di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 4 luglio 2020
A 12 detenuti è stato notificato l'avviso di chiusura delle indagini con le accuse di sequestro di persona, devastazione e saccheggio, lesioni personali e rapina. Appena sprofondata nel clima pesante del lockdown, Milano rimase con il fiato sospeso per l'intera giornata del 9 marzo mentre decine di detenuti devastavano alcuni raggi di San Vittore fermandosi solo dopo l'intervento e il lungo lavoro di mediazione tessuto da magistrati e direzione. Ora la Procura di Milano chiude l'inchiesta nei confronti di 12 detenuti, 5 italiani e 7 nordafricani, accusati di devastazione e di aver tenuto sotto sequestro tre agenti, di averli rapinati e minacciati di morte.
Come in molte altre carceri italiane, la rivolta era partita da una protesta contro le restrizioni imposte dal Coronavirus ai colloqui con i parenti e alla ricezione dei loro pacchi e contro il sovraffollamento (in quel momento a San Vittore c'erano 1.100 detenuti per 700 posti disponibili) e il rischio dello scoppio di un focolaio. Poi la protesta, come nelle altre carceri, aveva preso una piega diversa che a molti sapeva di un piano preordinato da attuare sfruttando la paura della pandemia, con i detenuti che, saliti sui tetti, chiedevano l'indulto o l'amnistia e gli autonomi a dare man forte e solidarietà dall'esterno.
Dentro, invece, a decine distruggevano i reparti e saccheggiavano le infermerie. Qualche detenuto tossicodipendente che era riuscito a rubare del metadone verrà ricoverato in fin di vita in ospedale per overdose, ma in altri istituti di pena ci sono stati morti per la stessa causa. Le proteste e le devastazioni terminarono solo dopo l'intervento del procuratore aggiunto Alberto Nobili e del pm di turno Gaetano Ruta che raggiunsero il tetto su un cestello di una gru dei vigili del Fuoco per parlare con i manifestanti, mentre all'interno il presidente del Tribunale di Sorveglianza Giovanna Di Rosa e il direttore Giacinto Siciliano incontravano i meno irrequieti.
Difficili le indagini su quello che è accaduto nei raggi. Il sostituto procuratore Paola Pirrotta ha chiuso il cerchio attorno ai 12 detenuti per le devastazioni e le aggressioni ai tre agenti di custodia i quali hanno vissuto momenti di vero terrore. Secondo il pm, che si appresta a chiedere il processo, la rivolta seguì un "unico progetto criminoso". Tre detenuti sono accusati di aver aggredito e tentato di bloccare un agente al quarto piano dopo avergli strappato di mano le chiavi delle celle urlando "prendiamo le spranghe e uccidiamoli".
Per altri due l'accusa è di aver rinchiuso per una mezzora un agente in un ufficio del terzo piano urlando "ammazziamolo, ammazziamolo", dopo avergli rapinato chiavi, radio ricetrasmittente e cellulare. Più grave l'aggressione al terzo agente che, anche lui rapinato di chiavi, radio e telefono, è stato minacciato da quattro reclusi con una lametta puntata alla gola. L'accusa di devastazione riguarda solo cinque detenuti, gli unici identificati con certezza tra coloro che hanno distrutto San Vittore.
di Ornella Girgenti
Il Sole 24 Ore, 4 luglio 2020
Con la sentenza n. 242 del 18 giugno 2020 il Tribunale del Lavoro di Padova, a quanto consta in assenza di precedenti, si è occupato della qualificazione del rapporto di lavoro di un detenuto inquadrato come lavoratore a domicilio ritenendo sussistente nei fatti la «subordinazione piena, riconducibile alla fattispecie dell'art. 2094 c.c.» (così in sentenza) e la conseguente illegittimità del pagamento a cottimo. Precisamente il giudizio ha avuto riguardo ad un detenuto dipendente di una cooperativa sociale che operava all'interno del carcere di Padova (in virtù di specifiche e legittime convenzioni con l'amministrazione penitenziaria), in aree specificamente adibite e organizzate, gestendo in appalto il call center dedicato alla prenotazione di prestazioni e visite specialistiche dell'azienda sanitaria locale, mediante utilizzo di personale detenuto quale operatore telefonico pagato a cottimo (determinato sulla base del «numero dei contatti», così in sentenza).
Nel nostro ordinamento la disciplina del lavoro a domicilio penitenziario si ricava dal complesso coordinamento di normative penitenziarie (per la verità meri accenni contenuti nel D.P.R. n.230/2000, cd. Legge Smuraglia, artt. 47, co. 10, e 52; art. 19, co. 6 e 7, L. n. 56/1987 "Norme sull'organizzazione del mercato del lavoro") e disposizioni civilistiche contenute nella L. n. 877/1973 "Norme per la tutela del lavoro a domicilio".
Quest'ultima fornisce una regolamentazione generale che non tiene in alcun conto delle peculiarità della realtà detentiva. In particolare, la L. n. 877/73 individua, quale elemento distintivo dello schema contrattuale che disciplina, il luogo di svolgimento della prestazione che coincide con il «domicilio o locale di cui abbia la disponibilità» (cfr. art. 1). In ambito carcerario non esistono ambienti nella disponibilità del detenuto e oltretutto l'accesso ai locali e i tempi di permanenza nei medesimi sono determinati dall'amministrazione penitenziaria con il regolamento interno ex art. 36 D.P.R. 230/2000.
Non solo. Nel caso deciso dal Giudice di Padova il recluso, lavoratore a domicilio, operava alle dipendenze di un soggetto terzo (la cooperativa sociale) in locali interni concessi in comodato d'uso al privato datore di lavoro ex art. 47 d.P.R. 230/2000 (cfr. sentenza: «non è contestato che i capannoni fossero dati in comodato dall'amministrazione carceraria alla cooperativa convenuta»).
