di Stefano Stefanini
La Stampa, 30 giugno 2020
La giustizia iraniana è lenta ma implacabile. Sono passati quasi sei mesi dall'uccisione di Qassem Soleimani. Il presidente degli Stati Uniti non ha fatto mistero di aver dato l'ordine; se ne è vantato. I mandati di arresto emessi ieri dalla procura di Teheran contro Donald Trump, e una trentina di complici, sono in ritardo di un centinaio di giorni.
Perché aspettare? Non certo per rispetto del codice di procedura penale iraniano noto piuttosto per procedimenti istruttori sbrigativi. Tra l'altro, iraniani e americani si erano scambiati qualche missile e dichiarati più o meno in pareggio. Né gli uni né gli altri danno molto peso alle giurisdizioni internazionali.
La partita sembrava relativamente chiusa, in attesa della prossima crisi. L'Iran la riapre - a parole, visto che i mandati non avranno alcun seguito operativo - per due motivi: ritornare al centro dell'attualità internazionale e, perché no, dare una mano alla rielezione di Donald Trump. Ci sono sicuramente altre ragioni legate alle alchimie interne e ai giochi di potere di Teheran. Solo la Corea del Nord lo batte in opacità.
I mandati possono forse servire a ravvivare il consenso interno, rinsaldare la fedeltà e spirito di corpo delle Guardie Rivoluzionarie, far dimenticare la pesante devastazione di vite umane causata da coronavirus, non far pensare alla triste situazione economica. Insomma sono un gesto che fa comodo all'interno dove c'è sempre bisogno di mobilitazione. Ma ci sono anche le molle internazionali dietro l'iniziativa di Teheran. La prima è la sindrome dell'abbandono.
Tra Covid, protesta Black Lives Matter, recessione, Cina, l'Iran è finito quasi nel dimenticatoio. Se ne parla troppo poco, mentre l'essere in prima pagina è funzionale a un regime che si è arrogato un ruolo di rottura di equilibri. Petrolio e gas? Ce n'è fin troppo in giro. Il patto nucleare? L'Iran ha dato qualche scossone ma non è pronto a violarlo apertamente. Ed è stanco di aspettare gli europei. D'altro canto ha disperatamente bisogno di attenzione internazionale.
Ieri l'ha brevemente riacquistata. I mandati naturalmente innalzano di un paio di gradini la statura di Donald Trump in America sul piano della sicurezza nazionale dove sta perdendo colpi fra libro di Bolton e rivelazioni d'inerzia nel rispondere alle connivenze fra servizi russi e talebani in Afghanistan. Improvvisamente, a quattro mesi, da una rielezione non più scontata, il presidente americano riceve una boccata d'ossigeno dall'acerrimo nemico iraniano.
Al regime di Teheran Trump alla Casa Bianca fa comodo: giustifica l'aggressività iraniana nel Golfo (gli amici del mio nemico sono i miei nemici) e aiuta a tenere viva la mobilitazione interna. Questo del resto è il Dna della rivoluzione iraniana. Nel gennaio del 1980 Teheran liberò gli ostaggi americani. Alla Casa Bianca era appena entrato Ronald Reagan. Se li avessero liberati tre mesi prima forse ci sarebbe stato ancora Jimmy Carter.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 30 giugno 2020
La Cina aveva fretta di varare il provvedimento anti proteste entro l'1 luglio, anniversario del ritorno dell'ex colonia britannica alla madrepatria. L'attivista Wong: la città diventa uno stato di polizia segreta". Lord Patten: "Situazione pazzesca". Il Congresso del popolo cinese ha messo questa mattina il timbro sotto la Legge di sicurezza nazionale per Hong Kong.
Voto all'unanimità da parte dei 162 membri del Comitato permanente del Congresso, riunito in Piazza Tienanmen. Pechino aveva fretta di varare la legislazione anti sedizione, anti secessione, anti terrorismo, anti collusione con lo straniero in tempo per la celebrazione dell'1 luglio, 23° anniversario della restituzione dell'ex colonia britannica alla Madrepatria.
