di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 giugno 2020
"È entrato in carcere quando aveva 24 anni, ora ne ha 60". Parla la figlia di Vincenzo Stranieri, recluso dal 1984 e internato dal 2016. "Il mio è un padre condannato a morte, non parla più perché per il tumore alla laringe gli hanno tolto le corde vocali, rifiuta da mangiare, si sta lasciando morire. Sono 4 anni che non riesco più a vederlo, perché lui stesso non vuole più vedermi".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 23 giugno 2020
Per la prima volta la Cassazione utilizza una espressione - "diritto alla speranza" - sinora abbozzata solo in una serie di studi sull'ergastolo nel diritto penale costituzionale.
Le parole pesano sempre. Figurarsi se per la prima volta in bocca alla Cassazione che sottopone alla Consulta la possibile incostituzionalità delle norme che prevedono che un ergastolano per delitti di mafia o volti ad agevolare la mafia, pur avviato a un percorso di "sicuro ravvedimento", non possa essere ammesso alla "liberazione condizionale" (comunque dopo almeno 26 anni già espiati in carcere) qualora non abbia collaborato con la giustizia. Per la prima volta, infatti, la Cassazione utilizza una espressione - "diritto alla speranza" - sinora abbozzata solo dalla dottrina, ad esempio dai professori Dolcini-Galliani-Pugiotto in una serie di studi del 2019 sull'ergastolo nel diritto penale costituzionale.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 23 giugno 2020
La pandemia non ferma i rapporti di collaborazione e cooperazione internazionale fra Italia, Messico e Nazioni Unite. Si è svolta infatti ieri, attraverso videoconferenza, una riunione sul programma di lavori di pubblica utilità e sul lavoro penitenziario a Città del Messico per fare il punto sullo stato di avanzamento del progetto, rallentato a causa dell'emergenza sanitaria.
di Roberta Schiralli
Corriere Nazionale, 23 giugno 2020
Il problema dei bambini detenuti in carcere con le madri è un tema spesso dimenticato e relegato nel silenzio delle celle dove i piccolissimi imparano a dire "apri" prima che "mamma o papà"; dove nessun bambino dovrebbe essere costretto a vivere e a scontare una pena non sua. Purtroppo non è una realtà inventata: è una amara realtà che esiste in molti istituti di pena del nostro paese. I bambini ospiti delle "patrie galere" sono quasi tutti figli di stranieri, e quasi sempre di etnia rom, ultimi fra gli ultimi nella nuova scala sociale della solitudine e dell'emarginazione.
di Tommaso Labate
Corriere della Sera, 23 giugno 2020
Il deputato coinvolto nelle intercettazioni: "All'Anm dovevano farlo parlare". "La verità è che adesso non c'è trojan che tenga. Il pallino è in mano a lui. Resta da vedere se e che cosa Palamara avrà voglia di ricostruire, di dire, di raccontare. Francesco Cossiga, che non l'aveva in grande simpatia, lo chiamava Tonno Palamara. Se fosse vivo oggi, il presidente emerito magari avrebbe iniziato a stimarlo e a spingerlo ad andare avanti con le sue picconate... Sa, le sue rivelazioni magari aiuterebbero sia la magistratura che la politica a procedere verso una vera separazione dei poteri. Chissà se lo farà. Certo, le cose che ha iniziato a dire e i nomi che ha iniziato a fare? Non serve grandissimo fiuto per capire che non siamo neanche all'inizio".
La chiacchierata con Cosimo Maria Ferri era iniziata sotto ben altri auspici. Il deputato di Italia Viva - il terzo nome del tridente, insieme a Palamara e Luca Lotti, finito nelle intercettazioni del 2019, all'alba della grande inchiesta i cui rivoli stanno mettendo in subbuglio la magistratura - usa un tono fermo e cortese per scandire che "io interviste non ne faccio; e poi, mi scusi, ma sto scappando in commissione Giustizia".
Dalle ultime dichiarazioni in ordine cronologico dell'ex presidente appena espulso dall'Associazione nazionale magistrati - ieri mattina a Omnibus, su La7 - sono passate poche ore. Nomi e nomine, nomine e nomi. Pedine su una scacchiera di cui Ferri è stato una pedina importante: giovanissimo membro del Csm dal 2006, poi leader di Magistratura indipendente, quindi recordman tutt'ora imbattuto di preferenze alle elezioni dell'Anm del 2012, poi sottosegretario alla Giustizia nei governi Letta, Renzi e Gentiloni.
