Il Messaggero, 3 luglio 2020
Il comandante Fabio Gallo: "Grazie alla polizia penitenziaria". "Sono stati giorni di alta tensione, anche per le notizie che arrivavano dagli altri istituti penitenziari alle prese con rivolte e disordini. Il nostro personale ha risposto come sempre nel migliore dei modi. È riuscito a contemperare le preminenti esigenze istituzionali di garantire l'ordine e la sicurezza dell'istituto con la preoccupazione che il contagio del virus potesse entrare nel penitenziario, con conseguenze inimmaginabili. A ciò si aggiungeva la preoccupazione per la lontananza dalle loro famiglie. Non posso non rivolgere un ringraziamento agli uomini e alle donne della polizia penitenziaria di questo reparto per il lavoro svolto durante l'emergenza sanitaria, in particolare nel periodo delicatissimo della fase 1".
Fabio Gallo, comandante della polizia penitenziaria del carcere di Sabbione, coglie l'occasione della celebrazione della festa del patrono del corpo San Basilide per fare il punto sull'emergenza pandemia. Un periodo vissuto col terrore che il virus potesse entrare dietro le sbarre. Sono stati mesi di controlli accurati sul personale in ingresso, sottoposto ogni volta alla misurazione della temperatura corporea e chiamato a compilare un'autocertificazione del proprio stato di salute.
La certezza è che l'emergenza Covid ha portato benefici sul fronte del sovraffollamento del penitenziario. Se nel pre-covid a Sabbione c'erano 543 detenuti, oggi sono scesi a 503. Cinquantacinque i detenuti che hanno lasciato le celle da aprile ad oggi per effetto del decreto "Cura Italia", che non ha riguardato i 41bis.
A Terni insomma, a differenza di quello che è accaduto in altri istituti, non ci sono state scarcerazioni "eccellenti". Ancora in sofferenza però i numeri del personale di polizia penitenziaria: la forza operativa oggi conta su 202 uomini e donne a fronte di un organico previsto di 246 unità.
A causa dei problemi di salute del vescovo, Piemontese, la messa è stata celebrata da padre Sergio e padre Massimo, cappellano del carcere. Presenti il prefetto vicario, Andrea Gambassi, il sindaco, Leonardo Latini e il magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi. La cerimonia si è conclusa con l'inaugurazione di un'accogliente sala relax destinata al benessere del personale dell'istituto, da utilizzare nel tempo libero e negli intervalli lavorativi.
ufficiostampabasilicata.it, 3 luglio 2020
Venerdì 3 luglio 2020 alle ore 11.00 a Potenza presso la sede dell'Acta spa in via della Siderurgica n. 12, durante una conferenza stampa sarà sottoscritto un Protocollo d'Intesa tra Ministero della Giustizia Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria- Casa Circondariale "Antonio Santoro" Potenza, il Tribunale di Sorveglianza Potenza e l'Acta s.p.a Azienda per la Cura e la Tutela Ambientale - Potenza, finalizzato all'avvio di "attività di coprogettazione per la realizzazione di progetti sperimentali ed innovativi per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità, attività lavorative intra ed extra-murarie di protezione ambientale e di recupero del decoro di spazi pubblici ed aree verdi da parte dei soggetti in stato di detenzione e di modelli locali di gestione integrata del ciclo di raccolta dei rifiuti nella Casa Circondariale di Potenza".
Il Protocollo d'Intesa sarà sottoscritto dal Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Dott. Bernardo Petralia, dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza Dott.ssa Paola Stella, dal Direttore della Casa Circondariale di Potenza Dott.ssa Maria Rosaria Petraccone e dall'Amministratore unico dell'Acta Dottor Roberto Spera. Saranno presenti il Dott. Giuseppe Palo Funzionario di Staff del Provveditore, il Comandante di Reparto Dirigente Dott. Giovanni Lamarca e la Dott.ssa Sonia Crovatto Capo Area ufficio educatori.
L'accordo si inserisce nel solco tracciato dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, promuovendo il lavoro di pubblica utilità che rappresenta una modalità di attuazione del programma di trattamento dei detenuti ammessi al lavoro all'esterno, i quali "possono essere assegnati a prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito, tenendo conto anche delle loro specifiche professionalità e attitudini lavorative, nell'esecuzione di progetti di pubblica utilità in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le comunità montane, le unioni di comuni, le aziende sanitarie locali o presso enti o organizzazioni, anche internazionali, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato".
