di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 21 giugno 2020
"È stata una scelta politica, quindi si va verso l'archiviazione". In questi giorni abbiamo letto spesso sui giornali questa affermazione, o altre di analogo contenuto, a proposito dell'indagine preliminare condotta dalla Procura di Bergamo sull'eventuale ritardo nel dichiarare zona rossa i Comuni di Alzano e Nembro e nel cui ambito hanno deposto, come persone informate sui fatti, il Presidente del Consiglio e i ministri dell'Interno e della Salute. Altri osservatori hanno invece segnalato il rischio di "immaginare responsabilità penali" per scelte politiche che implicano per definizione l'esercizio di un potere discrezionale.
Prendendo spunto dal caso specifico trattato a Bergamo (dove si procede, com'è noto, per il reato di epidemia colposa) possono essere utili alcune precisazioni soprattutto sul tema, sempre tormentato, dei rapporti tra potere giudiziario e potere esecutivo, e per spiegare l'arbitrarietà di ogni meccanico accostamento tra i termini "scelta politica" e "archiviazione in sede giudiziaria". Innanzitutto, non si può dubitare che la Procura della Repubblica abbia l'obbligo di ricostruire con la massima precisione possibile i fatti, specie dopo gli esposti e le denunce presentate da decine di familiari delle vittime della pandemia.
Tale ricostruzione avviene secondo gli schemi usuali dell'indagine penale e quindi mira ad accertare in primo luogo se vi sia un nesso di causalità tra le condotte di chi abbia avuto un ruolo nella decisione di dichiarare la zona rossa non prima dell'8 marzo e la diffusione dell'epidemia. Una ricognizione di notevole difficoltà, come hanno già sottolineato numerosi osservatori, soprattutto perché gli stessi scienziati sanno ancora troppo poco sulle caratteristiche del virus.
Ma quello che qui più interessa è l'altro oggetto dell'inchiesta: se, cioè, si possa muovere a qualcuno un rimprovero di imprudenza, negligenza o imperizia. Se, all'esito delle indagini, si dovesse dare una risposta positiva ai due quesiti nei confronti di un soggetto che abbia il ruolo di ministro, e per fatti commessi nell'esercizio delle sue funzioni, prima la stessa Procura e poi il Tribunale dei Ministri, non potrebbero certamente archiviare il caso. Come si può notare, di fronte all'autorità giudiziaria non è in gioco in alcun modo la natura "politica" della scelta.
Cosa ben diversa, invece - e a questo probabilmente alludono l'espressione "scelta politica" e il richiamo alla discrezionalità che le è propria - è il fatto che il Pm e il Tribunale debbano tenere conto delle molte particolarità del caso: non solo, come si diceva, la scarsissima conoscenza del virus e delle sue caratteristiche, ma anche le differenti opinioni espresse dagli scienziati, le indicazioni contraddittorie giunte dalle autorità internazionali, la mancanza di esperienze analoghe nei Paesi occidentali (molti dei quali hanno peraltro adottato decisioni simili a quelle italiane) e, secondo alcuni, anche i costi economici e sociali delle diverse opzioni.
Ma ripeto: il nostro ordinamento non sottrae la "scelta politica" su cui si incardina una decisione di questo tipo (o il procrastinarsi della stessa) al sindacato del giudice penale. Né, per una volta, si tratta di un'anomalia nazionale dato che indagini simili sono iniziate anche in Francia, Spagna e altri Stati europei. Un autorevole penalista intervenuto nel dibattito pubblico, ha parlato invece criticamente di un "esempio ulteriore dell'improprio utilizzo del diritto penale".
Ha poi aggiunto che una responsabilità in capo al decisore politico si potrebbe delineare solo in alcuni casi limite (sviamento di potere, sovvertimento macroscopico dei criteri di ponderazione degli interessi in gioco, superficialità e trascuratezza evidenti), concludendo tuttavia che "non mi sembra questo sia avvenuto". Ma proprio qui sta il punto: pur consapevoli delle particolarità del caso, nel nostro ordinamento questa valutazione - è avvenuto? non è avvenuto? - è affidata alla magistratura, secondo le regole del codice penale.
Dunque, nessuno sconfinamento del potere giudiziario nel campo del potere politico. Rimane però evidente la delicatezza della questione e la necessità di evitare i rischi di prevaricazione di uno dei due poteri sull'altro. A tal fine il sistema normativo attuale prevede, in ben determinati casi, una sorta di filtro a tutela dell'attività del Governo e dei suoi componenti (non più, invece, dei singoli deputati).
Se, infatti, il Tribunale dei Ministri dovesse ritenere, anche su difforme parere della Procura, che il procedimento non sia da archiviare, ma debba invece portare a una richiesta di rinvio a giudizio, dovrebbe preventivamente richiedere l'autorizzazione a procedere alla Camera di cui il ministro fa parte, o al Senato se si tratta di un ministro non parlamentare.
