di Alessandro Puglia
vita.it, 28 giugno 2020
A confermare la notizia Safa Msehli, portavoce dell'Organizzazione internazionale delle migrazioni. L'allerta del gommone a rischio di capovolgersi a largo della Libia era stata data sin da ieri da Alarm Phone e Mediterranea. L'attore Alessandro Gassmann su Twitter: "Un bambino nasce durante un naufragio, verrà portato nelle carceri Libiche. Buona notte".
Sei morti e 93 persone riportate nell'inferno delle carceri libiche, tra cui il neonato nato a bordo del gommone mentre rischiava di capovolgersi. È il tragico bilancio di un soccorso mancato, quello che sin da ieri mattina Alarm Phone e Mediterranea avevano segnalato invitando con forza tutte le nazioni europee a collaborare, segnalando la presenza di navi militari in zona, tra queste la fregata della Marina Militare Bergamini. La notizia è stata confermata da Safa Msehli, portavoce dell'Organizzazione internazionale delle migrazioni: "Sono le persone che l'Italia e l'Europa hanno scelto di non salvare ieri".
di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 28 giugno 2020
L'individualismo sfrenato, la debolezza del pensiero, la disarticolazione sociale, la gestione egoistica del potere: sono questi i mali che adesso dobbiamo affrontare. E serve mobilitarsi ora per combatterli.
Per potersi proiettare nel futuro è necessario disporre di un minimo di sicurezza nel presente. Quindi trattare senza ingenuità e come un individuo una persona in difficoltà significa mettere a sua disposizione quei supporti che gli mancano per essere un individuo a pieno titolo e che garantiscano le condizioni della sua indipendenza", scrisse Robert Castel parlando di disuguaglianza e insicurezza sociale. Una delle azioni prioritarie che dovremo collettivamente implementare, in questa fase di ricostruzione del post confinamento, è la ricostituzione delle difese immunitarie della nostra comunità umana.
A questo riguardo, dovremo avere l'audacia di ideare nuove forme di solidarietà per combattere le crescenti disuguaglianze. Per fare ciò, occorrerà innanzitutto debellare alcuni virus nocivi che indeboliscono il nostro sistema sociale, come ad esempio: la burocrazia politica della gestione del potere, la disarticolazione sociale, la debolezza di pensiero, la labilità di convinzione e gli individualismi.
Relativamente agli individualismi, la nostra odierna società sembra essere formata da una convivenza parallela degli "io" spesso incapaci di entrare in empatia con gli altri. In questa nuova fase di ricostruzione, occorrerà probabilmente creare una nuova cultura collettivistica in cui l'attenzione è rivolta alla comunità e alla convergenza degli "io" verso una prospettiva di una felicità collettiva. In questo spirito, l'io dovrà essere generosamente messo al servizio del bene comune.
Circa la debolezza di pensiero e la labilità di convinzione, occorre sottolineare che l'avvento dei social media ha caricato gli "io" di un'ulteriore fragilità, ovvero li ha esposti a una continua necessità di consenso, di approvazione e di ammirazione misurabile istantaneamente attraverso lo strumento dei "like". Purtroppo, la soddisfazione di questa necessità passa attraverso l'indefinitezza, la malleabilità e la plasmabilità del credo.
A questo riguardo, la debolezza di pensiero e la labilità di convinzione diventano alleati importanti per intercettare i desiderata e il sentire comune. In questa nuova fase di ricostruzione, occorrerà molto probabilmente avere l'audacia di seguire tenacemente ideali alti per il bene di tutti invece di inseguire disordinatamente l'effimero consenso dell'io.
Riguardo alla disarticolazione sociale, occorre rammentare che negli ultimi anni i piromani della politica hanno basato il loro consenso elettorale sulla contrapposizione sociale e sull'esaltazione di una parte della popolazione rispetto agli altri. La politica del "prima gli italiani" è sicuramente l'emblema di questo smembramento sociale.
L'unica alternativa credibile a questa politica incendiaria è quella di sfuggire alla tentazione della contrapposizione, di creare coesione sociale attorno ai bisogni comuni e di unire le diverse forme di invisibilità in una lotta unitaria. Per questo, la sfida di questa nuova fase di ricostruzione è quella di assemblare ciò che è stato smembrato, di articolare ciò che è stato disarticolato e di unire ciò che è stato disunito.
