di Fabrizio Ravelli
La Repubblica, 19 giugno 2020
C'è un posto a Milano dove l'emergenza Covid è stata affrontata in maniera eccellente. E forse non tutti sanno che, direbbe la Settimana enigmistica, questo luogo è il carcere di San Vittore. Sì, proprio il vecchio, decrepito, sovraffollato, anacronistico San Vittore.
Nei primi tempi dell'epidemia il rischio che il virus entrasse e facesse una strage era altissimo, era l'incubo della direzione, della polizia penitenziaria, dei detenuti e dei loro familiari fuori. La rivolta di marzo aveva a che fare (anche) con questa paura, e le prime drastiche misure di chiusura che erano state prese: sospensione dei colloqui, divieto di ingresso per tutti i volontari.
Alla fine di marzo il primo contagio, di un detenuto che però era già ricoverato in ospedale e lì è poi guarito, aveva alzato la tensione. Poi è partito il progetto per affrontare l'emergenza, un progetto del tutto nuovo. È stato allestito nei locali del Centro clinico, dopo aver trasferito a Opera i 90 pazienti, un centro Covid. Affidato all'équipe di Medici senza frontiere.
Msf ha stabilito le linee guida per l'intervento, coordinato il lavoro degli operatori - tutti volontari, sia agenti che detenuti - e organizzato la formazione di quelli che avrebbero poi portato avanti il reparto. La quarantena dei nuovi detenuti in arrivo è stata organizzata per piccoli gruppi. Il reparto Covid è stato messo a disposizione di tutte le carceri lombarde, e ha curato 62 persone.
Una sola non ce l'ha fatta: era asintomatica, poi ricoverata al San Paolo dove è deceduta. Il clima che si è creato fra la direzione, la polizia penitenziaria e i detenuti è stato incoraggiante. Nel frattempo venivano allestiti colloqui quotidiani via telefono e videochiamate fra detenuti e familiari. E si producevano mascherine. La battaglia è stata vinta. Il vecchio San Vittore è diventato un modello.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 19 giugno 2020
L'ex pm: "Di Maio propose due volte di farmi ministro Diedi la disponibilità ma poi nessuno ha più chiamato". "Non è una vicenda personale, ma istituzionale", accusa l'ex pubblico ministero antimafia Nino Di Matteo, oggi componente del Consiglio superiore della magistratura.
E nella sede istituzionale che per settimane ha evocato come il luogo per tornare a parlare del conflitto innescato con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sulla sua mancata nomina nel giugno 2018 a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, la commissione parlamentare antimafia, rilancia: "Nel momento del dietrofront mi fece chiaramente intendere che c'erano stati dinieghi o mancati gradimenti. A chi si riferisse può dirlo solo lui".
Subito dopo rivela: "Prima delle elezioni del 2018, in due occasioni, Luigi Di Maio mi chiese se ero disponibile a fare il ministro; la prima volta dell'interno o della Giustizia, la seconda dell'interno. Diedi una disponibilità di massima, ma poi nessuno mi ha più chiamato". Un precedente che nella lettura di Di Matteo rafforza i dubbi sul "dietrofront" di Bonafede, e gli fa dire: "Che segnale diamo alla mafia? Non c'è da fare nessuna pace con il ministro perché non c'è stata una guerra; non è un problema di invidiuzze o posti da reclamare, bensì una questione dalle implicazioni istituzionali".
Il presidente dell'antimafia Nicola Morra chiosa: "Mi pare che il dottor Di Matteo abbia parlato con sufficiente chiarezza". Ora in commissione si aprirà la battaglia sull'audizione di Bonafede, ministro grillino che ha contro un pezzo di Movimento. Le opposizioni hanno già annunciato la richiesta, così come Mario Giarrusso, espulso dal M5S.
Non a caso i commissari dei Cinque Stelle provano a contrastare o ridimensionare le dichiarazioni di Di Matteo, tentando di proteggere il Guardasigilli. Mentre il commissario del Partito democratico Walter Verini fa sgombrare il campo almeno da una questione; su sua domanda l'ex pm precisa che se avesse avuto elementi per dire che dietro la sua mancata nomina c'erano indizi di una nuova trattativa tra lo Stato e la mafia, il magistrato ha risposto che non si sarebbe limitato a fare una telefonata in diretta tv: "Sarei andato in una Procura della Repubblica".
