di Stefania Amato*
Ristretti Orizzonti, 17 giugno 2020
Atto primo, interno carcere, città del nord Italia. I personaggi si muovono meccanicamente, tenendosi a distanza l'uno dall'altro. Tutti gli agenti di polizia penitenziaria portano mascherine, l'avvocato anche i guanti; ha passato i controlli, la prova della febbre, il questionario sugli eventuali contatti con contagiati dal virus, ha dovuto disinfettare i guanti (?) con il gel, è pronto per l'udienza di convalida dell'arresto.
Udienza ai tempi del lockdown, in una delle città più colpite dalla pandemia: rigorosamente da remoto. Il giudice attende il collegamento in tribunale, dove avrebbe potuto andare anche l'avvocato, stando alle regole. Ma scusate, no: io difensore voglio essere accanto al mio assistito, l'incolpazione provvisoria è seria, l'arresto è stato complicato, una telefonata ha consentito un sommario colloquio sui fatti, ma non basta.
Già dobbiamo sottostare, travolti dall'emergenza, all'invasione del "remoto", che ci distanzia dal giudice; ma la vicinanza, anche fisica (a non meno di un metro, ovviamente) tra difensore e arrestato, quella non ce la possono togliere: è sacra. Ho dovuto quasi litigare per questo: discutere a lungo con il direttore del carcere che non voleva farmi entrare. Preoccupazione alle stelle, in questi giorni, per il pericolo di diffusione del contagio negli istituti.
E si capisce: il momento è tragico. Strade deserte, sirene delle ambulanze in continuazione, elicotteri a sorvolare il disastro. Epperò per il mio assistito è in atto un disastro personale: perde la libertà, vuole il suo avvocato accanto. E io ci devo essere: devo essere per lui la difesa tecnica ma anche l'ideale braccio intorno alle spalle che non lo fa sentire solo davanti allo Stato che lo vuole rinchiudere qui dentro, chissà per quanto tempo.
Per questo ho insistito tanto, prendendomi quasi il rimprovero di voler mettere a rischio la salute dei detenuti, anche se le cautele sono enormi. E quindi lo aspetto, adesso, nella saletta attrezzata con il monitor, raggiunta con fatica. Mi intrattengo a commentare l'attualità con le guardie, passano i minuti. Cinque, dieci, venti. Ecco, compare in video il giudice, il microfono gracchia un po': avvocato, dov'è il suo assistito? Non lo vedo. Si faccia portare l'arrestato! Ma l'arrestato non c'è. Ed è con candore che l'ispettore ci informa che il detenuto è in un'altra ala del carcere: eccolo che appare nello schermo, circondato dalle divise, mi saluta con la mano.
Pausa, atto secondo.
Altro Foro, udienza davanti al G.I.P. fissata da settimane con oculata scelta dell'aula adatta al collegamento con alcune parti da remoto. Scena prima: nulla si accende, PC, microfoni, schermi. Con l'intervento di otto tecnici, due alla volta, individuato il problema: manca la ciabatta per le prese di corrente. Scena successiva, entra il giudice. Rinvio fulmineo ad altra data: si accerta che il PC dell'aula non reca installato il programma per il collegamento, che comunque il cancelliere non saprebbe utilizzare perché non ha ricevuto formazione sul punto. Ha, in compenso, ricevuto guanti monouso troppo grandi che le impediscono di scrivere il verbale. Si scansi, faccio io, dice il giudice.
Terzo e ultimo atto. Stavolta siamo davanti a una corte d'assise di appello, sono passati i mesi, l'Italia, in piena fase due, galoppa verso l'estate e le agognate vacanze. Qui però si deve discutere di cose non proprio amene, come una condanna per omicidio aggravato, a pena pesante.
L'imputato, detenuto, non c'è. Non sarà tradotto in aula perché una norma dell'emergenza prevede che la sua partecipazione sia garantita, "ove possibile", con collegamento da remoto. E qui, nel ricco nord-est, tutto è possibile: la migliore tecnologia garantirà la presenza, pur virtuale, del detenuto davanti al suo giudice.
Così risponde la corte al difensore, che chiede la presenza vera e che lamenta che con la Costituzione e il giusto processo questa modalità di celebrare l'udienza non ha nulla da spartire. E poi il pericolo non è cessato, il virus circola ancora, bisogna evitare il contagio in carcere. Sarà. Però fa un po' strano vedere che riaprono palestre, parrucchieri, ristoranti, cinema e sale bingo; che i colloqui dei familiari con i detenuti sono ripresi, pur con le necessarie cautele. Che dallo stesso carcere, negli stessi giorni, alcuni detenuti vengono tradotti per altre udienze. Ma tant'è. Noi abbiamo Microsoft Teams, di che ci lamentiamo?
Mah, per esempio non ci pare la stessa cosa, oltretutto per una corte composta anche da giudici popolari, decidere di un paio di decenni abbondanti di carcere per una persona in carne e ossa o per una figurina lontana, stretta in un rettangolo di pixel. Quanto alla potenza risolutiva della tecnologia, la nostra scena vede, il giorno dell'udienza, un'aula enorme (ci starebbero anche cinquanta persone, alla giusta distanza) e un piccolo schermo, uno solo.
