traniviva.it, 26 giugno 2020
La sua elezione nel corso dell'ultimo Consiglio comunale. Giovedì 2 luglio alle ore 16 presso la Casa di reclusione femminile di Trani (piazza Plebiscito) è in programma la presentazione di Elisabetta De Robertis, eletta dal Consiglio comunale garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Trani. Alla presentazione interverranno Pietro Rossi (Garante regionale), il Sindaco, Amedeo Bottaro, il Presidente del Consiglio comunale, Fabrizio Ferrante, l'assessore alle culture, Felice di Lernia, l'assessore al patrimonio, Cherubina Palmieri, ed il Direttore degli Istituti penali di Trani, Giuseppe Altomare.
di Andrea Purgatori
Corriere della Sera, 26 giugno 2020
Il 27 giugno 1980, il Dc9 Itavia Bologna-Palermo esplose in volo, inabissandosi nei pressi dell'isola di Ustica. I morti furono 81. Ecco che cosa sappiamo di quella strage: dai caccia in volo in quel momento agli infiniti depistaggi. Raccontare la strage di Ustica dopo 40 anni, un tempo infinito per i familiari delle 81 vittime che dal 27 giugno del 1980 aspettano la verità, è un po' come fare la cronaca di una lunga e complessa corsa a ostacoli. Serve la memoria, che conta ma non basta. E non soltanto perché alla Procura di Roma c'è tuttora una inchiesta aperta per stabilire cause e responsabilità dell'esplosione di quel DC9 che volava da Bologna a Palermo in un cielo limpido ma, al contrario di quello che per decenni si sono affannati a sostenere i vertici militari dell'epoca, affollato di caccia di molte nazioni: americani, francesi, britannici e naturalmente italiani. E tutto questo in un Mediterraneo che allora era uno dei luoghi più pericolosi del pianeta. Dove si scaricavano fortissime tensioni internazionali tra i due blocchi, quello occidentale e quello sovietico, ma anche confronti tra nazioni.
Daria Bonfietti, dal 1988 è presidente dell'Associazione dei parenti delle vittime di Ustica (Ansa) Daria Bonfietti, dal 1988 è presidente dell'Associazione dei parenti delle vittime di Ustica (Ansa) Ecco, è in questo contesto che va calata la storia della strage. In una stagione in cui l'Italia giocava su più tavoli, per interessi diversi. Basta pensare alla Libia del colonnello Muammar Gheddafi, che all'epoca era considerato il nemico numero uno dell'Occidente come poi lo sarebbero diventati Saddam Hussein e Osama Bin Laden.
Nel 1980, Gheddafi possedeva il 13 per cento delle azioni della nostra industria più importante: la Fiat. Ci garantiva quasi la metà dell'energia di cui il paese aveva bisogno, tra petrolio e gas. E aveva accolto oltre ventimila lavoratori italiani, che costituivano la forza necessaria a costruire la grande Jamahiria su cui il colonnello aveva fondato la propria ambizione di leader del mondo arabo. Potevano americani e francesi tollerare che l'Italia intrattenesse rapporti tanto ambigui con Gheddafi? Certamente, no. E ce lo avevano detto esplicitamente.
Il DC9 Itavia decolla dall'aeroporto di Bologna alle 20,08 con due ore di ritardo, a causa di un violento temporale. A bordo ci sono due piloti, due assistenti di volo e 77 passeggeri tra cui 13 bambini. La rotta prevede il sorvolo dell'Appennino, la discesa fino a Roma e poi l'ultima tratta lungo l'aerovia Ambra 13 fino a Palermo. Ma è proprio quando l'aereo si trova sull'Appennino che, secondo le perizie radaristiche, si verificano i primi due episodi sconcertanti di questa lunga storia.
Primo. Il DC9 viene agganciato da un altro velivolo, quasi certamente un caccia e forse un Mig libico (tre settimane dopo ne verrà "ufficialmente" rinvenuto uno precipitato sulla Sila), che si mette nella scia dell'aereo civile per nascondersi ai radar. Secondo. Due intercettori F104 dello stormo dell'Aeronautica di Grosseto incrociano il DC9 e rientrano alla base segnalando un'emergenza come previsto dal manuale Nato: volando in modo triangolare sull'aeroporto mentre inviano segnali muti premendo il pulsante della radio. Sull'F104 che dà l'allarme ci sono i piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini.
