Il Pensiero Scientifico, 17 giugno 2020
Tra sovraffollamento, barriere linguistiche e medicina di genere. Intervista a Nerina Dirindin e Fabio Gui del Forum nazionale per il diritto alla salute delle persone private della libertà.
di Giuseppe Maria Berruti*
La Stampa, 17 giugno 2020
Nel 1993, in piena sindrome Mani Pulite, il Parlamento tolse l'autorizzazione a procedere da parte del giudice nei confronti dei parlamentari. Apparve quei sta la risposta a una esigenza di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Soprattutto a una domanda di giustizia sostanziale, cioè a dire libera dalla razionalità dei percorsi giuridici troppo formali.
Fu un errore storico. Che ne sta producendo altri. La Costituzione non aveva inteso dare vita a un privilegio gratuito, ma a una guarentigia. A una funzione, cioè, coerente con la centralità del Parlamento il cui presupposto è la sua integrità. Solo l'elettore può dare o togliere la posizione di parlamentare. E l'indipendenza tra i poteri dello Stato imponeva, secondo lo spirito costituente, che la valutazione dell'opportunità di un procedimento fosse rimessa a ciò che si definiva un fumus. Una percezione, tutta politica, di possibile intento extragiudiziario del magistrato.
Questa guarentigia non poteva che dividere, ogni volta che fosse stata applicata. Ma la Costituzione scontava la divisività per conservare la democrazia parlamentare. Lasciando alla politica, alla fine, di decidere sulla sorte, appunto politica, del parlamentare oggetto di richiesta di autorizzazione. Oggi l'indagine non deve essere autorizzata.
L'arresto invece, a indagine evidentemente in corso e in stato tale da imporre valutazioni, e ogni altra misura limitativa della libertà personale, debbono esserlo. Si è dato vita a uno strano meccanismo, nel quale, essendo legittima l'indagine, si dovrebbe entrare nel tecnicismo della cattura e valutarne, in luogo del giudice, l'opportunità contingente. Opportunità sempre opinabile. Una follia. Figlia dell'errore commesso nel 1993.
Ma anche della mancata riflessione da parte dei magistrati sulla responsabilità culturale che il testo nuovo dell'art. 68 impone a chi indaga su uomini e donne del Parlamento. Il cambiamento della norma intendeva togliere solo una diseguaglianza. Non certo mettere nelle mani dell'inquirente la relazione di forza di cui il Parlamento vive.
Il nuovo testo dell'art. 68 avrebbe richiesto anche dai magistrati una riflessione sulla delicatezza estrema della richiesta di cattura di un parlamentare. Essa cambia, o può cambiare, la realtà di un'assemblea, di una compagine di governo. Dunque cambia la politica. E cambiare la politica, se pure nel concreto della Storia è un effetto che può derivare dai processi, non è una attribuzione della magistratura. La riflessione non vi è stata. Le catture sono richieste con lo stesso standard di ragionamento adoperato nei confronti del cittadino comune.
Il quale non è depositario del potere di fare le leggi e di fare i governi. Sono richieste senza la considerazione, politica nel senso più alto e nobile, della ricaduta generale. Il mito della giustizia cieca, duro a morire per quanto antistorico. E per quanto, appunto, mito. La frase "non siamo i passacarte delle procure", pronunciata ogni tanto da politici in disaccordo sulla richiesta di arresto, è ruvida. Ma esprime un concetto costituzionale ruvido.
Il Parlamento che decide in sede di articolo 68 non è un giudice. È il Parlamento. E le sue valutazioni debbono essere politiche. Perché la Costituzione, la vita associata dentro il suo patto, le regole di questa vita associata, sono politica. Ma questo portato della logica di una democrazia parlamentare non è facile da cogliere. Da parte di un'opinione pubblica che si schiera sempre in modo sostanzialista: colpevole o innocente, senza processo, ma nella loquace confusione delle convenienze delle forze politiche.
La feroce balcanizzazione dei magistrati viene da questi errori. La debolezza di un Csm eletto nella quota giudiziaria sulla base delle diverse legittime appartenenze, e nella quota cosiddetta laica da parte del Parlamento e perciò legittimamente portato a valutare le nomine sotto un profilo, almeno, di contiguità culturale, sono una conseguenza ovvia. Si è scoperto, niente meno, che le grandi nomine sono frutto di patti.