Altro elemento qualificante il lavoro a domicilio è la libera gestione del tempo della prestazione con conseguenti deroghe all'applicazione della disciplina dell'orario di lavoro (cfr. art. 17, co. 5, lett. d, D. Lgs. n. 66/2003 in tema di orario normale e durata massima, lavoro straordinario, riposo giornaliero, pause e lavoro notturno). Il recluso è privo di questa libertà temporale giacché «gli orari relativi all'organizzazione della vita quotidiana della popolazione detenuta o internata» sono decisi dall'amministrazione penitenziaria.
Oltretutto, nel caso deciso dal Giudice di Padova, considerando che l'attività "a domicilio" si inserisce in un ciclo produttivo (quello proprio di un call center) e deve con esso coordinarsi, il datore di lavoro aveva un ruolo determinante nella determinazione dei tempi di lavoro (cfr. sentenza: «Non è contestato ... che gli orari dei turni fossero predeterminati e variabili, affissi giornalmente e poi settimanalmente»). Infine, altra peculiarità del lavoro a domicilio è il fatto che l'esercizio dei poteri di direzione, controllo e disciplinari sono meno intensi di quelli propri della fattispecie ex art. 2094 c.c. stante l'assenza di un coordinamento spaziale e temporale con l'attività di impresa.
Al contrario, nel caso oggetto della sentenza in commento il controllo da parte del datore di lavoro è risultato tutt'altro che affievolito (cfr. sentenza: «non è contestato infatti che ... la cooperativa convenuta provvedeva ad organizzare il lavoro anche mediante propri supervisori; che il lavoro fosse controllato in tempo reale tramite un collegamento informatico con l'azienda sanitaria»).
Tali aspetti hanno portato il Giudice a ritenere il lavoro a domicilio penitenziario svolto dal ricorrente riconducibile al genus "lavorazioni interne organizzate e gestite da imprese pubbliche, private e cooperative sociali", qualificandolo come rapporto di tipo subordinato puro. Da qui la conseguente dichiarazione di illegittimità della retribuzione a cottimo, «inferiore e aleatoria, produce un effetto ablatorio di un diritto retributivo riconosciuto dalla contrattazione collettiva nazionale» (così in sentenza). Si tratta di una decisione coerente con gli elementi di fatto acquisiti in giudizio che non tiene in alcun conto però dell'estremo grado di incertezza regolamentare che connota la tipologia contrattuale utilizzata dalla cooperativa convenuta in accordo con l'amministrazione carceraria e che sembra muovere dal presupposto errato che il ricorso a tale tipologia sia dettato unicamente da finalità illecite, date dal risparmio sulla retribuzione a tempo.
di Andrea Cianferoni
affaritaliani.it, 4 luglio 2020
Il progetto sociale di Frescobaldi è iniziato nel 2012 in collaborazione con la Casa di reclusione presente sull'isola toscana della Gorgona. Il progetto Gorgona nasce ad agosto 2012 grazie alla collaborazione tra Frescobaldi e Gorgona, unica isola-penitenziario in Europa. Qui i detenuti trascorrono l'ultimo periodo di pena, lavorando a contatto con la natura per sviluppare professionalità che facilitino il reinserimento nella realtà lavorativa e sociale.
Frescobaldi sostiene i detenuti attraverso il loro reinserimento sociale con il progetto Gorgona, il cui obiettivo è permettere ai detenuti di fare un'esperienza concreta e attiva nel campo della viticoltura, con la collaborazione e la supervisione degli agronomi ed enologi Frescobaldi. Gorgona Rosso vede la luce con la vendemmia 2015, da alcuni filari di Sangiovese e Vermentino Nero, coltivati in agricoltura biologica ed affinati poi in Orcio in terracotta.
Oggi il vigneto ha un'estensione di quasi due ettari e mezzo, di cui uno iniziale ed un secondo impiantato nel 2015. Da questo vigneto di Vermentino e Ansonica nasce Gorgona, frutto dell'unicità del luogo, del lavoro dell'uomo e simbolo di speranza e libertà. Con la supervisione degli agronomi e degli enologi di Frescobaldi, i detenuti hanno riportato a produzione e coltivato un ettaro di vigneto sull'isola, a cui si è aggiunto negli anni 1,3 piantati da Frescobaldi.
Ogni anno l'attesa è grande per scoprire e degustare a giugno il CRU nato sull'ultima isola carcere in Italia istituita nel 1869. Vermentino e Ansonica che dalla vendemmia 2012 viene prodotto insieme ai detenuti della colonia penale che in cambio chiedono il sogno di un'altra possibilità per riavvolgere il nastro della propria vita: imparare un mestiere, passare il tempo in modo proficuo, credere nel domani. Un vino "attraente e selvaggio", che sa di riscatto, intriso di speranza e voglia di rivalsa che è un tripudio di emozioni.
La stagione 2019 sull'isola di Gorgona è stata caratterizzata da un inverno con precipitazioni al di sotto delle medie stagionali. Tali precipitazioni si sono intensificate durante il periodo primaverile, in particolar modo durante il mese di maggio, che è stato fresco e mite al contempo. I mesi di giugno, luglio ed agosto sono risultati caldi con isolati piovaschi ben collocati per scongiurare rischi di stress idrico per la vite. Le uve sono maturate perfettamente e sono arrivate sane al momento della vendemmia. Vendemmia che è cominciata con la raccolta del Vermentino nella prima settimana di un settembre, che si è distinto per una bellissima escursione termica giorno-notte, ideale per una maturazione lenta ed ottimale; stesso motivo per cui le uve di Ansonica sono state vendemmiate durante l'ultima settimana del mese.
