di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 2 luglio 2020
La Corte Costituzionale non ha bloccato la sua attività nemmeno durante la chiusura forzata, creando anche un podcast che racconta il "dietro le quinte". Continuità, pienezza del contraddittorio e ragionevole durata del processo. Il lockdown imposto dall'epidemia di coronavirus non ha fermato il lavoro della Corte Costituzionale, come ha sottolineato la presidente Marta Cartabia, intervenuta ad Agora Estate, ricordando i tre principi della giustizia costituzionale garantiti anche durante il periodo di chiusura.
Anzi, i mesi di quarantena hanno forse permesso di "gettare un ponte per rafforzare illegame con i cittadini", secondo le parole della stessa presidente. Che nel corso del suo pur breve mandato alla guida della Consulta - iniziato l'11 dicembre 2019 e che avrà termine il 13 settembre 2020 per scadenza del novennato come giudice costituzionale - ha saputo innovare la Corte sia dal punto di vista procedimentale sia tecnologico, avvicinandola al comune sentire dei cittadini.
Una Corte che già dai viaggi nelle scuole e nelle carceri - da quest'ultimo è stato tratto il docu-film "Viaggio in Italia: la Corte Costituzionale nelle carceri" - si era dimostrata attenta alle tematiche sociali che investono la comunità, fino a spiegarle attraverso un podcast nato in pieno lockdown. "Abbiamo iniziato a parlare dell'iniziativa già dallo scorso autunno - ha detto Cartabia - I podcast sono uno strumento di grandissimo sviluppo educativo soprattutto per i giovani, che apprendono molto durante l'ascolto".
E così, sin dalla puntata La Costituzione e la Repubblica, registrata dalla stessa presidente e pubblicata lo scorso 2 giugno, i cittadini possono ascoltare le voci dei giudici che spiegano, ad esempio, il rapporto tra la Corte e il carcere, l'economia, gli stranieri. Tra le novità di cui ha parlato la presidente Cartabia anche i processi "con una maggiore partecipazione della società civile e di esperti, per rafforzare il legame di fiducia tra cittadini e istituzioni". E ne ha parlato sempre al plurale perché, ha spiegato, "la Corte è un collegio ampio, ed esserne alla guida vuol dire valorizzare tutti i contributi".
Avvicinandosi il momento dell'addio alla Consulta (il mandato di giudice costituzionale non è rinnovabile), la presidente ha risposto alla domanda su cosa farà dopo il 13 settembre, spiegando che tornerà agli studi accademici e all'insegnamento universitario. "Credo che il lavoro educativo di formazione delle nuove generazioni sia un contributo che si dà non soltanto per lo svolgimento di un'attività professionale - ha concluso - ma anche per la crescita del Paese".
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 2 luglio 2020
La contraddizione con la necessaria immagine di austerità. Piccole miserie, inserti di commedia all'italiana dentro la tragedia di una democrazia che si sospetta essere stata alterata da un intervento poco ortodosso della magistratura. Sarà perché in Italia le cose più gravi contengono sempre un elemento che rischia di farle precipitare nel grottesco, oppure perché spesso da noi, come diceva Ennio Flaiano, "la situazione politica è grave, ma non è seria", eppure anche in questo ennesimo capitolo della guerra tra magistratura e politica, nella confessione di un magistrato che dice di aver partecipato in Cassazione a un "plotone d'esecuzione" per condannare e far fuori politicamente Silvio Berlusconi, si annidano particolari che dalla tragedia stingono nella commedia. Lo scenario è fosco, se confermato anche solo in parte il meccanismo perverso raccontato dal giudice: una manovra orchestrata per stroncare il leader di un partito e di uno schieramento, la magistratura politicizzata come ariete per annichilire per via giudiziaria un avversario politico, la Cassazione che in fretta e furia emette il suo verdetto di condanna per costringere un ex presidente del Consiglio a scontare una pena ingiusta e ritirarsi dalla scena politica, e comunque ad essere estromesso da senatore. Uno scenario gravissimo, appunto, e le opposte tifoserie, prima di affrontarsi con le solite grida e le solite scomuniche, dovrebbero prima accertare quali siano veramente i fatti, perché una nuvola troppo densa grava sulla politica italiana sospettata, grazie all'appoggio fattivo di una parte della magistratura, di aver cancellato il leader da battere con mezzi sleali e non democratici.
