di Alberto Bellotto
insideover.com, 20 giugno 2020
Oggi nelle celle di Guantánamo, la base navale Usa in territorio cubano, sono ancora incarcerati 40 detenuti. Tra di loro, la mente che ha progettato gli attacchi dell'11 settembre 2001, Khalid Sheikh Mohammed, e molti altri terroristi di Al Qaeda. Nonostante da quella stagione siano passati quasi 20 anni, i detenuti potrebbero restare dietro le sbarre ancora a lungo. Ma da quelle celle c'è anche chi è riuscito a uscire. C'è chi è stato scarcerato e poi è scomparso e chi, invece, è tornato a fare quello che faceva: compiere attentati.
Il campo di detenzione è nato ufficialmente nel 2002, durante la "War on Terror" lanciata dall'amministrazione Bush dopo l'attacco al World Trade Center. Negli anni, la popolazione carceraria ha subito diverse variazioni, con il picco raggiunto nel giugno del 2003 con 684 persone detenute.
In 18 anni di vita, ben 731 detenuti sono transitati per l'isola caraibica, nove di questi non sono mai usciti perché morti durante la detenzione. A riempire le celle, soprattutto nella prima fase, sono stati afghani, sauditi, yemeniti e pakistani. Nell'ottobre del 2001, gli Stati Uniti hanno iniziato la guerra in Afghanistan e i primi arresti non hanno riguardato solo leader e combattenti di al Qaeda, ma anche moltissimi miliziani e capi talebani.
Il via vai è stato incessante quasi da subito. Già nel febbraio 2004 i prigionieri trasferiti erano 106 e negli anni successivi i movimenti sono aumentati. Un momento significativo per la struttura è arrivato nel 2009, quando la nuova amministrazione di Barack Obama ha deciso di chiudere il carcere. Secondo l'ordine esecutivo del presidente la struttura andava svuotata entro un anno, ma alla fine tutto è rimasto uguale perché il Senato ha bocciato la proposta con 80 voti contrari.
La preoccupazione principale era quella di gestire i combattenti, il loro trasferimento, e l'eventuale pericolosità di alcuni di loro. Nel 2012 l'Intelligence Authorization act per l'anno fiscale 2012 prevedeva che il direttore della National Intelligence Agency, quello della Cia e quello della Dia rendessero pubblici i dati relativi ai tassi di recidiva degli ex detenuti di Guantánamo. I dati più recenti di questo monitoraggio risalgono al gennaio del 2019. Prima del 2009, anno dell'ordine esecutivo, i combattenti recidivi, tornati alla lotta, erano 115 sui 532 trasferiti all'estero, il 21,6%. 82 (il 13,7%) erano invece quelli dal destino incerto, cioè detenuti dei quali si sospetta un ritorno alla militanza ma senza conferme definitive. Post 2009 i numeri sono stati più bassi, con solo il 4,6% di detenuti tornati alla lotta armata e il 9,1% di sospetti recidivi.
Osservando tutto il periodo è anche possibile vedere qual è stato il destino di questi combattenti. 38, tra recidivi confermati e sospettati, sono morti, mentre 39 sono quelli complessivamente tenuti in custodia da governi locali. Il dato più preoccupante, però, riguarda i latitanti. Ben 67 sono quelli ancora attivi come combattenti e 78 quelli sospettati. Nel 2009 un rapporto del Pentagono spiegava che almeno un detenuto su sette di quelli che allora erano transitati per la prigione era tornato al jihad. Sempre secondo una stima dell'amministrazione Obama, almeno 12 detenuti rilasciati avrebbero poi colpito obiettivi americani, soprattutto in Afghanistan.