"Siate orgogliosi, dentro ogni bottiglia c'è la vostra fatica e la vostra voglia di riscatto" - sottolinea il marchese Lamberto Frescobaldi - "Questo progetto mi rende ogni anno sempre più orgoglioso, qui a Gorgona nei profumi e nei sapori c'è tutto: l'amore per l'isola, la cura e la passione dell'uomo, l'influenza del mare e l'ambiente straordinario che danno vita a un vino inimitabile ed esclusivo simbolo di speranza e libertà. In una parola c'è 'l'Essenza' di questa terra e di un progetto che non finisce mai di regalare emozioni"
Gorgona 2019, attraente e selvaggio al contempo, si distingue per un color giallo paglierino carico e luminoso, con brillanti riflessi dorati. Il suo è un bouquet complesso ed ampio ma mai invadente. Aprono le danze note di frutta a polpa bianca; seguono immediatamente quelle sensuali ed avvolgenti di erbe aromatiche tipiche dell'isola come il rosmarino e l'elicriso. La presenza del mare, oltre ad esaltare la componente aromatica, conferisce al vino una spiccata mineralità e freschezza. Incredibilmente armonioso risulta l'equilibrio tra acidità e sapidità, così come straordinario l'ingresso... morbido ed avvolgente. Il finale è persistente ma sempre di un'eleganza suadente.
Anche l'etichetta è speciale ed esclusiva, chiusa per ricordare l'inaccessibilità dell'isola e una volta aperta svela tutta la sua bellezza. Vuole essere una "edizione straordinaria" in modo da raccontare ogni anno un aspetto differente dell'isola. L'etichetta di Gorgona 2019 ne descrive la biodiversità marina, trovandosi l'isola in mezzo al Santuario di Pelagos: una meravigliosa area marina nata dall'accordo tra Francia, Principato di Monaco ed Italia.
Il piccolo tratto di mare che attornia l'isola racchiude una sorprendente e varia fauna marina ed è frequentato da quasi tutte le specie del Santuario dei Cetacei; dalle più piccole alle più grandi quali delfini e addirittura il maestoso capodoglio. La produzione di Gorgona è limitata e biologica: solo 9.000bottiglie di bianco a base di Vermentino e Ansonica. Un vino che nel giro di 7 anni ha conquistato i mercati internazionali, da New York al Giappone, e soprattutto i cuori di chi ha avuto la fortuna di assaggiarlo.
A portare aventi il progetto sono stati, insieme a Frescobaldi, il tenore Andrea Bocelli, che ha voluto realizzare il testo e firmare l'etichetta della vendemmia 2013, Simonetta Doni dello Studio Doni & Associati, tra i pochissimi studi grafici internazionali specializzati nel design di etichette di vini, ogni anno partecipa donando la veste grafica del vino interpretando, con un team altamente specializzato dalla specifica sensibilità culturale e artistica, le caratteristiche che rendono unici il progetto e la sua isola, Giorgio Pinchiorri, patron dell'Enoteca Pinchiorri, uno dei ristoranti italiani più conosciuti al mondo, Argotractors, società del Gruppo Argo nata nel 2007 con l'obiettivo di creare un polo trattoristico di valenza mondiale, ha donato un trattore da vigneto per le attività da svolgere sull'isola.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 4 luglio 2020
Gli aggressivi hanno capito come zittire i moderati: spaventandoli. E in Italia esiste lo stesso pericolo. Negli Stati Uniti, che oggi festeggiano il 244° compleanno, le persone ragionevoli sono in difficoltà. Gli intolleranti hanno capito come zittirle: spaventandole. L'intimidazione funziona. Se in un luogo di lavoro, in una università o in una redazione, una persona ha paura a esprimere un'opinione, l'obiettivo è raggiunto: quella persona tacerà, o parlerà d'altro. Perché rischiare gli insulti, l'ostracismo e la reputazione?
Gli intolleranti utilizzano lo stesso metodo, ma hanno storie e colori politici diversi. Imperversano, da qualche anno, i conservatori d'assalto: la loro furia verbale - sul web, ma non solo - ha travolto il Partito Repubblicano e contribuito a portare Donald Trump alla Casa Bianca. Quei bellicosi populisti non arretrano neppure ora che il presidente sprofonda nei sondaggi e colleziona errori. Festeggiare il Giorno dell'Indipendenza radunando folle - ieri sera a Mount Rushmore, oggi a Washington DC - appare insensato, in un Paese che registra centomila nuovi casi Covid ogni giorno.
Sulla sponda opposta, quella che gli americani chiamano liberal, aumentano i progressisti aggressivi. Movimenti come #metoo e Black Lives Matter sono nati per difendere cause nobili - la ribellione delle donne contro le molestie sessuali, il rifiuto alla persecuzione razziale - ma diventano ogni giorno più radicali. O meglio: i radicali intimidiscono tutti gli altri. Il fondamento della loro protesta sta in un atteggiamento mentale, la cosiddetta woke (consapevolezza). È la percezione di una profonda ingiustizia, che provoca una reazione durissima.
Si può aderire o tacere: discutere è vietato. I nuovi intransigenti non vogliono ragionare, vogliono avere ragione.
Perché tutto questo ci deve interessare? Perché quando si tratta di imitare gli americani - meccanismi, rappresentazioni, stili di vita ed eccessi - in Italia non siamo secondi a nessuno (la nostra storia musicale, commerciale, sportiva, televisiva, politica, accademica e digitale lo dimostra).
La richiesta, a Milano, di rimuovere la statua di Indro Montanelli non è paragonabile, ovviamente, alla decisione di togliere la statua del presidente Woodrow Wilson dall'Università di Princeton. Ma, alla base, c'è lo stesso strabismo storico, che porta a guardare il mondo di ieri con gli occhi di oggi. La stessa volontà di ridurre un personaggio a un singolo comportamento sbagliato. E la stessa, feroce determinazione: chi obietta, è un nemico. Va rieducato o umiliato, ogni altra possibilità è esclusa.