Tempi di nubi e sospetti - Per la magistratura sono tempi di nubi e di sospetti. Ma tra registrazioni, intercettazioni, trojan e denunce, il caso del processo a Berlusconi come ultima propaggine mediaticamente rilevante e il caso Palamara esploso da un anno a questa parte sembra sempre che un elemento grottesco contribuisca a dare un'immagine di una magistratura prigioniera di miserie, piccoli favoritismi umani troppo umani, e comunque in contraddizione con l'immagine di austerità e di gelosa autosufficienza che il potere giudiziario dovrebbe offrire di sé in uno Stato di diritto. Emerge per esempio dai resoconti dei giornali che hanno trattato questa vicenda un particolare non ancora confermato e tutto da provare ma che avrebbe visto il giudice Franco interessarsi per un certificato medico contraffatto non per una seria malattia ma per un'operazione di chirurgia estetica al seno di una conoscente.
Manovre spartitorie e lottizzazioni correntizie - Piccole miserie, inserti di commedia all'italiana dentro la tragedia di una democrazia che si sospetta essere stata alterata da un intervento poco ortodosso della magistratura. Ma di queste piccole miserie, il caso che si è addensato attorno alla miriade di intercettazioni del magistrato Palamara offre una varietà sconcertante, destinata a non gettare una luce molto positiva sulla tenuta istituzionale di chi dovrebbe essere solo la bocca della legge. Tra manovre spartitorie, lottizzazioni correntizie, nomine basate sulla fedeltà e l'appartenenza, cioè una tragedia per l'ordine giudiziario e per la qualità stessa di uno Stato di diritto rispettoso dei cittadini, emerge un quadro in cui, per esempio, la richiesta di biglietti in tribuna per le partite importanti, le segnalazioni di amicizie, l'offerta di piccoli privilegi, favori minimi, raccomandazioni minori, ammiccamenti vagamente clientelari fanno da sfondo poco compatibile con l'idea che dovremmo farci di una magistratura autorevole.
Debolezze, cadute, vanità - Ora è l'interessamento per un certificato medico a favore di un intervento estetico al seno. Ma già ai tempi di Mani Pulite affiorò, senza nessuna rilevanza penale, un quadro di favori, di prestiti di contanti consegnati nelle scatole delle scarpe, e di affitti al centro di Milano. E molti hanno dimenticato l'inchiesta di un magistrato che doveva mettere sottosopra l'ambiente dello spettacolo e che finì nella relazione del suddetto magistrato con una soubrette, promettente promessa proprio in quell'ambiente dello spettacolo. Debolezze, cadute, vanità, spirito di sottobosco che però stridono con l'immagine che la magistratura dovrebbe coltivare, per trasmettere autorevolezza e indipendenza. E anche questo insieme di piccole miserie può costituire un indebolimento della fiducia dello Stato. Una doppia tragedia.
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 2 luglio 2020
Il trucco degli elaborati non anonimi e degli esaminatori truffaldini: un gravissimo danno d'immagine cui va posto rimedio. Su La Stampa di lunedì 29 giugno, Domenico Quirico ha delineato un quadro agghiacciante dei concorsi per l'ingresso in magistratura, una sorta di premessa a quanto abbiamo recentemente scoperto con la sciagurata vicenda Palamara. A seguito di innumerevoli ricorsi, un concorrente bocciato nei concorsi del 1992 e del 2000 è riuscito ad acquisire la completa documentazione relativa al 1992, ed è appunto a quella documentazione che si riferisce l'articolo di Quirico. Veniamo così a conoscenza del sofisticato e truffaldino sistema grazie al quale gli elaborati di alcuni candidati, che dovrebbero essere tutti rigorosamente anonimi, erano invece agevolmente individuabili; erano appunto quelli dei candidati che dovevano essere comunque dichiarati idonei, quelli per cui si era mossa la macchina della corruzione che attraverso vari passaggi arrivava ai componenti - magistrati e professori universitari - della commissione giudicatrice del concorso.
I segni di riconoscimento lasciati sugli elaborati consistevano ad esempio nel saltare la prima riga dei fogli formato protocollo ovvero scrivere una facciata sì e una no. Ed ancora, dai verbali dei lavori della commissione giudicatrice risulta che la valutazione media su ciascun candidato è durata tre (3) minuti, durante i quali si sarebbe dovuto leggere e valutare collegialmente i tre temi di diritto civile, penale e amministrativo. Certo, la commissione era in grado di lavorare speditamente, posto che si sapeva in anticipo quali erano i candidati che dovevano comunque essere promossi. Pare anche che i temi di alcuni degli idonei contenessero errori clamorosi e grossolani, impensabili per qualsiasi laureato in legge.