La legge costituzionale nr. 1 del 1989 specifica che il Parlamento nega l'autorizzazione a procedere se ritiene, con valutazione insindacabile, che il ministro "abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo".
È dunque questo il momento in cui il Parlamento, massima espressione della sovranità popolare, può bloccare l'azione dell'Autorità giudiziaria. Ma non perché quella sotto esame sia classificabile come "scelta politica" - caratteristica quasi sempre ravvisabile nell'attività ministeriale - bensì e solo se ritenga, con una autonoma valutazione (questa sì, squisitamente politica e non meramente giuridica) che ricorrano le condizioni in cui il legislatore costituzionale ha ravvisato il punto di equilibrio del sistema.
Come è noto, in questi primi due anni di legislatura abbiamo già avuto due votazioni di questo tipo, con esiti peraltro opposti. Aldilà e indipendentemente dall'esito dell'indagine penale, rimane poi ampio spazio per giudizi di carattere diverso, politico, amministrativo e anche etico, che saranno certamente a lungo al centro del dibattito pubblico dopo una catastrofe come quella provocata dalla pandemia.
di Antonio Pagliano
ilsussidiario.net, 21 giugno 2020
Il sistema giustizia è in crisi nera. L'ultimo, duro intervento del Capo dello Stato ha stigmatizzato la "modestia etica" di certi personaggi. Il sistema giustizia vive davvero una crisi profonda che, fatte le debite proporzioni e con il rispetto massimo che si deve a chi non c'è più, sembra avere una carica virale niente affatto secondaria al Covid-19. Il nostro sistema giudiziario è in stallo pressoché totale. La macchina è praticamente paralizzata. Insieme forse solo con la scuola, l'unico settore del paese a non dare concreti segni di superamento della crisi.
Grazie unicamente a un emendamento di Fratelli d'Italia al Dl intercettazioni, è stata cancellata la norma che aveva prolungato la paralisi dei tribunali fino al 31 luglio (emendamento varato, per dovere di cronaca, con il parere favorevole sia del governo che dei due relatori di maggioranza), sancendo l'eliminazione della facoltà in capo ai magistrati di chiudere i tribunali, facoltà che si è rivelata un grave errore del governo.
In questo scenario, in cui tra l'altro continua lo scontro fra il ministro Bonafede e il pm Di Matteo, è nuovamente intervenuto sullo scandalo del Csm il Presidente della Repubblica con un richiamo dai toni aspri come non mai. Durante la cerimonia per gli anniversari dell'uccisione di Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Guido Galli, Mario Amato, Gaetano Costa e Rosario Livatino, il presidente Mattarella ha duramente affermato come la fedeltà alla Costituzione "è l'unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato. L'unica fedeltà alla quale attenersi e sentirsi vincolati".
Un discorso durissimo, incentrato esplicitamente in larga parte sul caso Palamara, le cui vicende "sono in amaro contrasto con l'alto livello morale delle figure che oggi ricordiamo. In quest'anno così difficile per la magistratura italiana cadono gli anniversari di magistrati che hanno perso la vita a causa del loro impegno".
Mattarella ha poi subito ricordato come siano emerse "gravi e vaste distorsioni" nelle decisioni del Csm oggetto dell'inchiesta di Perugia, aggiungendo che "la documentazione raccolta dalla Procura della Repubblica di Perugia - la cui rilevanza va valutata nelle sedi proprie previste dalla legge - sembra presentare l'immagine di una magistratura china su stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all'attribuzione di incarichi.
Questo fenomeno si era disvelato nel momento in cui il Csm è stato chiamato, un anno addietro, ad affrontare quanto già allora emerso. Quel che è apparso ulteriormente fornisce la percezione della vastità del fenomeno allora denunziato; e fa intravedere un'ampia diffusione della grave distorsione sviluppatasi intorno ai criteri e alle decisioni di vari adempimenti nel governo autonomo della magistratura. Sono certo che queste logiche non appartengono alla magistratura nel suo insieme, che rappresenta un ordine impegnato nella quotidiana elaborazione della risposta di giustizia rispetto a una domanda che diventa sempre più pressante e complessa".
Come non bastasse ha poi pronunciato una stoccata che suona come una vera umiliazione per i magistrati coinvolti. Il Presidente della Repubblica ha infatti formalmente denunciato "la modestia etica" emersa dalle carte dell'inchiesta. "Questo - ha proseguito - è il momento di dimostrare, con coraggio, di voler superare ogni degenerazione del sistema delle correnti per perseguire autenticamente l'interesse generale ad avere una giustizia efficiente e credibile. È indispensabile porre attenzione critica sul ruolo e sull'utilità stessa delle correnti interne alla vita associativa dei magistrati".
Correttamente, egli ha poi tracciato la strada, evidenziando come la scuola superiore della magistratura debba assumere un ruolo decisivo per la formazioni etica e professionale dei magistrati, dedicando sessioni di studio apposite ai doveri di correttezza e trasparenza nell'esercizio delle funzioni giudiziarie, chiosando poi sulla necessità di garantire nel nostro Paese il rispetto della legalità, legando a tale esigenza l'indifferibile impegno a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini, così gravemente messe in dubbio da recenti fatti di cronaca.
