di Luigi Romano
napolimonitor.it, 24 giugno 2020
Le dichiarazioni del magistrato Nino Di Matteo, presidente dell'Associazione nazionale magistrati di Palermo, sulla presunta trattativa tra stato e mafia durante la rivolta al carcere di Salerno lo scorso 7 marzo, rappresentano un clamoroso tentativo - condiviso in queste settimane con alcune "correnti" vicine al mondo dell'antimafia - di riscrittura dei fatti che hanno riguardato le prigioni del paese durante i primi mesi dell'emergenza Coronavirus.
La Repubblica, 24 giugno 2020
Proteste da parte delle opposizioni dopo l'annuncio del ministro D'Incà. Anche al Senato l'approvazione del decreto era arrivata con la stessa procedura. Dopo il Senato, ora tocca alla Camera. Ancora una volta il governo ha posto la questione di fiducia sull'approvazione di un provvedimento legislativo, in questo caso il decreto carceri. L'annuncio è arrivato nel primo pomeriggio dal ministro ai Rapporti con il Parlamento, Federico d'Incà, ma le sue parole sono state accompagnate dalle proteste dei deputati dei partiti di opposizione.
di Ada Maurizio*
educationduepuntozero.it, 24 giugno 2020
Quali competenze deve avere un docente che lavora in carcere? Occorre una formazione specifica o è sufficiente imparare sul campo, magari sostenuti dai colleghi più esperti? Negli ultimi cinque anni ho incontrato molti professori che insegnano in carcere, molti colleghi dirigenti e altrettanti educatori e agenti. Ho visitato molti penitenziari italiani e ho conosciuto i direttori, i comandanti e gli educatori. Nel carcere operano molte figure professionali che appartengono a organizzazioni pubbliche e private diverse tra loro.
Quali competenze deve avere un docente che lavora in carcere? Occorre una formazione specifica o è sufficiente imparare sul campo, magari sostenuti dai colleghi più esperti? Negli ultimi cinque anni ho incontrato molti professori che insegnano in carcere, molti colleghi dirigenti e altrettanti educatori e agenti. Ho visitato molti penitenziari italiani e ho conosciuto i direttori, i comandanti e gli educatori. Nel carcere operano molte figure professionali che appartengono a organizzazioni pubbliche e private diverse tra loro. Oltre agli educatori e agli agenti, ci sono i volontari, gli operatori del terzo settore, i medici, gli infermieri e gli psicologi della Asl, i cappellani e i ministri di altri culti religiosi. Chi entra in carcere per insegnare deve innanzitutto essere consapevole di entrare in un universo composito e complesso, dove la maggior parte delle regole non è scritta e non è sempre chiara.Circa tre anni fa ho intervistato, per il mensile Dirigere la scuola, Edoardo Albinati, docente di lettere nel carcere romano di Rebibbia, sceneggiatore e scrittore, vincitore del premio Strega 2016. Mi colpì una sua riflessione: "chi lavora nella scuola in carcere mette alla prova in condizioni estremamente disagiate le proprie capacità umane e le competenze professionali. È una sperimentazione costante, di metodi e di contenuti e delle energie umane che occorre mettere in campo per renderli disponibili agli studenti. In una professione alla lunga frustrante come quella dell'insegnante, si può essere attratti dall'idea che lavorare in carcere permetta di vivere un'esperienza più intensa o più autentica. Ma forse si tratta di un'idea retorica".
Molti docenti si ritrovano a insegnare in carcere per caso e l'impatto iniziale può essere faticoso e stressante. Capita che in assenza di una formazione specifica, i colleghi più 'anziani' siano un modello di comportamento da seguire ma occorre fare attenzione. Chi lavora in carcere da molto tempo potrebbe aver acquisito atteggiamenti stereotipati e poco coerenti con il proprio ruolo. Mi è capitato più volte di osservare docenti che, più o meno consapevolmente, si sentivano più parte del personale interno degli istituti penitenziari che della scuola e agivano di conseguenza. Non dimentichiamo che nella storia dell'istruzione in carcere, che nasce in Italia nella seconda metà dell'Ottocento, è recentissimo il riconoscimento del settore e la sua collocazione nei CPIA. La formazione specifica, poi, ha di fatto ignorato, da oltre trent'anni, la categoria dei docenti 'carcerari', salvo qualche isolata iniziativa. Non è difficile, quindi, comprendere l'assenza di una identità specifica del docente che insegna in carcere.
