Salvini e la feroce ostilità per una società basata sui diritti di tutti, specialmente dei più debol
di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 1 luglio 2020
Matteo Salvini ha definito Mauro Palma, "garante dei delinquenti". Palma è in realtà da qualche anno "il garante dei detenuti e delle persone private della libertà". È un istituto che esiste in Italia da quattro anni, è di nomina governativa e serve soprattutto a tutelare i diritti delle persone in prigione. Esiste in altri 23 paesi dell'Unione Europea e anche in Svizzera. In Svezia esiste dal 1809. Salvini ha lanciato la sua polemica contro Mauro Palma dopo la presentazione, da parte di Palma, del rapporto annuale in Parlamento. In questo rapporto il Garante critica severamente i decreti sicurezza voluti da Salvini.
Era scontata la reazione di Salvini. Non era scontata la furia di questa reazione che, per colpire Palma, colpisce e umilia circa 50mila detenuti, molti dei quali (circa un terzo) in attesa di giudizio, e dunque innocenti, che non vengono definiti detenuti ma, offensivamente, delinquenti.
La discussione politica e la lotta politica spesso portano a forti asprezze. Non solo non ci indigniamo, ma ci piace rendere ai nostri lettori l'ampiezza della discussione. Per questo siamo contenti di offrirvi oggi sia una intervista a Palma sia una a Salvini, i quali espongono liberamente le loro idee, i loro programmi, le loro proposte. Le interviste sono precedenti allo scontro tra Salvini e Palma e tuttavia mi pare che esprimano in modo compiuto due modi molto diversi di vedere il mondo e i problemi della società.
È giusto che queste due visioni del mondo si scontrino in modo trasparente e dentro i confini della democrazia politica? Io penso di sì. Penso che qualunque idea, anche quelle che trovo lontanissime da me e che talvolta mi inorridiscono, abbiano diritto di esprimersi e di cercare consensi, e di trasformarsi in idea politica e eventualmente in governo. Sento ovviamente nelle parole di Salvini una feroce ostilità per una società basata sui diritti di tutti, specialmente dei più deboli. Sento una pulsione alla repressione come strumento per l'affermazione della giustizia.
Abbiamo pubblicato in questi giorni alcuni articoli di mons. Paglia, il quale ci ha illustrato l'idea cristiana di società: aperta, fondata sulla carità, sul perdono, sulla fratellanza, sulla solidarietà. Dove non esistono giusti e reprobi. Ricchi e poveri. Italiani e stranieri. Liberi e detenuti: esiste l'essere umano. Capisco benissimo come quella di Paglia sia un'idea che non può piacere a tutti. So che esiste una idea che fa invece della competizione e della selezione del migliore - o del più forte o del più dotato - il motore del progresso. Per questo sono convinto che sia giusto che due idee molto diverse si contrappongano e confliggano tra loro. Per quel che mi riguarda, sono dalla parte dei diritti. Il riformismo per me è questo: diritti, libertà, inclusione.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 1 luglio 2020
Migliaia e migliaia di procedimenti aperti ogni anno e poi solo poche decine di condanne. Con l'effetto collaterale di un irrigidimento della burocrazia pubblica, che piuttosto di prendersi il rischio di una contestazione penale si adagia in una più tranquilla inerzia. Questa la realtà prodotta dall'attuale versione del reato di abuso d'ufficio, peraltro esito anche in passato di continue riforme e aggiustamenti, che ora il decreto semplificazioni si accinge a modificare.
La bozza messa a punto si muove nella direzione di una più rigida determinazione del perimetro di tassatività penale della norma. E lo fa cambiando in maniera significativa l'attuale articolo 323 del Codice penale. Se quest'ultimo fa riferimento alla generica violazione di norme di legge, al dolo intenzionale, al danno ingiusto, il progetto in corso di elaborazione è concentrato invece sulla precisazione più puntuale delle regole di condotta oggetto della violazione, che dovranno essere costituite da norme di legge oppure da atti con forza equivalente a quella di legge.
L'intervento poi attribuirà una particolare rilevanza al fatto che la disposizione trasgredita poco spazio lasciasse all'esercizio della discrezionalità, che rappresenta pur sempre un criterio importante di esercizio, seppure non di arbitrio, nell'esercizio delle funzioni da parte della pubblica amministrazione. Di conseguenza il rigoroso rispetto delle regole dovrebbe mettere al riparo dagli effetti penali.
