di Simona Lorenzetti
Corriere di Torino, 19 giugno 2020
Il procuratore generale dopo la semilibertà ai manager. "La decisione del Tribunale di Essen non può più essere messa in discussione, noi abbiamo fatto il possibile". Le parole del procuratore generale Francesco Saluzzo sono la presa d'atto di una sconfitta. La battaglia per i sette operai morti nel rogo della Thyssen e per le loro famiglie è stata lunga. Ma alla fine non resta che accettare un verdetto che ha il sapore del fallimento.
"La decisione del Tribunale di Essen non può più essere messa in discussione". Le parole del procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo sono la presa d'atto di una sconfitta. La battaglia per i sette operai morti nel rogo della Thyssen e per le loro famiglie è stata lunga e complicata. Ma alla fine non resta che accettare un verdetto che ha il sapore del fallimento.
Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due manager della multinazionale tedesca condannati per il rogo nelle acciaierie torinesi, non sconteranno neanche un giorno di carcere pieno. I giudici tedeschi hanno concesso a entrambi la semilibertà: dovranno rientrare in cella la notte, di giorno potranno continuare a lavorare in azienda. Ieri mattina i parenti delle vittime hanno dato vita a un sit-in di fronte al Palazzo di Giustizia. Il loro sfogo non è rimasto inascoltato. Il procuratore generale li ha accolti nel proprio ufficio.
"La giustizia di sconfitte ne subisce tante, è stato un percorso a ostacoli. E alla fine, quando è stato il momento di affrontare l'ultimo, il risultato è stato meno importante di quanto ci aspettassimo" ha spiegato Saluzzo. "Credo di comprendere bene il vostro sconforto e la vostra rabbia, però parliamo dell'esecuzione della pena regolata dalla legge di uno Stato estero - ha aggiunto -. Noi abbiamo fatto tutto il possibile. Siamo arrivati all'esecuzione, ma su come la declina la Germania non possiamo far nulla.
Non possiamo intervenire. E neanche il Governo. Le nostre rimostranze non sono in grado di indurre il Tribunale a rivedere la decisione". La realtà è questa e la Procura generale non si nasconde, pur rivendicando il lavoro e gli sforzi di questi anni. "Abbiamo agito in tempi rapidi e abbiamo eliminato tutti i fattori che avrebbero potuto portare a ulteriori rallentamenti - ha insistito Saluzzo. Se avessi potuto dirvi che i due erano in carcere, lo avrei fatto subito".
Il magistrato ha messo a nudo l'amara realtà. "Non possiamo accettarlo - ha replicato Laura Rodinò, sorella di Rosario. L'errore è stato condannarli per un reato colposo e non doloso. Il governo doveva monitorare il processo". "Il procuratore Raffaele Guariniello e i pm Laura Longo e Francesca Traverso non si sono risparmiati - ha rimarcato Saluzzo - hanno convintamente sostenuto l'omicidio doloso. Ma i giudici hanno deciso diversamente".
I familiari delle sette vittime hanno poi incontrato la sindaca a Palazzo Civico. Chiara Appendino ha annunciato che sarà con loro a Roma, quando incontreranno il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: "Questo è uno schiaffo alla loro battaglia. La Città, come ha fatto in passato, continuerà a schierarsi al loro fianco. Siamo vicini alle mamme".
Presenti anche i responsabili della sicurezza di Cgil, Cisl e Uil: "La rabbia e l'incredulità delle famiglie sono giustificate. E ci sembra incredibile che i due manager continuino a lavorare per la Thyssen dopo quello che è successo".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 19 giugno 2020
Le condanne ci sono. L'esecuzione della pena spetta agli stati, non alle vittime. "Ci vergogniamo dell'Italia e ci vergogniamo della Germania, non possono zittirci". "Ci incateneremo a Roma. Andremo a Essen".
È stata drammatica, piena di rabbia, la reazione dei famigliari delle vittime del rogo alla ThyssenKrupp di Torino nel 2007 alla notizia della concessione della semilibertà ai due manager tedeschi, Gerald Priegnitz e Harald Espenhahn, in base alla legge del paese che prevede un massimo di cinque anni di detenzione per il reato di omicidio colposo aggravato.