Per ciò che riguarda la burocrazia politica della gestione del potere, bisogna ricordare che la distanza fisica ed emotiva tra il palazzo e la piazza, tra la politica e il popolo è aumentata. La politica, sempre più svincolata dalla realtà ed asserragliata nel palazzo, ha perso la capacità di ascoltare con empatia umana immedesimandosi nei dolori, nelle sofferenze, nelle disperazioni, nelle aspirazioni, nelle speranze, nei desideri e nei sogni della massa popolare. In questa fase di ricostruzione, la politica dovrà avere l'audacia di ritornare nella realtà del popolo e di rendere il palazzo permeabile alle richieste delle persone per la tenuta della nostra democrazia e dell'intero edificio politico-sociale.
A questo riguardo, la politica non perda l'occasione di ascoltare la voce inascoltata delle tante donne e dei tanti uomini (con diverse forme di invisibilità ed esclusi dagli Stati Generali) che si susseguiranno sul palco degli Stati Popolari che si terranno dalle ore 14 in Piazza San Giovanni, a Roma, il 5 luglio 2020. In questo appuntamento, i lavoratori della terra, i rider, i lavoratori manuali e cognitivi, i lavoratori della cultura e dell'informazione, i titolari di partita Iva, i pensionati, i disoccupati, i senza casa, gli studenti, i lavoratori della scuola e dell'università, i ricercatori, le nuove generazioni, i movimenti per la tutela e la salvaguardia dell'ambiente, i movimenti antirazzista ed anti-sessista, il movimento Lgbt e tante altre realtà diverse si uniranno per la prima volta, facendo convergere le loro lotte, al fine di portare un reale cambiamento e di trasformare i propri sogni in realtà.
La politica non perda questa inedita opportunità per sintonizzarsi con il paese reale perché se vogliamo lottare contro le disuguaglianze e l'insicurezza, non bastano solo le risorse materiali, peraltro fondamentali, ma è altrettanto necessario la dimensione immateriale che consiste nella condivisione delle sofferenze e dei desideri. Bisognerà ripartire dalla lotta "alla disuguaglianza e all'insicurezza sociale" proprio come sosteneva Robert Castel.
di Gianluca Rotondi
Corriere di Bologna, 28 giugno 2020
L'Egitto libererà 530 detenuti, il rettore Ubertini: "Mettiamo fine a questa vicenda". La speranza di riabbracciare Patrick Zaki, lo studente dell'Ateneo in carcere da quasi cinque mesi al Cairo, passa attraverso l'annuncio del presidente al-Sisi di voler liberare 530 detenuti per il rischio Covid. Il rettore Ubertini ha lanciato un appello a governo italiano e comunità accademica internazionale affinché facciano pressione sull'Egitto per includere anche Zaki tra i detenuti graziati. All'iniziativa si è associato anche il sindaco Merola.
Sindaco e rettore provano ad aprire una breccia nel muro eretto dalle autorità del Cairo sulle sorti di Patrick Zaki, lo studente 28enne dell'Alma Mater inghiottito ormai da oltre quattro mesi in un carcere egiziano con accuse fumose e usate strumentalmente per punire il suo impegno sul terreno dei diritti civili. Il grimaldello, individuato in primis da Amnesty Italia, sta nell'annuncio del presidente egiziano al-Sisi di voler concedere la grazia a 530 detenuti del suo paese per tamponare l'emergenza coronavirus. Patrick, è il ragionamento e insieme l'esortazione di Ubertini e Merola, potrebbe rientrare tra i beneficiari, tanto più che soffre di asma ed è a rischio in caso di contagio.
Una strada non semplice da percorrere che richiede un fronte di pressione adeguato. Per questo Merola e Ubertini hanno inviato una lettera all'ambasciatore italiano al Cairo.
"Faccio appello al governo italiano, alla Commissione europea, alle numerosissime istituzioni che hanno aderito alla nostra mozione e a tutte le università del mondo che come noi hanno sottoscritto i principi della Magna Charta, affinché si uniscano all'Alma Mater e facciano sentire la propria voce - esorta il rettore -. È l'occasione per mettere fine a questa assurda vicenda e poter restituire Patrick alla sua vita e ai suoi studi". Un appello fatto proprio anche dal portavoce nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, e dalla senatrice M5S Michela Montevecchi.