Tra i rilasciati che sono tornati a combattere ci sono anche dei casi emblematici. Per capire il livello di pericolosità si può partire dalla storia di Yasir al Silmi, yemenita noto anche come Muhammaed Yasir Ahmed Taher. Identificato come detenuto 679, è stato arrestato in Pakistan nel 2002 e considerato affilato a una cellula di Al Qaeda. Senza essere mai formalmente incriminato, è stato poi rispedito in Yemen nel dicembre del 2009. Otto anni dopo, nel marzo del 2017, al Silmi è stato ucciso nel corso di un raid americano nel governatorato di Abyan. La particolarità di questa esecuzione è che l'ex detenuto non era l'obiettivo primario dell'attacco, ma anzi si trovava nella stessa stanza con Usayd al Adnani, un operativo di alto profilo di al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap). Per il Pentagono al Silmi era una figura di poco conto, ma il fatto che si trovasse lì dimostrava una qualche forma di ritorno alla militanza.
Il caso di al Silmi non è il solo a dimostrare una certa capacità attrattiva dello Yemen per gli ex detenuti vicini ad Al Qaeda. Un altro esempio è quello di Said Ali al-Shihri. Cittadino saudita nato a Riad, è stato portato a Guantánamo tra la fine del 2001 e l'inizio del 2002 per poi essere rispedito a Riad nel novembre del 2007. Da quel momento, ha iniziato un lungo percorso di militanza in al Qaeda culminato nel 2009, quando è apparso in un video che annunciava la nascita di Aqap. Quattro anni dopo al Shihri, che nel frattempo era diventato vice del gruppo, è stato ucciso con un raid americano.
Nel famoso filmato del 2009, accanto ad al Shihri c'erano altri tre volti noti: Nasser al Wahaishi, primo leader della formazione ucciso da un drone Usa nel 2015; Qasim al Raymi, successore di al Wahaishi e ucciso in un altro strike americano nel gennaio di quest'anno; e infine un quarto personaggio identificato con molti nomi: Mohamed Atiq Awayd Al Harbi, noto anche come Muhammad al Awfi e Abu Hareth Muhammad al-Oufi. Al Oufi era il detenuto 333 di Guantánamo e come al-Shihri è stato rilasciato nel novembre del 2009. Ad oggi risulta essere l'ultimo rimasto vivo del quartetto, anche se la sua posizione risulta incerta.
Tra i rilasciati eccellenti finiti tra le file di Aqap, c'è anche Ibrahim Sulayman Muhammad al-Rubaysh, altro saudita, altro internato a Cuba. Catturato nel dicembre 2001 in Afghanistan e portato a Guantánamo il 16 gennaio 2002, al Rubaysh è stato rilasciato poco dopo, il 13 dicembre del 2006. Tre anni dopo, secondo una ricerca del think tank Jamestown Foundation, al Rubaish si sarebbe unito ad Aqap in qualità di muftì e avrebbe militato nella formazione in Yemen almeno fino al 2015 quando un drone Usa ha colpito la sua abitazione nei pressi del centro di Mukalla.
Lo Yemen, però, non è l'unico Paese in cui gli ex detenuti sono tornati a combattere. Nel novembre scorso, il dipartimento del Tesoro Usa ha imposto una serie di sanzioni contro organizzazioni e individui per aver dato supporto finanziario allo Stato islamico. Tra questi c'è anche Rohullah Wakil. Secondo le autorità americane Wakil, come membro dell'organizzazione solidale Nejaat Social Welfare Organization, avrebbe contribuito a raccogliere fondi per lo Stato islamico nella provincia del Khorasan. Wakil, matricola 798, è stato incarcerato a Cuba nel 2002 per poi essere rimpatriato in Afghanistan il 30 aprile del 2008.
È chiaro che la tracciabilità completa non è semplice. Il 7 aprile del 2009, poco più di tre mesi dall'ordine esecutivo di Obama, la Dia ha rilasciato una prima lista di presunti ex prigionieri tornati al jihad, ma da allora non è stato possibile avere altre liste dettagliate. L'ordine di Obama aveva lasciato in eredità anche un'altra cosa: un ufficio di controllo, lo "Special Envoy for Guantánamo Closure", con il compito di negoziare e monitorare i rilasci. Un sistema complicato che prevedeva negoziazioni con Paesi terzi per il trasferimento e il controllo delle persone tenute a Guantánamo. Verso la fine del 2018, l'amministrazione Trump ha deciso di chiudere l'ufficio con sede al dipartimento di Stato, per riaccentrare il controllo nella base. Se da un lato questo ha ottimizzato le risorse, dall'altro ha limitato la possibilità di controllo dei rilasciati.