Siamo così venuti a conoscenza che un certo numero di magistrati per definizione truffatori, corrotti e corruttori da decenni esercitavano impunemente funzioni giudiziarie in cui vengono necessariamente in gioco fondamentali diritti personali e patrimoniali dei cittadini. Ho atteso qualche giorno a scrivere su questa vicenda perché mi auguravo che l'articolo suscitasse qualche reazione, qualche presa di posizione degli organi posti al vertice della magistratura o deputati al suo governo, dal presidente al Procuratore generale della Cassazione, dal Consiglio superiore della magistratura al ministro della giustizia.
Purtroppo l'unica risposta è stata un silenzio assordante. Il che vuol dire che quelle rivelazioni non potevano essere smentite e che il Csm e i vertici della magistratura ne erano al corrente. Ma queste implicite ammissioni non bastano, i cittadini e la stragrande maggioranza dei magistrati onesti, quelli che hanno vinto il concorso senza ricorrere a loschi traffici e svolgono degnamente il loro mestiere, vogliono sapere di più.
Vogliono sapere se i concorsi truccati del 1992 e del 2000 sono stati deviazioni isolate o costituiscono una prassi costante e tuttora attuale; se a suo tempo erano stati iniziati procedimenti penali e disciplinari nei confronti dei magistrati corrotti che facevano parte delle commissioni di concorso; se i magistrati truffaldini entrati abusivamente in carriera, di cui sono noti i nomi, sono stati destituiti e denunciati in sede penale; se e quali misure i vertici della magistratura e il Csm intendono assumere per evitare che la vergogna dei concorsi truccati possa ripetersi.
Vi è da domandarsi quale fiducia possono riporre i cittadini in una magistratura di cui continuano a fare parte giudici e pubblici ministeri che erano già corrotti e corruttori prima ancora di entrare in servizio. Il gravissimo danno di immagine e di credibilità arrecato alla magistratura italiana potrà essere almeno parzialmente riparato solo da immediate risposte che dimostrino la volontà di contrastare lo scandalo dei concorsi truccati.
Il silenzio del Consiglio e dei vertici della magistratura significherebbe che bisogna accettare di convivere con una fetta minoritaria ma potente - il caso Palamara insegna - di magistrati corrotti e corruttori. Ma questo atteggiamento non sarà mai avallato - ne sono certo - dalla stragrande maggioranza dei magistrati onesti e dalle forze politiche che si richiamano ai principi costituzionali dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura e della soggezione dei giudici soltanto alla legge.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 2 luglio 2020
Nella bozza del Dl Semplificazioni c'è la modifica del delitto che spaventa sindaci e funzionari. Ciclicamente torna al centro del dibattito, insieme alla furia delle posizioni opposte e contrarie. Il governo Conte ha annunciato di voler mettere mano al reato di abuso d'ufficio: per definire in maniera "più compiuta" la condotta rilevante, ha spiegato il premier. La notizia ha suscitato un coro di indignazione. Da destra, con Matteo Salvini in testa, si chiede l'abolizione in toto "di un reato "fantasma" che blocca la Pubblica Amministrazione e rallenta tutto".
Al governo, invece, l'imbarazzo cresce nei 5 Stelle: nati come sostenitori dell'inasprimento delle pene (da deputati, il ministro Alfonso Bonafede e il suo sottosegretario Valerio Ferraresi avevano presentato un disegno di legge per portare la pena da 4 a 5 anni, in modo da permettere l'uso di intercettazioni come mezzo di ricerca della prova), oggi dovrebbero sottoscrivere una parziale riscrittura dell'articolo. Una riscrittura che per giunta potrebbe cancellare con un colpo di spugna i processi contro le sindache pentastellate Chiara Appendino e Virginia Raggi, accusa Forza Italia.