Dunque di pressioni, di valutazioni contrapposte e di accordi. Si è scoperto che governare un ufficio giudiziario può avere ricadute percepite come immediatamente politiche. Si immaginano rimedi come la limitazione della discrezionalità del Consiglio. Come se l'indipendenza della magistratura non fosse connessa alla discrezionalità del suo governo autonomo.
Le cui deviazioni vanno impedite con il controllo sociale. Con la trasparenza dei percorsi. Con la chiarezza dei controlli disciplinari. L'Italia è chiamata a grandi cambiamenti. Tra i quali quelli che attengono alla affidabilità del suo sistema giudiziario. È un'occasione per avvocati e magistrati, oltre che per la politica, per riparare ai ritardi.
*Commissario Consob
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 17 giugno 2020
Se un comune detenuto, condannato per un fattaccio di corruzione, uscisse di prigione per decorrenza dei termini della custodia cautelare dopo aver passato quasi cinque anni al 41bis, il regime di carcere duro, senza alcun motivo, essendo alla fine stato assolto con formula pienissima dall'accusa di essere a capo di un'associazione mafiosa, nessuno ci troverebbe nulla di strano. Sui giornali la notizia comparirebbe forse in qualche trafiletto.
Di certo il ministero della Giustizia non spedirebbe con la rapidità del fulmine i suoi ispettori a verificare le ragioni per cui il Tribunale del Riesame ha deciso di rispettare i diritti di quel detenuto. Se a varcare ieri le porte del carcere di Oristano, senza obbligo di domicilio né di firma, fosse stato solo un tal Carminati Massimo, condannato a 14 anni e mezzo ma in attesa di ridefinizione della pena sproporzionata una volta caduta l'accusa di essere il Totò Riina della Capitale, le cose andrebbero effettivamente così.
Ma a uscire ieri dal carcere è stato invece il Nero, popolarissimo coprotagonista del più fortunato noir italiano di tutti i tempi, il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo, una trasposizione sul grande schermo e due stagioni di una serie tv che ha aperto la strada a una quantità di epigoni. A andarsene libero come l'aria dal carcere di Oristano è stato il Samurai, protagonista del romanzo Suburra e del seguito La notte di Roma, entrambi dello stesso De Cataldo e del giornalista di punta di Repubblica Carlo Bonini. Anche in questo caso film e poi serie tv che ancora spopola sono seguiti a stretto giro.
Soprattutto, lascia la galera l'uomo che nel 2012 era stato descritto dal giornalista dell'Espresso Lirio Abbate come uno dei "quattro re di Roma", i boss che secondo l'inchiesta tenevano in pugno Roma. Gli altri tre erano tutti nomi notissimi, boss del calibro di Carmine Fasciani o Peppe Casamonica, Il vero oggetto dell'inchiesta era il quarto uomo, l'ex Nar ed ex banda della Magliana che nessuno sospettava essere diventato nel frattempo un padrino.
Un articolo profetico: due anni dopo l'inchiesta della Procura di Roma nota alle cronache come Mafia Capitale confermava. Massimo Carminati era il vero boss della Capitale. Anche se a suo carico non comparivano fatti di sangue, anche se a intimidire i politici, secondo l'atto di accusa, non erano minacce formali ma solo il temuto nome. Anche se il quartier generale non era la villa dei Corleone a Long Island ma una stazione di servizio su Corso Francia e se la sua cosca erano vecchi camerati, amici e sodali dagli anni 70, dediti soprattutto al "recupero crediti". Cravattari, come si dice a Roma.
La sentenza di Cassazione ha smontato quel fantasioso impianto. Le motivazioni, uscite appena cinque giorni fa, la hanno letteralmente polverizzata. La biografia del supposto padrino avrebbe dovuto far suonare campanelli d'allarme sin dal primo momento.
Carminati ha frequentato davvero sia i Nar sia la banda della Magliana, soprattutto in virtù del forte legame con il fondatore e forse unico vero capo, Franco Giuseppucci, "er Negro". Ha commesso crimini, compiuto rapine, secondo i pentiti si è reso colpevole di un omicidio ma le sentenze non hanno confermato. È stato processato per l'omicidio di Mino Pecorelli ma assolto. Sia nei Nar che nella banda era una specie di compagno di strada o fiancheggiatore, partecipe, rispettato ma esterno.