In questo senso ci sono due casi emblematici. Il primo è quello di Abu Wa'el Dhiab. Nato in Libano da padre siriano e madre argentina, negli anni 90 aveva lavorato come autista per l'aviazione siriana per poi trasferirsi in Pakistan verso la fine del decennio. Da lì, grazie all'aiuto di alcuni facilitatori locali, ha passato dei periodi in Iran e Afghanistan fino alla cattura nell'aprile del 2002. Trattenuto per lo più come informatore dati i suoi legami con talebani e reclutatori di al Qaeda, Dhiab è stato poi traferito in Uruguay nel dicembre del 2014. Nell'estate del 2018, però, l'uomo ha fatto perdere le sue tracce. Secondo il ministro dell'Interno uruguagio, Jose Gonzales, sentito dal magazine McClachy, l'ex detenuto avrebbe attraversato il confine con il Brasile e preso un volo da San Paolo per la Turchia.
Fonti dell'intelligence siriana avrebbero poi confermato che Dhiab sarebbe entrato e uscito più volte dalla Siria, in particolare dalla regione di Idlib controllata in larga parte da gruppi islamisti e dall'ex fronte qaedista di Tahrir al-Sham. Il problema è che tutti questi passaggi sono sfuggiti alla giustizia americana, come confermano episodi analoghi in altri Paesi che hanno ospitato ex detenuti. Il Senegal ne ha rispediti due in Libia, mentre dei 23 trasferiti negli Emirati Arabi Uniti non si hanno più notizie. Tra gli otto trasferiti in Slovacchia tra il 2010 e 2014, quattro sono scappati. Uno di questi, Rafik al Hami sarebbe tornato in Tunisia. Oggi di lui si sono perse le tracce, ma secondo la madre sarebbe morto in Siria negli ultimi anni.
di Carmelina Maurizio
tecnicadellascuola.it, 19 giugno 2020
Quando le frontiere della libertà individuale si chiudono, non per un temporaneo quanto urgente e drammatico lockdown, ma per la detenzione, conseguenza di illegalità di ogni tipo, spesso non si considera come nel processo siano coinvolti bambine e bambine. A questo tema, scottante e poco noto, ma non per questo meno serio e importante Cope, Children of Prisoners Europe dedica ogni anno una campagna.
agensir.it, 19 giugno 2020
Sono 118mila i detenuti rilasciati nel lockdown. Gli Stati europei applicano sempre di più sanzioni e misure che mantengono gli autori dei reati nella comunità senza privarli della loro libertà, secondo l'edizione 2019 dell'indagine annuale Space II, condotta per il Consiglio d'Europa dall'Università di Losanna.
di Ornella Favero* e Maurizio Mazzi**
Ristretti Orizzonti, 19 giugno 2020
"Oggetto: ripresa attività trattamentali". Si intitolano così le disposizioni che il provveditore reggente dell'Amministrazione penitenziaria per il Veneto - Friuli Venezia Giulia - Trentino Alto Adige, Gloria Manzelli, ha emanato il 16 giugno per i direttori delle carceri.
Da quando è iniziata in tutto il Paese la Fase 2, e poi la Fase 3, che hanno aperto un complesso periodo di "convivenza" con il coronavirus, la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ha posto la questione della ripresa delle attività in carcere, con la forte convinzione che in assenza del Volontariato le carceri non sono in grado in alcun modo di rispettare il mandato costituzionale di garantire la rieducazione delle persone detenute.
Il Dubbio, 19 giugno 2020
Dal Brennero a Capo Passero, dal Nord alla punta più estrema dell'Italia passando per Firenze, Roma, Napoli. È il viaggio di Roberto Sensi, amministratore unico della società editrice del Dubbio, tra le carceri italiane. Perché un mondo senza sbarre è possibile.
di Diodato Pirone
Il Messaggero, 19 giugno 2020
Il "caso Palamara" ha trasmesso l'immagine di "una magistratura china su stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all'attribuzione di incarichi". Alcuni magistrati - sia pure una minoranza - hanno svelato una "modestia etica" tale da far crollare la fiducia dei cittadini nell'intero mondo della Giustizia.