Il lavoro di pubblica utilità è disciplinato dall'art.20-ter dell'Ordinamento Penitenziario così come modificato dal d.lgs. 2 ottobre 2018 n.124. sulla base di apposite convenzioni stipulate ai sensi dell'articolo 47, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230.
I detenuti coinvolti parteciperanno ad un corso di formazione qualificante relativo al mercato del lavoro e potranno ottenere eventualmente un sostegno dalla Cassa delle Ammende. Saranno inoltre coperti da una polizza assicurativa garantita da un apposito Fondo Inail dedicato al lavoro di pubblica utilità e, al termine del periodo di detenzione, potranno richiedere al giudice di sorveglianza la remissione parziale o totale del debito maturato nei confronti dello Stato per il mantenimento in carcere.
L'intesa intende inoltre, dare ulteriore impulso a quanto si sta portando avanti nella Casa Circondariale di Potenza, in collaborazione con il privato sociale in tema di agricoltura sociale con il progetto Officine Officinali produzione di oli essenziali e acque profumate e di riuso degli scarti, anche attraverso la realizzazione di una stazione di compostaggio in anaerobiosi dove l'Acta s.p.a intende qualificare le azioni con un ruolo attivo, attraverso un progetto di Lombricultura per la produzione di Humus, nel più ampio programma denominato "Prison Farm Rete lucana per l'Economia Carceraria".
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 3 luglio 2020
I due fucilieri accolgono con sollievo la notizia della decisione del Tribunale dell'Aja e ora sperano di potersi vedere: "Ci avevano proibito ogni contatto". Un sospiro, un "finalmente" e nessuna esplosione di felicità. Quando hanno ricevuto la notizia della decisione del Tribunale dell'Aja i marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, hanno avuto la stessa reazione: "Un'emozione incontenibile, difficile da spiegare, da metabolizzare", dice Latorre. E Girone, a distanza, gli fa eco: "Ero quasi incredulo". Una soddisfazione velata di amarezza. Per il troppo tempo trascorso in attesa della giustizia.
"Eravamo da otto anni e mezzo nel limbo, ora torniamo liberi", spiega Girone. "Per me era una questione morale. Il verdetto del Tribunale arbitrale internazionale mi ha alleggerito il cuore. Vivevo costantemente con un pugno nello stomaco. Adesso so di essere un uomo libero. Mia figlia mi chiedeva sempre di andare a Disneyland, e non potevo mai accontentarla. Adesso potrò farlo. Quando è iniziato tutto questo avevo 33 anni, ora ne ho 42...", evidenzia. E aggiunge: "Adesso posso riottenere la mia libertà personale, purtroppo fino ad oggi vincolata dalle procedure lunghissime determinate dalla giurisdizione indiana. Eravamo in Italia da quattro anni, ma obbligati a rispettare le condizioni dettate dalla Corte suprema indiana". Poi chiarisce un dettaglio: "Adesso la Corte suprema indiana dovrà attenersi alle disposizioni dell'Aja, al pari della giustizia italiana: ci dovrebbero, lo dico con il condizionale, restituire la libertà piena".
La libertà per fare cosa? Tra i primi desideri di Max Latorre c'è quello di tornare ad abbracciare Girone. "Spero di poterlo rivedere presto", dice. "Avevano scritto che non si parlavano più, in realtà era una delle tante prescrizioni che gli era stata imposta, come l'obbligo di firma", spiega Paola che dallo scorso anno è sua moglie. "Magari ci ridanno anche il passaporto così riacquistiamo la libertà di poter viaggiare", dice Latorre che da dopo l'ictus e l'intervento cardiaco ha smesso l'attività operativa e lavora a Roma, al comando generale.
Lui, assicura all'AdnKronos, non se l'aspettava. "Non mi ero fatto alcuna idea. Ero lì ad attendere, certo ci speravo ma sono rimasto sempre con i piedi per terra senza fare ipotesi sulla sentenza", dice inviando il suo "grazie a tutti gli italiani. Mi auguro che da oggi ricominci un'altra vita".Ma tutti e due sanno che non è finita. "Ora bisogna capire meglio le cose, è un bel risultato ma ora bisogna capire quali altri passi bisogna affrontare", dice Latorre. E la moglie Paola conferma: "Ora finalmente la verità potrà venire a galla potranno dimostrare la loro innocenza". La speranza è ancora questa. Ma, spiega Latorre: "C'è tanta stanchezza. Penso di aver decisamente subito un'ingiustizia".