È la prima volta che il Presidente della Repubblica, che la Costituzione designa come il presidente del Csm, si esprime con questi toni a fronte di ciò che la vicenda Palamara sta facendo emergere. La solennità del suo intervento non deve essere minimamente offuscata, anzi.
Certo c'è da chiedersi il perché solo adesso, ma la scelta di legare la denuncia sulla "modestia etica" alla commemorazione di cinque magistrati caduti nella lotta al terrorismo e alle mafie appare di una straordinaria potenza evocativa. La nostra magistratura, tutt'ora, è composta anche da persone eccellenti e di elevato spessore etico, ma quel sistema correntizio è così diffuso e ramificato che non ci si può non interrogare sul come e sul perché esso sia così tanto dilagato.
La compiacenza, se non il supporto indiretto, di cui quel sistema si è giovato rende - ahimè - tutti in quota parte colpevoli. Negli anni le vere denunce di dissenso sono state assai scarse e d'altronde l'anno scorso quasi tutti si precipitarono ad additare la pecora nera Palamara, fingendo di non vedere né la guerra fra bande che era in atto né gli altri capo branco compromessi; giochino che solo l'evidenza delle carte processuali ha in parte ridimensionato.
L'aspetto su cui riflettere è che si sono registrate pochissime vere ammissioni di responsabilità in questi mesi. L'auspicio è pertanto che il grave monito del Presidente della Repubblica finisca di scuotere le coscienze di tutti i protagonisti e comprimari, spingendoli a farsi avanti, a denunciare il degrado, altrimenti non ci sarà riforma in grado di assicurare trasparenza e merito. Quello che si è palesato all'opinione pubblica è un vero e proprio sistema culturale di gestione del potere. Non lo si spacci per circoscritta degenerazione di pochi capi bastone.
Non basterà fare tabula rasa di questi ultimi per garantire che le nomine dei titolari degli uffici giudiziari siano improntate unicamente al merito; dando ovviamente per scontato che il Presidente assicurerà in tutti i casi ai cittadini il costante controllo sull'operato dell'organo di autogoverno della magistratura.
di Carmelo Barbieri*
Il Foglio, 21 giugno 2020
Andrebbero separate le esperienze che portano buon contagio da quelle che, pur rispondendo a esigenze dell'interessato, risulterebbero sterili per l'amministrazione della giustizia.
La politica sembra non avere idee troppo chiare e i buoni consigli per la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e delle carriere dei magistrati si sprecano. Non c'è da stupirsi, è costume italico. Bisognerebbe, invece, che il progetto di riforma di uno dei poteri fondamentali dello Stato costituisse la sintesi politica di un serrato dibattito tecnico tra studiosi di lungo corso della materia.
Il momento è talmente disorientante che servirebbe una vera e propria "fase costituente": la riforma dovrebbe essere in grado di ritrovare e formalizzare i "significati" che abbiamo perso. Per farlo, dovrebbe generare dalla riflessione di giuristi dotati di grande autorevolezza e prestigio personale presso la comunità di riferimento e risultare il più possibile condivisa dalle categorie interessate, in primo luogo la magistratura e l'avvocatura. Ci si asterrà pertanto dall'aggiungersi alle fila dei buoni consiglieri. Soltanto una chiosa, l'argomento è dei più spinosi: il collocamento fuori ruolo dei magistrati per andare ad assumere compiti di alta amministrazione e, più in generale, gli incarichi extragiudiziari. Il tema è trattato dai più con una certa avversione, la soluzione è tranchant: vietarli.
La scelta pecca di semplicismo. L'esercizio della giurisdizione e, più in generale, il diritto e la sua applicazione altro non sono che una forma di ingegneria sociale. Porre una regola e interpretarla comporta la comprensione dell'impatto che ne deriverà, degli effetti che si produrranno. L'individuazione dei bulloni da stringere e di quelli da allentare presuppone la conoscenza del fenomeno da regolare. È per questo che l'autoreferenzialità della magistratura va avversata con forza. Ne è consapevole la Commissione europea per l'efficienza della giustizia presso il Consiglio d'Europa che a dicembre 2019 ha approvato le proprie linee guida per "Breaking up judges' isolation". Gli incarichi extragiudiziari, se messi al riparo, con regole legislative predeterminate, da logiche corporative e clientelari, costituiscono un'importante valvola di comunicazione tra la magistratura e "i luoghi altri".
Non vanno pertanto vietati ma regolati. Dovrebbe essere compito della fonte legislativa tracciare un'organica e analitica "mappatura" degli incarichi ritenuti attinenti alla funzione giudiziaria perché in grado di contaminarla positivamente. Le esperienze che portano buon contagio vanno separate da quelle che, pur rispondendo a egoistiche esigenze dell'interessato, risulterebbero sterili per l'amministrazione della giustizia. Le prime sono da promuovere, le seconde da impedire.
