di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 giugno 2020
L'ultimo romanzo di Pier Bruno Cosso ispirato a una storia vera. Capita spesso che molte persone finiscono stritolate negli ingranaggi della malagiustizia. Si sbatte il mostro in prima pagina e i soldi, se mai li avranno come risarcimento, non potranno mai sanare le ferite.
In questi giorni è uscito un romanzo ispirato a una storia vera dal titolo "Solo danni collaterali", pubblicato dalla Marlin, la casa editrice di Tommaso e Sante Avagliano (collana Il Portico, € 14,90 con promo sconto del 20% # Estate-ConUnLibroMarlin fino al 5 luglio 2020 solo sul sito www.marlineditore.it), disponibile già on line.
Il quarto libro dello scrittore sardo Pier Bruno Cosso racconta di un onesto medico di famiglia vittima del delirio d'onnipotenza di un magistrato che lo trascina in un inferno giudiziario. Il tema non ha mai smesso di interrogare le coscienze dato che, ad esempio 37 anni fa, il 17 giugno 1983, veniva arrestato ingiustamente Enzo Tortora e solo nel 1986, e definitivamente nel 1987, un anno prima di morire, gli sarebbe stato restituito l'onore perduto.
Ma torniamo al romanzo "Solo danni collaterali". Di fronte ci sono due mondi che si scontrano: un magistrato e la sua vittima occasionale. Ma il prezzo altissimo dell'ingiustizia lo paga solo il perseguitato incolpevole perché il giudice in Italia, e questo è un tema su cui si dibatte da tempo, non risulta perseguibile per il suo cattivo operato. La vicenda, ambientata in Sardegna nel periodo attuale, inizia col protagonista che viene buttato giù dal letto all'alba di un sabato mattina e subisce una lunga perquisizione, senza spiegazioni e senza rispetto.
Privato della libertà, del lavoro, dello stipendio, e infine degli affetti familiari, il medico, aiutato da un'amica giornalista, si lancia in un'indagine serrata per comprendere l'origine delle accuse infondate che lo opprimono. In questo romanzo, se le vicende giudiziarie sono ispirate alla realtà, i risvolti umani, gli amori e le passioni sono di pura invenzione, così come i nomi e i luoghi, che sono di fantasia. Cosso ha saputo costruire con abilità una storia drammatica, scavando nel profondo dell'animo umano. Più che una critica serrata alle strutture giudiziarie, la vicenda narrata vuol lanciare un grido d'allarme verso un sistema senza contrappesi adeguati.
Ma come nasce il libro lo spiega l'autore. "Il vero protagonista, che mi onora della sua amicizia - racconta Pier Bruno Cosso -, un giorno mi telefonò, dicendomi che come scrittore avrei dovuto raccontare la sua storia, incredibile e avventurosa come un romanzo. Mi ha sorpreso e preoccupato: ho percepito la sua necessità di parlare e quella sua profonda amarezza, anche se era già tutto risolto. La sua testimonianza mi ha trasmesso quella sensazione profonda che lascia un segno, che ti fa precipitare alla tastiera come un'urgenza, come se fosse una chiamata.
Ovvio che poi, anche per non renderlo riconoscibile, ho attinto dalla fantasia per ingarbugliare vicende umane, le passioni e i tradimenti. Alla fine ne è scaturita una storia con una voce sola, dove neppure io riesco più a separare la fantasia dalla realtà. E forse non ha neppure senso distinguere".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 25 giugno 2020
Domenica scorsa, a Fidenza, il 63enne Antonio Marotta è stato fermato da agenti della Polizia Stradale mentre guidava la propria auto senza la cintura di sicurezza. Nelle confuse fasi successive l'uomo, mentre veniva ammanettato, è stato colto da un malore che ne ha causato la morte.
Di fronte alle parole di un familiare che accostava il decesso di Marotta a quello di Floyd, il procuratore della Repubblica di Parma ha dichiarato non esservi circostanze "da cui desumere la fondatezza di quanto aprioristicamente riferito ad alcuni organi di stampa"; e ha annunciato l'apertura di un fascicolo per "accertare l'esatta dinamica dell'accaduto".