Finora il governo, già alle prese con i silenzi e le omissioni degli egiziani sull'assassinio di Giulio Regeni, il ricercatore sequestrato, torturato e ucciso dai servizi di sicurezza di al-Sisi, non ha ottenuto nulla e anzi ha attirato su di sé polemiche e accuse per la decisione di vendere agli egiziani due fregate militari. Zaki, iscritto a un master sui diritti civili a Bologna, è detenuto dal 7 febbraio subito dopo l'arrivo al Cairo per una breve vacanza. Interrogato e torturato, è stato arrestato con le accuse di "diffusione di notizie false", "incitamento alla protesta" e "istigazione alla violenza e ai crimini terroristici". Un'enormità legata, come detto, solo al suo impegno in difesa dei diritti umani e ad alcuni post in materia diffusi su Facebook.
Udienza dopo udienza, la sua carcerazione è stata prorogata di quindici giorni in quindici giorni, per poi finire in un limbo dopo l'emergenza Covid e la chiusura dei tribunali. Per chiedere la sua liberazione c'è stata una partecipata mobilitazione partita da Bologna, anch'essa interrotta bruscamente dall'emergenza sanitaria. Ora l'Ateneo prova a far sentire forte la pressione sull'Egitto, nella speranza di poter ottenere il rilascio dello studente egiziano ormai adottato da Bologna che vuole concedergli la cittadinanza onoraria. "Spero di poterlo riabbracciare presto qui a Bologna", conclude Ubertini.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 giugno 2020
La Relazione annuale al Parlamento che si è svolta ieri all'Università Roma Tre. Mauro Palma ha sottolineato come l'esercizio di giustizia non può prescindere dall'offrire a ogni autore di reato una "prospettiva di speranza verso cui orientare il proprio sguardo".
di Maria Brucale
Il Riformista, 27 giugno 2020
Dopo circa 26 anni di attesa, è stato finalmente pubblicato il bando di concorso per dirigenti penitenziari. 45 posti ma solo 38 sono disponibili a chiunque possegga i requisiti. Gli altri sono riservati a "dipendenti dell'amministrazione inquadrati nella III area funzionale del ruolo comparto funzioni centrali ovvero nei ruoli direttivi del corpo di Polizia penitenziaria con almeno tre anni di servizio".
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 27 giugno 2020
La Relazione di Mauro Palma nell'anno dell'orgia securitaria salviniana con il decreto-sicurezza-bis, la criminalizzazione delle Ong, il sovraffollamento, fino alla pandemia. Una boccata d'ossigeno in un ambiente denso di nubi, alcune potenzialmente tossiche. La Relazione annuale del Garante nazionale delle persone private della libertà è stata presentata simbolicamente in un'aula dell'Università Roma Tre. Una scelta, quella dell'università, per evocare quanto la questione delle garanzie, delle libertà, della tortura, della vita quotidiana nei luoghi di detenzione sia anche una questione culturale. Solo un sapere profondo e critico ha la forza di spingere verso trasformazioni sociali e mutamenti di pratiche, altrimenti lesive dei diritti fondamentali.
di Angela Stella
Il Riformista, 27 giugno 2020
"Da cose strillate in qualche trasmissione si è arrivati a provvedimenti frettolosi. La penalità non può essere la risposta al sentimento popolare". Abbiamo intervistato Mauro Palma, Presidente del Collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà, a margine della presentazione della Relazione al Parlamento 2020.
di Grazia Zuffa
fuoriluogo.it, 27 giugno 2020
Io resto in cella è cosa ben diversa da io resto a casa. Per i detenuti/e il distanziamento sociale evoca il carcere come pura afflizione, senza alcuna valenza risocializzante. La salute è un diritto fondamentale dell'individuo e insieme "interesse della collettività", come sancisce l'art. 32 della Costituzione. In quanto diritto fondamentale, lo è per tutti e tutte, liberi e reclusi.
Perciò, quando la salute, individuale e collettiva, è minacciata in maniera gravissima - come è stato ed è per il coronavirus - ci si aspetta che le politiche pubbliche siano all'altezza di tale principio. In ogni modo, su questo vanno giudicate. Di più: la serietà del pericolo "mette alla prova" - se così si può dire- il rispetto del principio di parità nella tutela della salute.
