mattinonline.ch, 2 luglio 2020
La Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha accolto il ricorso di una madre il cui figlio si era suicidato nel 2014 nella sua cella di Urdorf, nel canton Zurigo. Secondo i giudici di Strasburgo, la polizia non ha preso misure sufficienti per evitare che il quarantenne si faccia del male. L'uomo aveva avuto un incidente mentre era sotto l'influsso di alcol e farmaci. Ha confessato alla polizia e a sua madre, chiamata sulla scena del crimine, di aver avuto pensieri suicidi. Dopo un esame del sangue in ospedale, era stato messo in una cella non sorvegliata a Urdorf.
Il Tribunale cantonale di Zurigo non ha rilasciato l'autorizzazione necessaria per un'indagine penale. Il Tribunale federale ha confermato la sentenza e respinto il ricorso della madre. Le conclusioni del Ministero pubblico secondo cui non vi era un sospetto apprezzabile di comportamento punibile erano state giudicate corrette.
Un punto di vista che la Cedu non condivide. Secondo quanto riferito, la polizia non ha preso misure sufficienti per proteggere l'uomo. Lo hanno trattato come una persona responsabile, anche se dalle sue condizioni e dalle sue dichiarazioni risultava chiaro che aveva tendenze suicide.
Inoltre, si sarebbe dovuta svolgere un'indagine penale, ha concluso la CEDU. Né il Tribunale cantonale di Zurigo né il Tribunale federale hanno tenuto conto del rapporto medico legale nelle loro considerazioni. Quest'ultimo stabilisce che l'uomo avrebbe dovuto essere sotto sorveglianza. Per la Cedu, questa è un'indicazione sufficiente per un possibile comportamento punibile.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 2 luglio 2020
Pressioni internazionali e crisi politica. Scricchiola il governo Netanyahu. Ieri doveva essere il giorno in cui il progetto di annessione di parti della Cisgiordania, abitate dai palestinesi sarebbe approdato all'approvazione del Parlamento israeliano. Un momento gravido di conseguenze per il futuro che però, al momento, sembra essere stato rimandato ad una data imprecisata.
È stato il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Gabi Askenazi, a renderlo noto con un laconico: "Suppongo che oggi non accadrà nulla". Ma le scarne parole del ministro segnalano che il rinvio è dovuto alle frizioni interne nella maggioranza di governo di Tel Aviv. Askenazi infatti fa parte della compagine Bianco-Blu alleata alla destra del premier Benjamin Netanyahu.
Quest'ultimo ha concluso i colloqui con gli inviati Usa, nel solco del piano per il Medio Oriente voluto da Trump, ma probabilmente il tentativo di mediazione non è riuscito a mettere d'accordo le due parti. Il premier ha fretta, preoccupato dal dilungarsi dei tempi dopo di che alla Casa Bianca potrebbe non sedere più "The Donald". Al contrario Benny Gantz, leader dei centristi, ha tutto l'interesse a prendere tempo in quanto, secondo gli accordi tra alleati, nel 2021 sarà lui ad essere primo ministro e potrebbe intestarsi un possibile anche se difficile accordo con i palestinesi.
Ufficialmente Gantz, che è anche ministro della Difesa, ha motivato il suo atteggiamento dichiarando che in questo momento l'epidemia di coronavirus ha la precedenza (in Israele si sta assistendo a un ritorno dei contagi). In ogni caso Netanyahu potrebbe comunque annunciare una mossa di sapore propagandistico come l'annessione di un insediamento illegale alla periferia di Gerusalemme.
Il piano di annessione per i palestinesi, così come è concepito, è irricevibile. "Non ci sederemo ad un tavolo su cui il piano americano- israeliano è sul patto", ha detto Saeb Erekat, segretario generale del comitato esecutivo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, parole alle quali è seguita una mobilitazione popolare a Gaza City, mantenuta nonostante il rinvio.
Il piano di annessione è stato presentato a gennaio e prevede l'annessione ad Israele di territori dove sono presenti insediamenti ebraici illegali per il diritto internazionale. Gli americani propongono anche la creazione di uno stato palestinese smilitarizzato che sembra più un mosaico di parti sconnesse di zone palestinesi. L'Autorità palestinese dal canto suo ha affermato comunque di essere disposta a rinnovare i colloqui a delineati dall'idea di Trump.