Mi scrive da San Francisco un amico liberal di vecchia data: "Gli estremi - prima a destra, ora anche a sinistra - sono rumorosi e prepotenti, e scoraggiano la partecipazione di chi vorrebbe ragionare. Quelli come me si trovano in una morsa". In Italia non siamo a questo punto, per fortuna, ma i segnali non sono incoraggianti. Ragionevole, moderato: chi rifiuta l'estremismo viene deriso e maltrattato, a cominciare dal linguaggio. Eppure ragionevole è chi usa - prova a usare - la ragione. E moderato non significa pavido. Significa attento, sensibile, capace di considerare i diversi punti di vista.
Ripetiamolo, a scanso di equivoci: Black Lives Matter e #metoo esprimono proteste sacrosante. Le donne hanno subito a lungo - subiscono ancora - umiliazioni, soprusi e ricatti sessuali, non solo negli Stati Uniti. Chi non ha la pelle bianca è vittima di discriminazioni odiose e, talvolta, di violenze: in America, in Europa, in Italia. La distinzione maschi/femmine non basta a spiegare l'umanità, ed è giusto che la società ne prenda atto. Ma, in tutti questi casi, chiedere giustizia è una cosa, esprimere foga rabbiosa è un'altra cosa.
Decapitare le statue di Cristoforo Colombo è assurdo, togliere dalla circolazione Via col Vento è grottesco, demolire la memoria degli uomini che hanno costruito gli Stati Uniti d'America è offensivo (a quando la rimozione dei loro volti dalle banconote?). Aprirsi alle differenze e alle sfumature di genere è giusto; ma costringere un docente a chiedere a ogni studente "Qual è il tuo pronome?" per accertarsi della sua identità sessuale, pare eccessivo; così esordire con un avvertimento (trigger warning), nel timore che un testo letterario contenga passaggi capaci di innescare un disagio. Immaginate di studiare Omero, Dante o Shakespeare in quel modo. E un corteggiatore può essere molesto; ma non tutti i corteggiamenti comportano una molestia.
Conosco il professor Pier Paolo Pandolfi: l'ho incontrato a Boston in due o tre occasioni. È - era - uno degli scienziati italiani più vicini al premio Nobel, per le sue ricerche genetiche sul cancro. È stato allontanato da Harvard e, di conseguenza, rifiutato dall'Istituto Veneto di medicina molecolare, che l'aveva ingaggiato. L'accusa è aver corteggiato insistentemente una ricercatrice alle sue dipendenze. Non ho intenzione di assolverlo o condannarlo: mi mancano gli elementi. Ma ho l'impressione che molti elementi manchino anche a quanti - fuori e dentro l'università - hanno decretato la sua condanna preventiva e la sua umiliazione.
Essere moderati non significa essere complici, distratti o ignavi. Vuol dire essere calmi, cauti e lungimiranti. Tre aggettivi che i nuovi intolleranti vorrebbero trasformare in altrettanti insulti. Se non ci opponiamo, riusciranno nel loro intento. Non avranno bisogno di vincere sul campo, clamorosamente, con la forza degli argomenti. Vinceranno in silenzio. Chi potrebbe opporsi, infatti, girerà la testa, tacerà, oppure parlerà d'altro.
dire.it, 4 luglio 2020
Da oggi parte la seconda edizione estiva di "Liberi dentro-eduradio", programma radiofonico di didattica, cultura e informazione rivolto ai detenuti del carcere Dozza di Bologna, ma anche alla cittadinanza. La radio come mezzo per sentirsi liberi, anche dietro le sbarre del carcere. Da domani parte la seconda edizione estiva di "Liberi dentro-eduradio", programma radiofonico di didattica, cultura e informazione rivolto ai detenuti del carcere Dozza di Bologna, ma anche alla cittadinanza. La trasmissione andrà in onda fino al 18 settembre, ogni week end (sabato alle 11 e domenica alle 18) su Radio Città Fujiko 103.1 FM.
Si parlerà di letteratura, galateo e lingua araba, ma anche di cinema, arti, spettacolo e consigli di lettura. Tra le novità anche il "Radiodramma" a cura de I Teatri del sacro che racconteranno della rassegna biennale dedicata a scena e spiritualità.
Iniziato lo scorso aprile in piena emergenza coronavirus, il progetto di una "Radio carcere" (soprannominata così dagli stessi detenuti) è nato dal desiderio di non interrompere il servizio culturale, educativo, di assistenza spirituale portato avanti in questi anni da diverse realtà bolognesi che operano in carcere.
Durante il lockdown quindi, il programma ha raccolto le voci degli insegnanti carcerari (Cpia metropolitano di Bologna), delle associazioni di volontariato (Avoc e Il Poggeschi per il carcere), dei Garanti dei diritti delle persone private della libertà personale e di diversi rappresentanti religiosi (il Cappellano, l'Imam e il Vescovo di Bologna). Ora la trasmissione, scrive la Regione Emilia-Romagna in una nota, ha attirato l'attenzione anche di altri istituti penitenziari regionali (in particolare da parte di volontari e insegnanti operativi nelle carceri di Modena, Parma, Reggio Emilia, Faenza e Ferrara).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 luglio 2020
Il testo non viene invece tenuto in considerazione dai legislatori. I giudici dei Paesi membri dell'Unione Europea utilizzano sempre di più la Carta dei diritti fondamentali, ma non i legislatori. Questo è il dato che emerge dal recente rapporto annuale che monitora i progressi nell'applicazione della Carta. Si fa l'esempio della sentenza della Corte costituzionale tedesca che ha utilizzato la Carta come parametro di costituzionalità.
Il dato dolente, invece, è che i legislatori - a differenza dei giudici - non prendono in esame, con la dovuta attenzione, la Carta durante l'iter legislativo finalizzato all'adozione di nuovi testi normativi. La Carta serve per tutelare i diritti dei cittadini europei e grazie alla sua visibilità e chiarezza che conferisce ai diritti fondamentali, essa contribuisce a creare la certezza del diritto nell'Ue.