Anche Girone non nasconde le sofferenze passate. "L'immunità riconosciuta - sottolinea - dimostra che avevamo l'immunità dal primo giorno di questa vicenda. L'India ha fatto quello che non doveva fare, tenendoci in prigione. Ho subito una grande ingiustizia da parte degli indiani. L'inchiesta italiana? Qui inizierà una procedura giudiziaria e ci atterremo a questa". Poi la gratitudine.
"Il mio pensiero emozionato di ringraziamento va a tutte le persone che ci sono state veramente vicine, tanti italiani che ci scrivono e chiamano: il loro supporto è stato importantissimo nelle giornate più dure. Un ringraziamento particolare è per il team di avvocati internazionalisti: da quando sono entrati nella nostra vicenda hanno avuto bisogno di tempo per risanare le disavventure dei governi precedenti nelle fasi iniziali, ma con questo apporto essenziale abbiamo raggiunto il risultato sperato".
Salvatore domani rientrerà a Bari: "Ho condiviso la gioia della sentenza solo telefonicamente con mia moglie Vania e i miei figli. Ora non vedo l'ora di tornare a casa per riabbracciarli". Degne del padre le parole di Giulia Latorre, la figlia di Max: "Non festeggeremo perché è ancora presto, ma facciamo un sospiro di sollievo. Un giorno qualcuno chiederà scusa a questi uomini che hanno portato avanti una storia da ben 8 anni con dignità e onore, non pronunciando mai una parola fuori posto".
di Carmen Autuori
La Città di Salerno, 3 luglio 2020
Un brano inedito e un documentario girato tra i penitenziari di Salerno e Pozzuoli questa sera su Rai3. Il progetto delle croniste De Simone e Petricciuolo con la partecipazione della cantante Assia Fiorillo. Due penitenziari, Fuorni e Pozzuoli, un gruppo di detenute - tra cui figure di primo piano dei clan campani, elementi di spicco del traffico di stupefacenti donne costrette, ma anche per scelta, ad esercitare il mestiere più antico del mondo o rapinatrici seriali annoiate da una vita normale - sono donne "Caine".
Intorno alle loro storie e ad un brano musicale scritto a più mani, le loro, si sviluppa il documentario "Caine", che andrà in onda domani su Rai3 in seconda serata, per "Doc 3 - Il cinema del reale". L'autrice è Amalia De Simone, giornalista d'inchiesta nominata Cavaliere della Repubblica al merito dal presidente Mattarella per aver contribuito alla lotta alle mafie, con la collaborazione della giornalista Simona Petricciuolo e la partecipazione di Assia Fiorillo, cantautrice che, in punta di piedi e grazie al potere della musica, è riuscita ad entrare nel cuore delle detenute scalfendone l'iniziale diffidenza.
Il documentario è il frutto di un progetto portato avanti da Amalia ed Assia che per lungo tempo hanno frequentato i penitenziari femminili di Fuorni e Pozzuoli raccogliendo le storie di vita delle detenute, sia fuori dal carcere che dentro. Vite che sono colorate di grigio, come le strade dei quartieri di periferia di Napoli, ma anche di Salerno - da cui la maggior parte di esse provengono - e come i muri delle celle dove trascorrono il loro tempo.
Nel documentario c'è Giovanna, vicina ai casalesi che ha tolto il cognome a sua figlia che era quello di un boss ora all'ergastolo; Giusi leader di una piazza di spaccio; ma c'è anche Jessica, giovanissima ed appartenente alla camorra. Giusi e Jessica si sono conosciute in carcere e si vogliono sposare e Mutu, il cui corpo porta i segni della brutalità dell'essere umano, in carcere per aver tentato di uccidere il compagno. Protagonisti sono anche i momenti di vita dietro le sbarre: i pranzi, le attività, gli incontri con i bambini e la costante paura di perderli, la noia e la sospensione del tempo.