La nuova legge cinese deve ingabbiare la protesta, pacifica o violenta che sia. Pechino ribatte che, piaccia o no agli stranieri colonialisti e nostalgici, Hong Kong è parte della Cina e non saranno ammesse ingerenze esterne in affari interni. Ancora incerti i metodi di applicazione, le pene: si è parlato anche di ergastolo per i trasgressori.
I dettagli sono annunciati per il pomeriggio ora di Pechino. Nei giorni scorsi le autorità hanno assicurato che "solo pochi casi saranno giudicati da magistrati cinesi", il grosso del lavoro sarà lasciato ai giudici di Hong Kong, ispirati dal common law garantista britannico. Ma i legislatori cinesi sono maestri nel lasciare i contenuti delle norme "flessibili" all'interno delle cornici. Di sicuro, Pechino insedierà nella City una sua Agenzia di sicurezza e intelligence che "collaborerà con le autorità locali".
Xi Jinping era stanco e frustrato di fronte alle scene di lotta continua e anche di violenze gravi arrivate da Hong Kong per tutto il 2019, prima dell'anestesia causata dal coronavirus. La Legge per Hong Kong accelera la corsa in rotta di collisione tra Stati Uniti e Cina. Sia Donald Trump, sia Xi hanno obiettivi elettorali quest'anno. Trump il primo martedì di novembre affronta le urne per la rielezione a presidente. A Hong Kong il 6 settembre si vota a suffragio universale per il rinnovo del Legislative Council: ora i candidati di opposizione come il giovane Joshua Wong potranno essere squalificati preventivamente per "sovversione" o "collusione con forze straniere".
Dal 1997 vige il principio "Un Paese due sistemi". Secondo l'opposizione democratica di Hong Kong "vigeva". La Legge cinese ora omologherà la City orgogliosa al modello di altre città della Cina, impedendo di protestare contro il governo e il Partito-Stato. Gli Stati Uniti revocano lo status commerciale distinto e preferenziale per Hong Kong: Mike Pompeo ieri ha dichiarato il blocco delle forniture "sensibili" al territorio. Londra offre il passaporto a tre milioni di hongkonghesi, se vorranno andarsene.
L'Unione europea minaccia non meglio precisate "gravi conseguenze" (ma intanto tutti trattano con Pechino per i propri interessi economici). Con la legge sulla sicurezza nazionale imposta dalla Cina "Hong Kong diventerà uno stato di polizia segreta" scrive su Twitter l'attivista pro-democrazia Joshua Wong. Wong, insieme a figure di primo piano come Nathan Law, Jeffrey Ngo e Agnes Chow, ha dato le dimissioni da Demosisto, partito nel mirino per le campagne pro suffragio universale e la richiesta di sanzioni contro gli abusi sui diritti della Cina.
Reagisce anche Chris Patten, 28° e ultimo governatore britannico di Hong Kong (poco apprezzato da Pechino che lo definì "prostituta millenaria"). In un'intervista alla Bloomberg tv Lord Patten dice con amarezza che la Legge di sicurezza nazionale è una forzatura, perché Hong Kong aveva ereditato norme garantiste britanniche per combattere sedizione e terrorismo. "Ora entra in vigore Un Paese un sistema, in violazione degli accordi che volevano la City autonoma fino al 2047", aggiunge Patten e osserva: "Neanche la governatrice Carrie Lam ha potuto leggere in anticipo i termini della legislazione imposta al suo territorio, situazione pazzesca".
Lord Patten è stato l'uomo che ha ripiegato la Union Jack e l'ha riportata a Londra. Pianse, quella notte piovosa dell'1 luglio 1997, mentre assisteva alla cerimonia finale. Intorno a lui funzionari della Repubblica popolare cinese che il Principe Carlo, presente, definì nel suo diario "statue di cera vestite di nero". Lord Patten versò molte lacrime (anche di coccodrillo, perché per 156 anni i governatori vennero designati a Londra, non eletti dai sudditi della colonia di Sua maestà) ma ha naturalmente un senso dell'humour britannico.