Se Palamara iniziasse a fare i nomi, difficile che... "Alt, qui la fermo. Palamara stesso ha chiarito che col sottoscritto c'era un rapporto di amore e odio. La parte relativa all'odio, glielo confesso, mi incuriosisce. Se parlasse e facesse i nomi, per esempio, chiarirebbe perché nel 2012 hanno mandato me, che pure ero stato il più eletto della storia dell'Anm, all'opposizione", ribatte Ferri. Unicost e Area, che con i rispettivi leader Palamara e Cascini avevano guidato l'associazione nel quadriennio precedente, rinnovano il patto ed eleggono Rodolfo Sabelli.
Certo, visto che le loro conversazioni negli anni successivi sarebbero tornate ad essere tante e continue - de visu al ristorante o in chat - avrebbe potuto chiederglielo. "Eh no", ribatte il magistrato deputato di Italia Viva, "certe cose non si chiedono. Però sarei curioso di sapere le cose che Palamara avrebbe voglia di raccontare su quel periodo... Visto che, ripeto, io venni spedito all'opposizione dell'Anm".
La domanda delle domande rimane quasi sospesa nell'aria, mentre Ferri accelera il passo verso l'appuntamento con la seduta della commissione Giustizia. Palamara parlerà oppure no? Siamo all'alba di uno scandalo di proporzioni indefinite oppure nel bel mezzo di un grande bluff? "Questa, in effetti, è una bella domanda", risponde Ferri. Che, per esempio, avrebbe concesso all'ex presidente dell'Anm la facoltà di potersi difendere prima dell'espulsione. "Hanno scelto di cacciarlo senza consentirgli di poter parlare. E adesso sono problemi...".
Secondo lei, per paura di quello che poteva dire? "Io non ho una risposta a questa domanda. Di certo Palamara di cose ne sa, e parecchie. Molte ma molte di più di quelle che ha iniziato a dire. Vede, adesso all'Anm si trincereranno dietro lo statuto per giustificare la scelta di non consentirgli di difendersi. Ma da un giudice ci si aspetta che usi il buon senso e la terzietà anche andando oltre lo statuto. Parlo da cittadino, non da magistrato o deputato: io l'avrei fatto parlare. E comunque, che ci sia stata un'accelerazione nella scelta di espellerlo è fuori di dubbio. Da quando ha iniziato a parlare in tv e sui giornali, c'è stata una grande accelerazione".
C'è anche una questione che riguarda l'uomo, prima ancora che il magistrato. "La famiglia, il dolore che possono procurare le intercettazioni sui giornali. Io ho tre figli. Di tredici, undici e otto anni", scandisce Ferri. "Ovvio che leggevo i giornali con una certa apprensione, la mattina. La cosa che fa paura a me è la stessa che temo oggi per lui. La famiglia".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 23 giugno 2020
Ermini annuncia un'analisi a tappeto delle intercettazioni: "Valutiamo incompatibilità ambientali e trasferimenti". Magistrati contro, tra dita puntate e accuse. È quasi uno scenario di guerra, quello del Csm: un tutti contro tutti in cui vale la regola del sospetto di chi ha ricevuto favori da chi e perchè. È la vendetta di Luca Palamara, che non ci sta ad essere l'unico a rotolare nella polvere e ora punta a squarciare ogni velo su quello che - a suo dire - è il meccanismo che guida le nomine dei togati.
In questo contesto da resa dei conti è intervenuto il vicepresidente dell'Organo di autogoverno della magistratura, David Ermini: con una durezza che non gli è propria, sulla falsariga degli ultimi ammonimenti del Capo dello Stato e presidente del Csm, Sergio Mattarella.
"Tutti gli organi che hanno delle loro specifiche competenze stanno esaminando atto per atto, chat per chat, intercettazione per intercettazione, tutto quello che è accaduto", è il preambolo che fa presagire una partita ancora lunga da giocare. Inoltre, "il procuratore generale presso la Corte di Cassazione che ha istituito un gruppo di lavoro per esaminare tutti gli atti e verificare se ci siano illeciti disciplinari su tanti magistrati che compaiono sulle intercettazioni, negli atti e nelle chat. In più, dentro il Csm, la prima Commissione del Consiglio sta esaminando se ci siano questioni che possano creare situazioni di incompatibilità ambientale o professionale per i vari consiglieri che compaiono nelle chat e nelle intercettazioni per eventualmente disporre anche dei trasferimenti". L'avvertimento nelle parole di Ermini è chiaro: nessuno si senta di averla fatta franca, anche a costo di inficiare le nomine fatte negli ultimi anni.
