di Pietro Di Muccio de Quattro
L'Opinione, 20 giugno 2020
Per dovuta precisione, è stato il magistrato Nino Di Matteo a dichiarare a Massimo Giletti, divenuto il suo confessore mediatico, che "privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato il criterio dell'appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è molto simile all'applicazione del metodo mafioso".
E se lo dice lui, il più anti-mafioso dei magistrati, come non credergli? Aggiungiamo che Di Matteo è membro del Consiglio superiore della magistratura, grazie ad un'elezione dove non è azzardato presumere che anche nel suo caso possa aver avuto influenza il naturale gioco delle correnti che presiede alla selezione delle candidature e alla distribuzione dei voti.
A parte questo, Di Matteo ha dato voce con una similitudine parossistica allo stupore dei cittadini di fronte al caso Palamara, un altro magistrato che, nelle intercettazioni subìte e nelle indiscrezioni rivelate in pubblico allo stesso confessore, ha ammesso che il sistema delle nomine consisteva nella spartizione delle cariche direttive tra gli esponenti delle varie correnti.
Insomma, per entrare al Csm e per farsene nominare ai vertici degli uffici giudiziari, bisognava accettare l'azione redistributiva praticata dai capi dell'Associazione nazionale magistrati, il sindacato delle toghe. È interessante notare che nella Prima Repubblica lo stesso sistema, ma riferito alla politica generale, era vituperato (ma non dai partiti) con il nome di lottizzazione, che significava strapotere usurpatorio dei partiti e ripartizione di incarichi, funzioni, uffici in proporzione della loro forza elettorale, nazionale o locale.
A ben vedere, tuttavia, la qualificazione delle nomine sentenziata da Di Matteo è nuova, sebbene in modo dirompente, solo per l'esplicito e gravissimo riferimento alla mafiosità del metodo, viepiù greve provenendo da un magistrato di punta nelle inchieste sulla mafia. Infatti quel sistema era ed è il segreto di Pulcinella, essendo ben noto agli addetti ai lavori e ai non addetti che amano approfondire le cose. Palamara ammette, "obtorto collo", che il Re è nudo. Di Matteo soggiunge che somiglia al Padrino.
Fin qui la "pars destruens" del magistrato Di Matteo risulta vera, corroborata da prove irrefutabili, dirette e indirette. Invece la "pars construens" appare fragile, un pio desiderio piuttosto che un rimedio efficace contro la lottizzazione, appunto, dei posti di componente del Csm e degli incarichi direttivi in magistratura che esso assegna per Costituzione. Infatti, nella stessa confessione, Di Matteo apre il cuore: "Più che le riforme serve a mio parere una svolta etica, un cambiamento vero che deve riguardare la mentalità dei consiglieri e la mentalità di tutti i magistrati".
Orbene, sorprende che un magistrato di tale esperienza trascuri la considerazione, una verità avallata dalla storia e dal diritto, secondo cui nelle questioni di potere affidarsi alla palingenesi morale e alle svolte etiche non avvicina, allontana la soluzione dei problemi generati dall'immoralità, dalla slealtà, dalle frodi, le quali prosperano anche dove abbondano i magistrati onesti, capaci, virtuosi, se manca uno statuto dell'organo che raffreni le passioni e i difetti comuni ad ogni uomo, così aiutandolo ad essere migliore quanto possibile.
Non sbaglia Machiavelli ad affermare: "È necessario, a chi dispone una Repubblica ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini rei" né Hume a rincararne la dose: "Gli scrittori politici hanno stabilito come massima che, nell'escogitare qualunque sistema di governo e nel fissare i molti limiti e controlli della costituzione, ogni uomo dovrebbe proprio essere presunto un farabutto ed avere nessun altro fine, in tutte le sue azioni, che l'interesse personale. In base a questo interesse noi dobbiamo guidarlo e, per mezzo di esso, farlo cooperare al pubblico bene nonostante la sua insaziabile avidità ed ambizione".