C'è da augurarsi che, al più presto, si arrivi a una ricostruzione attendibile, che dissipi qualsiasi sospetto, dal momento che sembra ritornare, anche in questa vicenda, un elemento che non può non inquietare. Ovvero una certa tecnica di fermo in operazioni di strada: come nel caso di George Floyd, del francese Cédric Chouviat e di tanti altri ancora.
Una tecnica che sembra perseguire la punizione del trasgressore attraverso un atto di sottomissione: il corpo del fermato sopraffatto dal corpo in divisa. La modalità è la seguente: il fermato viene spinto a terra, in posizione prona, il viso schiacciato sul terreno, le braccia piegate dietro la schiena, i polsi ammanettati. Per impedire qualsiasi residua resistenza, l'agente grava sul corpo del fermato, premendo sul collo, sulle scapole o sulla regione sacro lombare. Quella stessa modalità ha conosciuto, anche in Italia, più di una tragica applicazione.
Nel 2006 Riccardo Rasman, affetto da disagio psichico, viene immobilizzato da tre agenti nella sua abitazione. Il processo confermerà che "sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia" era stata esercitata "un'eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie".
Nella sentenza per la morte di Federico Aldrovandi, ai quattro poliziotti condannati viene attribuita la responsabilità di "un trauma a torace chiuso provocato da manovre pressorie esercitate sul soggetto costretto a terra prono e ammanettato dietro la schiena". Nel caso di Riccardo Magherini, morto nel 2014, la "compressione toracica" viene esclusa dalle sentenze di assoluzione dei carabinieri responsabili del suo fermo.
Ma, secondo molte testimonianze, Magherini sarebbe rimasto prono a terra, con i polsi ammanettati dietro la schiena e tre carabinieri a gravare sul suo corpo impedendogli di muoversi. L'autopsia di Bohli Kaies, morto nel 2013, rivelò "stress cerebrale dovuto a una compressione violenta della cassa toracica" (gli autori del fermo sono stati assolti); mentre per Arafet Arfaoui, deceduto in circostanze simili nel febbraio scorso, è stata disposta la prosecuzione delle indagini. E la "compressione toracica" risulta dagli atti relativi alla morte nel 2014 di Vincenzo Sapia.
Vicende molto diverse, con esiti processuali differenti, ma accomunate da quel soffocamento indotto dallo schiacciamento dell'apparato respiratorio.
A tal punto questa tecnica risulta strutturalmente pericolosa che, nel 2014, una circolare del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri, raccomandava: "L'immobilizzazione deve avvenire con modalità che scongiurino i rischi derivanti da prolungate colluttazioni o da immobilizzazioni protratte, specie se a terra in posizione prona". In una nota esplicativa, veniva chiarito che "la compressione toracica può costituire causa di asfissia posturale".
Come si vede, si tratta di un documento di notevole importanza perché rivela la consapevolezza, da parte dei vertici dei Carabinieri, della pericolosità di quella particolare tecnica. E il fatto che essa possa costituire una micidiale arma impropria nelle mani dei militari. Ma una simile manifestazione di saggezza non durò molto e, nel 2016, quella circolare venne abrogata.
Ora, negli Usa, un certo numero di Stati e molte città hanno interdetto il ricorso a quella tecnica di fermo e in Francia è in atto un interessante dibattito sulla riforma della polizia. In Italia, tutto tace: non si considera, evidentemente, che il rapporto tra cittadini e apparati dello Stato, specie quelli titolari dell'uso legittimo della forza, costituisce un test essenziale per la qualità della nostra democrazia.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 25 giugno 2020
Il rapporto "Sorvegliare la pandemia", scritto a partire dal monitoraggio di 12 stati europei nell'applicazione delle misure anti-Covid, ha fatto infuriare i sindacati di polizia. In Bulgaria utilizzati aerei per "disinfettare" un quartiere abitato da rom.