Da valutare c'è ancora un'eventuale modifica dei massimi di pena, perché, per effetto della riforma del 1997 (Governo Prodi), l'abbassamento della sanzione da 5 a 4 anni nell'ipotesi standard del reato, rese di fatto impossibile l'utilizzo delle intercettazioni telefoniche. Problema non da poco e che non è stato risolto neppure con l'ultimo e assai recente intervento, varato dal Governo Lega-5 Stelle, con la legge anticorruzione, che pure ha sdoganato l'utilizzo dei trojan per alcuni gravi delitti contro la pubblica amministrazione.
Anche l'intervento del '97, tra l'altro, mise mano all'area del penalmente rilevante, delineando la fattispecie oggi in vigore, introducendo il dolo intenzionale, con le relative difficoltà a provarlo in una fattispecie così complessa che spesso coinvolge una pluralità di soggetti, ed escludendo il vantaggio di natura non patrimoniale.
Quello che si vuole evitare è, come testimoniato dal Sole 24 Ore del lunedì del 15 giugno, il proliferare di denunce che poi non reggono al dibattimento e, spesso, neppure alle indagini. Il rischio cioè di ritenere che esista un profilo di rilevanza penale in ogni (asserita) illegittimità di un atto amministrativo.
Tanto per avere un'ida dei numeri, secondo quanto emerge dagli ultimi dati Istat-ministero della Giustizia, nel 2017, ultimo anno disponibile, a fronte di 6.582 procedimenti aperti, le condanne sono state in tutto 57; negli anni precedenti il saldo non si discosta poi molto (per esempio, nel 2016 a fronte di 6.970 procedimenti avviati, le condanne erano state 46).
Le conseguenze però possono essere diverse e in gran parte negative, come segnalato più volte nel dibattito che ha visto coinvolti sia i magistrati sia gli avvocati, ma anche gli amministratori pubblici, per i quali ormai la contestazione dell'abuso d'ufficio è vissuta come un fisiologico "incidente di percorso". Dall'ingolfamento degli uffici giudiziari, alla paralisi della macchina amministrativa, al danno reputazionale di chi si vede comunque esposto all'azione penale per diverso tempo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 luglio 2020
Ci voleva una pandemia. Un fatto sconvolgente. Ma alla fine il totem dell'abuso d'ufficio sta finalmente per essere piegato, se non abbattuto del tutto. Lo si capirà forse già domani, quando il premier Giuseppe Conte confida di ottenere il via libera, in Consiglio dei ministri, sul decreto Semplificazioni. Un intervento ampio - persino troppo, forse - che coinvolge una mezza dozzina di dicasteri, ma al cui interno c'è una decisiva modifica all'articolo 323 del codice penale.
La norma che disciplina, appunto, l'abuso commesso dal pubblico amministratore: il reato non potrà più essere contestato nei casi in cui la legge di cui si può invocare, a legislazione vigente, la violazione consenta comunque al decisore un margine discrezionale. Se il sindaco del caso si avvale di una prevista libertà di azione "residuata" dalla norma relativa all'atto compiuto, il pm non potrà più ottenerne il rinvio a giudizio. Vuol dire anche allontanare l'incubo della condanna, anche solo in primo grado, che per chi amministra un ente locale si traduce nella sospensione dall'incarico, come impone la legge Severino.
Non solo. Perché nel pacchetto di misure specificamente rivolte all'attività dei decisori pubblici compare anche una rimodulazione del danno erariale. L'azione di responsabilità verrà limitata al dolo per le sole "azioni" e non anche per le "omissioni". Si può essere perseguiti per il fare solo se si è deliberatamente agito in danno dell'interesse pubblico. Se invece non si è agito, lo spettro della responsabilità resterebbe meno definito e dunque più ampio. Cioè l'inerzia diventerebbe più rischiosa. Una rivoluzione per certi aspetti ancora più dirompente.
Non a caso, mentre le novità relative all'articolo 323 sono destinate a limitare definitivamente le azioni penali possibili nei confronti degli amministratori pubblici, rispetto al danno erariale la rimodulazione che avvantaggia l'attivismo è riferita, dal decreto, a un periodo che si concluderebbe il 31 luglio 2021. Vale, al momento, per un anno. Quasi come se si trattasse di istituire una zona franca temporanea, necessaria per superare la crisi da pandemia anche con un maggiore coraggio decisionista delle strutture pubbliche.
