di Giorgio Pagano*
Il Secolo XIX, 18 giugno 2020
L'Egitto dopo il golpe del generale Al Sisi nel 2013 è un regime militare, autoritario e repressivo. Amnesty International denuncia che, ogni giorno, spariscono due oppositori. Dal 2016 al 2019 ci sono stati almeno 2.400 condannati a morte.
A Sara Hegazi, omosessuale, suicida nei giorni scorsi mentre era in esilio, la vita l'avevano già tolta tre anni fa, quando fu arrestata e torturata in un carcere egiziano. A chi sostiene che bisogna avere buone relazioni con l'Egitto in quanto Paese alfiere della lotta al terrorismo, vanno ricordate le risoluzioni del Parlamento europeo, che denunciano che "sono etichettati come terroristi i dissidenti pacifici, gli attivisti per la democrazia e i difensori dei diritti umani".
Il caso di Giulio Regeni non è quindi l'unico problema nei nostri rapporti con l'Egitto. E l'Italia non può far dipendere il suo atteggiamento solo da qualche - ovviamente auspicabile - progresso sul caso Regeni. La questione ha una molteplicità di aspetti e di implicazioni.
Certamente l'uccisione del giovane ricercatore e la successiva azione di depistaggio da parte del governo egiziano ci mettono davanti al fatto che è in gioco la nostra sovranità nazionale: la capacità dello Stato di tutelare l'incolumità dei suoi cittadini in un Paese straniero. L'oltraggio non è solo alla famiglia Re geni, è all'Italia. Ma i principi in discussione sono anche altri.
Coloro che sostengono che la scelta di vendere armi - molte armi - all'Egitto corrisponde ai nostri interessi, dimenticano che il compito della politica è, nella misura del possibile, quello di conciliare interessi e principi, senza mai dimenticare che, in ultima istanza, sono i principi a dover prevalere. In questo caso è evidente che dobbiamo mettere in secondo piano gli interessi.
Non solo perché non esiste Stato al mondo che venda armamenti a un regime che è coinvolto nell'omicidio di un suo cittadino; ma anche perché una legge dello Stato, la n. 185 del 1990, stabilisce che le esportazioni di armamenti "devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell'Italia".
Dov'è questa conformità, nel caso dell'Egitto? Consideriamo il ruolo che Il Cairo sta svolgendo nel Mediterraneo: sostiene direttamente l'offensiva militare in Libia del generale Haftar fornendo basi di supporto e materiali militari alle sue truppe, e pertanto contrasta apertamente le nostre politiche per un processo di pacificazione in Libia.
L'errore più grande che oggi l'Italia potrebbe fare nel Mediterraneo è schierarsi con l'Egitto. Di più: le esportazioni di armamenti sono vietate, recita la legge n. 185, "verso i Paesi in stato di conflitto armato" - e l'Egitto non solo è coinvolto nel conflitto in Libia ma anche in quello in Yemen senza alcun mandato internazionale - e "verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell'Ue o del Consiglio d'Europa".
Il che è stato più volte accertato. In sostanza: una cosa sono le relazioni commerciali tra Paesi, una cosa sono le esportazioni di armamenti. Ci sono molti Paesi con cui abbiamo relazioni commerciali ma a cui non vendiamo armi. L'Egitto dovrebbe essere tra questi. Fa prevalere i principi significa esercitare una pressione molto più forte per chiedere sia la verità su Giulio Regeni che la libertà per tutti i prigionieri politici incarcerati.
Significa non vendere armi ai Paesi in guerra e che violano i diritti umani. Significa dar vita a un grande progetto dell'Italia e dell'Europa per la pace nel Mediterraneo, per la ricostruzione civile, sociale ed economica della Libia, per la riconciliazione del popolo libico. Servono visione e strategia, non la ricerca del business immediato.
*Presidente delle associazioni Mediterraneo e Funzionari senza Frontiere
La Repubblica, 18 giugno 2020
La nota di Oxfam: 58,28 milioni per il 2020, 213 milioni in 3 anni, nonostante le indicibili violazioni dei diritti umani per migliaia di disperati. Dall'inizio dell'anno, oltre 230 vittime nel Mediterraneo centrale.
L'Italia ha in programma di continuare ad aumentare gli stanziamenti alla Guardia Costiera libica: 3 milioni in più nel 2020, per un totale di 58,28 milioni di euro diretti alle autorità libiche, che portano il costo sostenuto dai contribuenti italiani a sostegno dell'accordo Italia-Libia, siglato nel 2017, a 213 milioni di euro.