Senza applicare tali principi non possiamo aspettarci nulla di risolutivo dalle prospettate riforme governative. Finché i magistrati del Csm saranno eletti, la logica correntizia prevarrà, magari sotto altro nome, perché dove sono elezioni lì sono lotte di potere, dappertutto. Solo istituendo per Costituzione l'estrazione a sorte dei membri del Csm sarà troncato il rapporto abusivo, nocivo e indecoroso, tra camarille sindacali, ambizioni personali, accordi elettorali, competenze istituzionali del Consiglio superiore della magistratura. L'elezione è addirittura controproducente; il sorteggio invece, funzionale.
Parafrasando James Madison, se i magistrati fossero angeli non sarebbe necessaria l'estrazione a sorte, perché elettori virtuosi sceglierebbero consiglieri probi. Ma le confessioni di Palamara dimostrano che esistono anche angeli decaduti e Di Matteo conferma che potrebbero assimilarsi a demoni con la coppola.
di Marta Rodriguez Martinez
euronews.com, 20 giugno 2020
Lavorare da casa, smettere di viaggiare, andare in bicicletta su strade sgombre. La pandemia di coronavirus ha cambiato da un giorno all'altro le abitudini di più della metà delle persone sul pianeta e anche se sotto molti aspetti si sta gradualmente tornando alla realtà pre-virus, alcuni di questi cambiamenti forzati e inaspettati potrebbero rimanere in modo permanente. Tra questi c'è la riduzione del numero di detenuti per prevenire la diffusione del nuovo virus nelle carceri europee.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 giugno 2020
"Riaprire le attività trattamentali". Parliamo della disposizione che il provveditore reggente dell'Amministrazione penitenziaria per il Veneto - Friuli Venezia Giulia - Trentino Alto Adige, Gloria Manzelli, ha emanato il 16 giugno per i direttori delle carceri. Non è roba di poco conto, ma di vitale importanza sperando che anche altri provveditori seguano questo esempio.
tusciatimes.eu, 20 giugno 2020
Ieri il Garante Anastasìa si è recato alla Casa circondariale di Cassino dove ha visitato l'istituto, incontrato il Direttore Francesco Cocco e ha potuto interloquire con alcuni detenuti sulle loro condizioni di detenzione. I problemi principali dell'istituto rimangono il sovraffollamento e la fatiscenza delle strutture.
Attualmente nel carcere vi sono 203 detenuti a fronte di 130 posti effettivamente disponibili, con un sovraffollamento di circa il 156%. Il sovraffollamento è concentrato nella II sezione dove, a seguito della chiusura nel marzo 2019 della III sezione dichiarata inagibile, quasi tutte le stanze hanno 7 letti e dove risulta spesso impossibile aprire/chiudere del tutto la finestra.
"Si tratta di condizioni intollerabili che ho già rappresentato al Provveditore regionale e per le quali mi auguro ci sia un'immediata azione di riduzione delle presenze" dichiara il Garante. L'alto tasso d'affollamento è determinato anche dal trasferimento presso il carcere di Cassino di detenuti provenienti da altri istituti.
Inagibile anche l'unica palestra dell'istituto e inaccessibile il campo di calcio perché per accedervi è necessario transitare sotto la III° sezione nella palazzina dichiarata inagibile. Dal 29 maggio i nuovi ingressi vengono sottoposti a tampone, finora risultati tutti negativi. Le sale colloqui sono state attrezzate per consentire i colloqui familiari quattro postazioni con il divisorio in plexiglass. Da segnalare la riapertura alle attività di soggetti esterni, come la Caritas e l'Università di Cassino, che già da qualche settimana hanno ripreso ad incontrare i detenuti per attività di sostegno sociale, diritto allo studio e informazione legale.
romatoday.it, 20 giugno 2020
Tragedia nel carcere di Regina Coeli dove un detenuto è stato trovato morto impiccato. Il tragico rinvenimento intorno alle 9.30 di venerdì 19 giugno in uno dei bagni del penitenziario romano di via della Lungara. Ad essere trovato privo di vita un detenuto albanese di 26 anni, D.P. le sue iniziali. La scoperta da parte dei compagni di cella dopo che il giovane era andato in bagno riferendo loro di non disturbarlo. Non avendo più risposte dall'uomo, sono entrati nel bagno, dove il 26enne è stato trovato morto dopo essersi impiccato con delle lenzuola bagnate. Inutile la corsa del personale sanitario del 118 intervenuto nella casa circondariale di Rebibbia, con lo stesso che non ha potuto far altro che constatare il decesso del detenuto.