E ancora: si ipotizza il commissariamento da parte delle sezioni di controllo della Corte dei conti in tutti quei casi in cui l'amministrazione, statale o locale, faccia melina nei procedimenti per l'assegnazione di risorse e fondi. Si potrà arrivare a un commissario ad acta che decide al posto del dirigente del ministero o del capo dipartimento della Regione. Una ipotesi costruita anche per sbloccare l'utilizzo di fondi Ue, spesso rallentato dalla burocrazia.
Sul piano politico si tratta di passi avanti enormi. Vanno considerate le figure chiave con le quali il premier Conte ha messo a punto il riordino delle responsabilità pubbliche. Uno è il segretario generale della presidenza del Consiglio Roberto Chieppa, magistrato amministrativo di grande competenza, non connotabile sul piano dell'appartenenza politica.
L'altro perno attorno cui si sono sviluppate le decisioni è invece il sottosegretario alla Programmazione economica Mario Turco, che la connotazione ce l'ha: è stato eletto al Senato per il Movimento 5 Stelle. Professore di Economia all'ateneo UniSalento, ha contribuito, in particolare, a spingere verso l'ultima delle tre modifiche richiamate, quella che prevede l'intervento di un commissario ad acta dinanzi a burocrati dormienti in materia di finanziamenti pubblici.
Peserà, sul destino del Dl Semplificazioni (o "Libera Italia", come già ama definirlo Conte), la capacità dei 5 Stelle di affrancarsi dal riflesso general preventivo in campo penale. Non sarà facile, anche perché dalla minoranza, in particolare da Forza Italia, già arriva una singolare forma di provocazione: "Il governo, con decreto legge, vuole mettere mano alla fattispecie dell'abuso d'ufficio, senza peraltro cancellarla", chiosa in una nota Enrico Costa, responsabile Giustizia degli azzurri. A suo giudizio il caso è "tipico della ipocrisia grillina: cancellare una norma penale sarebbe inammissibile, rimodularla su misura di qualche loro amministratore è invece assolutamente digeribile.
Vogliono far dormire sonni tranquilli a qualche loro sindaco malauguratamente accusato di questo reato? A pensar male...". Dopodiché Costa sfida così i 5 Stelle, in particolare il guardasigilli Alfonso Bonafede, che è il capo della delegazione pentastellata nell'esecutivo: "Pur di picconare questo sciagurato reato siamo comunque disposti a votare la loro proposta", dice il forzista, che però chiede al ministro, in un'interrogazione, di "fare chiarezza e spiegarci: perché i grillini un tempo volevano addirittura aumentare la pena dell'abuso d'ufficio, e oggi hanno cambiato idea, ridimensionandola?".
La schermaglia politica ci sta. Andrà verificato se avrà come conseguenza una pur parziale retromarcia sulle modifiche. Nella relazione tecnica messa a punto a Palazzo Chigi, l'intervento viene così descritto: "Si interviene sulla disciplina dettata dall'articolo 323 del codice penale, attribuendo rilevanza alla violazione da parte del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio, di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge, attribuendo, al contempo rilevanza alla circostanza che da tali specifiche regole non residuino margini di discrezionalità per il soggetto, in luogo della vigente previsione che fa generico riferimento alla violazione di norme di legge o di regolamento. Ciò al fine di definire", si aggiunge nell'illustrare la modifica, "in maniera più compiuta la condotta rilevante ai fini del reato di abuso di ufficio".
È un ritaglio minuzioso, puntuale. Difficile che anche il più securitario dei grillini possa intravedervi un favore a sindaci sotto minaccia penale. Ieri la Stampa ha raccolto, in un'intervista, il sì spassionato alla svolta da parte del sindaco di Parma Federico Pizzarotti, ex 5 Stelle. Servirebbe una rivendicazione esplicita da chi nel Movimento milita ancora. Conte la dà per certa.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 luglio 2020
"Meglio cancellarlo del tutto, che renderlo di fatto inapplicabile". È questa la prima reazione delle toghe sulla riforma dell'abuso d'ufficio prevista dal decreto Semplificazioni. Un mezzo colpo di spugna che complica più che risolvere il problema. Perché se il reato ricorre solo se ogni interpretazione "discrezionale" è esclusa, si ottiene un solo risultato, rendere l'abuso d'ufficio o inapplicabile, o ancora più pericoloso. L'intento di Conte era tutt'altro, tant'è che appena qualche giorno fa diceva che "non si tratta di abolire il reato ma di circoscriverlo meglio".