Che la quarantena non fosse uguale per tutti si sapeva, che l'azione delle forze di polizia europee abbia discriminato alcuni gruppi sociali e presenti numerosi episodi di abusi lo ha detto ieri Amnesty International. "Sorvegliare la pandemia" è l'ultimo rapporto indipendente dell'organizzazione, che ha monitorato tra marzo e aprile le misure anti-contagio adottate da 12 stati europei. L'analisi è stata condotta in: Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Romania, Serbia, Slovacchia, Spagna, Regno Unito e Ungheria. Amnesty denuncia dinamiche sistemiche di "razzismo istituzionalizzato e discriminazioni". Tre i campi di indagine: controlli rafforzati su migranti e rom; uso illegale della forza e violazioni della polizia; impatto sproporzionato delle sanzioni sui senza fissa dimora.
"I Rom che vivono negli insediamenti informali, i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti che vivono nei campi, hanno subito misure discriminatorie per contrastare la pandemia", scrive Amnesty. Invece di garantire dispositivi di protezione individuale, accesso all'acqua e beni di prima necessità a fronte dell'obbligo di restare a casa, in diversi luoghi le autorità hanno schierato eserciti e polizia per isolare gli insediamenti. A Jambol, in Bulgaria, sono stati utilizzati aerei per "disinfettare" un quartiere rom dove era presente un focolaio. In Francia, nel campo di Calais, la polizia ha continuato a vessare i rifugiati che vivono nell'accampamento anche durante il lockdown. Il presidente serbo ha schierato i militari per pattugliare Belgrado e mantenuto i rifugiati in un regime speciale anche dopo la fine dell'emergenza nazionale. Discriminazioni nell'applicazione delle misure anti-contagio sono registrate anche in Grecia, Ungheria, Slovacchia e a Cipro.
Amnesty ha documentato episodi di uso illegale della forza e abusi di polizia in sei paesi. Nella Francia scossa nei giorni scorsi dalle mobilitazioni che chiedono giustizia per Adama Traoré, soffocato durante un fermo nel 2016, l'organizzazione ha verificato 15 video di violenze o ingiurie razziste o omofobiche tra il 18 marzo e il 20 aprile, denunciando tra gli altri il caso di una 19enne nera fermata da otto agenti per un controllo e colpita al torace con il taser in modalità "stordimento".
Ad Atene la celere ha attaccato con i lacrimogeni dei ragazzi che sostavano nella piazza del quartiere Aghia Paraskevi. Due gli episodi in Italia: a Catania il 14 aprile un uomo è stato buttato a terra e manganellato mentre cercava di prendere un autobus; a Milano il 25 aprile dei ciclisti che, osservando il distanziamento, si stavano recando a omaggiare un monumento ai partigiani sono stati malmenati dagli agenti. Altri casi riguardano Belgio, Romania e Spagna. L'Ong ha anche criticato l'applicazione di misure punitive ai senza fissa dimora in assenza di provvedimenti sociali destinati a garantire loro un rifugio in cui osservare la quarantena. Diversi episodi di multe comminate a persone che non hanno una casa sono documentati anche in Italia.
Il rapporto ha fatto infuriare i sindacati degli agenti. "Sconcertante si possa accusare impunemente la polizia", dichiara Valter Mazzetti, segretario Fsp. Di "partito anti-polizia" parla Gianni Tonelli del Sap, che chiede "telecamere per difenderci dalle calunnie".
"Finita l'emergenza siamo tornati a essere i "punching ball" tra le istituzioni democratiche e chi cerca lo scontro con chi rappresenta lo stato", sostiene Felice Romano del Siulp. A queste dichiarazioni ha replicato in serata Amnesty affermando di "non comprendere la foga e i toni di alcuni sindacati di polizia frutto probabilmente di una lettura incompleta del rapporto", che riguarda l'operato delle polizie di 12 paesi europei e "anche singoli episodi relativi all'Italia".