La costruzione di un'identità - Nel 2017 ho coinvolto gli insegnanti della casa circondariale di Regina Coeli e dell'Istituto Penale Minorile Casal del Marmo di Roma in un percorso formativo che fosse il primo passo nella costruzione di un'identità, a partire dalla definizione di un profilo di competenze. Con Elena Zizioli, ricercatrice dell'Università Roma Tre - Creifos ed Elisabetta Colla, funzionario della Direzione Generale della formazione del Ministero della Giustizia, abbiamo progettato e condotto un percorso di formazione, consapevoli che non sarebbe stata proponibile ed efficace una modalità solo frontale: "a favore di un'utopia che trasforma il quotidiano, durante l'esperienza, ci si è dati il compito di provare a costruire, dopo una necessaria opera di decostruzione, un nuovo modello di scuola in carcere e di docente; perciò a lezioni più tradizionali sono seguite lezioni laboratoriali in cui è stato chiesto, attraverso attività mirate, di mettersi in gioco per elaborare i vissuti professionali e risignificare il proprio ruolo, privilegiando le dinamiche gruppali che quando si è chiamati ad operare in contesti deprivati fanno la differenza".
Il primo obiettivo che ci siamo posti è stato quello di esplorare il sistema di relazioni dove si svolge l'azione educativa per: "individuare falsi miti, stereotipi, ma anche resistenze e criticità che inevitabilmente condizionano chi è chiamato ad operare in contesti così complessi. Ne è uscito un quadro sfaccettato e articolato che ha ben messo in luce le difficoltà e le contraddizioni di chi è chiamato a un mandato educativo e didattico tra le sbarre". Il passo successivo per la costruzione dell'identità è stato il lavoro sul bisogno inespresso di riconoscimento per arrivare a ipotizzare un modello di scuola in carcere dove il docente abbia un ruolo determinante nella relazione educativa.
È interessante la riflessione emersa durante il laboratorio esperienziale sulla giustizia riparativa, un approccio nuovo nel mondo della giustizia: il docente può avere un ruolo attivo nella predisposizione di comportamenti di tipo risarcitorio e compensatorio da parte di chi ha commesso un reato. Il percorso di formazione ha prodotto una nuova ed embrionale visione della scuola in carcere che - come hanno ben evidenziato le formatrici: "ha molti debiti con la migliore tradizione pedagogica internazionale (in primis Dewey), con la Pedagogia popolare (Freinet) e con tutte quelle esperienze che nella seconda metà del Novecento hanno creato scuole alternative, vere e proprie scuole di "seconda opportunità" per chi proveniva da contesti di disagio e marginalità" (Melazzini, 2011).
Quali competenze? - Quali competenze sono state individuate come necessarie per costruire un profilo coerente con il proprio ruolo di docente che lavora in carcere? La formazione esperienziale dei docenti di Regina Coeli e di Casal del Marmo è stata il punto di partenza per iniziare a dare una risposta. Nella letteratura e nella ricerca accademica non ci sono studi che abbiano indagato il profilo del docente che insegna in carcere.
Con Paolo Di Rienzo, Paolo Serreri e Adele L'Imperio dell'Università degli Studi di Roma Tre, Laboratorio di Metodologie Qualitative nella Formazione degli Adulti, abbiamo ideato e sviluppato un percorso di ricerca azione con l'obiettivo di definire un profilo di "competenze trasversali considerate strategiche per gestire la peculiarità nonché la complessità dell'insegnamento all'interno delle istituzioni carcerarie".
Il Centro di Ricerca, Sperimentazione e Sviluppo del Lazio ha finanziato il progetto pionieristico che ha coinvolto i docenti in servizio nei penitenziari del Lazio. Il primo passo è stata la definizione di un set di competenze ritenute necessarie e strategiche: resilienza, problem setting/solving, competenze sociali, andragogiche, personali, di rete, affettivo-relazionali, di equipe, di diversity management, deontologiche di contesto. Le singole competenze sono state descritte attraverso alcuni comportamenti. È stato elaborato un questionario somministrato in forma anonima al quale hanno risposto oltre un centinaio di docenti. A loro è stato chiesto di valutare sia il livello di importanza attribuito ai vari 'agiti', sia il livello di realizzazione nel contesto di lavoro.
Sul podio troviamo le competenze affettivo-relazionali, quelle personali e quelle andragogiche. Fin qui nessuna sorpresa. Il risultato meno prevedibile è l'importanza marginale attribuita alle competenze di equipe e a quelle di rete che si collocano rispettivamente al settimo e all'undicesimo posto. In un contesto caratterizzato dalla complessità e dal disagio, ci si sarebbe aspettati che il gioco di squadra, la cooperazione tra diverse figure professionali, la condivisione del lavoro, così come la ricerca congiunta di soluzioni e la ricerca di sinergie per raggiungere obiettivi comuni, fossero ritenute competenze strategiche fondamentali. Una prima ipotesi avanzata dai ricercatori per leggere il dato che è che la scarsa importanza attribuita alle due competenze sia in parte dovuta agli scarsi spazi di agibilità a esse riservati dai Cpia stessi. È evidente il contrasto tra il compito formalmente attribuito ai Cpia e la realtà del loro funzionamento. È come se la scuola in carcere non sia ancora riuscita a emergere dal cono d'ombra dove da sempre è relegata.