La rapina al caveau del palazzo di giustizia della Capitale, nel 1999. Fu un colpo grosso che fruttò 50 mld di lire. Ma l'ipotesi che il vero bottino fossero documenti segreti che gli avrebbero poi permesso di ricattare buona parte dei togati della capitale è invece frutto di quella stessa fantasia sbrigliata che ha reso un malavitoso certamente temibile ma di medio calibro una leggenda del crimine. La sentenza di Cassazione dice a tutte lettere che Massimo Carminati non è mai stato il capo della mafia romana. Non si tratta di negare l'esistenza di organizzazioni mafiose a Roma.
Solo di chiarire che la banda dedita al recupero crediti di Corso Francia e il gruppo di corrotti e corruttori che si dava da fare intorno al comune di Roma non erano né mafiose né collegate tra loro, nonostante la presenza di Carminati all'interno di entrambe. Ma quella è la realtà di Massimo Carminati e non sarà mai tanto forte e potente quanto la leggenda del Nero e del Samurai. O la bufala del "quarto re di Roma".
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 17 giugno 2020
L'ex Nar, protagonista del cosiddetto "Mondo di mezzo", scarcerato per scadenza termini. Aspetterà il nuovo processo in libertà. Alle 13.30 di ieri, per Massimo Carminati si sono aperti i cancelli del carcere di Oristano. L'ex militante dei Nar, una vita a cavallo tra eversione neofascista e criminalità, era detenuto dal dicembre del 2014, quando era scattata l'operazione "Mondo di Mezzo".
L'indagine della procura di Roma, all'epoca coordinata da Giuseppe Pignatone, ruotava attorno all'ipotesi che a Roma operasse una criminalità organizzata di nuovo tipo denominata Mafia Capitale. Per questo motivo Carminati era finito insieme all'altro protagonista dell'inchiesta, il ras delle cooperative sociali Salvatore Buzzi, prima alla massima sicurezza del carcere di Tolmezzo e poi a Parma, al carcere duro previsto dal 41bis. I due, finiti alla sbarra assieme ad altri dodici imputati, secondo l'accusa si occupavano di recuperare crediti, di inserirsi nei meandri dell'amministrazione e di accreditarsi di fronte alla politica. La gran parte degli affari riguardava la creazione di "emergenze sociali" attorno alle quali lucrare e ottenere incarichi in affidamento diretto, cioè senza passare per le gare d'appalto.
Il 20 luglio del 2017 era arrivata la prima condanna: vent'anni di reclusione per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e una serie di altri reati. L'anno successivo, in appello, la condanna era scesa 14 anni e mezzo ma era stata riconosciuta l'aggravante dell'associazione mafiosa. Lo scorso 22 ottobre la Cassazione ha annullato quel verdetto e rispedito le carte in corte d'appello. Il nuovo processo servirà soltanto a ricalcolare le pene, ma a questo punto per Carminati sono scaduti i termini della custodia cautelare. Ecco perché ieri il tribunale della libertà ne ha disposto la scarcerazione.
"A fine marzo Massimo Carminati aveva già scontato il tetto massimo dei due terzi del reato più grave che gli è stato contestato: una corruzione", spiega il suo avvocato Cesare Placanica. Il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha dato mandato all'ispettorato generale di via Arenula di compiere sul caso "i necessari accertamenti preliminari".
La scarcerazione di Carminati dal punto di vista tecnico-giuridico è inappuntabile: una volta che l'alta corte aveva stabilito che il "Mondo di Mezzo" teorizzato enfaticamente dallo stesso Carminati in una conversazione intercettata dagli inquirenti non aveva nulla a che fare con la fattispecie mafiosa ma doveva servire a mettere in relazione la strada ai palazzi del potere, ad oliare certi meccanismi criminali, allora Carminati ha il diritto di attendere la nuova sentenza da uomo libero.
Eppure, come avevano ammesso gli stessi inquirenti nelle 900 pagine che quasi sei anni fa disponevano gli arresti, questa è una storia in larga parte fatta di suggestioni e narrazioni epiche, che talvolta tornano utili ai protagonisti per aumentare il loro peso specifico e intimorire il prossimo con la mitologia del soldato che si rialza sempre e che trova il modo di farla franca. Quel mito che è stato cucito addosso a Carminati fin da quando, negli anni Settanta, si muoveva al confine tra terrorismo e criminalità, tra esponenti della borghesia nera e sottoproletari desiderosi di scalare la società: soldi facili e scambi di favori.