Il punto, però, sono sempre le correnti, le stesse che acquisirono potere quando, "tra il 2006 e il 2008 si tolsero i paletti fissi sulle nomine e venne data ampia discrezionalità al Csm", in modo che potesse "scegliere sul merito". La scelta venne fatta per evitare un nuovo caso Falcone, bocciato dal Csm per la carica di capo del tribunale di Palermo per nominare un magistrato più anziano, "Ma la scelta sul merito è stata un fallimento perché spesso si è preferito scegliere sulla base dell'appartenenza, quindi la discrezionalità è stata usata male perché non si è mai reciso quel cordone ombelicale tra le correnti, tra quelle che sono la struttura dell'associazione nazionale che è il sindacato, e il Consiglio Superiore".
In sintesi, le correnti hanno distorto il meccanismo delle nomine legandole all'appartenenza politica e permettendo così che si creasse il cosiddetto sistema Palamara. Invece, "Una volta che le correnti, che anche i gruppi parlamentari che indicano i non togati all'interno del Consiglio, hanno scelto i loro rappresentanti, devono recidere quel cordone e quindi i consiglieri devono assolutamente liberi e non vincolati da nessun tipo di rapporto. Bisogna tutelare in tutti modi coloro che non appartengono alle correnti o che non fanno vita associativa perché non è giusto che solo chi appartiene alle correnti abbia la possibilità di avere dei successi personali".
Ormai, dunque, non regge più nemmeno la teoria della mela marcia e del fatto che Palamara possa essere stato una devianza isolata nel complesso meccanismo delle nomine. Cosa questo significhi, in concreto, per l'organizzazione del Csm è ancora presto per dirlo. Esiste la dimensione più impellente: come risanare un'immagine pubblica della magistratura fortemente inquinata, ma anche come gestire le responsabilità disciplinari a carico di altri togati, che potrebbero sorgere ad un ulteriore approfondimento delle intercettazioni di Palamara.
Esiste poi anche il piano più politico. Dopo anni di duri contrasti tra politica e magistratura, oggi che le toghe stanno vivendo una parabola discendente è la politica a dover mettere mano alla riforma del sistema. La bozza della riforma è ancora sulla scrivania di Bonafede e, se i tratti salienti sono noti, mancano ancora certezze. Eppure, il nodo da sciogliere è quello del correntismo e le sue degenerazioni: in pochi confidano nel fatto che basti modificare il sistema elettorale del Csm per risolverlo.
La domanda vera, poi, rimane il non detto che spaventa: fino ad ora il trojan nel cellulare di Palamara è costato la carriera a cinque membri del Csm, un procuratore generale di Cassazione e un capo di gabinetto di Via Arenula. Ma quanti altri nomi - e soprattutto a che livello - sono rimasti impigliati nella rete a strascico delle captazioni informatiche e quanti, a loro volta, verranno trascinati dal meccanismo d'indagine nell'indagine anticipato da Ermini? La stagione dei veleni è ben lontana dall'essere conclusa e c'è la concreta ipotesi che la rifondazione della magistratura auspicata dal Capo dello Stato nei fatti avvenga attraverso un azzeramento dei suoi vertici, oltre che ad una riforma di sistema.
adnkronos.it, 23 giugno 2020
"Nessun atto del governo ha portato alla scarcerazione dei boss". Lo ha affermato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante un'intervista a Il Fatto quotidiano. "Quei giorni sono stati difficili - ha proseguito il premier - perché c'è stata una situazione epidemiologica e quindi chi doveva garantire condizioni di sicurezza aveva precise responsabilità. Tutto è passato attraverso dei passaggi ordinari, non credo affatto alle elucubrazioni che ci sono state e soprattutto è stato poi affidato al vaglio finale dei magistrati a cui spetta l'ultima parola".
di Angela Stella
Il Riformista, 23 giugno 2020
Il professor Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, non si sbilancia sulla recentissima nomina di Raffaele Cantone a capo della Procura di Perugia, critica chi ha già condannato Palamara prima di una sentenza, e ritiene ineludibile una riforma del Csm, bocciando la soluzione del sorteggio. Non risparmia giudizi severi nei confronti delle Procure della Repubblica, ormai diventate un quarto potere dello Stato.