Alfredo Galasso, avvocato di parte civile dei familiari delle vittime (Ansa) Alfredo Galasso, avvocato di parte civile dei familiari delle vittime (Ansa) Hanno visto l'intruso? Sì, perché volavano "a vista". Ma non potranno mai raccontarlo. Prima di essere interrogati dal giudice Rosario Priore moriranno a Ramstein, in Germania, dove si scontreranno uno contro l'altro durante un'esibizione delle Frecce tricolori.
Intanto il DC9 continua sulla rotta verso Sud. E il controllo del traffico aereo di Ciampino lo segue. Ma la traccia è a zigzag, e i periti la interpreteranno come doppia, confermando la presenza del secondo velivolo sconosciuto. Fino al cielo sulle isole di Ponza e Ustica. Dove pochi secondi prima delle 21 il copilota dice quell'ultima frase, completata da una nuova analisi compiuta da Rainews sulla registrazione del voice recorder: "Guarda cos'è....". Poi l'esplosione e il silenzio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 giugno 2020
L'appello dei detenuti di Rebibbia in una lettera inviata a Rita Bernardini. I detenuti scrivono che "possono entrare solo gli adulti per un'ora al mese, mentre fuori tutti hanno riaperto e i bambini possono andare al parco e al ristorante". "In carcere non vediamo i nostri figli piccoli da mesi, aiutateci!". A scriverlo, con una lettera indirizzata a Rita Bernardini del Partito Radicale, sono gli studenti universitari del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. Mentre il mondo libero ha riaperto tutte le attività, riportando i cittadini a una vita normale, rispettando ovviamente la sicurezza per evitare di essere contagiati dal coronavirus, gli istituti penitenziari ancora hanno fortissime limitazioni. Oggi, infatti, è possibile fare solo un colloquio al mese con una persona adulta.
"Carissima Rita, siamo un gruppo di studenti universitari del reparto di Rebibbia. Vorremmo portarti a conoscenza - scrivono rivolgendosi alla Bernardini - della problematica relativa ai nostri figli, moltissimi in tenera età, che non vedono i propri genitori detenuti da molti mesi in quanto impossibilitati a fare ingresso in istituto, causa emergenza Covid-19".
I detenuti scrivono, appunto, che possono entrare solo gli adulti per un'ora al mese e sottolineano che tutto questo accade mentre fuori tutti hanno riaperto e i bambini possono andare al parco, in spiaggia e al ristornate. Ma nello stesso tempo "non possono incontrare i propri genitori - scrivono i detenuti di Rebibbia alla dirigente radicale - e quindi con gravi ripercussioni... Ti sembra giusto?". Per questo, ora, hanno deciso di lanciare una iniziativa per sensibilizzare le istituzioni di questo problema.
Un problema ben conosciuto da chi si occupa in prima fila dei bambini che hanno i genitori in carcere. Proprio ieri c'è stata una conferenza europea sul tema dell'affettività dove sono intervenuti, tra gli altri, il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, la Garante nazionale dell'infanzia e dell'adolescenza, Filomena Albano, il Capo del Dipartimento della giustizia minorile e comunità Gemma Tuccillo, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, la Past President della rete Cope (Children of Prisoners Europe), Lucy Gampell e la Presidente di Bambinisenzasbarre, Lia Sacerdote.
La domanda chiave parte dalla Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti e dalla Raccomandazione Europea Cm/ Rec (2018) per riflettere sul carcere, diffondere le esperienze positive in atto e contribuire a costruire un sistema penitenziario più umano, giusto e resiliente. Ogni anno l'associazione Bambinisenzasbarre Onlus, all'interno della Campagna europea "Non è un mio crimine ma una mia condanna", promossa dal network europeo Cope (Children of Prisoners Europe) di cui Bambinisenzasbarre è membro per l'Italia e nel board, promuove la campagna italiana "Carceri aperte", in collaborazione con il Dap per portare all'attenzione il tema della relazione figli- genitori detenuti e organizza in ogni istituto penitenziario dei momenti speciali per le famiglie durante tutto il mese di giugno.
Il tema guida della Campagna è il mantenimento della relazione figli- genitori detenuti, diritto rappresentato dalla Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti e la sua applicazione in questi anni nel sistema penitenziario. Quest'anno la Campagna di giugno ' Carceri Apertè, a causa dell'emergenza Covid- 19, è diventata ' In attesa di Carceri Aperte, figli- genitori connessi'. È partita il 26 maggio con la Videoconferenza europea di apertura.