La sentenza italiana di Cassazione del 2014 aveva confermato le condanne. A differenza dei quattro manager italiani del gruppo condannati e incarcerati in Italia, i due tedeschi avrebbero dovuto scontare la pena nel proprio paese.
Ma, e questo è invero inaccettabile, siamo pur sempre nell'Unione europea, il mandato di cattura internazionale nei loro confronti non è mai stato eseguito. E ora scattano le misure di legge previste in Germania. Il dolore e il senso di giustizia negata delle vittime va sempre rispettato e mai giudicato. Ma non può essere nemmeno disgiunto da considerazioni che riguardano il valore e il senso della giustizia dei tribunali. Una sentenza è stata emessa, i colpevoli riconosciuti, la giustizia è stata in questo modo (l'unico possibile) ricostruita.
Ma nessuno potrà ridare ai propri cari le vite che sono state tolte. L'esecuzione della pena - poiché viviamo in stati (europei) di diritto - è affidata alle leggi e alla magistratura e non al sentimento, per quanto comprensibile, dei congiunti delle vittime.
Il procuratore generale di Torino Francesco Enrico Saluzzo ha commentato: "Comprendo bene lo sconforto e la delusione dei parenti, ma parliamo dell'esecuzione della pena regolata dalla legge di uno stato estero, adesso non possiamo più fare nulla".
È una constatazione amara, ma molto più aderente ai fatti e al diritto che non le dichiarazioni della sindaca di Torino Chiara Appendino: "È uno schiaffo alla loro battaglia e la città continuerà a schierarsi al fianco delle mamme", nei toni del più schietto populismo giudiziario. Che andrebbe invece sottoposto al tribunale della ragione.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 19 giugno 2020
Utilizzati per decongestionare le carceri campane, decine di programmi di reinserimento rischiano lo stop a causa della mancanza di assistenti sociali: è indispensabile un piano mirato.
Le carceri della Campania scoppiano.
E così misure alternative alla detenzione, a cominciare dalla messa alla prova e dall'affidamento al servizio sociale, appaiono decisive per decongestionare le celle e rieducare i reclusi. Il problema è che gli uffici dell'esecuzione penale esterna non dispongono di un numero sufficiente di assistenti sociali, educatori e agenti di polizia penitenziaria.
"Una difficoltà organizzativa seria e concreta", si legge nella relazione annuale sulle condizioni degli istituti penitenziari della Campania: parole che impongono un intervento rapido e drastico, indispensabile per contrastare il sovraffollamento ed evitare che tanti progetti subiscano un brusco stop. Secondo le stime ufficiali, in Campania i soggetti affidati agli uffici dell'esecuzione penale esterna sono stati circa 9mila, addirittura 3mila in più rispetto al 2018.
Il dato è tanto più significativo se si pensa che in altre regioni, come la Calabria con le sue cinque province, quel numero non supera le 3mila e 600 unità. Solo in Lombardia, che però conta sette province, i detenuti in esecuzione penale esterna sono più di 16mila. Se si pensa che i soggetti in esecuzione penale esterna dovrebbero essere circa 4mila e 800 a regione, si comprende la proporzione enormemente maggiore dei dati campani.
Che cosa vuol dire? "Nella nostra regione si registra una concezione della pena rieducativa più che punitiva - si legge nella relazione annuale firmata dal garante dei detenuti - che è però collegata alla difficile situazione del sovraffollamento carcerario". In altre parole, ai detenuti che debbano scontare pene non superiore ai quattro anni per determinati reati si concedono l'affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare, la semilibertà o il lavoro di pubblica utilità per contenere il caos nelle prigioni.
Questo largo ricorso alle misure alternative, però, presuppone che gli uffici preposti siano dotati del personale necessario. Servono fi gure che aiutino e controllino le persone sottoposte a messa alla prova o affidate al servizio sociale, che sostengano i condannati nel lavoro di pubblica utilità, che indaghino sulla situazione individuale e socio-familiare di quanti chiedano di essere ammessi alle misure alternative, che forniscano consulenze ai vertici degli istituti penitenziari per favorire il buon esito del trattamento. In Campania ci sono? Sì, ma non a sufficienza.