Ma il governo va verso una formula ambigua. Laddove nel testo in vigore è scritto che si dà il reato "in violazione di norme di legge o di regolamento", ecco la nuova frase, almeno a ieri sera: si dà il reato "in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino discrezionalità".
La parola magica diventa "discrezionalità". Non è la strada che suggeriva l'ex procuratore di Roma Pignatone: abolire il reato e sostituirlo con reati specifici. Ma ecco le reazioni di due magistrati che sanno bene cosa significa l'abuso d'ufficio.
Dice Alfonso Sabella, ex pm antimafia a Palermo ed ex assessore alla Trasparenza a Roma dopo Mafia Capitale: "Limitare l'abuso d'ufficio alla sola violazione di una legge che non lasci margini di discrezionalità al pubblico ufficiale significa, di fatto, abrogare il reato perché nessuna norma può essere interpretata rigidamente in un solo modo: per questo esiste la magistratura".
"Il problema - aggiunge - non sta nell'attuale formulazione, che finisce per punire solo le condotte realmente gravi e caratterizzate dal dolo specifico, ma nelle conseguenze che, erroneamente, facciamo derivare dall'avvio di indagini per accertarne la presunta violazione". L'anticipo di bocciatura arriva anche da Alfonso D'Avino, oggi procuratore di Parma, ma a Napoli pm del pool che scoprì il tesoro di Duilio Poggiolini.
Che dice: "La bozza sembra andare in una direzione eccessivamente riduttiva dello spazio di intervento penale, con il rischio di una sostanziale eliminazione della figura dell'abuso di ufficio". D'Avino affronta il punto cruciale: "Richiedere la violazione di specifiche regole di condotta (che dovranno essere elencate in dettaglio) rischia di lasciarne fuori molte altre che potrebbero essere fonte di illecito".
L'unica notizia positiva, per la maggioranza, è che Forza Italia è a favore, come dice il responsabile Giustizia Costa che già nel 2017, con la commissione Nordio, voleva cancellare l'abuso di ufficio, ma oggi ironizza sulla "rimodulazione" della norma da parte del governo, "per giunta per decreto", dove potrebbe nascondersi "un intervento su misura per qualche loro amministratore, vogliono far dormire sonni tranquilli a qualche sindaco o sindaca malauguratamente accusati di questo reato". Un riferimento alla prima cittadina di Torino Chiara Appendino? Alla quale però, come reato principale, è stato contestato il falso.
askanews.it, 1 luglio 2020
Il punto sulla fase 2 dell'emergenza Covid-19. Ieri pomeriggio, presso la sede del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, una delegazione della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, composta dal Portavoce Stefano Anastasia (Garante per le Regioni Lazio e Umbria) e da Bruno Mellano (Regione Piemonte), Piero Rossi (Regione Puglia), Paolo Mocci (Comune di Oristano) e Gabriella Stramaccioni (Roma Capitale), ha incontrato il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia.
L'incontro, finalizzato a presentare al Capo del Dap l'attività della Conferenza e il modus operandi dei Garanti nominati dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni, è stata l'occasione per fare il punto sulle principali urgenze del sistema penitenziario nella fase 2 dell'emergenza Covid-19, a partire dalla riapertura delle attività trattamentali e del volontariato.
Il Giorno, 1 luglio 2020
Si è impiccato durante la notte, utilizzando la cintura di corda della tuta da ginnastica. La vittima, trovata ieri mattina dai compagni di cella, è un detenuto di 33 anni di origine tunisina del Bassone. Un uomo che pare non avesse mai dato segnali di criticità in questi ultimi tempi, tali da dover essere attenzionato con maggiore scrupolo dalla Polizia penitenziaria.
Gli stessi compagni di cella non hanno sospettato nulla, non si sono svegliati quando l'uomo è andato in bagno e si è tolto la vita. Forse all'alba di ieri, ma è stato trovato solo quando i compagni di cella si sono alzati e hanno dato l'allarme.
I controlli da parte della Polizia penitenziaria avvengono costantemente, ma la possibilità di monitorare con attenzione cosa accade nelle celle, anche in orario notturno, da tempo deve fare i conti con la carenza di personale. Il magistrato di turno della Procura di Como, Massimo Astori, valuterà ora quali accertamenti disporre per ricostruire come si avvenuto il suicidio, e se dare incarico per l'autopsia, anche se la causa del decesso appare chiara.