Tutto ciò, nonostante si continui a morire lungo la rotta del Mediterraneo centrale - con oltre 230 vittime dall'inizio dell'anno - e nonostante numerose inchieste e testimonianze abbiano confermato il coinvolgimento della Guardia Costiera libica nel traffico di esseri umani. Mentre proseguono i "rimpatri" forzati verso i "lager" libici, dove uomini, donne e bambini in fuga da guerre e persecuzioni, sono ancora oggi vittime di torture e abusi inimmaginabili.
L'industria della detenzione. È l'allarme lanciato da Oxfam, alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato e in occasione dell'inizio del dibattito sul rinnovo delle missioni militari italiane all'estero in Commissione Esteri alla Camera, che approderà presto in aula per il voto. "Siamo al paradosso. - sottolinea Paolo Pezzati, consulente politico per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia - mentre al largo delle coste libiche si continua a morire, come dimostra l'ennesima tragedia di pochi giorni fa, proprio il Governo che doveva segnare una discontinuità sulle politiche migratorie, con un copia e incolla della descrizione delle missioni nel dossier presentato al Parlamento negli anni precedenti, aumenta gli stanziamenti alle autorità libiche e alla Guardia Costiera.
Non si ha notizia poi delle modifiche richieste al governo libico - aggiunge Pezzati - che a novembre hanno giustificato il rinnovo dell'accordo. In sostanza, si va avanti nella stessa direzione, in un Paese dove l'industria del contrabbando e della tratta degli esseri umani è stata convertita in industria della detenzione, con abusi e violenze oramai note a tutti, anche grazie a questo considerevole flusso di denaro".
L'impatto dell'emergenza Covid nei centri di carcerazione. Al momento si contano oltre 2 mila migranti bloccati nei centri di detenzione ufficiali libici e un numero imprecisato in quelli non ufficiali, controllati dalle diverse bande armate e fazioni in lotta, con oltre 400 mila gli sfollati interni a causa della guerra civile.
"Con oltre 480 contagi da coronavirus registrati ufficialmente nel paese, e molti altri che potrebbero non essere stati rilevati - continua Pezzati - in questo momento a preoccupare sempre di più è proprio la situazione sanitaria nei centri di detenzione dove si vive ammassati, in condizione di vera disumanità Un allarme rilanciato pochi giorni fa anche da Papa Francesco, a cui ci uniamo nel fare appello alla comunità internazionale, perché venga trovata il prima possibile una soluzione concreta per porre fine a violenze e abusi".
Oltre 4.200 migranti riportati in Libia dall'inizio dell'anno. "A pochi giorni dal voto parlamentare sul rinnovo delle missioni militari italiane all'estero - conclude Pezzati - chiediamo al Governo e ai partiti di maggioranza di congelare immediatamente gli stanziamenti per il 2020 diretti alle autorità e alla Guardia costiera libica, che solo quest'anno ha intercettato e riportato in un Paese in guerra oltre 4.200 migranti, quasi 1.400 in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno Il fragile cessate il fuoco appena raggiunto può essere l'occasione per definire un Piano di evacuazione, coordinato a livello europeo, di tutti i migranti e rifugiati detenuti arbitrariamente, proponendo inoltre un piano di riforme che metta fine alla loro detenzione obbligatoria e automatica. Finché l'Italia e l'Europa continueranno a girarsi dall'altra parte, avremo sulla nostra coscienza orrori indicibili che abbiamo contribuito a generare".
di Loretta Bricchi Lee
Avvenire, 18 giugno 2020
Ruben Gutierrez avrebbe dovuto morire, martedì, per mano del boia del Texas, ma la Corte Suprema americana l'ha salvato in extremis, un'ora prima dell'esecuzione, per prendere in considerazione la possibile violazione dei suoi diritti religiosi.
L'anno scorso, il sistema carcerario dello Stato che detiene il triste primato per numero di omicidi legali ha eliminato la presenza del cappellano dalla camera della morte, così il 43enne - giudicato colpevole di omicidio nel 1998 - avrebbe dovuto affrontare l'iniezione letale senza il conforto di un sacerdote.
"Gutierrez è un cattolico devoto e la sua fede richiede l'assistenza di un religioso che lo accompagni nel passaggio dalla vita all'Aldilà", ha spiegato il suo legale, Shawn Nolan, mettendo in chiaro che "il dipartimento della giustizia criminale del Texas ha cambiato il regolamento per il proprio vantaggio, ma il conforto spirituale al momento della morte non è una convenienza: è un diritto legale protetto".