E poi c'è la canzone "Io sono te", scritta da Assia Fiorillo con il contributo delle detenute. "In carcere si canta tantissimo, è una delle poche attività che non conosce limiti imposti dalla legge. Raccolte intorno alla melodia, queste donne hanno sciolto molti dei loro nodi in maniera semplice, modulando il corpo ed i pensieri a ritmo di musica - spiega Assia - grazie a "Io sono te", il singolo che uscirà domani e che anticipa l'album previsto per ottobre, sia noi che le detenute siamo giunte alla consapevolezza che l'errore può capitare a tutti, molto dipende dalla culla in cui si nasce. E così la canzone diventa strumento di abbattimento di muri, nel caso specifico di sbarre. Ognuno di noi può essere l'altro".
"È stato un lavoro con un chiaro punto di vista giornalistico dato che faccio cronaca e inchiesta da sempre - racconta Amalia De Simone, autrice del documentario - mi ero trovata sempre dall'altra parte, spesso sono stata presente alle maxi retate. Il tempo trascorso tra le mura del carcere per realizzare il progetto "Caine" è servito soprattutto a me perché ha mischiato le mie convinzioni, mi sono posta dall'altra parte riuscendo, così, a comprendere meglio determinati contesti perché non è indifferente il luogo in cui si nasce".
"Uno scambio profondo quello che ho vissuto, a tratti anche molto doloroso - aggiunge - Grazie alla Rai che ci permette di mandare in onda il documentario e al prezioso contributo musicale di Assia, queste ragazze troveranno voce". "Caine non è l'unico progetto inclusivo e di riscatto posto in essere nella Casa Circondariale di Fuorni - prosegue Amalia - è di pochi giorni fa la notizia di un protocollo con il Museo Madre che vedrà le detenute impegnate nella realizzazione di mascherine con tessuti forniti dal museo stesso, grazie all'impegno del direttore Rita Romano, da sempre convinta che il tempo della detenzione debba essere di riscatto e di consapevolezza".
rai.it, 3 luglio 2020
Nuovo appuntamento con "Doc 3", i grandi documentari d'autore, in onda su Rai 3 oggi venerdì 3 luglio alle 23.55, con "Caine" di Amalia De Simone e Assia Fiorillo. Si entra nei penitenziari femminili di Fuorni-Salerno e Pozzuoli e nel vivo della vita carceraria quotidiana. Giornalista la prima, cantante la seconda, insieme entrano nelle storie delle detenute attraverso un esperimento formativo: l'invenzione di una canzone scritta da tante mani che diventa il racconto autentico di una città controversa e appassionata, Napoli.
Ma è soprattutto il racconto della vita di donne, in questa città difficile, i cui destini sembrano segnati dall'ineluttabilità del crimine. Il carcere sorprende perché le donne protagoniste del documentario colgono l'opportunità del riscatto e acquisiscono la consapevolezza di un possibile diverso futuro. In questo viaggio all'interno del carcere la musica rappresenta un momento catartico e la bellissima canzone "Io sono te", che conclude l'esperimento, è un modo per abbattere un muro che ci separa da queste vite dietro le sbarre.
di Assia Fiorillo
Corriere del Mezzogiorno, 3 luglio 2020
"Cifre. Siamo dei numeri sui fogli". Me lo disse con le lacrime agli occhi una detenuta poche ore dopo che le era stato rifiutato un permesso per vedere i suoi figli. È vero. A volte abbiamo meno considerazione per l'esistenza di chi ha sbagliato. Anche se non siamo abituati a giudicare o puntare il dito. Eppure "indossa le mie scarpe e vedi come si porta questo peso e prova a stare sempre in piedi", mi disse Anna, una ragazza arrestata nella retata per droga al Pallonetto di Santa Lucia in cui spacciavano famiglie intere. A lei è stato tolto un bambino. E non è impossibile capire che è un peso che rischia di farti sprofondare.
Queste parole sono diventate una canzone perché loro potessero farsi sentire e anche perché io e anche Amalia, frequentandole per tanti mesi, ci siamo accorte che nelle loro storie, nei loro umori, nel modo di gioire o di ferirsi, c'erano qualcosa di noi. Assomigliarsi non significa necessariamente condividere dei percorsi. Significa sapere che certe cose ti possono capitare perché sei nato e cresciuto in un posto piuttosto che in un altro o perché ti hanno fatto del male o perché hai conosciuto solo il buio.