di Antonio Nastasio*
bergamonews.it, 20 giugno 2020
Sui tetti del carcere ieri, sui tetti del carcere oggi: non sono più i detenuti che vanno sui tetti, ma gli agenti. Non mi stupisce questo tipo di comportamento dove, la dimostrazione del dissenso, si manifesta nel medesimo modo tra detenuti e custodi. Quello che mi viene alla mente è lo sconcerto per i cittadini; per i protagonisti una situazione di abbandono, di mancanza di riferimenti, di punti di riferimento validi per confrontarsi e tutelarsi, infatti non ho notizie che sia intervenuta l'Amministrazione penitenziaria in modo partecipativo.
Salire sui tetti è stata considerata la prassi ultima e unica, certamente una prassi vincente, confermata da anni dai reclusi, quindi perché no per i custodi. Ma non è accettabile che parti avverse si contendano gli stessi strumenti di lotta. Diviene comprensibile però quando una persona si sente abbandonata, estrema ratio di chi sa di essere solo, di essere stato lasciato solo davanti al fatto, davanti alla responsabilità. Il come è avvenuta la notifica (perlomeno come riferiscono i media, in divisa, all'ingresso del lavoro cioè fuori dal carcere), che dovrebbe essere un atto che deve avere il massimo della riservatezza e del rispetto della persona, invece si è trasformata in una condanna avvenuta, una spettacolarizzazione della giustizia. La colpa, presunta o meno, non fa venir meno il rispetto e la dignità, pertanto è davvero incomprensibile questa modalità di notifica di un avviso di garanzia, che viceversa dovrebbe rappresentare un momento di tutela.
Perché, colpevoli o innocenti che siano, l'avviso di garanzia è un modo immediato per farsi ascoltare, e per un imputato poi diventa la cosa più importante. Sui tetti si andava con una certa frequenza negli Anni Settanta per protestare contro maltrattamenti, violenze, e sollecitare i politici ad approvare la riforma delle carceri, la cui gestione non ha nulla in confronto all'attuale per quanto peggiore sia.
Ogni contesto e struttura ha sempre due parti nette e ben definite: gestori e clienti. Nelle carceri queste due parti si sono andate negli anni a definirsi in modo sempre più forte. All'intento, almeno credo, di dare un'offerta di migliori servizi, come voleva l'Ordinamento penitenziario del 1975. Il personale di custodia da agenti di custodia (secondini), con la legge del 1991 ha voluto affermarsi come corpo in divisa, ma con questo passaggio anziché affermarsi nella sua specificità come custode specializzato, è andato negli anni a perdere questa connotazione per realizzarsi invece fuori dei reparti carcerari e dalle strutture carcere. Per cui chi lavora in reparto, è sempre considerato il peius mentre il meius è operare fuori del reparto: un errore che il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria avrebbe pagato col tempo, ed è quello che è avvenuto.
Non stupiamoci di vedere la polizia penitenziaria di reparto sui tetti, perché è abbandonata a sé stessa, quasi che il lavorare in carcere, a contatto coi detenuti, è la cosa meno gratificante, quasi una punizione, mentre dovrebbe essere il fiore all'occhiello dell'amministrazione penitenziaria. L'agente di reparto è il solo al momento di intervenire in una situazione di rivolta, il solo a pagarne le conseguenze, il solo a difendersi. Questa è una azione che dovrebbe essere gestita dal comandante su disposizioni del direttore, che non sembrano compromessi.
Allora sul tetto a gridare la loro solitudine, o le loro dignità violata, neppure i sindacati sono stati ritenuti meritevoli di attenzione, loro soli come lo sono i detenuti, quei detenuti che avrebbero offeso. Si perché questi hanno dovuto affrontare i detenuti, rivestendo un ruolo tra i più importanti dello stato democratico: custodire. Loro custodi senza rispetto, loro custodi senza potere di fare; che si condanna ma si chiede contemporaneamente di fare, di custodire.
Sa tutto di assurdo, non tanto sulla possibilità di violenze fatte dai custodi ai reclusi, ma perché già condannati, e condannati ad espiare in contemporanea al dovere di esercitare un mandato istituzionale.