Molto pesa anche l'opposizione internazionale, a partire dall'Unione europea e le Nazioni Unite che hanno più volte criticato Israele così come l'intera comunità dei paesi arabi. Al di là dei tempi però quella che sembra ormai essere fortemente intaccata è l'idea di "due stati per due popoli". Soprattutto tra i palestinesi infatti la possibile annessione sarebbe solo una formalità visto che negli ultimi anni è aumentata in Cisgiordania la costruzione di insediamenti ebraici e di strade per soli coloni ebrei collegate a Israele.
Libano. I rifugiati siriani stretti tra l'emergenza Covid-19 la crisi economica e i rimpatri forzati
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 2 luglio 2020
Razzismo, raid, arresti arbitrari e torture si vanno ad aggiungere a mancanza di cibo e lavoro. Così alcune famiglie pensano al rientro in Siria anche se non è per niente sicura. La denuncia di Operazione Colomba: "Serve un accordo per rientri in aeree demilitarizzate".
"Siamo in 10 in questa tenda, mio marito ed io e i nostri 8 bambini. Posso percorrere al massimo 5 passi. Non possiamo uscire se non per andare al negozio all'entrata del campo. Il proprietario ci chiede l'affitto tutti i giorni, ma come possiamo pagare $50 se non possiamo lavorare?". "Nostra madre stava diventando cieca e non potevamo permetterci di ricoverarla qui in Libano, per questo siamo tornati a Houla, in Siria. Dopo dieci giorni i soldati governativi sono arrivati e ci hanno costretto ad arruolarci nell'esercito. Al momento, io sto combattendo per il governo siriano a Idlib e mio fratello e? in servizio ad Aleppo. E? stato arruolato da Hezbollah e riportato a Dahiyeh (quartiere sciita a Beirut, Libano), dove e? stato tenuto in un campo di addestramento militare. Al momento sta combattendo con Hezbollah contro l'ISIS a Hama (Siria)". Miriam e Hadi fanno parte del milione e oltre di rifugiati siriani in Libano, bloccati tra l'impossibilità di non poter tornare a casa, il rischio di essere rimpatriati a forza e l'ostilità di un Paese in crisi che non è più in grado di accogliere i profughi che arrivano dagli Stati circostanti.
Il primo caso di Covid-19 e? stato registrato in Libano a marzo 2020 e ha causato la chiusura su larga scala di scuole, università, e spazi pubblici, seguite da raccomandazioni di auto- isolamento per chiunque presentasse i sintomi del virus. "Mantenere l'auto-isolamento, cosi?come un'igiene adeguata e? quasi impossibile per chi vive in condizioni di disagio nei campi profughi o in edifici fatiscenti e sovraffollati", spiegano Caterina F. e Paola F. di Operazione Colomba. Il 15 marzo 2020, con 99 casi di Covid-19 confermati, il Libano ha dichiarato lo stato di emergenza, imponendo la quarantena a tutti i residenti e chiudendo università, scuole, aeroporti, porti, ristoranti, bar e locali. Il 26 marzo poi il governo di Beirut ha imposto un coprifuoco parziale tra le sette del mattino e le cinque del pomeriggio.
Marzo è stato anche il mese in cui il Libano ha quasi raggiunto il fallimento economico. Il nuovo primo ministro Hassan Diab ha dichiarato che il Libano non e? stato in grado di pagare 1.2 miliardi di dollari di obbligazioni e che l'ipotesi della bancarotta non è esclusa. Visto il protrarsi della crisi economica e politica, e? praticamente certo che il disagio economico del paese legato all'emergenza della pandemia, inciderà in maniera significativa sulla capacita? di garantire i servizi di base ai suoi cittadini e al milione circa di rifugiati ospitati. Questa pressione mette molti siriani nella condizione di preferire l'alternativa del ritorno in patria alla permanenza in Libano, nonostante la totale mancanza di garanzie sulle condizioni di sicurezza in Siria, con l'unica altra opzione di tentare di raggiungere l'Europa via mare.