In generale, la ricerca ha evidenziato lo scarto tra l'importanza attribuita alle singole competenze e la valutazione dell'effettiva realizzazione e praticabilità dei comportamenti a esse correlati. Il dato si può leggere da un punto di vista positivo: gli insegnanti sono in grado di valutare la loro situazione professionale in termini oggettivi e propositivi, di sapere fare un'analisi lucida e propositiva degli spazi di miglioramento e di crescita professionale. Di contro, emerge la constatazione che il patrimonio delle competenze effettivamente agite è assai limitato. Ciò genera inevitabilmente la frustrazione professionale, "l'idea retorica" di cui parlava Albinati. I risultati dell'indagine sono stati pubblicati nel Rapporto di ricerca sul sito del Centro di ricerca, Sperimentazione e Sviluppo del Lazio.
Le visite - L'isolamento e la chiusura sono dimensioni dominanti nel vissuto di chi insegna in carcere e ne condizionano la percezione esterna, persino da parte dei colleghi dei Cpia. Le visite programmate in alcuni istituti del Lazio, nell'ambito della ricerca azione hanno rappresentato un'occasione per conoscere e confrontarsi tra addetti ai lavori. Nei mesi di maggio e giugno 2019 abbiamo incontrato docenti e personale della casa circondariale di Velletri e di quella di Civitavecchia. Era la prima volta che un gruppo di insegnanti del carcere si spostava dalla propria sede di lavoro per visitarne un'altra ma è stata anche la prima volta che ai direttori degli istituti è arrivata una richiesta simile. Per un giorno un gruppo di docenti è uscito dal carcere e un altro gruppo ha aperto le porte delle proprie aule per accoglierli.
Voglio sottolineare un aspetto poco evidente che ha dato all'esperienza delle visite un valore aggiunto: la collaborazione e il dialogo interprofessionale. Mi spiego meglio: per chi conosce il carcere, ogni piccolo cambiamento nell'organizzazione può diventare un grande problema. Nell'organizzazione rigida e statica degli istituti, tollerare un giorno senza lezioni laddove i docenti si sono spostati e aprire le porte a un gruppo di circa venticinque persone da parte di chi ci ha ospitati, non sono aspetti trascurabili. Abbiamo dimostrato che si può fare e che ne vale la pena.
Nei limiti di un'esperienza priva di continuità e dei requisiti necessari per definirla una vera e propria pratica formativa, si può dire che l'idea abbia funzionato. Per renderla efficace, sarebbe necessario strutturare momenti di formazione simili, sul modello dello job shadowing, una breve esperienza di osservazione partecipativa presso un'altra organizzazione simile. Gli obiettivi sono molteplici e riconducibili alla formazione del personale attraverso la condivisione di buone pratiche e lo scambio di conoscenze e di esperienze.
*Dirigente scolastico del Cpia3 di Roma
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 giugno 2020
Molti detenuti danno in escandescenza e sono messi in isolamento. Il caso di Antonio Cetraro, il detenuto con problemi psichiatrici suicidatosi 19 anni fa e di cui, solo oggi, l'Italia è stata condannata dalla Corte Europea a pagare il risarcimento, pone nuovamente il problema di quella moltitudine di suicidi nelle patrie galere senza che lo Stato abbia adottato misure per prevenire e quindi proteggere chi è sotto la sua custodia.
Parliamo dei suicidi dei detenuti con problemi psichici, di quelle morte annunciate perché i reclusi avevano già dimostrato di farla finita. Molti di loro, a causa delle loro turbe mentali, vanno in escandescenza, distruggono le celle e aggrediscono gli agenti. E vengono puniti, in cella di isolamento. Il problema dell'isolamento come sanzione disciplinare è stato molto discusso nel passato, soprattutto in merito all'utilizzo delle cosiddette "celle lisce".Si chiamano così perché dentro non c'è nulla: non ci sono brande né sanitari, né finestre o maniglie, nessun tipo di appiglio. Viene utilizzata per sedare i detenuti che danno in escandescenza, oppure che compiono più volte atti di autolesionismo o tentativi di suicidio. Un rimedio che molto spesso, però, risulta anche deleterio visto i casi di suicidio proprio all'interno di esse.
L'associazione Antigone, spesso, ha messo in luce queste problematiche. Per questo motivo, allo scopo di prevenire i suicidi in carcere, ha presentato l'anno scorso una proposta di legge che puntasse, tra le altre cose, a una riforma complessiva del regime dell'isolamento.
La prevenzione dei suicidi, secondo Antigone, richiede l'approvazione di norme che assicurino maggiori contatti con l'esterno e con le persone più care, un minore isolamento affettivo, sociale e sensoriale. Il carcere deve riprodurre la vita normale.
