di Liana Milella
La Repubblica, 20 giugno 2020
Fuori dall'Anm, subito, Palamara e le altre sei toghe coinvolte nello scandalo di Perugia. Oggi il sindacato dei giudici tenta di farlo, ma la crisi profonda che lo scuote mette a rischio non solo quest'operazione di pulizia, che giunge solo dopo un anno, ma la sua stessa sopravvivenza.
C'è chi vuole andare subito alle elezioni tradizionali, senza arrivare ad ottobre con una giunta dimissionaria, che sta perdendo i pezzi. Dal governo dell'Anm già due dimissioni dalla corrente di Unicost (Angelo Renna e Bianca Ferramosca) per via delle carte di Perugia. E oggi arriverà la terza, quella di Silvia Albano di Area che con il suo gesto contesta la rappresentatività dell'Anm oggi, e guarda all'accelerazione del voto per un sindacato forte, senza ombre, e pienamente legittimato.
Magistratura indipendente si è dimessa in blocco dal "parlamentino" di 36 membri, ridotti adesso a 29. Una crisi senza precedenti che lascia la magistratura con una rappresentanza debole, mentre sono alle viste riforme come quella del Csm che il Guardasigilli Alfonso Bonafede potrebbe portare questa settimana in consiglio dei ministri.
Ma guardiamo dentro l'operazione di pulizia dell'Anm. Mattarella ha chiesto ai magistrati "di dimostrare, con coraggio, di voler superare ogni degenerazione delle correnti". Il primo passo è stracciare la tessera del sindacato di colui che, proprio da presidente dell'Anm quale toga di Unicost, nel 2009 celebrò i cento dell'associazione.
Era il presidente anti-Berlusconi, tutti lo stimavano. Ora tutti negano di essere stati suoi amici. Ma tant'è, le carte di Perugia sono lì a provare quanti colleghi lo chiamavano per un "aiutino" con la carriera. È la "modestia" etica di cui parla il Quirinale. Palamara è già stato sospeso da funzioni e stipendio dal Csm e rischia di essere destituito dall'ordine giudiziario.
Oggi sarà a piazza Cavour. Non accetta l'espulsione, vuole essere ascoltato e dare la sua versione dei fatti, anche se i probiviri dell'Anm hanno già decretato la sua cancellazione e avrebbero dovuto essere loro, e non il governo dell'Anm a sentirlo. I probiviri - il presidente Bruno Di Marco, l'ex Csm Claudio Viazzi, il procuratore di Bologna Gimmi Amato, Antonino Porracciolo, e l'ex Pg di Perugia Fausto Cardella - erano pronti il 7 marzo, ma il lockdown li ha bloccati.
Hanno analizzato, oltre a Palamara, la situazione di tre toghe di Mi, Antonio Lepre, Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli, due di Unicost, Luigi Spina e Gianluigi Morlini, dell'ex leader di Mi e ora deputato renziano Cosimo Maria Ferri. Erano all'hotel Champagne 1'8 maggio 2019 per pilotare la scelta del procuratore di Roma.
Espulsione per tutti, anche se a maggioranza, e anche se tutti, tranne Palamara e Criscuoli, hanno cercato di evitarla dimettendosi. Ferri sostiene che da tempo è fuori dall'Anm. Basta per salvare la faccia della magistratura? Mentre le chat rivelano mille contatti per fare carriera? I probiviri dovranno lavorare ancora, anche se Perugia ha detto niet all'invio di carte.
Ma i nomi coinvolti squassano le correnti e l'Anm. Per questo il giudice civile Albano oggi presenta le dimissioni. Mentre dentro la sinistra di Area è aperto il processo a chi, nel Csm, flirtava con Palamara. A questo punto l'interrogativo è sul tavolo: non è meglio andare subito al voto per l'Anm, nell'urna anziché attendere quello online ad ottobre?
di Simona Musco
Il Dubbio, 20 giugno 2020
La proposta di Bonafede: stabilizzare le misure emergenziali. Il segnale c'è, la data per la riapertura dei tribunali pure. Ma le certezze, per l'avvocatura, al momento sono poche. In particolare, il timore - esternato ieri dall'Organismo congressuale forense, riunito in assemblea - è che la maggior parte delle cause venga rinviata.
di Pietro Salvatori
huffingtonpost.it, 20 giugno 2020
Un clima pesantissimo attorno ai lavori della commissione Antimafia su nomina al Dap e scarcerazioni dei boss, con le accuse alimentate da Nino Di Matteo. In vista dell'audizione dello stesso ministro.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 giugno 2020
Così Bonafede vuole impedire il carrierismo tra le toghe. Ci sono molti day after, ormai, nella lunga crisi della magistratura. Ieri a emettere ancora invisibili ma violentissime radiazioni sono state le parole di Sergio Mattarella: l'ordine giudiziario deve "ritrovare credibilità".