Tuttavia gli affondi di Di Matteo non si fermano. Ricorda che per motivare il suo ripensamento Bonafede cercò di sminuire il ruolo del Dap rispetto all'impegno antimafia, mostrando - dice ora l'ex pm - "di non essere in grado di valutare bene determinate dinamiche della lotta alla mafia. La corretta gestione del circuito carcerario è centrale nel contrasto alle organizzazioni mafiose, sia per dare sostanza al "41bis", sia per evitare inquinamenti da parte dei servizi segreti, sia per la valorizzazione delle attività della polizia penitenziaria a scopi informativi e investigativi". Inoltre l'alleggerimento del "carcere duro" è sempre stato un pallino dei boss, da Totò Riina in giù, e sebbene il magistrato non abbia prove riaffiorano i sospetti, soprattutto dopo le scarcerazioni legate all'emergenza Covid: "Sono state un segnale devastante, da parte della mafia può essere stato interpretato come un cedimento, e un motivo speranza per loro".
Per il magistrato che ha istruito e condotto il processo sui contatti tra capimafia e esponenti delle istituzioni "non si tratta di trattativa", ma poi aggiunge: "È chiaro che le scarcerazioni a me hanno fatto venire in mente le vicende vissute a Palermo, e una possibile analogia con il ricatto portato avanti con le bombe del 1993, di cui ci parlò l'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano. Ero preoccupato perché c'erano state le rivolte nei penitenziari, e si pensava che potevano essere state organizzate a un livello più alto dei detenuti saliti sui tetti".
Opinioni, impressioni, sensazioni. Cosa diversa, però, dalle "percezioni" su cui ha recriminato Bonafede a proposito di quel colloquio del 2018. "Ridurre tutto a un malinteso o una percezione sbagliata non è corretto - accusa ancora l'ex pm - perché significa farmi passare per uno che non capisce". Capì invece benissimo, ribadisce, che qualcuno indusse il ministro grillino a cambiare idea. Ora l'ha capito pure l'antimafia; prossimo capitolo: il prevedibile scontro sulla convocazione di Bonafede.
oggicronaca.it, 19 giugno 2020
La Crivop Italia Odv consegnerà in donazione al Direttore della Casa Reclusione di Alessandria San Michele Dott.ssa Elena Lombardi n°1500 mascherine chirurgiche monouso. Domani mattina l'organizzazione di volontariato penitenziario raggiungerà gli Istituti Penitenziari di Alba (Cn) ed Asti. La Crivop Italia Odv entro fine mese pensa di coprire tutti gli Istituti Penitenziari del Piemonte Liguria e Valle d'Aosta con più di 10.000 mascherine chirurgiche donate.
La Crivop Italia Odv Organizzazione di Volontariato Penitenziario, è stata costituita a Messina dal Fondatore Michele Recupero il 1 dicembre 2008. Negli anni ha acquisito professionalità nelle attività di volontariato, grazie anche ai Corsi Base di Formazione Penitenziaria che il fondatore ha tenuto dal 2012 in diverse città d'Italia.
L'Organizzazione Crivop ha portato sostegno morale e materiale a centinaia di detenuti e internati di vari istituti penitenziari nel territorio italiano, a molti ristretti sottoposti alla detenzione domiciliare ed a tante famiglie di detenuti, favorendo la riabilitazione e il reinserimento nella società attraverso un percorso di cambiamento, umano e relazionale.
colibrimagazine.it, 19 giugno 2020
Siglato da Garante dei Diritti della Persona, Uiepe, Antigone e Cittadinanzattiva, mira alla sensibilizzazione sulle condizioni di vita nei penitenziari e a fornire un supporto concreto per la risocializzazione delle persone private della libertà personale.
Più voce ai diritti dei detenuti grazie al protocollo d'intesa siglato questa mattina a Campobasso presso l'Ufficio del Garante regionale dei Diritti della Persona, Leontina Lanciano. Il documento, firmato nella sede della Regione Molise, è stato sottoscritto, oltre che dalla dottoressa Lanciano, dagli esponenti delle principali istituzioni e associazioni da sempre impegnate sul fronte dei diritti e delle garanzie nell'ambito del sistema carcerario e penale: Giuseppe Di Leo per Ulepe, Gianmario Fazzini per Antigone, Jula Papa per Cittadinanzattiva Molise Onlus.
"Si tratta di uno strumento importante - è stato evidenziato nel corso dell'incontro - perché consentirà di incrementare la collaborazione tra le istituzioni, le associazioni e gli enti che operano nel settore. Lavorare in maniera sinergica e in rete contribuirà ancora di più a una proficua analisi delle problematiche specifiche e ad una loro ottimale risoluzione. L'obiettivo primario, comune a tutte le parti interessate, è naturalmente quello di assicurare la giusta tutela e garanzia dei diritti fondamentali della persona, che deve restare un punto fermo in qualsiasi circostanza, e quindi anche nella vita all'interno delle strutture penitenziarie".
