di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 7 luglio 2020
Poco cibo, situazioni igieniche scadenti, accesso negato alle agenzie internazionali. E trafficanti che continuano ad arricchirsi. Parla Caroline Gluck, responsabile delle relazioni esterne Missione Unhcr in Libia.
Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sta ancora lavorando nei centri di detenzione libici? Come è cambiata e sta cambiando la situazione con il conflitto a Tripoli?
L'accesso di Unhcr ai centri di detenzione del governo, gestiti nella parte occidentale del paese dal Dcim (dipartimento anti immigrazione clandestina del Ministero dell'Interno, ndr) è variabile, a causa delle restrizioni di sicurezza e di accesso imposte dalle autorità locali. L'accesso non è sistematico ed è subordinato a una autorizzazione. Dall'inizio dell'epidemia Covid, Unhcr ha garantito il rilascio di alcuni richiedenti asilo altamente vulnerabili e sostenuto l'assistenza di base a persone che sono state liberate o fuggite dalla detenzione.
La Libia non smette di essere un luogo complesso per rifugiati e migranti: è un punto di partenza per chi vuole raggiungere l'Europa ma è ancora un paese di destinazione per i lavoratori migranti. Nonostante questo non ha una legislazione che criminalizzi il traffico di esseri umani e molti trafficanti continuano a essere protetti da note milizie.
Il gruppo di esperti sulla Libia, nella sua relazione piu' recente al Consiglio di Sicurezza (S/ 2019/914) osserva che il traffico di uomini sia rimasto redditizio anche se i traffici sono crollati rispetto al pre-2018. Le modifiche alle normative dei paesi limitrofi e gli scontri lungo le rotte del traffico hanno modificato le rotte consuete rendendo le migrazioni piu' lunghe, costose e pericolose. Il gruppo di esperti sottolinea che la maggior parte di chi ha raggiunto la Libia sia diventata vittima delle reti del traffico all'interno del paese. Significa lavoro a basso costo anche da parte dei gruppi armati che gestiscono i centri di detenzione e le strutture di detenzione informali in tutta la Libia.
Quali sono i vostri dati aggiornati sul numero di persone nei centri di detenzione?
Al 26 giugno, il numero stimato di detenuti nelle 11 centri di detenzione ufficiali gestiti dal Dcim nelle aree occidentali e centrali della Libia è 2.462 persone (di cui 1.341 sono persone registrate dall'Unhcr). Nelle ultime settimane il numero di persone nei centri è aumentato nelle aree occidentali e centrali, in gran parte a causa delle numerose operazioni di intercettazione seguite da sbarchi sulla costa occidentale della Libia. Le condizioni in numerosi centri di detenzione ufficiali continuano a destare preoccupazione, soprattutto a causa delle cattive condizioni di vita, del sovraffollamento e dell'igiene. La fornitura di cibo è spesso irregolare. L'Unhcr ha a lungo sostenuto la fine della detenzione arbitraria per rifugiati e migranti in Libia. Continuiamo a chiedere il rilascio ordinato delle persone dalla detenzione in contesti urbani. Continuiamo inoltre a chiedere alternative alla detenzione per rifugiati e migranti che vengono intercettati o salvati in mare.
Unhcr fa parte della Commissione tecnica italo libica sulle modifiche al Memorandum d'intesa del 2017?
L'Unhcr non fa parte di alcun accordo bilaterale tra i due governi.
di Marco Conti
Il Messaggero, 7 luglio 2020
A stento, tra decine di riunioni di maggioranza e un Consiglio dei ministri notturno, parte la Fase 3, ma il tanto auspicato "cambio di passo" auspicato dal Pd nei giorni scorsi, non si vede. Soprattutto non si scorge la prospettiva politica di un governo nato per bloccare l'ascesa del sovranismo leghista, ma che - in assenza di prospettiva - si muove ancora con la logica del costo-benefici e del contratto che animò la stagione giallo-verde.