Ma cosa contiene? Comprende un preambolo introduttivo e 54 articoli, suddivisi in sei capi: dignità (dignità umana, diritto alla vita, diritto all'integrità della persona, proibizione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, proibizione della schiavitù e del lavoro forzato); libertà (diritto alla libertà e alla sicurezza, rispetto della vita privata e della vita familiare, protezione dei dati di carattere personale, diritto di sposarsi e di costituire una famiglia, libertà di pensiero, di coscienza e di religione, libertà di espressione e d'informazione, libertà di riunione e di associazione, libertà delle arti e delle scienze, diritto all'istruzione, libertà professionale e diritto di lavorare, libertà d'impresa, diritto di proprietà, diritto di asilo, protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione); uguaglianza (non discriminazione, diversità culturale, religiose e linguistica, parità tra uomini e donne, diritti del bambino, diritti degli anziani, inserimento dei disabili); solidarietà (diritto dei lavoratori all'informazione e alla consultazione nell'ambito dell'impresa, diritto di negoziazione e di azioni collettive, diritto di accesso ai servizi di collocamento, tutela in caso di licenziamento ingiustificato, condizioni di lavoro giuste ed eque, divieto del lavoro minorile e protezione dei giovani sul luogo di lavoro, vita familiare e vita professionale, sicurezza sociale e assistenza sociale, protezione della salute, accesso ai servizi d'interesse economico generale, tutela dell'ambiente, protezione dei consumatori); cittadinanza (diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo e alle elezioni comunali, diritto ad una buona amministrazione, diritto d'accesso ai documenti, Mediatore europeo, diritto di petizione, libertà di circolazione e di soggiorno, tutela diplomatica e consolare) e infine la giustizia: il diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale, presunzione di innocenza e diritti della difesa, principi della legalità e della proporzionalità dei reati e delle pene, diritto di non essere giudicato o punito due volte per lo stesso reato.
di Massimo Franchi
Il Manifesto, 4 luglio 2020
Il rapporto annuale Istat disegna un paese "sotto choc" che nella pandemia si è ritrovato unito. Allarme per scuola e lavoro. La sanità ha retto nonostante i tagli decennali. La didattica a distanza è un dramma per il Sud. Più povera, ma più coesa. L'Italia post lockdown è un paese scioccato dalla pandemia con le pesanti conseguenze economiche che hanno però risvegliato il senso civico e solidale in buona parte della popolazione. È il quadro che esce dal Rapporto Annuale 2020 dell'Istat che quest'anno per evidenti motivi ha dovuto aumentare le ricerche e il risalto al primo semestre dell'anno in corso, lasciando sullo sfondo l'anno passato.
Il secondo rapporto presentato dal presidente di nomina leghista Gian Carlo Blangiardo alla camera è caratterizzato dalla parte sul Covid-19. Accanto a dati risaputi - l'aumento della mortalità specie a marzo in Lombardia - spuntano analisi nuove: "L'incremento di mortalità ha penalizzato di più la popolazione meno istruita: il rapporto standardizzato di mortalità - che misura l'eccesso di morte dei meno istruiti rispetto ai più istruiti - è intorno a 1,3 per gli uomini e a 1,2 per le donne. L'elevato numero di decessi a causa del Covid-19 avrà un impatto anche sulla speranza di vita: "alla nascita scenderebbe a 82,11 anni (-0,87) e quella al 65° compleanno si ridurrebbe da 20,89 anni a 20,02". E questo potrebbe avere un effetto cinicamente positivo sull'età di pensionamento visto che a fine 2021 tornerà in vigore quasi tutta intera la riforma Fornero con l'innalzamento legato all'aspettativa di vita.
La ricerca Istat ha poi testato i comportamenti degli italiani durante i mesi di lockdown. "Una forte coesione è stata il segno distintivo", con "alta la fiducia verso le principali istituzioni: in una scala da 0 a 10 i cittadini hanno assegnato 9 al personale medico e paramedico e 8,7 alla Protezione civile". "La stragrande maggioranza dei cittadini, trasversalmente a tutto il Paese, ha seguito le regole definite, specie il lavarsi le mani (mediamente 11,6 volte in un giorno), disinfettarsele (5 volte), rispettare il distanziamento fisico (92,4% della popolazione). "Forte l'incremento alla lettura: si tratta del 62,6% della popolazione. Il 26,9% ha letto libri, il 40,9% quotidiani".
Molto interessanti i dati sulla situazione del comparto sanità al momento di affrontare la lotta alla pandemia. "Dal 2010 al 2018 il calo del personale è stato del 4,9% e ha riguardato anche medici (-3,5%) e infermieri (-3,0%)". "L'Italia dispone di 39 medici ogni 10mila residenti, un numero sensibilmente inferiore a quello della Germania, che ne conta 42,5. Ancora più sfavorevole il confronto con il personale infermieristico: 58 per 10mila residenti contro 129". "L'offerta di posti letto ospedalieri dal 1995 al 2018 si è quasi dimezzata: da 356mila - pari a 6,3 per 1.000 abitanti - a 211 mila - pari con 3,5 posti letto ogni 1.000 abitanti. Nell'Ue l'offerta di posti letto media è di 5,0, in Germania sale a 8.
Lungo e dettagliato il capitolo sugli effetti delle chiusure delle scuole che ha portato ad "un aumento delle diseguaglianze tra i bambini: nel biennio 2018-2019 il 12,3% dei minori di 6-17 anni (pari a 850mila) non ha un pc né un tablet ma la quota sale al 19% nel Mezzogiorno. Lo svantaggio aumenta se combinato con lo status socio-economico: non possiede pc o tablet oltre un terzo dei ragazzi che vivono nel Mezzogiorno in famiglie con basso livello di istruzione". Il 45,4% degli studenti di 6-17 anni (pari a 3 milioni 100mila) ha difficoltà nella didattica a distanza per la carenza di strumenti informatici in famiglia". In più "il sovraffollamento abitativo in Italia è più alto che nel resto d'Europa (27,8% contro 15,5%), soprattutto per i ragazzi di 12-17 anni (47,5% contro 25,1%). "Si stima che lo shock organizzativo da Covid-19 possa aver interessato almeno 853mila nuclei familiari con figli sotto i 15 anni, tra questi nuclei, sono 581mila quelli con genitori occupati in settori rimasti attivi anche nella fase del lockdown".