Venti anni fa, era luglio del 1999, quest'aura di intoccabilità si fregiava del colpo alle cassette di sicurezze dell'istituto bancario del Tribunale di Roma, alla ricerca di preziosi ma anche di documenti scottanti per condizionare magistrati e avvocati del foro capitolino. Questa trama di ricatti e di connivenze, di relazioni pericolose e di capacità di mediare tra mondi diversi, era stata dipanata tra omissioni, ricostruzioni di comodo e allusioni trasversali nella lunga deposizione che Carminati aveva deciso di rilasciare proprio al processo per Mafia Capitale, nell'aprile del 2017.
In quell'occasione, come nelle intercettazioni ambientali contenute nel faldone processuale, si era capito che il mito del Nero, che dalle fiction sulla Banda della Magliana in poi ha fatto ingresso nell'immaginario collettivo, a Carminati non dispiace. Ecco perché la liberazione dell'uomo affaticato e un po' invecchiato che abbiamo visto ieri potrebbe assumere ancora una volta un valore simbolico, sociale e politico che va ben oltre il codice di procedura penale e i singoli episodi di corruzione.
di Claudio Castelli*
Il Dubbio, 17 giugno 2020
L'emendamento che sposta il termine delle misure organizzative transitorie, demandate ai capi degli uffici, dal 31 luglio al 30 giugno rischia di essere un boomerang per la giustizia. Una scelta che, al di là dell'apparenza, viene ad essere demagogica senza farsi carico dei problemi concreti che oggi gli Uffici Giudiziari attraversano.
Tutti vogliamo che il ritorno al ritmo ordinario di udienze e sentenze avvenga nel tempo più rapido possibile, ma farlo oggi con un semplice emendamento soppressivo senza tempi sufficienti per adeguarsi, ed eliminando le intelligenti misure organizzative che la legge 24 aprile 2020 n. 27 aveva ideato per cercare di contemperare ripresa dell'attività e sicurezza, rischia di avere l'effetto opposto. Ovvero il rischio che tutte le udienze già programmate con udienze da remoto o virtuali vengano rinviate.
Si pongono due problemi: da un lato la difficoltà di riprogrammare in quindici giorni tutto il calendario, con relative modalità, di luglio, dall'altro la necessità di assicurare un'adeguata sicurezza in particolare nelle zone in cui il contagio è ancora vivo. In alcune zone riprendere indiscriminatamente le udienze in presenza in condizioni di sicurezza è semplicemente impossibile. Non solo, ma si sta perdendo una grande occasione.
Alla fine della sperimentazione dei diversi istituti di cui all'articolo 83 sarebbe stato saggio analizzare la prova che ciascuno di essi ha dato e mantenere quelli che si sono dimostrati validi e utili per tutti. Perché tornare indietro rispetto alle notifiche via Pec nel settore penale o all'obbligo di deposito telematico nel settore civile? Perché rinunciare alla possibilità di udienze da remoto o alle udienze virtuali quando c'è il consenso delle parti? In questo periodo drammatico abbiamo fatti passi avanti e ci siamo resi conto di quanto può aiutarci la tecnologia.
Dobbiamo coglierne i frutti e metterli a sistema. Non abbiamo capito che oggi ogni ragionamento sul futuro del nostro Paese vede la giustizia come un peso ed un ostacolo e non come una grande opportunità da cogliere?
È possibile perpetuare il conflitto con avvocati contro personale amministrativo e magistrati e viceversa? Bisognerebbe cominciare a dire che in realtà i Tribunali non sono stati mai chiusi e che le udienze, sia pure molto rallentate, anche nel periodo più buio non si sono mai fermate. Che le realtà dei nostri Tribunali sono state estremamente diversificate, condizionate dai livelli di contagio, dalle situazioni logistiche, ma anche dal clima interno creatosi nei vari uffici. Credo di poterlo dire a buon diritto dal distretto di Brescia che comprende tre delle province più colpite in assoluto dall'epidemia (Bergamo, Brescia e Cremona) e che nel periodo di blocco ha comunque mantenuto un'attività limitata, ma comunque quantificabile nel 20- 25 % di quella svolta nell'anno precedente e che dal 12 maggio è salita al 50% nel settore penale e al 70% nel settore civile. Livello dì attività oggi in continuo aumento. Il problema oggi è ripartire, ma non per tornare ad una normalità pre-epidemia un po' ammaccata ed ancora meno appetibile, ma per ripensare ad un modello di giustizia fruibile, rapido e digitalizzato. Questa è la sfida che abbiamo davanti tutti, di qualsiasi professione giuridica e di qualsiasi latitudine.