Il presidente della Repubblica è convinto che l'obiettivo non sia irraggiungibile: visto che la gran parte dei magistrati è sana, basta che al Csm possano essere elette anche le toghe estranee alle degenerazioni del correntisno.
La riforma del Consiglio superiore deve dunque prevedere una rigenerazione "dal basso": è la convinzione radicata al Quirinale, che ha ormai conquistato anche il guardasigilli Alfonso Bonafede. Il quale nell'ultimo incontro con gli sherpa della maggioranza, martedì scorso, si è impegnato ad approfondire l'efficacia di un paio di sistemi per eleggere i togati, entrambi orientati a favorire l'emersione di giudici e pm apprezzati per dedizione e autorevolezza anziché per appartenenza.
Uno è il modello cosiddetto australiano, basato su una molteplicità di preferenze, due o addirittura tre, che il singolo magistrato elettore è tenuto a indicare. "È un meccanismo molto interessante", spiega al Dubbio Alfredo Bazoli, capogruppo dem nella commissione Giustizia della Camera e protagonista della "task force" riunita ormai con cadenza bisettimanale dal ministro.
"Sterilizza in modo significativo il condizionamento delle correnti perché rende ancora più importante la specifica, personale riconoscibilità del singolo candidato. L'uninominale", dice Bazoli, "a me sembra in ogni caso il miglior sistema, da noi previsto nella proposta di legge a prima firma di Ceccanti e mia nella declinazione secca. Ma il correttivo della preferenza multipla crea una sorta di implicito doppio turno ancora più favorevole ai candidati espressi direttamente dalla base dei magistrati".
L'altro è il sistema proposto dall'ex presidente del Senato Pietro Grasso, che punta a decentrare il meccanismo elettorale ancor più di quanto non prevedano i 19 collegi con cui Bonafede immaginava di sostituire l'attuale collegio unico nazionale. Una cosa è evidente: all'idea del sorteggio, rilanciata ancora ieri dal centrodestra con Pierantonio Zanettin, proprio non si vuole arrivare.
Ma la verità è che la "guerra al correntismo" - in sé espressione velleitaria, visto il suo connotato culturale - comincia a cedere il passo alla sfida contro il "carrierismo". Sul punto si è sbilanciato, almeno, un po', lo stesso presidente dell'Anm Luca Poniz, intervenuto ieri a "La riforma Radicale della giustizia", il grande convegno "da remoto" organizzato dai pannelliani e trasmesso da Radio Radicale, che proseguirà oggi con i rappresentati di avvocatura e accademia e si chiuderà domenica con la sessione (inizio sempre alle 15) riservata a esponenti dei partiti e dell'informazione. Poniz sa che uno dei problemi è la corsa al carrierismo indotta dalla gerarchizzazione delle Procure.
Ne ha scritto anche sul Dubbio. Sotto la sua presidenza, l'Anm ha già vietato la candidatura al Csm per chi, al momento di formare le liste, faccia parte del comitato direttivo (ed eventualmente anche della giunta) dell'Associazione. Tra le ipotesi valutate martedì scorso a via Arenula è affiorato un limite che impedisca, a chi è eletto nel "parlamentino" dell'Anm, di candidarsi non solo mentre è in carica ma anche alle elezioni per il Csm successive alla fine del proprio mandato associativo. Non è semplice trasferire in modo giuridicamente efficace una simile previsione, visto che il "sindacato" dei magistrati è pur sempre un'associazione privata. E per questo non si esclude che a farsi carico del divieto sia proprio l'Anm, in una sorta di accordo fra gentiluomini politica- magistratura.
L'idea di un simile "coinvolgimento responsabile" dell'associazionismo giudiziario si fa rapidamente strada anche all'interno della maggioranza. "I meccanismi elettorali, le regole in sé, non saranno sufficienti a superare la crisi in cui si trova la magistratura", osserva per esempio Federico Conte, deputato che rappresenta Leu nei vertici a via Arenula.
"Serve uno scatto d'orgoglio culturale, un sussulto dei magistrati, in cui evidentemente il Capo dello Stato nutre ancora fiducia. Non può essere la politica", secondo Conte, "a normalizzare un ordine, come quello giudiziario, che costituisce tuttora un riferimento essenziale nella società. Lo si deve preservare, anche rispetto al pluralismo delle correnti, che va considerato una risorsa, non una iattura".