Professor Cassese, il Presidente Sergio Mattarella ha usato parole molto forti nei confronti dello scandalo che ha investito il Csm. Qual è il suo parere in merito al discorso del Capo dello Stato?
Valutazione severa ed equilibrata. Giudizi pertinenti. Suggerimenti (impliciti) condivisibili. Occorre che Csm stesso e Parlamento diano un seguito alle parole del Presidente.
Il Presidente è anche tornato sui limiti dei poteri del Capo dello Stato: i partiti hanno il potere di modificare l'attuale sistema del Csm nelle due Camere. Cosa ne pensa?
Il Parlamento può, anzi deve modificare l'attuale assetto legislativo del CSM, non la struttura e i compiti definiti dalla Costituzione, che ha configurato il Csm come uno scudo per assicurare che, attraverso l'amministrazione delle carriere dei magistrati, il governo non potesse influenzare l'esercizio della funzione giudicante. Purtroppo, su questa base è poi invalsa nella pratica e nell'uso linguistico l'idea che il Csm sia "organo di autogoverno" della magistratura, come se questa fosse un corpo che si auto-amministra.
Ritiene condivisibile procedere per sorteggio per la nomina dei componenti del Csm?
Il sorteggio è stato sperimentato al posto della elezione politica, ma con poco successo, in epoche e luoghi diversi (Atene, Venezia) e considerato negli Stati Uniti, alla fine del '700. Ma sempre in luogo delle elezioni politiche. Applicarlo a un organo tecnico come il Csm sarebbe un errore, perché lì vanno scelte persone in relazione a specifiche capacità, non a caso. Tra il meccanismo odierno, nelle mani delle correnti, e il sorteggio, vi sono molte soluzioni migliori, come quella di cambiare il sistema elettorale, in modo che il voto venga dato sulla persona, non sul rappresentante della corrente. Se non erro, vi è una proposta in tal senso presentata in Parlamento da Stefano Ceccanti, che è anche un serio studioso di diritto pubblico. Né si può vietare l'organizzazione in correnti, perché va rispettato il diritto di associazione e perché le correnti hanno in passato svolto un utile ruolo culturale.
È giusto pensare che alcune procure abbiano un eccessivo potere?
Le procure sono diventate un potere indipendente dalla stessa magistratura, un quarto potere dello Stato, grazie al compito che si sono arrogate di "naming e shaming", cioè di additare al pubblico ludibrio. Un attento esame compiuto da un magistrato, qualche tempo fa mise in luce che solo un numero molto limitato delle accuse si rivelavano fondate. Ma intanto, rese pubbliche, avevano già "condannato" gli accusati.
Oggi il dottor Luca Palamara sarà sentito dall'Anm e cercherà di scongiurare la sua espulsione. Secondo Lei è il capro espiatorio di un sistema che oggi si sente ricattato da quanto potrebbe rivelare?
Non so risponderle e penso che anche il dottor Palamara abbia diritto di non essere condannato dalla opinione pubblica con quel meccanismo che ho appena criticato.
Secondo Lei la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con due Csm distinti e separati, potrebbe essere una soluzione alla degenerazione all'interno della magistratura?
Penso che, giunti a questo punto, sia semplicemente la codificazione di una situazione di fatto, essendosi tanto distaccati poteri, "modus operandi", stile dei due corpi. Le procure sono il luogo nel quale è nata la politicizzazione endogena della magistratura. Basti vedere da quale esperienza provengono i magistrati che sono "entrati in politica" o che si esprimono più spesso sui mezzi di comunicazione. Non penso che i magistrati debbano esser degli "stiliti", quei monaci anacoreti che vivevano su una piattaforma in cima a una colonna. E non penso che i magistrati debbano "parlare solo con le sentenze". La società ha bisogno dell'opinione anche dei magistrati. Ma c'è un problema di misura, di temi che vanno evitati, di sovraesposizione. In tutto questo il Csm stesso è stato molto carente. Così come è stato carente nel definire i criteri della scelta dei titolari degli uffici direttivi. Tra applicare la sola regola dell'anzianità e lasciare che dominino le correnti, ci sono molte soluzioni intermedie, come quella di udire i candidati, di "misurare" e valutare la loro pregressa attività, di acquisire opinioni degli uffici giudiziari.