E nelle sue memorie (che gli hanno fruttato un bel gruzzolo in sterline e in dollari hongkonghesi) ha ricordato: "Poco prima di lasciare Hong Kong, durante una visita a un ospedale psichiatrico, un paziente mi chiese con cortesia "perché un Paese che si vantava di essere la più antica democrazia del mondo aveva deciso di lasciare la nostra città a un Paese con un sistema di governo opposto, senza consultare la popolazione". Strano, disse uno dei miei assistenti, che l'uomo con la domanda più assennata su Hong Kong sia ricoverato in un manicomio".
Domani Carrie Lam celebrerà l'anniversario della Restituzione. alte reti protettive sono state piazzate intorno alla Bauhinia Square dove si svolgerà l'alzabandiera. Vietata la consueta contromanifestazione degli oppositori (per precauzione sanitaria anti-coronavirus, dice la polizia). Il fronte democratico ha chiamato comunque all'adunata la sua gente, al Victoria Park. Ci vorrà molto coraggio per sfidare la Legge di Pechino, rischiando l'accusa di sedizione, separatismo, terrorismo, collusione con lo straniero.
di Giovanbattista Tona
Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2020
Quando attiva il video collegamento per l'udienza da remoto, il giudice civile deve trovarsi in ufficio ma non necessariamente in aula. È questo l'effetto della modifica che, durante l'iter di conversione, è stata inserita nell'articolo 3 comma 2 lettera c) del decreto legge 28/2020, approvato definitivamente dalla Camera la scorsa settimana.
di Antonio De Notaristefani*
Il Dubbio, 29 giugno 2020
Il presidente dell'Unione delle Camere civili: "per ripartire dopo una pandemia ci vogliono programmi vasti e non ci si può limitare alla gestione dell'esistente". I maxi emendamenti del governo alle leggi di conversione dei decreti sono sempre stati delle trappole: c'è un termine che scade, il tempo stringe, le trattative si fanno frenetiche, i lobbisti incalzano e, spesso, una manina (o una manona) fa un miracolo: un comma introdotto di soppiatto, e qualche amico riceve un auxilium. Questa volta, è stato dato in appalto al mondo della mediazione tutto il contenzioso post covid. Temo soprattutto quello bagatellare, purtroppo per loro: le imprese hanno tempi di reazione più rapidi, e spesso i loro problemi li avevano risolti già.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 29 giugno 2020
Anche per la giustizia vale il principio che "tutto è politica". Ma tale principio diventa di fatto in questo caso l'unico elemento di autoidentificazione dei singoli. Non credo proprio che a produrre il discredito che oggi colpisce l'attività giudiziaria e i suoi addetti siano state le intercettazioni dal cellulare del dottor Luca Palamara, che hanno fatto conoscere a tutti il clima di intrallazzo correntizio e di collusione con la politica in cui per anni si è svolta l'attività del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm).
di Liana Milella
La Repubblica, 29 giugno 2020
Nel 2017 ha fatto il concorso per assistente giudiziario ed è entrata in graduatoria. Lei e 836 colleghi aspettano solo di essere chiamati. Da via Arenula la promessa: sceglieranno la sede la metà a luglio, l'altra metà entro ottobre. "Io ci sono. Noi ci siamo. Questo diciamo al Guardasigilli Bonafede. Siamo pronti a dare il nostro contributo alla voglia di giustizia che c'è, ed è grande, nel nostro Paese". "Dateci, il prima possibile, la possibilità di esserci, di fare la nostra parte e il nostro lavoro per ricostruire il Paese dopo la pandemia".
La "voglia di giustizia" che irrompe nel racconto di Emanuela - norme autentico, cognome riservato - è grande. Com'è grandissima la sua voglia di avere, per la prima volta nella vita, adesso che compie 48 anni, un lavoro "vero", "stabile", un "lavoro fisso", e non l'infinità di lavori precari che ha fatto finora. Lei, una laureata in lingue, che parla inglese e spagnolo, ma che adesso vuole fare una sola cosa: l'assistente giudiziario, posto che le spetta perché nel 2017 ha preso parte a un concorso lampo, è entrata nella graduatoria, e adesso spera solo che, il prima possibile, quel posto sia suo.