di Leo Lancari
Il Manifesto, 25 giugno 2020
Il ministro Di Maio: "Tripoli apre alle nostre richieste di modifica del Memorandum". Per ora siamo ancora nella fase del "sembra", accompagnata dalla sottolineatura che "dobbiamo approfondire bene i contenuti della proposta" ma per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, tornato ieri da una missione a Tripoli, il documento ricevuto dal premier libico Fayez al Serraj rappresenta un successo: "Il presidente Serraj ha consegnato la proposta libica di modifica del Memorandum d'intesa del 2017 in materia migratoria riformulata dall'Italia", dice il titolare della Farnesina appena sbarcato all'aeroporto di Ciampino. "Da una prima lettura sembra vada nella giusta direzione recependo la volontà italiana di rafforzare la piena tutela dei diritti umani".
Il Memorandum è l'accordo siglato nel 2017 dall'allora governo Gentiloni con il Paese nordafricano per fermare i barconi carichi di migranti in fuga dalla Libia, operazioni rese possibili finanziando ed equipaggiando la cosiddetta Guardia costiera libica. Migranti che poi vengono riportati indietro e rinchiusi nei centri di detenzione gestiti da Tripoli dove finiscono per subire violenze e torture.
Trascorsi i previsti tre anni di durata, al momento del rinnovo lo scorso mese di febbraio l'Italia anziché disdire l'accordo ha chiesto che venisse permesso l'ingresso di Unhcr e Oim nei centri di detenzione a tutela delle persone che vi sono richiuse. Nel documento di sette pagine consegnato ieri da Serraj a Di Maio, non si farebbe cenno alle due organizzazioni dell'Onu ma le autorità libiche garantirebbero il rispetto dei diritti umani: "La Libia - assicurerebbe infatti uno dei passaggi - si impegna nell'assistere i migranti salvati nelle sue acque, a vigilare sul pieno rispetto delle convenzioni internazionali attribuendo loro protezione internazionale così come stabilito dalla Nazioni unite". Resta da vedere che garanzie possa davvero offrire un Paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra e il cui governo sopravvive grazie all'aiuto offerto dalla Turchia.
Il 2 luglio si riunirà la commissione italo-libica che ha il compito di formalizzare le modifiche. Nel frattempo, per quanto si tratti di due provvedimenti indipendenti l'uno dall'altro, il Memorandum finisce inevitabilmente per intrecciarsi con la discussione sul decreto missioni all'esame delle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite dove proprio oggi è atteso Di Maio. Sarà l'occasione per esaminare i costi delle missioni internazionali, compresa quella in Libia cresciuti fino a toccare i 10 milioni di euro.
Nel decreto è prevista l'addestramento della Guardia costiera, ma anche la missione a terra con 200 uomini e un ospedale militare nella città di Misurata. Eventuali forniture di mezzi alla Guardia costiera fanno invece parte del Memorandum e vengono rese operative dal governo attraverso specifici decreti.
L'ultimo, per la fornitura di 12 motovedette servite a bloccare e riportare indietro i migranti, venne firmato dal primo governo Conte. "Si sono violati diritti umani con il sostegno e i finanziamenti dei nostri governi", ha commentato ieri il dem Matteo Orfini. "Oggi chi ha violato quei diritti dice che non lo farà più. Capiamoci subito: non si pensi di confermare con questa fragile scusa il finanziamento alla Guardia costiera libica".
di Carlotta De Leo
Corriere della Sera, 25 giugno 2020
Tamponi a tutte le 211 persone recuperate in acque internazionali dalla Ong tedesca. Ora sono in isolamento sulla nave-quarantena. La sindaca di Porto Empedocle: "La mia comunità è stata esposta al pericolo di un'epidemia". Sono 28 i migranti risultati positivi al Covid-19 tra i 211 salvati in acque internazionali dalla nave della Ong tedesca Sea Watch. Le persone sono state trasferite sul traghetto-quarantena Moby Zazà in rada a Porto Empedocle (Agrigento) e sono state tutte sottoposte a tampone.