Alla legge dovrebbe essere poi rimesso il compito di fissare i criteri da seguire ai fini dell'apprezzamento dell'attività extragiudiziaria nell'ambito della valutazione di professionalità del magistrato. Ciò fatto, l'esperienza andrà valutata per le competenze che ha effettivamente permesso di acquisire e non svalutata o discriminata per il solo fatto di essere stata svolta al di fuori della giurisdizione domestica. Si potrà così evitare di leggere in delibere consiliari che, ad esempio, lo svolgimento di funzioni giurisdizionali presso Corti sovranazionali non costituisce un'esperienza professionale da valorizzare rispetto a quella ordinaria. C'è bisogno di ritrovare la solitudine dei magistrati, di recuperare la loro capacità di "parlare con sé stessi e con gli altri", ma non di perseguire il loro isolamento.
*Magistrato del tribunale di Milano
di Marco Ventura
Il Messaggero, 21 giugno 2020
Da ieri c'è una "linea rossa", disegnata idealmente dal presidente egiziano Al-Sisi nel deserto libico, superata la quale l'esercito del Cairo potrebbe sconfinare e combattere per difendere il feldmaresciallo Khalifa Haftar, il signore di Bengasi, dalla vittoriosa controffensiva dell'antagonista Fayyez al-Serraj, premier libico riconosciuto da Onu e Ue.
La guerra di Libia, che procede da anni con cambiamenti di scenario a seconda del peso che forze straniere mettono nel conflitto, è a una svolta. Se l'esercito del governo di concordia nazionale di Tripoli, forte di circa 2mila combattenti inviati da Ankara, attaccherà Sirte, storica roccaforte delle tribù gheddafiane oggi in mano a Haftar, e cercherà di espugnare la base aerea di Al Jufra dove sono pronti a decollare 14 Mig-29 e Sukhoi-24 russi (probabilmente con piloti egiziani alla cloche), la risposta del Cairo non si farà attendere.
E potrebbe concretizzarsi uno scontro diretto, sul terreno, tra turchi ed egiziani per la delimitazione delle aree di influenza nel Paese. Il ministro degli Esteri libico Mohammed Sayla ha rifiutato ieri di partecipare alla riunione della Lega Araba chiesta dall'Egitto per sostenere Haftar. Governo di accordo nazionale libico (Gna) ha annunciato che non parteciperà alla riunione d'urgenza della Lega Araba convocata su richiesta dell'Egitto, che dovrebbe tenersi la prossima settimana.
La Turchia rivendica, a sua volta, un patto con gli Stati Uniti in chiave anti-russa, e lancia avvertimenti alla Francia perché si tenga fuori dalla mischia, altrimenti un appoggio più consistente dei francesi a Haftar diventerebbe "un problema per la Nato", di cui Parigi e Ankara sono pilastri. E l'Italia, che persegue la "soluzione politica" con un ospedale militare da campo e una missione aero-navale europea, Irini, comandata da un italiano per impedire il traffico di armi, fa sapere che sta per inviare unità del Genio specializzate nello sminamento, per bonificare le aree attorno alla capitale tornate sotto la sovranità del governo di Tripoli.
La novità di ieri è la risposta che l'egiziano Al-Sisi ha voluto dare all'offensiva diplomatica turca, il giorno dopo l'incontro ad Ankara tra i ministri degli Esteri turco e italiano, Cavusoglu e Di Maio. Lo ha fatto visitando una base aerea nel distretto militare occidentale a ridosso della lunga frontiera con la Libia, a Sidi Barrani (95 km a est del confine).
"Siate pronti - ha detto - a condurre qualsiasi missione, qui, all'interno dei nostri confini, o se necessario all'esterno". L'esercito egiziano "è uno dei più forti della regione, protegge e non minaccia". Un intervento diretto in Libia sarebbe "legittimo" secondo Al-Sisi, "in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu e sulla base della sola autorità legittima in Libia, eletta dal popolo libico".
Che per l'Egitto è il Parlamento di Tobruk, mentre per Onu e Ue è il governo di Tripoli. Ma più di tutto conta, per l'Egitto, l'interesse strategico alla protezione dei confini occidentali e, quindi, alla stabilità della confinante Cirenaica, con una "profondità strategica contro le minacce dei mercenari e di milizie terroristiche". Ecco perché il sostegno della Francia a Haftar, per Al-Sisi, mette "in pericolo la sicurezza della Nato". Da Ankara la risposta è che la condizione per il cessate il fuoco è proprio il ritiro delle forze di Haftar da Sirte.
di Claudio Raffaelli
comune.torino.it, 21 giugno 2020
Dopo l'incontro della scorsa settimana con la Conferenza dei capigruppo, la commissione Legalità e la Garante per i diritti delle persone private della libertà personale, Monica Cristina Gallo, si sono ritrovati in videoconferenza per alcuni approfondimenti sulla situazione dell'universo carcerario torinese. Un pezzo di città messo a dura prova dall'emergenza sanitaria, anche se nelle carceri sotto la Mole non si sono manifestate le tensioni che hanno contraddistinto i penitenziari di altre città italiane.