In ogni caso, da qualsiasi fronte politico lo si guardi, il reato è la bestia nera di sindaci e amministratori: oltre alle prime cittadine di Torino e Roma, l'abuso d'ufficio è stato contestato anche al milanese Beppe Sala e ai due governatori di Puglia e Campania, Michele Emiliano e Vincenzo De Luca. Oggi, la nuova formulazione in discussione nella bozza del dl Semplificazioni attribuisce "rilevanza", oltre che alla violazione da parte del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio delle regole di condotta previste dalla legge, anche "alla circostanza che da tali specifiche regole non residuino margini di discrezionalità per il soggetto", modificando così l'attuale previsione che si riferisce genericamente alla violazione di norme di legge o di regolamento. L'ennesimo ritocco a una fattispecie che negli ultimi trent'anni è stata oggetto di rimaneggiamenti più o meno profondi ma che dagli anni Novanta instilla - per dirla con Conte - la "paura della firma" a tutti gli anelli di comando della Pa.
Nel vecchio codice Rocco si chiamava "abuso innominato", era rubricato all'articolo 323 del codice penale e puniva "il pubblico ufficiale il quale, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni", avesse commesso qualsiasi fatto non preveduto dalla legge come reato da una particolare disposizione, "per recare ad altri un danno o per procurargli un vantaggio". Sostanzialmente, una norma penale in bianco, con una fattispecie vaga ma una pena definita. Poi arrivarono gli anni Novanta e l'allora ministro della Giustizia del governo De Mita, Giuliano Vassalli, oltre alla riforma del codice di procedura penale, avvia e porta all'approvazione anche la legge 86 del 1990, che modifica profondamente i delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica amministrazione. Così l'abuso innominato diventa abuso d'ufficio e si trasforma in una delle figure cardine del sistema dei delitti contro la Pa.
L'articolo 323 viene di fatto riscritto e allargato dal punto di vista soggettivo, pur nel tentativo di circoscrivere la vastità della fattispecie precedente: incriminava, salvo che il fatto costituisse più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio non patrimoniale o per arrecare ad altri un danno ingiusto, avesse abusato del suo ufficio, con la circostanza aggravante nel caso in cui il vantaggio avesse avuto carattere patrimoniale. La nuova formulazione che inglobava le fattispecie di interesse privato e peculato per distrazione (abrogate come autonomi titoli di reato) - si sforzava di descrivere in modo preciso il fatto punibile proprio per evitare che la genericità della norma permettesse una eccessiva discrezionalità da parte della magistratura.
Risultato non raggiunto, però, perché la prassi giurisprudenziale dilatò la fattispecie, provocando proprio ciò che si voleva evitare: lo sconfinamento del pubblico ministero in settori riservati alla discrezionalità della Pubblica amministrazione. Per provare ad arginare il fenomeno, passato il tornado di Mani Pulite, il governo Prodi I approvò nel 1997 la riforma che restringeva il campo di intervento, introducendo da un lato la clausola "salvo che il fatto non costituisca più grave reato" (così da tentare di rendere l'abuso d'ufficio ai reati di corruzione o concussione), dall'altro inserendo alcuni precisi elementi costitutivi del reato: lo svolgimento delle funzioni; la violazione di norme di legge o di regolamento; la limitazione al dolo intenzionale e il danno o vantaggio patrimoniale ingiusto come conseguenza della condotta (la cosiddetta doppia ingiustizia: condotta ingiusta e guadagno ingiusto).
Nemmeno questo, tuttavia, ha nei fatti modificato l'attitudine allo "stiracchiamento" estensivo di una fattispecie capestro delle condotte più diverse. Ultimo in ordine di tempo a intervenire sul testo con un minimo ritocco è stato il governo Monti, che ha disposto nel 2012 l'inasprimento della pena, che da sei mesi a tre anni diventa da uno a quattro.
Ora è il momento del governo Conte di tentare l'introduzione di limiti, tutti giocati in punta di lessico: difficili da approvare, oltre che aleatori. Del resto, maggioranze ben più coese della sua hanno tentato l'impresa di accorciare i tentacoli di un reato piovra con la fama di grimaldello giudiziario che destabilizza la politica. Ma con risultati non entusiasmanti.
di Sergio Lorusso
Gazzetta del Mezzogiorno, 2 luglio 2020
È deflagrata in questi giorni l'ennesima vicenda che investe le relazioni (pericolose) tra politica e magistratura. Oggetto, la condanna confermata in Cassazione di Silvio Berlusconi, all'epoca capo indiscusso della maggiore forza politica del Paese, che a detta di uno dei componenti del collegio giudicante fu costruita a priori e voluta da una non meglio precisata manina.