In questo viaggio nei penitenziari di Fuorni e di Pozzuoli ho capito concretamente che l'indifferenza ci rende complici. Soprattutto nei confronti di chi si assume la responsabilità di quello che ha fatto, non si perdona e ti fa capire con la vita quello su cui noi possiamo solo astrattamente ragionare. Giusy per esempio, in Caine racconta bene quanto i vantaggi di una vita criminale siano sempre effimeri, non servono a raggiungere alcun tipo di felicità. La fine della storia è sempre la stessa, la cella o la morte. E ci fai i conti sempre e per sempre.
La prima volta che sono entrata in carcere, a Salerno, non sapevo bene cosa avrei fatto insieme alle donne che stavo per incontrare. La mia predisposizione, da musicista, all'improvvisazione mi ha portato una sana incoscienza utile per raccogliere ed accogliere le loro storie. Loro lo sanno bene quanto sia importante la musica. Lo è per loro, nelle lunghe giornate vuote: quando le ore sembrano non passare mai, la musica le consola e talvolta le riporta alla vita di fuori. "Io Sono Te" è nata dal titolo, che è anche il ritornello, perché la prima, potente idea che ti investe quando entri in carcere si basa su una domanda: "E se fossi nata io dov'è nata lei? Se questa esperienza di vita fosse la mia?".
Le strofe sono venute fuori attraverso i nostri incontri e dibattiti, in cui ho chiesto alle detenute di provare a scrivere e a raccontare le loro emozioni. E così, quelle parole scritte sui foglietti sono state raccolte e messe in metrica. È stato come spogliarci e contare tutti i nostri lividi. E per me cantare con tante voci nuove.
radiobombo.com, 3 luglio 2020
"Sarà importante l'azione sinergica con il territorio". È stato presentato ieri pomeriggio, nella Casa di reclusione femminile, il Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Trani. Si tratta di Elisabetta De Robertis, eletta dal Consiglio comunale: "Il primo obiettivo - ha detto - sarà quello di conoscere meglio la realtà tranese: ho avuto modo di visitare gli istituti detentivi e ho già fissato appuntamenti per conoscere le associazioni presenti sul territorio. Le urgenze riguardano sia il trasferimento dell'istituto femminile, sia la sezione blu del carcere maschile: a tal riguardo pare che il nuovo plesso sia pronto ed è necessario aprirlo al più pesto per chiudere una sezione non congeniale ad una detenzione giusta. Sarà importante - continua - promuovere la genitorialità con spazi nuovi e con l'attenzione massima ai diritti dei minori per non fare aggiungere altri traumi. Bisognerà trovare soluzioni alternative e nuove affinché la genitorialità possa esprimersi in maniera corretta".
"Non c'è sovrapposizione con il garante comunale - spiega Pietro Rossi, garante regionale -. Gli obiettivi si raggiungono tutti insieme nella piena collaborazione. Non c'è un'impostazione gerarchica: si tratta di un'azione sinergica. Le politiche di welfare sono declinate a livello territoriale, mentre la programmazione compete a livello regionale. Quindi, ciascuno farà il proprio: il garante territoriale aumenta sicuramente l'indice di collegamento con i detenuti".
Presente all'incontro anche Cherubina Palmieri, assessore del comune di Trani: "Siamo la seconda città in Puglia dopo Lecce ad avere un garante dei diritti dei detenuti. Questo è un passo importante perché rappresenta la storia della città caratterizzata dalla presenza di due istituti molto spesso ignorati. Oggi siamo contenti di aver portato a termine un percorso iniziato nel 2017: inizia un nuovo viaggio dove sarà fondamentale la collaborazione con le pubbliche amministrazioni".
di Michelangelo Borrillo
Corriere della Sera, 3 luglio 2020
La mancanza di braccianti nei campi (dai 200 ai 250 mila secondo le stime delle principali organizzazioni agricole) è stato uno dei tormentoni durante il lockdown. E a metà maggio è arrivata la soluzione del governo, la regolarizzazione dei migranti, una sanatoria partita lo scorso 1° giugno. Il rapporto di giugno del Viminale sull'emersione dei rapporti di lavoro evidenzia, però, che più che i braccianti, la regolarizzazione ha riguardato colf e badanti, le altre categorie interessate dal provvedimento. I numeri parlano chiaro: colf e badanti rappresentano l'88% delle domande già perfezionate (61.411 su 69.721) e il 76% di quelle in lavorazione (8.116 su 10.645). In totale, quindi, i braccianti per i quali a giugno è stato avviato l'iter di regolarizzazione sono stati poco più di 10 mila su un totale di 80.366 domande di regolarizzazione.