Conte è avvocato e parlamentare noto, certo, per il lodo sulla prescrizione da lui architettato, ma è anche formato a quella scuola politica del socialismo che a inizio anni Novanta avrebbe preferito l'autoriforma al terremoto di Mani pulite. Ed è interessante che proprio da chi perse, culturalmente, quella sfida, venga ora l'invito a lasciare che la magistratura rigeneri se stessa senza subire purghe dall'esterno.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 20 giugno 2020
La nomina del procuratore di Perugia ha reciso in due il Csm, spaccatosi sui nomi dei due principali pretendenti. Nulla di nuovo, per carità. Anzi un segnale di vitalità e di trasparenza in una stagione consiliare non proprio felice che ha visto la sostituzione di ben sei componenti dell'Organo di autogoverno (cinque togati più Fuzio, procuratore generale della Cassazione anche lui impanato nell'affaire Palamara).
Dalle cronache immediate dei lavori del Csm si colgono i segni di un dibattito vivace, alla luce del sole, in cui sono apparse evidenti le ragioni a sostegno dell'una e dell'altra candidatura. Una nomina che avrà una certa influenza all'interno della corporazione in cui da anni si dibatte della rilevanza da assegnare, in positivo o in negativo, alle esperienze "fuori ruolo" ossia ai periodi di attività svolti all'esterno delle aule di giustizia da quanti si candidano agli incarichi direttivi.
Non è facile prendere posizione su un tema particolarmente delicato come questo. Falcone era direttore generale del ministero della Giustizia quando venne ucciso, Borsellino non aveva mai dismesso la toga sino all'eccidio. Ci sono ex toghe che hanno trascorso svariati anni tra incarichi ministeriali e incarichi all'estero di nomina governativa e che pure godono di grande audience dentro e fuori dalla corporazione.
Il Procuratore della Repubblica di Palermo, di Napoli, di Firenze, di Lucca - per indicare le sedi più rilevanti - hanno occupato nel corso della propria carriera ruoli di prestigio fuori dalla magistratura. Due toghe di rilievo assoluto erano pronte ad assumere, rispettivamente nel 2014 e nel 2018, l'incarico di ministro della Giustizia e di Capo della polizia penitenziaria, destinazioni poi evaporate per ragioni solo in parte chiarite e non senza polemiche.
Difficile, quindi, pronunciare parole definitive sull'argomento, soprattutto quando la maggioranza di governo afferma di voler costruire un "muro" per separare politica e magistratura, ma poi annuncia di voler agire con riferimento al Csm - e alla possibilità che vi confluiscano componenti o ex componenti delle Camere - o alle toghe scese in politica cui andrebbe vietato di continuare a svolgere funzioni giurisdizionali. L'idea che la politica contamini l'imparzialità e l'indipendenza dei magistrati e che, invece, gli incarichi di apparato o di governo le lascino immacolate è, come dire, singolare. Il voto popolare è una fonte di legittimazione senz'altro più trasparente e costituzionalmente nobile di uno strapuntino ministeriale conquistato con aderenze e suppliche di vario genere. Soprattutto in una Costituzione che conosce il divieto di mandato imperativo e assicura al personale politico in generale guarentigie locutorie particolarmente significative (si pensi a quelle in favore dei consiglieri regionali).
Anche su questo versante, per giunta, le propalazioni recenti di chat e conversazioni rendono una cornice tristemente evocativa di prassi molto più risalenti e molto poco edificanti, costate le dimissioni di un uomo di primo piano del ministero di via Arenula. A questo si aggiunga che lo stesso Csm - con riferimento alla posizione del presidente della Regione Puglia (magistrato di grande prestigio) iscritto al Pd - aveva chiesto l'intervento della Corte costituzionale dubitando che fosse conforme alla Carta fondamentale la previsione quale illecito disciplinare dell'iscrizione dei magistrati a partiti politici nonché la loro partecipazione sistematica e continuativa all'attività di un partito (sentenza n. 170 del 2018). Una questione spinosa e complessa, quindi.
Nel voto per la Procura di Perugia che, come noto, ha la titolarità di tutte le indagini sui magistrati del Lazio e dovrà sbrogliare anche la matassa Palamara, un dato merita di essere preso in considerazione. Ieri tutti i componenti laici del Csm hanno votato in favore dell'ex presidente dell'Anac ossia si sono espressi a sostegno del candidato verso cui più consistenti erano i dubbi sollevati da parte di alcune correnti della magistratura (e non solo) le quali stigmatizzavano la sua precedente esperienza extra moenia. Indipendentemente e a prescindere, quindi, dalla matrice di quella designazione al vertice dell'Anticorruzione, l'intera compagine "politica" del Csm ha individuato nel dottor Cantone il candidato più meritevole di dirigere una Procura nevralgica come quella di Perugia.