Saranno 1.400 euro al mese, le prime certe della sua vita, ma non è solo una questione di soldi, è tutt'altra. È questione di impegno civile, di fare la propria, anche se piccola parte, per il Paese. Lei ci crede. E la racconta così: "Leggo sempre delle riforme sulla giustizia che si vorrebbero fare. Ma se non c'è il personale qualificato che le attua tutto resta fermo. Per riformare la giustizia bisogna partire dalle risorse umane, dalle fondamenta. Io e i miei colleghi siamo pronti a partire, anche subito. Il prima possibile. La nostra è l'unica graduatoria immediatamente fruibile. Non fateci aspettare ancora".
Bella storia questa di Emanuela. Fatta di motivazioni e di speranza. Lei scrive a Repubblica. Non cerca visibilità per sé stessa, ma parla a nome delle 837 persone, le ultime di una graduatoria di 4.915 idonee, che al Guardasigilli Alfonso Bonafede vogliono mandare un messaggio. Semplice. "Non aspettare. Noi ci siamo. Facci lavorare il prima possibile per rendere migliore la giustizia italiana".
Certo, c'è anche un coté personale, ed Emanuela non lo nasconde: "Ho 48 anni. Sì, non ho mai avuto un lavoro fisso. Mi sono laureata in lingue nel 2003, perché nel frattempo ho sempre lavorato". Come, che hai fatto, le chiedo: "Di tutto. Contratti a tempo determinato, contratti di collaborazione, a progetto, lavoro interinale... mai un contratto vero, e quello che ne consegue, avere uno stipendio e non dover fare sempre rinunce, sapere che se ti ammali non hai una copertura, le ferie sono un sogno...". E la pensione? "A quella non ci penso proprio...".
Una vita da precaria. Abitando con il padre. Poi l'idea di andarsene via. "Sì, ero sul punto di lasciare l'Italia, parlando due lingue potevo farlo. Volevo perfezionare il tedesco, andare in Germania, fare la solita trafila, poi ho letto di questo concorso. Non ho fiducia nei concorsi, ma mi sono detta 'stavolta ci provo'. Per un anno intero ho studiato per 17 ore al giorno e ce l'ho fatta a superarlo. Adesso aspetto solo il momento di entrare in servizio e con me lo aspettano tutti gli altri colleghi della graduatoria, ragazzi, ragazze, uomini e donne che vogliono lasciarsi alle spalle la precarietà".
È solo questo che ti spinge? Il lavoro fisso? "No - risponde Emanuela - io nella giustizia ci credo. Si parla sempre di giustizia lumaca, di giustizia che stenta a ripartire, ma non si considerano mai abbastanza le gravi carenze di personale che affliggono gli uffici. Leggendo tutto questo io non riesco a nascondere la mia amarezza perché invece noi ci siamo e siamo pronti a dare il nostro contributo alla ricostruzione dell'intero sistema".
Emanuela, che è vissuta facendo traduzioni dalle lingue che conosce e battendo tesi di laurea, racconta le fasi del concorso. "Oltre 300mila domande, hanno effettivamente partecipato 79.322 persone. Era maggio del 2017. Ma è stato tutto veloce, in modalità telematica, solo l'orale in presenza. Molte materie, diritto pubblico e amministrativo, procedura civile e penale, organizzazione degli uffici. A ottobre era tutto finito, pronta la graduatoria con 4.915 nomi. E lì è cominciata l'ansia delle effettive assunzioni, a gennaio 2018 le prime 800, il mese dopo altre 600, poi via via altri scorrimenti, fino all'ultimo blocco di 489 persone il 3 febbraio. Adesso restiamo solo noi".
In quel "restiamo noi" c'è dentro tutta l'ansia e la speranza di Emanuela. E quella frase che ricorre come un mantra in tutta la nostra chiacchierata: "Sì, voglio cominciare a lavorare il prima possibile, spero che succeda entro il 2020, perché voglio contribuire anche io a far camminare bene la macchina della giustizia". Come dirgli di no e rinviare ancora? La risposta adesso tocca a Bonafede.