La procedura, iniziata il 1° giugno, si concluderà il 15 agosto. Tra le regioni, la Lombardia è in testa per le richieste presentate per il lavoro domestico e di assistenza alla persona, mentre la Campania primeggia per quello agricolo. Ogni giorno, in media, sono state presentate dai datori di lavoro al portale del ministero dell'Interno oltre 2.650 domande di regolarizzazione, con un andamento in costante crescita: il giorno di apertura, il 1° giugno, erano 870; il 30 giugno sono state 3.263. Quanto ai Paesi di provenienza del lavoratore, ai primi posti risultano Marocco, Ucraina e Bangladesh per il lavoro domestico e di assistenza alla persona; Albania, Marocco e India per l'agricoltura e l'allevamento. Su 61.411 datori di lavoro che hanno perfezionato la domanda di regolarizzazione per il settore domestico, 45.730 sono italiani (il 75% del totale). Per il settore agricolo, su 8.310 datori di lavoro 7.451 sono italiani (90%).
"La domanda di lavoro nei campi - è il commento della Coldiretti - non può essere soddisfatta dalla sola regolarizzazione prevista per decreto; e a dimostrarlo è la bassissima percentuale di adesione nel settore agricolo, ben l'88% riguarda infatti il lavoro domestico". Adesso, inoltre, che sono stati riaperti i confini dell'Unione europea, dopo la fase acuta dell'emergenza Covid-19, tornano in Italia i primi lavoratori stagionali extracomunitari provenienti dai quattordici Paesi ammessi nella lista Ue (apertura agli extracomunitari che arriva a poco più di due settimane dal via libera ai circa 150 mila stagionali comunitari regolari nei campi). Assicureranno la raccolta delle tante produzioni nazionali di eccellenza, messe a rischio dalla mancanza di manodopera a causa del lungo periodo di lockdown che ha portato alla chiusura delle frontiere.
Oggi a Perugia atterra il primo volo charter da Casablanca con 110 lavoratori stranieri specializzati che, finito il periodo, torneranno nel loro Paese. "Sono in arrivo - sottolinea ancora Coldiretti - operai agricoli stagionali qualificati, da anni impiegati sul territorio nazionale, tanto da essere diventati indispensabili per l'attività di molte aziende dove lavoreranno soprattutto alla raccolta di frutta e ortaggi in piena produzione nei mesi di luglio ed agosto e questo in Umbria, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Valle d'Aosta".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 3 luglio 2020
L'interesse nazionale, quello vero, non va in missione. Il dibattito sulle missioni militari all'estero di oggi alle commissioni esteri e difesa dovrebbe servire a una riflessione seria sulla visione strategica del nostro Paese. In concreto si parla di aumentare i costi militari che nel 2019 hanno già sfiorato il miliardo e mezzo di euro che in epoca di Covid-19 sarebbe forse meglio investire nella sanità o nella scuola.
Tanto più che adesso armiamo pure l'Egitto, come scriveva ieri sul manifesto Chiara Cruciati, e sosteniamo uno dei più brutali regimi dell'area senza avere in cambio neppure un briciolo di giustizia per Giulio Regeni. Un vergognoso fallimento cui sarebbe meglio non aggiungerne altri. Se dovessimo guardare al recente passato l'Italia, dopo la Libia 2011, avrebbe dovuto ritirarsi per protesta da qualunque missione all'estero. Fatta eccezione per l'Unifil, l'operazione Onu per sorvegliare il cessate il fuoco tra Libano e Israele, che nel 2006 fu uno dei non tanti successi della nostra diplomazia (ministro degli Esteri D'Alema).
Nel 2011 l'iniziativa francese, britannica e americana di colpire Gheddafi ha rappresentato la più grande sconfitta dell'Italia dalla seconda guerra mondiale. Non solo era stato attaccato il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, da noi ricevuto a Roma in pompa magna soltanto sei mesi prima, ma il crollo del regime libico ha significato l'arrivo di centinaia di migliaia di profughi dalle coste dell'Africa del Nord influendo sulla destabilizzazione del quadro politico italiano. La situazione è stata ancora più aggravata dai partner europei e della Nato che per anni ci hanno lasciato al nostro destino.