Il voto compatto e unanime dei laici del Csm potrebbe consentire due diverse interpretazioni. Può darsi che la politica abbia inteso puntualizzare e riaffermare che esperienze diverse da quelle delle aule di giustizia non sono un turpe incesto e che non per questo profilo un magistrato può ritenersi meno meritevole di un altro. Può darsi, ancora, che il rassemblement dei laici del Csm abbia voluto rendere evidente a tutti che la nomina del Procuratore di Perugia ha connotati anche politici, connotati che sono percepiti come tali anche nel sentire comune della stessa corporazione. In fondo l'affermazione autorevole - che si sarebbe fatta nel corso del dibattimento consiliare - che il dott. Cantone sarebbe andato bene per qualunque altro incarico purché diverso da Perugia, contiene in sé il riconoscimento delle stimmate "politiche" di quell'incarico e della necessità di calibrare la scelta del procuratore secondo un asse di valutazione a geometria variabile rispetto ai canoni fissati dalla legge e dalle circolari in materia.
Quale prospettiva si scelga tra le due il risultato cambia poco: se l'opposizione al dottor Cantone derivava dal suo trascorso "politico" è evidente che nessun incarico poteva essergli assegnato in qualunque sede giudiziaria; se, invece, l'obiezione deriva dalla caratura "politica" dell'ufficio di Perugia la questione muta di poco, posto che al centro vi sono circostanze che nulla hanno a che vedere con i parametri diffusamente enunciati nel poderoso Testo unico sulla dirigenza approvato dal Csm.
Con una importante differenza, tuttavia. Il rilievo che quella di Perugia sia una sede "sensibile" e l'esplicitazione anche formale di questo punto all'interno del Csm porta argomenti non trascurabili a sostegno della tesi di un progressivo riassorbimento dell'ufficio del pubblico ministero nell'alveo delle responsabilità politiche, se non ministeriali.
Il solo aver posto al centro della discussione la caratura "politica" del candidato e/o della sede flette la scelta dei capi degli uffici inquirenti verso un terreno scosceso e irto di pericoli per l'indipendenza del pubblico ministero. Un domani, legittimamente, la politica potrebbe pretendere di scegliere essa (come accade in quasi tutte le democrazie occidentali) i responsabili dell'azione penale sottraendoli alla discrezionalità all'autogoverno. Il vaso di Pandora del recente scandalo, una volta scoperchiato, spira venti imprevisti e imprevedibili e annuncia sequenze istituzionali non del tutto controllabili.
di Angela Stella
Il Riformista, 20 giugno 2020
Dallo scandalo del Csm allo scontro Di Matteo-Bonafede, passando per l'abuso delle intercettazioni e una pessima narrazione del problema carcere. Una lunga intervista a Riccardo De Vito, Presidente di Magistratura Democratica.
Il Presidente Mattarella in un duro intervento ha parlato ieri di "grave distorsione sviluppatasi intorno ai criteri e alle decisioni di vari adempimenti nel governo autonomo della Magistratura"...
Occorre prestare la massima attenzione alle parole del Presidente. L'immagine della magistratura che affiora dalle indagini perugine è desolante. Emergono fenomeni di clientelismo e collateralismo con la politica che, per numero e varietà dei soggetti coinvolti, assumono dimensioni inquietanti. È chiaro che l'episodio più grave di questo scandalo - l'incontro all'Hotel Champagne, dove magistrati e politici indagati decidevano insieme le nomine dei dirigenti preposti ai loro processi - non è frutto del caso, ma di un humus profondo o, quanto meno, dell'incapacità dell'associazionismo giudiziario di produrre antidoti sufficienti alle prassi consociative e spartitorie. È una constatazione amara, che impone risposte ineludibili.
Esiste a suo giudizio un rimedio alle degenerazioni correntizie della magistratura?
Il velo squarciato, per così dire, mette in evidenze che l'associazionismo giudiziario, da fattore di emancipazione della magistratura dalla sua condizione di subalternità alla politica, come era negli anni Settanta, corre sempre più il rischio di trasformarsi in fattore oppressivo, rivolto a domesticare l'indipendenza interna ed esterna.
Non è ancora tutto perduto?