Il presidente ha una telecamerina che cerca di muovere per inquadrare, uno alla volta, chi prende la parola; risultato: l'imputato non vede la corte ma solo, volta per volta, il presidente, il P.G. o il difensore. L'imputato non può vedere il suo giudice, la corte d'assise; e dubito che il giudice seduto all'estremo opposto riesca a distinguere bene l'imputato.
Non vi è alcuno strumento per la comunicazione riservata tra imputato e avvocato. Semplicemente non esiste. La proposta è che il carcere, tramite centralino, metta in comunicazione il detenuto con il telefono cellulare del difensore. L'udienza dovrebbe celebrarsi così. Peccato che non ci sia campo per il telefono, nell'aula. E poi, come la metteremmo con l'interprete, dovendosi escludere viva voce e passaggio di telefonino, potenziale ricettacolo di virus? L'ispettore, sconsolato, fa presente che alla stessa ora avrebbe un collegamento disposto da un altro giudice.
Sipario, sul mistero buffo (perché in aula, a un certo punto, si ride per non piangere) di una legge che descrive un mondo perfetto, mentre la vita vera è questa, il processo non può che essere carne viva, voce, sguardo piantato negli occhi di chi mi giudica, che non può dissolversi se salta la connessione.
*Avvocato
tgpadova.it, 17 giugno 2020
Il Coordinamento dei Garanti del Veneto e la Conferenza Regionale Volontariato Giustizia del Veneto, dopo un incontro per aggiornarsi sulla situazione complessiva degli istituti detentivi del Veneto e per valutare la prospettiva di una ripresa della ordinaria attività legata anche al rientro dei volontari e dei soggetti del terzo settore, hanno espresso "grande preoccupazione per molti aspetti rilevanti ancora non regolati da linee guida diramate da parte delle istituzioni nazionali - Dap - o territoriali - Prap - e di conseguenza affrontati con modalità differenti dai direttori delle carceri del Veneto che si trovano a dover gestire in prima linea questa seconda delicata fase". Queste le riflessioni affidate a una nota da Mirella Gallinaro e Maurizio Mazzi, in un comunicato congiunto fra Coordinamento dei Garanti del Veneto e Conferenza Regionale Volontariato Giustizia del Veneto che evidenziano "le difficoltà che incontrano i detenuti, quelli che potrebbero godere dell'art. 21 e di permessi, e degli studenti, che frequentano corsi; la necessità della ripresa effettiva e diffusa delle attività del trattamento previsto dalla Costituzione tramite i funzionari giuridico pedagogici e gli assistenti sociali con l'apporto della comunità esterna; le incertezze sul mantenimento della sorveglianza dinamica e sul mantenimento ed il rafforzamento dell'uso delle tecnologie di comunicazione con l'esterno: apparecchi e connessioni".
Chiedono anche "l'adozione urgente di linee guida per l'accesso dei volontari alle strutture penitenziarie e in area penale esterna; l'utilizzo per i colloqui di sostegno individuale e per le attività scolastiche educative e ricreative di collegamenti in streaming; il mantenimento delle attività proposte e autorizzate anche nell'imminente periodo estivo".
"Riteniamo importante informare anche la Magistratura di sorveglianza - concludono Gallinaro e Mazzi - per renderla partecipe della nostra preoccupazione per il possibile protrarsi di uno stato di incertezza e di assenza di attività con il conseguente impatto sulle concrete condizioni di vita dei detenuti".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 17 giugno 2020
In Campania i reclusi attendono fino a sei mesi per una tac e addirittura un anno per un ricovero. Il 21% è costretto a rinunciare ai controlli per difficoltà del nucleo di traduzione. Il monito di Compagna: "Serve personale specializzato".
Da uno a tre mesi per una visita specialistica in ortopedia, oculistica, psichiatria o cardiologia. Fino a sei mesi l'attesa per una tac o una risonanza magnetica. Anche un anno per un ricovero in ospedale. Chi è recluso in un carcere campano può andare incontro a questi tempi d'attesa per veder tutelata la propria salute. Sono tempi sui quali incidono fattori che nulla sembrano avere a che fare con valutazioni di tipo clinico.
Le traduzioni, per esempio. Sì, quelle incidono in maniera determinante al punto che circa il 21% delle visite specialistiche non può essere effettuato per difficoltà del nucleo traduzioni. Sì, proprio così. Emerge dal report annuale del garante regionale dei detenuti. Le visite saltano perché non ci sono mezzi adeguati per il trasporto di detenuti con particolari problemi di salute o perché nell'uso dei pochi mezzi a disposizione bisogna dare la priorità a motivi di giustizia.
E così "si elude il principio di equivalenza delle prestazioni sanitarie citato in numerosi documenti e dichiarazioni nazionali e internazionali sui diritti delle persone detenute", si legge nella relazione annuale del garante Samuele Ciambriello in cui è riportato il bilancio di un anno di interventi. Colpisce che su 7.727 visite specialistiche richieste per detenuti delle varie carceri campane nel 2019, soltanto 6.132 sono state effettuate.