"L'emergenza Covid- 19 ha imposto un blocco anche nel percorso di buone pratiche e procedure aderenti alla Carta attuate nelle carceri italiane. È un blocco - ha affermato Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre - che ci auguriamo rimanga temporaneo, per non disperdere tutto il lavoro di questi ultimi vent'anni.
Il lavoro di monitoraggio previsto dalla Carta ci consentirà di presidiare il dopo Covid e contribuire a mantenere ciò che di positivo l'emergenza ha reso necessario, come l'aumento di contatti con le videochiamate, e le iniziative a distanza introdotte a sostegno integrando e potenziando le buone pratiche consolidate. Nell'emergenza del distanziamento sociale la linea guida è stata quindi, non distanza sociale ma socializzazione della distanza".
Durante la Campagna europea, in particolare in giugno, nel periodo di blocco e post-blocco causato dal Covid-19, Bambinisenzasbarre ha attivato e portato avanti varie iniziative per sostenere, a distanza, le famiglie colpite dai genitori detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 giugno 2020
Si chiamava Giuseppe Pettrone e si è suicidato nel carcere fiorentino di Sollicciano. Gli agenti penitenziari lo hanno ritrovato impiccato ancora agonizzante, ma non sono stati bastati i soccorsi anche con l'ausilio del 118.
Secondo quanto riferisce Gennarino De Fazio, il leader nazionale della Uil-Pa polizia penitenziaria, sembrerebbe che l'uomo si sia impiccato legandosi alla spalliera della propria branda. Un' impiccagione strana, sicuramente non usuale. Il Dubbio ha potuto accertare, tramite fonti interne, che l'uomo non è un detenuto qualsiasi, ma un collaboratore di giustizia. Si chiamava Giuseppe Pettrone, classe 1966, importante per le sue rivelazioni su un clan camorrista.
Ma proprio l'anno scorso, nel corso dell'udienza preliminare a carico di 33 persone accusate, a vario titolo, di aver fatto parte del clan Piccolo-Letizia, il collaboratore disse di temere per la propria vita e di voler ritrattare. In realtà già nel 2007 Pettrone avrebbe temuto per la propria vita: "So che il clan Belforte mi vuole ammazzare", disse agli inquirenti.
Il capo della Uil-Pa, commentando la notizia, afferma duramente: "Oggi la Stato ha perso due volte! La prima perché non ha saputo salvaguardare, nuovamente, una vita umana che gli era stata affidata; la seconda perché non potrà più avvantaggiarsi di un collaboratore di giustizia nella lotta alla malavita organizzata che, per di più, pare avesse in passato riferito di temere per la propria vita.
Il dato, in definitiva, è che nelle carceri si continua a morire, vuoi per un motivo vuoi per un altro, e il ministro Bonafede continua ad essere l'unico vero latitante inacciuffabile. Basti pensare che il carcere di Sollicciano è ancora privo di un comandante titolare della Polizia penitenziaria". Chiosa ancora De Fazio: "Lo abbiamo peraltro detto è lo ripetiamo, il Governo deve varare al più presto un "decreto carceri" che affronti l'emergenza penitenziaria in maniera strutturale e, parallelamente, una legge delega per la riforma dell'Amministrazione e del Corpo di polizia.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2020
Più tutele per i cittadini extra comunitari alla ricerca di "protezione internazionale". La Corte di giustizia di Lussemburgo, con la sentenza 25 giugno 2020, nella causa C-36/20 PPU, ha infatti accordato maggiore libertà nella presentazione delle domande e fissato rigidi paletti per il "trattenimento". Per i giudici europei anche il giudice istruttore chiamato a pronunciarsi sul trattenimento di un irregolare di un paese terzo rientra nel novero delle "altre autorità" preposte a ricevere domande di protezione internazionale e deve informare l'interessato delle modalità concrete di inoltro della domanda. Non solo la persona che abbia manifestato la volontà di chiedere la protezione internazionale non può essere trattenuta a causa delle disponibilità insufficienti in un centro di accoglienza umanitaria.