Utilizzo l'espressione corre il rischio perché credo che siamo ancora in tempo per cambiare il corso delle cose ed evitare regolamenti di conti che mettano la mordacchia all'indipendenza dei giudici e disallineino l'assetto della magistratura dal disegno costituzionale. Ci sono tanti colleghi che sono impegnati nella politica giudiziaria dentro i gruppi, e fuori di essi, in nome di valori e non di convenienze. Come ha detto il Presidente Mattarella la gran parte della magistratura non rispetta la 'modestia etica' uscita dalle chat. Le risposte sono ora obbligate: nessuna copertura corporativa ai fenomeni degenerativi; impegno e partecipazione nei luoghi dell'elaborazione comune, a partire dall'associazione nazionale; coerenza tra predicato e praticato.
Secondo lei come andrebbe riformato il Csm?
Non credo che sia la modifica del sistema elettorale a poter modificare le cose. Certo la magistratura è ben disposta a rivedere l'attuale legge elettorale che, costruita per spazzare via le correnti, le ha invece rese, allo stesso tempo, più forti e peggiori. Il sistema elettorale, comunque, di per sé non è in grado di impedire o di promuovere il cambiamento. Per capire come è cambiato il governo autonomo, infatti, dobbiamo guardare a cosa succede dentro la magistratura, sedotta di nuovo dal sogno verticale della carriera, della dirigenza e delle funzioni superiori. Un sogno burocratico e funzionariale, ma che incide sul corpo collettivo e fornisce le basi materiali alle derive clientelari, oltre che alle prassi di conformismo giudiziario e di soggezione interna e esterna.
E quindi cosa si fa?
L'azione di riforma, pertanto, deve andare alla radice del problema. La magistratura deve farsi carico di una decomposizione, per usare un concetto caro a Franco Cordero, del potere dei capi, per riportare la democrazia negli uffici, ricostruire l'indipendenza interna ed esterna, sdrammatizzare il problema delle nomine. A quel punto, in luogo della politica del potere, potrà ripartire la politica delle idee. Su questo Magistratura democratica si sta impegnando, non senza la dovuta autocritica, che dovrà continuare accanto al progetto.
Una questione fortemente dibattuta è quella delle intercettazioni.
Si tratta di un problema che la magistratura ha cuore, come dimostrato dalla delibera del Csm del luglio 2016, dedicata alla Ricognizione di buone prassi in materia di intercettazioni di conversazioni. Si tratta di una circolare che, nel recepire quanto scritto nelle circolari di alcune procure, aveva elaborato linee guida generali per tutelare la riservatezza delle persone (soprattutto quelle non coinvolte nella vicenda penale), proteggere i dati sensibili e contemperare tali esigenze con le garanzie difensive e con il diritto all'informazione. Alcuni passi avanti sono stati fatti, dunque, e ora occorre mettere in atto e implementare quanto previsto dalla legge delega del 2017 e dai due successivi decreti delegati, del 2017 e del 2019, a partire dalla conservazione delle registrazioni dei verbali e degli altri atti in un archivio gestito e sorvegliato dal Procuratore della Repubblica.
In queste ultime settimane abbiamo assistito, soprattutto nella trasmissione condotta da Massimo Giletti, ad una resa dei conti all'interno della magistratura. Qual è il suo parere su questo?
Credo che il magistrato sia libero di intervenire nel dibattito pubblico. Ma deve farlo a una condizione: spogliarsi del tentativo di coprire argomenti squisitamente politici con l'autorevolezza o l'autorità che deriva dalla toga ed evitare di parlare di vicende processuali in corso da lui gestite. Altrimenti il cortocircuito istituzionale è dietro l'angolo: a cosa dare credibilità? Agli atti giudiziari e istituzionali o alle suggestioni televisive? Questo discorso vale tanto più per magistrati che, oltre alla toga, ricoprono ruoli istituzionali in autogoverno. Per questo trovo pericoloso il sentiero sul quale si è incamminato il collega Di Matteo.
Ieri Di Matteo è stato audito in Commissione Antimafia. Cosa lo ha colpito del suo discorso?
Ancora una volta l'insistenza su suggestioni non verificabili e che verrebbero imposte al dibattito pubblico solo attraverso la credibilità della toga e non in forza di un articolato ragionamento sui fatti. Le detenzioni domiciliari ad esempio non sono un segnale di cedimento alla criminalità organizzata ma esprimono la forza dello Stato di Diritto.
E quale il suo giudizio su come la stampa tratta il tema giustizia?
Ho profondo rispetto per la stampa, che comunque costituisce il sale della democrazia. Nel trattare di giustizia credo cha a volte sia forte una tentazione inquisitoria: si parte da una tesi, e si cercano argomenti per confermarla. Un certo giornalismo per tesi, nemico del giornalismo d'inchiesta, ha preso piede su più argomenti. L'informazione sul carcere, in questo senso, è spesso significativa. A partire dall'uso delle parole: il ritardato rientro dal permesso viene definito evasione; la detenzione domiciliare umanitaria viene definita scarcerazione. Mi rendo conto, però, che spesso la stampa racconta un linguaggio parlato da altri, in primo luogo da autorevoli esponenti della magistratura, le cui dichiarazioni lasciano a volte esterrefatti. Con l'aria che tira è difficile pensare ad una seria riforma del carcere.
