di Marina Catucci
Il Manifesto, 19 giugno 2020
Affossato il piano di cancellazione del programma che tutela i figli dei migranti illegali voluto da Obama. Commozione e gioia tra i democratici, il presidente reagisce parlando di armi. La Corte suprema ha decretato che l'amministrazione Trump non può cancellare il Deferred Action for Childhood Arrivals (Daca), il programma di protezione dei giovani immigrati arrivati negli Stati uniti illegalmente al seguito dei genitori, noti come Dreamers.
Il Daca ha permesso a quasi 800mila giovani di rimanere negli Stati uniti ed evitare il rimpatrio in paesi che conoscono a malapena. La sentenza del tribunale è un duro colpo a una delle promesse centrali della campagna di Trump, che aveva ripetuto che da presidente avrebbe "immediatamente posto fine all'amnistia esecutiva illegale di Obama". Trump ha più volte definito i Dreamers come un pericolo per gli Usa, anche se tutti i dati mostrano che in realtà sono una parte importante della forza lavoro specializzata statunitense. Gli operatori sanitari coinvolti nella risposta all'epidemia di Covid-19, hanno fatto affidamento su circa 27mila Dreamers, tra cui dentisti, farmacisti, assistenti medici, assistenti sanitari a domicilio, tecnici e quasi 200 studenti di medicina.
A questi si aggiungono altre decine di migliaia di impiegati nell'high tech, come ha sempre sottolineato la Silicon Valley. Tim Cook, ad di Apple, subito dopo la sentenza ha twittato: "I 478 Dreamer di Apple sono membri della nostra famiglia collettiva. Con creatività e passione, ci hanno reso l'azienda americana più forte e innovativa. Siamo lieti della decisione odierna e continueremo a combattere fino a quando le protezioni del Daca saranno permanenti".
La sentenza, infatti, specifica che la richiesta di cancellare il Daca appare "capricciosa". "Non decidiamo se il Daca o la sua risoluzione siano politiche valide - ha scritto il giudice capo, John Roberts, il cui voto è stato decisivo per l'esito della sentenza - Ci pronunciamo solo riguardo l'ottemperanza dell'agenzia al requisito procedurale di fornire una spiegazione motivata per la sua azione". A fine 2017 Trump aveva annunciato la chiusura del programma, fornendo come unica motivazione la convinzione che la creazione o il mantenimento del programma andasse oltre il potere legale di qualsiasi presidente.
Questa giustificazione fornita dal governo, ha scritto Roberts, è insufficiente. Ora l'amministrazione statunitense potrebbe riprovare a fornire altre ragioni per chiudere il programma, ma difficilmente ne troverà di adeguate. È la seconda volta in questa settimana in cui la Corte suprema delibera su un caso importante andando contro i desideri di Trump: solo lunedì il tribunale aveva stabilito che non si possono discriminare i lavoratori in quanto gay e transgender. Tutto questo non è certo piaciuto a The Donald che ha subito twittato rivolgendosi alla sua base e dicendo che il prossimo passo della Corte suprema, se non dovesse essere rieletto, sarà quello di cancellare il secondo emendamento che protegge il diritto di possedere un'arma.
Commozione e gioia, invece, nell'area democratica. Il capo della minoranza Dem al Senato, Chuck Schumer, ha ricevuto la notizia mentre era in aula e con la voce emozionata ha ripetuto più volte "wow": "La Corte suprema - ha detto Schumer - chi avrebbe mai pensato che avrebbe preso così tante buone decisioni in una settimana?".
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 19 giugno 2020
Il premier sui rapporti con l'Egitto: "Abbiamo sollecitato i nostri interlocutori egiziani ad assicurare collaborazione più intensa. Se c'è stata incapacità di ottenere risultati imputatela a me". Il Pd lo incalza: "Con lei presidente Il Cairo è diventato il primo acquirente di armamenti italiani".
Mette la faccia: "Ho detto ai signori Regeni che se c'è stata incapacità di raggiungere risultati maggiori lo potete imputare a me direttamente".