La vicenda - Il 12 dicembre 2019, un'imbarcazione a bordo della quale si trovavano 45 persone di paesi terzi, tra cui un cittadino del Mali, è stata intercettata dal soccorso marittimo spagnolo nei pressi dell'isola di Gran Canaria (Spagna), dove poi sono stati condotti. L'indomani, un'autorità amministrativa ne ha disposto l'allontanamento e ha formulato una domanda di collocazione in un centro di trattenimento. A questo punto lo straniero ha manifestato l'intenzione di chiedere la protezione internazionale. In mancanza di sufficienti disponibilità in un centro di accoglienza umanitaria, il giudice ne ha però disposto il collocamento in un centro di trattenimento. Da qui il ricorso contro la decisione poi rimbalzato alla Corte Ue.
Investita della questione, la Corte europea ha dichiarato che un giudice istruttore chiamato a pronunciarsi sul trattenimento di un cittadino di un paese terzo in situazione irregolare rientra nella nozione di "altre autorità" (ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 1, secondo comma, della direttiva 2013/32, cd. "direttiva procedure"), che sono preposte a ricevere le domande di protezione internazionale sebbene non siano competenti, a norma del diritto nazionale, a registrarle. Il giudice è poi tenuto ad informare il richiedente sulle modalità concrete di inoltro della domanda. La Corte ha altresì dichiarato che l'impossibilità di trovare un alloggio in un centro di accoglienza umanitaria non può giustificare il trattenimento di un richiedente protezione internazionale.
Le motivazioni - Ricapitolando. In primo luogo, la Corte ha precisato che la scelta dell'aggettivo "altre", testimonia la volontà del legislatore dell'Unione di accogliere una concezione ampia delle autorità che, senza essere competenti a registrare le domande, possono tuttavia riceverle. Tale espressione può, pertanto, ricomprendere tanto autorità amministrative quanto autorità giurisdizionali. Del resto, prosegue la decisione, uno degli obiettivi perseguiti dalla direttiva "procedure" è proprio quello di garantire un accesso effettivo, ossia più facile possibile, alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale. In questo senso, vietare a un'autorità giurisdizionale di ricevere le domande ostacolerebbe la realizzazione di tale obiettivo, in particolare nel caso di procedimenti assai rapidi, nei quali l'audizione del richiedente da parte di un giudice rappresenta la prima occasione per presentare la domanda.
In secondo luogo, il giudice è tenuto a fornire ai richiedenti protezione internazionale informazioni sulle modalità concrete di inoltro della domanda. E qualora il richiedente abbia manifestato la volontà di presentare la domanda a un giudice istruttore, quest'ultimo deve trasmettere il fascicolo all'autorità competente.
In terzo luogo, la Corte ha esaminato la compatibilità del trattenimento con le direttive "procedure" e "accoglienza". Anche in questo ambito, per i giudici, occorre accogliere una concezione ampia della nozione di "richiedente protezione internazionale", al punto che un cittadino di un paese terzo acquisisce tale qualità dal momento in cui presenta una domanda di protezione internazionale. Dunque, la semplice volontà di chiedere la protezione internazionale davanti ad un'"altra autorità", come un giudice istruttore, è sufficiente a conferirgli la qualità di richiedente protezione internazionale.
Di conseguenza, da quel momento in poi, le condizioni di trattenimento sono disciplinate dall'articolo 26, paragrafo 1, della direttiva "procedure" nonché dall'articolo 8, paragrafo 1, della direttiva "accoglienza". E dal momento che l'articolo 8, paragrafo 3, primo comma, di quest'ultima direttiva enumera esaustivamente i vari motivi tali da giustificare il trattenimento e che l'impossibilità di trovare un alloggio in un centro di accoglienza umanitaria non corrisponde ad alcuno dei sei motivi di trattenimento, il trattenimento è contrario alle prescrizioni della direttiva "accoglienza".
di Alessandro Zaccuri
Avvenire, 26 giugno 2020
Condannato a 30 anni, sabato pronuncerà i voti di povertà, castità e obbedienza. Il vescovo Camisasca: nel suo gesto di donazione c'è qualcosa di luminoso, Da ragazzo, per prenderlo in giro, i compagni lo chiamavano "don Luigi". A lui non dispiaceva perché voleva davvero diventare sacerdote, e intanto serviva Messa, pregava, interveniva con un rimprovero quando sentiva bestemmiare. Non avrebbe immaginato di finire in carcere, a scontare trent'anni per omicidio.