Basti pensare all'ufficio per l'esecuzione penale esterna di Napoli, dove si contano soltanto 34 assistenti sociali, 24 amministrativi, nove poliziotti, tre psicologi e 12 esperti del servizio sociale chiamati a seguire quasi 6mila soggetti. E le carenze di personale sono altrettanto evidenti nelle altre province della Campania. Eppure l'esperienza regionale dimostra quanto sia importante, per i detenuti, accedere alle misure alternative e ricostruire, seguendo questa strada, un futuro fuori dal carcere.
A Napoli, per esempio, il progetto Obiettivo Persona ha consentito la realizzazione di visite guidate a carattere culturale e l'attivazione di gruppi di discussione di cui sono stati protagonisti i detenuti ai domiciliari. I progetti Apitour e Terra Felix hanno portato all'attivazione di tirocini formativi rispettivamente nel campo dell'apicoltura e dell'agricoltura, senza dimenticare i percorsi di sostegno alla genitorialità, i laboratori di ceramica e le azioni di riqualificazione urbana che hanno visto impegnati migliaia di detenuti.
Con risultati incoraggianti anche sotto altri aspetti: rispetto alla cosiddetta popolazione ristretta, cioè alle persone che si trovano in cella, tra i detenuti in esecuzione penale esterna si registra un minore tasso di tentativi di suicidi ed evasioni. E le revoche, disposte quando il detenuto non osservi o violi apertamente le prescrizioni, non superano il 4 per cento.
Segno che, quanto più il condannato o l'imputato è seguito attentamente e da vicino dal centro di servizio sociale, tanto più alta è la probabilità che la misura alternativa alla detenzione sortisca gli effetti sperati. "È indispensabile creare una rete sul territorio più solida che consenta agli utenti di trovare altre opportunità di sussistenza e appartenenza - si legge nella relazione del garante dei detenuti - I dati sul personale, sulle azioni e sui progetti realizzati devono essere messi al centro di tavoli di discussione della politica affinché le scelte di quest'ultima siano congrue e rispondenti alle esigenze della realtà carceraria".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 19 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione I Penale - Ordinanza 18 giugno 2020 n. 18518. La Cassazione apre un nuovo capitolo sull'ergastolo ostativo rinviando alla Consulta il quesito sulla legittimità costituzionale delle norme che impediscono la concessione del beneficio della liberazione condizionale - a meno di una formale collaborazione - a chi è stato condannato alla pena perpetua per reati di mafia.
La Corte di cassazione con l'ordinanza n.18518 depositata ieri ha, infatti rinviato alla Corte costituzionale la questione sulla legittimità degli articoli 4 bis e 58 ter dell'ordinamento penitenziario e dell'articolo 2 del Dl 152/91 nella parte in cui escludono che il condannato all'ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all'articolo 416 bis del Codice penale e che non abbia collaborato con la giustizia, possa essere ammesso alla liberazione condizionale.
L'orientamento - La Cassazione facendo perno soprattutto sulla giurisprudenza della Corte dei diritti dell'uomo con la nota sentenza Viola contro Italia e sulla connessa sentenza costituzionale n. 253/2019 ha ritenuto ormai acclarato il principio secondo il quale i benefici in sede di espiazione della pena dell'ergastolo per mafia non possono essere governati da automatismi preclusivi, quale appunto il requisito di essere collaboratore di giustizia.
La collaborazione con gli inquirenti o l'accertata impossibilità di realizzarla assurge nel meccanismo attualmente in vigore a specifico requisito per poter accedere al riconoscimento dei periodi di liberazione anticipata ai fini della concessione della liberazione condizionale rendendo, di fatto, del tutto irrilevante il percorso rieducativo e la reale dissociazione dalla criminalità organizzata di colui che, però di fatto, non ha collaborato.
