di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 26 giugno 2020
Droghe e carcere al tempo del coronavirus: 1 detenuto su 3 è dentro per spaccio. Nel Libro Bianco le conseguenze devastanti della politica penale sulle tossicodipendenze. Il Libro Bianco sulle droghe è giunto alla undicesima edizione, e come ogni anno viene presentato in occasione del 26 giugno, giornata mondiale sulle droghe, nell'ambito della campagna internazionale Support! don't Punish. In assenza della relazione governativa sulle tossicodipendenze, anche quest'anno desaparecida, è il rapporto indipendente di riferimento sui danni provocati dal Testo Unico sulle droghe. Dopo 30 anni di applicazione, le devastanti conseguenze penali della legge Jervolino-Vassalli non possono essere più considerati "effetti collaterali".
La legge sulle droghe continua a essere il volano delle politiche repressive e carcerarie italiane. I dati, presentati da Maurizio Cianchella nel suo aggiornamento delle conseguenze sulla giustizia e sul carcere, sono evidenti. Basti pensare che in assenza di detenuti per art. 73, o di quelli dichiarati tossicodipendenti, non vi sarebbe il problema del sovraffollamento carcerario.
Il 30% dei detenuti entra in carcere per l'art. 73 del Testo Unico (spaccio) mentre a fine anno il 35% è in carcere per una violazione del DPR 309/90. Gran parte sono pesci piccoli, pochissimi i narcotrafficanti. Questo a conferma di come "il proibizionismo sia addirittura utile ai consorzi criminali più potenti organizzati, ripulendo il mercato dai competitor meno esperti" scrive Cianchella.
Allarmante poi il dato dei "tossicodipendenti" entrati in prigione, che arriva al 36,45%, in aumento costante da 4 anni. A fine anno, rappresentano il 27,87%, una presenza maggiore anche rispetto al picco post applicazione della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007). Si conferma un trend in aumento delle misure alternative che, fatto positivo in sé, nasconde anche "una tendenza all'allargamento dell'area del controllo" più che essere una alternativa alla detenzione.
Sono 217.855 le persone con procedimenti pendenti al 31/12/2019, l'80% per spaccio (art. 73). Illuminante il dato portato da una ricerca di Massimo Urzi contenuta negli approfondimenti di questa edizione: mentre quasi 1 procedimento su 2 per droghe termina con una condanna, questo rapporto diventa 1 su 10 per i reati contro la persona o il patrimonio. Il sistema è quindi piuttosto efficiente a condannare e portare in carcere gli spacciatori, nonostante quello che dicono Salvini e Lamorgese.
Drammatico il dato delle segnalazioni ai Prefetti per i consumatori. In continuo aumento dal 2015, nel 2019 sono state oggetto di segnalazione 41.744 persone. Più di 4.000 sono minorenni. In un terzo dei casi vengono comminate sanzioni che, ricordiamolo, sono pesantissime: la sospensione della patente di guida (anche se al momento della perquisizione non si era alla guida), del passaporto (o della Carta Identità valida per l'espatrio), del porto d'armi o del permesso di soggiorno per motivi di turismo (se cittadino extracomunitario).
Risulta irrilevante la vocazione "terapeutica" della segnalazione: solo 202 richieste di programma di trattamento socio-sanitario, nel 2007 erano 3.008. La repressione colpisce principalmente persone che usano cannabis (77,95%), seguono a distanza cocaina (15,63%) e eroina (4,62%), irrilevanti le altre sostanze. Dal 1990 1.312.180 persone sono state segnalate per uso di sostanze: di queste quasi un milione (73,28%) per cannabis.
Questa del resto è la sostanza al centro dell'azione repressiva sia per numero di operazioni, che per sequestri e persone segnalate all'attività giudiziaria. Lo si nota anche da una analisi retrospettiva dei dati della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga che mette in luce anche come, nel periodo in cui era vigente la Fini-Giovanardi, che equiparava tutte le sostanze, si sia divaricata la forbice fra operazioni con oggetto cannabis (in continuo aumento) e operazioni contro cocaina e eroina, in diminuzione. Per quest'ultima il calo del numero delle operazioni continua anche negli ultimi anni.