Nell'agosto del 2019, il servizio di sicurezza libanese (GSO) ha confermato di aver deportato 2,731 cittadini siriani in Siria. Da allora, il Servizio di sicurezza non ha rilasciato nuovi numeri sulle deportazioni e ha rifiutato di fornire dati su richiesta. Le stime dei rimpatri volontari dal Libano sono ancora incerte. Nel luglio 2019, il ministro della difesa russo dichiarava che circa 96,000 siriani erano stati rimpatriati per mezzo dei programmi di rimpatrio coordinati dal Servizio di sicurezza libanese.20 Nel novembre 2019, il presidente libanese Michel Aoun forniva all'UE stime di circa 390,000 rifugiati siriani tornati in patria tramite i programmi di rimpatrio o autonomamente. I dati ufficiali dell'ONU invece segnalano circa 38,500 rifugiati registrati che hanno compiuto il rimpatrio fino all'agosto 2019, mentre dati più? recenti non sono ancora disponibili. A prescindere da quale sia il numero esatto, Operazione Colomba ha rilevato che la maggior parte di questi ritorni sta accadendo in maniera informale e indipendente, da parte di individui o famiglie che decidono di tornare in Siria senza comunicare i propri spostamenti all'Unhcr o alle autorità. Il desiderio di riunirsi con la famiglia in Siria, di avere un accesso più economico ai servizi sanitari e ai farmaci, cosi? come la speranza di trovare condizioni lavorative migliori, sono tutti fattori decisivi nella scelta di rimpatriare. Questo si aggiunge alle continue intimidazioni, alle discriminazioni e alle misure politiche sempre più severe subite dalla popolazione siriana in Libano. Risultato, chi torna non lo fa perché crede che la Siria sia sicura, ma perché è diventato insostenibile continuare a vivere in Libano.
Prima di tornare, la maggior parte delle persone tenta il cosiddetto "tafyish", ossia l'atto di ottenere informazioni riguardo alla propria segnalazione sulla lista dei ricercati, cercando di corrompere agenti di sicurezza del regime. Se i nomi vengono trovati sulla lista, e? molto improbabile che una persona si arrischi a ritornare. Molto spesso, tuttavia, vengono restituite informazioni false, che pero? contribuiscono al processo decisionale di molti individui e famiglie che, una volta in Siria, vengono arrestate. Essere rimpatriati o tornare in Siria e? un altissimo rischio per la maggior parte dei rifugiati in Libano. Su 1.916 casi ufficiali di deportazione documentate dalla Rete Siriana per i Diritti Umani fino all'agosto 2019, 784 sono stati arrestati immediatamente e altri 638 sono scomparsi.
Per le famiglie che sono tornate autonomamente, i rischi per la sicurezza non sono molto diversi da quelli dei deportati: Operazione Colomba ha raccolto testimonianze di molti siriani che sono tornati in Siria per poi essere arrestati sulla base di accuse inventate. Molti volontari hanno ricevuto conferma diretta di casi di persone scomparse a pochi giorni o settimane dal loro ritorno, di arresti, torture e arruolamento forzato ai danni di familiari e amici in Siria.
Con la crisi e il Covid la situazione è peggiorata. Da un lato il regime di Damasco, stretto lui stesso dalla morsa della crisi economica e dall'epidemia di coronavirus affronta manifestazioni di piazza ma non sembra disposto a fare concessioni all'opposizione, dall'altro la retorica anti-rifugiati siriani, che da mesi viene avvallata da messaggi politici xenofobi da parte di politici e autorità libanese, ha normalizzato un alto livello di ostilità della popolazione locale verso i siriani. Prima dell'esplosione delle proteste sociali, a ottobre 2019, l'ex ministro degli Esteri e capo del Movimento Patriottico Libero Gibran Bassil aveva pubblicamente dipinto i profughi siriani come i responsabili dell'elevato tasso di disoccupazione e del danno economico del Paese, accusato inoltre l'Onu di "diffondere la paura" e di intimorire i rifugiati che avrebbero voluto tornare volontariamente in Siria. "Tuttavia, nelle proteste in piazza cominciate a ottobre 2019 la difficile convivenza fra libanesi e profughi siriani in Libano non e? mai stata usata come capro espiatorio dai manifestanti", sottolineano le operatrici di Operazione Colomba. Le manifestazioni sono state indirizzate verso la corruzione e l'incompetenza della classe politica e spesso, durante le proteste, sono stati intonati canti di solidarietà fra libanesi e siriani.
Insieme all'inasprimento delle misure contro le imprese e i lavoratori siriani, si e? registrato un aumento del numero di incursioni militari nei campi profughi, in particolare nella valle della Beqaa. Durante tali incursioni, molti fra gli uomini vengono interrogati e arrestati per mancanza di documenti in regola. In molte occasioni, il luogo in cui vengono detenuti gli uomini, arrestati ai posti di blocco sull'autostrada o durante le incursioni nei campi, rimane sconosciuto per giorni.