L'intesa sul decreto semplificazioni è anche frutto di quella tante volte evocata emergenza che costringe tutti a restare al proprio posto, prigionieri di una situazione politica che non consente alternative. Tantomeno di poter fare come in Francia, dove il presidente francese Macron ha cambiato il capo del governo e buona parte dei ministri nel giro di una settimana, piazzando anche al dicastero della giustizia un avvocato.
Si naviga a vista, senza una strategia, con un presidente del Consiglio che media allo sfinimento con le tante anime della maggioranza - soprattutto del M5S - e un Pd in forte fibrillazione interna. L'amalgama tra un movimento antisistema come il M5S e un partito di sistema come il Pd, non avviene e il risultato è un mix di contraddizioni che emergono di continuo non solo nell'esecutivo ma anche in Parlamento dove i decreti hanno tempi di conversione lunghissimi e la composizione tra i gruppi e ancor più complicata di una trattativa tra capidelegazione.
In assenza di sbocchi alternativi, i penultimatum del Pd cadono nel vuoto con sempre maggiore velocità mentre settembre si avvicina e i sondaggi registrano che la discesa della Lega si è arrestata ad un ragguardevole 25% che i dem potrebbero mettere insieme solo se si realizzasse il sogno di Andrea Orlando.
Il "Conte non si tocca" di Dario Franceschini su Repubblica, è quindi il prodotto non di una scelta, ma di mancanza di alternative che però costringe i dem a soprassedere sui decreti sicurezza, che restano il fiore all'occhiello del Conte1, così a come a segnare il passo in Europa sul Mes, malgrado le trattative sui principali strumenti messi a disposizione da Bruxelles le abbiano condotte tre esponenti di spicco del partito: Paolo Gentiloni, David Sassoli, Roberto Gualtieri.
E così, mentre si continua a rinviare su Autostrade, governo e maggioranza lavorano solo sui dossier legati all'emergenza post-Covid o su quelle questioni che naturalmente vanno a scadenza come le missioni militari il cui rifinanziamento, che andrà in aula a metà mese, rischia di riportare le lancette dell'orologio ai tempi del governo Prodi e di Turigliatto vista la contrarietà di una parte dei grillini e del Pd a finanziare la Libia e la sua politica di contenimento degli sbarchi.
Il "non c'è tempo da perdere", riportato nel Piano nazionale di Riforme, a settembre rischia di trasformarsi in un boomerang se ai 266 articoli del decreto Rilancio non seguiranno i decreti attuativi. La lite tra ministri su come erogare gli incentivi per bici e monopattini, dà un po' la misura dello stallo.
Lo stesso che non permette al Pd di incassare almeno un voto sulla riforma della legge elettorale, malgrado i dem abbiano votato in quarta lettura il taglio dei parlamentari e siano più o meno costretti a sostenere la riforma in occasione del referendum di settembre, quando il M5S potrà sventolare la bandiera della presunta vittoria sulla casta e i dem rischiano di fare i conti con l'ennesima sconfitta alle elezioni regionali. Un Pd in piena stagione congressuale rischia di rappresentare per Conte un'insidia maggiore di un M5S acefalo.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 7 luglio 2020
"Al momento in cui scrivo, il suono della distruzione sta ancora esplodendo, l'epidemia continua a diffondersi e il sud del paese è allagato. Il paese soffre di difficoltà interne ed esterne e ha raggiunto un vicolo cieco. I media ufficiali sono ciechi, cantano ancora elogi e canzoni".
È l'ultimo scritto, nel giugno scorso, di Xu Zhangrun, il professore di teoria costituzionale e filosofia che in Cina rappresenta uno dei maggiori critici a livello pubblico del regime di Xi Jinping. Ora anche questa voce è stata tacitata. Ieri, secondo quanto raccontato al Guardian da due colleghi, rimasti anonimi, Xu è stato prelevato dalla sua abitazione da almeno 20 persone e portato in un luogo sconosciuto dopo aver sequestrato materiali e computer. I suoi amici hanno tentato di contattare la polizia ma senza avere nessuna risposta.