In un momento nel quale la parola d'ordine, il mantra quasi, è "ripartire", questo deve riguardare anche le attività nei luoghi di detenzione, dopo la brusca seppure inevitabile sospensione. A cominciare dallo studio e dal lavoro, elementi indispensabili per la funzione del carcere, istituzione che non deve limitarsi all'aspetto repressivo ma deve svolgere una funzione di recupero della persona alla normale vita sociale, una volta scontata la pena.
Alla presidente Carlotta Tevere ed agli altri componenti della commissione Legalità, la Garante ha offerto alcuni dati che fotografano la situazione attuale. Si conferma che il principale problema resta il sovraffollamento, che l'anno scorso ha toccato una punta di 1480 detenuti (poi diminuiti per via delle misure di sfollamento legate al Covid-19) contro i 1062 di quattro anni prima.
Alla fine dell'anno scorso, i detenuti in custodia cautelare erano 379. Negli ultimi anni è inoltre cresciuto il numero delle detenute, che sono raddoppiate rispetto alle 70 registrate a fine 2015. Un altro dato interessante, sempre fornito dall'ufficio della Garante, è quello che mostra la diminuzione della percentuale di persone incarcerate non di nazionalità italiana, dal 54 al 44%.
Numerosi i detenuti e detenute che seguono i corsi scolastici per l'ottenimento del diploma, circa 170, vi sono anche alcune decine di iscritti all'università e una decina di corsi di formazione professionale (giardinaggio, muratura, cucina). Facile immaginare come la didattica a distanza (Dad) imposta dall'emergenza sanitaria abbia visto moltiplicate al cubo le difficoltà riscontrate in ambiti scolastici più ordinari.
Ancora più complicata la situazione che riguarda l'attività lavorativa in esterno. La Garante ha spiegato come l'esperimento dei lavori socialmente utili avviato nell'ambito dei progetti AxTo fosse stato positivo ma vanificato dal successivo "assorbimento" nel protocollo di intesa "Mi Riscatto per To", con una retribuzione prevista di soli 150 euro mensili (meno di un terzo di quella prevista da AxTo).
Nei giorni scorsi, dall'ufficio della Garante è partita una lettera indirizzata al Ministero della Giustizia, al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e all'Assessorato comunale all'Ambiente per il rilancio di progetti di lavoro. Uno dei quali, come ricordato, era stato ipotizzato presso il comprensorio agricolo e di floricultura dell'ex Istituto Bonafous, tra le colline del Chierese ma di proprietà della Città di Torino. Per il resto, la Garante ha ricordato i problemi strutturali nel carcere Lorusso e Cutugno, a partire dalle infiltrazioni d'acqua, e lo spinoso tema del reinserimento delle persone tornate in libertà.
Con gli interventi dei consiglieri e consigliere Tresso, Ferrero, Tisi, Montalbano, oltre ce della presidente Tevere, sono stati toccati temi come il CPR di corso Brunelleschi - del quale il Consiglio comunale ha in passato reclamato la chiusura, i problemi delle persone scarcerate improvvisamente per emergenza Covid-19 e talvolta senza punti di appoggio, le politiche abitative e di inserimento lavorativo per gli ex detenuti e il rilancio della formazione professionale e del lavoro per le persone ancora in carcere. La Garante, da parte sua, ha ancora sottolineato come il suo ufficio abbia in primo luogo la missione di tutelare le persone da eventuali trattamenti degradanti e inumani, non potendo da solo farsi carico del complesso dei problemi e necessitando di ogni collaborazione, a partire da quella del Consiglio comunale.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 21 giugno 2020
Diciotto anni di attesa per la prima udienza istruttoria davanti al giudice di pace. Un record? Forse. Di certo un esempio di giustizia non efficiente e di tempi ragionevoli del processo, garanzie e diritti tutt'altro che tempestivamente tutelati. Il caso è quello di un Giampiero S., napoletano, che da ben diciotto anni attende di veder celebrata l'udienza del giudizio intentato contro Poste Italiane per un pacco mai recapito e distrutto. In quel pacco c'erano giocattoli per i suoi bambini, lettere e fotografie per la sua amata, ricordi e oggetti che avevano un valore soprattutto affettivo. Giampiero li aveva spediti dal carcere di Secondigliano dove all'epoca, parliamo di vent'anni fa, era recluso.
Erano il suo messaggio di amore nei confronti dei propri cari ma quegli oggetti non arrivarono mai alla destinataria e nessuno seppe, se non anni dopo, che se quel pacco con i regali per i figli e le lettere per la moglie non arrivò non fu per disinteresse o dimenticanza. Sta di fatto che la situazione ebbe delle ripercussioni sui rapporti del detenuto con la sua famiglia, "provocando seri danni e disagi nonché indiscutibili complicazioni al rapporto familiare del mio cliente" come scrisse l'avvocato Angelo Pisani a Poste Italiane per avere il rimborso delle spese sostenute per la spedizione e il risarcimento dei danni per il mancato recapito del plico.