Restano significativi, pur se disomogenei e di difficile interpretazione (anche secondo l'Istat), i dati rispetto alla guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti. Ad esempio durante i controlli nelle notti dei week end, le violazioni accertate dai Carabinieri rappresentano solo lo 0,27% dei controllati. Rispetto alle positività accertate a seguito di incidente questa percentuale sale al 3,20% nel corso dei primi 10 mesi del 2019 (Carabinieri e Polizia Stradale). Ricordando che spesso la positività al test non è prova di guida in stato alterato (in particolare per la cannabis), possiamo affermare che l'uso di droghe non è certamente la causa principale di incidenti in Italia.
Il rapporto presenta poi un focus sulle conseguenze della crisi Covid-19 su carcere e consumi. Inoltre, come ogni edizione del passato, contiene riflessioni e approfondimenti sul sistema dei servizi, sulla riduzione del danno e sulle prospettive di riforma delle politiche sulle droghe a livello nazionale ed internazionale.
La Repubblica, 26 giugno 2020
Il proibizionismo in Italia costa 20 miliardi di euro in mancate entrate per lo Stato, rallenta la giustizia e sovraffolla le carceri. Durante il lockdown i consumatori di droghe hanno dimostrato "capacità di autoregolazione" e il mercato illegale "flessibilità e resilienza" e soprattutto non si è fermato, mentre i servizi pubblici hanno saputo adattarsi solo a macchia di leopardo alla nuova situazione. È il quadro tratteggiato dall'XI edizione del Libro Bianco sulle Droghe, in particolare sugli effetti del Testo Unico sulle sostanze stupefacenti Jervolino-Vassalli, che ogni anno viene presentato in occasione del 26 giugno, Giornata mondiale sulle Droghe, nell'ambito della campagna internazionale di mobilitazione "Support! don't Punish".
È promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali con l'adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica Cgil, Gruppo Abele, Itardd e Itanpud. I promotori chiedono che il Parlamento definisca nuove regole per consentire un consumo consapevole della cannabis legalizzandone produzione, consumo e commercio e cancellando anche le pesanti sanzioni per la detenzione delle altre sostanze proibite.
Sugli oltre 60.000 detenuti presenti in carcere al 31 dicembre 2019 ben 14.475 lo erano a causa del solo art. 73 del Testo unico (sostanzialmente per detenzione a fini di spaccio, 23,82%). Altri 5.709 in associazione con l'art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, 9,39%), solo 963 esclusivamente per l'art. 74 (1,58%). Questi ultimi rimangono sostanzialmente stabili. Nel complesso vi è una impercettibile diminuzione dello 0,67%.
Resta ai livelli più alti degli ultimi 15 anni la presenza di detenuti definiti "tossicodipendenti": sono 16.934, il 27,87% del totale. Questa presenza, che resta maggiore anche rispetto al picco post applicazione della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007), è alimentata dal continuo ingresso in carcere di persone "tossicodipendenti". Nel 2019 questi sono stati il 36,45% degli ingressi nel circuito penitenziario, in aumento costante e preoccupante da 4 anni. Una legge che, secondo gli autori del Libro Bianco, ha conseguenze dirette sulla Giustizia con oltre 200 mila fascicoli nei tribunali. Le persone coinvolte in procedimenti penali pendenti per violazione dell'articolo 73 e 74 sono rispettivamente 175.788 e 42.067. È un dato che, pur in leggera diminuzione, si allinea "agli anni bui della Fini-Giovanardi".
Mentre quasi 1 procedimento su 2 per droghe termina con una condanna, questo rapporto diventa 1 su 10 per i reati contro la persona o il patrimonio.