Non rinnega però un passo di quelli compiuti e traccia, senza mai citare esplicitamente la questione delle fregate Fremm da vendere all'Egitto, i passi per il futuro. Un futuro fatto di collaborazione con l'Egitto. "Risultati nella ricerca della verità sull'omicidio di Giulio Regeni si avranno soltanto con l'intensificazione, non con l'interruzione del dialogo bilaterale. Allo stato è meglio un dialogo per quanto franco e a tratti frustrante piuttosto che l'interruzione dei rapporti". Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha parlato ieri per quasi due ore davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta per la morte di Giulio Regeni. Una lunga ricostruzione dei fatti nella quale Conte ha spiegato di aver chiesto al presidente egiziano Al Sisi, "una manifestazione tangibile di volontà". E di aspettarsi nei prossimi giorni una risposta.
Chi si aspettava che Conte portasse qualche risultato, è rimasto deluso. Per il momento l'Italia non ha incassato nulla dall'Egitto. Spera che qualcosa possa accadere il 1° luglio, quando ci sarà l'incontro tra le Procure del Cairo e di Roma.
"Ogni mia interlocuzione con Al Sisi è partita da un semplice quanto inevitabile assunto - ha detto Conte - i nostri rapporti bilaterali non potranno svilupparsi a pieno" se non si farà luce sul "barbaro assassinio di Giulio Regeni e non si assicureranno alla giustizia i suoi assassini". "Nel colloquio telefonico del 7 giugno - ha continuato - Sisi mi ha dato la disponibilità sua e delle autorità egiziane a collaborare". Sul tavolo c'è la rogatoria della procura di Roma rimasta senza risposta da più di un anno.
"Anche io condivido e ho rappresentato una preoccupazione per la lentezza dell'Egitto nel fornire collaborazione all'Italia" ha spiegato ancora il premier davanti alla commissione presieduta dal deputato di Leu, Erasmo Palazzotto.
"L'ho rappresentata in modo insistito le ultime volte che ho avuto modo di confrontarmi con il presidente Al Sisi. Il 14 o 15 gennaio di quest'anno sono stato al Cairo a incontrarlo. In quell'occasione ho rappresentato molta costernazione e ho sollecitato una ripresa della collaborazione. In quell'occasione come in altre ho detto che la vicenda Regeni per l'Italia è una ferita che non potrà mai essere rimarginata e che richiede l'accertamento della verità giudiziaria".
Conte, però, nonostante gli appelli della famiglia Regeni e di una parte della coalizione di Governo, non ha intenzione di rompere con l'Egitto. "L'Egitto nei nostri confronti ha molta attenzione: abbiamo capacità in certi contesti di dialogare dove altri non riescono.
Questa attenzione ho sempre cercato di utilizzarla anche per intensificare il dialogo anziché prospettarne l'interruzione. Io stesso, se trascorrendo del tempo non avessi visto risultati concreti, avrei invitato il gabinetto dei ministri a valutare come soluzione spendibile e utile l'interruzione dei rapporti. Ma essendomi insediato quando già in passato si erano interrotti i rapporti, mi sono convinto che l'intensificazione del dialogo, cogliere dall'Egitto l'interesse nei confronti del premier italiano, andasse volto per ottenere un risultato che però, mi rendo conto, stenta ancora a produrre dei risultati concreti.
Non abbiamo ottenuto molto me ne rendo conto. Io - ha detto il premier - ho incontrato 6-7 volte Al Sisi. Il fatto di parlargli di persona, guardarlo negli occhi ed esprimere tutto il rammarico per poter influenzare con un'influenza diretta vis a vis, forse non ha portato risultati, non sono stato capace. È quello che ho detto alla famiglia Regeni l'ultima volta.
Erano un poco dispiaciuti che con la nostra presenza diplomatica non ottenesse risultati. Ho detto che se la dovevano prendere con il premier che avevano di fronte visto che è il premier che incontra Al Sisi vis a vis. Il nostro diplomatico non incontra il capo di stato. Se c'è un'incapacità la potete imputare a me direttamente".
Il Partito democratico, con Lia Quartapelle, parla del dato "sconcertante" della vendita delle armi all'Egitto: "Da quando lei è presidente del consiglio l'Egitto è passato da quarantaduesimo Paese con cui commerciavamo armi, a decimo Paese nel 2018, a primo", dice Quartapelle.
"Oltre alle due fregate Fremm vendute al Cairo ci sono nove miliardi di commesse in armamenti", sottolinea Palazzotto. Ma Conte, pur non citando mai la questione direttamente, ha fatto capire di non voler mettere in discussione i rapporti. "Se otterremo qualche risultato sarà perseverando, battendo i pugni sul tavolo, passetto dopo passetto riuscendo a ottenere qualche sviluppo di questa vicenda" ha detto.