Tra le iniziative più rilevanti contenute nello strumento firmato oggi, "c'è - comunica la Garante - la volontà di istituire di un 'Osservatorio permanente carcere e territorio', che mira a fornire risposte concrete alle aspettative di risocializzazione dei detenuti, offrendo allo stesso tempo un necessario strumento di supporto a tutte le diverse iniziative promosse in questo settore. Tramite l'Osservatorio, sarà possibile predisporre le linee di intervento da sottoporre ai competenti enti pubblici e verificare l'efficacia dei progetti operativi come risposta alle problematiche emergenti. Tutto ciò contribuirà a favorire lo sviluppo di una cultura di solidarietà e di rispetto nei confronti dell'identità e dei bisogni delle persone private della libertà personale".
Il protocollo prevede, poi, la costituzione di un tavolo tecnico regionale che, attraverso il confronto periodico tra i soggetti interessati, consentirà la pianificazione strategica delle iniziative da portare avanti. Gli obiettivi che il documento si prefigge sono molteplici. In particolare, si legge nel Protocollo d'intesa, c'è la promozione di "attività per la sensibilizzazione della situazione degli istituti penitenziari italiani, nonché di quelle attività volte alla risoluzione di problematiche legate alla sanità delle persone private della libertà personale e quella di promuovere attività volte al reinserimento nella società dei detenuti, anche attraverso attività lavorative (e/o di acquisizione di abilità e nozioni".
Si punta, inoltre a "organizzare seminari e convegni rivolti ai cittadini per illustrare la situazione nelle carceri e le tematiche della giustizia riparativa, nonché eventi tesi alla sensibilizzazione del problema del sovraffollamento delle carceri". Saranno incentivate "iniziative mirate alla valorizzazione delle risorse territoriali (Enti ed associazioni Onlus) impegnate nelle attività dei lavori socialmente utili e/o del volontariato", in modo da rendere partecipe la comunità di ogni intervento volto all'inclusione sociale.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 19 giugno 2020
Se i detenuti non possono andare al museo, è il museo ad andare da loro. L'idea è venuta a Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento di Firenze che ha deciso di portare all'interno della casa circondariale di Sollicciano alcuni dei "suoi" pezzi cercando di sfumare le barriere tra il carcere e la realtà che aspetta fuori i suoi ospiti.
"Perché vedere le opere dal vero è sempre un'esperienza emozionante, è diverso che vederle nei libri", spiega. "I musei hanno un compito fondamentale, quello di sensibilizzare ed educare il pubblico, di sviluppare la creatività. Inizialmente abbiamo pensato di avvicinare i bambini e gli adulti andando a casa loro. Ma ci siamo spinti oltre: ci siamo recati da coloro che non possono venire da noi, dalle persone che vivono la dura prova del carcere".
Il Museo è dedicato all'arte italiana del XX e XXI secolo e propone, oltre a una collezione permanente, mostre e cicli espositivi, installazioni e progetti speciali. La sede espositiva è l'antico spedale delle leopoldine di piazza Santa Maria Novella. "Qui l'esposizione classica, ma poi c'è Outdoor - continua Risaliti - progetto ormai diventato parte di Educare alla bellezza, un piano allestito per conoscere i musei fiorentini già avviato dalla scuola Cpia1 (Centro Provinciale per l'istruzione degli adulti) e che vede partecipare i detenuti e le detenute iscritti e frequentanti i corsi scolastici presenti all'interno del penitenziario".
Insomma l'arte esce dal museo e va incontro al pubblico, ma non a un pubblico qualsiasi, ma a chi è stato allontanato dalle pratiche culturali e siccome l'accesso alla cultura è parte integrante del percorso di esecuzione della pena, la proposta di portare pezzi esemplari al di là del muro, è esemplare. "Alla direzione di Sollicciano l'iniziativa è piaciuta molto - continua Risaliti - anche se ci siamo resi conto fin da subito che trasferire, seppur temporaneamente, opere d'arte di un certo valore dentro un carcere non sarebbe stata cosa facile.