Come giudica la nomina del dottor Cantone al vertice della Procura di Perugia? Ricordo che quando Raffaele Cantone ricopriva il ruolo di Zar dell'Anticorruzione il suo giudizio sull'operato dell'Anac fu molto spesso negativo...
Ho più volte espresso un giudizio negativo sull'Anac e sulla sua guida, perché ritengo che abbia spaventato i dipendenti pubblici e rallentato l'azione amministrativa, senza tuttavia ridurre la corruzione. Ma non ho elementi per giudicare la bontà della scelta fatta dal Csm, non conosco la "performance" dell'attività svolta dal dottor Cantone quale magistrato, e non conosco neppure quella del suo concorrente. Finirei per giudicare - in modo parziale - solo sulla base della mia grande stima e simpatia personale per il dottor Cantone.
Il Ministro della Giustizia Bonafede è in grande difficoltà dopo le accuse che gli ha lanciato contro il dottor Antonino Di Matteo dal salotto di Giletti prima e in commissione antimafia poi per la questione relativa al vertice del Dap. Qual è il suo giudizio su questo?
Che alla base ci sia un'altra anomalia istituzionale. I magistrati fanno parte dell'ordine giudiziario, che è uno dei poteri dello Stato. Perché occupano il Ministero della giustizia, che è parte di un diverso potere dello Stato, quello esecutivo? Pongo questa domanda perché la vicenda alla quale fa riferimento è la prova della contraddizione che ne deriva: i magistrati che siedono ai vertici del Ministero debbono eseguire le direttive del ministro, come tutti i funzionari, oppure operare in maniera indipendente, come hanno titolo di fare per il loro "status" di magistrati? Negli studi che ho fatto, alcuni anni fa, sulla storia dello Stato, ho mostrato come questo connubio è nato e perché oggi non ha ragion d'essere.
di Errico Novi
Il Dubbio, 23 giugno 2020
"Sì, non c'è alcuna difficoltà a dirlo: ci sono stati magistrati che sembrano aver ceduto una parte della loro autonomia e indipendenza al loro referente, in modo da avere vantaggi".
Luca Poniz, presidente dell'Anm da poco più di un anno, destinatario di un peso gigantesco che nessun altro leader della magistratura associata si era mai visto scaricare addosso, ha il pregio della chiarezza. Al punto da disarmare. Non cerca scorciatoie. Non elude la crisi della magistratura con sofisticate ellissi. È "la degenerazione dell'uso del potere". Chiaro, semplice.
Presidente Poniz, mi permetto di tradurre in forma un po' brutale: ci sono stati magistrati che hanno barattato la loro autonomia pur di fare carriera?
"Sì ma mi permetta di dire che su una analisi simile il sottoscritto ha avuto il "torto", devo consideralo tale, di esprimersi con atti documentabili ben prima dell'indagine di Perugia. Non ho mai negato, certo, che siamo di fronte alla degenerazione dell'uso un potere, quando si parla di vicende come quelle emerse con l'inchiesta di Perugia. Ed è altrettanto chiaro che si tratta di un fenomeno generale, di cui il "caso Palamara" è una espressione, ma che non riguarda evidentemente solo lui".
Ma c'è un "ma", presidente Poniz?
C'è da chiedersi una cosa. I tanti incarichi fuori ruolo da chi vengono assegnati? Dov'è la politica che sceglie i magistrati per i ruoli nei ministeri? Possibile ricevere l'accusa di un eccessivo ricorso alle funzioni extra-giurisdizionali da chi quelle funzioni chiede di assumere? Premesso che la cessione di autonomia di cui sopra è categoria a cui va ricondotto anche il magistrato che confida in una raccomandazione per essere impiegato in una struttura ministeriale, ma vogliamo ricordarci o no che c'è qualcuno, rappresentante del governo o di altra istituzione, che ha scelto e voluto quel magistrato?
Niente ipocrisie dalla politica, giusto. Ma nella crisi attuale della magistratura vede analogie con la crisi dei partiti di inizio anni Novanta? C'è un filo rosso tra le due vicende?