Cosa accadrebbe se l'Egitto sbattesse la porta nell'incontro del primo luglio? "A mio avviso non siamo ancora quel punto. Questa è una valutazione che dovremo sempre aggiornare costantemente con le forze di maggioranza e i ministri. Dovremo verificare se questa interlocuzione dà risultati o meno, dovremo mantenerci sempre vigili e valutare tappa dopo tappa questo percorso".
amnesty.it, 19 giugno 2020
Il governo egiziano deve interrompere immediatamente la campagna di intimidazioni e persecuzioni ai danni degli operatori sanitari in prima linea durante la pandemia da Covid-19 e che esprimono preoccupazioni o criticano il governo per la gestione dell'emergenza sanitaria. Grazie al nostro lavoro di ricerca, abbiamo documentato il modo in cui le autorità del Cairo stanno ricorrendo ad accuse vaghe e generiche di "diffusione di notizie false" e "terrorismo" per arrestare arbitrariamente e imprigionare operatori sanitari che hanno preso la parola, sottoponendoli poi a minacce, intimidazioni e provvedimenti amministrativi punitivi.
Le persone prese di mira denunciano condizioni di lavoro insicure, assenza di dispositivi di protezione individuale, inadeguata formazione all'individuazione dei contagi, insufficienti mezzi per testare il personale sanitario e mancato accesso a cure mediche vitali. I nostri ricercatori hanno svolto 14 interviste con medici, parenti di questi ultimi, avvocati, rappresentanti sindacali e ha esaminato corrispondenze scritte e messaggi audio di pubblici funzionari.
"Invece di proteggere gli operatori sanitari che si trovano in prima linea nel contrasto alla pandemia e che si lamentano legittimamente a proposito delle loro condizioni di vita e dei rischi per la loro salute, il governo egiziano gestisce l'emergenza da Covid-19 ricorrendo alle consuete tattiche repressive. Così, gli operatori sanitari che prendono la parola si trovano di fronte a una scelta impossibile: rischiare la vita o affrontare il carcere", ha dichiarato in una nota ufficiale Philip Luther, direttore delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente e l'Africa del Nord. "Le autorità egiziane hanno spesso elogiato gli operatori sanitari come 'il nostro esercito in camice bianco' ma evidentemente lo hanno fatto contando sul loro silenzio", ha aggiunto Luther.
Secondo il Sindacato dei medici, da metà febbraio, quando è scoppiata la pandemia da Covid-19, oltre 400 operatori sanitari sono risultati positivi al test e almeno 68 sono morti. Questi numeri non comprendono quelli relativi ai medici morti con sintomi da coronavirus, come la polmonite, che tuttavia non erano stati sottoposti al tampone. Non comprendono neanche infermieri, odontoiatri, farmacisti, tecnici di laboratorio, addetti alle consegne dei farmaci, personale delle pulizie e altri lavoratori essenziali, a loro volta in prima linea per assicurare che le persone avessero accesso alle cure mediche e ad altri servizi di base. Tra marzo e giugno Amnesty International ha documentato i casi di otto operatori sanitari (sei medici e due farmacisti) arrestati arbitrariamente dalla famigerata Agenzia per la sicurezza nazionale solo per aver espresso le loro preoccupazioni sui social media.
Alaa Shabaan Hamida, medico di 26 anni, è stata arrestata il 28 marzo all'ospedale universitario el-Sharby di Alessandria dove lavorava, dopo che un'infermiera aveva usato il suo cellulare per segnalare al "numero verde" del ministero della Salute un caso di coronavirus. A denunciarla è stato il direttore dell'ospedale, sostenendo che fosse andata oltre i suoi compiti chiamando direttamente il ministero.
Alaa, incinta, è attualmente in detenzione preventiva con le accuse di "appartenenza a un gruppo terrorista", "diffusione di notizie false" e "uso improprio dei social media". Hany Bakr, un oftalmologo, è stato arrestato nella sua abitazione a Qalyubia, a nord del Cairo, dopo che aveva scritto un post in cui aveva criticato il governo per aver inviato aiuti sanitari in Italia e in Cina.