A far scattare l'allarme è stato il ricovero avvenuto subito dopo lo sbarco dalla Sea Watch di uno dei migranti, originario del Camerun, nel reparto malattie infettive dell'ospedale "Sant'Elia" di Caltanissetta dove i medici hanno scoperto la sua positività. In seguito, anche un altro migrante è stato portato in ospedale: si attende il risultato del test sul Covid-19. "Le procedure adottate garantiscono la piena tutela della sicurezza sanitaria del Paese" spiegano fonti del Viminale, precisando che "tutti i migranti sono stati sottoposti fin dal loro arrivo alle procedure previste dalle linee guida sul sistema di isolamento protetto elaborate dal ministero della Salute".
Mantenuta la distanza di sicurezza - I 28 migranti risultati positivi sono stati spostati in una sezione isolata nel mezzo della nave Moby Zazà. Al momento i positivi sono asintomatici o con sintomi del tutto lievi e non sono previste evacuazioni mediche. "Per l'intero periodo di quarantena - spiegano fonti del Viminale - sono state adottate misure di isolamento totale per i singoli, con la garanzia del mantenimento della distanza di sicurezza interpersonale sempre e comunque. I pazienti confermati e sospetti per il Covid-19 sono stati alloggiati in ponti isolati della nave: come previsto dalle linee guida, è stata istituita a bordo una "zona rossa" in cui il personale può accedere unicamente con dispositivi di protezione individuali completi".
Controlli sanitari e zona rossa - Per tutti gli altri 181 migranti ancora a bordo del traghetto Moby Zazà - fa sapere il Viminale - è attivo un servizio di sorveglianza che prevede uno screening individuale due volte al giorno per la ricerca di eventuali sintomi, con particolare attenzione a quelli respiratori.
Fra due giorni verranno sottoposti ad un nuovo test rino-faringeo per scoprire eventuali altri contagi. Al termine del periodo di quarantena obbligatoria, tutti i migranti verranno sottoposti ad un ultimo accurato screening per garantire la piena tutela della salute pubblica al momento dello sbarco. Anche la Croce Rossa, con il coordinamento della prefettura e delle autorità sanitarie, continua a monitorare la situazione. Sulla nave quarantena - - dove fino ad ora non si erano registrati casi di Covid-19 - si trovano in sorveglianza sanitaria altri 47 migranti arrivati in precedenti sbarchi a Lampedusa.
Sea Watch: coscienti del pericolo ma il nostro dovere è salvare vite - L'equipaggio di Sea Watch resta in isolamento all'interno della nave. La Ong tedesca ha chiesto di effettuare il tampone ai membri dell'equipaggi e ribadisce di aver seguito il "protocollo anti Covi-19". "Siamo coscienti di operare in un contesto pandemico e ci siamo preparati per mesi per sviluppare e adattare le relative procedure sanitarie, non possiamo però sottrarci al dovere, che dovrebbe essere dei governi europei, di soccorrere queste persone e portarle in salvo" spiega Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch.
La Ong è stata protagonista, un anno fa, di un duro braccio di ferro con l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini dopo che la capitana Carola Rackete aveva forzato il blocco per attraccare a Lampedusa e portare in salvo 40 migranti. "Il soccorso attraverso navi organizzate con personale medico e procedure idonee costituisce una garanzia di sicurezza rispetto agli arrivi incontrollati" aggiunge Linardi.
La sindaca: "Perché sono scesi in banchina?" - In attesa dei controlli sanitari, scoppia la polemica. "Voglio andare fino in fondo, capire cosa è avvenuto. Perché a una nave Ong è stato concesso di sbarcare a Porto Empedocle, che fino a poco tempo fa era considerato un porto non sicuro. Perché i migranti non sono stati trasbordati sulla nave-quarantena a largo, invece di arrivare sulla banchina. La mia comunità è stata esposta al pericolo di un'epidemia" dice la sindaca di Porto Empedocle Ida Carmina.