Segnalazioni su maltrattamenti e torture subite dai siriani all'interno delle prigioni libanesi sono state pubblicate da varie associazioni, testimoniando un preoccupante aumento di arresti arbitrari e un sovraffollamento delle carceri. Nel mese di giugno 2017, Human Rights Watch ha segnalato la morte di 5 cittadini siriani detenuti dall'esercito libanese, pubblicando le foto dei cadaveri, i quali recavano segni visibili di tortura.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 2 luglio 2020
Resta alta la tensione nelle strade sudanesi dopo le proteste di massa di due giorni fa in cui una persona è rimasta uccisa e diverse altre ferite, organizzate per chiedere giustizia per le vittime della sollevazione popolare che nell'aprile dell'anno scorso portarono al rovesciamento dell'allora presidente Omar al Bashir. Centinaia di migliaia di sudanesi martedì hanno scandito slogan e bruciato copertoni nel centro di Khartum, delle città gemelle di Khartum Nord e Omdurman, oltre che a Kassala, nel Sudan orientale, e nel Darfur.
Fra le richieste c'è quella avanzata dall'organizzazione "Famiglie dei martiri" che vuole lo svolgimento di un'indagine sulle violazioni dei diritti umani e l'uccisione di 87 manifestanti durante il sit-in del 3 giugno 2019 davanti al quartier generale dell'esercito a Khartum. Ma ci sono anche la nomina di un parlamento di transizione e di commissioni incaricate di realizzare le riforme. Le proteste hanno spaventato non poco il primo ministro Abdallah Hamdok che si è affrettato a descrivere le richieste della piazza "legittime". "Ribadisco l'obbligo per il governo di ottenere giustizia e di garantire che i crimini commessi negli ultimi 30 anni non vengano ripetuti", ha promesso. Hamdok si è impegnato ad annunciare per i prossimi giorni decisioni "che potrebbero avere un impatto significativo - politicamente, economicamente e socialmente" avvertendo che "alcune parti" non meglio precisate "cercheranno di usarle per alimentare e creare instabilità".
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 2 luglio 2020
Torna la mobilitazione: ma ora chi va in piazza rischia fino all'ergastolo. Cortei, scontri, centinaia di arresti: Hong Kong è di nuovo in fiamme. Ma la legge di sicurezza nazionale imposta dalla Cina di Xi non ferma la protesta. Cortei, blocchi stradali, cannoni ad acqua della polizia, centinaia di arresti. Hong Kong, nel primo giorno dell'era della Legge di sicurezza nazionale imposta da Pechino, è tornata a mobilitarsi, come aveva fatto per mesi l'anno scorso. Ma ora tutto cambia: da ieri chi viene arrestato rischia l'incriminazione per sedizione, secessionismo, terrorismo o collusione con forze straniere. La Legge cinese prevede da un minimo di tre anni di carcere fino all'ergastolo. Però, in tanti non hanno avuto paura. E qualcuno sta già pagando: almeno dieci degli arrestati sono accusati di violazione della nuova legge, la più giovane è una ragazzina di quindici anni che sventolava un drappo indipendentista.
La grande rivolta - La scintilla della grande rivolta di Hong Kong, nell'estate 2019, era stata la legge sull'estradizione. Fu ritirata dopo mesi di marce oceaniche, scontri, lacrimogeni, roghi, l'occupazione per una notte del Legislative Council, la trasformazione dei campus universitari in fortezze assediate. Una sfida intollerabile per il Partito-stato. Ieri, nel 23° anniversario della restituzione della colonia alla Cina e nel primo giorno di applicazione della Legge sulla sicurezza nazionale voluta dal presidente Xi Jinping, Pechino ha rivelato che chi sarà arrestato dagli agenti dell'intelligence cinese spediti a Hong Kong potrà essere estradato e processato nella Madrepatria (vale a dire consegnato a tribunali nella Cina continentale, non più ai giudici garantisti della City). Non è più prevista la libertà sulla parola in attesa del processo: solo il carcere. Al mattino, durante la cerimonia del doppio alzabandiera, cinese e hongkonghese, solo una dozzina di persone ha osato marciare per protesta lontano dalla Bauhinia Square, sigillata da 4 mila poliziotti e da alti reti di recinzione.
Le cinque domande - Poi, più persone hanno preso coraggio e alcune centinaia di dimostranti si sono concentrati in Causeway Bay. Il corteo scandiva slogan per incitare a non abbandonare le "Cinque domande" al governo: liberazione dei detenuti, commissione d'inchiesta indipendente sulla repressione da parte della polizia e soprattutto "suffragio universale e democrazia" (si potevano invocare fino all'altro giorno a Hong Kong, ora sono sinonimi di sovversione e cospirazione con forze straniere).