Emerse solo dopo che il pacco era stato mandato in un apposito reparto delle Poste dove finiscono tutti i pacchi destinati alla distruzione perché non ci sono gli estremi o le condizioni per farli recapitare ai destinatari. Di qui la causa civile e un'attesa di ben 18 anni per veder celebrata un'udienza utile del processo. Si è arrivati così a ieri.
"Sono emozionato, non ci posso credere. Dopo oltre 18 anni, nonostante i blocchi Covid, oggi finalmente dinanzi a un nuovo giudice di pace si è tenuta la prima udienza istruttoria della causa intentata da un utente contro Poste Italiane per il risarcimento dei danni subiti dalla mancata consegna e distruzione di un pacco spedito nel lontano 2002", è la gioia di Giampiero.
"E il colmo - afferma l'avvocato Pisani - è che, visti i tempi, ora saranno maggiori i danni dovuti dallo Stato, in base alla legge Pinto, per il ritardo della giustizia". Sì, perché è evidente che i tempi ragionevoli del processo non sono stati rispettati. Diciotto anni per un'udienza che incardini l'istruttoria sono davvero tanti, troppi.
Come è potuto accadere? La risposta è in una serie di singolari eventi, la fatalità c'entra solo in minima parte, poi ci sono gli effetti di una giustizia che generalmente affannando annaspa e annaspando perde efficacia e credibilità. Al danno si è aggiunta la beffa in questo caso. Perché Giampiero, che si era rivolto alla giustizia per un pacco andato disperso e poi distrutto, ha dovuto assistere alle lungaggini di un procedimento che non prendeva il via, una volta per la lentezza di un primo giudice di pace, un'altra volta perché il fascicolo processuale è andato smarrito.
Le varie istanze inoltrate alla cancelleria dall'avvocato Pisani solo nel 2017 hanno avuto un riscontro concreto con la fissazione di un'udienza, poi rinviata al 2018 e, dopo che il nuovo giudice a cui il processo era stato assegnato è andato in pensione, al 19 giugno 2020. Da ieri ha preso il via la prima udienza istruttoria e si spera che questa sia la volta buona per celebrare e definire il processo. Si torna in aula a settembre.
di Alessio Liberini
anteprima24.it, 21 giugno 2020
Nel carcere di Poggioreale a Napoli mancano i posti letto per i carcerati sotto osservazione sanitaria. Lo denuncia il Garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, ieri in visita a Poggioreale.
A fronte delle oltre 7800 richieste di cure sanitarie la struttura di detenzione napoletana offre solo 36 posti letto. "Oggi a Poggioreale c'erano 1900 persone" - racconta Ciambriello dopo la visita ai reparti San Paolo, dove ci sono i detenuti ammalati e Firenze, che ospita i detenuti entrati per la prima volta in carcere. Cartella clinica informatizzata e più posti letto destinati ai detenuti delle carceri campane. Queste le richieste del garante che oggi anticipa anche una buona notizia. A breve, infatti, il reparto San Paolo avrà una stanza solo per detenuti dializzati.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 21 giugno 2020
Il presidente Mattarella è intervenuto nella Giornata del Rifugiato. L'Fmi: "Sono una risorsa, aumentano la produzione e la produttività sia a breve che a medio termine". "La nostra azione di protezione e assistenza non può indebolirsi ma deve, anzi, rafforzarsi con l'elaborazione di un nuovo corso dell'Unione europea in materia di migrazioni e asilo, nel segno di un più incisivo e condiviso impegno comune": ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. Le sue parole suonano come una sveglia nei confronti di un governo molto timido nell'invertire la rotta rispetto al Conte Uno, quando la Lega era al Viminale.
I monumenti simbolo di 5 città italiane (la Fontana monumentale di Piazza Moro a Bari, Palazzo Re Enzo a Bologna, Porta San Niccolò a Firenze, Palazzo Marino a Milano e il Maschio Angioino a Napoli) sono stati illuminati di blu ieri notte per invitare la cittadinanza a non voltare lo sguardo davanti a chi ha bisogno di aiuto. "L'impatto della pandemia - ha proseguito Mattarella - aggrava la già critica condizione di quanti, a causa di conflitti o per la violazione di diritti fondamentali, sono costretti a fuggire dal proprio paese".
Ribadendo il sostegno dell'Italia all'Alto commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati, ha poi concluso: "Il fenomeno delle migrazioni conta su un approccio italiano basato su strumenti importanti quali il programma nazionale di reinsediamento e i corridoi umanitari per rifugiati particolarmente vulnerabili, colpiti in misura considerevole dalle restrizioni determinate dall'attuale emergenza sanitaria". I numeri, però, mostrano che l'impegno su questo fronte è ancora troppo basso rispetto alla grandezza del fenomeno.