Continuano ad aumentare le misure alternative, fatto positivo in sé,- dicono gli autori - ma che nasconde anche una tendenza che fa pensare che siano diventate una alternativa alla libertà invece che alla detenzione. Consentendo così di ampliare l'area del controllo. Continua ad aumentare la repressione del consumo: su quasi 44.000 segnalazioni (+6,67%) solo 202 richieste di programma terapeutico. La cannabis - sottolineano infine gli autori - è al centro dell'azione delle forze dell'ordine, mentre con la Fini Giovanardi è vistosamente calata l'attività di contrasto a cocaina e eroina.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 26 giugno 2020
A Detroit è appena emerso quello che potrebbe essere il primo caso noto di arresto di un innocente deciso col riconoscimento facciale. Mentre milioni di cittadini protestano sul palcoscenico delle piazze e delle strade d'America contro il razzismo e gli abusi della polizia, dietro le quinte va in scena uno scontro meno spettacolare ma ancor più rilevante: quello per evitare, nella repressione dei crimini, l'uso di tecnologie digitali sempre più potenti ma imprecise e basate sui pregiudizi di chi sviluppa gli algoritmi.
A Detroit è appena emerso quello che potrebbe essere il primo caso noto di arresto di un innocente deciso col riconoscimento facciale: Robert Julian-Borchak Williams, un professionista di colore di 42 anni ammanettato nel giardino della sua villetta davanti alla moglie e alle figlie, accusato di un furto commesso un anno e mezzo prima in un negozio di orologi.
Non era lui: i detective se le sono resi conto mentre gli mostravano, interrogandolo, tre foto riprese dalle telecamere del negozio. Williams si è fatto 30 ore di prigione e il procedimento non è ancora estinto. Tre cose impressionano di questo caso: l'approssimazione della polizia (nessuna indagine, solo il confronto delle immagini delle telecamere con un database di 49 milioni di foto), le carenze investigative occultate dietro la tecnologia ("ha sbagliato il computer") e il giudizio cinico dell'avvocato di Williams: "Lui è fortunato: è ancora vivo. Quando gli agenti devono arrestare un afroamericano così grosso vanno nel panico".
È, allora, benvenuta la notizia del blocco di un sistema di riconoscimento facciale creato da due professori e da uno studente della Harrisburg University: un algoritmo che, sulla base dei tratti somatici, dovrebbe predire, con l'80 per cento di accuratezza, chi diventerà un criminale. Siamo al recupero di tesi pseudoscientifiche da tempo archiviate, da quelle di Lombroso alle teorie naziste della razza, rivitalizzate usando intelligenza artificiale e machine learning: lo hanno denunciato 2256 scienziati, sociologi e filosofi della neonata Coalizione per la critica della tecnologia (Cct).
La rivista scientifica Springer Nature non pubblicherà lo studio, ma non è detto che sia finita qui: il Cct denuncia il proliferare di ricerche computazionali per predire i crimini basate su algoritmi che risentono di pregiudizi e usano in modo scorretto dati biometrici o statistiche dei reati commessi dai vari gruppi sociali. Strumenti tanto potenti quanto difettosi che vengono ugualmente utilizzati da start up prive di scrupoli e offerti alle polizie Usa.
di Pierfrancesco Majorino*
huffingtonpost.it, 26 giugno 2020
L'Italia si accinge a fornire all'Egitto la più grossa commessa militare della propria storia. Nel frattempo:
1) L'ultima richiesta all'Egitto da parte del nostro Paese di elementi necessari a far progredire l'incriminazione dei cinque membri della sicurezza nazionale che potrebbero essere responsabili dell'assassinio di Giulio Regeni (il loro indirizzo di residenza per le carte processuali) è rimasta immancabilmente inascoltata.
2) Il 16 giugno è stata prorogata di altri 15 giorni la carcerazione preventiva per lo studente dell'Università di Bologna Patrick Zaki, che è chiuso da 100 giorni in un carcere egiziano senza incriminazioni né processo (e resta a lungo senza visite della famiglia né degli avvocati).
3) Sarah Hegazi, l'attivista egiziana arrestata tre anni fa per aver sventolato una bandiera LGBT a un concerto, torturata, molestata e in seguito esiliata in Canada dopo essere stata licenziata, era così tormentata dal fantasma delle torture che si è tolta la vita. Il suo biglietto d'addio non lascia dubbi sulle cause della sua decisione.