Ci siamo avvalsi del supporto di uno staff sia per la fase di trasporto e allestimento, sia per il momento più delicato: quello della presentazione. I nostri esperti hanno spiegato cosa significa restaurare un'opera, quali sono i problemi nel riportare all'origine un dipinto. Non solo. Sono riusciti a far indossare a ciascuno un paio di occhiali speciali durante l'illustrazione delle tele per spiegare nei dettagli come è fatto un quadro, quali sono i colori impiegati, il tipo di pennellata e il tocco dell'artista. Una sorta di performance tra didattica, teatro e mediazione culturale che ha avuto un obiettivo fondamentale, quello di far conoscere anche la materialità dell'opera".
L'arte come strumento per il recupero e il reinserimento dei detenuti, una sinergia di passione e di speranza che ha rivelato, attraverso reazioni del tutto inedite, un saggio di varia umanità anche se vista attraverso il filtro di una cancellata. "A dire il vero l'emozione più grande è stata la nostra, perché abbiamo avvertito immediatamente il superamento di una soglia. Un duro colpo" confessa Risaliti. "E poi l'impatto con loro. Cento, 150 detenuti, tutti insieme. All'inizio un po' di clamore, poi è calato un silenzio surreale al momento della scoperta dell'opera. Hanno avuto l'opportunità di avvicinarsi, quasi di toccare con mano, di formulare domande di ogni genere, basandosi sui colori o sulla luce, sul contenuto che spesso rifletteva la parabola della loro condizione".
L'iniziativa ha confermato che il carcere non è un contenitore di corpi, ma una fucina di spiriti nella quale la persona è al centro, ha raccontato una comunità che si confronta, discute, fa. Un tocco di colore dietro le sbarre che testimonia come ci sia all'interno delle prigioni un piccolo universo che chiede di partecipare e crescere. "Un ponte tra chi vive una situazione normale e chi una eccezionale, quale quella dei ristretti" conclude Risaliti. "Il carcere non va visto isolato perché ha un prima e un dopo e l'arte si inserisce in un quadro di orientamento formativo. Gli istituti carcerari sono prima di tutto luoghi di rieducazione e la cultura può essere di grande aiuto".
Il Gazzettino, 19 giugno 2020
Arnau, presidente degli avvocati: "differenziate le entrate e le uscite, preparati percorsi specifici per l'utenza". I lavori di messa in sicurezza del Tribunale di Padova sono iniziati. Verranno implementati segnaletica, accessi e percorsi per facilitare il ritorno alla normalità in condizioni di sicurezza.
A tal proposito il commento del presidente Leonardo Arnau: "Al fine di porre rimedio all'assenza di una cabina di regia nazionale che avrebbe potuto adottare disposizioni uniformi ed evitare l'infelice immagine attuale di una Giustizia sospesa a tempo indeterminato, è ora il momento della responsabilità. E per questo che il Consiglio dell'Ordine ritenendo che solo se tutte le componenti abbandoneranno arroccamenti corporativi, per offrire risposte alla domanda di giustizia dei cittadini, potrà compiersi qualche passo in avanti ha scelto di percorrere, a Padova, la strada del dialogo e della ricerca in concreto delle situazioni praticabili.
E così, facendo leva sulla preziosa collaborazione con il Presidente del Tribunale, il Procuratore della Repubblica ed i Dirigenti del personale amministrativo, il Consiglio ha incaricato un tecnico esterno di notoria competenza per l'interlocuzione con il Responsabile della Prevenzione e della Sicurezza presso il Tribunale, al fine di procedere all'elaborazione di un progetto in fase di ultimazione mentre scrivo queste righe utile e necessario al riavvio delle attività in presenza nel nostro palazzo di Giustizia, che prevede: l'individuazione di specifici percorsi per l'utenza, anche differenziati per l'entrata e l'uscita e opportunamente segnalati con cartellonistica o nastri apposti sul pavimento; l'accesso ai front office, agli ascensori e ai diversi piani del tribunale; la misurazione della capienza delle singole aule delle presenze possibili in udienza; la verifica di quante persone possano essere contemporaneamente presenti in attesa di accedere ai servizi di cancelleria, individuando anche i percorsi che le stesse devono seguire.