Negli altri 1.595 casi le visite specialistiche non sono state garantite a casa di difficoltà del nucleo traduzioni. In questi numeri, però, ci sono persone, storie, vite, drammi, ci sono sofferenze per dolori e malattie, ci sono ansie e paure. A Poggioreale, il più grande carcere non solo della regione ma di tutt'Italia, in un anno sono state garantite 1.500 visite specialistiche e rimandate per criticità organizzative 180.
È andata peggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, di recente al centro di tensioni, rivolte e un'inchiesta per presunti pestaggi nelle celle, dove solo cinque detenuti hanno potuto sottoporsi a visite mediche specialistiche nel 2019, mentre sono stati 780 quelli che hanno dovuto rinunciarvi per difficoltà del nucleo tradizioni.
È il dato che emerge dalla relazione annuale del garante, un dato su cui occorrerebbe fare delle riflessioni per ripensare al sistema nel suo complesso. Ci sono criticità anche quando si parla di ricoveri di detenuti. In Campania le aziende ospedaliere di riferimento sono nove per un totale di 31 posti letto.
Nel 2019 i ricoveri sono stati in totale 312 con tempi di attesa anche fino ad un anno. E anche in questo caso hanno pesato le difficoltà di organizzare trasferimenti dalle celle alle corsie protette degli ospedali e di avere a disposizione uomini e mezzi per gestire le traduzioni con tempismo. "Il carcere non è in grado di curare e da quando la sanità è regionale non è neanche in grado di far curare al di fuori delle sue mura", commenta Luigi Compagna, già senatore, docente universitario di Storia delle dottrine filosofiche e consigliere della Svimez, l'associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno.
Nel corso della sua esperienza politica si è interessato del problema delle carceri e ha svolto diverse visite ispettive in istituti di pena, soprattutto in Campania. "Il vero nodo sono le uscite dal carcere", spiega. "Organizzare trasferimenti di detenuti o ricoveri ospedalieri è un'impresa difficile per i direttori penitenziari. Per come è fatta la vita nel carcere poi, c'è bisogno di specializzazioni continue.
Non è che il carcere può essere anche sede di servizi sanitari specialistici, certo ci sono medici per questioni di pronto intervento ma chi ha un quadro clinico complicato ha bisogno di ricoveri ospedalieri che non è facile garantire. Abbattere le mura del carcere è sempre più difficile - aggiunge Compagna - il che si rispecchia anche in un altro aspetto della vita carceraria, il lavoro, che è sempre di meno anche negli istituti di pena". Lavoro e sanità, quindi, i settori dolenti. Perché? "L'ordinamento regionale è fallito completamente".
ildenaro.it, 17 giugno 2020
Nominare un commissario ad acta che si occupi della ristrutturazione dei padiglioni fatiscenti del carcere napoletano di Poggioreale. È la richiesta contenuta in una lettera che il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello ha inoltrato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e al capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia.
"Da ben tre anni - si legge nella lettera - sono disponibili 12 milioni di euro nel provveditorato delle opere pubbliche della Campania per lavori di ristrutturazione dei padiglioni Salerno, Livorno, Milano, Roma e Napoli. Purtroppo, in questi tre anni, sono stati fatti solamente due sopralluoghi". Ancora oggi "ci sono padiglioni con celle o stanze "di pernottamento" da 6 - 9 persone - denuncia Ciambriello. Lo spazio fisico, vitale, aggregativo e ricreativo, unitamente alla mancanza di vuoti comunicativi e relazionali con le famiglie, sono già stati oggetto di sanzione da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo".
La richiesta del garante arriva a un anno di distanza da una protesta dei detenuti che occuparono il padiglione Salerno del penitenziario. "Le vere motivazioni della protesta - ricorda Ciambriello - erano le pessime condizioni igienico sanitarie, il sovraffollamento, lo stato delle singole celle tutte senza docce, con intonaci consumati dall'umidità e dalla muffa e perdite d'acqua che rischiavano di entrare in contatto con fili elettrici scoperti. Il giorno dopo la protesta venne a Poggioreale l'ex capo del Dap Francesco Basentini per verificare di persona le effettive condizioni dei padiglioni dove si era sollevata la protesta. Durante la visita si rese conto delle pessime condizioni dei locali e interloquì con i detenuti del padiglione Salerno incontrandoli all'interno delle celle".
di Antonio Pisani
anteprima24.it, 17 giugno 2020
Dopo aver incassato la solidarietà del sindacato dei carabinieri, gli agenti della polizia penitenziaria in servizio al carcere di Santa Maria Capua Vetere ricevono anche quella dei direttori delle strutture carcerarie, riuniti nel Si.Di.Pe (Sindacato dei Direttori Penitenziari).
Il carcere casertano è finito al centro della cronaca per la rivolta dei detenuti di sabato 13 giugno, che ha portato al ferimento di otto agenti della penitenziaria, e per i fatti di giovedì 11 giugno, quando ci furono tensioni tra carabinieri e poliziotti penitenziari in seguito alla notifica da parte dei militari degli avvisi di garanzia per presunte torture di detenuti commesse in carcere dagli agenti; operazione ritenuta "eccessivamente spettacolare".