In realtà il professore si trovava già agli arresti domiciliari dall'inizio di quest'anno per aver attaccato fortemente Xi e la sua gestione della pandemia di coronavirus. La sua storia di oppositore risale al 2018 quando su internet circolò il suo saggio "La nostra paura ora e le nostre speranze", un atto d'accusa al Partito comunista e la richiesta di democrazia costituzionale. A febbraio di quest'anno, in piena epidemia è uscito un altro scritto: "Viral Alarm. When Fury Overcomes" seguito da una raccolta di saggi solo un mese fa. In ogni riga viene imputato a Xi Jinping di ignorare i bisogni della gente piegata da un disastro dopo l'altro, dal virus, alla disoccupazione fino ai disastri naturali. In una delle sue opere Xu scrisse, riferendosi al presidente cinese, che somigliava a Qin Shi Huang della dinastia Qin, l'iniziatore della Cina imperiale (221 a. C.), quest'ultimo era noto per bruciare libri e seppellire vivi gli studiosi. "È pazzo, rovina i mezzi di sussistenza e calpesta gli intellettuali e crea un demone mondiale" la frase più incisiva, troppo per il regime che non ha tollerato oltre.
Ma il parallelo storico sta trovando fondamento con quello che sta succedendo ad Hong Kong. In virtù delle leggi sulla sicurezza, voluta da Pechino ed entrata appena in vigore, nelle biblioteche pubbliche dell'isola non saranno più disponibili i libri di oppositori democratici.
È infatti in atto un processo di revisione per giudicare se le pubblicazioni sono conformi ai dettami della nuova legislazione. Non è chiaro quanti libri siano al vaglio della censura, si tratterà in ogni caso di un'opera lunga come dimostra il fatto che sembrano ancora disponibili due titoli del dissidente politico cinese, vincitore del premio Nobel per la pace, Liu Xiaobo. Le autorità hanno giustificato l'opera di revisione, di stampo orwelliano, come iniziativa per accertarsi che gli scritti non promuovessero la secessione, la sedizione o il terrorismo. Ma a giudicare sarà solo Pechino.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 7 luglio 2020
Nonostante il sole, la mobilitazione riempie San Giovanni. Entusiasmo, aspettative e domande aperte attraverso le voci dei protagonisti. Gli Stati popolari hanno vinto la sfida contro il sole tropicale che surriscalda queste giornate romane e sono riusciti a riempire piazza San Giovanni di voci ed esperienze che nascono nelle tante battaglie in corso nel paese.
La mobilitazione organizzata domenica scorsa dal sindacalista Aboubakar Soumahoro, che ha concluso con un discorso più da leader politico che da delegato dell'Unione sindacale di base (Usb), ha visto la convergenza di lavoratori, attiviste femministe ed ecologiste, chi si batte per i diritti civili e contro le attuali politiche migratorie.
"Da qui nasce un laboratorio che vuole coniugare visione e prassi - ha affermato Soumahoro - attraverso un "Manifesto per giustizia, libertà e felicità"". Sei le proposte, nella maggior parte dei casi tutte da definire: piano nazionale per l'emergenza lavoro; programma di edilizia popolare strutturale; riforma integrale della filiera del cibo; trasformazione radicale delle politiche migratorie; strategia per la transizione ecologica; misure proattive contro le discriminazioni e per l'uguaglianza.
L'iniziativa ha ricevuto grande attenzione dal settimanale L'Espresso, che ha dedicato la copertina al sindacalista italo-ivoriano e al "suo" quarto stato, molta meno dai quotidiani nazionali e dalla maggior parte delle forze politiche, forse spiazzate da un'operazione di cui non è ancora chiaro il segno. Il giorno dopo tra i protagonisti che hanno portato in piazza battaglie reali e contenuti radicali si mischiano entusiasmo, aspettative e punti interrogativi sul futuro prossimo del percorso. "A caldo la piazza mi ha lasciato una sensazione positiva - afferma Tommaso Falchi, di Riders Union Bologna - C'è bisogno di ambiti di convergenza tra le tante cose che stanno accadendo. Gli Stati popolari hanno unito vertenze lavorative, movimenti, realtà sociali e dell'associazionismo. Devono rimanere uno spazio aperto e non proprietario. Il rischio è che qualcuno cerchi scorciatoie politiche o pensi di far nascere progetti a tavolino. Ci vuole un protagonismo ampio, magari già con un'assemblea a settembre".