Tale progetto dovrebbe consentire di adeguare in modo condiviso, rispetto all'attuale regolamentazione, l'affluenza del pubblico, gli orari di apertura delle cancellerie e degli appuntamenti, le tipologie delle udienze da celebrarsi in presenza, garantendo il rispetto della distanza di almeno un metro tra le postazioni e la disponibilità di una superficie di 4 mq a persona".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 19 giugno 2020
Dalla "cabina di regia" in Libia, promessa più volte dagli americani, l'Italia è passata a far parte della filiera bellica e strategica di dittatori e autocrati come Al Sisi ed Erdogan. Loro possono pagarci e ricattarci quando vogliono. I diritti umani, la vicenda di Giulio Regeni, la repressione dei curdi, il destino di ogni esponente democratico in carcere sia in Turchia che in Egitto, ce li siamo giocati in cambio delle forniture di navi da guerra al Cairo mentre la Turchia decide quando vuole pure l'agenda del nostro ministro degli Esteri. Di Maio doveva essere ricevuto mercoledì ad Ankara poi i turchi hanno deciso di rinviare l'appuntamento e andare a Tripoli per aprire due basi militari in Libia.
Come in Siria, la Turchia si gioca la partita libica con la Russia e forse, nonostante i contrasti, finirà per trovare un accordo con Mosca. Erdogan controlla le due rotte dei migranti, a est nell'Egeo e a sud in Libia: ci tiene in scacco insieme all'Europa, che già lo paga per tenere chiusa la via balcanica dell'immigrazione. Da come vanno le cose finiremo per fargli fare lo stesso lavoro sporco in Libia, visto che controlla milizie e jihadisti.
Le commesse di Fincantieri con l'Egitto, accompagnate da forniture belliche future per 10 miliardi, intanto ci fanno schierare nel Mediterraneo con il Cairo. Giampiero Massolo, presidente di Fincantieri e dell'Ispi, ex segretario generale della Farnesina, ex direttore del Dis, spostando l'asse verso l'Egitto, dove l'Eni ha il mega-giacimento di gas di Zhor, prova a fare più politica estera dei nostri governanti nell'era post-Covid 19. A Paesi come Egitto e Turchia vendiamo armi, anche in contrasto con nostri interessi geopolitici e in violazione delle leggi italiane, sperando che turchi ed egiziani, per altro nemici tra loro in Libia, non ci trattino troppo male quando decideranno la spartizione delle risorse energetiche nel Mediterraneo, dalle coste libiche a quelle dell'Egeo, rivendicate dalla Turchia con l'accordo fatto firmare da Erdogan a Sarraj.
Di tutto questo e di Giulio Regeni ha parlato questa notte il nostro premier Conte alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte dello studente italiano torturato e ucciso dai poliziotti di Al Sisi nel 2016. È avvenuto con il favore delle tenebre, a giornali chiusi, e nella speranza che la questione venga assorbita dal Consiglio europeo odierno e dagli stati generali dell'economia. È sintomatico delle nostre contraddizioni che il presidente della commissione Erasmo Palazzotto, prima giudicato come un "terrorista" dai turchi perché amico dei curdi, oggi sia visto dai media di Ankara come un "eroe" che tenta di bloccare la fornitura delle fregate italiane all'Egitto.
In realtà è chiaro come il sole che Al Sisi un processo ai responsabili non lo vuole e non può neppure farlo perché si tratta di risalire ai capi dei servizi tra cui c'era anche uno dei suo figli. Dell'indirizzo dei suoi assassini, come chiesto da Roma, non sapremmo che farcene.
Del resto il clima nel nostro Paese favorisce non la giustizia ma l'occultamento. La verità è che nel Mediterraneo siamo passati dalla cabina di regia al gabbiotto del portiere di condominio.
In Libia gli Stati uniti hanno scelto Ankara non l'Italia. Dovevamo aspettarcelo visto che gli Usa, ritirandosi dal Rojava nell'ottobre scorso, avevano dato via libera al massacro dei curdi siriani da parte di Ankara e oggi non muovono un dito per fermare Erdogan in Iraq. E pensare che i curdi del Rojava erano i migliori alleati degli Usa contro l'Isis. Erdogan vuole che siano dichiarati tutti "terroristi" e minaccia di bloccare i piani Nato nell'Est Europa.
In Turchia abbiamo aperto la porta a Erdogan che adesso si prende la base aerea di Al Watiya, di cui forse ne darà un pezzo agli americani, e quella navale di Misurata, dove teniamo 300 soldati a guardia di un ospedale da campo. Più che registi siamo comparse. Comandiamo la missione navale europea Irini per controllare l'embargo di armi ed ecco cosa succede. Giorni fa una nave greca ha avuto l'ordine di bloccare un mercantile turco e ha fatto decollare un elicottero ma è intervenuta una fregata di Ankara minacciando di abbatterlo. Con la missione Irini, non solo noi ma l'intera Europa si sta coprendo di ridicolo. Ecco perché Al Sisi le fregate Fremm di Fincantieri le vuole subito: per contenere la Turchia.