Non è questa, però, la fine della storia di Luigi, nome convenzionale dietro il quale si nasconde una vicenda di caduta e di rinascita che monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, racconta ad Avvenire con il consenso dell'interessato. Sabato Luigi, oggi quarantenne, pronuncerà infatti i voti di povertà, castità e obbedienza proprio nelle mani di monsignor Camisasca, con il quale intrattiene da tempo un profondo dialogo spirituale. Sono due strade che si incontrano, quella di Luigi, nato in una famiglia contadina, e quella della Chiesa diocesana, che da tempo svolge un'importante azione pastorale nel carcere di Reggio Emilia. Due i sacerdoti impegnati, don Matteo Mioni dei Fratelli della Carità e don Daniele Simonazzi dei Servi della Chiesa: sono loro ad aver fatto da tramite con il vescovo quando Luigi ha manifestato il desiderio di prendere i voti.
"A Reggio - ricorda monsignor Camisasca - rimangono attive due sezioni dell'articolazione della salute mentale in attesa che apra la Rems, residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Fu uno dei luoghi che scelsi di visitare il 16 dicembre 2012, al mio ingresso in diocesi. Non conoscevo molto la realtà del carcere, lo confesso, ma da allora è iniziato un cammino di presenza, celebrazione e condivisione che mi ha molto arricchito".
La storia di Luigi, dunque. Dopo l'infanzia e l'adolescenza segnate dal desiderio del sacerdozio, quando si trova nell'impossibilità di entrare in seminario il ragazzo cambia vita, bruscamente. Alcol, droghe, episodi sempre più frequenti di violenza, una sregolatezza costante. Si allontana dalla Chiesa, di tanto in tanto sembra trovare un suo equilibrio, ma la dipendenza finisce sempre per avere la meglio. È sotto l'effetto di alcol e cocaina anche la sera in cui, coinvolto in una rissa, commette l'omicidio per cui è condannato.
Al momento del processo, si rifiuta di invocare l'infermità mentale. Un primo segnale di riscatto, un primo passo sulla strada del pentimento e del recupero della propria dignità. Con il ritorno alla fede si risveglia la vocazione, Luigi riprende a pregare, diventa lettore alla Messa domenicale in carcere, studia e prega, prega moltissimo, specie "per la salvezza dell'uomo che ho ucciso", come scrive in una delle numerose lettere scambiate con monsignor Camisasca. "Un passaggio che mi ha molto colpito - afferma il vescovo - è quello in cui Luigi sostiene che il vero ergastolo non si vive dentro una galera, ma fuori, quando manca la luce di Cristo".
L'intuizione dei voti emerge lentamente, ma con chiarezza. "Inizialmente avrebbe voluto aspettare l'uscita dal carcere. È stato don Daniele a suggerirgli un percorso diverso, che gli permettesse di prendere questo impegno solenne già adesso", racconta ancora monsignor Camisasca, che dal settembre dello scorso anno ha intrattenuto con lui un rapporto sempre più fitto. "Nessuno di noi è padrone del proprio futuro - osserva - e questo vale a maggior ragione per una persona privata della libertà. Per questo volevo che Luigi pensasse anzitutto a ciò che significano questi voti nella sua condizione attuale. Per questo l'ho invitato a mettere per iscritto i suoi pensieri e le sue aspettative. Alla fine mi sono convinto che nel suo gesto di donazione c'è qualcosa di luminoso per lui, per gli altri carcerati, per la Chiesa stessa".
A leggere gli appunti di Luigi, ci si rende conto che il linguaggio teologico, acquisito di recente, è sostenuto da una freschezza a tratti quasi infantile. Ecco allora che la castità è anzitutto virtù dello sguardo, capacità di indirizzare gli occhi in modo da "umiliare ciò che è esteriore perché emerga ciò che è più importante della nostra interiorità". La povertà, poi, offre la possibilità di conformarsi alla "perfezione di Cristo, che si è reso povero" promuovendo la povertà stessa "da disgrazia a beatitudine". Ed è rinuncia al superfluo, perché "anelare agli eccessi è sintomo di mancanza di gioia". Per Luigi è povertà anche condividere la vita con le persone che sono detenute insieme con lui. L'obbedienza, infine, è disponibilità a mettersi in ascolto, sapendo che "Dio parla anche attraverso la bocca degli stolti".