Ma il problema della cura dei detenuti psichici resta un nodo irrisolto. Troppe poche le articolazioni per la salute mentale presenti nelle carceri (solo in 32 istituti su 191) e quelle poche che ci sono rischiano di riprodurre quella logica manicomiale del passato che ancora non è del tutto superata nonostante la riforma Basaglia e il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari.
Però, senza nemmeno un'articolazione adibita per la cura, la questione diventa più difficile. Facciamo l'esempio del carcere di Modena, uno degli istituti protagonisti delle rivolte carcerarie di marzo e, soprattutto, dove ci sono scappati i morti. Prima della rivolta il 64,9% dei reclusi era straniero, il 35% tossicodipendente e ben il 55% in osservazione psichiatrica dove non c'era, e non c'è, un'articolazione per la salute mentale. Molto spesso, in mancanza di tale articolazione, i detenuti con disagi psichici vengono ricoverati in infermeria o messi in cella di isolamento.
Ciò non fa che peggiorare la situazione psichica del detenuto e, come purtroppo accade, portarlo alla morte. Non per ultimo c'è il discorso della presa a carico del detenuto da parte delle aziende sanitarie locali. Secondo il recente rapporto del comitato bioetico bisognerebbe rafforzare i servizi di salute mentale in carcere. Bisognerebbe fare in modo che i servizi funzionino come parte integrante di "forti" Dipartimenti di Salute Mentale, capaci di individuare le risorse di rete territoriale per la cura delle patologie gravi al di fuori dal carcere e di collaborare a tal fine con la magistratura di sorveglianza.
di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 24 giugno 2020
Rischia il terremoto la procura di Roma. I grandi esclusi alla corsa alla scrivania che fu di Giuseppe Pignatone, impugnano la nomina dell'attuale numero uno dei pm capitolini, Michele Prestipino, di fronte al Tar. Marcello Viola procuratore generale a Firenze e Giuseppe Creazzo procuratore capo a Firenze sperano in un ribaltamento.
Puntano, e non solo, sui loro titoli direttivi che valutano essere superiori rispetto a quelli di Prestipino e che il Csm non avrebbe adeguatamente soppesato. Il tribunale amministrativo del Lazio potrebbe esprimersi in un anno, sei mesi se venisse data la priorità al fascicolo. La battaglia al Tar è l'effetto collaterale delle chat di Luca Palamara.
Il magistrato espulso dall'Anm, sospeso dalle sue funzioni dal Csm, perché indagato per corruzione e coinvolto l'anno scorso nelle trame all'hotel Champagne con 5 consiglieri del Csm, proprio per la nomina del procuratore capo a Roma. Dalle chat, in generale, emergono gli accordi tra correnti, a discapito del merito dei candidati per ricoprire posizioni nei ministeri, nelle procure e nei tribunali. Per questo molti togati si preparano a presentare ricorsi.
Prima dello scandalo Palamara, il Csm pareva orientato a nominare proprio Viola in corsa con Creazzo e Francesco Lo Voi. Viola, però, mai finito implicato nelle conversazioni con Palamara, pagò il fatto di essere il candidato designato dallo stesso pm.
Il terremoto delle chat determinò le dimissioni a catena di diversi consiglieri di Mi in seno a Palazzo dei marescialli. L'ala conservatrice delle toghe, allora maggioranza al Csm, che spingeva proprio per Viola, membro della stessa corrente. Le dimissioni comportarono un ribaltamento degli equilibri dentro Palazzo dei marescialli a favore del fronte progressista. Andiamo con ordine. Il 23 maggio la V Commissione esprime al plenum del Csm tre candidati: Viola con 4 voti (D'Avigo di A&I, Gigliotti, laico 5 Stelle, Lepre di Mi e Basile laico della Lega), uno per Creazzo (Morlini di Unicost) e uno per Lo Voi (Suriano di Area).
La perquisizione, il 30 maggio a Palamara, cambia radicalmente lo scenario. I consiglieri di Mi Cartoni, Lepre e Criscuoli e Morlini di Unicost, si dimettono. Il Csm cambia assetto. Viola esce dai radar, l'outsider è Prestipino, fedelissimo di Pignatone, magistrato di grande esperienza ma senza precedenti incarichi direttivi, come ritengono i legali di Viola e Creazzo. Ad ogni modo nella seduta del 14 gennaio 2020 la V Commissione formula tre nuove proposte: Lo Voi sostenuto da Micciché di Mi e da Cerabona, laico di Forza Italia, Creazzo da Mancinetti di Unicost e Prestipino da D'Avigo di A&I.