Un altro medico è stato arrestato il 27 maggio per aver scritto un articolo in cui aveva messo in discussione l'efficacia della risposta del governo alla pandemia da Covid-19 e i gap strutturali nel sistema sanitario egiziano. Secondo i suoi familiari, quattro agenti delle forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella sua abitazione, sequestrandogli cellulare e computer e chiedendogli se avesse preso parte ai funerali di un collega, Walid Yehia, che era morto dopo aver contratto il virus e che era rimasto due giorni in attesa di trovare un letto disponibile in un ospedale per la quarantena del Cairo.
Il 14 giugno il Sindacato dei medici ha emesso un comunicato stampa in cui si sottolineava come questi arresti avessero creato "frustrazione e paura tra i medici". Il 25 maggio un gruppo di medici dell'ospedale al-Mounira del Cairo ha rassegnato le dimissioni, lamentando la mancanza di formazione e di kit per effettuare i tamponi nonché "le decisioni arbitrarie [del ministero della Salute] in relazione all'effettuazione dei test e alle misure di isolamento", che potrebbero aver contribuito alla morte di Walid Yehia.
Secondo numerose fonti, funzionari dell'Agenzia per la sicurezza nazionale si sono recati all'ospedale al-Mounira per costringere i medici in sciopero a ritirare le dimissioni. In relazione alla morte di Walid Yahia, le indagini avviate dal ministero della Salute hanno riconosciuto "responsabilità amministrative" ma limitatamente all'ospedale dove era avvenuto il decesso.
La persecuzione nei confronti di operatori sanitari esisteva anche prima della pandemia. Nel settembre 2019 cinque medici erano stati arrestati per aver lanciato la campagna "I medici egiziani sono arrabbiati", che chiedeva una riforma del sistema sanitario egiziano. Uno di loro, il dentista Ahmad al-Daydamouny, è ancora in carcere per aver denunciato online il salario basso, le condizioni di lavoro e l'inadeguatezza delle strutture sanitarie.
I nostri ricercatori hanno parlato anche con sette medici che hanno assistito a minacce nei confronti di loro colleghi che avevano sollecitato, attraverso post sui social media, il ministero della Salute a fornire kit per effettuare i tamponi, formazione e accesso alle cure mediche in caso di positività al coronavirus. Una fonte del Sindacato dei medici ha confermato che gli operatori sanitari vengono tuttora sottoposti a minacce e interrogatori da parte dell'Agenzia per la sicurezza nazionale, procedure amministrative e sanzioni: "Stiamo ricevendo molte denunce, mentre altri preferiscono pagare, procurarsi di tasca propria strumenti di protezione personale, e tacere. Ci stanno costringendo a scegliere tra la morte e il carcere".
L'Agenzia per la sicurezza è presente in tutti i comitati di crisi del Covid-19 del paese, a conferma dell'approccio securitario nella gestione della pandemia. Abbiamo ascoltato alcuni messaggi audio inviati a operatori sanitari da funzionari locali del ministero della Salute o dalle direzioni degli ospedali in cui si minacciano segnalazioni all'Agenzia per la sicurezza nazionale o procedimenti amministrativi che potrebbero portare al decurtamento dello stipendio. In uno di questi messaggi, un medico che aveva rifiutato di tornare al lavoro per l'assenza di condizioni di sicurezza viene definito "un soldato traditore che merita di subire la più dura delle pene".
In una lettera firmata dal governatore del Sinai del Nord c'è scritto che i medici che non svolgeranno il loro lavoro o che risulteranno assenti verranno convocati dall'Agenzia per la sicurezza nazionale.
Sempre fonti del Sindacato dei medici hanno riferito di operatori sanitari puniti col trasferimento negli ospedali per l'isolamento delle persone in quarantena o in strutture sanitarie più lontane. Questa situazione mette a rischio i medici anziani o quelli con patologie pregresse.
Un provvedimento del genere ha riguardato un medico dell'ospedale centrale di Deyerb Negm, trasferito altrove dopo aver postato un video in cui sollecitava la fornitura di dispositivi di protezione individuale. Stesso destino hanno subito otto farmaciste, trasferite in altri governatorati del paese dopo che avevano denunciato le condizioni di lavoro all'interno dell'Istituto di medicina nazionale di Damanhour.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 giugno 2020
Alla fine, martedì, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha emanato una circolare che revoca la famosa nota del 21 marzo che aveva ordinato le direzioni carcerarie di segnalare alle autorità giudiziarie i detenuti vecchi e malati.