In una nota a firma del segretario nazionale Rosario Tortorella, il sindacato dei direttori, dopo aver manifestato apprezzamento per "il tempestivo intervento sul posto dei vertici del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria", auspica "che la richiesta di chiarimenti formulata dal Procuratore Generale di Napoli al Procuratore della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e ai vertici regionali dell'Arma dei Carabinieri possa contribuire a meglio chiarire i contorni della vicenda, non essendo ammissibile che possa essere scalfita l'immagine e la dignità dell'intero Corpo di polizia penitenziaria e, con esso, di tutti gli operatori penitenziari e della stessa Amministrazione; un'Amministrazione che vanta, in tutte le sue componenti, valorosi esempi di eroismo e numerose vittime del dovere".
"D'altra parte - prosegue la nota - nel confermare piena fiducia nella magistratura ed assoluta sintonia con le Forze dell'Ordine, nel comune obiettivo di contrastare il crimine e di tutelare i cittadini, non possiamo non manifestare contrarietà rispetto ad eventuali modalità di esecuzione dei provvedimenti giudiziari che devono in ogni caso evitare forme di spettacolarizzazione e di strumentalizzazione mediatica che, magari inconsapevolmente, possono nuocere gravemente alla sicurezza degli istituti penitenziari".
"Al Corpo di polizia penitenziaria che, operando accanto ai Direttori delle carceri ed al restante personale penitenziario, svolge quotidianamente i propri compiti istituzionali con altissimo senso del dovere, con grande professionalità e non comune spirito di sacrificio, i Dirigenti penitenziari esprimono, senza se e senza ma, la propria vicinanza e la propria stima" conclude la nota.
anconatoday.it, 17 giugno 2020
Prosegue l'azione di monitoraggio messa in atto dal Garante Andrea Nobili. Nuovo appuntamento per il Garante Andrea Nobili nell'ambito dell'azione di monitoraggio degli istituti penitenziari, riavviata in presenza dopo il periodo di lockdown reso necessario dall'emergenza epidemiologica. Visita alla Casa circondariale di Fermo per i colloqui con i detenuti, ma anche per una visione complessiva della situazione. Come per le altre strutture regionali, infatti, Nobili ha ritenuto opportuno chiedere un incontro a Direttore, Comandate della Polizia penitenziaria, dirigente medico e responsabile delle attività trattamentali.
"Una scelta dettata dall'esigenza - come evidenziato dal Garante - di seguire da vicino le varie fasi del ritorno alla normalità, che nell'ambito carcerario merita ancor più attenzione e prudenza. Affrontando le diverse problematiche, è emerso che a Fermo non c'è più un referente effettivo per le attività trattamentali. Un aspetto che sarà oggetto di segnalazione, perché riteniamo che si tratti di una figura importante all'interno degli istituti". E nell'ambito di una riflessione più generale, Nobili non manca di sottolineare che "se finora il sistema carcerario nelle Marche ha retto all'uragano sanitario è anche merito della Polizia penitenziaria.
Nel nostro territorio, per quello che ho potuto constatare, opera con serietà e attenzione, anche ai diritti dei detenuti. Un'attenzione che, spesso, contribuisce a rendere più umano il mondo del carcere". Con le stesse modalità degli incontri estesi a più componenti, nei prossimi giorni verranno effettuate le visite presso gli istituti di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno e Fossombrone. A completare l'azione di monitoraggio altri incontri attivati per approfondire gli interventi all'interno dei penitenziari.
Nei giorni scorsi un confronto diretto, in via telematica, con i rappresentanti delle diverse realtà di volontariato. Un appuntamento ormai consolidato nell'agenda del Garante, al quale hanno anche partecipato il Provveditore dell'amministrazione penitenziaria di Emilia Romagna e Marche, Gloria Manzelli, e il dirigente dell'area detenuti e trattamento Prap, Marco Bonfiglioli.
di Laura Ambrosi
Il Sole 24 Ore, 17 giugno 2020
Corte di cassazione - Sentenza 18279/2020. La sussistenza di analoghe anomalie nella contabilità dell'emittente e dell'utilizzatore avvalora la falsità delle operazioni e quindi la responsabilità penale per i reati in materia di operazioni inesistenti. Ad affermarlo è la Cassazione con la sentenza 18279 depositata ieri.
La vicenda riguarda due imprenditori condannati uno per utilizzo e uno per emissione di fatture per operazioni inesistenti. La decisione, confermata in entrambi i gradi di merito, veniva impugnata in Cassazione, lamentando un'errata valutazione delle prove. In particolare, secondo la difesa, trattandosi di opere edili, era mancato un riscontro sia presso i clienti proprietari degli immobili oggetto di intervento, sia sui conti correnti dei soggetti coinvolti.
La Suprema corte, confermando la decisione, ha innanzitutto rilevato che in sede di appello il giudice aveva riesaminato criticamente tutto il materiale probatorio. Più precisamente dalle prove in atti emergeva che l'utilizzatore delle fatture le aveva inserite in contabilità proprio nell'imminenza della scadenza della dichiarazione, mentre l'emittente nemmeno le aveva conservate.