4) Di Alaa Abd el Fattah, uno dei giovani intellettuali più importanti del paese, detenuto con il solito pretesto della carcerazione preventiva rinnovata all'infinito, in piena emergenza Covid la famiglia non ha nessuna notizia da quasi un mese. Per chiedere una sua lettera, la madre Laila ha dormito per due notti davanti alle porte del carcere ed è stata strattonata dalle guardie, che hanno minacciato di sottrarle il cellulare.
5) Le due sorelle di Alaa, Mona e Sanaa, facendo compagnia alla madre fuori dal carcere sono state aggredite da un gruppo organizzato di donne sotto gli occhi indifferenti delle guardie e derubate dei cellulari; quando con gli abiti strappati ed evidenti contusioni sono andate a denunciare l'accaduto, Sanaa è stata caricata all'improvviso su un veicolo non contrassegnato e portata davanti al Procuratore di stato, dove le sono stati comminati 15 giorni di carcere preventivo con le stesse accuse pretestuose rivolte a George Zaki e tantissimi altri.
6) Poche ore dopo, le forze di sicurezza egiziane hanno fatto irruzione nella redazione di Almanassa al Cairo, frugando fra le carte e sequestrando computer. La direttrice Nora Younis è stata caricata su un veicolo non contrassegnato e portata in un luogo ignoto.
7) La mattina dopo è arrivata tramite Human Rights Watch la notizia che i parenti dell'attivista Mohamed Soltan hanno subito due raid in casa nel cuore della notte nel giro di quindici giorni, e che nel secondo gli agenti di sicurezza hanno sequestrato cinque dei suoi cugini, tutti fra i 20 e i 24 anni, per poi rilasciarli ore dopo. Mohamed Soltan vive in esilio negli Stati Uniti, e il 1° giugno aveva presentato sotto il Torture Victim Protection Act americano una denuncia per torture contro l'ex primo ministro egiziano Beblawy.
Questa è la quotidianità nel Paese con cui vogliamo fare un affare storico da 9 miliardi di euro vendendogli due fregate militari, quattro navi, 20 pattugliatori, 24 caccia, e 24 aerei addestratori e che è diventato il primo paese importatore della nostra industria bellica.
Il tutto mentre la legge n. 185 del 1990 vieta esplicitamente le esportazioni di armamenti verso i Paesi i cui governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani e mentre dovrebbe avere ancora validità la decisione del Consiglio Europeo Affari Esteri di "sospendere le licenze di esportazione verso l'Egitto di attrezzature che potrebbero essere usate a fini di repressione interna" e "rivedere la loro assistenza nel settore della sicurezza con l'Egitto". Decisione evidentemente disattesa dall'Italia e da altri 11 paesi. Va tutto bene?
*Europarlamentare Pd
di Alberto Negri
Il Manifesto, 26 giugno 2020
L'annessione avviene al culmine di un drammatico percorso di vent'anni condiviso da Usa e Israele per la disgregazione dei popoli mediorientali e di cui gli europei sono complici. L'annessione israeliana della Cisgiordania è una vicenda così brutale che soltanto una guerra e l'incombente crisi della Nato - in atto in Libia - potrebbero oscurare dagli schermi internazionali. La mobilitazione nazionale di domani a Roma per la Palestina illumina finalmente lo scenario. Le grandi potenze mondiali, Usa, Russia e Cina, sono come le tre scimmiette: non sento, non vedo non parlo. Per vari motivi sono soggiogate dalle mosse israeliane.
Gli Stati Uniti hanno un asse privilegiato con Tel Aviv, una potente comunità ebraica maggioritariamente di destra, e sono in piena campagna elettorale; Mosca si serve di Israele e di un 1,5 milioni di cittadini ebraici di lingua russa per aggirare le sanzioni e rimanere indisturbata in Siria con le basi militari, mentre gli aerei israeliani bombardano ogni giorno; la Cina deve far fuori gli uiguri, la sua popolazione musulmana dello Xinjiang nei campi costruiti da Pechino.