Quella famosa circolare è stata messa all'indice dalla Commissione Antimafia presieduta da Nicola Morra, perché considerata responsabile della detenzione domiciliare concessa ai circa 500 reclusi per reati mafiosi. La circolare che revoca quella precedente, a firma del capo Dap Bernardo Petralia e del suo vice Roberto Tartaglia, è ben motivata e non stigmatizza assolutamente quella precedente.
di David Allegranti
Il Foglio, 18 giugno 2020
La nuova direzione del Dap ha sospeso la circolare del 21 marzo che chiedeva ai direttori dei penitenziari italiani di indicare - per contrastare il contagio nelle carceri - i nomi dei detenuti con più di 70 anni affetti da patologie. Motivo? "Il numero dei ristretti positivi al Covid-19, pari oggi a 66 persone su poco più di 53 mila detenuti, è in costante diminuzione", dicono i nuovi vertici del Dap, il capo Bernardo Petralia e il vice Roberto Tartaglia, e "negli istituti penitenziari risultano in atto protocolli di prevenzione del rischio di diffusione del contagio".
senatoripd.it, 18 giugno 2020
"Certamente la messa agli arresti domiciliari, nessuna liberazione, di troppi condannati per reati di mafia è stata grave e ha fatto emergere la necessità di ulteriori norme per garantire che i mafiosi non possano tornare nei propri territori ricostruendo i rapporti con le proprie organizzazioni. Questo è il senso di una parte importante di questi decreti.
All'inizio della pandemia, ci siamo posti il problema di preservare la salute dei detenuti e di chi opera in carcere. Preservare la salute anche dei detenuti, di tutti i detenuti è un dovere e una responsabilità a cui non potevamo e non possiamo sottrarci. Infatti il punto non è questo.
Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2020
Il presidente della I Commissione del Csm, in passato direttore generale del Trattamento detenuti del Dap, è stato ascoltato dalla commissione Antimafia, che sta continuando il suo lavoro sulle scarcerazioni di 223 detenuti in regime di 41bis e Alta sicurezza posti ai domiciliari durante l'emergenza coronavirus.
di Clemente Pistilli
La Notizia, 18 giugno 2020
Gli indennizzi per ingiusta detenzione cresciuti da 33,3 a 43,4 milioni. Gli errori giudiziari costano. Costano tanto a chi si trova in carcere da innocente e si vede rovinare la vita. E pesano pure sulle casse dello Stato che deve risarcire le vittime. Costano talmente tanto che nel giro di un anno gli indennizzi per ingiusta detenzione sono aumentati di 10 milioni di euro.
Il Dubbio, 18 giugno 2020
"Si rischia un "vulnus" al diritto di difesa". È questo il parere reso dalla VI commissione del Csm sul decreto del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha previsto un sistema di rivalutazione periodica della concessione dei domiciliari ai detenuti per motivi di salute legate all'emergenza sanitaria.
Il parere è stato approvato ieri pomeriggio dal plenum a maggioranza, con l'astensione dei laici M5S Filippo Donati e Fulvio Gigliotti e del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. La sesta commissione critica infatti "la serrata tempistica con la quale essi devono intervenire", ovvero entro 15 giorni, e "la complessità degli accertamenti da svolgere periodicamente", cioè ogni mese, la quale "determinerà un notevole aggravio del lavoro della magistratura di sorveglianza".
La quale "dapprima investita del compito di risolvere il cronico problema del sovraffollamento delle carceri, con il dl che le ha offerto ridotti strumenti/ argomenti per valutare i presupposti dell'applicazione di misure alternative", ora viene "investita del compito di offrire una supplenza rispetto al problema del reperimento di strutture interne al circuito penitenziario".
La norma ha ottenuto ieri il via libera del Senato, con 154 voti a favore, 129 contrari e 2 astensioni alla fiducia posta martedì dal governo. Il maxi emendamento al dl 28/ 2020, che ora passa all'esame della Camera, proroga al primo settembre l'entrata in vigore della riforma dell'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando sulle intercettazioni. Una proroga resa necessaria a causa delle ripercussioni nel settore della giustizia dell'emergenza coronavirus.