Gli unici che ci invidiano al momento sono i francesi che dopo avere abbattuto Gheddafi con inglesi e americani nel 2011 hanno sostenuto il declinante generale Haftar, amico di Russia, Egitto, Emirati e sauditi. Secondo il quotidiano La Tribune, Macron, sollevando con Al Sisi la questione dei diritti umani, si è giocato le commesse belliche. Una bella soddisfazione per noi: abbiamo perso la Libia ma a fare i "bravi ragazzi" ci si guadagna sempre qualcosa.
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 19 giugno 2020
Il ricorso della Corte di giustizia europea. Un duro colpo al progetto neo-autoritario di Viktor Orban che incassa una strigliata da parte della Corte di giustizia europea. Nel mirino i provvedimenti che il presidente dell'Ungheria ha preso contro le ong e le associazioni umanitarie, in particolare quelle che si occupano di accoglienza dei migranti.
"Non sono conformi al diritto dell'Unione Europea le restrizioni imposte dall'Ungheria al finanziamento delle organizzazioni civili da parte di soggetti stabiliti al di fuori di tale Stato membro", afferma dunque la Corte di Giustizia dell'Unione Europea dopo il ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione sulla legge introdotta dal governo di Budapest.
Il provvedimento impone obblighi di registrazione, dichiarazione e pubblicità, con la possibilità di sanzioni, a alcune Ong che beneficiano di sostegno finanziario esterno oltre una certa soglia. Secondo i giudici di Lussemburgo, la legge ungherese sulle Ong ha "introdotto restrizioni discriminatorie e ingiustificate" nei confronti delle organizzazioni non governative, ma anche dei loro finanziatori.
Nel 2017 l'Ungheria aveva adottato una legge presentata come volta a garantire la trasparenza delle Ong che ricevono donazioni provenienti dall'estero, in base alla quale tali organizzazioni devono registrarsi presso organi giurisdizionali ungheresi come "organizzazione che riceve sostegno dall'estero" nel momento in cui l'importo delle donazioni ricevute da altri Stati membri dell'Ue o da paesi terzi nell'arco di un anno superi una soglia. All'atto della registrazione, le Ong devono anche indicare il nome dei donatori sopra i 1.400 euro e l'importo esatto del sostegno. La Corte di Giustizia dell'Ue ha innanzitutto constatato che la legge sulla Ong costituisce una misura restrittiva, di natura discriminatoria, in materia di movimento dei capitali, perché introduce una differenza di trattamento tra i movimenti nazionali e transfrontalieri.
Questa norma, inoltre, dissuade le persone fisiche o giuridiche stabilite in altri Stati membri o in paesi terzi dal fornire un sostegno finanziario alle organizzazioni interessate. Inoltre dicono i giudici di Lussemburgo - la legge sulle Ong può creare un clima di diffidenza nei confronti delle associazioni e fondazioni.
In secondo luogo, la Corte Ue ha constatato che le misure previste dalla legge sulle Ong limitano il diritto alla libertà di associazione - sancito dall'articolo 12 della Carta sui diritti fondamentali - in quanto rendono significativamente più difficili l'azione e il funzionamento delle associazioni. Infine, secondo la Corte Ue, gli obblighi di dichiarazione e pubblicità costituiscono un limite al diritto al rispetto della vita privata e familiare e una violazione del diritto al rispetto della privacy.
"La decisione storica di oggi infligge un colpo agli sforzi delle autorità ungheresi di stigmatizzare e minare le organizzazioni della società civile che criticano le politiche del governo".
Lo ha detto David Vig, direttore di Amnesty International Ungheria, commentando la sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea. La legge sulle Ong è "un palese tentativo di mettere a tacere le voci critiche e di sottrarre sostegno pubblico alle organizzazioni che lottano per i diritti umani, la giustizia e l'uguaglianza", ha concluso Vig.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 19 giugno 2020
Lunedì nuovo incontro al Viminale. Crimi: "Non è il momento per cambiarli". Il pacchetto di misure proposto dalla ministra Lamorgese più esteso delle modifiche chieste dal Quirinale. È durato poco più di un'ora. Il tempo necessario per i saluti ma soprattutto per capire che, almeno per il momento, raggiungere un accordo sulla revisione dei decreti sicurezza non è possibile.