Il 4 marzo 2020 in plenum, a seguito di un doppio ballottaggio, nomina Prestipino sostenuto da cinque togati di Area, la corrente di sinistra tre di Unicost, i centristi, tre di Autonomia e Indipendenza, due laici del M5S e dal procuratore generale della Cassazione Salvi.Gli avvocati di Viola, Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, sostengono che il Csm da un lato ha ammesso come fosse acclarato il "mancato coinvolgimento" di Viola rispetto al procedimento di Perugia e che lo stesso fosse "parte offesa rispetto alle macchinazioni o aspirazioni di altri"; ma dall'altro lato ha "illegittimamente - sottolineano i legali - revocato l'originaria proposta a favore di Viola".
Il Csm - aggiungono gli avvocati - avrebbe valorizzato il radicamento territoriale di Prestipino nella Procura di Roma, senza condurre correttamente il giudizio comparativo e omettendo di valutare i numerosi titoli e le importanti esperienze vantate da Viola".
di Francesco Damato
Il Dubbio, 24 giugno 2020
A Palazzo dei Marescialli pensano di aver risolto il problema espellendo Palamara. Ma la politica non riesce a rialzare la testa. La "guerra per bande togate" - che è un'espressione forte usata non dal Dubbio di Carlo Fusi di fronte ai clamorosi sviluppi della vicenda di Luca Palamara ma dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, non certamente sospettabile di pregiudizio o animosità verso la magistratura- rimanda un po' al vecchio proverbio sul lupo che perde il pelo ma non il vizio.
I peli nel nostro caso sono quelli dello stesso Palamara - appena espulso per violazione del codice etico dall'associazione nazionale dei magistrati, di cui fu anche presidente prima di approdare al Consiglio Superiore nel Palazzo dei Marescialli- e degli altri uomini in toga che hanno partecipato con lui alla gestione correntizia delle carriere. Alcuni dei quali - una ventina- sono già sotto osservazione al Consiglio Superiore e potrebbero incorrere in guai disciplinari e persino giudiziari.Il vizio, sempre nel nostro caso, è quello dell'associazione, o sindacato, dei magistrati di reclamare praticamente autoriforme della magistratura, quando ne esplodono i problemi, considerando quelle elaborate nella sola sede legittima, che è il Parlamento, una prevaricazione, una punizione, o una "resa dei conti", come ha scritto Giancarlo Caselli, fra la politica che vuole riprendersi il primato perduto e le toghe che glielo hanno in qualche modo sottratto.
Della permanenza di questo vizio, o tentazione, deve essersi accorto il vice presidente del Consiglio Superiore Davide Ermini, vice di Sergio Mattarella nel Palazzo dei Marescialli, se ha tenuto a ricordare nei giorni scorsi, in una intervista al Corriere della Sera, che "come azzerare il peso delle correnti all'interno del Csm è decisione che spetta al governo e al Parlamento", non quindi all'associazione composta dalle correnti e convinta - par di capire - di avere fatto tutto il necessario e possibile espellendo Palamara: cosa che il già citato Caselli ha definito "colpo di reni".
Temo che a far maturare nel vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura il sospetto che ancora una volta le toghe pensino non a una riforma ma a un'autoriforma sia stata la fretta con la quale, mentre l'associazione espelleva Palamara, il presidente Luca Poniz le rivendicava il merito di essersi guadagnato il consenso del ministro della Giustizia a buona parte delle proposte da essa formulate. E ciò a cominciare, naturalmente, dal veto ad ogni forma di sorteggio per la designazione dei consiglieri togati, neppure per una preselezione di candidati da sottoporre poi all'elezione di cui parla esplicitamente, e vincolativamente, l'articolo 104 della Costituzione, tanto decantato e difeso dagli organismi rappresentativi dei magistrati.
Purtroppo la forza delle resistenze ad una riforma vera della magistratura e, più in generale, del sistema giudiziario, capace di sradicare brutte abitudini e quant'altro, non sta solo nell'associazionismo correntizio e parapolitico quale è maturato negli almeno ultimi trent'anni, ma nel fatto che il Ministero della Giustizia, a dispetto della natura tutta o prevalentemente politica di chi lo guida di volta in volta, nella successione dei governi e delle relative maggioranze, è di fatto nelle mani dei magistrati. La burocrazia, o l'alta burocrazia di quel dicastero è tutta giudiziaria. E non vi è ministro che possa resisterle più di tanto. Immagino già una smorfia di dissenso del guardasigilli in carica Alfonso Bonafede.