Ad intervenire a favore del condannato con un appello ai giudici supremi è stata anche la Conferenza episcopale dello stato che, attraverso il vescovo di Brownsville, Daniel Flores, ha definito "crudele e inumano negare l'accesso alla guida spirituale a un prigioniero che affronta l'esecuzione".
Lo scorso novembre, la Corte Suprema aveva fermato l'esecuzione del detenuto Patrick Murphy che aveva chiesto il sostegno spirituale di un buddista quando il sistema carcerario statale prevedeva solo un counselor cristiano o musulmano.
Così, in risposta alla decisione del massimo organo giudiziale del Paese, il Texas aveva eliminato ogni figura religiosa dalla camera della morte, chiaramente dando origine a una questione ben più ampia. Il caso legale del buddista rimane fermo in un tribunale federale di Houston e ora i giudici costituzionali intendono esprimersi - in data ancora da stabilirsi - sul diritto di Gutierrez di andare incontro al boia accompagnato da un sacerdote, aprendo la strada a una sentenza di portata nazionale.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 18 giugno 2020
Alla vigilia della riunione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, Amnesty International e altri 85 gruppi della società civile hanno chiesto alle autorità cinesi di ritirare la proposta di legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, che se entrasse in vigore costituirebbe un devastante assalto ai diritti umani. La legge potrebbe essere approvata entro la fine di giugno ed essere rapidamente applicata per reprimere le libertà a Hong Kong.
Nella lettera indirizzata al Comitato permanente, le 86 Ong affermano: "Anche se gli specifici contenuti della proposta di legge sono in gran parte ignoti, quello che sappiamo è sufficiente per temere che essa minerà i diritti e le libertà fondamentali della popolazione di Hong Kong. Le disposizioni del tutto vaghe previste criminalizzeranno qualsiasi critica nei confronti del governo e saranno usate contro chiunque voglia pretendere e difendere in modo pacifico i suoi diritti umani".
Tra le azioni che verranno considerare reato figurano "la divisione", "la sovversione", "il terrorismo" e "le attività di stranieri e interventi esterni negli affari interni di Hong Kong". La legge consentirà al governo cinese di costituire organismi per "proteggere la sicurezza nazionale" di Hong Kong, "laddove necessario", come ad esempio il ministero per la Sicurezza dello stato e l'ufficio per la Sicurezza nazionale presso il ministero per la Pubblica sicurezza, già noti in Cina per arresti arbitrari e torture.
La legge entrerebbe in vigore a Hong Kong attraverso una mera promulgazione, ignorando il Consiglio legislativo della città e senza alcuna significativa consultazione pubblica. Il ministro per la Sicurezza di Hong Kong, dal canto suo, ha dichiarato che la legge verrà applicata dalla polizia "sin dal primo giorno" della sua entrata in vigore. Fonti del Comitato permanente non hanno escluso che potrà essere applicata persino retroattivamente. A sua volta la segretaria alla Giustizia Teresa Cheng ha affermato che potrebbe essere istituito un "tribunale speciale" per giudicare casi relativi alla sicurezza nazionale "per aiutare i giudici a muoversi in terreni inesplorati".
di Giuseppe Pipitone
ilfattoquotidiano.it, 17 giugno 2020
Carceri, il dirigente del Dap che scrisse la circolare: "Da ministro apprezzamento. Su Zagaria grave errore". Morra: "Esterrefatto". Prosegue il lavoro dell'Antimafia sul caos che si è scatenato nelle carceri durante l'emergenza coronavirus. Giulio Romano, direttore del Trattamento detenuti del Dap, definisce una "svista" la mancata risposta del suo ufficio al tribunale del Riesame che chiedeva penitenziari idonei ad ospitare la mente economica dei Casalesi: "È stato accertato un errore nell'indicazione della posta elettronica del dipendente del Tribunale di Sassari, imputabile all'ufficio e al personale della direzione che io dirigevo". Il presidente dell'Antimafia lo riconvoca.
di Liana Milella
La Repubblica, 17 giugno 2020
L'audizione in Antimafia dell'ex direttore dell'ufficio detenuti del Dap, che definisce quell'atto "una mera segnalazione", poi furono i giudici a scarcerare. E su Zagaria ammette: "Un grave errore del mio ufficio". Bonafede sapeva. Basentini era d'accordo e aveva dato l'ok. "Io non firmai perché non avevo la firma digitale".