*Presidente della Corte d'appello di Brescia
di Livio Pepino
Il Manifesto, 17 giugno 2020
Il caso Palamara mostra che i riferimenti non sono più le "correnti", ma un indifferenziato "correntone" nel quale le impostazioni culturali non contano più nulla. C'è, in magistratura, una questione morale: evidente e grave. Il reticolo di intrallazzi, raccomandazioni e pressioni rivelato dal trojan installato sul telefono dell'ex presidente dell'Associazione magistrati Luca Palamara è solo la conferma di una situazione nota da tempo. A ciò la politica, la stampa e una parte della magistratura (comprensiva anche di chi quei metodi ha ampiamente utilizzato in un passato più o meno recente) rispondono stracciandosi le vesti.
E proponendo "riforme" del sistema elettorale del Consiglio superiore e dello status dei magistrati. Una cosa, peraltro, manca. Una risposta non elusiva alla domanda fondamentale: perché tutto questo accade? Senza una risposta adeguata a questa domanda è facile prevedere che le "riforme" non modificheranno la situazione (o addirittura la aggraveranno, come accaduto con gli interventi normativi che si sono susseguiti negli ultimi anni).
Conviene partire dalla risposta più frequente ripetuta come un mantra a destra e a sinistra. La colpa - si dice - è delle correnti dell'associazione magistrati che, per ragioni di potere, hanno minato un corpo altrimenti sano. È una risposta tanto facile e consolatoria quanto sbagliata. Certo, le correnti ci hanno messo del loro (e non poco) ma il clientelismo e la ricerca di appoggi e protezioni, anche tra i magistrati, ha radici antiche, in un'epoca in cui l'associazionismo giudiziario non esisteva e la magistratura era un corpo ideologicamente compatto e omogeneo.
Oltre un secolo fa, infatti, per cercare di sanare il malcostume imperante ci volle addirittura una legge (la n.438 del 1908) contenete l'esplicito divieto, per giudici e pubblici ministeri, di ricorrere a raccomandazioni di politici o avvocati per ottenere facilitazioni in carriera. E si trattò di un divieto vano (poco più di una grida manzoniana) se è vero che durante il fascismo, nel febbraio 1930, il guardasigilli Rocco dovette ribadirlo con una circolare.
Anch'essa sistematicamente disattesa tanto che uno dei successori di Rocco, Dino Grandi, dovette richiamarla, il 7 maggio 1940, con un telegramma-circolare in cui sottolineava la necessità (quantomeno) di evitare il flusso e la permanenza a Roma dei magistrati che assediavano i componenti del Consiglio superiore per tutto il tempo in cui gli stessi erano impegnati negli scrutini o nelle promozioni.
Né la situazione migliorò in epoca repubblicana, ben prima della nascita delle correnti, almeno a giudicare dal grottesco ritratto che Dante Troisi (in Diario di un giudice, 1955) riservava al collega in lacrime perché, non conoscendo né vescovi né cardinali, non poteva ambire alla "meritata promozione". Non solo, ma lo stesso spaccato emergente dall'affaire Palamara evidenzia che i riferimenti non sono più, da tempo, le "correnti" ma gli esponenti più forti e potenti di un indifferenziato "correntone" nel quale le idee e le impostazioni culturali non contano più nulla.
Se è così - ed è difficile sostenere il contrario - si può disarticolare per legge l'associativismo giudiziario e/o modificare il sistema di governo autonomo della magistratura, magari sostituendo le elezioni con il sorteggio (novità proposta fin dal 1972 dal fascista Almirante), ma ciò non servirà a sradicare intrallazzi e clientele, che saranno semplicemente dirottati altrove.
Per cambiare bisogna andare alla radice del problema e prendere atto che clientele, protezioni e appoggi sono regola nelle pubbliche amministrazioni e in tutti gli apparati burocratici come emerge ogni volta in cui un'inchiesta giornalistica o un'indagine giudiziaria apre una finestra sulle modalità di nomina di direttori di Asl o di presidenti di enti pubblici, di prefetti o di questori, di direttori di reti televisive o di presidi di facoltà.