Sappiamo che il diritto dei reclusi è costantemente minacciato: da un lato entra in contraddizione con la condizione stessa di privazione della libertà (e di totale dipendenza dall'istituzione), che di per sé mette a rischio la salute psichica, prima ancora che fisica; dall'altro, è compresso dalle esigenze di sicurezza, sospinte di questi tempi dal vento di pulsioni sociali afflittive, a sostegno implicito (ma spesso anche esplicito) di quei "trattamenti contrari al senso di umanità" che la Costituzione esclude.
In breve: la tutela della salute dei detenuti è fonte di permanente conflitto e la vicenda coronavirus lo ha riconfermato. Questa premessa di principio è indispensabile per leggere correttamente il dibattito che si è sviluppato intorno alle misure di protezione dall'epidemia in carcere. E per comprendere appieno la direzione: ci si è spinti oltre lo storico conflitto "salute versus sicurezza", lo stesso diritto alla tutela della salute è stato travolto da una ben determinata concezione retributiva della pena.
Preliminarmente, propongo di ragionare sullo specifico con uno sguardo alle misure generali di contrasto destinate all'insieme della popolazione. In tal modo, possiamo meglio notare affinità fra detenuti e altri soggetti definibili come "svantaggiati".
La misura eccezionale di lockdown, ad esempio, poco ha tenuto conto delle diseguaglianze fra cittadini. Il "restare a casa" è un'imposizione più pesante per chi vive in spazi ristretti, o magari proprio una casa non ce l'ha; per chi si è ritrovato tagliato fuori dai suoi cari per le nuove "frontiere" regionali, o chi magari, senza un lavoro regolare, è rimasto senza mezzi di sussistenza da un giorno all'altro.
L'affermazione "siamo tutti sulla stessa barca" dice solo una parte della verità. Se il rischio epidemico mette in luce l'interdipendenza fra uomo e ambiente e fra esseri umani, le possibilità di salvarsi dipendono molto dal tipo di imbarcazione con cui affrontiamo la tempesta. Non c'era bisogno dell'America con i contagi e i morti concentrati nei quartieri poveri degli afro-americani, per ricordarci che la salute dipende anche da fattori socioeconomici e culturali.
E non c'era bisogno delle tante vittime nelle residenze per anziani (non solo in Italia, purtroppo) per ricordarci della particolare responsabilità delle istituzioni nei confronti di chi non è in grado di provvedere da sé alla propria tutela; oppure, di chi ne è impedito (come i detenuti e le detenute).
Così, mentre l'accento del discorso pubblico era (ed è) focalizzato sull'appello alla responsabilità individuale nell'assumere comportamenti corretti e nell'obbedire ai molteplici divieti (secondo il motto "la salute è nelle nostre mani"), sul terreno della responsabilità sociale sono emerse le falle maggiori. Né ci sono segni di ripensamento.
Per gli anziani, a parte le inchieste della magistratura, è assente una seria riflessione, a livello politico, sulle ordinarie distorsioni dell'assistenza nelle case di riposo, che la minaccia epidemica straordinaria ha messo drammaticamente in evidenza.
Se davvero ci fosse la volontà (e la capacità) di ridisegnare le politiche sociosanitarie, il tema della (non) istituzionalizzazione degli anziani dovrebbe essere all'ordine del giorno nel dibattito pubblico.
Un ragionamento simile vale per le persone in carcere: fin dall'inizio non si è tenuto conto del significato che poteva assumere agli occhi di chi è in prigionia l'interruzione dei colloqui coi familiari, dei rapporti col volontariato, delle attività ricreative, educative, culturali. Per dirla in breve: "io resto in cella" è cosa ben diversa da "io resto a casa". Il lockdown è stato per i più uno spiacevole intermezzo di costrizione personale, alleviato dalla prospettiva temporale breve (e, almeno per me, appesantito dalla stucchevole e falsa retorica del "siamo distanti ma vicini"); per i detenuti e le detenute, è facile ricollegare il cosiddetto "distanziamento sociale" a una precisa idea e pratica della pena: il carcere come pura afflizione, spogliato di qualsivoglia valenza educativa e risocializzante; senza più diritti, a cominciare dalla elementare possibilità di mantenere i contatti coi propri cari; senza cioè l'essenziale per dare ai reclusi una speranza di futuro.