Ma l'Italia non poteva neppure protestare perché un mese dopo gli attacchi si è unita alla Nato nei raid contro Gheddafi perdendo ogni credibilità con i partner della Sponda Sud, come del resto hanno messo in luce drammaticamente i tormentati rapporti con l'Egitto dopo il caso Regeni. Senza il nostro contributo e le basi aeree italiane le operazioni contro il dittatore libico avrebbero subito un significativo rallentamento. Lo dice anche un esperto come l'ex capo di stato maggiore di allora, il generale Camporini.
L'Italia ha quindi compiuto gravi errori di valutazione nella speranza che i Paesi vincitori del momento avrebbero tenuto in considerazione i suoi interessi nazionali. Un altro calcolo sbagliato. Quale compensazione abbiamo avuto dalla partecipazione alla missione Nato contro Gheddafi? Nessuna, anzi tutti - amici presunti e avversari - hanno colto la palla al balzo per minare la nostra posizione nel Mediterraneo, dove abbiamo interessi primari nel campo energetico.
A questo aggiungiamo la questione dei migranti. La realtà è che adesso Erdogan, già guardiano dei flussi migratori sulla rotta balcanica pagato dall'Unione europea, ora è in grado di esercitare un'influenza e un ricatto anche sulla rotta libica. La cosa è ancora più grave perché la Turchia in Libia ha usato anche milizie jihadiste, alcune affiliate ad Al Qaida, responsabili dei massacri contro i curdi siriani, usati dall'Occidente per combattere il Califfato e poi abbandonati dagli americani e da noi. Dalla rotta libica potrebbero arrivare non solo flussi migratori ma anche altro di ben più minaccioso.
Il risultato è che la Turchia oggi occupa la Tripolitania e che la Russia decide, insieme a Egitto ed Emirati, la sorte della Cirenaica. Mentre la Francia, il Paese che iniziò la guerra, si trova dalla parte di Mosca in aperto contrasto con la Turchia, secondo esercito più potente dell'Alleanza Atlantica. Quindi ogni mossa che noi adottiamo sotto il cappello della Nato o di un'altra coalizione europea ci sbilancia e dobbiamo fare esercizi di equilibrismo.
Da una parte con la missione navale Irini dovremmo fermare le navi turche che violano l'embargo ma certamente irritiamo Ankara di cui siamo ospiti a Tripoli. Dall'altra tentiamo di riequilibrare l'asse strategico appoggiando con forniture colossali di armi il regime del generale egiziano Al Sisi nemico di Sarraj e della Turchia. Insomma tentiamo di salvare capra e cavoli. Conduciamo manovre navali con Usa e Francia nel Canale di Sicilia per contenere Erdogan ma dobbiamo anche negoziare con la Turchia che sta aprendo due basi militari in Tripolitania.
La nostra è la diplomazia del pendolo e le missioni all'estero servono a procurarci crediti con questo con quell'altro alleato augurandoci che difendano anche i nostri interessi. Una speranza senza troppo fondamento visti i precedenti della Libia. Alcune di queste missioni non hanno alcun senso, come quella che dura da 19 anni in Afghanistan. Teniamo 800 soldati e una base che non ci servirà a niente soprattutto se gli americani e Kabul faranno l'accordo con i talebani. Pensate che divertente stare in un posto dove con i corpi speciali sei andato per anni a caccia dei tuoi ex nemici.
Solleva molti dubbi anche la nuova avventura che l'Italia sta per intraprendere nella "Coalizione per il Sahel" (operazione francese Barkhane e G-5 Sahel), con la Task Force Takuba. Si tratta di una missione contro il terrorismo nel Sahel, con la cooperazione di 14 Paesi europei ma al di fuori dell'Unione europea: un'altra dimostrazione della tendenza francese per una Europa della difesa à-la-carte, cioè che serve agli interessi di Parigi. Detto questo le missioni all'estero servono anche per fare un po' di pubblicità alla nostra industria bellica. Corriamo dei rischi con i militari per far un po' di soldini. Quindi se non è proprio necessario è meglio starsene a casa, così eviteremo di scrivere in futuro articoli grondanti retorica sulle sorti geopolitiche del nostro bellissimo Paese.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 3 luglio 2020
Per Roma e il Cairo sono prioritari gli interessi economici. Ho pensato spesso in questi anni a Giulio Regeni, il cui sorriso contagioso che abbiamo visto tante volte in fotografia paradossalmente decifravo negli occhi vispi dei ragazzi egiziani, minorenni non accompagnati, ospiti dei centri di pronta accoglienza della Caritas, ai quali insegnavamo la nostra lingua.