È quindi l'ora di riformare severamente il Consiglio Superiore della Magistratura, di tornare al principio fondamentale di fedeltà alla Costituzione, di trovare uno scatto di reni per far recuperare "credibilità" alla magistratura che rischia, in questa sua caduta d'immagine, la sua autonomia e indipendenza.
È durissimo il "j'accuse" del presidente della Repubblica che non fa sconti alle toghe e, dal suo doppio ruolo di capo dello Stato e presidente del Csm, in un complesso discorso tenuto ieri al Quirinale. Le conversazioni pubblicate che hanno fatto emergere distorsioni, brame di potere e lotte intestine al Csm, hanno turbato nel profondo Sergio Mattarella che ieri ha acceso un faro fra le differenze che separano il "correntismo" che infesta l'organo di autogoverno dei magistrati dall'etica e l'attaccamento al dovere che ha pervaso alcuni "servitori dello Stato" uccisi negli anni 80 dal terrorismo e dalla mafia.
Commemorando gli anniversari dell'uccisione dei magistrati Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Giudo Galli, Mario Amato, Gaetano Costa e Rosario Livatino, il presidente ha inviato un monito alle toghe di oggi: "la fedeltà alla Costituzione è l'unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato. L'unica fedeltà alla quale attenersi e sentirsi vincolati". Un messaggio che è necessario inviare per Mattarella, visto che l'inchiesta di Perugia "fornisce la percezione della vastità del fenomeno e fa intravedere un'ampia diffusione della grave distorsione sviluppatasi".
Sulla stessa lunghezza d'onda il ministro Alfonso Bonafede: "Ogni intervento riformatore che stiamo per portare avanti, dalla riduzione dei tempi del processo alla revisione dell'ordinamento giudiziario, deve mirare a consegnare al cittadino una giustizia, non soltanto più efficiente e celere, ma anche più credibile".
Ma a dare con grande forza il senso della degenerazione che l'ambiente vive in queste settimane è stato il vice presidente del Csm David Ermini: "le garantisco, signor Presidente, che l'abbrutimento etico dell'ordine giudiziario ha nell'attuale Csm l'avversario più tenace. C'è chi dovrà chiedere scusa. Contrastare ogni scoria correntizia e mantenere l'autogoverno nel solco tracciato dalla Carta costituzionale è già ora e ancor più lo sarà nei mesi a venire il nostro quotidiano assillo", ha assicurato dal Quirinale.
Nelle pieghe del severo discorso dedicato alla Giustizia il presidente ha voluto trovare spazio per una puntualizzazione. Che suona più o meno così: basta strattonarmi, chiedermi interventi di ogni tipo e genere che esulano dai miei poteri, io non ho la minima intenzione di espanderli sfruttando alcune debolezze della politica.
"Si odono talvolta - ha detto Mattarella con sottile understatement - esortazioni, rivolte al Presidente della Repubblica, perché assuma questa o quell'altra iniziativa, senza riflettere sui limiti dei poteri assegnati dalla Carta ai diversi organi costituzionali" Mattarella fa sapere che non intendeva prima e non lo intenderà in futuro "ampliare" i poteri del Quirinale.
"Non esistono motivazioni contingenti che possano giustificare l'alterazione della attribuzione dei compiti operata dalla Costituzione - ha sottolineato il Presidente - Qualunque arbitrio compiuto in nome di presunte buone ragioni aprirebbe la strada ad altri arbitri, per cattive ragioni".
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 19 giugno 2020
Duro discorso del Capo dello Stato alla cerimonia che commemora i magistrati uccisi dal terrorismo e dalla mafia. Le vicende emerse con il caso Palamara "sono in amaro contrasto con l'opera di questi servitori dello Stato". È stato "un anno difficile per la magistratura". "Nessun motivo per ampliare i poteri del Quirinale.