Non è certo un'attenuante per chi ha praticato e pratica quei metodi nella magistratura e nel suo Consiglio superiore ma è un fatto che contiene in sé l'indicazione della strada per uscirne. Se la burocratizzazione è fonte di clientelismo, per invertire la rotta occorre perseguire il suo contrario: sburocratizzare l'apparato giudiziario, rendere temporanea la dirigenza degli uffici e ridurne i poteri, realizzare un'organizzazione "orizzontale" della giurisdizione (nella quale i magistrati si distinguano davvero solo per diversità di funzioni), eliminare i rapporti impropri di pubblici ministeri e giudici con il potere politico e il sottogoverno, svecchiare l'ingresso nel corpo giudiziario, potenziare la formazione e aprirla al "punto di vista esterno". Dunque, l'opposto di quel che si va proponendo.
Non è una bacchetta magica, ma una boccata d'ossigeno su cui ulteriormente lavorare, sì. Altrimenti - inutile illudersi - non si uscirà dal pantano. Cambieranno i riferimenti ma non i metodi. E non sarà gran cosa se malgoverno e clientele faranno capo al ministro, alla politica o a amministratori "per caso" anziché a centri di poteri interni al corpo giudiziario.
di Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 17 giugno 2020
È giallo sulla sospensione dei termini dei procedimenti amministrativi che era stata disposta per l'emergenza coronavirus dal Dl Cura Italia (Dl 18/2020, articolo 103). Ora che l'attività sta riprendendo, emergono interpretazioni secondo cui la sospensione varrebbe solo per la pubblica amministrazione e non anche per cittadini e imprese, come invece sembrava pacifico e pare emergere ancora dalla lettura della norma. Il risultato è che alcuni privati che in questi giorni stanno espletando pratiche ritenendosi ancora nei termini vengono respinti per decadenza o sanzionati per ritardo.
È il caso di alcune immatricolazioni di veicoli nuovi: la richiesta di iscrizione al Pra va normalmente presentata entro 60 giorni dalla data della dichiarazione di vendita e dal conteggio dei tempi andrebbe escluso il periodo della sospensione, dal 23 febbraio al 15 maggio. Ma l'Avvocatura dell'Aci, ente gestore del Pra, sta fornendo un'interpretazione diversa, basata sulla relazione illustrativa al Dl. Se quest'ultima venisse adottata in modo generalizzato, sarebbero a rischio milioni di procedimenti di vari tipi, comprese le autorizzazioni a svolgere certe attività.
Ma ciò non pare corretto: il comma 1 dell'articolo 103 (modificato dall'articolo 37 del Dl 23/2020) stabilisce che nel periodo di sospensione non vi sono scadenze né si perdono facoltà o vi sono sanzioni per ritardi. Tutto ciò che appartiene ad un procedimento amministrativo, cioè tutto ciò che si può chiedere ed ottenere dalla pubblica amministrazione, beneficia della sospensione. Senza distinguere tra privati e pubbliche amministrazioni (che non perdono i loro poteri, né formano silenzio assenso o silenzio rigetto).
Tutto ciò non significa paralisi assoluta: se il procedimento si è svolto con tappe anche tra il 23 febbraio e il 15 maggio (ad esempio, in via digitale), non vengono meno né l'operato dell'amministrazione né quello del privato, anche se non vi possono essere conseguenze sfavorevoli né per l'uno né per l'altro. La norma tende infatti ad evitare squilibri, danni e conseguenze negative.
Ciò vale come disciplina generale, quindi non si applica agli specifici procedimenti disciplinati da altre norme sull'emergenza Covid-19. Ad esempio, la sospensione non si applica a procedure di collaudo di pescherecci, versamenti e adempimenti fiscali, permessi di soggiorno, stipendi e procedimenti disciplinari.
L'evento eccezionale ha quindi, nella sostanza, le stesse conseguenze sia nei rapporti contrattuali tra privati sia in quelli con la pubblica amministrazione: tra privati è indispensabile tener presente la difficoltà di adempiere nei mesi di emergenza (articolo 91 del Dl 18/2020); nei rapporti con enti pubblici, tale difficoltà è diventata, nell'articolo 103 del Dl 18 / 2020 una sospensione che riguarda i termini, sintetizzabile con il concetto che nessuna posizione può risultare compromessa da un'attività avvenuta (o mancata) nei mesi regolati dalla legge.