Ma lei sarebbe d'accordo ad un provvedimento strutturale di amnistia e indulto?
Sono d'accordo con le conclusioni di un convegno promosso dalla Società della Ragione, nel 2018 e che ora trovano spazio nel disegno di legge costituzionale n. 2456, a prima firma dell'on. Magi. In sintesi, direi che ora l'obiettivo principale è quello di ridare agibilità costituzionale e praticabilità politica agli istituti clemenziali, agendo su più fronti: stretta correlazione di tali istituti con i principi costituzionali di finalismo rieducativo e umanità della pena, con scomparsa dall'atlante delle clemenze di tutti quei provvedimenti che non siano collegati a situazioni straordinarie (vedi Covid) o a ragioni eccezionali (vedi riforme di sistema del processo o del diritto penale); massima pubblicità della discussione parlamentare e garanzia del controllo di costituzionalità sui presupposti. A queste condizioni, ben venga la riduzione del quorum di approvazione dai due terzi alla maggioranza assoluta delle assemblee parlamentari. Occorre portare alla luce le discussioni su questo tema. Se la politica si assumesse le proprie responsabilità non avrebbe bisogno di costruire la categoria del tutto fasulla dei giudici scarceratori.
Il Procuratore Gratteri in una in aperte e la promiscuità praticata negli istituti".
Vorrei prima di tutto evidenziare cosa c'è stato e cosa c'è dopo e davanti le rivolte in carcere: quattordici morti tra le persone detenute, le cui identità e storie personali sono state oscurate, ridotte a mera contabilità. Su questi fatti, i più gravi della storia del carcere nel nostro Paese, è calato il silenzio delle istituzioni, della politica e dei giornali. Nessuno ne ha chiesto conto alle istituzioni, fatta eccezione per la stampa militante e per pochi altri soggetti, tra cui credo sia importante ricordare i garanti, nazionali e territoriali. La critica pubblica, al contrario, è stata convogliata sulle detenzioni per ragioni di salute (vero nome di quelle che, con inaccettabile semplificazione, vengono chiamate scarcerazioni) e sulla circolare relativa alla segnalazione di detenuti con patologie tali da renderli più vulnerabili in caso di contagio da Sars-Cov-2.
Quali le conseguenze?
Il risultato di questa operazione, da un punto di vista simbolico, è chiaro e grave: il disumano, la morte in carcere, viene ridotto a normalità, a un rischio collaterale accettabile, di cui nessuno è tenuto a rispondere; l'umano - inteso anche come principio giuridico stringente, visto che di senso di umanità parla l'art. 27 della Costituzione -, viceversa, assume i contorni dell'illegittimità. Un mondo capovolto, dunque, rispetto a quello disegnato dalla Costituzione e dall'ordinamento penitenziario.
Tornando alle rivolte?
Tra le varie cause delle rivolte - difetto di comunicazione sui colloqui telematici con i familiari, impreparazione del penitenziario a difendersi dal virus - non mi sento di annoverare il regime di celle aperte. L'esperienza quotidiana mi porta anzi a constatare che laddove ci sono sorveglianza dinamica, celle aperte e presa in carico trattamentale gli episodi disciplinari e violenti diminuiscono in maniera sostanziosa. Questo vale soprattutto per i circuiti di Alta Sicurezza, dove il problema della pericolosità sociale è soprattutto rivolto all'esterno, ma non all'interno del carcere. Dunque mettere in correlazione le rivolte e il tasso di provvedimenti disciplinari con i regimi aperti mi sembra un'operazione non sorretta da basi empiriche sufficienti. Sicuramente è un'operazione che ha un obiettivo: rendere il carcere meno trattamentale e responsabilizzante e più custodiale e duro. Una scommessa pericolosa per tutti, in primo luogo per la sicurezza collettiva
di Davide Varì
Il Dubbio, 20 giugno 2020
Il magistrato critica la scarcerazione di Carminati: "I cittadini non capiscono". Ma derogare ai diritti di uno significa mettere a rischio l'intero Stato di Diritto. Del "populismo giudiziario" mancava il manifesto, la struttura ideologica che fosse in grado di giustificarlo e sostenerlo nei salotti buoni della giustizia italiana.