"Con la pandemia noi tutti stiamo conoscendo un tempo di combattimento e sacrificio - conclude monsignor Camisasca -. L'esperienza di Luigi può davvero essere un segno collettivo di speranza: non per fuggire dalle difficoltà, ma per affrontarle con forza e consapevolezza. Non conoscevo il carcere, ripeto, e anche per me, da principio, l'impatto è stato molto duro. Mi sembrava un mondo di disperazione, nel quale la prospettiva della risurrezione era continuamente contraddetta e negata. Questa storia, come altre che ho conosciuto, dimostra che non è così. Il merito va all'azione dei sacerdoti e al lavoro straordinario della Polizia Penitenziaria e di tutto il personale sanitario, senza dubbio. Ma c'è dell'altro, c'è il mistero al quale non posso fare a meno di pensare quando sollevo lo sguardo verso il Crocifisso che sta nel mio studio. Viene dal laboratorio del carcere, mi impedisce di dimenticare i detenuti. Le loro sofferenze e le loro speranze sono sempre con me. E riguardano ciascuno di noi".
di Monica Dolciotti
La Nazione, 26 giugno 2020
L'isola-penitenziario cessa definitivamente l'attività di produzione di carni. Mucche, pecore e galline tornano sul continente a bordo di una chiatta speciale. Non è un'arca costruita su indicazione divina da Noè quella salpata ieri dall'isola di Gorgona con 75 animali a bordo. Ma la grande chiatta che verso 20 ha lasciato l'isola carcere e nel cuore della notte ha attraccato nel porto di Livorno con a bordo pecore e galline ha rievocato la suggestiva immagine biblica. L'isola di Gorgona cesserà di essere la colonia penale agricola per rivestire il ruolo di polo del turismo ecocompatibile, punterà sulla produzione di vino, frutta e olio. Il vigneto è gestito dal 2012 dalla ditta Frescobaldi che garantisce l'assunzione di tre detenuti ogni anno.
Il 21 gennaio era stato firmato il protocollo d'intesa tra Comune di Livorno, direzione della casa circondariale, garante dei diritti dei detenuti e Lav (Lega anti vivisezione) per smontare e alienare le attrezzature necessaria alla macellazione e di interrompere così definitivamente la riproduzione degli animali domestici sull'isola. Ieri, dunque, è stata una giornata storica.
Sull'isola sono sbarcati il sindaco Luca Salvetti, Giovanni De Peppo garante dei detenuti, gli assessori Giovanna Cepparello e Andrea Raspanti, il vicepresidente del Parco Stefano Feri, Gianluca Felicetti presidente Lav e ad accoglierli il direttore del carcere Carlo Mazzerbo e Gisberto Granucci, comandante della sezione di Gorgona. Agli ospiti è stato offerto un pranzo vegano preparato dai detenuti Redoan Boucherf vice cuoco, Rosario Rapida fornaio, Adriano Urzini manovale ma prestato per l'occasione alla cucina e Angelo Castorina che lavora allo spaccio-bar dell'isola.
"Per noi oggi essere qui a preparate il pranzo per gli ospiti è stata una festa - hanno detto in corso - quando ci possiamo rendere utili è a una soddisfazione". Detenuti abituati a convivere con centinaia di animali, tanto che la macellazione era diventata pratica pesante. Jennifer e Lilly, storiche mucche, il maialino John e l'asino Cesarino e le scrofe Canale 5 e China con gli occhi a mandorla. Ogni animale, una storia, che ora non terminerà più al mattatoio ma continuerà nei rifugi del Lazio dove tutti questi animali saranno ospitati.
di Daniele Abbiati
Il Giornale, 26 giugno 2020
Loris Cereda, che ha conosciuto la prigione, la racconta in "L'educatore". Non somiglia per nulla né all'Uomo di Alcatraz, né a quell'altro uomo in Fuga da Alcatraz. Perché la galera non ne ha fatto né una sorta di "santo criminale" (diversamente da Robert Stroud, l'omicida ornitologo impersonato da Burt Lancaster nel film di John Frankenheimer), né un fuoriclasse dell'evasione (diversamente da Frank Morris, il rapinatore specializzato nel concedersi.
lunghe licenze non autorizzate impersonato da Clint Eastwood nel film di Don Siegel). Forse perché Claudio Bassetti in galera lavora, anzi lavorava. Ma anche lui è un personaggio da romanzo, come quelli raccontati da Thomas E. Gaddis nel 1955 e da John Campbell Bruce nel 1963. Lui è "L'educatore" (Ex Cogita, pagg. 176, euro 16), e chi lo ha creato, Loris Cereda, nei "Ringraziamenti" finali lo saluta così: "non ha nulla a che vedere con l'educatore che mi ha seguito durante la detenzione, a lui però (quello vero) va la mia riconoscenza, per altro, per molto".