"La nave in rada a Porto Empedocle è una soluzione che con caparbietà abbiamo preteso il 12 aprile scorso dal governo centrale per evitare che si sviluppassero focolai sul territorio dell'Isola, senza poterli circoscrivere e controllare. Oggi si capisce meglio quella nostra richiesta. E chi ha vaneggiato accusandoci quasi di razzismo, oggi si renderà conto che avevamo ragione. Nelle prossime ore andranno adottati provvedimenti sanitari importanti al principio della precauzione. Voglio sperare che a nessuno venga in mente di non coinvolgere la Regione nelle scelte che dovranno essere assunte" avverte su facebook Nello Musumeci, governatore della Regione Sicilia.
di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 25 giugno 2020
La notizia arriva mentre il presidente kosovaro è in volo per Washington: la Corte penale lo condanna per crimini contro l'umanità e crimini di guerra, inclusi l'uccisione, la sparizione forzata di persone, la persecuzione e la tortura. Una sentenza che pone fine allo scellerato accordo voluto dagli Usa con la Serbia.
Il Serpente - è il soprannome dell'ex leader dell'Uck kosovaro-albanese Hashim Thaqi - è caduto e con lui lo scellerato accordo vaneggiato da Trump per mettere fine alla disputa tra Serbia e Kosovo. La notizia è arrivata ieri nel pomeriggio. Il presidente dell'ex provincia serba Hashim Thaqi è in volo per Washington. Il Tribunale per speciale per i crimini commessi dall'Esercito di liberazione nazionale (Uck) lo accusa di crimini di guerra e contro l'umanità.
Insieme a lui anche il leader del Partito democratico del Kosovo (Pdk) e suo braccio destro Kadri Veseli, e altre otto persone, "responsabili - recita il comunicato stampa della Corte - di quasi 100 omicidi" oltre che di "una serie di crimini contro l'umanità e crimini di guerra, inclusi l'uccisione, la sparizione forzata di persone, la persecuzione e la tortura".
I crimini - si legge ancora - "riguardano centinaia di vittime tra albanesi kosovari (considerati collaborazionisti ndr), serbi, rom e altre etnie, e includono gli oppositori politici". Un comunicato stampa durissimo quello pubblicato dalla Corte. Il rinvio a giudizio, si specifica, è stato presentato il 24 aprile, ma la procura ha ritenuto necessario pubblicare l'incriminazione "a causa dei ripetuti tentativi di Thaqi e Veseli di ostacolare e minare il lavoro della Corte".
Nel comunicato poi si fa riferimento a una "campagna segreta" che sarebbe stata condotta dai due per ribaltare la legge che istituisce la Corte e ostacolarne il lavoro per assicurarsi l'impunità. "Con queste azioni, conclude il comunicato, Thaqi e Veseli hanno messo i loro interessi personali dinanzi alle vittime dei loro crimini, allo stato di diritto e a tutto il popolo del Kosovo".
Un epilogo che Thaqi temeva da tempo. Da quando nel 2010 venne pubblicato il rapporto redatto dal senatore svizzero Dick Marty - più volte intervistato su questo dal Manifesto - su mandato del Consiglio d'Europa dopo due anni di indagini. Interrogatori, detenzioni, omicidi e, più grave di tutti, espianto e traffico di organi a danno di civili serbi durante e dopo la guerra del Kosovo: sono le accuse del Rapporto. L'immagine di Thaqi che emerge dal rapporto è ben lontana da quella del guerrigliero che lotta per la liberazione del Kosovo al fianco della Nato che intanto bombardava "umanitariamente". La formazione di cui è a capo, il gruppo di Drenica, trafficava armi, droga, organi.
Un traffico quest'ultimo che passava dalla clinica di Fushe Kruje, la cosiddetta casa gialla, situata in Albania, a 20 km da Tirana. Qui venivano espiantati gli organi dei prigionieri, organi che erano poi rivenduti a cliniche private straniere. Una storia denunciata precedentemente anche da Carla del Ponte, ex procuratore del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia nel suo libro La caccia - Io e i criminali di guerra.