L'Unhcr ha diffuso i dati del rapporto annuale Global trends: gli esodi forzati nel 2019 hanno coinvolto più dell'uno per cento della popolazione mondiale (una persona su 97) mentre continua a diminuire il numero di coloro che riescono a fare ritorno a casa. Alla fine dello scorso anno "risultava essere in fuga la cifra senza precedenti di 79,5 milioni di persone", un dato record.
Dal Viminale sono arrivati ieri i numeri che riguardano l'Italia: sono quasi 11mila (10.972) le richieste di asilo presentate nel nostro paese dal primo gennaio al 12 giugno 2020. Le principali aree geografiche di provenienza dei richiedenti sono l'Asia (40%), l'Africa (37%), l'America (17%). Da cittadini del Pakistan il numero più altro di pratiche (18%), seguito dalla Nigeria (10%). Il 76% dei richiedenti sono uomini. La maggior parte di loro (62%) ha un'età compresa tra i 18 e i 34 anni, il 13% sono bambini da 0 a 13 anni, il 3% ragazzi dai 14 ai 17. Dal primo gennaio 2020 la Commissione nazionale per il diritto di asilo ha adottato 21.144 decisioni.
Dal 2015 a oggi, sono stati reinsediati in Italia, attraverso i programmi di ricollocamento internazionali, solo 2.510 rifugiati. Per le annualità 2020-2021 è previsto un contributo aggiuntivo di 700 persone. Il divario tra chi ha necessità di accedere a questa misura e i posti messi a disposizione dai governi resta enorme.
La retorica di destra descrive i migranti come un costo per la collettività. Addirittura il Fondo monetario internazionale smonta questa narrazione tossica nel report World Economic Outlook: "Si tratta di un'idea sbagliata. Nelle economie avanzate i migranti aumentano la produzione e la produttività sia a breve che a medio termine. Un aumento di 1 punto percentuale nell'afflusso di immigrati, rispetto all'occupazione totale, aumenta il Pil di quasi l'1% entro 5 anni dal loro ingresso". Questo perché i lavoratori autoctoni e immigrati apportano al mercato del lavoro una serie diversificata di competenze, che "si completano a vicenda aumentando la produttività".
I migranti erano 120 milioni nel 1990, nel 2019 sono saliti a 270 milioni ma la loro quota è rimasta stabile, intorno al 3% degli abitanti totali. A crescere è stata la loro presenza nelle economie avanzate: dal 7% al 12%. Le pressioni migratorie verso l'Europa nei prossimi anni saranno più forti a causa del boom demografico nell'Africa sub-sahariana, dove la popolazione dovrebbe aumentare di 1 miliardo di persone tra il 2020 e il 2050, generando una pressione migratoria extra-regionale di 31 milioni di individui. A questo si somma l'effetto dei cambiamenti climatici.
L'Fmi ammette che il fenomeno provoca tensioni: "I lavoratori autoctoni in specifici segmenti potrebbero essere danneggiati" ma si possono utilizzare politiche di sostegno al reddito e di riqualificazione delle competenze per superare il problema. Mentre, sul fronte degli immigrati, politiche orientate all'integrazione "come la formazione linguistica e un più facile riconoscimento dei titoli professionali possono aiutare a ottenere risultati ancora migliori".
di Valentina Caffieri
quinewselba.it, 21 giugno 2020
L'uomo è stato trasferito all'ospedale di Pisa con l'elisoccorso. Nel pomeriggio di ieri, verso le 15,30, nella Casa di reclusione di Porto Azzurro un detenuto, mentre stava preparandosi da mangiare in cella con il fornelletto a gas, è stato investito al volto da una fiamma che si è sprigionata.
L'uomo è stato soccorso dal personale medico del 118, Pubblica Assistenza di Porto Azzurro e Pubblica Assistenza di Capoliveri. Per precauzione l'uomo è stato trasferito con l'elisoccorso all'ospedale di Pisa, come ci ha riferito Carlo Mazzerbo, attualmente in servizio per sostituire temporaneamente il direttore D'Anselmo.
Mazzerbo ci ha inoltre spiegato che l'uomo è stato trasferito fuori Elba con l'elisoccorso per una visita specialistica immediata, dato che si temevano danni peggiori, in particolare agli occhi. L'uomo è in buone condizioni, è stato già dimesso dall'Ospedale di Pisa e lunedì tornerà sull'isola. In merito a quanto accaduto una nota del Sappe-Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria sottolinea che l'uomo è stato prontamente soccorso prima dagli agenti della Polizia penitenziaria di Porto Azzurro. Il Sappe inoltre mette in evidenza i rischi derivanti dall'utilizzo, comunque consentito dalla legge, "dei fornelli da campeggio utilizzati per la preparazione dei pasti e che di sovente vengono impiegati impropriamente, ma anche per questa situazione rimaniamo inascoltati nonostante continuano a verificarsi incidenti e suicidi con tali strumenti", sottolineando di aver più volte fatto presente all'amministrazione penitenziaria i potenziali rischi di tali strumenti all'interno delle carceri.
di Erminio Cioffi
La Città di Salerno, 21 giugno 2020
Anche la Corte di Appello di Potenza chiede la riapertura della Casa circondariale di Sala Consilina, chiusa ormai da quasi 5 anni con un decreto ministeriale dell'allora Guardasigilli Andrea Orlando perché ritenuta non economicamente conveniente per le dimensioni potendo accogliere meno di 50 detenuti.