Molti lavoratori intervenuti dal palco sono organizzati con Usb. "Sul tappeto ci sono questioni precise e spesso molto crude, a partire dalla lotta dei braccianti da cui è nata l'iniziativa - dice Guido Lutrario, dell'esecutivo nazionale di Usb - È stata una buona occasione per dare visibilità alla condizione di tanti lavoratori. Adesso bisogna tornare sul campo. Le affermazioni generiche non bastano. Gli eventi sono importanti ma senza organizzazione dei lavoratori non si riesce a incidere in lotte che sono lunghe e dure". Tema trasversale è stato quello dell'emergenza climatica. L'intervento dei ragazzi di Fridays For Future (Fff) ha riscosso applausi e consenso. "Nei prossimi giorni torneremo a incontrare Soumahoro perché vogliamo portare il filo conduttore tra le diverse vertenze oltre la piazza - sostiene Marianna Panzarino, di Fff Roma - Serve un programma per non disperdere le forze".
Ampio spazio hanno avuto le battaglie sui diritti civili, con la richiesta di una riforma della cittadinanza che introduca lo ius soli e il consenso sulla legge contro l'omolesbotransfobia, e quelle per la trasformazione delle politiche migratorie, dal mare a terra fino al sistema d'accoglienza. Una grande finestra è stata anche riservata ai lavoratori della cultura e dello spettacolo che in queste settimane si sono mobilitati a fronte della drammatica situazione che vive tutto il comparto. "Pensavamo di essere visibili sui palchi e invece durante questa crisi ci siamo riscoperti invisibili per la politica - racconta il rapper Kento - È importante che noi musicisti siamo uniti agli altri lavoratori". "Non so cosa possano diventare gli Stati popolari ma domenica tanti invisibili hanno avuto l'occasione di far sentire la propria voce", dice Fabrizio Palmieri, dei Professionisti spettacolo cultura-Emergenza continua. Cosa diventeranno gli Stati popolari è la domanda a cui la mobilitazione di domenica non ha fornito risposte precise.
di Silvia Luperini
La Repubblica, 7 luglio 2020
La ragazza è l'ultima di una serie di influencer finite in prigione con l'accusa di postare materiale dissoluto o di incitare alla prostituzione. Il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha incrementato il controllo sui social. La stretta dei servizi di sicurezza egiziani tocca anche Tik Tok: la star egiziana del social Hadeer al-Hady è stata arrestata con l'accusa di aver diffuso "materiale dissoluto". A portarla in carcere sono stati dei filmati postati in cui canta in lip-sync, ovvero mimando con le labbra in sincrono delle famose canzoni egiziane, facendo cuoricini con le dita e mossette adolescenziali. Ne hanno dato notizia gli stessi servizi di sicurezza del Cairo, citati dal quotidiano Al-Masry Al-Youm.
La giovane è solo l'ultima di una serie di influencer popolari sulla piattaforma online fermati nelle ultime settimane. Nel mirino delle autorità era finita anche la studentessa universitaria Mowada al-Adham, arrestata nel maggio scorso, con l'accusa di "attaccare i valori familiari della società egiziana" per aver postato video satirici su Tik Tok e Instagram. Stessa sorte per una giovane che aveva usato il social per denunciare una violenza. La ragazza, di 17 anni, era finita in carcere insieme alle persone che l'avevano abusata, con l'accusa di "promuovere la dissolutezza".