A frenare, ancora una volta, è stato il Movimento 5 stelle che i provvedimenti anti-migranti di Matteo Salvini li ha votati quando era al governo con la Lega e che adesso - nonostante il ministro degli Esteri Di Maio ieri avesse assicurato che "un punto di caduta" con gli alleati alla fine si sarebbe trovato - continua a fare resistenza. "Non è il momento opportuno, con la crisi economica e la pandemia l'opinione pubblica non capirebbe", ha spiegato il viceministro dell'Interno dei 5 Stelle Vito Crimi, presente all'incontro convocato al Viminale dalla ministra Luciana Lamorgese con il collega del Pd Matteo Mauri, il responsabile sicurezza dei dem Carmelo Miceli, il capogruppo di Leu alla Camera Federico Fornaro e il capogruppo di Italia Viva al Senato Davide Faraone.
Sul tavolo il pacchetto di misure messo a punto nei mesi scorsi dai tecnici del ministero e che, per volontà della stessa ministra Lamorgese, vanno ben oltre i rilievi fatti a suo tempo dal presidente Mattarella. In particolare si mette mano a ben 9 dei 18 articoli del primo decreto sicurezza e a due su due del secondo, in pratica tutte le parti che riguardano i migranti.
A partire dai tempi di detenzione nei Centri per i rimpatri (Cpr), innalzati da Salvini fino a 180 giorni e che invece potrebbero ritornare a 90. Stessa cosa per la protezione umanitaria. Il viceministro Mauri ha chiesto che venga reintrodotta in maniera integrale. Il documento del Viminale prevede che possa essere riconosciuta alle famiglie con figli minori, persone gravemente malate, quelle con disturbi psichici, disabili, donne incinta e infine, alle persone che hanno subito un trattamento degradante, comprendendo in questa categoria anche chi, malato, nel Paese di origine non potrebbe ricevere cure adeguate.
C'è, infine, la questione Sprar, il sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati fortemente ridotto da Matteo Salvini e che invece si vorrebbe ripristinare. Il Viminale ha già fatto un primo passo in questa direzione prolungando fino al 31 dicembre 2020 l'assistenza ai richiedenti asilo, anche quelli che nel frattempo ne avrebbero perso il diritto di essere ospitati nei Cas.
Un modo per togliere dalla strada persone che, in tempi di pandemia, rappresenterebbero un rischio per sé stesse e per gli altri. Restano invece invariate tutte le parti riguardanti in maniera più stretta la sicurezza, dalle norme antimafia all'utilizzo dei braccialetti elettronico. Per quanto riguarda il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, infine, viene mantenuto solo nei confronti degli appartenenti alle forze dell'ordine reintroducendo la discrezionalità del giudice nel valutare la non punibilità per "la particolare tenuità del fatto".
Un pacchetto di misure che, come si vede, è più largo della revisione chiesta dal Quirinale e mirata soprattutto rivedere le maxi multe per le navi delle Ong, il sequestro delle imbarcazioni che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque italiane, ma anche il rispetto degli obblighi di soccorso in mare previsti dal diritto internazionale.
Misure che vanno incontro a quanto richiesto da mesi dal Pd, LeU e Iv. "Una nuova politica dell'immigrazione deve innanzitutto riportare a una corretta funzione del ruolo del ministero dell'Interno ponendo fine alla criminalizzazione delle Ong", ha commentato al termine dell'incontro Fornaro. Lunedì alle 16 nuovo incontro, questa volta per presentare gli emendamenti alle proposte della ministra.
di Giordano Stabile
La Stampa, 19 giugno 2020
Raddoppiato in vent'anni il numero di persone che non ha più una casa. E per i profughi la speranza di ritornare è sempre più flebile. Fra i 79,5 milioni di persone in cerca di una nuova casa, un rifugio, un posto lontano dalle bombe e dalla fame c'erano anche loro, il piccolo Alaa e sua mamma. Tentavano di passare il confine fra la provincia siriana di Idlib e la Turchia.
Le guardie di frontiera hanno sparato. Lui è morto, un altro ragazzo è rimasto ferito. L'ennesima vittima, dopo la bambina di cinque anni annegata in Libia pochi giorni fa, le migliaia e migliaia che negli anni scorsi non ce l'hanno fatta, in mare, sulle montagne, nelle foreste. L'esercito dei rifugiati nel mondo continua a crescere. Fra il 2018 e il 2019 ha fatto un balzo impressionante, da poco più 70 milioni a quasi 80, un record.
Un abitante della Terra su 97 è in fuga, all'interno del proprio Paese o all'estero, come denuncia l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) nel rapporto Global Trends, pubblicato alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato. Le crisi peggiori I due terzi delle persone in fuga all'estero provengono da cinque Paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. Nazioni devastate da guerre civili e crisi ormai decennali.