Sul tetto disperati per essere ascoltati. Da chi? Perché? Per cosa? Chi nel formulare l'avviso di reato ha pensato alla incompatibilità tra essere contemporaneamente inquisiti e custodi? L'Amministrazione era all'oscuro di tutto? Non era un fatto singolo ma un fatto che è relativo a 40 persone come poteva essere sconosciuto? Se c'è stato un corpo a corpo durante le rivolte, i verbali sono stati stilati come informativa ad altre autorità o come denuncia?
Quello che è accaduto nei giorni scorsi è un fatto gravissimo che non può passare per mera spettacolarizzazione. È un fatto unico e atipico, nuovo, ma conferma l'incapacità dei vertici di capire le ragioni del malcontento. Non sanno perché estranei al contesto, e chi non sa deve chiedere a chi è lì e magari da anni. Occorre la presenza di conosce il contesto non nella teoria, ma nella sua modalità di attuarsi nei suoi interstizi e pieghe del potere e degli interessi che coprono. Conoscere le persone, le cose, le consuetudini, specie quelle che dettano legge ma non sono
Bisogna cambiare tutto se si verificano fatti come gli attuali credo di sì. Non vuol dire cambiare un nome è portare una persona che conosca i meccanismi e metta fine ad una gestione come attuale in modo forte ed immediato. Sono troppe le spinte alla polizia penitenziaria per eseguire attività esterne e a scapito di quelle naturali interne reparto: io proporrei in analogia con altri paesi europei (Francia) di effettuare istituzionalmente questo scindersi in due: una parte per attività interna e di reparto carcerario, assimilarsi alla Polizia di Stato, mentre la parte esterna, assimilarla al Corpo dei Carabinieri per il controllo del territorio di tutti quelli che sono in misura alternativa al carcere, soluzione da attuare con l'Ente locale ed il Terzo Settore. Questo tipo di soluzione non è nuova ed è stata attuata dal Ministero del Lavoro per gli ex Uffici di collocamento, già 30 anni fa. A mio avviso si avrebbe un risparmio economico e un servizio più attento.
*Ex dirigente superiore dell'Amministrazione penitenziaria, in quiescenza
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 20 giugno 2020
È stata pubblicata la sentenza emessa dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) nel ricorso promosso da Santo Citraro e Santa Molino sulle responsabilità dell'Italia nel suicidio del figlio, avvenuto in stato di detenzione nel 2001. Il tema della causa riguardava la vicenda del detenuto A.C., rinvenuto impiccato a un lenzuolo nella sua cella del carcere di Messina dopo aver più volte posto in essere atti di autolesionismo - compresi dei tentativi di suicidio - e quando già, su richiesta dello psicologo dell'istituto, il magistrato di sorveglianza di Messina aveva autorizzato il suo trasferimento presso l'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, all'epoca ancora operativo prima della chiusura degli OPG disposta nel 2015.
I ricorrenti si erano rivolti alla Corte Europea dei diritti dell'uomo per vedere riconosciuta in primo luogo la violazione materiale dell'art. 2 della Convenzione nella parte in cui recita "Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge", non avendo lo Stato italiano adottato le misure sufficienti per prevenire il suicidio del loro figlio. Altri motivi del ricorso riguardavano la violazione dell'elemento procedurale dello stesso art.2, che richiede di condurre un'indagine effettiva sulle cause della morte per individuare gli eventuali responsabili del decesso, e dell'art. 3, che recita "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti".
La sentenza della Cedu ha accolto solo la prima richiesta, accordando ai ricorrenti la somma di 32mila euro a titolo di danno morale e di 900 euro per le spese, oltre alla maggiorazione dovuta per eventuali imposte e per interessi: è stata riconosciuta la responsabilità dello Stato italiano in quanto la disposizione obbliga non solo ad astenersi dal provocare la morte in maniera volontaria e irregolare, ma anche ad adottare le misure necessarie per la protezione della vita delle persone sottoposte alla sua giurisdizione.