Alla pubblicazione del rapporto scoppiarono le proteste in Kosovo: l'Uck, organizzazione terroristica divenuta mito fondativo del Kosovo dal 2008 unilateralmente indipendente, non si tocca. Thaqi riesce a farla franca. Ma sulla scorta di quel rapporto viene prima istituita una task force e dopo la Corte speciale per i crimini commessi dall'Uck. Un tribunale di giudici internazionali ma creato con una legge approvata dal Parlamento del Kosovo e che Thaqi cerca invano di sabotare insieme a Veselj e a Ramush Haradinaj, ex premier dimessosi l'estate scorsa dopo la convocazione anche lui all'Aja.
Che l'ora del verdetto per Thaqi si stesse avvicinando era noto. Il suo nervosismo è emerso con tutta evidenza nell'estate del 2018 per le incessanti le voci di un accordo sullo scambio di territori (e popolazioni) tra Belgrado e Pristina per mettere fine alla disputa tra i due Paesi. Un accordo che avrebbe consentito a Thaqi di presentarsi come l'uomo della pace e che soprattutto gli avrebbe garantito ancora una volta l'impunità: secondo indiscrezioni, tra i punti dell'accordo ci sarebbe proprio l'amnistia per i crimini di guerra.
Il delitto era perfetto: sembravano tutti convergere su questo piano, il presidente serbo Vucic, l'ex alto rappresentante Federica Mogherini, il presidente russo Putin e il suo omologo americano Trump. Ma l'Ue non aveva fatto i conti con l'opposizione tedesca e Trump aveva sottovalutato la forza del deep state americano e dei suoi interessi in Kosovo. Un errore fatale che potrebbe costare caro a Thaqi. Già, perché l'incriminazione dovrà essere confermata dal giudice preliminare. Un altro passo falso e il Serpente si troverà alla sbarra.
La Stampa, 25 giugno 2020
Il progetto "I Can" ideato dall'Italia con l'Interpol contro la mafia presente in 32 Paesi, di cui 17 europei. Arricchire il bagaglio di conoscenze del fenomeno criminoso e concertare iniziative, perché la "'ndrangheta si può sconfiggere lavorando assieme". È il senso delle dichiarazioni rese dai vertici delle forze di polizia dei 10 Paesi, oltre all'Italia, che oggi pomeriggio hanno preso parte alla videoconferenza "I Can" contro la 'ndrangheta.
La 'ndrangheta è "un punto di riferimento internazionale per il traffico degli stupefacenti e la Direzione Nazionale Antimafia italiana è impegnata quotidianamente con le forze di polizia di molti Paesi nel mondo. La 'ndrangheta parla tutte le lingue ed è capace di mimetizzarsi e di essere ovunque. Colonizza i territori e richiama su quei territori i propri uomini", così Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo.
Malgrado sia infiltrata in più di 30 Paesi nel mondo, le organizzazioni non sono autonome, ha spiegato de Raho, "esiste un organismo centrale che disciplina i rapporti e risolve gli attriti tra le strutture territoriali. Queste concorrono alla formazione dell'organismo centrale, ma non ne conoscono l'intera struttura di vertice, per evitare che eventuali collaborazioni con gli investigatori possano minare il sistema".
Il procuratore ha sottolineato che nel periodo delle stragi di mafia degli Anni 90, la 'ndrangheta aveva iniziato a collaborare con Cosa Nostra eseguendo alcuni attentati, "per fare dopo poco un passo indietro evitando ripercussioni negative per i propri affari economici". Tra le attività più pericolose, "l'infiltrazione nelle economie legali. In particolare costituendo società in Paesi dai sistemi giuridici più vulnerabili e meno collaborativi, in cui è più facile riciclare denaro sporco".
I tentacoli in Australia - "È difficile smantellare la 'ndrangheta da soli. In Australia sono in atto numerose operazioni di polizia con la 'ndrangheta ma dobbiamo lavorare insieme con un approccio innovativo anche per superare i disallineamenti normativi", ha esordito il Capo della Polizia Federale australiana (Afp), Reece Kershaw. Poi è stata la volta di Timothy Shea, Amministratore della Dea (Drug Enforcement Administration) e Calvin Shiver dell'Fbi (Federal Bureau of Investigation) per gli Usa: "Consapevoli della pericolosità della 'ndrangheta, anche se non possiediamo una conoscenza completa di questo fenomeno criminale, così complesso e strutturato. Il nostro obiettivo è arricchire le conoscenze e condividere le informazioni che possediamo".