Fare a pezzi la Palestina sembra convenire un po' a tutti. Qui c'è un virus che non ha ancora un antidoto: Israele ha ragione anche quando ha torto e noi lasciamo fare. L'Europa, un ectoplasma con storici sensi di colpa, invia segnali flebili mentre l'Onu alza un po' la voce perché stanno cancellando le risoluzioni storiche del Palazzo di Vetro.
Abbiamo soluzioni diplomatiche? Sembra di no. Si tratta di un atto di forza e in violazione del diritto internazionale: ma l'annessione della Valle del Giordano non è considerata come l'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein per cui nel 1991 si fece una guerra che portò poi ad altre guerre e allo sfacelo del Medio Oriente.
In realtà l'annessione avviene al culmine di un drammatico percorso di vent'anni condiviso da Usa e Israele per la disgregazione dei popoli mediorientali e di cui gli europei sono complici. La guerra in Afghanistan del 2001, l'occupazione dell'Iraq nel 2003, la guerra per procura in Siria per abbattere Assad, i raid in Libia del 2011 per far fuori Gheddafi. Direttamente o indirettamente gli Stati uniti hanno provocato milioni di morti e di profughi, manovrato i jihadisti con la Turchia, perseguito la distruzione di intere nazioni come Iraq, Siria, Libia, per lasciare infine a Israele il ruolo di superpotenza regionale.
Ecco il vero "piano di pace" realizzato in Medio Oriente. Che ha un obiettivo preciso, oltre a favorire Israele: inviare un monito per tutti gli stati della regione che stanno ancora in piedi. Non è detto che un domani alcuni di questi Paesi siano ancora sulla mappa, anzi già in parte lo sono solo virtualmente. La Siria occupata da eserciti stranieri è un esempio, l'Iraq pure, lo Yemen anche, domani potrebbe toccare alla Libia. Israele ha uno statuto speciale fondato sull'Olocausto perpetrato in Europa da Germania, Italia e da regimi europei collaborazionisti con il nazi-fascismo e conniventi con le infami leggi razziali. Ricordiamoci sempre che i veri nemici di Israele sono anche nostri nemici storici e dell'umanità. Ma l'orrore di un tempo non giustifica le violazioni eclatanti di oggi e il perdurare, dal 1967, dell'occupazione dei Territori palestinesi a seguito della "Guerra dei Sei giorni".
L'annessione della Cisgiordania è stata favorita dagli Stati Uniti. Soltanto un ingenuo poteva credere che con il piano Kushner piovessero sui palestinesi miliardi di dollari. I palestinesi sono divisi tra di loro, lacerati. Figuriamoci se gli davano pure i quattrini. Si trattava della solita tattica dilatoria per consentire a Netanyahu di mettere a punto i suoi progetti. Con la complicità di un mondo arabo fatto di monarchie assolute e dittatori che fingono d'indignarsi.
Neppure Erdogan farà nulla perché, come Israele, occupa territori altrui in Siria, dove nel Nord ha fatto la sua Gaza a danno dei curdi, e ora partecipa alla spartizione di influenze in Libia. In Siria Israele occupa il Golan dal 1967 e la Turchia ambisce a far parte ufficialmente del "condominio siriano" insieme allo stato ebraico e alla Russia. Persino le sacrosante rivendicazioni degli afroamericani sono manipolate. Tutti a inginocchiarsi perché la polizia ammazza neri e latinos ma nessuno che alzi il sopracciglio se gli israeliani uccidono un ragazzo autistico disarmato alla porta dei Leoni di Gerusalemme.