La Repubblica, 17 giugno 2020
In costante diminuzione il numero dei positivi. È stata sospesa la circolare sulle scarcerazioni per il Covid. Con un provvedimento datato il 16 giugno, il capo del Dap, Bernardo Petralia, insieme al vice Roberto Tartaglia, hanno disposto "la sospensione dell'efficacia delle disposizioni impartite" con la nota del 21 marzo scorso nella quale venivano "date disposizioni per la comunicazione all'autorità giudiziaria 'per le eventuali determinazioni di competenza' dei nominativi dei ristretti in condizioni di salute tali da comportare un elevato rischio di complicanze in caso di contagio" da Covid 19.
di Enrico Sbriglia*
Il Dubbio, 17 giugno 2020
Per favore, non ripetiamo la marcescente espressione che "Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri", rovinando ancora una volta il sonno di Voltaire, perché altrimenti dovremmo tutti incamminarci, senza indugio, verso le caverne più buie dell'umanità.
di Martina Blasi
epale.ec.europa.eu, 17 giugno 2020
Ogni anno Bambinisenzasbarre, nella cornice della Campagna europea "Non è un mio crimine ma una mia condanna", promossa dal network europeo Cope - Children of Prisoners Europe, di cui l'associazione è membro per l'Italia, organizza con il supporto del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria, la Campagna Carceri aperte per portare alla ribalta il tema della relazione figli - genitori detenuti e organizza in ogni istituto penitenziario dei momenti speciali per le famiglie durante tutto il mese di giugno.
Quest'anno, a causa dell'emergenza Covid-19, la Campagna prende il nome di: In attesa di Carceri aperte, figli-genitori connessi. La videoconferenza europea di apertura della Campagna si è svolta il 26 maggio 2020, con 390 partecipanti da 38 paesi, dalla Nigeria all'Argentina, dai Paesi europei a quelli dell'America del nord e dell'Asia.
Il tema affrontato - Non interrompere il legame fra i figli e loro genitori detenuti, nella crisi di Covid-19 e oltre, la situazione in Europa - è molto sentito in questo periodo di pandemia, con le carceri chiuse in quasi tutti i paesi del mondo e l'impossibilità per milioni di bambini di poter fare le periodiche visite ai genitori detenuti, per mantenere il proprio fondamentale legame parentale. Sono visite diventate "virtuali" tramite l'uso delle piattaforme di video-chat offerte dal Web.
Protagonisti del seminario sono stati Mirna Cacic, di Parents in Action (Croazia), Edoardo Fleischner di Bambinisenzasbarre, Richard Garsite, del Center for Crime and Justice Studies (Regno Unito), con moderazione di Nancy Loucks di Families Outside (Scozia).
Durante la conferenza, Bambinisenzasbarre ha descritto le nuove azioni svolte in questo critico periodo, ovvero il potenziamento del Telefono Giallo, la consulenza a distanza per le famiglie, lo Spazio Neutro virtuale - incontri protetti tra genitori-figli on line e i laboratori artistici on line, in cui i bambini, coordinati da un arte-terapeuta, disegnano insieme.
La principale riflessione emersa durante la conferenza è l'importanza che queste azioni portino a cambiamenti positivi e duraturi per i bambini, per le persone detenute e le loro famiglie e la convinzione che le visite online - la risposta più efficace a mantenere in contatto bambini e genitori durante la crisi Covid-19 - non debbano sostituire in alcun modo le visite di persona nel dopo Covid-19. Il diritto dei minori al contatto diretto con un genitore rimane un diritto sancito dalla Convenzione Onu dei diritti dell'infanzia. Nel lungo dibattito si è quindi ripetuto e sottolineato con forza che gli incontri online dovrebbero aggiungersi alle visite di persona, sempre troppo poche, quando queste diventeranno nuovamente possibili.
In continuità con la conferenza sopra descritta, il 25 giugno 2020 dalle ore 17.00 alle ore 19.00, si svolgerà la videoconferenza europea di chiusura dal titolo "Figli e genitori, rimaniamo connessi", in questa occasione interverrà anche la presidente della rete Children of Prisoners Europe Cope, Lucy Gampell, e i relatori che hanno dato la loro adesione all'iniziativa.
Cuore della Campagna "In attesa di Carceri aperte, figli-genitori connessi" è quindi il mantenimento della relazione figli-genitori detenuti, diritto rappresentato dalla Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti. La Carta - firmata nel 2014 dal Ministro della Giustizia, dalla Garante nazionale dell'Infanzia e dell'Adolescenza e da Bambinisenzasbarre e diventata Raccomandazione europea nel 2018 - riconosce formalmente il diritto dei minorenni alla continuità del proprio legame affettivo con il genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità. L'emergenza Covid-19 ha imposto un blocco anche nel percorso di buone pratiche e procedure aderenti alla Carta. È un blocco che deve rimanere temporaneo, per non disperdere tutto il lavoro di questi ultimi vent'anni.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 giugno 2020
Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora venne svegliato alle 4 del mattino dai Carabinieri di Roma e arrestato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Lo ammanettarono e lo diedero in pasto ai fotografi chiamati per l'occasione. Era innocente.