Il caso giudiziario si sottrae ad ogni valutazione ex post, essendo la sentenza divenuta definitiva nel 2013. Emergono, tuttavia, opacità che rafforzano le convinzioni dei nemici di una certa magistratura politicizzata. Una magistratura che si affiancherebbe all'opera della politica - non sappiamo se autonomamente o in maniera coordinata - determinando (o contribuendo a determinare) le sorti di leader e di forze politiche.
Possibile - e opportuno - quindi valutarne le conseguenze per il quadro politico (di allora) e cercare di collocarlo in una più ampia fenomenologia. Occorre, insomma, andar al di là del caso specifico anche perché tale anomalo conformarsi dei rapporti tra poteri dello Stato - seppur con accenti assai variegati - è risalente e non sembra conoscere sosta.
Da Mani pulite (per citare il caso più eclatante della seconda metà del secolo scorso, che sancì la fine della cd. prima Repubblica) alle recenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto Matteo Salvini quando era ministro degli Interni. Da Bettino Craxi a Matteo Renzi. Un caleidoscopio di casi che hanno fatto parlare di Repubblica giudiziaria.
Beninteso pubblici ministeri e giudici hanno il dovere, rispettivamente, di indagare su comportamenti potenzialmente illeciti penalmente e di decidere nei relativi processi. E senza alcuna distinzione tra imputati "comuni" e imputati "eccellenti".
Emerge, tuttavia, in alcuni casi una funzione ancillare di inchieste giudiziarie (che stanno magari muovendo i primi passi) rispetto all'azione di forze politiche tese a smantellare lo status quo. Con il rischio che l'eventuale responsabilità penale, di carattere individuale, funga da detonatore per il sovvertimento di assetti di potere che dalla prima dovrebbero - secondo i fondamentali dello Stato di diritto - prescindere. Certo, difficile è determinare il peso effettivo che vicende come quella adesso rispolverata - e ci si dovrebbe chiedere come mai solo ora, a sette anni di distanza dai fatti, riemerga all'improvviso, sottraendosi all'oblio - così come improbo è dimostrare l'esistenza di una sorta di pactum sceleris tra (certa) politica e (certa) magistratura.
Esistono una serie di concause - rispetto alle quali è assai arduo effettuare una prova di resistenza-che rendono vana la risposta alla domanda "cosa sarebbe successo se non?". Ma non è questo il punto. Occorre cercare di capire l'origine di tali deviazioni e le condizioni che le rendono possibili. Occorre comprendere il peso - da molti sottovalutato - che tali situazioni possono esercitare sulle dinamiche della vita democratica.
E questo non certo con l'intento di delegittimare la magistratura ma, al contrario, di farle recuperare quella credibilità oggi sempre più in declino - un'incredibile nemesi rispetto ai fasti degli anni Novanta del secolo scorso - per via di vicende sconcertanti come quella del caso Palamara. Altrimenti si corre il rischio di mettere a repentaglio la democrazia, modello di gestione dello Stato fondato su di un sistema di pesi e contrappesi tra gli organi costituzionali o aventi rilievo costituzionale. Si tratta insomma (anche) di ridare lustro al terzo potere dello Stato che, attraversando una parabola la cui acme è stata raggiunta ai tempi di Tangentopoli, è sprofondato oggi ai livelli minimi di reputazione a far data dall'Unità d'Italia.
Contrastando lo scivolamento verso un pericoloso squilibrio tra poteri dello Stato. Una magistratura ideologicamente orientata emerge negli anni Settanta del secolo scorso. Si tratta, tuttavia, di fenomeno affatto paragonabile a quello qui analizzato. I cd. pretori d'assalto, difatti, sì propongono di dare tutela a diritti non riconosciuti dalla legge grazie all'interpretazione, talora estremizzata, delle norme vigenti. Sopperendo così alle inerzie e alle resistenze del legislatore. In qualche modo sostituendosi a questo, costringendolo magari a correre ai ripari.
Emerge tuttavia - pur nella diversità del fenomeno - un elemento significativo per inquadrare le odierne distorsioni. Ogni vuoto è destinato ad essere colmato, perché "la natura rifugge il vuoto" (Aristotele). Trasponendo l'affermazione dal mondo della filosofia e della fisica a quello delle istituzioni, ci si accorge come i periodi di predominio della magistratura coincidono con quelli di una politica debole (e delegittimata).