L'America Latina - Per l'Argentina, il Capo della Polizia Federale, Juan Carlos Hernandez, ha sottolineato che continueranno i proficui rapporti con l'Italia che verranno estesi anche a livello multilaterale: "Ci aspettiamo brillanti risultati già nel breve periodo".
Carlos Henrique Oliviera De Sousa, Direttore Generale della Polizia Federale brasiliana, ha segnalato "la penetrazione della 'ndrangheta nel settore immobiliare a San Paolo e a Rio de Janeiro. Dal 2010 esiste un link tra la 'ndrangheta e le organizzazioni criminali sudamericane, lo testimoniano le numerose operazioni condotte negli ultimi dieci anni e la confisca di 10 tonnellate complessive di cocaina". Oscar Atehortua, Direttore Generale della Polizia Nazionale colombiana, ha detto che "I Can è un'iniziativa formidabile per una lotta integrata contro la 'ndrangheta. In Colombia le note di ricerca Interpol hanno contribuito ad arrestare pericolosi criminali". Per Diego Fernandez Vallarino "in Uruguay è importante sensibilizzare la Polizia ma soprattutto la politica sui rischi di infiltrazione della 'ndrangheta. L'Uruguay non è un Paese produttore di droga ma una piattaforma di esportazione verso l'Africa, l'Europa e l'Asia di sostanze stupefacenti e il grosso flusso di denaro in entrata alza il rischio di corruzione".
L'Europa - Frederic Veaux, Direttore Generale della Polizia Nazionale francese, ha spiegato che il suo Paese "conosce poco la 'ndrangheta, ma sappiamo che è tra le più pericolose, strutturate ed estese organizzazioni criminali del mondo. Dalle informazioni in possesso sembra attiva a Parigi e nell'Est della Francia: I Can arriva, dunque, al momento giusto e ci incontreremo presto". Martina Link, Vice Presidente del Bka Germania, ha osservato: "Cooperazione stretta con l'Italia, ma I Can rappresenta un salto di qualità per la cooperazione di polizia multilaterale. La Germania è un Paese che ospita da tempo la 'ndrangheta, dal 1995 sono stati arrestati 185 appartenenti alla 'ndrangheta". A chiudere Nicoletta Della Valle, secondo cui "la Svizzera è un partner molto interessato. La mafia italiana è presente dagli Anni 50 e la 'ndrangheta è l'organizzazione con il maggior numero di appartenenti in Svizzera".
di Michele Passione e Franco Corleone
Il Manifesto, 24 giugno 2020
Come nel romanzo di fantascienza di Damon Knight, nel quale si installava in soggetti psicopatici una figura di riferimento che ordinasse loro di non commettere crimini, il Gip di Tivoli ha sollevato una questione di legittimità costituzionale, lamentando che il Ministro della Giustizia sia stato espropriato del potere di curare l'esecuzione della misura di sicurezza provvisoria detentiva in Rems.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 24 giugno 2020
La Cassazione si rivolge alla Consulta perché ritiene "non infondata l'ipotesi che sia incostituzionale". Una sentenza del 1974 diceva che l'ergastolo è legittimo purché non sia ergastolo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 giugno 2020
Dopo 19 anni dal suicidio in carcere, tra procedimenti penali conclusi con l'assoluzione degli imputati, è giunta la condanna all'Italia da parte della Corte Europea di Strasburgo (Cedu). Parliamo della morte nel carcere di Gazzi a Messina del detenuto Antonio Citraro, avvenuta il 16 gennaio del 2001. Verso le 19.15 di quel tragico giorno, un agente penitenziario lo trovò appeso con un lenzuolo del letto alla grata della cella. Quando il personale del carcere riuscì a entrare per fornire le prime cure a Citraro, quest'ultimo non reagì, trasportato d'urgenza all'ospedale civile, fu dichiarato morto al suo arrivo.
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