Da qui le proteste, la repressione, i tredici detenuti morti. Sui quali è sceso quasi subito un (irresponsabile) silenzio, puntando il dito sulle responsabilità delle vittime (saccheggiatrici di farmaci psicotropi - si dice), per meglio distogliere lo sguardo dalle responsabilità di chi le custodiva. In nome della responsabilità sociale, dobbiamo continuare a nominare quei morti uno per uno, chiedendo verità e giustizia.
Al momento in cui scriviamo, non si può dire che la minaccia coronavirus sia sotto controllo. C'è stato uno sforzo per ridurre di diverse migliaia i detenuti, alleggerendo il sovraffollamento (i detenuti erano scesi a circa 50.000 agli inizi di giugno), tuttavia non si è raggiunta la capienza regolamentare. In altre parole, il carcere attuale non è ancora in grado di assicurare una vita accettabile in condizioni ordinarie; tanto meno nelle condizioni straordinarie della pandemia. Bisognerebbe scendere almeno di altre 3000/5000 unità, per ottenere standard ragionevoli di sicurezza sanitaria: assicurando il distanziamento fisico fra i detenuti nelle attività quotidiane, soprattutto garantendo l'isolamento dei positivi. Rimane anche il problema della tempestività dei test per i i sintomatici, essenziale per garantire le cure adeguate. Né possiamo dimenticarci che tale gestione dell'emergenza coronavirus ha contribuito a diminuire le opportunità per le donne: si segnala ad esempio che in alcune carceri è stato revocato il lavoro esterno alle sole detenute, per problemi di isolamento dal contagio. Ancora una volta gli scarsi numeri della detenzione femminile si sono tradotti in svantaggio, invece che vantaggio.
Veniamo alla narrazione pubblica dell'emergenza coronavirus in carcere. Si è detto e scritto che i contagiati in carcere sono "pochi". Ci si è perfino avventurati in (macabri) paragoni fra i contagi "limitati" nelle carceri e la strage nelle Residenze Assistite per anziani (sottinteso: "per i detenuti si fa perfino troppo"). C'è perfino chi si è buttato a calcolare le percentuali di contagio e di mortalità, che sarebbero inferiori in carcere rispetto al territorio. Una triste contabilità, utile a sostenere che "il carcere è un luogo sicuro", e che "i detenuti stanno meglio dentro che fuori".
Non è difficile rovesciare la funebre logica dall'ottica dei diritti: anche una sola vita persa - quando la si sarebbe potuta salvare- testimonia la violazione di un diritto.
Dietro le "scarcerazioni facili", la negazione dei diritti
Proprio qui sta il punto. Nella polemica sui cosiddetti "boss scarcerati" (basata peraltro su dati falsi, come ormai noto) proprio la salute come diritto è stata messa in discussione, alla radice. Non si è respinta la detenzione in luoghi altri dal carcere (casa, ospedale, residenze sanitarie) per il (supposto) maggior di pericolo di eventuali evasioni; quanto perché - si sostiene- solo il carcere assicura il "giusto" tasso di afflizione, a "giusto" risarcimento morale della società e delle vittime. Il carcere diventa un imperativo "morale", nella logica assoluta che caratterizza tutti gli imperativi a valenza morale-simbolica. In questa luce, non c'è spazio per l'idea stessa dei diritti del detenuto (perfino di quello basilare alla salute).
Nello specchio deformante della giustizia come pura retribuzione, i diritti assumono l'immagine di indebito condono per i reati commessi.
La costruzione mediatica dell'emergenza coronavirus (assecondata dalla gran parte della politica) segue questa linea. Le alternative al carcere per prevenire il contagio sono assimilate alle "scarcerazioni facili". Si utilizzano i casi di reati particolarmente odiosi (vedi il giovane truffatore e assassino della sua insegnante) per presentare il passaggio alla detenzione domiciliare come un rilascio in libertà, chiamando a testimoni i parenti delle vittime che "reclamano giustizia".