Ciò nettamente contrasta con il terzo comma dell'articolo 27 della Carta costituzionale che pone al centro dello scopo della pena comminata la sua finalità rieducativa. Mentre, al contrario, l'ergastolo è stato ammesso come legittimo dalla giurisprudenza sovranazionale e nazionale solo se è possibile la valutazione dell'effettiva risocializzazione del condannato detenuto. Cioè la risocializzazione dell'ergastolano non può essere esclusa a priori e accertata solo tramite l'avvenuta collaborazione. La Cassazione nella decisione di rinvio costituzionale usa parole quali il "diritto alla speranza" e la "libertà di collaborare", come diritti e libertà che non possono essere negati neanche ai condannati per i reati previsti dalle norme ora poste al vaglio della giustizia costituzionale.
di Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 19 giugno 2020
Non è risolta la crisi del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Se due giorni fa tra gli agenti della polizia penitenziaria in servizio i malati per stress da lavoro erano 100, oggi sono diventati 130, e la gestione ordinaria della struttura "è ormai insostenibile". Voci dall'interno del penitenziario confermano come, dopo il doppio episodio che ha fatto schizzare alla ribalta della cronaca la struttura carceraria casertana, le condizioni di lavoro non siano assolutamente migliorate.
La notifica degli avvisi di garanzia da parte dei carabinieri agli agenti penitenziari di giovedì 11 giugno e la rivolta dei detenuti di sabato 13 giugno hanno lasciato strascichi significativi tra gli agenti, che non riescono più a sopportare l'atmosfera che si respira; i circa 80 uomini del Gom (Gruppo operativo mobile) inviati dai vertici del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) come rinforzo non hanno compiti di servizio, per cui qualcuno, specie tra i sindacalisti, li giudica anche poco utili. Con i 130 poliziotti malati, in servizio ora ce ne sono poco meno di 250: è quasi impossibile far funzionare bene il carcere.
Sul caso di Santa Maria Capua Vetere era intervenuto ieri il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, con notizie di tenore diverso: il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sta adottando tutti i provvedimenti di sua competenza nei confronti dei detenuti responsabili dei disordini "e già nell'immediatezza dei fatti - ha ribadito il ministro - ha disposto il trasferimento di tre detenuti ascritti al circuito Alta sicurezza e di quattro ascritti al circuito Media sicurezza". Bonafede è intervenuto al question time: "Il personale del Gom, subito intervenuto in supporto, è stato impiegato per il rinforzo di tutti i reparti detentivi e sono stati predisposti gli atti per l'assegnazione, in via provvisoria, presso la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, di complessive 40 unità del Corpo di polizia penitenziaria per permettere di superare il momento di contingente complessità che si è venuto a creare".
Bonafede aveva poi sottolineato la "particolare attenzione" del ministero al Corpo di polizia penitenziaria: "da quando sono ministro sono stati immessi in ruolo complessivamente 3931 agenti e 256 unità di personale amministrativo, mentre sono oltre 6.000 le assunzioni complessive già programmate per i prossimi anni, tra amministrativi e militari)".
È inoltre in corso "il riordino delle carriere con l'obiettivo di allargarne gli orizzonti di crescita professionale, migliorarne la funzionalità organizzativa, così da equipararne la progressione a quella delle altre forze armate".
Il ministro, al quale le opposizioni non hanno risparmiato critiche, ha parlato anche di altri argomenti, stavolta però su Facebook: "Oggi, con il via libera del Senato alla fiducia sul decreto "carceri e intercettazioni", compiamo un altro passo importante per il miglioramento del sistema giustizia. Il decreto adesso passerà alla Camera dei deputati per la definitiva conversione in legge".
"A causa dell'emergenza Coronavirus, è stato necessario prorogare l'entrata in vigore della riforma sulle intercettazioni, una legge importante che potenzia un fondamentale strumento d'indagine salvaguardando la privacy dei cittadini", ha ricorda Bonafede. La legge "prevede inoltre che siano richiesti stabilmente i pareri delle procure antimafia per la concessione della detenzione domiciliare nei confronti dei reclusi per gravi reati".