Inoltre, la descrizione dei documenti era generica e in alcuni casi illeggibile nonostante il valore non fosse irrisorio. L'emittente, in ogni caso, era privo di personale o materiali necessari per eseguire le prestazioni fatturate. Infine, entrambi non avevano dimostrato l'effettiva corresponsione del pagamento o le modalità in cui sarebbe dovuto avvenire.
La difesa sul punto aveva descritto le opere eseguite, al fine di dar prova dell'effettività delle prestazioni fatturate. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno evidenziato che tale tesi era del tutto irrilevante atteso che dai documenti contabili in atti non risultavano descritti i lavori che gli imputati sostenevano di aver effettuato. In ultimo, la Cassazione ha rilevato che l'utilizzatore aveva tratto beneficio fiscale con la registrazione delle citate fatture.
La decisione fa riflettere perché tutti gli elementi singolarmente considerati avrebbero verosimilmente giustificato la sussistenza delle prestazioni e quindi l'infondatezza dell'accusa. Tuttavia, valutati nel loro complesso, per di più unitamente tra emittente ed utilizzatore, si sono in realtà mostrati convergenti nel confermare l'ipotesi accusatoria. Infatti, ad esempio, la registrazione delle fatture da parte dell'utilizzatore a ridosso della presentazione della dichiarazione, valutato contemporaneamente alla mancata conservazione delle stesse da parte dell'emittente, potrebbe maggiormente dimostrare intenti evasivi.
Ciò non equivale all'inversione all'onere della prova in capo all'imputato, ma si tratta della mera concordanza degli indizi accusatori. Va ricordato che, l'articolo 9 Dlgs 74/00 esclude il concorso tra emittente e utilizzatore dei documenti per operazioni inesistenti. Per la Cassazione tale esclusione opera solo se il destinatario delle fatture le abbia concretamente utilizzate e quindi risulti imputato per il reato di dichiarazione fraudolenta (Cassazione 41124/19).
di Sergio Valzania
Il Dubbio, 17 giugno 2020
Dall'antichità ai nostri giorni tutti i poteri hanno provato a cancellare le tracce di chi li ha preceduti. ma la storia è anche degli sconfitti. La memoria non è territorio di conquista, da ridisegnare a nostro piacimento distruggendone le tracce scomode, né uno specchio nel quale riconoscersi. Che provincialismo! Spaziale e temporale.
Buttare giù le statue del nemico sconfitto è una pratica vecchia come il mondo e diffusa su tutto il pianeta, non c'è niente da stupirsi. Semmai è vero il contrario: converrebbe andare in cerca del come e del quando si è cominciato a credere che il passato non sia territorio di conquista, da ridisegnare a nostro piacimento distruggendone le tracce scomode, quanto piuttosto uno spazio di ricerca, un gigantesco specchio nel quale è utile osservare il riflesso che produciamo per conoscerci e riconoscerci. La storia dovrebbe consistere in questo.
Si tratta di un mestiere che presenta una qualche difficoltà appunto perché poco condiviso nei suoi fondamenti. A tutti piace abbattere statue. Non appena si è scoperto che il passato orienta il futuro, ci si è affannati a cambiarlo, a riscriverlo, a documentarlo in modo tendenzioso. Il tentativo più ambizioso e radicale in questa direzione è stato fatto in Cina qualche millennio orsono, nel 213 a. C., quando l'imperatore Shi Huang Di, quello dell'esercito di terracotta, accolse la proposta di Li Si e cancellò ogni traccia del passato, cominciando da tutti i testi scritti che non fossero strettamente tecnici.
In questo modo intendeva far ripartire la storia dell'umanità dall'inizio del suo regno. Non è riuscito lui a cancellare il passato, è difficile ci riesca qualcun altro. In effetti la tecnica più diffusa per liberarsi di un passato qualsiasi consiste nel disinteresse, nel seguire la moda, nel lasciare che la natura faccia il suo corso distruggendo palazzi e cancellando città. A questo si può aggiungere un brutale e sbrigativo desiderio di appropriazione.
Nelle tombe dei faraoni, suoi loro sarcofagi di materiali pregiati si sono riconosciute le sostituzioni dei cartigli con i nomi degli scomparsi in essi inumati; nell'antica Roma, dove nacque l'espressione damnatio memoriae, cambiare la testa delle statue al mutare degli imperatori era un fatto normale e anche gli archi di trionfo venivano riutilizzati per nuovi generali vittoriosi, una volta cessata la popolarità del primo destinatario.
La Domus Aurea neroniana fu cancellata dalla topografia della capitale imperiale pochi anni dopo la costruzione per certificare una transizione nella continuità imperiale. Il medioevo lasciò andare in abbandono quasi tutte le architetture imperiali, non solo quelle celebrative.
Anche gli acquedotti smisero di funzionare, ma di loro c'era meno bisogno, dato che le grandi città erano scomparse. Roma era passata da quasi due milioni di abitanti a poche migliaia. Intanto i monaci provvedevano a selezionare il sapere dell'antichità con la semplice tecnica di copiare solo i testi compresi nel canone dell'ortodossia cristiana. Il plot del Nome della Rosa di Umberto Eco si basa proprio su di una questione di conservazione di testi antichi attraverso la copiatura o di un loro occultamento.