Indimenticabili frugoletti carichi d'energia vitale che spesso non erano mai andati a scuola, difficili da tenere fermi seduti al banco a scrivere e sillabare, tuttavia forse proprio per questo capaci di stupirti con risposte imprevedibili che denotavano intelligenza e fantasia.
Nel momento in cui dovevamo controllarli, a volte ci sentivamo quasi sopraffatti, ma quando a un certo punto di colpo non sono arrivati più, chissà forse proprio a causa della crisi legata al caso Regeni, ne abbiamo sentito la mancanza. Venivano quasi tutti dal governatorato di Gharbiyya, una regione rurale a nord del Cairo, non molto distante dal luogo in cui il 3 febbraio 2016 venne ritrovato il corpo orribilmente martoriato del giovane italiano, lungo la strada che da Alessandria conduce verso la capitale.
Nato a Trieste, aveva ventott'anni e stava portando avanti una ricerca sui sindacati per conto dell'università di Cambridge. Era stato rapito il 25 gennaio, nel quinto anniversario dei tumulti di piazza Tahrir. Facile pensare al coinvolgimento dei servizi segreti: in questi casi purtroppo la verità viene raramente a galla, anche perché, prima di enunciarla, se non sancirla, bisogna tenere presente i contesti, valutare le conseguenze, verificare le fonti.
Non c'è bisogno di conoscere il "Leviatano" di Thomas Hobbes per rendersene conto. E nemmeno "Il principe" di Nicolò Machiavelli per capirlo. Anche se, a dire il vero, chi ha letto questi classici nutre forse meno illusioni sulla natura dello Stato di diritto rispetto a quelli che avanzano alla cieca nel Paese dei Balocchi facendo supposizioni.
Per restare al crudele omicidio del nostro dottorando e giornalista, emblematico esponente di una generazione giramondo e cosmopolita sulla quale fece perno il bacino elettorale dei Cinque Stelle, non si può certo negare il lavoro svolto con pazienza, perizia, presumibile accortezza, dalle magistrature coinvolte.
Eppure sono trascorsi quattro anni e mezzo di indagini e l'ultima notizia, diffusa ieri l'altro, segna un secco arretramento anche rispetto alle più caute aspettative: l'incontro on line fra le procure dei due Paesi direttamente interessati non ha prodotto alcunché.
Anzi, come è stato giustamente sottolineato, la richiesta egiziana di avviare ulteriori azioni investigative finalizzate a meglio delineare l'attività del giovane assassinato, rischia di riportarci ancora più indietro, nell'oscurità della tipica ragion di Stato, alimentando la sfiducia di quanti sin dall'inizio denunciarono l'ipocrisia delle stesse democrazie occidentali, pronte a sbandierare il vessillo della giustizia per ottenere il consenso popolare, senza rinunciare alla convenienza economica degli affari da stipulare.
Da qui l'evidente imbarazzo della Farnesina, sul punto di richiamare l'ambasciatore almeno per consultazioni temporanee, mentre il presidente del Consiglio sembra prendere tempo, consapevole della delicatissima situazione in cui si trova il nostro Paese, nell'estate del Coronavirus il più vulnerabile dei moli al centro del Mar Mediterraneo.
Da una parte abbiamo i genitori di Giulio Regeni, con tutta l'opinione pubblica schierata al loro fianco; dall'altra la maxi commessa per la vendita di armamenti al Cairo del governo italiano. Sana indignazione e mirata accortezza geopolitica.
Le giravolte del presidente al-Sisi e le manifestazioni a sostegno di Giulio. Diritti umani ed equilibri internazionali. Difficile trovare un varco utile per superare lo stallo. Ripeto: io, nel mio piccolo, ho provato a farlo, se non altro liricamente, alla ricerca di un trofeo di giovinezza perduta, insegnando i verbi a Mohamed, quindici anni, pressoché analfabeta, il quale non sapeva nulla di Giulio Regeni, voleva solo tornare a casa, ma a quanto pare suo padre glielo impediva, restando in attesa dei soldi che il figlio gli avrebbe potuto inviare quando sarebbe stato assunto in pizzeria.
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