A 37 anni da quel giorno vergognoso per la storia giudiziaria italiana il Partito Radicale, che elesse Tortora quale simbolo della giustizia ingiusta e lo fece eleggere a Strasburgo, chiede, tramite il Segretario Maurizio Turco e il Tesoriere Irene Testa, che "si approvi subito la proposta per istituire la giornata vittime errori giudiziari".
Ieri, aggiungono Turco e Testa, "finalmente la nostra proposta di legge promossa per dedicare una Giornata nazionale alle vittime di ingiusta detenzione ed errori giudiziari in Italia è stata, grazie al Presidente della Commissione giustizia del Senato Andrea Ostellari, messa in calendario nei lavori della Commissione, con il voto di quasi tutti i gruppi ad eccezione del Movimento 5 stelle". Oggi sarà posto in votazione l'incardinamento.
"Sappiamo che da allora poco è cambiato sul fronte della giustizia - ci dicono gli esponenti radicali. Ancora oggi troppi innocenti finiscono in carcere, troppi ancora in custodia cautelare". Dai dati rilevati dal sito errorigiudiziari.com, emerge che dal 1992 al 31 dicembre 2018 si sono registrati oltre 27.500 casi di ingiusta detenzione: in media, 1.057 innocenti in custodia cautelare ogni anno. Con una spesa che supera i 750 milioni di euro in indennizzi, per una media di circa 29 milioni di euro l'anno.
"In venticinque anni di attività sottolineano proprio al Dubbio i giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori di Errorigiudiziari.com - per mantenere acceso un faro sul problema degli innocenti in carcere, abbiamo capito che quello degli errori giudiziari è uno dei temi più sottovalutati e colpevolmente trascurati della nostra giustizia. E il confronto con l'Europa sta lì a dimostrarlo: in Gran Bretagna si sono registrati 87 casi negli ultimi dieci anni, in Francia ci sono una sessantina di vittime di ingiusta detenzione l'anno, da noi circa mille. In Spagna la spesa media annua in indennizzi è di circa 5 milioni di euro, da noi quasi 30. Per questo qualunque gesto, anche solo simbolico come l'istituzione di una giornata intitolata a chi ha vissuto il dramma di finire in cella senza colpa, ha un suo valore. Ecco perché abbiamo accettato volentieri, con la nostra associazione, di essere tra i promotori dell'iniziativa".
Ispiratore della proposta di legge è stato l'avvocato Giuseppe Rossodivita: "Alle vittime dei crimini ci dovrebbe pensare la giustizia, alle vittime della giustizia però non ci pensa nessuno e gli errori sono molti di più di quelli che vengono riconosciuti come tali. Le vittime sono tutte uguali, sono persone che hanno avuto rovinata la propria esistenza per colpa di altri, ma quando il carnefice veste l'abito del giudice e usa come armi poteri conferiti dalla legge, la coscienza collettiva tende a rimuovere, a cancellare il misfatto e la stessa vittima.
Spero che la proposta sia approvata al più presto, sarebbe un importante segnale culturale, oltre che per le vittime e le loro famiglie". Per aumentare la sensibilizzazione sul tema il Partito Radicale ha organizzato oggi su Radio Radicale la Giornata delle vittime degli errori giudiziari dalle 11 alle 14. All'appuntamento parteciperanno: Francesca Scopelliti, Presidente Fondazione Enzo Tortora, i senatori Ostellari, Mirabelli, Ciriani e Dal Mas, gli onorevoli Boschi, Gelmini e Molinari, i giornalisti Vittorio Feltri, Paolo Del Debbio, Gian Marco Chiocci, Mario Sechi, Carlo Fusi, Piero Sansonetti, i radicali Rita Bernardini e Deborah Cianfanelli, non mancheranno le testimonianze delle vittime di errori giudiziari ed ingiusta detenzione: Daniela Candeloro, Giuseppe Gullotta, Bruno Lago, Antonio Lattanzi, Anna Maria Manna, Diego Olivieri, Antonio Perugini, Cristiano Scardella, fratello di Aldo.