I manifestanti si sono trovati di fronte cordoni di agenti che li hanno accolti con un nuovo striscione di ammonimento. La procedura di ordine pubblico nella City prevede che un agente per ogni reparto tenga pronti nello zaino gli avvisi da srotolare di fronte agli assembramenti e ai cortei. Gialli, rossi o neri a seconda della gravità della situazione sul campo. "Attenzione, disperdetevi", "Un altro passo e carichiamo", "Lancio imminente di lacrimogeni". Ora quello appositamente scritto per la Legge di sicurezza: è su sfondo viola e avverte che urlare slogan antigovernativi infrange la National Security Law cinese: "Potete essere arrestati e processati". C'è una versione in cinese e una in inglese, perché tutti capiscano, anche i residenti stranieri della City. E subito c'è stato il primo arresto: un uomo che aveva un manifesto con la scritta "Hong Kong Independence". Rischia l'incriminazione per sedizione e secessionismo. Il corteo però si è infoltito, alcune migliaia di dimostranti e grida di "Resistenza fino alla fine"; qualche blocco stradale, la polizia ha schierato un cannone ad acqua, usato spray urticanti e moltiplicato gli arresti, circa 370 prima di notte.
La governatrice - A Bauhinia Square, dopo l'alzabandiera, la governatrice Carrie Lam ha detto ai dignitari: "La decisione di introdurre la Legge sulla sicurezza nazionale era necessaria ed è stata tempestiva, per mantenere la stabilità di Hong Kong e il principio "Un Paese due sistemi". A Pechino conferenza stampa di Zhang Xiaoming, vicedirettore esecutivo dello Hong Kong and Macau Affairs Office: ha detto che i sospetti arrestati da agenti del nuovo Ufficio di intelligence cinese nel territorio potranno essere processati in Cina, perché non ci si può aspettare che il sistema legale hongkonghese sia in grado di svolgere tutto il lavoro di applicazione della Legge di sicurezza nazionale. L'articolo 55 sancisce che l'ufficio di Pechino a Hong Kong eserciti giurisdizione su casi "complessi" o "gravi". Zhang ha concluso: "Questa legge è un regalo di compleanno per Hong Kong e si dimostrerà preziosa nel futuro".
Il Mattino di Padova, 1 luglio 2020
La protesta dei volontari. La programmazione in presenza è ferma dalla fine di febbraio. E quella in remoto è bloccata da ritardi nella traslazione del sistema di cablaggio. Si può andare in sauna e si può giocare a calcetto, in questa fase tre in cui tutti i divieti stanno cadendo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 luglio 2020
Esiste da due anni una proposta di legge per dare attuazione alla Risoluzione Onu che impegna gli stati a istituire organismi nazionali indipendenti. Da oramai due anni, nonostante il sollecito da parte del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, è rimasta nel cassetto la proposta di legge per istituire la Commissione nazionale per la promozione e la protezione dei diritti umani con la finalità di dare attuazione alla risoluzione n. 48/134 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, del 20 dicembre 1993, che impegna tutti gli Stati firmatari, tra cui l'Italia, a istituire organismi nazionali, autorevoli e indipendenti, per la promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 1 luglio 2020
Carmelo Musumeci, primo ergastolano ostativo: "l'ergastolo è una pena di morte viva. Alla società non serve il dolore di chi commette il reato, né allevia il dolore delle vittime". "Se qualcuno mi chiede se mi sono perdonato rispondo di no, ma cerco di scontare la mia pena in maniera utile per la società". Sono le parole di Carmelo Musumeci, arrestato nel 1991 e condannato all'ergastolo ostativo per omicidio e associazione mafiosa.
di Sofia Ciuffoletti
Il Foglio, 1 luglio 2020
Quando la politica depotenzia la Costituzione. Nel nostro Paese le misure di clemenza nei confronti dei carcerati hanno sempre generato discussioni e divisioni. Ma gli Istituti penitenziari sono sovraffollati.
di Chiara Caraboni
urbanpost.it, 1 luglio 2020
Ci sono bambini che nascono e crescono in carcere. Lontani dal mondo. E non per colpa loro. In Italia le madri detenute che dividono la cella con i propri figli sono 34, e sembra assurdo che non si riesca a trovare una via alternativa a questa. Solo in Campania, si contano sette mamme e nove bambini, tutti privati del diritto all'infanzia. Una situazione degradante, che li costringe a una detenzione punitiva fin dai primi giorni di vita.
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