Al Bassone sono detenute circa 450 persone, tra uomini e donne, di il 60 per cento di origine straniera, a fronte di una capienza regolare di circa 220. Numeri ridimensionati rispetto ad alcuni anni fa, quando la casa circondariale comasca era arrivata, più volte, a superare i 600 detenuti, in condizioni abitative e di sovraffollamento molto critiche. Ma anche con i numeri attuali, l'ultimo rapporto Antigone ha attribuito al Bassone un tasso di sovraffollamento del 207 per cento, uno dei più alti d'Italia.
di Luigi Nicolosi
stylo24.it, 1 luglio 2020
Ancora una tragedia nel penitenziario napoletano, l'appello del Garante Ioia: "Possiamo salvare queste persone, segnalateci tutti i casi a rischio". Una tragedia annunciata. È così che si configura la scomparsa di Antonio Uccello, 39 anni, morto suicida la scorsa notte nel carcere di Poggioreale.
Il detenuto, che stava scontando una condanna per maltrattamenti in famiglia, qualche tempo fa aveva già tentato l'estremo gesto, ma in quel caso era stato salvato dal provvidenziale intervento degli agenti della polizia penitenziaria. Da quel momento Uccello è rimasto sotto osservazione. Le precauzioni del caso non sono però bastate a salvargli la vita una seconda volta.
Il 39enne originario del rione Sanità tra poco meno di due anni avrebbe potuto chiedere l'affidamento in prova. Appresa la drammatica notizia, il garante comunale dei detenuti Pietro Ioia ha subito lanciato un appello: "Molte di queste persone possono essere salvate. È però necessario che parenti e detenuti ci segnalino tempestivamente tutti i casi a rischio, in modo tale che noi possiamo seguirli. Se necessario andremo a Poggioreale un giorno sì e uno, ma aiutateci a scongiurare altre tragedie come questa".
Ioia non fa però mistero della sua storica convinzione: "Nonostante i passi in avanti fatti in questi anni, Poggioreale continua a essere il "mostro di cemento". Speravo che almeno per quest'estate non si registrasse alcun suicidio e invece mi sono già dovuto ricredere".
Considerazioni amare anche da parte di Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti, che stamattina, nell'istituto di pena partenopeo, ha preso parte alle celebrazioni per la ricorrenza di San Basilide, patrono degli agenti di polizia penitenziaria: "Durante la Santa Messa - ha detto Ciambriello - abbiamo pregato per Antonio, detenuto trentanovenne, che si è suicidato questa notte nella sua cella, occupata con altre sei persone, al terzo piano del padiglione "Roma".
Quarto suicidio in Campania dall'inizio dell'anno, 23 in tutta Italia. Ogni morte in carcere e di carcere è un fallimento per tutti noi (politica, magistratura, operatori penitenziari, società civile)".
lacnews24.it, 1 luglio 2020
Scopo dell'iniziativa è quello di fornire ai detenuti le giuste informazioni sull'Hcv. Saranno eseguiti screening su sangue capillare e chi risulterà positivo sarà avviato alla terapia. Partirà a breve nelle carceri calabresi una campagna di prevenzione contro l'Epatite C (HCV). Si tratta del "Progetto ESP - Eliminazione nelle Special Populations", un'iniziativa dedicata alla popolazione carceraria della regione Calabria, ideata e pianificata dall'Agenzia Improve e supportata da Gilead Sciences.
Scopo dell'iniziativa, al via in questi giorni, è fornire ai detenuti la giusta formazione sull'HCV, offrire informazioni di approfondimento sulla patologia ed effettuare un rapido screening su sangue capillare. Le persone che risulteranno positive saranno avviate alla terapia: un trattamento in grado di portare alla guarigione del paziente in poche settimane.
Il test sarà effettuato gratuitamente negli istituti penitenziari da operatori sanitari di comprovata esperienza e fornirà un risultato entro pochi minuti. Gli specialisti che scenderanno in campo saranno a disposizione dell'utenza per eventuali dubbi o domande e distribuiranno materiale informativo sull'Epatite C.
Un'azione concreta e di grande valenza sociale poiché la popolazione carceraria è, per molte ragioni, tra le più esposte al rischio di malattie infettive. Per questo la Regione Calabria è impegnata nella realizzazione di un Piano di Eliminazione dell'HCV attraverso la costituzione di una Cabina di Regia con funzione di coordinamento delle attività degli specialisti dei Centri per cure e operazioni di screening sulla popolazione.