L'estetica medievale è un ambito fittizio, ricostruito dai moderni per parlare del passato con le parole del presente, utile però a individuare una continuità che viene percepita per lo meno fino al tredicesimo secolo. Carlo Magno batteva monete dall'aspetto romano, sulle quali era raffigurato in abiti classici. In termini architettonici questo comportava la concezione del contemporaneo/ nuovo come bello, in contrapposizione a edifici antichi ai quali si guarda come riferimenti formali, non in quanto vestigia da conservare.
Anche quando si affaccia l'Umanesimo e si afferma il Rinascimento l'attenzione è centrata sul presente proiettato verso il futuro. Il passato classico costituisce il modello da riprodurre, quello definito complessivamente gotico rappresenta la rozzezza da rifiutare, senza pensar troppo né alle sue valenze estetiche, né a quelle architettoniche, che a livello tecnico saranno superate solo nel barocco, quando si diffonderanno le strutture rinforzate da elementi metallici interni. È in epoca rinascimentale che a Roma i Barberini smantellano una parte del circuito esterno del Colosseo per procurarsi a bon prezzo materiale edilizio utile alla costruzione del loro palazzo.
L'avvento della modernità, con l'Illuminismo e la Rivoluzione francese, conferma, se ce ne fosse bisogno, l'esistenza di una sensibilità che coglie nelle architetture la manifestazione del potere e interpreta in maniera simbolica il rapporto che con esse si deve mantenere.
La devastazione del primo esempio di grande architettura gotica, l'abbazia di Cluny, depredata, saccheggiata, distrutta e utilizzata come cava di pietre fino al 1813, costituì un gesto programmatico. Nello stesso periodo fu avanzata la proposta di radere al suolo il castello di Fontainebleau, residenza di caccia di Francesco I e dei suoi successori, con l'intento esplicito di chiarire ai precedenti proprietari che non sarebbe stato loro concesso di tornare.
Anche la cattedrale di Notre Dame di Parigi subì interventi distruttivi. Le statue della facciata, ritenute erroneamente dei re di Francia, furono decapitate: le teste gettate nella Senna sono state recuperate negli anni Sessanta del Novecento e si trovano oggi esposte al museo nazionale del medio evo a Parigi. Per parecchio tempo l'edificio fu adibito a stalla e magazzino, con una considerazione ben diversa da quella che tutto il mondo occidentale ha dimostrato in occasione dell'incendio dell'anno scorso.
Il palazzo delle Tuileries, residenza monarchica e poi dei governanti francesi succedutisi al potere fino al 1871, fu incendiato il 23 marzo di quell'anno da un commando di estremisti comunardi, con l'esplicito intento di eliminare un luogo simbolo del potere, letto come ostile in ogni caso. L'edificio bruciò per due giorni e per spegnere l'incendio fu necessario far intervenire l'esercito. L'attiguo Museo del Louvre si salvò per una serie di fortunate circostanze.
Negli anni precedenti proprio Parigi era stata teatro di una sorta di guerra delle statue, combattuta in Place Vendomme, nel pieno centro della città. All'origine la piazza ospitava una statua equestre del Re Sole, abbattuta e distrutta dai rivoluzionari nel 1792. Diciotto anni dopo vi fu collocata la Colonna della Grande Armata, alta 44 metri e ricoperta da una decorazione in bronzo, ottenuto dai cannoni catturati a russi e austriaci ad Austerlitz, che racconta le imprese dell'esercito francese. In cima viene collocata una statua di Napoleone in abiti da imperatore romano. L'insieme non è diverso da quello di Trafargar square, dove a dominare è Orazio Nelson.
Quando occuparono Parigi nel 1814 i coalizzati rimossero la statua dell'imperatore, che venne fusa nel 1818 per recuperare il bronzo. Nel 1833 Luigi Filippo, per dimostrare la propria buona disponibilità nei confronti dei bonapartisti, fece realizzare e collocare in cima alla colonna una nuova statua, alta 3,50 metri, che raffigurava l'imperatore in abito da petit caporal.
Giunto sul trono, Napoleone III fece trasferire la nuova statua dello zio agli Invalides e la sostituì con una copia di quella originale andata distrutta. Nel 1870, durante la Comune, il pittore Gustave Courbet richiese l'abbattimento della colonna e della statua, ritenendole un monumento "di barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, una affermazione di militarismo". Fu accontentato il 16 maggio dell'anno successivo, salvo essere condannato poi a rifondere il costo della ricostruzione. Pagò solo la prima rata, dato che si spense subito dopo.
Pochi anni prima, nell'Italia unificata era avvenuta una delle maggiori rivoluzioni toponomastiche della storia, con il cambiamento di denominazione delle strade principali di città, cittadine e villaggi che si riempirono di vie e piazze dedicate a Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini e Garibaldi. Neppure la Repubblica portò a un sommovimento dedicatorio di tale ampiezza, quando nacquero i viali Gramsci e Stalingrado.