Nel mucchio del biasimo sociale, vanno a finire anche le persone (i famosi boss) finite in ospedale in gravissime condizioni di salute, senza che il Covid-19 c'entri per niente. Più in generale, è proprio la salute a non entrarci per niente. E infatti si intervistano le vittime per dire che "non possono tollerare di incontrare per strada i loro carnefici". Il carcere dopo Cristo, scriveva Alessandro Margara: intendendo dopo Cristo giustiziato in croce.
Ovviamente, il discorso sui "boss" facilita l'espulsione della salute dalla narrazione pubblica. Ma è chiaro che il carcere come imperativo "morale" travolge i diritti di tutti, anche dei "poveracci". Peraltro, proprio lì si vuole arrivare.
Per questo, non mi convince la logica difensiva di chi ricorda che i trasferimenti fuori dal carcere hanno interessato solo in minima parte, se non per nulla, i boss. Anche se è vero, ed è importante ristabilire la verità. Ma bisogna aggiungere che anche i colpevoli dei reati più gravi hanno diritto a essere protetti dal virus. Senza se e senza ma.
In nome del carcere dopo Cristo, per chi crede: intendendo Cristo nato e risorto. In nome di una società umana e civile, per tutti e per tutte.
di Liana Milella
La Repubblica, 27 giugno 2020
L'intervista a Mauro Palma. "Stop alle detenzioni inumane nei centri di accoglienza". Una trattativa tra rivolte e scarcerazioni? "Non ci sono evidenze".
"Cambiare subito i decreti sicurezza". "Stop alle detenzioni inumane nei centri di accoglienza". "Riportare il carcere nel solco della Costituzione". Ma anche "non vedo evidenze su una trattativa tra lo Stato e la mafia per ottenere le scarcerazioni". E ancora: "Non leggo le rivolte come organizzate anticipatamente dalle mafie". Questo, e molto altro, nell'intervista a Repubblica di Mauro Palma, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, che oggi presenterà la sua relazione alle Camere.
di Raffaele Marino
Il Riformista, 27 giugno 2020
La "mise en abyme" è una espressione che indica una tecnica nella quale un'immagine contiene una piccola copia di sé stessa, ripetendo la sequenza apparentemente all'infinito. Il termine ha origine in araldica, dove descrive uno stemma che appare come uno scudo al centro di uno scudo più grande. A un analogo accorgimento ricorsivo fa riferimento il cosiddetto "effetto Droste".
Un'immagine in cui è presente l'effetto Droste possiede una piccola immagine di se stessa, localizzata dove dovrebbe trovarsi se si trattasse di un'immagine reale. Questa piccola immagine, inoltre, contiene a sua volta una versione ancora più ridotta di sé, e così via. Tecnicamente non c'è limite al numero di iterazioni, ma in pratica si continua fino a quando la risoluzione permette di distinguere un cambiamento. È quello che si verifica con le intercettazioni.
Da molto tempo l'avvocatura, la dottrina più illuminata, ma anche la magistratura più garantista, hanno denunciato una serie di distorsioni legate all'uso indiscriminato delle intercettazioni, spesso costituente una sorta di scorciatoia probatoria per giungere ad un risultato di provvisoria colpevolezza, strombazzato e amplificato dai media. Si tratta di antichi mali del processo che hanno assunto varie etichette, quali il gigantismo delle indagini preliminari, rispetto alla originaria centralità del giudizio, l'emarginazione della difesa in questa fase iniziale, la scarsa o nulla rilevanza e attenzione alle vittime, la prevalenza dell'uso delle intercettazioni quale pressoché unica fonte investigativa, le cosiddette intercettazioni a strascico dove, ipotizzato un reato, se ne scoprono via via tanti altri, sicché quelle intercettazioni vengono poi usate in svariati processi, sovente legati solo dalla circostanza che le intercettazioni sono le medesime per i fatti più diversi e disparati.
Completano spesso questo quadro desolante la mancanza di qualsiasi riscontro a quanto emerge dalle intercettazioni, la mancata ricerca di interpretazioni diverse da quelle proposte da chi ha ascoltato le conversazioni intercettate, le prassi distorte di ascoltare le conversazioni a distanza di tempo quando i riscontri immediati non possono più utilmente compiersi, la consegna da parte della polizia giudiziaria al Pubblico Ministero a distanza di mesi o addirittura di anni della informativa in cui vengono spiegate le conversazioni intercettate ai fini della sussistenza dei reati e della loro attribuibilità a soggetti determinati.