La fedeltà alla Costituzione "è l'unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato. L'unica fedeltà alla quale attenersi e sentirsi vincolati". Lo ha detto il presidente Sergio Mattarella durante la cerimonia per gli anniversari dell'uccisione di Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Guido Galli, Mario Amato Gaetano Costa e Rosario Livatino. Giacumbi, Minervini, Galli e Amato vennero uccisi nel 1980 dal terrorismo.
Costa, nell'80, e Livatino nel 1991, dalla mafia. Un discorso durissimo, incentrato in larga parte sul caso Palamara, le cui vicende "sono in amaro contrasto con l'alto livello morale delle figure che oggi ricordiamo. In quest'anno così difficile per la magistratura italiana cadono gli anniversari di magistrati che hanno perso la vita a causa del loro impegno".
Gravi distorsioni al Csm. Mattarella ha detto che sono emerse "gravi e vaste distorsioni" nelle decisioni del Csm oggetto dell'inchiesta di Perugia. Ha aggiunto: "La documentazione raccolta dalla Procura della Repubblica di Perugia - la cui rilevanza va valutata nelle sedi proprie previste dalla legge - sembra presentare l'immagine di una magistratura china su stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all'attribuzione di incarichi.
Questo fenomeno - continua Mattarella - si era disvelato nel momento in cui il Csm è stato chiamato, un anno addietro, ad affrontare quanto già allora emerso. Quel che è apparso ulteriormente fornisce la percezione della vastità del fenomeno allora denunziato; e fa intravedere un'ampia diffusione della grave distorsione sviluppatasi intorno ai criteri e alle decisioni di vari adempimenti nel governo autonomo della magistratura. Sono certo che queste logiche non appartengono alla magistratura nel suo insieme, che rappresenta un ordine impegnato nella quotidiana elaborazione della risposta di giustizia rispetto a una domanda che diventa sempre più pressante e complessa".
Modestia etica. Mattarella ha usato denunciato "la modestia etica" emersa dalle carte dell'inchiesta, pur sottolineando che è stata sempre la magistratura a disverlare il malcostume.
I poteri del Quirinale. Il Capo dello Stato, in un altro passaggio molto rilevante del suo discorso, ha anche mosso un puntuto appunto a chi lo tira per la giacca. Serve il "rispetto rigoroso delle regole della Costituzione", ha detto.
"Si odono talvolta esortazioni, rivolte al Presidente della Repubblica, perché assuma questa o quell'altra iniziativa, senza riflettere sui limiti dei poteri assegnati dalla Carta ai diversi organi costituzionali. In questo modo si incoraggia una lettura della figura e delle funzioni del Presidente difforme da quanto previsto e indicato, con chiarezza, dalla Costituzione.
Ho ritenuto, e ritengo, di avere il dovere di non pretendere di ampliare" la sfera dei poteri costituzionali del presidente. "Non esistono motivazioni contingenti che possano giustificare l'alterazione della attribuzione dei compiti operata dalla Costituzione: qualunque arbitrio compiuto in nome di presunte buone ragioni aprirebbe la strada ad altri arbitri, per cattive ragioni".
Certezza del diritto. Il Presidente della Repubblica ha quindi chiesto il rispetto della certezza del diritto. "I nostri cittadini hanno diritto a poter contare sulla certezza del diritto e sulla prevedibilità della sua applicazione rispetto ai loro comportamenti. Questo vale - a partire naturalmente dalle scelte del Legislatore - per la giustizia civile come per quella penale, per quella amministrativa come per quella contabile: non possono essere costruite ex post fattispecie e regole di comportamento".