Fu in questa temperie che sorse e lentamente si affermò la concezione per la quale gli edifici e gli arredi urbani provenienti dal passato hanno un valore storico, di memoria collettiva e non solo di prepotente affermazione identitaria, ed è per questo che vanno rispettati e conservati. Per affetto, come il quadro del nonno, indipendentemente dalle sue qualità morali.
Gli eroi di questa nuova visione furono il francese Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc e l'inglese John Ruskin, portatori di due concezioni opposte di conservazione e restauro. Secondo il primo si doveva procedere a ricostruire accuratamente quanto possibile il complesso sul quale si interveniva, anche a costo di porlo in una condizione nella quale storicamente non si era mai trovato.
Fu così che nacquero e Carcasson e le gargoyle di Notre Dame, poi esportate in tutta Europa nonostante non siano mai esistite nell'architettura medievale. Ruskin sosteneva invece che non fosse ammesso intervenire in alcun modo per ripristinare, ma solo proteggere l'esistente per quanto possibile, rassegnandosi alla sua scomparsa quando fosse arrivato il momento.
La riflessione sul restauro si è sviluppata molto in seguito, ma continua a spostarsi tra questi due poli. E a non uscire dall'ambito europeo. In altre culture il rispetto per le architetture del passato è molto minore. Sono semmai i luoghi in sé a ispirare rispetto. In Giappone i templi in legno vengono ricostruiti con regolarità, persino sulla Basilica della Resurrezione a Gerusalemme si interviene con una certa libertà, mentre rimane poco o niente delle New York e Chicago di inizio secolo. Della Pechino imperiale resta solo la città proibita e Mao si impegnò con determinazione nel cancellare le tracce del passato, come racconta e documenta Tiziano Terzani.
Il Novecento è il secolo degli autoritarismi, regimi desiderosi di autorappresentarsi in termini monumentali, atteggiamento per alcuni aspetti proprio anche della democrazia statunitense, esibito nella grandiosità di Washington. Stalin volle la metropolitana e i grattacieli di Mosca, in concorrenza con quelli di New York; Mussolini arrivò in ritardo per dare a Roma un volto nuovo e diverso rispetto alla capitale della cristianità, in concorrenza con la quale erano stati costruiti Vittoriale e palazzo di Giustizia, ma mise a segno qualche colpo fortunato, se non proprio felice, come via della Conciliazione.
Della Berlino di Hitler non resta niente. Anche il bunker della Nuova Cancelleria costruita da Albert Speer è stato distrutto, come il Berghof, in Baviera, perché non divenissero luoghi di pellegrinaggio neonazista. Il carcere di Spandau dove sono stati rinchiusi i condannati a pene detentive dal tribunale di Monaco ha seguito lo stesso destino nel 1987, dopo la morte dell'ultimo recluso, Rudolf Hess.
Nel dopoguerra, mentre in Italia non si andava molto più in là di spostare le statue a Firenze di Dante e a Trieste dell'imperatrice Sissi, la grande trasformazione dell'arredo urbano e della toponomastica è avvenuta in Europa a seguito della sconfitta sovietica nella guerra fredda e nella caduta di tutti i regimi di socialismo reale.
Questo ha portato alla cancellazione di molti monumenti e dedicazioni stradali ad essi collegati, anche se a Berlino si trova ancora, a 200 metri dalla porta di Brandeburgo, il Sowjetisches Ehrenmal, il monumento dedicato ai soldati sovietici caduti nella conquista della città nel 1945. Quelli dei reparti ai quali i generali concessero due giorni di libero saccheggio dopo la vittoria.
Esempio massimo del cambiamento del vento in quegli anni fu il ritorno di San Pietroburgo al nome originale, cancellando quello di Leningrado, utilizzato dal 1924 al 1991 e in particolare durante i quasi 27 mesi di assedio ad opera dei tedeschi nella Seconda guerra mondiale. Furono infatti i reduci di quella gigantesca battaglia, connotata dal nome di Leningrado, a opporsi fino alla fine al cambiamento.
In questo contesto buttar giù una qualche decina di statue e cambiare qualche centinaio di targhe stradali è la minor spesa. Semmai occorrerebbe domandarsi quanto decisioni del genere rimettano in discussione conquiste importanti sul piano culturale e di analisi storica, di comprensione della realtà, mai univoca, sempre condizionata dall'esistenza delle ragioni del perdente, che la sconfitta non autorizza a calpestare. Sempre ricordando l'adagio per il quale "la giustizia fugge dal campo del vincitore".
di Franco Pigna
La Notizia, 17 giugno 2020
Che il sistema carcerario italiano abbia bisogno di una svecchiata, ce lo dicono i dati e anche l'Unione europea. Ma pochi sanno che il Movimento 5 stelle, proprio in queste ore, sta dando il via ad una rivoluzione del settore trasformando il carcere dell'isola di Gorgona, nell'arcipelago toscano, in un laboratorio "di buone pratiche per la rieducazione dei detenuti".