E noi caschiamo volentieri in questa trappola perché ci assolve dal dovere di opporci a quello avviene in Cisgiordania. Le vite dei neri contano, come quelle dei palestinesi e di tutti noi. Di questo passo un giorno faremo fatica a spiegare chi sono i palestinesi o i curdi, per i quali abbiamo speso belle parole quando nell'ottobre scorso sono stati fatti fuori da Erdogan. Solo belle parole, però. Qui di parola ne serve una sola: giustizia. Ci resterà strozzata in gola, forse faremo fatica persino a pensarla quando, guardando la mappa del Medio Oriente, cancelleremo la parola Palestina anche dai nostri cuori traditori.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 26 giugno 2020
Gli agenti protestano deponendo pistole e manette. Hanno le loro ragioni, come ce le hanno pure le centinaia di persone - non erano tutti teppisti - ferite o mutilate a vita al termine di una manifestazione. Ancora ieri il governo francese ha usato di nuova la retorica degli "eroi di tutti i giorni". Lo ha fatto il ministro dell'Interno Christophe Castaner al Senato a proposito delle forze dell'ordine, ma è il destino che di recente tocca a tante categorie che svolgono compiti difficili, essenziali e poco pagati: infermieri, poliziotti, fattorini, specie in tempi di pandemia.
A parole tutti eroi, e chi potrebbe negarlo? Solo che poi, nei fatti, durante un corteo agli Invalides l'infermiera Farida ha ricevuto la sua dose di lacrimogeni, ha risposto lanciando pietre e insulti ed è stata selvaggiamente picchiata e arrestata; nello stesso corteo un agente caduto a terra è stato massacrato a calci dai black bloc; e lì vicino, a due passi dalla Tour Eiffel, il fattorino Cédric Chouviat a gennaio era stato soffocato e ucciso durante un controllo.
C'è la retorica degli "eroi", ma gli stessi eroici infermieri, poliziotti o fattorini risultano essere vittime in vario modo di una gestione fallimentare dell'ordine pubblico, problema già grave ben prima della morte di George Floyd a Minneapolis. Gli agenti si sentono sotto accusa e protestano deponendo pistole e manette. Hanno le loro ragioni, come ce le hanno pure le centinaia di persone - non erano tutti teppisti - ferite o mutilate a vita al termine di una manifestazione.
L'alternativa ideologica tra legge-ordine da un lato e anarchia distruttiva dall'altro è assurda, e tra i compiti di un governo democratico ci sarebbe quello di superarla. La retorica degli "eroi" serve allora a mascherare le mancanze delle autorità, per esempio dello stesso ministro Castaner o del prefetto di Parigi, Didier Lallement, regolarmente incapaci di fare valere sul terreno la differenza tra manifestanti pacifici e vandali. Spetta al governo e ai suoi alti funzionari, e non al poliziotto eroe preso di mira dai violenti, elaborare una strategia che tuteli il diritto democratico di manifestare.
di Laura Ghiandoni
Il Manifesto, 26 giugno 2020
Amnesty accusa. Mentre soffiano venti di "guerra dell'acqua" con Egitto e Sudan, in Amhara e Oromia è strage tra le minoranze. Il premier, Nobel per la pace 2019, sotto pressione anche per il rinvio delle elezioni. All'inizio di giugno il governo etiope ha deciso di rimandare a data da destinarsi le elezioni previste in agosto a causa della pandemia. Nonostante nelle ultime settimane siano triplicati i casi di di Covid-19 e sia unanime la convinzione che un'espansione dell'epidemia non troverebbe il sistema sanitario etiope pronto, le polemiche per il rinvio del voto parlamentare, fuori e dentro lo stesso partito al governo, non si sono fatte attendere.
L'8 giugno la presidente della camera alta del parlamento, Kereya Ibrahim, si è dimessa accusando Abiy Ahmed di aver violato la costituzione con il solo obiettivo di rimanere al potere. Il primo ministro, premio Nobel per la Pace 2019, con un discorso rivolto a tutti, ha risposto cercando di tranquillizzare i partiti e dicendo che dovranno attendere solo pochi mesi per avere le elezioni democratiche promesse. Ma le polemiche continuano. Così come è in pieno corso la turbolenta trattativa con Egitto e Sudan sul riempimento della mega-diga sul Nilo, la Grand Ethiopian Renaissence Dam, che per gli etiopi sarebbe la soluzione per risolvere una volta per tutte il problema della carenza di energia elettrica in tutto il Paese, grazie agli oltre 6mila kilowat che promette di produrre. Invece oggi rischia di causare un conflitto armato tra i tre paesi coinvolti: la diga modificherebbe in maniera rilevante il flusso del Nilo, e quindi la naturale irrigazione del territorio attraversato dal fiume in Egitto e Sudan.