La prima Repubblica probabilmente sarebbe finita egualmente, la magistratura ne ha in qualche modo certificato la scomparsa o magari ne ha accelerato l'estinzione. Le indagini - talora aggressive - del pool milanese si innestarono in uno stato di profonda insoddisfazione dell'opinione pubblica di fronte ad un potere politico sclerotizzato.
Il vero problema, dunque, è quello di garantire l'operatività dì quel sistema di pesi e contrappesi senza del quale la democrazia diventa solo una parvenza di democrazia, le cui sorti sono affidate al potere "vincente" di turno. Una "dittatura" a rotazione, con tutti gli altri poteri a fare da sfondo in attesa di assurgere al ruolo di protagonisti. Mentre i cittadini stanno a guardare.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 2 luglio 2020
Corte di cassazione - Sezione VI Penale - Sentenza 1° luglio 2020 n. 19764. Lo scontro con le forze dell'ordine dei No Tav a Chiomonte non è scriminabile in virtù dell'affermazione di aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale. Così la sentenza n. 19764 depositata ieri dalla Corte di cassazione penale ha definitivamente chiuso la vicenda giudiziaria degli otto imputati, che avevano fatto il ricorso di legittimità contro la sentenza di merito che ne aveva affermato la responsabilità penale per diversi reati, dal saccheggio agli atti di vandalismo, dalla violenza alla resistenza a pubblico ufficiale.
La scriminante negata - I ricorrenti in Cassazione sostenevano che essendo il diritto all'ambiente e alla salute valori di rango costituzionale e avendo agito per garantirne l'affermazione, la loro condotta - come la rimozione del cancello posizionato nell'area di avvio del cantiere - non potesse avere rilevanza penale. Gli imputati invocavano, quindi, l'applicazione nei loro confronti della scriminante dell'aver agito per valori di particolare rilievo morale e sociale.
Al contrario la Cassazione coglie l'occasione per spiegare che non scatta l'esimente se il "motivo rilevante" non è condiviso dalla prevalente coscienza collettiva e sostenuto da un generale consenso. E, soprattutto, che non è sufficiente l'intima convinzione dell'agente in ordine a tale rilevanza. Infine, spiega che pur sussistendo in ipotesi la scriminante essa non opera se non è l'unica vera causa psicologica del reato e non soltanto un "indiretto riferimento".
La Cassazione conferma il ragionamento secondo cui ciò che rileva nella vicenda e la specifica intenzione di opporsi alle forze dell'ordine e alla realizzazione di un'opera pubblica e non la funzionalità alla tutela dell'ambiente e della salute. L'affermato fine di difendere tali valori fondanti dello Stato democratico sarebbe solo ipoteticamente e in via indiretta la causa delle condotte imputate.
Il motivo politico - L'argomento difensivo di aver agito solo per leciti motivi politici è stato altrettanto respinto. Infatti, spiega la Corte, che il fine politico non può di per sé integrare il motivo di particolare rilievo morale e sociale, col rischio di dare adito al libero arbitrio dei diversi e contrapposti fronti politici. Così viene anche ribadita la legittimità delle condanne per devastazione e saccheggio, come quella per violenza nei confronti del manifestante che aveva puntato ripetutamente negli occhi di un agente una luce laser.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 luglio 2020
Giuseppe Pettrone era un collaboratore di giustizia, internato nel carcere fiorentino per scontare la misura di sicurezza in Casa lavoro. L'uomo che una settimana fa si è suicidato nel carcere di Sollicciano non era un detenuto. Lui, da tempo, aveva finito di scontare la pena, ma era stato raggiunto da una misura di sicurezza. Ancora una volta parliamo degli internati, gli ultimi degli ultimi, quelle persone che hanno finito di pagare per gli errori commessi, ma il loro destino rimane ancora in balia dei magistrati. Subiscono una pena prolungata nonostante sia già scontata, misure di sicurezza che risalgono al codice Rocco che ha come impronta il retaggio fascista che considera il lavoro come misura correzionale.