No, non ci sono analogie. In quel caso si è trattato di gravi responsabilità penali accertate. L'indagine di Perugia offre la proiezione di possibili responsabilità, ma su un piano molto diverso.
Ma il Paese ha ragione di chiedersi perché anche un segmento autorevole di classe dirigente qual è la magistratura sia finito in un labirinto?
Ogni volta in cui un "potere dello Stato" viene scosso da una crisi si pone un problema di fiducia da parte dell'opinione pubblica. Dobbiamo certamente farci carico di questo smarrimento. L'accostamento con la crisi del 92- 93 è inappropriato quanto alla consistenza delle diverse questioni, ma può senz'altro esserci una assimilazione nell'idea che si radica tra i cittadini. Noi magistrati siamo però esposti al pericolo di una grave confusione.
A cosa si riferisce?
Al fatto che la crisi ora riguarda l'organo di governo autonomo della magistratura, mentre io vedo estendersi una sorta di anatema generalizzato anche alla giurisdizione e alla vita associativa dei magistrati. Due dimensioni che non sono propriamente investite dal fenomeno di cui si parla. Se non fossi stato certo che la correttezza dell'esercizio della giurisdizione non è stata compromessa dai comportamenti scorretti relativi alle nomine, non avrei mai accettato di assumere la presidenza dell'Anm.
E le correnti?
Mi sorprendono considerazioni violente sulla necessità di eliminarle, scioglierle. Il problema è casomai di restituirle alle loro essenziali funzioni.
C'è il rischio che la magistratura associata ripieghi nel silenzio, nella rinuncia alla propria funzione culturale, nella speranza di allontanare sguardi e intenzioni distruttivi?
È un rischio da non sottovalutare. Io sono convinto che siamo chiamati a fare esattamente il contrario. A ritrovare la forza di elaborazione culturale da cui l'associazionismo giudiziario ha tratto origine. L'inveramento del modello di giudice costituzionale è un frutto straordinario offerto dalle correnti alla cultura giuridica. Perché dovremmo abbandonare una strada simile?
Il protagonismo di pochi ma assai mediaticamente celebrati pm è una complicazione rispetto all'idea di apporto culturale che l'Anm vorrebbe offrire?
Ci risiamo. Si tratta di un paradosso analogo all'eccessivo numero di incarichi fuori ruolo. Lo stesso sistema mediatico che insegue alcuni magistrati inquirenti come se fossero delle star, estende all'intera magistratura le loro posizioni. Se alcuni hanno posizioni poco garantiste, li si prende a esempio per sostenere che l'intera magistratura è poco sensibile alle garanzie. Non vede qualcosa di discutibile?
È una specie di trappola?
A volte si ha l'impressione di un effetto studiato a tavolino. D'altra parte, al nostro ultimo congresso, a Genova, sono state elaborate analisi molto interessanti, rigorose, ma i media hanno dato rilievo solo a quanto detto a proposito della prescrizione, e in modo del tutto improprio.
Tra quegli approfondimenti ce n'era uno dedicato alla separazione delle carriere, in chiave negativa...
Sul punto la posizione mia e della giunta è chiara, nota, trasparente.
Di separazione delle carriere o di altre riforme relative al Csm che abbiano rilievo costituzionale non si discute perché lo stesso ministro Bonafede considera ora prioritaria la tempestività di un intervento normativo. È un errore, secondo lei, accantonare per esempio l'ipotesi di laici nominati direttamente da avvocatura e accademia solo perché si dovrebbe intervenire sulla Carta?
Il ministro ha sempre detto, almeno negli incontri tenuti da quando ho assunto la presidenza, che avrebbe voluto modificare sia i meccanismi per l'elezione dei togati sia quelli relativi ai laici. Io credo che in una fase simile la tempestività dell'intervento costituisca un fattore non trascurabile. Ma mi sembra anche che ad orientarsi verso la scelta di consiglieri laici provenienti dalla politica, anziché dall'accademia e dall'avvocatura, sia stato il Parlamento. Si può decidere, senza modificare l'articolo 104 della Costituzione, di tornare all'autentico spirito del dettato costituzionale: completare la funzione dell'autogoverno attraverso figure in grado di portare un valore in termini di cultura giuridica. Non è necessario riformare la Costituzione.