Il Tribunale di Lagonegro, che ha competenza territoriale anche sull'ex circondario del Tribunale di Sala Consilina, chiuso nel 2013 ed accorpato al tribunale lucano, si ritrova da 5 anni con un bacino di utenza di decine di migliaia di persone e senza un carcere. A mettere nero su bianco la situazione critica è Rosa Patrizia Sinisi, Presidente della Corte di Appello di Potenza, che nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2020 ha messo in evidenza tra le criticità del suo distretto quella relativa alla mancanza di istituti di pena nelle vicinanze del Tribunale di Lagonegro. "Ciò - si legge nella relazione - è motivo di criticità per la gestione dei processi soprattutto in fase di convalida dell'arresto e la scarsa disponibilità di carburante per l'autovettura di servizio necessaria per raggiungere i luoghi di detenzione".
La Sinisi ripercorre anche quelle che sono stati le azioni messe in campo negli ultimi anni tese ad ottenere la riapertura del carcere di via Gioberti: "L'amministrazione comunale di Sala Consilina ha impugnato avanti al giudice amministrativo il provvedimento ministeriale, per cui vi è stata una conferenza di servizi sul tema tenutasi a Roma nell'ottobre 2018 presso il Dap e a tutt'oggi non constano determinazioni ministeriali".
Il silenzio del Dap. Il silenzio da parte del Dap per la Corte di Appello "è eloquente - scrive il Presidente Sinisi - nel senso del rigetto della proposta, pur essendo una esigenza concreta non solo per avvocati, magistrati e personale amministrativo, ma soprattutto per i detenuti e i loro familiari che hanno diritto ad essere ristretti vicino ai luoghi di residenza. Invece nel circondario di Lagonegro si è costretti a ricorrere alla detenzione nel carcere di Castrovillari, in regione Calabria, in quello di Salerno, in regione Campania, o in quello di Potenza, con notevoli disagi per magistrati, cancellieri, con rilevante dispendio economico per tutti e disagi in caso di convalida di arresto o fermo".
In parole povere la chiusura del carcere, necessaria secondo il Ministero della Giustizia per ragioni di economicità, ha comportato un taglio dei costi ma allo stesso tempo il costo del risparmio si è paradossalmente trasformato in un aumento delle spese per poter consentire ai magistrati di poter svolgere la loro attività con tutti i disagi che conseguono al fatto di essere costretti a spostarsi tra le carceri di 3 regioni: Basilicata, Campania e Calabria.
La vicenda giudiziaria. Formalmente il carcere di Sala Consilina non è chiuso perché la giustizia amministrativa ha ritenuto illegittimo il provvedimento del Ministero della Giustizia per non aver coinvolto il Comune di Sala Consilina e l'Ordine degli Avvocati di Lagonegro nel procedimento che poi ha portato al decreto di chiusura.
Ad ottobre del 2016 il Tar aveva accolto il ricorso dell'Amministrazione Comunale ed annullato il Decreto del Ministero della Giustizia ritenendo che lo stesso avesse violato il principio fondamentale della territorialità dell'esecuzione penale previsto da una serie di leggi che regolano l'ordinamento penitenziario ed inoltre non era stata tenuta in considerazione la circostanza della unicità del carcere di Sala Consilina, anche nel circondario del Tribunale di Lagonegro.
Il Ministero della Giustizia si era appellato al Consiglio di Stato che nel 2017 aveva ritenuto illegittima la procedura adottata ed imposto al Dicastero di via Arenula di convocare una conferenza dei servizi coinvolgendo anche il Comune di Sala Consilina e l'Ordine degli Avvocati e poi decidere se chiudere o meno la struttura penitenziaria. In sede di conferenza di servizi il Comune aveva presentato un progetto con cui sarebbe stato possibile con una spesa di 220mila euro portare a 51 posti la capienza della casa circondariale, La conferenza si è conclusa un anno e mezzo fa, nel settembre del 2018, ma da allora non è stata ancora presa alcuna decisione in merito alle sorti del carcere che nel frattempo, abbandonato a se stesso, sta iniziando a cadere a pezzi.
- Prima i profughi: basta leggi per respingerli, bisogna organizzarsi per accoglierli
- Gela (Cl). Il volontariato all'interno del carcere al centro di un master da 110 e lode
- Napoli. Concluso il progetto “Donne nelle carceri” sciscianonotizie.it, 21 giugno 2020 Uno sguard
- Stati Uniti. Gli effetti perversi della "guerra al crimine"
- Stati Uniti. Cosa insegnano le rivendicazioni del movimento antirazzista