Post scriptum. Quando sono le 17 di domenica, da via Arenula, dicono a Repubblica, e quindi a Emanuela, che entro la fine di luglio, alla metà dei componenti la graduatoria, verrà chiesto di scegliere la sede. All'altra metà la stessa chance verrà data tra settembre e ottobre. Vedremo se questo timing ufficiale sarà rispettato. E soprattutto quanto tutti prenderanno servizio.
di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2020
Da mercoledì 1° luglio la giustizia esce con un mese di anticipo dalla fase 2 dell'emergenza. Ma non torna ai ritmi e alle procedure pre-Covid, dato che è ancora necessario rispettare le prescrizioni sanitarie, a partire dal distanziamento. Da un lato, infatti, dovrebbero cessare i rinvii massicci delle udienze, ma, dall'altro, la riapertura dei tribunali sarà graduale e non scompariranno le modalità "digitali" di gestione della giurisdizione adottate durante la pandemia per evitare l'assembramento negli uffici.
di Angela Stella
Il Riformista, 29 giugno 2020
Le 408 pagine della Relazione al Parlamento 2020 da parte del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale sono un richiamo alla "urgenza di vedere, visitare" quei luoghi di solitudine, di marginalità, di confine tra i buoni e i cattivi, tra i fortunati e gli sfortunati, tra i sani e i vulnerabili. Era stato Piero Calamandrei, ricorda il presidente Mauro Palma, a dire "bisogna aver visto" per parlare di carcere ma anche per "affermare in concreto quell'altrettanto imperioso riconoscimento di tutti allo stesso corpo sociale che nessun muro mentale o materiale può far venire bene".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 29 giugno 2020
Trent'anni di rissa sulla giustizia hanno disegnato una mappa piuttosto chiara del disinteresse per i diritti individuali: è diffuso a destra e a manca, ma le cause che lo determinano da una parte e dall'altra sono diverse e diverso è il modo in cui esso si manifesta in un caso e nell'altro.
Il giustizialismo di sinistra, diciamo, è più equanime: reclama manette per tutti e il carcere, secondo quell'impostazione, è uno strumento di correzione delle ingiustizie sociali, un modo per rimettere in riga le aberrazioni della morale nella società libera. Fa abbastanza schifo, ma una specie di orrenda giustizia in quell'impostazione c'è innegabilmente.
A destra, almeno da un quarto di secolo, non funziona così. A destra, pressappoco, il criterio è che in linea di principio bisogna buttare via la chiave, mentre l'esigenza garantista e il fervore che la invoca si regionalizzano senza spingersi oltre il confine di Arcore: con la giustizia che è buona, o in ogni caso poco allarmante, quando si occupa di negri e drogati, mentre è cattivissima e suscita la rivolta delle coscienze liberali quando si intrufola nei possedimenti berlusconiani o comunque nella vita della gente "perbene", che solitamente sono gli amici stretti o quelli col portafoglio ricco e molto spesso le due cose insieme.
Poi hai voglia di contestare il giudice forcaiolo o il giornalista che gli regge il microfono quando dicono che a destra il garantismo è farlocco: è spesso vero, purtroppo, e i pochi che seriamente lavorano per i diritti delle persone dovrebbero riconoscere che il degrado della giustizia italiana trova causa a destra non meno che a sinistra, con la destra forse anche più colpevole perché durante un trentennio ha razzolato molto male dietro lo schermo di una predicazione garantista parecchio improbabile.
L'editorialismo fascistoide che scopre la prepotenza della magistratura perché pizzica il "galantuomo" può essere tollerato se traccia un corso nuovo che parte da quel caso per denunciare l'ingiustizia comune: non quando si biforca come abbiamo visto, contestando la giustizia che fa le pulci a quello là mentre lascia che si incattivisca contro chi non ha mezzo parlamento adunato a difesa d'ufficio.