Crede che un riconoscimento esplicito, in Costituzione, del ruolo dell'avvocato possa contribuire a una più solida autonomia dell'intera giurisdizione dalla politica?
Avremmo affrontato il tema, in incontri già programmati, se non fosse arrivata l'emergenza sanitaria a travolgere tutto. Conosciamo l'aspirazione coltivata dall'avvocatura come istituzione, e molti magistrati non avrebbero alcuna specifica avversione a un richiamo esplicito, nella Carta, sulla figura dell'avvocato. È evidente anche che la centralità della difesa è valore essenziale della giurisdizione, ne deve essere convinto ogni magistrato. Va però evitato l'equivoco di un pendant all'autonomia della magistratura. Non ce n'è bisogno, in questo senso; ma siamo pronti a riaprire la discussione sul ruolo dell'avvocatura come espressione anche simbolica del ruolo della difesa, essenziale nel modello costituzionale di giurisdizione.
Recuperare la fiducia dell'opinione pubblica: è impresa possibile?
Sarà indispensabile che ciascuno abbia il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, politica compresa. A inizio 2018 un misterioso emendamento ha cancellato la norma con cui era preclusa la nomina per funzioni direttive, semi-direttive e incarichi fuori ruolo del magistrato appena reduce da un mandato al Csm. Dopo due anni e mezzo ancora non si conosce il parlamentare fautore di quella modifica. Se sapremo discutere in modo chiaro, la crisi sarà rapidamente messa alle spalle.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 23 giugno 2020
Sparisce il carcere per i giornalisti. Ma non è affatto detto che la soluzione che si sta prefigurando sia più rispettosa della libertà di stampa. La commissione Giustizia del Senato, infatti, che oggi pomeriggio ne riprende l'esame, ha approvato, nell'ambito dei lavori sul disegno di legge di riforma del reato di diffamazione, un emendamento che, nel cancellare la previsione, abbastanza residua, del carcere per i giornalisti colpevoli, irrobustisce in maniera significativa le sanzioni sempre penali, ma di natura "solo" pecuniaria.
Infatti, nei casi più lievi di diffamazione si applica la pena da 5mila a 10mila euro, mentre per quelli più gravi, se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto falso, la cui diffusione è avvenuta nella consapevolezza della sua falsità, allora l'importo della multa sarà compreso tra un minimo di 10mila euro e un massimo di 50mila.
Troppo, sottolinea l'avvocato Caterina Malavenda, tra i massimi esperti di diritto penale dell'informazione, perché in questo modo a una pena detentiva che solo assai di rado è stata applicata (fece storia, per molti versi, il caso di Alessandro Sallusti, che scontò alcuni giorni di arresti domiciliari, prima che il Presidente della Repubblica gli commutasse la pena) se ne sostituirebbe una, di natura economica, ma assai afflittiva.
Il giornalista sanzionato, infatti, dovrebbe pagare di tasca propria cifre non certo banali, potrebbe godere solo una volta della sospensione della pena e, in caso di conversione della misura pecuniaria in libertà vigilata o lavoro sostitutivo, si tratterebbe di modalità di difficile compatibilità con il lavoro giornalistico. Malavenda sottolinea come la piena consapevolezza della falsità del fatto oggetto della condotta di diffamazione si presta a un duplice e opposto rischio: quello di volere estendere l'area della consapevolezza sino farla sconfinare in quella della presa in carico di una possibilità di falsità della notizia, quello che la prova di una piena conoscenza sia del tutto impossibile da provare.
Oggi la norma del Codice penale abbina alla pena detentiva che, nei casi più gravi, può arrivare sino tre anni, la possibilità di una multa fino a 2.065 euro. Pochi giorni fa, la Corte costituzionale chiamata in causa proprio per decidere della compatibilità con la Costituzione, anche alla luce delle conclusioni ormai consolidate della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, ha dato 12 mesi di tempo al Parlamento per trovare una soluzione, lasciando però trasparire il fatto che, nell'inerzia di Camera e Senato, il punto di arrivo finale sarà verosimilmente la cancellazione della pena detentiva.
La prima mossa dei senatori, successiva alla scelta della Consulta, è stata appunto l'approvazione dell'emendamento, ma il disegno di legge andrà poi pesato nel complesso, visto che interviene su altri aspetti cruciali come la rettifica che, a determinate condizioni, può azzerare il profilo penale.