Tinte fosche sul tema lavoro. Il tasso di irregolarità dell'occupazione è più alto tra le donne, nel Mezzogiorno, tra i lavoratori molto giovani: il tasso è al 23,8% in agricoltura, al 16,0% nelle costruzioni e al 13,9% nei servizi, con punte del 17,1% nel settore degli alberghi e dei pubblici esercizi, il 23,8% nelle attività ricreative e ben il 58,3% nel comparto del lavoro domestico. Nella difficile situazione economica generata dalle misure di contrasto alla pandemia: "circa 2,1 milioni di famiglie (per oltre 6 milioni di individui) hanno almeno un occupato irregolare; la metà, poco più di un milione, ha esclusivamente occupati non regolari".
In generale, "per la generazione più giovane è diminuita la probabilità di ascesa sociale: per il 26,6% dei nati nell'ultima generazione (1972-1986) l'ascensore è diventato scende verso il basso e supera, per la prima volta, la percentuale di chi sale, cioè il 24,9%: sono sempre di più i figli che hanno una condizione economica inferiore a quella dei genitori". Il lavoro da remoto - non chiamiamolo smart working - potrebbe essere una risposta. Secondo l'Istat, dopo le esperienze del lockdown - lo potrebbero utilizzare ben "8,2 milioni di occupati (il 35,7%) con professioni che lo consentirebbero; si scende a 7 milioni escludendo le professioni per le quali in condizioni di normalità è comunque preferibile la presenza sul lavoro (ad esempio gli insegnanti)".
La caduta della natalità potrebbe subire un'ulteriore accelerazione nel periodo post-Covid. Per l'Istat "il clima di incertezza e paura produrrà un calo di 10 mila nati, ripartiti per un terzo nel 2020 e per due terzi nel 2021. La prospettiva peggiora con gli effetti dello shock sull'occupazione: i nati scenderebbero a circa 426 mila nel 2020, per poi ridursi a 396 mila nel 2021.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 4 luglio 2020
"Quando esci devi avere una possibilità, altrimenti ti perdi un'altra volta". Il venerdì a Nisida è il giorno del barbiere. Quando arriviamo nel carcere minorile napoletano i ragazzi del laboratorio pizzeria hanno appena mollato impasto e farina sul bancone per correre a tagliarsi i capelli.
Averli sempre in ordine è la seconda cosa per loro più importante, la prima è rassettare e tenere pulita la cella nei reparti. L'odore forte del detersivo è più ingombrante dei due letti e il comodino che compongono la stanza. Una mandata, due mandate: la grossa chiave dorata che apre la porta blindata allarga la vista che dallo spioncino per la "conta" si ripete sempre uguale lungo tutto il corridoio. Da dentro, tra le sbarre in ferro della grossa finestra accanto al bagno, si vede il mare: "uno spettacolo, ma anche la più grande sofferenza", confessa uno dei ragazzi che incontriamo. Nisida è l'isola dei gabbiani e della reclusione.
Un paesaggio irripetibile sottratto alla natura per accogliere la cosiddetta "devianza giovanile" tra le mura della vecchia prigione borbonica dove si racconta che Bruto avesse ordito la congiura contro Cesare. Dopo l'emergenza sanitaria da Covid 19, il numero di detenuti si è ridotto a 28: quasi tutti "giovani adulti" tra i 18 e i 25 anni che non hanno avuto accesso a misure alternative, di loro solo quattro sono donne confinate nella sezione femminile.
La struttura ne può accogliere fino a settanta, per una media di cinquanta: compresa la sezione della semilibertà, che ospita i ragazzi appena fuori dal cancello sorvegliato che delimita la zona di detenzione vera e propria.
"Qua si soffre bene o si soffre male: quando soffri male esci peggiore di quando sei entrato". Sono le parole di Salvatore, 21 anni, nato e cresciuto nel quartiere Santa Lucia di Napoli. Arrestato per la prima volta a 16 anni, ha già passato in carcere quasi quattro anni tra Airola e Nidisa, il più grande tra gli Istituti minorili che ospita ragazzi da tutto il Sud Italia.
Per lui la sofferenza "è stata buona", gli ha permesso di capire che "cos'è la vita". Della sua condanna gli restano da scontare altri tre anni e qualche mese, "forse meno", si augura. Dentro Nisida ha imparato a fare il pizzaiolo e sogna di aprire un locale tutto suo. "Solo chi sta in galera può capire certe cose, voi non potete neanche immaginare. In carcere non si sta bene, e chi dice che qua si sta bene, mente. La libertà non ha prezzo", comincia a raccontare. La distanza tra "noi e voi" nella sua voce è più pesante del sole rovente che ci picchia sulle spalle.
Quando è entrato in carcere Salvatore aveva solo la licenza media, una famiglia "perbene" alle spalle e troppe cattive conoscenze. "Abitare a Napoli è difficile spiega - perché il quartiere di appartenenza ti trascina a fare brutte cose. Ti trovi in situazioni in cui non ti devi trovare: ma a pagare le conseguenze siamo solo noi, sprecando gli anni migliori della nostra vita".
Da un anno esce in permesso premio e quando accade ha l'unico desiderio di fumare una sigaretta da "uomo libero" e scegliere la pietanza da mangiare. "In galera non ci voglio tornare più - assicura. Prima vivevo alla giornata, adesso voglio solo lavorare e realizzarmi. Per me adesso un futuro migliore significa costruire una famiglia, tornare a casa la sera e starmene tranquillo".