Nei cui riguardi non mi fa velo - glielo assicuro - uno scambio, diciamo così, forte di opinioni avuto nella scorsa legislatura, nel Transatlantico di Montecitorio ancora aperto alla stampa parlamentare, per avere egli sostenuto la sera prima in un salotto televisivo che noi giornalisti, specie quelli pensionati, fossimo dei "lobbisti", in grado meglio di altri di rappresentare gli interessi di aziende, settori e quant'altri, fra le anticamere delle commissioni e dell'aula, nel traffico di emendamenti, sub-emendamenti e varie a leggi finanziarie e provvedimenti specifici. Non ci lasciammo nel migliore dei modi, in quell'occasione, perché l'allora semplice deputato Bonafede mi disse che avrebbe ribadito le sue convinzioni alla prima occasione che gli fosse capitata. Lui è fatto così: combattivo, diciamo. Ebbene, con la mia purtroppo vecchia esperienza professionale e di rapporti personali, vorrei assicurare Bonafede di avere visto condizionati inconsapevolmente dalla burocrazia giudiziaria del suo dicastero fior di ministri con esperienze universitarie e forensi alle spalle maggiori delle sue per ragioni quanto meno anagrafiche.
Penso, per esempio, al compianto Giuliano Vassalli. Che da ministro della Giustizia, tra l'autunno del 1987 e i primi mesi del 1988, propose e fece approvare rapidamente dalle Camere una legge di disciplina della responsabilità civile dei magistrati che vanificava di fatto la via libera a quella responsabilità data a larghissima maggioranza dagli elettori in un referendum promosso dai radicali e sostenuto con particolare vigore dal Psi - il partito dello stesso Vassalli sull'onda della vicenda di Enzo Tortora. Che era stato sbattuto in galera, in una retata di centinaia di camorristi poi risultati più presunti che veri, ed aveva dovuto subire il supplizio di un processo destinato a restituirgli dopo anni l'onore ma non la salute. Egli morì di tumore proprio nel 1988, pochi mesi dopo l'approvazione della legge Vassalli, all'ombra della quale molti altri errori giudiziari sarebbero stati compiuti senza danni, o quasi, per i loro responsabili.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 24 giugno 2020
Il nuovo sistema elettorale immaginato dal ministro per l'elezione di giudici e pm nel Consiglio superiore si avvicina al varo, ma piace sempre meno ai diretti interessati. Area, la corrente di sinistra, dice no al "bipolarismo nella magistratura". E il pg della Cassazione Salvi definisce il metodo "totalmente da espellere".
"Il Consiglio superiore della magistratura non è un piccolo parlamento. È un organo deputato all'amministrazione della giustizia, non deve governare secondo maggioranza". E dunque "il principio maggioritario è totalmente da espellere". Bocciatura più netta del nuovo sistema elettorale per i magistrati nel Csm non poteva arrivare, A firmarla è direttamente il procuratore generale della Cassazione, il primo magistrato dell'accusa nel nostro sistema, Giovanni Salvi. Anche lui ex componente del Csm, Salvi è intervenuto ieri a una giornata di riflessione sulla riforma del Consiglio superiore organizzata da Area democratica per la giustizia, la corrente di sinistra delle toghe. E ha lanciato il suo avvertimento: "C'è il rischio che le modifiche possano enfatizzare i problemi che si vogliono risolvere".Le modifiche sono quelle che stanno nella bozza che il ministro Bonafede da settimane porta con sé in riunioni di maggioranza o in incontri con i rappresentanti degli avvocati penalisti e dei magistrati. Il progetto di riforma del Csm, rimandato a febbraio ma poi recuperato a maggio su richiesta del Pd in risposta alle nuove puntate delle intercettazioni di Palamara, per il ministro della giustizia è ormai alle battute finali. Annunciato per il Consiglio dei ministri di inizio giugno, dovrebbe arrivarci effettivamente entro la fine del mese. Al centro ha la nuova legge elettorale per la componente togata del Csm, che con l'occasione passa da sedici a venti magistrati, abbandonando il sistema a collegio unico nazionale per un sistema uninominale maggioritario con venti collegi (18 territoriali più due per Cassazione e fuori ruolo).
Il sistema dovrebbe in teoria penalizzare il ruolo delle correnti. Neanche la magistratura associata - di fronte allo scandalo delle nomine barattate su cui indaga la procura di Perugia - ormai contesta più l'obiettivo. Ma lo strumento sì. Il sistema pensato da Bonafede riceve nuove critiche ogni giorno che si avvicina il momento del varo ufficiale in Consiglio dei ministri. Dovrebbe avvantaggiare i raggruppamenti maggiori, favorendo un bipolarismo destra (Magistratura indipendente) - sinistra (Area), ma ieri proprio le "toghe rosse" hanno articolato la loro contrarietà. "No alla bipolarizzazione della magistratura", ha detto il segretario di Area Eugenio Albamonte. Contro si è già espressa la corrente di Davigo.
Pesa il precedente, la riforma del centrodestra che nel 2002 proprio nel segno del maggioritario si proponeva di stroncare le correnti. Fallì immediatamente. La proposta Bonafede mette insieme uninominale, doppio turno (se nessun candidato raggiunge il 65%) e multi preferenze (fino a tre). Una "miscela esplosiva", ha detto il costituzionalista Imarisio ieri al convegno di Area.