Scuola di formazione decisiva. "La scuola superiore, particolarmente in questo momento, assume un ruolo decisivo per la formazione etica e professionale dei magistrati. Appare necessario che dedichi sessioni di studio apposite ai doveri di correttezza e trasparenza nell'esercizio delle funzioni giudiziarie".
di Teresa Valiani
difesapopolo.it, 19 giugno 2020
Il coordinatore dei Garanti regionali fa il punto della situazione e auspica una ripresa in tempi brevi e in sicurezza delle attività trattamentali affidate a volontari e operatori esterni, "mantenendo le conquiste in fatto di comunicazioni digitali".
di Daniela Piana
Il Dubbio, 19 giugno 2020
È vero che viviamo in tempi fuori dall'ordinario. Ma è pur anche vero che il senso della storia talvolta aiuta. La prima volta in cui sono apparsi gli Stati generali in un sistema sociale e politico della modernità essi avevano senza alcun dubbio il connotato di un rito e di un meccanismo di legittimazione esterna della macchina dell'esercizio del potere.
È tempo che vi siano gli Stati generali del sistema giustizia. Tre ragioni, di metodo e di merito, chiedono ad alta voce che ciò accada. La prima attiene al fatto che nessuna riforma credibile del sistema giustizia potrà adeguatamente essere progettata e realisticamente essere attuata senza che, sin dalla sua ideazione, non sia ispirata e supportata da due fondamentali: l'esperienza, diversa, complementare, dialettica, ma indistricabile, delle parti- voci che partecipano alla vita organizzativa ed istituzionale del sistema "giustizia" nel suo complesso, avvocatura, magistratura, personale amministrativo.
La seconda ragione attiene al fatto che nessun intervento di lungo periodo - e non sarebbe uno scenario che il cittadino intenderebbe vedere quello di un utilizzo frammentato e non sostenibile del recovery fund - può essere fatto senza sapere esattamente quali sono gli effetti di interdipendenza fra le varie misure prese per la giustizia del XXI secolo: investire sulla riforma delle intercettazioni significa investire sulla cyber security; investire sul processo civile telematico presso il giudice di pace significa porsi il problema dei riti della giustizia; investire sugli sportelli all'utenza significa investire sulle diverse articolazioni extra giurisdizionali, e così di seguito.
La terza ragione è che, lo si è detto ma è bene ricordarlo, ci è data la responsabilità di pensare al sistema "giustizia" del 2030. Una responsabilità grande, che appunto merita, come quando ci si accinge a sottoscrivere un "patto sulle regole del gioco" un patto per la 'architettura' di cui il sistema "giustizia" ha bisogno, di un metodo da grandi occasioni: gli Stati generali.
Chi deve sedere al tavolo? Il Cnf, il Csm, il Ministero della Giustizia, partecipanti d'obbligo: ma non lasciamoli da soli! Abbiamo bisogno che a quel tavolo seggano anche quegli attori istituzionali, economici e sociali che di una giustizia che funziona e che sia servizio intelligibile e affidabile hanno bisogno, hanno bisogno, per potere al meglio investire, non tanto sul piano materiale, quanto sul piano fiduciario, verso il futuro.
Senza regole e diritti certi che siano tutelati i secondi e rispettate le prime in modo diffuso quale fiducia mai potrebbe esistere a livello sistemico? E la parola sistema pare ricorrere come un matra... Chiamiamo a quel tavolo Unioncamere, chiamiamo Legambiente, chiamiamo Il Forum del terzo settore e le Associazione dei consumatori, chiamiamo i Comuni, chiamiamo la piattaforma delle professionalità tecniche. E sono solo alcuni esempi.
Facciamo una Air (analisi di impatto della regolazione) del progetto di sistema "giustizia" che vogliamo per il 2030: rigorosa, partecipata, accountable, comprensibile al cittadino. E investiamo su ciò che ha la capacità di durare nel tempo e che non può attendere oltre:
1) Edilizia giudiziaria: gli spazi di giustizia del XXI secondo sono spazi pensati con l'anima verde e quella civica dentro, che sono già progettati sapendo che una parte della giustizia il cittadino non la chiede alla giurisdizione ma in spazi extra giudiziali, come la mediazione, e che una parte delle funzioni sono espletate - soprattutto quelle di carattere amministrativo, contabile, e tutto ciò che è gestione e razionalizzazione degli accessi - anche in remoto.