E così, per stare in tema, il voto parlamentare posto a certificazione dei rapporti di parentela di una figliola con un autocrate africano potrebbe anche essere un buon prezzo da pagare se si trattasse di un episodio magari imbarazzante ma comunque parte di una vicenda riformatrice nell'interesse della giustizia di tutti: non quando chiude una stagione politica in cui l'inciviltà del carcere coincideva con il pericolo che ci finisse il capo del centrodestra o al più qualche plenipotenziario, e altrimenti chissenefrega.
La realtà è che la storia del populismo giudiziario italiano non è stata fatta dalle toghe rosse, e a spiegarne il trionfo non c'è solo il tiro mancino della parte politica che ha creduto, sbagliando, di avvantaggiarsene: c'è anche il maldestro e ipocrita comportamento della controparte che, sbagliando anche più gravemente, ha creduto di sottrarvisi. Nei due casi, con i diritti dei cittadini lasciati da parte.
di Domenico Ciruzzi
Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2020
La sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 51 del 2020 (più nota come sentenza Cavallo) costituisce - e non è un'iperbole retorica - uno spartiacque fondamentale nella vita democratica del nostro Paese. Istintivamente stavo scrivendo "rivoluzione". Quel sostantivo sarebbe stato sbagliato perché non ci troviamo al cospetto di una rottura, ma del recupero di taluni principi di garanzia e di libertà di cui è intriso (o per molti versi era intriso) il nostro codice di procedura penale. Come è noto, l'articolo 270 del c.p.p. statuisce il divieto di utilizzazione delle intercettazioni disposte ed effettuate in un procedimento diverso rispetto a quello in cui le si intende utilizzare, salvo che le suddette intercettazioni risultino necessarie a provare un reato per il quale è previsto l'arresto obbligatorio (cioè una categoria ristretta di reati molto gravi).
Una norma semplice, chiara, di agevole interpretazione e applicazione pratica. E, tuttavia, negli anni questa norma è stata progressivamente stravolta e svuotata di significato, anche a causa del "sostanzialismo" che caratterizza la parte maggioritaria della magistratura italiana che ha sempre visto anche come fumo negli occhi i divieti e gli sbarramenti probatori, intravedendo in essi un limite al principio del libero convincimento del giudice.
Si è iniziato in passato, dunque, ad affermare che non poteva parlarsi di "diverso procedimento" se le due indagini (quella in cui erano state disposte le intercettazioni e quella in cui le si intendeva materialmente utilizzare) erano connesse. Ma ciò non era ancora sufficiente, perché i casi di connessione in senso proprio previsti dal codice di procedura all'articolo 12 sono limitati e predeterminati per legge.
E allora, ecco il cavallo di Troia: il cosiddetto collegamento probatorio che, secondo una giurisprudenza andata per la maggiore dalla fine degli anni '90 sino alla recente sentenza delle Sezioni Unite, consentiva di ritenere che si fosse in presenza di un medesimo procedimento e dunque di utilizzare in maniera indiscriminata le intercettazioni, di fatto, in qualunque procedimento. In tal modo, per anni lo sbarramento probatorio di cui all'articolo 270 c.p.p. è stato - salvo casi clamorosi e rarissimi - di fatto azzerato atteso che un collegamento probatorio tra due procedimenti lo si trovava sempre.
È nato e si è alimentato così quel fenomeno di "pesca a strascico" attraverso il quale lo strumento intercettazioni veniva gettato a casaccio in mare aperto come un'esca attendendo, sulla riva o sul motoscafo, di raccogliere ciò che rimaneva impigliato. Quasi tutte le inchieste più spettacolari degli ultimi anni sono nate così e sappiamo la gran parte di esse come sono finite proprio a causa del fatto che spesso un'intercettazione captata per puro caso, e quindi al di fuori di un'intelaiatura investigativa complessiva, si presta a tragici equivoci.