La domanda di equa soddisfazione per le altre due doglianze è stata respinta: quella relativa all'aspetto procedurale dell'art. 2, in quanto la Corte ha ritenuto che le autorità italiane avessero sottoposto il caso di A.C. a un esame scrupoloso, conducendo un'indagine effettiva sulle circostanze del suo decesso, mentre sull'art. 3 si è dichiarato non doversi esaminare la questione, alla luce dell'esito riguardante le altre questioni. Per leggere la sentenza: https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.page?contentId=SDU279209&previsiousPage=mg_1_20
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 giugno 2020
Per dieci anni, ben 3.679 giorni, un recluso al 41bis de L'Aquila ha dovuto subire una detenzione disumana. Così il tribunale di Sorveglianza aquilano ha accolto l'istanza presentata dai legali del detenuto, stabilendo che dal momento dell'ingresso nel carcere abruzzese deve riconoscersi la violazione dell'articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo come interpretata dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu).
Perché? Sul muro del corridoio della sezione c'è un oblò attraverso il quale gli agenti penitenziari possono osservare il detenuto mentre è al bagno. A seguito della richiesta di chiarimenti in tal senso, la direzione carceraria ha riferito che la cella del 41bis presenta lo spioncino che dal corridoio della sezione consentirebbe di guardare all'interno del bagno. Tale spioncino ha un diametro di circa sei centimetri ed è posizionato a un metro e mezzo di altezza dal pavimento stesso. Spioncino progettato appunto per consentire al personale addetto alla vigilanza di ispezionare l'eventuale presenza del detenuto al bagno.
Interessante apprendere che i detenuti, in maniera del tutto autonoma, oscurano con mezzi di fortuna lo spioncino per poter garantire la loro riservatezza mentre fanno i loro bisogni al bagno. "È evidente - si legge nell'ordinanza - che la presenza di detto spioncino ad un'altezza tale dal pavimento che consente di guardare direttamente all'interno del bagno rappresenta una violazione del diritto alla riservatezza durante appunto la fruizione dei servi igienici che non può essere rimediata dall'utilizzo di quelli che la stessa direzione carceraria ha definito "mezzi di fortuna", vale a dire l'oscuramento con asciugamani o maglie o altro disponibile per il detenuto". Il magistrato di Sorveglianza, prosegue sottolineando il fatto che "sicuramente preferibile è qualunque altra soluzione che l'Amministrazione avrebbe dovuto trovare per assicurarsi la presenza del detenuto nel bagno al momento del controllo soprattutto per assicurarsi l'integrità fisica dello stesso, ma non una ingerenza del genere".
Per il recluso al 41bis, il tribunale di Sorveglianza ha quindi riconosciuto ben 3.679 giorni di trattamento disumano e, non potendo farsi luogo alla corrispondenza dell'indennizzo economico come richiesto dal detenuto con il suo reclamo non avendo ancora espiato 26 anni di pena, ha disposto che la pena sia ridotta di 367 giorni complessivi. Il 41bis, ricordiamo, nasce per uno scopo ben preciso.
Evitare che un boss recluso veicoli ordini al proprio gruppo criminale d'appartenenza. Nient'altro. Tant'è vero che la Corte Costituzionale, nella sua sentenza n. 376 del 1997, richiamandosi anche a quelle precedenti del 1993 e 1994 (rispettivamente, n. 349 e 410 per il 1993 e 332 del 1994), ha ordinato che le misure adottate "non possono consistere in restrizioni della libertà personale ulteriori rispetto a quelle che già sono insite nello stato di detenzione, e dunque esulanti dalla competenza dell'amministrazione penitenziaria in ordine alla esecuzione della pena".
Inoltre, che "il regime differenziato non può constare di misure diverse da quelle riconducibili con rapporto di congruità alle finalità di ordine e sicurezza proprie del provvedimento ministeriale; le misure disposte non possono comunque violare il divieto di trattamenti contrari al senso d'umanità né vanificare la finalità rieducativa della pena". Quindi, come nel caso specifico, osservare il detenuto mentre è anche in bagno è una misura che lede il diritto alla riservatezza e al pudore. Una misura del tutto invasiva e senza alcuna giustificazione. Qualsiasi misura inutilmente afflittiva, non rientra nello scopo originario del 41bis.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 20 giugno 2020
Jamal si è cucito la bocca in segno di protesta. Lasciatecientrare: "Chiudere queste strutture detentive". Giovedì scorso i reclusi nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Macomer, comune sardo in provincia di Nuoro, hanno protestato per le violenze della polizia contro Jamal, un migrante di origini marocchine. "Jamal si è cucito le labbra in segno di protesta - racconta Yasmine Accardo, della rete Lasciatecientrare, che ha potuto parlare con alcune delle persone trattenute nella struttura - Per questo è stato assalito e malmenato dalle forze dell'ordine. Quindi sedato. Ora sta male e non sappiamo dove si trovi". La notizia del ricovero in ospedale non è confermata.