2) Spazi ibridi. Cyber security e gestione banche dati. La giustizia del XXI è una giustizia che chiede di prendere sul serio il potenziale di conoscenza che esiste nelle banche dati e che si confronta con responsabilità inter- temporale con il tema della sicurezza. La qualità del dato va insieme alla qualità della conoscenza sul sistema giustizia, di cui al punto c.
3) Osservatorio integrato su ricerca monitoraggio analisi e valutazione del sistema giustizia, che presidi in modo inter- professionale - con la voce di Cnf, Csm, Ministero della giustizia - e in un dialogo permanente con le università la qualità del sistema, comprensiva di buona gestione, crescita delle professionalità, quality assurance rispetto a rischi, buona governance tecnologica.
4) Creazione di macro- direzioni inter- regionali che diventino lo snodo di interfaccia sul territorio della governance del sistema "giustizia" con le altre funzioni della governance pubblica, fra cui sanità, protezione civile, in rete con le istituzioni stakeholders.
5) Investimento sulla dotazione tecnologica per la giustizia di prossimità ovvero per la risposta capillare al contenzioso che più tocca la vita dei cittadini ed in particolare delle fasce deboli, ivi compreso il giudice di pace.
6) Investimento su uffici distrettuali a composizione professionale ibrida - avvocatura e personale amministrativo e personale togato insieme con applicazioni di competenze esterne per ambiti come la statistica, gare e appalti.
7) Investimento sull'impianto edilizio carcerario pensato sin dall'inizio in conformità con lo spirito e gli esiti già sul campo della riforma della messa alla prova. Sette riforme, sette investimenti: non per utilizzare i fondi, ma per darsi la chance, finalmente, grazie al recovery fund, di pensare insieme, bene, e per qualcosa che vada oltre cicli di legittimazione rappresentativa contingenti, comprensibili, certo, ma ai cittadini sempre più alieni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 giugno 2020
Voleva con piacere diventare capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) perché lo riteneva importante nella lotta alla mafia, soprattutto a seguito delle sue indagini sulla trattativa Stato-mafia dove il Dap - secondo la tesi giudiziaria - avrebbe ricoperto un ruolo importante.
Lo ha spiegato ieri il consigliere del Csm Nino Di Matteo davanti alla commissione Antimafia per chiarire i motivi che l'hanno spinto ad accogliere la proposta iniziale che gli fece il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a giugno del 2018. Il consigliere del Csm ha, quindi, ripercorso gli eventi che sono al centro del dibattito dopo il suo intervento a Non è L'Arena, il programma di Massimo Giletti su la7.
"Nel 2018 ricevetti una telefonata dal ministro Bonafede - ha raccontato Di Matteo - all'epoca ero sostituto procuratore antimafia e mi disse che aveva pensato a me come capo del Dap o come direttore degli Affari penali, ma su quest'ultima ipotesi il guardasigilli mi spiegò che quella nomina avrebbe avuto un ruolo simbolico visto che fu occupato da Falcone.
Mi propose quindi di fare o subito il capo del Dap oppure di accettare un eventuale futuro ruolo agli affari penale se avesse convinto Donatella Donati a dimettersi da quell'incarico dato precedentemente dall'ex ministro Orlando". Il magistrato Di Mattero poi ha proseguito: "Il ministro mi disse che voleva una riposta immediata perché avrebbe voluto sfruttare il plenum del Csm per poter attivare la richiesta di collocamento fuori ruolo. Io, quindi, preso atto di questa urgenza egli riferì che l'indomani mi sarei recato direttamente da lui per fornirgli una risposta".
Di Matteo ha poi aggiunto che, sempre al telefono, disse al guardasigilli che c'è una nota del Gom dove riferisce delle proteste di alcuni detenuti al 41bis contro una sua eventuale nomina. "Mi colpì il fatto - ha spiegato sempre Di Matteo alla commissione antimafia - che in quella nota era allegata una relazione nella quale veniva riportato un episodio di un detenuto al 41bis che dette l'ordine, urlando da un piano all'altro, di fare una istanza al magistrato di sorveglianza per lamentarsi. Il ministro mi disse di essere informato delle reazioni, senza scendere nei particolari".