Sempre sull'onda di questa politica anti-social, anche Haneen Hossam, influencer da 1,3 milioni di followers, è finita in carcere ad aprile con l'accusa di aver promosso "la prostituzione" e sfruttato la nuova pandemia e la situazione economica della società per attirare e ingannare ragazze utilizzando le nuove applicazioni on line per "Incontrare sconosciuti" e "guadagnare qualche soldo".
Hossam aveva pubblicato un video in cui illustrava come si poteva guadagnare postando "filmati di intrattenimento" su Tik Tok: un'opportunità di "lavorare da casa e guadagnare fino 2,430 sterline promuovendo in video una piattaforma musicale". Recentemente un tribunale aveva ordinato la scarcerazione di Hossam su cauzione, ma dopo pochi giorni è stata di nuovo arrestata perché, secondo la procura, "sono state presentate nuove prove contro di lei".
Intanto la polizia sta facendo una campagna per sensibilizzare le famiglie su quanto possa essere pericoloso per le proprie figlie andare sui social. Ma più che pedofili e malintenzionati le ragazze rischiano di finire nelle maglie della giustizia.
di Laura Antonella Carli
rollingstone.it, 6 luglio 2020
Negli ultimi mesi il mondo carcerario è balzato all'attenzione mediatica, prima per le rivolte e poi per le scarcerazioni. Abbiamo parlato con un portavoce di Associazione Antigone per capire come il sistema si è adattato alla pandemia. Durante questi mesi di lockdown il mondo carcerario è balzato all'attenzione mediatica, prima per le rivolte - le più gravi dal dopoguerra - e poi per le misure di scarcerazione, che si prestano sempre a solleticare l'indignazione pubblica.
di Pietro Senaldi
Libero, 6 luglio 2020
L'ex pm: "Allora i politici si spartivano i soldi, oggi le toghe si dividono il potere. Non è colpa solo dell'ex capo dell'Anm". "Benvenuti nell'Italia dei disvalori, un Paese in confusione totale, in guerra con i padri costituenti, dove ogni anno che passa aumentano le violazioni alla Carta e cala il tasso di democrazia".
di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 6 luglio 2020
Si è chiusa il 30 giugno l'esperienza del tavolo tecnico sulle procedure stragiudiziali in ambito civile e commerciale istituito lo scorso dicembre presso il ministero della Giustizia. Uno stop che ha rispettato la scadenza fissata in origine per i lavori. Tuttavia, i componenti del tavolo contavano su una proroga: "Fino al prossimo ottobre, per poter portare a compimento le attività avviate e per cui è stata compiuta l'attività istruttoria. Fermandoci ora, invece, resta interrotta la fase che avrebbe condotto alla realizzazione dei progetti", spiega Paola Lucarelli, docente di diritto commerciale all'Università di Firenze e che del tavolo tecnico è stata la coordinatrice.
ansa.it, 6 luglio 2020
Il ministro della Salute Roberto Speranza ha dato mandato all'ufficio legislativo del suo dicastero per verificare il quadro normativo sui trattamenti sanitari obbligatori (Tso). L'obiettivo è quello di studiare una eventuale norma più stringente che riguarda la tutela contro il Covid dopo il caso del focolaio veneto.
Il Dubbio, 6 luglio 2020
"Nel 2019 i casi di ingiusta detenzione sono stati 1000, per una spesa complessiva in indennizzi di cui è stata disposta la liquidazione pari a 44.894.510,30 euro. Rispetto all'anno precedente, sono in deciso aumento il numero di casi (+105) e soprattutto la spesa (+33%)".
- Potere del giudice del riesame di annullare l'ordinanza genetica. Selezione di massime
- Più dati contro le mafie. Un'intesa ad hoc tra la Dna e l'Eurispes
- Furto consumato quando il soggetto è stato in possesso anche per poco tempo della refurtiva
- Grazie alle circostanze attenuanti messa alla prova anche per l'omicidio stradale
- Graziano Mesina e la fuga dal carcere a vita