Ha rimediato a questa mancanza il magistrato Sebastiano Ardita il quale, parlando della scarcerazione di Massimo Carminati, ha dichiarato quanto segue: "I cittadini non capiranno la circostanza che un personaggio ritenuto pericoloso venga scarcerato per motivi di forma: questo è incomprensibile per i cittadini". Poi Ardita ha spiegato che sulle norme dell'esecuzione penale "oggi c'è un testo in cui non si capisce più nulla: occorre una riforma per rendere più semplice il sistema penale".
In effetti in questi giorni una parte della politica e della magistratura hanno espresso il proprio sconcerto per la scarcerazione di Massimo Carminati, uscito di carcere dopo 5 anni di carcere duro perché sono scaduti i termini di custodia cautelare (scattati il 30 novembre del 2014) e per aver scontato i due terzi del reato più grave (la corruzione, essendo caduta l'aggravante mafiosa). Insomma, chi si indigna per la sua scarcerazione chiede una deroga dei diritti. Ma ogni volta che si deroga a un diritto, fossero anche quelli dell'uomo nero, si indebolisce lo stato di diritto e si minano i principi della nostra civiltà giuridica.
Fatto sta che ora il populismo giudiziario, quello che segue gli umori della "gente" piuttosto che la Costituzione e il codice penale, ha ufficialmente il suo manifesto. D'altra parte sono anni che un pezzo di magistratura - un pezzo minoritario ma assai forte mediaticamente - teorizza la necessità di una giustizia più vicina alla pancia dei cittadini piuttosto che alla nostra Carta.
Basti pensare al Davigo pensiero: "Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti", ama ripetere l'ex pm del pool nelle sue numerose e solitarie comparsate televisive. Oggi ci ha pensato il dottor Ardita (già noto per il suo indispensabile libro scritto a quattro mani con Davigo: "Giustizialisti. Così la politica lega le mani alla magistratura") - a rilanciare il messaggio. Peraltro poche ore dopo il drammatico appello del capo dello Stato, Sergio Mattarella il quale ha giustamente ricordato alle toghe che la fedeltà alla Costituzione "è l'unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato. L'unica fedeltà alla quale attenersi e sentirsi vincolati". Tutto il resto, gentile dottor Ardita, è semplicemente anticostituzionale.
di Luciano Violante
La Repubblica, 20 giugno 2020
Il Csm deve recuperare la credibilità ferita. Una rigorosa riforma è l'unica soluzione adeguata alle difficoltà; non intervenire mette a rischio la credibilità dell'intera magistratura. L'attuale assetto è anacronistico perché rispecchia la collocazione istituzionale e sociale della magistratura degli anni Cinquanta, quando fu approvata la legge istitutiva.
Quella magistratura era un corpo di funzionari pubblici con basse retribuzioni, forti controlli interni e altrettanto forti vincoli esterni; aveva come etica professionale la separazione dal mondo. Il Csm fu costituito da una legge de11958 come organo di alta amministrazione di questo corpo di funzionari. Nel corso dei decenni le cose sono radicalmente cambiate.
La magistratura si è progressivamente liberata da controlli e da vincoli; esercita forti poteri di intervento autonomo nella società, nell'economia e nella vita dei cittadini; è diventata in via di fatto una componente essenziale del sistema di governo del Paese. I partiti le hanno ceduto porzioni crescenti di potere, a volte spogliandosi delle proprie prerogative costituzionali. Tutto ciò che avviene nel Paese è sindacabile dalla magistratura, tanto che si è arrivati alle clausole di esenzione da responsabilità penale, ieri per l'Ilva, oggi per il Covid.
È cambiato conseguentemente il quadro di riferimento dei magistrati: il Comitato direttivo dell'Anm è il loro Parlamento, il Csm e il loro governo e le correnti sono i loro partiti. Erano associazioni di idee, sono diventate centri di potere. Oggi costituiscono corpi intermedi tra Csm e magistratura, scelgono i candidati, organizzano il consenso, intervengono nelle trattative con i partiti per la designazione del vicepresidente del Csm e a volte, come emerge dalla vicenda Palamara, anche per i più importanti incarichi direttivi.
Il Csm si è anch'esso trasformato in via di fatto, spesso andando oltre le proprie funzioni e assumendo anche compiti para-legislativi e di indirizzo. Si rischia la deriva, perciò è necessario intervenire. La riforma deve definire un organo costituzionale con competenze, funzioni e finalità stabilite con chiarezza. Deve restare intatto il rapporto tra togati, due terzi, e i laici, un terzo. E non dev'essere minimamente incrinata l'indipendenza.