Sì, Loris Cereda in galera è stato, per la precisione a Bollate, fra il 2011 e il 2016, e con L'educatore finisce di scontare la sua pena. Questa volta pagando di tasca propria il tributo alla giustizia interiore. "Un archetipo carcerario - scrive - resiste solo a patto che sia galerabile. Come un sasso che si affina nel rotolamento alle spinte della marea. Ma se, per colpa di uno spigolo troppo acuto, non rispetta il ritmo dell'onda, prende un rimbalzo anomalo, vola sulla spiaggia, viene raccolto da un bambino e lascia per sempre quell'armonia del tempo".
E Claudio Bassetti non è "galerabile". Ha quarant'anni, vive da solo a Milano, anche se ha un'amante (diciamo una e mezza, contando una sua collega), gioca a bridge on line, dalla madre e dalla sorella lontane si fa sentire raramente, mangia male e dorme peggio, e al civico 2 di via San Vittore stende relazioni sui detenuti, quella sorta di giudizio finale, come a scuola a fine anno, che all'esaminando può valere l'affidamento ai servizi sociali, o i domiciliari, oppure addirittura la semilibertà. "Chissà se un giorno la vera valutazione del detenuto avrebbe potuto essere fatta sulla persona e non sulla capacità o meno dell'individuo di rispettare le norme". Questa è la domanda delle cento pistole, ma può bastarne una sola, di pistola, anche senza sparare un colpo, per ribaltare la situazione...
Uno dei racconti che l'amministrazione chiede ai carcerati di scrivere sulla loro esperienza (vogliamo chiamarlo, di nuovo, come a scuola, tema libero? no, non è proprio il caso), quello di Amedeo Fassi, si chiude così: "Quando sogno allora sì che la vita vera torna, come piscio che, passando attraverso il rene in un percorso opposto, si riconverte in sangue". Ecco un'ottima metafora per descrivere la trasvalutazione dei valori riveduta e corretta da Nietzsche. La fine che diventa l'inizio e l'inizio che diventa la fine. Claudio Bassetti è un borghese piccolo piccolo che sceglie il sé stesso della sua prima vita come bersaglio della propria vendetta. Dunque, potremmo considerarlo un eroe del nostro tempo.
pupia.tv, 26 giugno 2020
Proseguono con grande successo le attività dell'associazione Casmu, presieduta da Mario Guida. In un tempo difficile, segnato da restrizioni, difficoltà e angosce per una ripresa che tarda ad arrivare, l'associazione aversana mette in campo il meglio delle sue energie per contribuire ad andare oltre il momento contingente e a guardare con fiducia e speranza al futuro.
Si è concluso da pochi giorni una iniziativa di particolare spessore artistico e culturale, ovvero l'omaggio al maestro Ezio Bosso, amico di PulciNellaMente, la rassegna nazionale di teatro-scuola di Sant'Arpino, da cui Bosso ha ricevuto nel 2009 il Premio PulciNellaMente alla Carriera. "In loving memory di Ezio Bosso" è stato denominato il cartellone delle celebrazioni, ideate ed organizzate da PulciNellaMente con il patrocinio del Comune di Sant'Arpino, dal 15 al 21 giugno. Fondamentale il lavoro svolto dalla Casmu che, oltre a collaborare nelle varie fasi di svolgimento di questo prestigioso evento, si è anche occupata dalla parte tecnica e dei service audio-luci.
Intanto, Casmu sta progettando una serie di manifestazioni musicali, alcune delle quali si terranno alla fine dell'estate, come sempre accomunate da momenti di grande solidarietà perché si svolgeranno nei luoghi della sofferenza e del dolore, come ad esempio le strutture carcerarie che ancora una volta spalancheranno le porte alla cultura, trasformandosi in palcoscenici in cui si rivela la straordinaria attitudine della musica a parlare al cuore di ciascuno di noi e, contemporaneamente, farci riflettere sui grandi temi che toccano la nostra vita, sia come persone che come collettività, mettendo in scena i valori, i sentimenti, le sfide e le speranze in un domani più belle e sereno.