Critico sul punto il Csm: "Il sistema di rivalutazioni" previsto dal decreto, con cadenza quindicinale e poi mensile, "per la serrata tempistica con la quale essi devono intervenire e per la complessità degli accertamenti da svolgere periodicamente, determinerà un notevole aggravio del lavoro della magistratura di sorveglianza, le cui attività hanno subìto un notevole incremento in concomitanza dell'emergenza Covid-19".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 19 giugno 2020
La Giunta della Regione Toscana, nella seduta del 15 giugno, ha ridefinito la composizione e ampliato le funzioni della Cabina di regia per il coordinamento delle politiche regionali penitenziarie, istituita nel 2008. Oltre a occuparsi di specifica progettazione di livello territoriale e regionale riguardante tutta l'area penale, il nuovo organismo dovrà curare i rapporti con i Tavoli nazionali che si occupano di questioni penitenziarie e di esecuzione penale esterna, operare in coordinamento con l'Osservatorio permanente sulla Sanità penitenziaria; collaborare con il Centro Regionale Criticità Relazionali, sia per la tematica relativa alla Salute carcere che per quella correlata alla costruzione di Reti territoriali per Comunità.
Tra i componenti della "Cabina di regia per il coordinamento delle politiche regionali in ambito penitenziario e di esecuzione penale esterna" - questa la nuova denominazione -, il Provveditore Regionale dell'Amministrazione penitenziaria per la Toscana e l'Umbria, i direttori del Centro di Giustizia Minorile e dell'Uiepe (Ufficio Interdistrettuale Esecuzione Penale Esterna) di Toscana-Umbria, e due dipendenti del Servizio Sanitario Regionale esperti in ambito penitenziario.
L'esigenza di ridefinire le funzioni della Cabina, è stata determinata anche dai contenuti dell'accordo nazionale tra Conferenza delle Regioni e Cassa delle Ammende siglato il 26 luglio 2018 con l'obiettivo di rafforzare il campo di azione delle politiche di inclusione sociale. A marzo scorso è stata approvata una convenzione della regione Toscana con la Cassa delle Ammende per il finanziamento di un gruppo articolato di progetti finalizzati a costruire opportunità di lavoro, studio e formazione per persone in esecuzione penale.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 19 giugno 2020
Salute e carcere. C'è un aspetto di questo binomio in cui si addensano le maggiori criticità. È quello della tutela della salute psichica delle persone condannate. In genere i posti nelle sezioni specializzate non sono sufficienti e i ricoveri lunghi diventano una sorta di "ergastolo bianco" come segnalato dal Garante regionale dei detenuti. Pur volendo considerare una situazione (e purtroppo non dappertutto è la normalità) in cui gli stessi diritti di salute garantiti fuori vengono egualmente garantiti dentro il carcere, appare evidente che il carcere, per sua stessa natura, può comprimere diritti individuali.
La reclusione, la privazione della libertà, la condizione di dipendenza del detenuto per diverse necessità del vivere quotidiano finiscono inevitabilmente per incidere sulla sua sfera psicologica. E tutto si complica quando ci sono patologie pregresse, in quel caso la compatibilità tra carcere e salute mentale diventa davvero difficile.
"Nonostante i ripetuti richiami degli organismi internazionali, che rispecchiano peraltro l'ispirazione originaria della riforma sanitaria - si legge nella relazione del garante regionale dei detenuti - prevale l'idea che la tutela della salute mentale equivalga ad assicurare solo servizi psichiatrici specialistici, in linea con la più generale tendenza a confondere la salute con la sanità". I dati dell'ultimo anno aiutano a comprendere le dimensioni del problema.
Almeno un migliaio di detenuti con disagi mentali si trova negli istituti normali e 1.200 detenuti sono in istituti specifici. In carcere le patologie più diffuse sono schizofrenia e disturbi psicotici (in genere relativi a situazioni precedenti alla detenzione), disturbi dell'umore (frequente la depressione come reazione allo stato detentivo), disturbi d'ansia e psicosi indotte dall'uso di particolari sostanze.
Non mancano casi di disturbi della personalità nei confronti dei quali il trattamento in carcere appare più complicato. Quando il governo ha provveduto a svuotare gli ospedali psichiatrici giudiziari per riportare la gran parte die malati in carcere, all'interno degli istituti di pena sono state attivate sezioni specializzate. A Napoli è il carcere di Secondigliano a ospitare un'articolazione di salute mentale con diciotto posti letto. La durata media del ricovero oscilla tra uno e cinque mesi, se non addirittura anni.