Entra invece immediatamente in vigore il deposito in forma telematica degli atti e dei provvedimenti riguardanti le intercettazioni. Il decreto stabilisce, soprattutto, la fine della Fase 2 della Giustizia, fissando al primo luglio la data del ritorno nelle aule di tribunale, e approva anche le udienze da remoto per la Giustizia amministrativa, così come proposto dall'Unione nazionale avvocati amministrativisti.
Ma il punto più controverso è, appunto, quello relativo al carcere, dopo le polemiche delle scorse settimane sugli arresti domiciliari concessi a diversi condannati per 416bis. Il testo prevede che per la concessione degli arresti domiciliari e dei permessi ai detenuti per reati legati alla criminalità organizzata e sottoposti al 41bis il magistrato di sorveglianza, prima di decidere, dovrà chiedere il parere del procuratore della Repubblica del tribunale del capoluogo del distretto dove è stata emessa la sentenza e del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. "Un altro passo importante per il miglioramento del sistema giustizia", ha commentato Bonafede. La norma disciplina, infine, anche l'utilizzo dell'App Immuni.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 18 giugno 2020
Quella che passerà nell'opinione pubblica sarà l'idea che un criminale è libero. Non è così. Sono scaduti i termini massimi della custodia cautelare per i due reati per i quali Carminati era in carcere, nel rispetto di quanto previsto dall'articolo 304 comma 6 del codice penale, nel rispetto del dettato costituzionale - e più precisamente dell'articolo 13 - e nel rispetto della giurisprudenza in materia di contestazioni a catena.
In altri termini Carminati resta imputato in attesa che il giudice di rinvio definisca la pena che dovrà scontare dopo che la Cassazione - che non poteva definirla perché non è un giudice di merito - aveva escluso l'aggravante mafiosa ma ne aveva riconosciuto la colpevolezza. Carminati non poteva restare in carcere in attesa di questa decisione perché il tempo massimo previsto per la custodia cautelare era scaduto. Quando il processo di rinvio rideterminerà la pena per i reati pendenti Carminati sconterà l'esecuzione cui sarà condannato salvo una possibile valutazione medio temporale di esigenze cautelari. Anche la stampa dovrebbe dunque farsi garante di un'informazione che non calchi sul pedale dell'emotività.
Anche la nuova politica si sta misurando con l'autonomia della giurisdizione e rinverdisce i vecchi strumenti. Si mettono in campo rispetto ai provvedimenti che non si condividono - ancorché non definitivi e suscettibili quindi di successivi controlli - i tradizionali strumenti distorsivi. Il riferimento va in questo caso all'invio degli ispettori. Già sperimentati con il Tribunale di sorveglianza di Sassari, sono riproposti per il tribunale della Libertà di Roma. Ma prima di lasciarsi andare a valutazioni sommarie sarebbe opportuno leggere i provvedimenti. Se mi è consentito esprimermi, quello romano è pienamente condivisibile: sfido un non esperto non solo a leggerlo - cosa che dubito succederà - ma anche a chi conosca la materia a confutarlo nel merito.
Si tratta difatti di una materia di un tale approfondimento che solo un esperto del tema delle misure cautelari può comprendere fino in fondo. Invece è facile prevedere che ci si farà travolgere dal circuito mediatico e dall'ideologia punitiva e dalla polemica politica dalla quale un ministro dovrebbe restare lontano rispettando nei fatti e non solo a parole l'autonomia della magistratura.
È facile prevedere anche che si batteranno le strade delle modifiche delle leggi come già successo per le famigerate "scarcerazioni dei boss" rischiando che la fretta confezioni norme ad alto rischio di illegittimità costituzionale come nella vicenda Zagaria.
E che si tenterà il ripristino del carcere per i condannati assegnati agli arresti domiciliari. Senza tener conto della decisione della Corte costituzionale sulla legge spazza-corrotti e della sentenza della Corte europea sul caso Viola, che rigettando il ricorso del governo ha confermato che non c'è compatibilità tra il cosiddetto ergastolo ostativo previsto dall'art. 4 bis della Legge sull'Ordinamento penitenziario e l'articolo 3 della Convenzione. La magistratura ha sicuramente dei limiti e può commettere errori, ma un profondo respiro prima di prendere qualche decisione e soprattutto dopo aver ben valutato i suoi provvedimenti può non essere inopportuno.
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