Di Matteo ha spiegato che sempre quello stesso pomeriggio, oltre ai suoi familiari, riferii la telefonata a qualche suo collega amico e anche al giornalista Saverio Lodato.
"Il giorno dopo - ha spiegato sempre Di Matteo sono andato dal ministro Bonafede con l'intenzione di dirgli che avrei accettato l'incarico di capo del Dap. Non ho avuto dubbi ad accettare quell'incarico - ha sottolineato - perché molte indagini giudiziarie mi avevano fatto saper comprendere quanto una gestione corretta ed efficace del sistema penitenziario sarebbe stato importante per combattere la mafia. Tutto questo è stato soprattutto grazie all'indagine sulla trattativa e le stragi in generale!".
Di Matteo ha spiegato che si incontrò con Bonafede, presso il ministero della Giustizia, alle 11 di mattina del 19 giugno 2018 e disse subito che accettava l'incarico al Dap. "A quel punto - ha proseguito con il racconto - con mia sorpresa, Bonafede mi disse che in fondo il capo del Dap non era adatto a lui, visto che aveva compiti come la gestione degli appalti, il rapportarsi con i sindacati di polizia penitenziaria, opere trattamentali.
Ma io gli riposi - ha raccontato di Matteo - che noi che abbiamo fatto l'indagine a Palermo, sappiamo quanto sia stato importante il sistema penitenziario per il 41bis e la trattativa e che anche l'aspetto di quel tipo di detenzione è importante visto che ancora sono reclusi diversi capi storici della mafia". Ma nulla da fare. Di Matteo ha spiegato che quello stesso giorno Bonafede avrebbe già scelto Francesco Basentini come capo del Dap facendo la richiesta al Csm e che avrebbe insistito per fargli accettare di ricoprire il ruolo agli affari penali perché non c'erano - avrebbe detto Bonafede - "dinieghi o mancati gradimenti che tengano".
"Quell'amarezza l'ho tenuta per me - ha spiegato accoratamente Di Matteo - quei fatti l'ho raccontati a pochissime persone tra cui Tartaglia, Ingroia, Piscitello, Ardita. Oltre a Saverio Lodato, altri giornalisti lo sapevano e volevano dichiarazioni ma non volevo rilasciare interviste per motivi istituzionali perché non volevo delegittimare il ruolo del ministro".
Ma poi cosa è accaduto? Nell'ultimo periodo, prima dell'intervento nella trasmissione di Giletti, secondo Di Matteo sarebbero accadute molte cose strane. Quali? Le rivolte carcerarie, le centinaia di "scarcerazioni" di soggetti detenuti per mafia, la famosa circolare del 21 marzo, le dimissioni di Basentini. "Iniziavano a filtrare le voci che il capo del Dap sarei stato io.
Alcuni giornali - ha spiegato Di Matteo - facevano polemiche sul mio nome. Poi quando da Giletti dissero che c'erano state trattative per il mio nome, allora sono intervenuto". Di Matteo ha ribadito anche che, secondo lui, le rivolte carcerarie e la scarcerazione dei mafiosi (in realtà si tratta di detenzione domiciliare) avrebbero analogie con la trattativa che sarebbe avvenuta nel 1993.
Ancora una volta ritorna il feticcio del teorema della trattativa che, ricordiamo, non ha nessuna sentenza definitiva che lo consolidi, mentre sono definitive altre sentenze che sconfessano tale tesi. Ricordiamo anche che il Dap non può essere gestito come se fosse una specie di succursale di qualche procura dell'antimafia e nemmeno può essere diretto secondo una visione dietrologica degli avvenimenti.
La gestione delle carceri richiede una visione generale che tenga conto di bisogni educativi, di integrazione sociale, di salute e di sicurezza. Non può ridursi al 41bis o alta sorveglianza che rappresenta una piccolissima percentuale della popolazione detenuta. Nel frattempo i componenti della commissione Antimafia richiedono a gran voce di essere audito Bonafede. Si vorrà chiarire una volta per tutte cosa sia accaduto e, soprattutto, chi gli ha fatto cambiare idea sulla scelta di Di Matteo.
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