"Tali situazioni - spiega il garante Ciambriello nel report annuale - non solo rischiano di acutizzare e cronicizzare le stesse manifestazioni psichiche dei detenuti degenti ma impediscono un corretto usufrutto da parte degli altri detenuti che in media superano di gran lunga la capacità dei posti all'interno di tali reparti speciali". Le sezioni cliniche di salute mentale dovrebbero funzionare come luoghi transitori, per preparare programmi terapeutici e riabilitativi da eseguirsi sul territorio. "Di fatto invece - si denuncia nel report - i detenuti che transitano in questi spazi vi restano in maniera cronica, quasi a ripetere la triste situazione di un ergastolo bianco".
edizionecaserta.net, 19 giugno 2020
"Nel carcere è ritornata la calma e si lavora nel rispetto dei ruoli di tutti. Il clima resta però per certi versi pesante, visto che nello stesso luogo si trovano denuncianti e denunciati". È quanto ha affermato il Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, che oggi si è recato al carcere di Santa Maria Capua Vetere dove ha visitato i padiglioni Danubio, Nilo e Tamigi, ascoltando i detenuti delle diverse sezioni in cui ci sono state recentemente proteste, scioperi della fame, tentativi di rivolte e presunte violenze della Polizia Penitenziaria.
Sono 57 gli agenti indagati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere per reati come la tortura, in relazione proprio ai presunti pestaggi commessi ai danni dei detenuti il sei aprile scorso; tutti sono ancora in servizio - molti si sono però dati malati per stress da lavoro - così come non sono stati ancora trasferiti i detenuti che hanno presentato denuncia contro gli agenti per i fatti di aprile.
"Esprimo la mia fiducia - ha detto Ciambriello - nell'operato della magistratura e confido nell'accertamento della verità, condizione essenziale per il rafforzamento della giustizia. Anche oggi parlando con alcuni agenti ho manifestato il mio apprezzamento per il delicato e proficuo lavoro che svolgono tutti i giorni. Non ritengo che siano venuti meno gli elementi su cui in questi anni ho fondato il mio giudizio positivo sul loro operato".
"Alla politica - ha aggiunto - dico di non essere né parolaia né populista, e di mettere in campo progetti concreti per le carceri e gli operatori penitenziari. Bisogna evitare strumentalizzazioni e polemiche pretestuose".
Nel corso della visita, Ciambriello ha parlato lungamente anche con il responsabile sanitario del carcere e con i medici e gli psicologi dell'Asl presenti nell'istituto.
"Ho verificato - ha spiegato il Garante - che l'acqua dei rubinetti e delle docce è gialla e continua a causare irritazioni cutanee alla popolazione detenuta. Qui come altrove ho constatato che il carcere non può essere solo contenimento ma deve essere soprattutto accudimento, sulla scia del dettato costituzionale che definisce il carcere e le pene come strumenti per rieducare".
di Marina Lomunno
vocetempo.it, 19 giugno 2020
In tempo di Coronavirus anche la Relazione 2019 della Garante dei detenuti del Comune di Torino, Monica Cristina Gallo, si è tenuta "a distanza", tramite le piatteforme on line, venerdì 12 giugno in collegamento video anche con il sindaco Chiara Appendino: negli anni scorsi la presentazione del dossier, si teneva nell'aula Magna del penitenziario torinese "Lorusso e Cutugno" anche alla presenza di un gruppo di detenuti ed era l'occasione per fare il punto della situazione delle due principali aree di competenza dell'Ufficio della Garante, l'esecuzione penale, interna (il carcere per adulti e l'Istituto di pena minorile Ferrante Aporti) ed esterna e l'area del controllo delle migrazioni nella struttura del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino (Cpr) di corso Brunelleschi.
Sono gli effetti del "blocco" che dal 9 marzo scorso, con il divieto d'ingresso dei parenti dei ristretti per i colloqui, dei volontari e il fermo di tutte le attività aggregative e di inserimento lavorativo ha penalizzato prima di tutto i detenuti, come aveva evidenziato la Garante già in una nostra intervista all'inizio dell'emergenza coronavirus.