Gli Stati Uniti sono stati il primo mediatore interpellato per risolvere la questione, ma il 20 giugno l'Egitto ha chiesto ufficialmente che siano le Nazioni Unite a fornire un aiuto per risolvere la complessa questione. Il timore del Cairo è che durante il periodo di riempimento dell'importante infrastruttura venga prosciugata una parte del suo territorio. Mentre l'ipotesi di una guerra internazionale dell'acqua avanza, le divisioni legate ai conflitti etnici divampano all'interno del Paese. Abiy Ahmed dopo aver liberato nel febbraio 2018 migliaia di oppositori incarcerati dal governo precedente, ora deve confrontarsi con le divisioni fomentate da molti degli stessi attivisti liberati. Alcuni politici sono tornati a fare opposizione a volte rimarcando le differenze di tradizioni, lingua e costume tra le varie etnie per incitare all'odio sui social, o per aggredire con incursioni armate i gruppi considerati nemici.
Alla fine di maggio Amnesty International ha pubblicato un report intitolato Beyond Law Enforcement che accusa duramente il governo di Addis Abeba per non aver protetto le minoranze etniche dalle aggressioni delle popolazioni maggioritarie. Ma c'è di più, il report racconta grazie a testimonianze verificate che le forze di sicurezza governative regionali si sarebbero schierate con il proprio gruppo etnico, partecipando alle incursioni contro le minoranze e causando centinaia di morti nelle regioni Amhara e Oromia.
In Amhara, il 10 e l'11 gennaio 2019, sono state uccise in questo tipo di incursioni circa 60 persone appartenenti alla minoranza Qimant, che aspira all'autonomia. Gli attacchi, secondo le testimonianze raccolte da Amnesty, sono stati compiuti dalle stesse forze di sicurezza governative, di etnia Amhara. 30 cittadini Qimant sarebbero inoltre stati uccisi a Gondar, portando a oltre 400 i morti da metà ottobre.
Anche nella regione Oromia si contano migliaia di morti, una parte dei quali legati al confronto tra il governo centrale e l'Oromo Liberation Front, il partito di Jawar Mahammed, l'attivista che ha già aveva spinto la popolazione alla rivolta nel 2016 e che oggi, via social, oltre a denunciare la repressione incita apertamente alla violenza inter-etnica.
di Stefano Anastasia e Francesco Urbinati
volerelaluna.it, 25 giugno 2020
È presto per cantare vittoria, ma per il momento una buona stella ha protetto il nostro sistema penitenziario dalla esplosione della pandemia all'interno delle carceri. Ci sono stati positivi, malati e anche qualche morto, ma solo due-tre focolai, a Torino e in altri istituti del Nord Italia. Poteva andare peggio, molto peggio, in carceri in cui nella stessa stanza di pochi metri quadri convivono fino a sette, otto persone, in cui decine di detenuti usano le stesse docce e gli stessi servizi.
di Marco Perduca*
Il Riformista, 25 giugno 2020
Il 23,8% dei detenuti in Italia è in galera per detenzione ai fi ni di spaccio. Un milione di persone segnalate per cannabis. Il governo sarà capace di rivedere cosa non funziona (quasi tutto) nel Testo unico che è del 1990?
Dal 1987 il 26 giugno si celebra la Giornata mondiale contro l'abuso e il traffico illecito di droga. Per combattere "meglio" questi fenomeni, nel 1988 fu adottata una terza Convenzione sugli stupefacenti e dieci anni più tardi si tenne la prima sessione speciale dell'Assemblea generale dell'Onu dedicata a questo tema.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 giugno 2020
Aumenta l'età media delle pene e l'età media della popolazione detenuta. In breve tempo la popolazione carceraria ultra 70enne è triplicata. Negli ultimi anni sono aumentate l'età media delle pene, aumenta l'età media della popolazione detenuta stessa e di conseguenza abbiamo triplicato, rispetto al 2005 (il primo dato disponibile sul sito del ministero della Giustizia), la popolazione ultra 70enne.
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