Non pare rilevante il fatto che la relazione illustrativa affermi che la sospensione sia stata decisa "al fine di evitare" che l'amministrazione "incorra in eventuali ritardi": espressione generica che non esclude garanzie anche per i privati, anzi. Inoltre la lettera della norma pare chiara di per sé.
avvocatocassazionista.it, 17 giugno 2020
Il ricorrente è un detenuto musulmano osservante che si lamenta dei vani ricorsi contro le sanzioni disciplinari per avere pregato durante l'orario di riposo obbligatorio notturno (tra le 21 e le 6 del mattino). La sua religione, infatti, prevede 5 preghiere al giorno.
Violata la libertà religiosa del ricorrente (art. 9 Cedu): non si può imporre una restrizione alla libertà di culto salvo che comporti "rischi per la sicurezza pubblica, la salute, la morale o i diritti di altri prigionieri", abbia causato inconvenienti agli altri detenuti ed imposto oneri alle autorità. In una società pluralista la libertà di religione (ivi compresa quella di non professarne alcuna) assurge ad un ruolo fondamentale: "la manifestazione del credo religioso può assumere la forma dell'adorazione, dell'insegnamento, della pratica e del rispetto dei precetti.
Testimoniare parole e opere è legato all'esistenza di convinzioni religiose", purché avvenga nel rispetto degli altri credi, convinzioni etc. Nella fattispecie la religione musulmana impone 5 preghiere al giorno, specie nel periodo del Ramadam: ergo rientrano nelle pratiche religiose poste a fondamento di detta libertà. Ciò non creava disagi od oneri aggiuntivi per le autorità e gli altri detenuti, tanto più che il riposo è un diritto e non un dovere, sì che ognuno durante il suddetto periodo (21-6 con obbligo di sonno ininterrotto dalle 22 alle 6) può fare ciò che vuole senza disturbare gli altri detenuti: era prevista una sorveglianza obbligatoria da parte dei secondini e la preghiera non deteriorava le condizioni degli altri carcerati. Non vi è stato perciò un equo bilanciamento tra i contrapposti diritti, anzi le autorità hanno peccato di eccessivo formalismo, sì da imporre misure non necessarie in una società democratica ed incompatibili con l'art. 9 Cedu.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 17 giugno 2020
Invece di ispezionare i tempi dei processi, e mandare a casa i magistrati incapaci, da noi si mandano gli ispettori quando si ha notizia di qualcosa che allarma la pubblica opinione. Appunti sul caso Carminati, per non imitare le Filippine di mister Duterte.
Come non essere contenti della decisione di Dj Bonafede di mandare gli ispettori a ispezionare la scarcerazione di Massimo Carminati? Accerteranno che le motivazioni del tribunale sono corrette. Che Carminati, detto "Er Cecato" per aver perso un occhio in uno scontro a fuoco con la polizia, ha il profilo di un gangster, ma l'Italia non è le Filippine di Duterte, dove ai gangster e ai presunti delinquenti viene imparzialmente tagliata la gola brevi manu, a discrezione, o sono buttati in una fossa carceraria senza chiave per riaprirla.
L'Italia ha però un che di dutertesco, accerteranno gli ispettori, visto che a Carminati ha inflitto preventivamente quattro anni al 41bis, roba fortissima, per un'accusa grottesca di "Mafia Capitale", che oggi i giornali derubricano pudichi, dopo aver soffiato sul fuoco e sorpresi dal suo interramento giudiziario in Cassazione, a "Mondo di mezzo", e un anno e spicci in relazione all'accusa più credibile di associazione per delinquere a scopi corruttivi.
I termini di custodia preventiva in carcere sono scaduti, dunque la scarcerazione di questo tipo non rassicurante, uno che però in uno stato di diritto non avrebbe fatto tutta quella brutta galera, e non sarebbe passato sotto la gogna caudina infamante che si sa, fino all'esito in tempi ragionevoli di un giusto processo.
Da noi invece di ispezionare i tempi dei processi, e mandare a casa i magistrati incapaci o cambiare il sistema che ostacola quelli meno inetti, per ottenere una giustizia utile a sancire i delitti e castigare i rei con la certezza della pena, si mandano gli ispettori quando si ha notizia di qualcosa che allarma la pubblica opinione, la scarcerazione di uno che ha il profilo ben radicato del gangster. È il nostro modo facile di giustiziare chi assurge a simbolo, magari in un contesto di violenta politicizzazione del caso che lo riguarda, evitandosi la fatica e la cura di una rigorosa applicazione delle norme di garanzia operativa per l'accusa e per la difesa. Mediocre barbarie.
