenuti, in segnalazioni positive al giudice di sorveglianza, e che a breve conoscerà una rimodulazione "esterna" per chi è in semilibertà.
Un contesto di impegno, da parte dell'Ausl di Modena, di fronte al quale il direttore della Salute mentale attribuisce la tragedia di marzo "a una concomitanza di fattori tra i quali uno di particolare fatalità: le overdosi da metadone sono state mortali perché chi aveva sofferto di dipendenza prima di entrare in carcere, aveva nel frattempo ridotto la propria tolleranza alle sostanze". Ma anche di fronte all'orrore di quelle 9 morti, i servizi sanitari di qualità come quelli assicurati nello stesso carcere di Modena non possono essere dimenticati.
romadailynews.it, 3 luglio 2020
"Fare rete porta sempre a un risultato. Oggi al Centro Agroalimentare di Roma abbiamo presentato un importante progetto di recupero di frutta e verdura, in cui saranno impegnate persone ex detenute. Ciò è possibile grazie a borse di lavoro di Roma Capitale, con cui vogliamo contribuire al riscatto di persone che hanno avuto un passato di detenzione in carcere". Così in un comunicato Veronica Mammì, Assessora alla Persona, alla Scuola e Comunità solidale di Roma Capitale intervenendo questa mattina alla presentazione del laboratorio "Papa Francesco" per la trasformazione della frutta e della verdura recuperate all'interno del Centro Agroalimentare di Roma (Car) e che verrà gestito dall'Isola Solidale e da ex-detenuti grazie a 4 borse di lavoro messe a disposizione da Roma Capitale. Saranno donne e uomini con un passato detentivo ad essere impegnati in tale progetto. I prodotti del laboratorio verranno in parte ridistribuiti ai circuiti solidali della Capitale.
L'idea del laboratorio nasce dal progetto "Frutta che Frutta non Spreca" promosso da Italmercati e finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali con l'obiettivo di ridurre gli sprechi attraverso il riutilizzo delle eccedenze ortofrutticole grazie alla successiva creazione di un laboratorio di trasformazione e confezionamento.
"Il laboratorio- ha aggiunto Mammì- è intitolato a 'Papa Francesco' ed è realizzato con il Centro Agroalimentare di Roma e Isola Solidale: grazie alla lavorazione di frutta e verdura recuperate, saranno prodotti in questo laboratorio marmellate e succhi di frutta che saranno poi distribuiti anche nel circuito di solidarietà di Roma Capitale, per aiutare singoli e famiglie in difficoltà. Un circuito di potenzialità positive e di sostegno reciproco, che permette la crescita di tutti gli attori coinvolti. Tengo per questo a ringraziare tutte le persone e gli enti coinvolti, con cui abbiamo unito le forze per raggiungere un obiettivo comune: lotta allo spreco, inclusione, solidarietà".
"La presentazione di oggi- ha concluso Mammì- è stata anche l'occasione per consegnare i premi 'Isola Solidale per il sociale 2020′, dedicati a enti, associazioni e aziende che in questi mesi di lockdown hanno collaborato, anche con il Comune, alla distribuzione di generi alimentari e ad altre iniziative di solidarietà che hanno fatto la differenza per tante famiglie. La città di Roma si è dimostrata solidale e collaborativa. Ciascuno ha fatto la sua parte, insieme, unendo le forze e l'impegno. Uniti anche se distanti, abbiamo risposto con azioni concrete alle difficoltà causate dell'emergenza sanitaria. Andiamo avanti, in rete, nell'azione costante per i più fragili".
Erano presenti, tra gli altri, Gabriella Stramaccioni, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Valter Giammaria e Fabio Massimo Pallottini, rispettivamente presidente e direttore generale del Car, Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale, Lucia Ercoli, direttore dell'associazione Medicina Solidale, Massimo Colonnelli, dirigente della Bauli, Vittorio Romanazzi, responsabile Centro Sud di Mcdonal's Italia, Alessandro Amicone, presidente dell'associazione Roccaraso Futura, Sonia Mucci, responsabile amministrativo della Fondazione Campagna Amica, Angela Iantosca, giornalista e scrittrice e Luigi Giannelli, Ispettore Superiore Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale Rebibbia.
Per tale occasione sono stati assegnati i premi "Isola Solidale per il sociale 2020" a enti, associazioni e società che si sono distinte in attività di solidarietà nella Capitale e non solo durante il blocco dovuto al Covid-19. Il premio è stato assegnato al Centro Agroalimentare di Roma, alle Acli di Roma e Provincia, all'Associazione Medicina Solidale, alla Bauli Prodotti Dolciari, a Mcdonald's Italia, alla Fondazione Campagna Amica della Coldiretti, all'Associazione Roccaraso Futura, a Angela Iantosca, giornalista e scrittrice e a Luigi Giannelli, Ispettore Superiore Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale Rebibbia.
"Vorrei ringraziare prima di tutto il Car - spiega Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale - per avere dato sostegno e sostanza a questa rete sociale così importante non solo con l'apertura del laboratorio Papa Francesco, ma anche sostenendoci ogni giorno nella nostra quotidiana battaglia alle fragilità nella nostra città insieme alle Acli di Roma e Medicina Solidale e tanti altri.
Insieme al Car vorrei citare la Bauli, Mcdonald's Italia e Roccaraso Futura che ci sono state accanto in questi mesi difficili. La presenza dell'assessore Mammì e della Garante dei detenuti di Roma Capitale - conclude Pinna - ci dimostra che la strada intrapresa dalla nostra associazione per il reinserimento dei detenuti è quella giusta e solo attraverso progetti che portino ad un'attività lavorativa possiamo dare una chance a quanti stanno vivendo hanno vissuto il mondo del carcere".
sudreporter.com, 3 luglio 2020
La valorizzazione del lavoro dei detenuti, la commercializzazione di prodotti del commercio equo e solidale, l'impegno costante nella promozione delle realtà produttive del territorio con l'obiettivo di apportare benefici all'intero tessuto sociale. È con queste premesse che nasce la bottega "Fuori le mura", uno spazio stabile di esposizione e vendita dei prodotti realizzati grazie alle diverse attività che si svolgono negli istituti di pena campani. Un progetto portato avanti dalla cooperativa Elle Bi e sostenuto con i fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese.
Dalla Verdura Bio di stagione coltivata dai detenuti di "CampoAperto" nella casa circondariale di Secondigliano al vino prodotto dalla Fattoria Sociale "Al Fresco di Cantina" nel carcere di Sant'Angelo dei Lombardi (Avellino), ma anche borse, accessori e bigiotteria: ci sono l'impegno, la dedizione, il sudore e la voglia di riscatto di tanti detenuti all'interno della bottega "Fuori le mura", che sorgerà all'interno dei locali della Cooperativa sociale "L'uomo e il Legno" di Scampia, nata nel 1995, da sempre impegnata nella lotta per affermare il diritto alla dignità di tutti e di ciascuno attraverso il lavoro, anche grazie al fondamentale contributo di partner commerciali come l'Azienda Agricola Rusciano. L'inaugurazione della bottega "Fuori le mura" è in programma per il giorno 8 luglio 2020 alle ore 11.30, in Viale della Resistenza, 15 a Scampia.