Ma la vicenda di Giuseppe Pettrone, così si chiamava, è un caso ancora più particolare. Parliamo di un collaboratore di giustizia, grazie al quale si è potuto sgominare un pericoloso clan camorrista. Non aveva però un carattere facile, e per questo l'ha pagata cara. Anche troppo, secondo gli avvocati, il titolare della difesa l'avvocata Civita Di Russo del foro di Roma con la collaborazione dell'avvocato Matteo Moriggi. Nel momento in cui si è suicidato, come detto, si trovava al carcere fiorentino di Sollicciano a scontare la misura di sicurezza in casa lavoro, come aggravamento della precedente misura - molto più lieve perché in libertà vigilata - nonostante l'assenza di condotte gravi. Oltre a ciò, come se non bastasse, in piena emergenza Covid 19, lui era anche affetto di tubercolosi.
Ma cosa era accaduto? Quando aveva finito di scontare la lunga pena, è stato raggiunto da una misura di sicurezza, ma lieve anche per il suo contributo alla giustizia. Parliamo della libertà vigilata. Sostanzialmente libero, ma con delle restrizioni sulla libertà di movimento e obbligo di firma. A causa del suo carattere iroso, si era dimostrato insofferente alle limitazioni, probabilmente conscio che teoricamente aveva già finito di scontare la pena. Per questo motivo il magistrato di Sorveglianza, a ottobre del 2019, ha emesso un provvedimento di aggravamento della misura di sicurezza già in atto, applicandogli quella della casa di lavoro.
Quindi Pettrone è dovuto rientrare in carcere di Sollicciano dove, di fatto, una casa lavoro non c'è. Come ha sottolineato lo stesso avvocato difensore, nonostante il provvedimento punitivo sia comprensibile, tale severa decisione non era fondata su condotte particolarmente gravi, come ad esempio la commissione di reati, ma solo su un più generale atteggiamento di una sua insofferenza rispetto alla libertà vigilata. Sono passati sei mesi di detenzione (di fatto lo era), Pettrone si è comportato correttamente e i legali hanno fatto istanza per richiedere una modifica della misura di sicurezza.
Ma non solo. Nel frattempo è scoppiata la pandemia Covid 19, con il rischio di focolai nelle carceri, cosa che è successa in alcuni istituti. Come se non bastasse, l'uomo ha contratto anche la tubercolosi. Una malattia che colpisce i polmoni e che lo ha reso ancora più vulnerabile in caso di contagio. Non era teoricamente un detenuto, la pena l'ha finita di scontare da tempo, e quindi sarebbe stato paradossale tenerlo ancora dentro, mentre in quel periodo le autorità cercavano di alleggerire la popolazione detenuta. Pettrone, quindi, aveva tutti i presupposti, se non per revocargli la misura di sicurezza, almeno per ripristinargli la libertà vigilata. Soprattutto in maniera celere visto l'emergenza pandemia, tant'è vero che il legale ha chiesto un'anticipazione dell'udienza. Nulla da fare. La magistratura di sorveglianza non ha ritenuto necessario anticipare, visto che il Covid 19, a Sollicciano, non c'era.
A quel punto è stata fissata l'udienza "ordinaria" il 27 maggio scorso. L'esito della decisione però tarda ad arrivare. Passano giorni, settimane e probabilmente Pettrone non ha resistito per questo. Rimane ovviamente una ipotesi. Nel passato aveva anche temuto per la sua vita essendo collaboratore. Fatto sta che giovedì scorso viene ritrovato impiccato. Ha deciso di togliersi la vita, da persona non detenuta ma che di fatto lo era. L'amara ironia della sorte è che alla fine la decisione del tribunale è arrivata proprio due giorni fa. L'esito? Il rigetto dell'istanza.
Il Centro, 2 luglio 2020
Sarà l'autopsia a fare chiarezza sulla morte di un detenuto nel carcere di Castrogno. E.S., 47 anni, di Catania, è stato trovato senza vita nel suo letto nel settore alta sicurezza del penitenziario teramano. Sul corpo nessun segno di violenza e probabilmente a stroncarlo è stato un malore nel sonno. I familiari dell'uomo hanno presentato un esposto in Procura per chiedere di fare chiarezza e accertare sei nei giorni precedenti ci fossero stati altri malori e quindi una condizione di salute non adeguatamente valutata all'interno della struttura.