Utilizzando l'idiota slogan secondo il quale "chi non commette reati non ha nulla da temere dalle intercettazioni", si legittima il controllo senza limiti su tutti i cittadini. Che cosa significa in concreto la violazione dell'articolo 15 della Costituzione che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni? La conoscenza da parte di chi è al potere della sfera privata e intima delle persone - con la concreta possibilità di utilizzare il privato di ognuno, pur non essendovi sovente ipotesi di reato - consente di "ricattare" potenzialmente ciascun sorvegliato con la minaccia di rendere pubblico il privato delle persone anche attraverso l'amplificazione dei media sempre protesi a ingurgitare e diffondere appetibili gossip che aumentano l'audience.
Ma vi è un ulteriore aspetto che inquina la democrazia, anche prescindendo da un eventuale utilizzo "politicamente" ricattatorio e illegittimo delle intercettazioni. Chi è al potere in un dato momento storico, conoscendo in anticipo il pensiero riservato dei cittadini e delle opposizioni, "droga" il leale confronto democratico e acquisisce un vantaggio illegittimo che impedisce l'alternanza democratica al potere attraverso il controllo totale dei cittadini, trasformati via via sempre più in sudditi sorvegliati speciali.
Le Sezioni Unite hanno posto un argine - si auspica in maniera definitiva anche se il nuovo decreto intercettazioni che andrà in vigore il primo settembre 2020 rimescolerà tragicamente ancora una volta le carte, salvo saggi e immediati ripensamenti - a questa prassi illiberale e antidemocratica, sancendo che il collegamento probatorio non è categoria idonea a dar luogo alla medesimezza dei procedimenti e dunque a consentire l'utilizzazione di intercettazioni disposte in altri procedimenti. Occorre con soddisfazione prendere atto che, negli ultimissimi anni, le alte Corti (Corte Costituzionale e Corte di Cassazione) - dopo aver anch'esse in passato contribuito con talune loro decisioni al depauperamento delle garanzie e dei diritti individuali - stanno progressivamente cercando di recuperare una serie di principi garantistici di cui si è fatto strame negli ultimi trent'anni.
È plausibile che questo scatto di orgoglio della giurisdizione (in particolare ai suoi livelli più alti) costituisca il contraltare al populismo penale che, in modo sempre più rozzo e invadente, sta invadendo gran parte della politica e della società civile. Un tentativo, dunque, di saggio bilanciamento volto a riportare al centro l'individuo, i suoi diritti e le sue libertà. È il momento di abbandonare pregiudizi e preconcetti che inquinano il dibattito e che, di fatto, rendono inutile e fasullo il dialogo tra chi ha posizioni differenti. Occorre, nel discorso pubblico, utilizzare parole e ragionamenti intrisi di "onestà radicale".
Non ho alcuna difficoltà, per esempio, ad affermare che forse (e il forse dipende dal fatto che, per il mio specifico professionale, conosco bene il carattere scivoloso e ambiguo che sovente assume la prova intercettativa) se l'intera popolazione italiana fosse intercettata, se esistesse un enorme server in cui far confluire le conversazioni di ognuno di noi, sarebbe scoperto e perseguito un numero di reati maggiore di quello che si riesce a scoprire oggi. Del resto, non era forse sicura e priva di rischi di insurrezioni politiche la D.D.R. tragicamente descritta nel film del 2006 "Le vite degli altri" di Florian Henckel von Donnersmarck, i cui protagonisti vivevano in un clima di reciproco sospetto immanente che può condurre finanche al suicidio? Qual è il tasso di libertà e di diritti che può essere sacrificato sull'altare della sicurezza, vero idolo della contemporaneità?
È il momento di compiere delle scelte e quella delle Sezioni Unite è proprio una scelta volta a ri-bilanciare i vari valori e interessi che entrano talvolta in conflitto. E allora la legittima aspettativa di sicurezza - senz'altro importante, ma non suscettibile di fagocitare tutto il resto - deve cedere spazio ad altri importantissimi valori, quali in primis la libertà degli individui che negli ultimi anni sono stati compressi quasi sino al punto di non ritorno.
Ne "La Conversazione" di Francis Ford Coppola del 1974, Gene Hackman da controllore che intercetta finisce per smontare ossessivamente pezzo per pezzo il proprio appartamento, convinto di essere a sua volta intercettato. È questo il futuro distopico alla "Blade Runner" che vogliamo?
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