Per il momento non si conoscono le ragioni alla base del gesto di protesta. All'interno del centro sono presenti alcune persone che hanno superato il periodo massimo di reclusione (180 giorni, che prima delle leggi Salvini erano 90), ma sono ancora in attesa del rilascio. Jamal sarebbe tra loro. Le scene di violenza contro di lui hanno provocato la reazione degli altri 23 reclusi, che si sono arrampicati sul tetto. La situazione si è calmata solo in serata.
"Rimangono stanchezza e depressione, soprattutto tra chi è trattenuto oltre il limite - continua Accardo - I Cpr continuano a rappresentare luoghi di trattamenti inumani e degradanti. Bisogna chiuderli subito". Il deputato leghista Eugenio Zoffoli ha annunciato di voler presentare un'interrogazione parlamentare alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese per avere chiarimenti sull'episodio.
Quello di Macomer è uno dei sei Cpr italiani rimasti attivi dopo la chiusura per lavori di Palazzo-San Gervasio. Secondo l'ultimo bollettino diffuso dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, al 29 maggio scorso erano 178 i reclusi all'interno di queste strutture. Si registra dunque un forte decremento nel periodo segnato dall'epidemia: il 12 marzo nei Cpr c'erano 425 persone. Al momento sono occupati solo un terzo dei 525 posti disponibili. Secondo il Garante la riduzione dell'affollamento ha contribuito alla "diminuzione delle tensioni". Il governo italiano ha scelto di non svuotare completamente i centri nonostante il blocco dei rimpatri a cui la detenzione amministrativa dovrebbe essere finalizzata.
gnewsonline.it, 20 giugno 2020
L'Associazione Italiana Pazienti con Malattie Mieloproliferative consegna mascherine e altri prodotti igienizzanti alla Casa Circondariale di Gela. Mascherine chirurgiche, tute sterili di protezione, guanti, disinfettanti, spray igienizzanti sono stati donati dall'Associazione Italiana Pazienti con Malattie Mieloproliferative (Aipamm) agli ospiti della Casa Circondariale di Contrada Balate a Gela.
I dispositivi sanitari sono stati consegnati ieri da Giacomo Giurato, responsabile nazionale delle relazioni esterne di Aipamm, a Cesira Rinaldi, direttrice della Casa Circondariale Cesira Rinaldi, alla presenza del Cappellano, fra' Emanuele Artale, e dei rappresentanti della Polizia Penitenziaria e degli operatori.
Aipamm è un'associazione di pazienti affetti da un gruppo di malattie ematologiche rare, in molti casi più esposti al rischio Covid per caratteristiche delle patologie più gravi, per assunzione di farmaci o perché sottoposti al trapianto di cellule staminali emopoietiche. Pazienti che, durante il periodo del lock down, hanno dovuto osservare restrizioni maggiori e hanno avvertito maggiormente il peso dell'isolamento. "Per questo motivo - ha spiegato Giacomo Giurato - abbiamo pensato a un simbolico segno di solidarietà a chi ha vissuto tanto una situazione di isolamento quanto una condizione di maggior rischio".
La scelta è caduta sull'istituto di Gela in quanto in questa cittadina è nata la prima sede Aipamm della Sicilia, regione dove si contano molti casi di malattie ematologiche. "L'iniziativa nasce dalla sinergia tra Aipamm, il Cappellano e la Direzione della struttura penitenziaria - ha aggiunto Giurato - e rappresenta un piccolo ma concreto alle necessità quotidiane di tutti gli agenti, gli operatori e soprattutto agli ospiti dell'istituto che hanno meno mezzi economici".
- Caserta. Emanuela Belcuore designata Garante dei diritti dei detenuti
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- Sassari. Il Sindaco incontra il direttore del carcere
- Giornata mondiale dei rifugiati. Dal piccolo Alan agli hotspot, la crisi dell'ospitalità
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