Ora vedremo come procederà la faccenda, quante grida saranno elevate al cielo per lo scandalo di un lupo rimesso in libertà, dopo un arresto plateale e thriller tratto da una serie scritta da qualche magistrato romanziere criminale, quando la promessa era stata di buttare via la chiave con condanne faraoniche e bombastiche. Il fatto che questo lupo, invece che azzannare e sbranare le galline nel pollaio, se ne stesse presso una pompa di benzina a regolare un banale traffico corruttivo e un'attività minore, per quanto orrida, di incravattamento di poveri debitori strozzati, bè, questo non conta.
Bisognava trovare un modo per eccellere in inchiesta, le famose eccellenze italiane che annunciano gli arresti a un convegno del Pd, per dannare la Capitale e bollarla in Italia e nel mondo con l'accusa turpe di mafia, bisognava applicare gli strumenti pensati per combattere Riina e Pippo Calò in un contesto di cooperative sociali di spazzini e di combriccole di colletti bianchi comunali percettori di extra-reddito a sbafo, la più classica e laica delle corruzioni amministrative. Bisognava terrorizzare i romani e indurli a votare una candidata sindaco terrorizzante, ma in nome della guerra alla mafia, addirittura.
Con il risultato che da quel momento in poi, salvo qualche resipiscenza da campagna elettorale, gli spazzini chi li ha visti? Tutto questo fatto, e emigrato in Vaticano il pur bravo magistrato che si era prestato alla sceneggiata, ecco che tutto si compie con la giusta scarcerazione di uno col profilo del gangster e l'ispezione generale. Come non essere contenti? Complimenti vivissimi.
di Federico Capurso
La Stampa, 17 giugno 2020
Ennesima grana dopo le scarcerazioni dei boss per coronavirus e le rivolte dei detenuti. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede assiste sgomento all'uscita di Massimo Carminati dal carcere di Oristano. Sul "Cecato" e sull'inchiesta "Mondo di mezzo" il Movimento 5 stelle ha costruito parte delle sue fortune politiche, e ora che al ministero della Giustizia c'è lui, un grillino, il colpo si fa sentire.
È l'ennesima tegola di questi mesi per il responsabile di via Arenula, capo delegazione dei Cinque stelle al governo, dopo le rivolte dei detenuti, la polemica furiosa con il pm Nino Di Matteo per la sua mancata nomina al Dap, i boss mafiosi che tornavano a casa per il coronavirus, le intercettazioni di Luca Palamara sul Csm. Adesso, anche Carminati.
Bonafede apprende la notizia alle prime ore del mattino dalle agenzie di stampa; convoca il suo gabinetto e decide di dare un segnale, incaricando l'ispettorato generale del ministero di valutare se nella procedura ci siano stati illeciti, ritardi o omissioni. Anche di fronte all'eventualità di una stortura nei passaggi che hanno portato alla scarcerazione di Carminati - che a via Arenula ritengono comunque poco probabile - viene però allontanata di getto l'ipotesi di un futuro intervento normativo per stringere le maglie della giustizia sul tema della custodia cautelare: "Il mio unico strumento sono gli ispettori", dice Bonafede a La Stampa.
Non si seguirà, dunque, la linea presa invece quando di fronte alle uscite dal carcere dei boss mafiosi, durante l'emergenza coronavirus, si decise di mettere una toppa con un decreto d'urgenza. C'è, innanzitutto, una questione di rispetto del principio di separazione dei poteri, sottolinea chi è vicino al ministro della Giustizia. La questione della misura cautelare, inoltre, rappresenta un problema in senso opposto: ci sono già troppe persone in prigione in attesa di processo e l'ipotesi di irrigidire le procedure non farebbe altro che aggravare il problema.
Pensare di proporre un decreto legge, pensato per riportare in carcere Carminati, poi, "sarebbe semplicemente incostituzionale". Le opposizioni, però, hanno gioco facile per lanciare un nuovo attacco su via Arenula. L'ennesimo in poche settimane. Il Movimento reagisce facendo quadrato intorno a Bonafede, cosciente che il suo nome è quello che più si è indebolito: "Il ministro non ha nessuna responsabilità", rimarcano i vertici M5S. E gli fanno eco i deputati della commissione Giustizia, che agli attacchi di Matteo Salvini replicano: "Torni a studiare come funziona lo Stato e la giustizia".
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