Può sembrare poco ma si tratta di una vera e propria rivoluzione che scardina definitivamente il vecchio paradigma del carcere visto in ottica repressiva perché, al contrario, mette al centro il reinserimento nella società di chi ha commesso reati anche gravi. Dall'orticoltura alla cura degli animali, dalla conservazione dei boschi al turismo ecosostenibile passando per un vigneto autogestito e la formazione di competenze manageriali in vista del fine pena.
Sono questi i punti cardini del progetto, reso possibile dall'accordo quadro firmato dal ministero della Giustizia, dal Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e dal Parco nazionale dell'arcipelago toscano, che partirà ufficialmente quest'estate. Già da inizio luglio i detenuti potranno prendersi cura degli oltre 150 animali rimasti sull'isola dopo la chiusura del mattatoio interno al carcere di Gorgona, avvenuta quasi un anno fa, e che ora sono ospitati in un rifugio gestito dalla Lav.
"L'avvenuta chiusura" del centro di macellazione "e il trasferimento sulla terraferma di buona parte degli animali significano una riduzione drastica dell'inquinamento sull'isola", spiega il sottosegretario grillino alla giustizia Vittorio Ferraresi secondo cui ciò "consente ai detenuti di svolgere, con gli animali che resteranno, attività rieducative non violente, focalizzate sullo sviluppo di un rapporto empatico e sul rispetto per il territorio.
Con il valore aggiunto di dare l'opportunità ai detenuti di imparare un mestiere che tornerà loro utile una volta terminata la pena". Senza rischio di essere smentiti, quanto sta accadendo è una rivoluzione nel modo di concepire i penitenziari tanto che sono stati istituiti anche percorsi di ricerca per analizzare questo innovativo progetto. Tra questi spicca quello per il "monitoraggio e l'osservazione dei benefici educativi recati dalle relazioni detenuti/animali" che avverrà a dicembre e sarà realizzato dalla cattedra di Diritto penitenziario del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Milano Bicocca in collaborazione con l'équipe dell'istituto penitenziario.
Altra convenzione è quella con l'Università di Firenze, il Parco dell'arcipelago toscano, l'Asa (Azienda Servizi Ambientali) e il Comune di Livorno, per l'elaborazione di percorsi e strategie "finalizzate al raggiungimento di vari obiettivi: completare il passaggio verso l'autonomia energetica dell'isola; sviluppare il recupero delle acque reflue per il riuso in agricoltura; gestire i fanghi di depurazione; efficientare i sistemi di irrigazione delle colture; valorizzare l'agrobiodiversità locale in collaborazione con la Banca del germoplasma della Toscana".
Non solo. Grazie alla collaborazione con il Parco nazionale dell'arcipelago toscano ai detenuti sarà dato modo di valorizzare l'aspetto turistico dell'isola. Un modello che, se si rivelerà funzionante, potrà essere poi esportato in tutta Italia.
di Laura Mari
La Repubblica, 17 giugno 2020
"Conte affronti il tema agli Stati generali, il futuro del Paese passa anche da qui". Sodano, deputato M5S: "Sottrarre alle mafie la vendita delle droghe leggere significherebbe anche generare un beneficio economico per le casse statali pari a 10 miliardi di euro, tra il risparmio sulle misure di repressione e le nuove entrate fiscali delle aziende che gestirebbero il settore".
Affrontare il tema della legalizzazione della cannabis agli Stati generali. La richiesta al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, arriva da cento parlamentari che hanno aderito all'appello lanciato dal deputato Cinque Stelle Michele Sodano. "Se è vero, come dice il premier che questi giorni di incontri servono per parlare del futuro dell'Italia - dice Sodano - a maggior ragione crediamo sia arrivato il momento di dare un colpo alle mafie legalizzando la vendita e il consumo della Cannabis e sottraendo loro la gestione del mercato e dei guadagni".
Nell'appello a Conte i parlamentari, tra cui molti senatori e deputati grillini, ma anche di altri partiti di maggioranza, sottolineano che "le politiche repressive si sono dimostrate finora del tutto inefficaci, tanto più che in Italia al momento i consumatori di Cannabis sono sei milioni, nonostante il proibizionismo". Legalizzare le droghe leggere porterebbe, stando agli studio dell'università La Sapienza di Roma, "un beneficio per le casse dello Stato pari a 10 miliardi derivanti dai risparmi dell'applicazione della normativa di repressione e dal nuovo gettito fiscale che comporterebbe l'apertura del mercato alle aziende".
Secondo i parlamentari, con la caduta del divieto di uso e vendita di cannabis nascerebbero imprese dedicate alla coltivazione di questa pianta, con un conseguente aumento dei posti di lavoro. "Secondo i dati presenti in commissione Giustizia lo scorso 18 febbraio - spiega il 5S Sodano - nascerebbe una filiera produttiva di oltre tremila imprese e 350mila possibilità di impiego". Bloccare il narcotraffico, come negli Stati Uniti e in Canada, porterebbe quindi anche benefici economici. Soprattutto in questa chiave, quindi, i cento parlamentari firmatari dell'appello al premier sostengono che, in un momento di profonda crisi economica provocata dall'emergenza coronavirus, il futuro e la ripresa dell'Italia "possa - conclude Michele Sodano - passare anche attraverso la legalizzazione della Cannabis".
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