"Qui mi sono civilizzato", dice elencando tutte quelle regole - "troppe" - che scandiscono le giornate tutte uguali nel penitenziario, tra un'attività trattamentale e una partita a calcio. Sulla copertina di un libro spiegazzato sul comodino leggiamo: "Voglia di libertà", di Anne Saraga. Per Salvatore, da quando ha raggiunto il padiglione "premiale", la cella è un poco meno stretta, il futuro un poco più a portata. Forse a Napoli, forse in Spagna, come lascia immaginare una cartolina di Ibiza incollata alla parete.
"Io mi sento pronto per uscire, secondo me non ho più bisogno di stare qui. Adesso ho un progetto. Credo che la legge sia troppo severa: a un ragazzo che deve scontare dieci anni gli hai fatto capire la pena? L'hai solo ucciso. Per capire di aver sbagliato ci vuole tempo, ma quando ti senti pronto devi uscire".
Secondo lui a salvarsi dopo il carcere su cinquanta detenuti sono a malapena due. Altri ragazzi che come lui scontano la pena a Nisida non hanno alcuna scelta. Senza una famiglia alle spalle, ad attenderli fuori è soltanto la criminalità: "dopo un percorso in istituto devi avere una possibilità, altrimenti ti perdi un'altra volta. Lì fuori non c'è più nessuno ad aiutarli".
di Mauro Mazza*
Il Dubbio, 4 luglio 2020
Le proteste che scuotono l'ex colonia britannica di Hong Kong, tornata alla Cina continentale mediante la handover del 1997 sulla base dell'accordo sino- britannico del 1984 per il quale il sistema di common law viene mantenuto a Hong Kong per (almeno) cinquant'anni, e quindi fino al 2047, sembrano ormai arrivate al capolinea, o comunque con le speranze di vittoria ormai ridotte al lumicino.
Tutto ha inizio nel giugno 2019, quando un gran numero di manifestanti, moltissimi dei quali giovani e studenti, si riversano per le strade hongkonghesi chiedendo il ritiro del progetto di legge sull'estradizione, allora in discussione presso il Parlamento locale di Hong Kong, che prende il nome di Legislative Council (LegCo).
Dopo intense proteste la proposta è stata ritirata, anche per effetto delle vibrate proteste degli Stati Uniti d'America, nonché per l'esplosione della pandemia da Coronavirus. Sconfitto, o almeno arginato, il Covid- 19 nella Cina continentale, le autorità statali di Pechino, e ovviamente all'ombra di esse il Partito comunista cinese che ne costituisce il "compagno" inseparabile, hanno ripreso il filo del discorso interrotto, ponendo sul piatto una nuova e ancora più grave soluzione per il futuro di Hong Kong.
Con il sostegno dei settori pro- establishment della ex colonia del Regno Unito, e scontrandosi con i leaders pro- democrazia (ad esempio, gli esponenti della coalizione People Power), i quali talvolta un poco incautamente si sono spinti a reclamare l'indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese, il Parlamento nazionale della RPC (Assemblea nazionale del popolo) ha approvato la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong il 28 maggio 2020, demandando però alla Commissione permanente della medesima ANP il compito di adottare nel dettaglio il testo legislativo definitivo, cosa che è avvenuta il 30 giugno 2020, con il voto unanime dei 162 membri della Commissione medesima. Quali sono, dunque, i principali timori per la sopravvivenza del modello "un paese, due sistemi", finora vigente a Hong Kong, secondo il quale Hong Kong è ormai parte della Cina, di cui però non condivide il sistema di civil law con caratteristiche socialiste, ma mantiene invece il sistema di common law?
Le preoccupazioni, in effetti, sono molte e gravi. Al sistema giuridico e giudiziario di Hong Kong viene sovrapposto un differente modello ordinamentale. La legge, che si compone di 66 articoli suddivisi in sei capitoli (vale a dire: principi generali; doveri e istituzioni della RASHK di salvaguardia della sicurezza nazionale; reati e relative sanzioni; giurisdizione sui casi di sicurezza nazionale, applicazione di leggi e procedure; istituzioni del Governo popolare centrale nella RASHK per la salvaguardia della sicurezza nazionale; disposizioni supplementari), prevede quattro tipologie di atti criminali, e stabilisce le responsabilità penali. Le quattro fattispecie criminose sono: secessione, sovversione del potere statale, attività terroristica e collusione con forze straniere che mettono in pericolo la sicurezza nazionale. Le pene vanno da dieci anni di detenzione al carcere a vita. Le decisioni giudiziarie sono adottate dalle autorità di Hong Kong, ma i casi più gravi o "complessi" sono devoluti a organi giurisdizionali speciali posti alle dipendenze del Governo centrale di Pechino. Di queste corti speciali non fanno parte giudici stranieri, come invece può accadere nel sistema giudiziario di
Hong Kong. Viene anche creato un Ufficio del Commissario per la sicurezza nazionale nella RASHK, nominato dal Governo centrale di Pechino. Inoltre, una agenzia locale per la sicurezza del Governo centrale sarà operativa a Hong Kong, con compiti di investigazione e potere di arresto, non subordinati alla giurisdizione dei tribunali di Hong Kong. Per i casi più gravi, scatta la segnalazione dell'agenzia locale governativa alla Procura suprema del popolo di Pechino (il vertice istituzionale dei pubblici ministeri), la quale assume le funzioni di magistratura requirente. Le corti per la decisione delle vertenze sono designate dalla Corte suprema popolare (massimo organo giurisdizionale della Cina popolare).
La legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong non è retroattiva, fatta salva l'ipotesi del reato permanente. Le reazioni internazionali di segno contrario alla nuova legge vi sono state, soprattutto da Usa e Gran Bretagna, più deboli dall'UE, sostenute ma in definitiva ininfluenti da Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Con il senno di poi, sarebbe stato più prudente "trattare" sul contenuto della legge sull'estradizione, anche in vista delle elezioni per il rinnovo del LegCo in programma (salvo rinvii) per settembre 2020, piuttosto che andare al "muro contro muro" con il risultato finale di allineare problemi (e procedure giudiziarie) della sicurezza nazionale per Hong Kong alle volontà del Governo centrale della RPC.
*Professore associato di Diritto pubblico comparato
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 4 luglio 2020
L'ex presidente a 6 anni e 3 mesi, l'ex direttrice a 2 anni e 1 mese. Undici in tutto le condanne. Noury: "Così si riducono al silenzio coloro che difendono i diritti". Amnesty è colpevole di terrorismo. Con questa sentenza, paradossale per i più, si è concluso a Istanbul il processo a 11 attivisti locali dell'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani.
I massimi vertici dell'ong in Turchia sono stati condannati: il suo ex presidente Taner Kilic a 6 anni e 3 mesi per "associazione terroristica" e l'ex direttrice Idil Eser a 2 anni e un mese per "sostegno a un'organizzazione terroristica". Pene inflitte anche ad altri due imputati. Mentre gli altri sette, fra cui due stranieri, il tedesco Peter Steudtner e lo svedese Ali Gharavi, già liberi e rientrati nei loro Paesi, sono stati assolti. Tutti e undici erano stati arrestati con una retata nel 2017 mentre stavano facendo una riunione nell'isola di Buyukada, al largo di Istanbul. Kilic rimase 14 mesi in cella prima di essere liberato solo su cauzione. Altri otto imputati passarono 4 mesi in carcere prima di essere liberati.
Kilic, in particolare, oggi presidente onorario di Amnesty in Turchia, è stato accusato di appartenere al movimento del predicatore Fethullah Gulen, l'imam turco in autoesilio in Pennsylvania dal 1999, designato da Ankara come il cervello del fallito putsch dell'estate 2016, di cui fra pochi giorni, il 15 luglio, ricorre il quarto anniversario. Il motivo principale del file di addebito nei confronti di Kilic è stato l'uso nella messaggistica di ByLock, un'applicazione di comunicazione crittografata utilizzata dai sostenitori di Gulen. Tuttavia, un rapporto della polizia aveva stabilito che Kilic non aveva questa applicazione sul suo telefono cellulare.
Molto dure le reazioni in Turchia, in Italia e nel mondo dopo il verdetto. "Così la Turchia riduce al silenzio coloro che difendono i diritti - dice Riccardo Noury, storico portavoce di Amnesty International Italia. "La cosa assurda - sottolinea - è che il processo contro gli attivisti è avvenuto nello stesso tribunale in cui stamani è iniziato il processo per far luce sulla morte di Jamal Khashoggi". Nel medesimo edificio di Istanbul, stesso giorno e stessa ora, si è infatti aperto il processo in contumacia ai 20 cittadini sauditi considerati di avere fatto parte della squadra-killer che eliminò il 2 ottobre 2018 l'editorialista del Washington Post nel consolato di Riad, facendolo prima a pezzi e poi sciogliendolo nell'acido. Le autorità turche, a partire dallo stesso presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, in questo caso si sono battute perché la vicenda venisse completamente svelata, nonostante le reticenze della monarchia del Regno.
Aggiunge Noury: "Mentre quindi, in un'aula di Istanbul, la Turchia si mostra paladina dei diritti, in un'altra aula dello stesso tribunale quattro difensori dei diritti umani sono stati condannati al carcere. Tra questi, l'ex presidente e l'ex direttrice di Amnesty International Turchia, in un processo durato dodici udienze, in cui l'infondatezza delle accuse è stata dimostrata più volte". Alla sbarra, la ex direttrice Idil Eser ha fatto questa analisi: "Questi procedimenti giudiziari mirano a silenziare gli accusati e rendere chiaro a tutta la società che le persone che difendono i diritti umani e dicono la verità lo fanno a proprio rischio e pericolo". Al verdetto così è sbottato Andrew Gardner, rappresentante di Amnesty in Turchia: "Questo è scandaloso. Accuse assurde. Nessuna prova. Non ci arrenderemo finché non saranno assolti".
Il nuovo direttore di Amnesty International per l'Europa, Nils Muiznieks, aveva commentato alla vigilia: "Questa sentenza è importante non solo per gli 11 imputati e per le loro famiglie, ma anche per tutte e tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani, in Turchia e nel mondo. Non importa dove vivi, non importa quale governo sia in carica: un giorno o l'altro puoi trovarti nella necessità che qualcuno difenda i tuoi diritti". Sono almeno 80 mila le persone finite nelle maglie della giustizia turca dopo le 4 ore di golpe avvenute nella notte del 15 luglio.
Un colpo di Stato risoltosi con la sopravvivenza fisica e politica di Erdogan. La repressione seguita è stata spietata: oltre agli arrestati, 150mila persone sono state licenziate per motivi collegati al colpo di Stato.
Ma la Turchia è una fucina di processi. Nelle stesse ore degli altri due dibattimenti è cominciato a Istanbul una terza udienza: quella a sette cittadini turchi accusati di avere collaborato alla fuga dell'ex amministratore delegato di Nissan e Renault, Carlos Ghosn, quando lasciò il Giappone alla fine del 2019.
Sul banco degli imputati, i quattro piloti e un dirigente di una compagnia di noleggio di jet privati, per i quali il pm ha chiesto fino a 8 anni di carcere con l'accusa di "organizzazione a delinquere finalizzata al traffico di migranti". Due hostess rischiano invece fino a un anno di detenzione per non avere denunciato il fatto. Ghosn, finito nel mirino della procura giapponese per reati finanziari, e poi per un periodo in prigione, fu aiutato a fuggire in Libano.
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