L'emergenza sanitaria è scoppiata in un tempo problematico per i penitenziari italiani (e per quello torinese) che già soffrono per sovraffollamento e difficoltà dovute spesso a strutture obsolete e carenza di personale. Così la relazione della Garante (il cui mandato scade quest'anno dopo 5 anni di attività serrata per monitorare che i diritti dei detenuti vengano rispettati) ha sottolineato come il lavoro di rete compiuto nel 2019 e negli anni precedenti, in sintonia con la direzione del carcere e tutte e le associazioni che si occupano di problemi detentivi e grazie anche ai giovani obiettori che hanno lavorato nel suo ufficio - nel dossier è anche citata l'iniziativa del nostro giornale "Abbona un detenuto" - si sono potute evitare le proteste avvenute in alcune carceri italiane nei mesi scorsi.
"Fin dall'inizio dell'emergenza", ha evidenziato la Garante, "sono state organizzate assemblee con la direzione e i detenuti per informare sugli effetti del lockdown a cui io ho partecipato e, grazie alla possibilità di utilizzare smarth-phone e pc ho potuto continuare i colloqui con i ristretti soprattutto quelli più fragili e cercare di far fronte alle loro emergenze facendo da ponte con le famiglie". Rimane il problema del sovraffollamento del penitenziario torinese che non ha favorito le misure anti-contagio: all'inizio della pandemia al "Lorusso e Cutugno" erano recluse 1.480 persone su una capienza regolamentare di 1062 posti. 77 sono stati i detenuti positivi al Covid, 24 isolati, 641 persone sono state mandate o agli arresti domiciliari o scarcerate per fi ne pena. Nessun positivo al virus per fortuna nel Cpr di corso Brunelleschi le cui presenze al 9 giugno 2020 erano di 178 persone in attesa di rimpatrio.
Nessun contagio neppure all'Istituto minorile Ferrante Aporti le cui presenze dall'inizio della pandemia sono passate da 48 a 28 e dove si è proseguita la didattica a distanza per i giovani che seguono corsi di studio e si sono programmate alcune attività con i ragazzi nella sala cineforum. In attesa che si attenui l'emergenza e che la vita dietro le sbarre possa ritornare promuovere attività di reinserimento dei reclusi, Monica Cristina Gallo ha annunciato la pubblicazione del sito Liberante.it, un nuovo strumento on line con le informazioni di base rivolte a tutte le persone detenute che tornano in libertà, realizzato dall'Ufficio del Garante e dall'Associazione Museo Nazionale del Cinema di Torino.
Il Centro, 19 giugno 2020
"Mi hanno comunicato dall'ufficio contenziosi della presidenza del Consiglio che hanno inoltrato la mia istanza per il risarcimento da ingiusta detenzione (sei anni di carcere e poi assolto) anche al ministero delle finanze". Lo dice Giulio Petrilli che sta portando avanti la sua battaglia.
"Ma mi hanno anche detto", prosegue, "che se non saldo il debito con l'Agenzia delle entrate che è intorno ai 200.000 euro per una condanna della corte dei conti, mai potrò accedere al risarcimento. Condanna subita in quanto da presidente Aret avevo stabilizzato quattro giovani precarie e ridotto l'indennità del direttore da 110.000 euro a 39.000.
Questo perché per i risarcimenti da ingiusta detenzione superiori a 5000 euro il ministero verifica se il beneficiario non ha inadempienze. La magistratura aquilana e la Corte dei conti non hanno mai condannato nessuno per la corruzione post terremoto, ma in tutti questi anni solo un'eccezione di condanna per due persone, a me per "abuso d'ufficio" e all'ex rettore del Convitto per non aver fatto evacuare la notte del terremoto dove anche lui rimase a dormire insieme ai suoi figli. Che vergogna".
- Milano. Il vecchio decrepito San Vittore ha vinto la battaglia con il virus
- Nuove accuse da Di Matteo: qualcuno disse a Bonafede di non scegliermi per il Dap
- Alessandria. 1.500 mascherine monouso in omaggio al carcere
- Campobasso. Nasce il protocollo d'intesa che dà voce ai diritti dei detenuti
- Firenze. Opere d'arte esposte nel carcere di Sollicciano come via di recupero dei detenuti