Prevenzione e diagnosi precoce dell'HCV sono necessarie e costituiscono l'anticamera di una cura tempestiva, utile a evitare la degenerazione dell'infezione verso gravi patologie del fegato. Un semplice test che, eseguito sul sangue capillare attraverso la puntura a un dito, consentirà di individuare i soggetti positivi all'Epatite C e programmare interventi finalizzati all'eliminazione del virus.
primabergamo.it, 1 luglio 2020
Da oggi inizia "Artisti domiciliari" con gli esperti della Galleria d'arte moderna e contemporanea. Dialoghi in tempo reale con gli ospiti della Casa circondariale e i loro familiari. Giovanna Brambilla è responsabile dei Servizi educativi della Gamec, oltre che docente universitaria di Storia dell'arte. Durante il lockdown ci ha deliziato con le sue lezioni #iorestoacasa: un'opera al giorno spiegata come solo lei sa fare.
È stato bellissimo accostarsi all'arte in questo modo e scoprire dipinti famosi e meno con la perizia della docente che farebbe amare l'arte anche ai sassi. Ora se n'è inventata un'altra, rispondendo a chi, nonostante la riapertura dei musei, non può raggiungerli fisicamente. Riguarda gli ospiti della Casa circondariale. Così nasce la serie "Artisti domiciliari" e Brambilla spiega che oggi "inizia una nuova avventura.
Abbiamo risposto alla chiamata della Casa Circondariale, chiusa ai contatti per preservare la salute dei detenuti. Nasce così la serie "Artisti domiciliari", sono videolezioni in tempo reale per dialogare con i detenuti e le loro famiglie. Grazie all'organizzazione del Carcere ci collegheremo con i detenuti e le persone da loro indicate, che ovviamente sono nelle loro abitazioni.
Il programma l'hanno fatto loro indicandoci le opere di cui ci vogliono parlare. Michelangelo, Klimt, de Chirico, e tanti altri. Ovviamente ci sarà sempre un dialogo tra moderno e contemporaneo, un dialogo tra noi e loro, la costruzione di un senso condiviso. Alla Gamec - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo (ufficiale) ci si va, ma quando non ci si può andare, siamo noi a spostarci. Sempre. perché l'arte è di tutti, un terreno che non discrimina ma che include e promuove". Al progetto parteciperanno anche Francesca Calogero, Ylenia Lo Faro, Morgana Bressan e Camilla Rancati. Una nuova storia. E che storia.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 1 luglio 2020
L'incauto acquisto sussiste solo quando viene accertata una differenza sproporzionata tra il valore del bene e la somma corrisposta per l'acquisto. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza n. 19548/20.
La mossa della Corte. I Supremi giudici hanno respinto la richiesta della Procura che chiedeva l'applicazione dell'incauto acquisto (ex articolo 712 del Cp) e non la particolare tenuità del fatto. Il ricorrente lamentava che la motivazione dei giudici di merito era gravemente lacunosa e carente, che appariva del tutto privo di rilievo il dato relativo alla mancata identificazione dei proprietari dei beni e che il tribunale non aveva considerato la circostanza che si trattava di beni di significativo valore (due city bike di marche prestigiose) acquistate a prezzi irrisori.
La difesa, tuttavia, ha evidenziato come nel frattempo (Dlgs 16 marzo 2015 n. 28) è stato introdotta nel sistema di diritto penale la regola della non punibilità per particolare tenuità del fatto (articolo 11-bis del Cp). Il giudice di merito - peraltro - con una motivazione stringata e sintetica aveva stabilito un valore non particolarmente elevato delle due biciclette.
Conclusioni. La difesa, infatti, mette in risalto "il significato valore commerciale" dei beni che non emerge da alcun atto di prova. In definitiva ricorso della Procura rigettato.
- Macomer (Nu). Al Cpr le Consigliere progressiste con loro il Garante dei detenuti
- Napoli. Centro per il recupero di rifiuti a Secondigliano
- Ferrara. Fine mandato per la Garante dei diritti dei detenuti
- Firenze. Sollicciano, condannato dopo 15 anni per aver picchiato un detenuto
- Prato. Mons. Nerbini: "tendere la mano ai detenuti, può cambiare il corso di una vita"