"Da anni - dichiara il coordinatore Mario Guida - non lesiniamo energie pur di testimoniare una solidarietà concreta, piuttosto che evocata, a quanti la vita purtroppo ha riservato sofferenza e disperazione. Il nostro auspicio è che queste iniziative possano indurci a riflettere sull'importanza della musica sia a livello artistico che etico: la cultura può, anzi deve, rappresentare per ciascuno di noi il motore per una rinnovata spinta verso il futuro traducendo in realtà le nostre speranze di cambiamento. Intanto ringrazio l'amico direttore di PulciNellaMente Elpidio Iorio per l'opportunità datami di partecipare alle celebrazioni in ricordo del Maestro Bosso ad un mese dalla sua scomparsa. Un grazie sentito a quanti hanno offerto la loro collaborazione per gli aspetti tecnici, in particolare a Claudio Guarino per l'impiantistica e ad Alfonso Pellegrino, noto dj aversano".
di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 26 giugno 2020
A fronte di un mercato illegale che si è dimostrato flessibile e non è mai venuto meno, i consumatori hanno mantenuto il proprio pattern di uso, anche quando accedere alla sostanza di elezione si faceva più difficile. Apprendere da situazioni extra-ordinarie per meglio comprendere la via da prendere in quelle ordinarie: da qui nasce la forte spinta da parte delle associazioni verso la ricerca sulle variazioni dei consumi in fase di lockdown. Sono state condotte tre ricerche mirate a tre diversi stili di consumo e una quarta indagine qualitativa, trasversale, è in corso, grazie a Forum Droghe, Cnca, Itardd, Itanpud, Neutravel, in collaborazione anche con realtà europee. Dai dati preliminari pubblicati nel Libro Bianco, e nonostante le differenze nei pattern analizzati, emergono comuni aspetti rilevanti, soprattutto sotto il profilo delle strategie che i consumatori hanno adottato nel regolare e rendere funzionale il proprio consumo alle mutate condizioni di vita.
A fronte di un mercato illegale che si è dimostrato flessibile e che non è mai venuto meno, se non per una minor accessibilità nelle prime settimane, i consumatori hanno mantenuto il proprio pattern di uso, anche quando accedere alla sostanza di elezione si faceva più difficile: non ci sono stati viraggi eclatanti su sostanze più reperibili o meno costose, in caso di difficoltà più che ricorrere a un'altra sostanza, si è parzialmente diminuito il consumo, così come l'aumento del consumo di alcool ha riguardato solo i bevitori più che giornalieri, mentre per gli altri è sensibilmente diminuito.
C'è stata capacità di adeguarsi al nuovo setting, con un ampio abbandono degli stimolanti usati nei contesti del divertimento, e la crescita delle motivazioni al consumo di droghe mirate al contenimento di ansia e solitudine, senza tuttavia configurare un picco di queste sostanze.
I processi di autoregolazione hanno mantenuto il limite di spesa - abbassatosi sia a causa di minor reddito che della minor propensione dei pusher a fare credito - come fattore di controllo, anche per chi vive in strada, che non ha visto un aumento delle attività illegali. Non c'è stata sperimentazione di nuove sostanze, in un contesto di solitudine o famigliare che lo sconsigliava e lo avrebbe reso rischioso, e si è cercato il più possibile - ci è riuscito il 60% - di mantenere lo stesso pusher, per limitare i rischi di variazioni nella qualità. Alcuni tra chi consuma eroina si sono rivolti ai servizi per il mantenimento metadonico (+2,4%) e solo il 10% lamenta una carenza dei servizi di rdd. Costi i consumatori ne hanno pagati, ma a causa del mercato: i prezzi sono saliti, la qualità è diminuita.
Ora aspettiamo i risultati definitivi delle ricerche e quanto altre indagini dovranno dirci, augurandoci che si capisca come la ricerca sia necessaria; ma una prima osservazione, per quanto indiziaria, possiamo già farla: a fronte di un mercato illegale che non ha mai smesso di funzionare, nonostante la doppia, potente proibizione, della legge 309 e dei decreti Covid19, i consumatori hanno regolato il proprio consumo, lontani dallo stereotipo che li vede in balìa e alla ricerca di qualsiasi cosa possa alterarli. Una prima buona lezione appresa dal Covid19.
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