Lo status di rifugiato si incancrenisce, la speranza di ritornare è sempre più flebile. Soprattutto per i siriani, che da soli assommano 13,2 milioni di rifugiati, richiedenti asilo o sfollati interni, più di metà dell'intera popolazione. Eppure continuano a voler fuggire. L'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria ha documentato dal 2011 a oggi l'uccisione di 450 civili da parte delle guardie di frontiera turche. Compresi 79 minori e 44 donne. Dopo i 380 mila morti della guerra civile, la distruzione di intere città, adesso sono la crisi economica e le sanzioni a spingerli verso la Turchia, che già ne ospita 3,6 milioni.
Dall'inferno al purgatorio - È il salto da un inferno a un purgatorio. I siriani in Turchia hanno quasi tutti trovato un'abitazione, soltanto 68 mila sono rimasti nei campi profughi, i buoni pasto finanziati dall'Unione europea in base all'accordo del 2016 permettono di mangiare. Anche se l'obiettivo finale rimane quello di ritornare a casa, forse un giorno ricostruita. Un obiettivo sempre meno realistico. Negli anni Novanta 1,5 milioni riuscivano a fare ritorno a casa ogni anno.
Ora la media è crollata a 385.000. Dei 79,5 milioni di rifugiati nel mondo, 45,7 sono sfollati all'interno dei propri Paesi, mentre degli oltre trenta milioni fuggiti oltre confine in 4,2 milioni hanno fatto domanda di asilo. Il numero di minori in fuga è compreso fra i 30 e i 34 milioni, più elevato di quello dell'intera popolazione di Australia, Danimarca e Mongolia messe assieme. "Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati non soltanto siano più diffusi, ma non costituiscano più un fenomeno a breve termine - spiega l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi.
Non possiamo aspettarci che le persone vivano per anni e anni una condizione precaria, senza avere né la possibilità di tornare a casa né la speranza di poter cominciare una nuova vita nel luogo in cui si trovano". Un discorso che vale per i siriani ma anche per i 5,6 milioni di rifugiati palestinesi, in questa condizione da settant'anni, mentre le prospettive di un accordo di pace con Israele si allontanano.
E l'agenzia che si occupa di loro, l'Unrwa, è sotto attacco da parte dell'Amministrazione Trump, che ha bloccato i finanziamenti. Il nuovo nemico Il clima è un problema globale. Le agenzie dell'Onu si trovano di fronte a crisi sempre più prolungate, i fenomeni esplodono e così i bisogni finanziari. Il numero dei rifugiati è raddoppiato in meno di dieci anni, nel 2010 erano 41 milioni, i fondi per l'Unhcr sono saliti l'anno scorso a 4,8 miliardi di dollari, il massimo di sempre.
Ma la differenza fra le risorse necessarie e quelle erogate è salita al 42 per cento. Significa che servirebbero quasi il doppio dei soldi a disposizione. Anche il personale è raddoppiato, da 6 mila a 12.800, per il 44 per cento donne. E un impegno che richiede sacrificio.
L'80 per cento delle persone in difficoltà sono in Paesi colpiti da carestia, malnutrizione, disastri climatici, guerre croniche. L'85 per cento è in Paesi in via di sviluppo e cerca rifugio in Paesi confinanti. Alle guerre senza fine, quella afghana è entrata nel suo quinto decennio, si aggiungono adesso i disastri ambientali. Nel 2019 hanno causato 24,9 milioni di sfollati, un altro record, circa tre volte il numero causato da conflitti e violenze.
Il peggioramento - Il rapporto dell'Unhcr sottolinea come il cambiamento climatico è destinato essere "una causa crescente" degli sfollamenti, sia in maniera diretta che come "moltiplicatore". La previsione è che i disastri "aumenteranno in frequenza e intensità". Di questo passo le probabilità di arrivare a cento milioni di rifugiati sono molto elevate e l'Onu insiste con gli Stati perché vengano adottate politiche preventive, prima di dover affrontare una crisi sistemica, impossibile da gestire.
In fondo, una delle cause della guerra civile in Siria è stata proprio la siccità anomala, prolungata su più anni, che ha reso la vita impossibile nelle campagne, gonfiato le periferie, aggravato i conflitti sociali e settari fino a farli esplodere. Tutto è legato. I migranti del Sahel in balia del Mediterraneo in tempesta, il piccolo Alaa in cerca di un passaggio sulle montagne. Come dice un proverbio siriano, "siamo tutti assieme nello stesso vento".
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