Il pm Silvia Scamurra ha aperto un fascicolo a carico di ignoti e ha disposto l'autopsia che sarà eseguita nelle prossime ore. L'uomo era detenuto dall'anno scorso dopo essere stato arrestato con l'accusa di associazione mafiosa nell'ambito di una operazione portata avanti a Catania e che aveva visto l'arresto di 31 persone per associazione a delinquere di tipo mafioso finalizzata all'estorsione, all'usura e alla rapina.
leccenews24.it, 2 luglio 2020
I fatti nella giornata di ieri a seguito di una Circolare. La manifestazione ha riguardato gli occupanti dei reparti C1 e C2 ed è durata un'ora. Sono stati minuti di forte tensione quelli vissuti nella giornata di ieri presso la casa circondariale di "Borgo San Nicola" a Lecce.
I detenuti ristretti nei reparti C1 e C2 (si parla di circa 500 persone), infatti, hanno attuato una protesta, battendo contro le inferriate le suppellettili presenti nelle stanze di pernottamento. Il disagio si è protratto per circa un'ora, tenendo in apprensione gli agenti di Polizia Penitenziaria. A rendere noto quanto accaduto, Pasquale Montesano, Segretario Generale Aggiunto di Osapp il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria.
"All'origine della protesta - spiega il sindacalista - la frettolosa e non preannunciata Circolare con la quale si sospende il sistema Skype per i colloqui con le famiglie, decisione, questa, che rafforza ancor di più la nostra convinzione di un'Amministrazione Penitenziaria nel caos più totale e nella disorganizzazione che stanno generando forti rischi a un sistema sull'orlo del precipizio.
Il nostro obiettivo - prosegue - è quello di portare all'attenzione del Dap e delle Autorità politiche la disastrosa e drammatica situazione che si vive in Puglia, le inottemperanze in tema di relazione tra le parti, con il personale che dopo l'emergenza covid-19 si trova ad affrontare un ulteriore grave disagio, come per fare qualche esempio, l'apertura di nuovi reparti a Lecce, Taranto e Trani senza alcun adeguamento degli organici.
Se il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede continua a esprimere vicinanza e gratitudine, fornendo, tra l'altro, numeri parziali che non tengono conto del fabbisogno in tema di organico, senza dare vita ad azioni concrete che risollevino il Corpo e l'intero sistema dalla palude nella quale sono finiti a causa sua e dei suoi predecessori, sappia che la Polizia penitenziaria non sarà affatto grata a lui. Ancor più grave è il fatto di agenti abbandonati a sé stessi, vittime di aggressioni, rivolte e, talvolta, anche esposti al fuoco amico. La Puglia - conclude - necessita di un concreto rinnovamento sia strutturale che gestionale".
Il Gazzettino, 2 luglio 2020
Ad annunciarlo sono state, ieri mattina, l'assessore ai Servizi anagrafici Francesca Benciolini e la titolare dei Servizi sociali Marta Nalin. Assieme a loro il presidente dell'Autorità nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma. "Entro la fine dell'anno ha annunciato Benciolini anche la nostra città si doterà di uno strumento che è già presente in molti comuni italiani".
"I gruppi consiliari ha aggiunto Nalin dovranno individuare un rosa di nomi da cui, poi, il consiglio comunale dovrà attingere per designare il nuovo garante". "Non bisogna mai dimenticare che, anche con i detenuti, si ha sempre a che fare con delle persone ha detto, invece Palma l'Autorità che presiedo, non si occupa solamente di persone detenute, ma anche dei diritti di chi vive nelle case di riposo o negli istituti che si occupano di disabili".
"Spesso Salvini mi definisce il Garante dei delinquenti ha concluso al leader della Lega ricordo che io mi occupo anche di anziani e di disabili. Questo dovrebbe farlo riflettere. In tutti i casi, il carcere di Padova per molti aspetti è all'avanguardia e questo dovrebbe agevolare il lavoro del garante".
In Italia un percorso avviato fin dal 1997 ma l'effettiva operatività, è avvenuta solo nei primi mesi del 2016. Si tratta di un organismo statale indipendente in grado di monitorare, visitandoli, i luoghi di privazione della libertà (oltre al carcere, i luoghi di polizia, i centri per gli immigrati, le Residenze per le misure di sicurezza - Rems, recentemente istituite dopo la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, gli Spdc - cioè i reparti dove si effettuano i trattamenti sanitari obbligatori, ecc.). Scopo delle visite è quello di individuare eventuali criticità e, in un rapporto di collaborazione con le autorità responsabili, trovare soluzioni per risolverle.
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