I tempi delle indagini si allungano sempre di più, il ricorso indiscriminato alle intercettazioni come unica fonte di prova determina altresì un innalzamento dei costi della giustizia, come attestato dal bilancio sociale esposto dalle procure più importanti, che indicano proprio nei costi per le intercettazioni la maggiore fonte di spesa. Eppure il legislatore aveva concepito da sempre il processo penale come un processo che si svolge nei confronti di singole persone e per fatti determinati; eppure il legislatore aveva raccomandato particolare attenzione nell'uso delle intercettazioni proprio per il loro carattere decisamente invasivo del diritto alla riservatezza e alla libertà delle comunicazioni, costituzionalmente protetti; e proprio perché ove necessario, le intercettazioni possono esser compiute anche nei confronti di persona non indagata né imputata, e solo qualora ciò sia indispensabile al fine trovare la prova di colpevolezza.
La recente sentenza delle Sezioni Unite, ormai nota come sentenza Cavallo, sembra porre un argine all'uso indiscriminato delle intercettazioni in processi diversi e per reati diversi da quello nel cui ambito furono autorizzate, e ciò in quanto l'autorizzazione del giudice non si limita a legittimare il ricorso al mezzo di ricerca della prova, ma circoscrive anche l'utilizzazione dei suoi risultati ai fatti-reato che all'autorizzazione stessa risultino riconducibili: è questo l'insegnamento della Corte Costituzionale che fin dal 1991, con la sentenza numero 336, aveva avvertito che l'intercettazione deve dar conto dei soggetti da sottoporre a controllo e dei fatti costituenti reato per i quali in concreto si procede.
Sulle pagine di questo giornale autorevoli studiosi, magistrati, avvocati e docenti hanno ben spiegato come la Corte di Cassazione abbia interpretato la nozione di diverso procedimento e i limiti entro i quali le intercettazioni possano essere utilizzati in un diverso procedimento, che deve essere legato a quello originario da una connessione qualificata, ovvero quando i reati siano stati commessi in concorso da più persone, ovvero dalla stessa persona con un'unica azione ovvero con più azioni ma in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, ovvero se i reati diversi siano stati commessi per eseguire o occultare altri reati e sempre che le intercettazioni per tali diversi reati siano indispensabili e si tratti di reati per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza e che rientrino nel catalogo dei reati previsti dalla legge.
Le Sezioni Unite hanno rimarcato, infatti, che l'utilizzazione probatoria dell'intercettazione in relazione a reati che non rientrano nei limiti di ammissibilità fissati dalla legge si tradurrebbe, come la giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di sottolineare, nel surrettizio, inevitabile aggiramento di tali limiti. Questa interpretazione assolutamente condivisibile della Corte rischia però di esser vanificata dalla (contro)riforma delle intercettazioni varata di recente dal ministro della Giustizia, le cui difficoltà interpretative ed esecutive sono dimostrate dai numerosissimi rinvii alla sua entrata in vigore (l'ultimo disposto col decreto legge 28 del 30 aprile 2020 che ha spostato al primo settembre l'entrata in funzione della nuova legge).
La filosofia della riforma è improntata a un ampliamento dei casi in cui è possibile ricorrere alle intercettazioni, in particolare a quelle a mezzo di captatore informatico: un virus che all'insaputa dell'intercettato viene iniettato in un dispositivo di comunicazione informatico e funge da microfono e telecamera attivabile da remoto. La riforma appare ispirata anche a un ampliamento dei poteri del Pubblico Ministero, cui è affidato l'archivio informatico in cui sono custodite le intercettazioni, e a un ennesimo ed ulteriore ridimensionamento delle facoltà difensive in quanto, da una prima lettura della norma, sembra che i difensori, come avvenuto di recente a Perugia nel cosiddetto processo Palamara, potranno nella fase iniziale solo ascoltare le intercettazioni ma non estrarne copia, con tutte le immaginabili difficoltà di dover ascoltare migliaia di ore di intercettazioni in tempi ristrettissimi e senza poter fare altro che prendere qualche nota. Ma questo è un altro capitolo del disastro della giustizia in atto.