"I magistrati non sono molti, in ogni collegio i votanti saranno circa 450 - ha aggiunto il costituzionalista Grosso - il rischio notabilato è altissimo". A difendere la riforma e anche il sistema elettorale - "il doppio turno è più convincente" - il vice segretario del Pd ed ex Guardasigilli Andrea Orlando.
Raggiunto l'accordo con i 5 Stelle sul nodo dei consiglieri laici - i grillini hanno rinunciato a pretendere l'ineleggibilità dei membri del parlamento, norma valida per il futuro ma che avrebbe messo in forte imbarazzo l'attuale vice presidente del Csm Ermini, appunto ex deputato Pd - i democratici sostengono la riforma Bonafede. "Non è contro la magistratura ma per preservare la credibilità e l'autorevolezza", ha spiegato il sottosegretario Giorgis.
Per Orlando la sezione disciplinare, quella che si occupa di giudicare i magistrati per le violazioni deontologiche e di condotta, dovrebbe uscire dalla giurisprudenza "domestica" del Csm. Dove ha dato prove "non entusiasmanti". Non se ne parla, invece, secondo il pg Salvi. Anche perché per farlo andrebbe riformato l'articolo 105 della Costituzione.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 24 giugno 2020
Il Guardasigilli: emerso un sistema, le istituzioni devono reagire. E vede il Csm sulla riforma. "Si sbaglia a circoscrivere tutto a una persona". Dopo giorni di assoluto silenzio il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, titolare dell'azione disciplinare sulle toghe, commenta il caso Palamara e la deriva morale "che fa perdere credibilità alla magistratura".
Lo fa intervenendo in memoria del giudice Mario Amato ucciso dai Nar 40 anni fa. Sottolineando "le doti morali, il contegno deontologicamente irreprensibile, modello a cui tutti dovrebbero ispirarsi". Non entra nel merito delle manovre per pilotare le nomine degli uffici giudiziari. Il ministero, dice, "sta facendo le sue valutazioni. È evidente che la vicenda fa venire fuori un sistema rispetto al quale le istituzioni devono reagire. Ma si sbaglia a fare di tutta l'erba un fascio, perché dobbiamo tutelare e proteggere la stragrande maggioranza dei magistrati"."Bisogna che le istituzioni sappiano reagire", dice. La reazione da tutti invocata sono le riforme. Che possano spazzare via quello che ieri il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra (M5S) definiva un "sistema marcio del quale Palamara era consapevole". A che punto sono le riforme? "C'è una bozza in stato avanzatissimo. In dirittura d'arrivo", assicura Bonafede. Il ministro conta di portarlo in Consiglio dei ministri la prossima settimana.
Già valutato in incontri con maggioranza e opposizione, con l'Anm e, ieri, con il Csm, il provvedimento prevede la riforma delle elezioni del Csm, senza sorteggio, ma con collegi più piccoli e l'ipotesi del ballottaggio e che chi rientra dal Parlamento non può tornare a esercitare una funzione requirente o giudicante, ma solo incarichi fuori ruolo.
"Una riforma - spiega il sottosegretario alla giustizia Andrea Giorgis -, sia chiaro, non contro la magistratura e la sua autonomia, pensata e predisposta all'esclusivo fine di preservarne credibilità e autorevolezza". L'urgenza è scandita dalle rivelazioni di Palamara che a Radio 1 in Viva Voce, spiega: "Le telefonate servivano a individuare e scegliere il miglior candidato".
E rivendica che nei posti migliori "c'era impegno di tutti per selezionare il migliore. E la scelta che è stata fatta sui posti più importanti è una scelta adeguatamente e attentamente ponderata per valorizzare il più bravo". Ma poi ammette: "E innegabile che chi non faceva parte del sistema delle correnti sia stato fortemente penalizzato". Intanto gli avvocati sono scesi in piazza in tutta Italia per protestare contro "i ritardi che stanno caratterizzando la ripresa dell'attività giudiziaria".
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 giugno 2020
La giustizia è "morta", vittima di una politica che non le riconosce il suo ruolo fondamentale nella società, ovvero quello di "sistema sanitario" della legalità del Paese. E per manifestarlo, decine di avvocati si sono ritrovati ieri davanti alla Cassazione, con tanto di bare e manifesti funebri, per celebrarne il funerale e chiedere al Governo un impegno concreto per far ripartire veramente la Giustizia.
È questo il senso del flash mob di ieri, organizzato dall'Ordine degli avvocati di Roma e partecipato dalle associazioni forensi, che si sono riunite per mandare un segnale forte, esponendo lo striscione col motto "# non ti posso difendere" e sottolineare che "è morta la tutela dei diritti e delle libertà di milioni di cittadini", come recita l'annuncio funebre esibito dagli avvocati.
Una manifestazione che ha rappresentato l'urlo degli avvocati italiani, "stanchi di promesse non mantenute, di vedere i diritti dei cittadini relegati all'ultimo posto dell'agenda di governo, di udienze rinviate, di processi telematici farraginosi", ha spiegato il presidente del Consiglio dell'Ordine Antonino Galletti. Parlando a nome del "popolo degli avvocati", Galletti si è rivolto direttamente a Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede, chiedendo "una maggiore attenzione per il comparto della Giustizia", che in tre mesi di lockdown ha incassato lo stop dell'80% dei processi civili e penali.
"Noi siamo il fanalino di coda della ripartenza del nostro Paese, non possiamo permettercelo perché noi avvocati vogliamo tutelare i diritti e le libertà dei cittadini stando al loro fianco e i nostri studi costituiscono tanti presidi di legalità sul territorio", ha sottolineato. Ma nonostante ciò, i tempi della Giustizia sono ancora imbrigliati in miriade di linee guida - circa 500 -, assunte dai vari capi degli uffici giudiziari per volere proprio del Governo, che nella gravosa gestione dell'emergenza ha di fatto delegato ai singoli la gestione di uno dei settori fondamentali della società. "Il ministro deve assumersi la responsabilità politica delle scelte - ha affermato Galletti - e adottare delle linee guida uniformi su tutto il territorio.
È necessario che le udienze ricomincino a volgersi in condizioni normali. Riteniamo si possa ripartire in sicurezza con il rispetto delle norme sanitarie". La situazione è difficile in tutto il Paese, ma Roma vale come esempio delle difficoltà strutturali, che precedono l'emergenza e che oggi, con i processi praticamente fermi, diventano ancora più evidenti: nella Capitale, infatti, gli uffici giudiziari si trovano per lo più in caserme inadatte, nonostante esistano strutture già individuate ma ferme da anni, con piante organiche sguarnite. E servono strumenti informatici, senza i quali ogni opzione di processo da remoto - pur respinta dall'avvocatura - risulta impossibile.
"Non abbiamo nessun particolare piacere a entrare nelle cancellerie, rischiando di infettarci e infettare, vogliamo fare tutto per via telematica e andare in tribunale solo per fare le udienze, nel posto che compete all'avvocatura", ha aggiunto Galletti. In un mondo sempre più informatizzato, dove tutto è possibile con un click, la Giustizia risulta infatti ferma alla preistoria anche per questioni semplici, come ottenere le copie di un atto.
"Non è più accettabile", ha ribadito il presidente del CoA, spalleggiato da Giovanni Malinconico, a capo dell'Organismo congressuale forense. Che ha ribadito la battaglia "unitaria" dell'avvocatura affinché sia possibile "la tutela dei diritti di tutti", ricordando come la Giustizia non sia solo il processo dal grande clamore mediatico. "Ci si dimentica che nei nostri tribunali sono ostaggio di un sistema inefficiente i diritti dei cittadini, delle imprese e del sistema Italia.
Non c'è ripresa del Paese se non riprende la Giustizia", ha urlato dal palco. Per questo, ha spiegato Malinconico, l'avvocatura ha chiesto al Governo "un piano straordinario per il rilancio della Giustizia, ma finora non abbiamo ricevuto risposte. Speriamo che questa manifestazione sia un segnale che il ministro Bonafede possa intendere, al quale in caso contrario seguiranno altre iniziative forti".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 24 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione III Penale - Sentenza 23 giugno 2020 n. 19058. Il sequestro conservativo è legittimamente applicato se è necessario a garantire il futuro pagamento della pena pecuniaria, delle spese di giudizio o di altra somma che risulti dovuta all'Erario da parte del condannato. In assenza di tali esigenze di garanzia la misura cautelare reale risulta applicata in modo illegale. Per tali motivi la Corte di cassazione penale con la sentenza n. 19058, depositata ieri, ha annullato con rinvio la decisione di condanna emanata a seguito di patteggiamento per la detenzione di oltre due etti di marjuana, proprio sul punto del sequestro.
Presupposti - È, infatti, necessario che il giudice che dispone la confisca del denaro dia sufficiente motivazione in armonia con la norma dell'articolo 316 del Codice di procedura penale che reca appunto i presupposti dell'applicazione del sequestro conservativo. Nel caso in esame era stata sottoposta - in assenza di specifica motivazione - a sequestro la cifra di oltre 5mila euro a fronte di una condanna patteggiata comprensiva della multa di circa 6mila euro. Ma il fatto che sia dovuta la sanzione pecuniaria non è di per sé presupposto sufficiente, va appunto dimostrata la sussistenza del rischio del non pagamento legato alle condizioni personali ed economiche del condannato
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