Ma tutto il resto va cambiato. Per ragioni di brevità mi soffermo su quattro punti che mi sembrano essenziali. Attribuire al capo dello Stato la nomina del vicepresidente del Csm, al di fuori dei membri eletti dal Parlamento e dai magistrati. Portare a sei gli anni di durata dell'incarico al Csm; solo nella prima consigliatura, dopo quattro anni, sorteggiare la metà dei membri, che decadono e vengono sostituiti da nuovi eletti, di modo che ci sia una rotazione dei giudici e non dell'intero Csm, come avviene per la Corte Costituzionale.
Separare le funzioni di governo interno che restano al Csm da quelle disciplinari, che dovrebbero spettare a un'Alta Corte competente per gli illeciti disciplinari di tutte le magistrature, ordinaria, amministrativa, contabile, tributaria e militare. Attribuire all'Alta Corte anche la funzione di giudice sul ricorso contro i provvedimenti del Csm e degli organi di governo interno di tutte le altre magistrature. Ciascuna di queste proposte, naturalmente, è criticabile e correggibile. Ma bisogna essere consapevoli che siamo di fronte a problemi di libertà e di equilibrio costituzionale.
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2020
Si è spenta la Giustizia. Ne danno il triste annuncio gli Avvocati d'Italia. Si svolgeranno martedì 23 giugno alle 11:00 in piazza Cavour a Roma i funerali della Giustizia italiana, delegittimata, paralizzata, indifesa.
La manifestazione di protesta, organizzata dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma, vedrà la partecipazione del Coordinatore dell'Organismo Congressuale Forense Giovanni Malinconico e di decine di Avvocati dal distretto della Capitale in rappresentanza dei colleghi di tutta Italia, e vuole per l'ennesima volta rendere chiara e manifesta la sensazione di profondo disagio della classe forense davanti all'inerzia di un Governo che, pure più volte sollecitato, ha completamente trascurato non solo le esigenze degli operatori della Giustizia, ma i diritti di milioni di cittadini, negati quotidianamente nelle aule di tribunale del nostro Paese.
La fase 3, dopo l'emergenza Covid, ha visto ripartire quasi tutte le attività economiche e produttive d'Italia, perfino il calcio. Non così per la Giustizia, che quotidianamente si confronta con udienze rinviate, processi a distanza farraginosi, udienze in presenza distillate con il contagocce.
"Gli Avvocati italiani scendono in piazza il 23 giugno per protestare contro la mancata ripresa dell'attività giudiziaria, avvenuta finora solo sulla carta, lasciando tuttora vigente la miriade di "linee guida" e "protocolli" dettati dai Capi degli Uffici giudiziari - si legge nella nota che presenta l'evento - La promessa ripartenza del 1 luglio si colloca a ridosso dell'inizio del periodo utile per le ferie dei Magistrati di metà luglio, in gran parte già programmate, richieste ed ottenute".
"Gli Avvocati da tempo chiedono un piano straordinario per la messa in sicurezza degli edifici giudiziari al fine della ripresa delle udienze a pieno regime - spiega il Coordinatore dell'Organismo Congressuale Forense Giovanni Malinconico - ma finora tutti gli appelli sono caduti nel vuoto".
"Abbiamo visto gli Avvocati restituire le toghe - commenta il Presidente del Coa di Roma Antonino Galletti - li abbiamo visti deporre i codici sulle scale della Cassazione, abbiamo pesato otto chili di linee guida diverse in una giungla normativa senza precedenti. Ora non ci resta che mostrare ai cittadini dove ci ha condotti questa incredibile inerzia del Governo, evidentemente incapace di affrontare di petto la situazione: al funerale della Giustizia che ci accingiamo a celebrare in piazza a Roma ".
Fra le richieste puntualmente ignorate dell'Avvocatura si ricordano: la fissazione di modalità di svolgimento delle attività giudiziarie disposte in modo uniforme su tutto il territorio nazionale; l'immediata copertura delle piante organiche dei magistrati e del personale di cancelleria; la dotazione di adeguati strumenti informatici, di linee a banda larga e di personale tecnico di supporto per gli uffici giudiziari, per lo svolgimento in sicurezza delle attività da remoto. Infine l'aumento del fondo di dotazione del patrocinio a spese dello Stato per la difesa degli strati deboli della nostra società".
"A Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede, entrambi avvocati - conclude la nota - ricordiamo il mondo dal quale essi provengono e il disagio dei loro colleghi nel vedere un servizio essenziale quale la Giustizia relegato in fondo all'elenco delle priorità dell'esecutivo, perfino dopo il calcio. Con l'amara considerazione che chi abusa non tanto di panem quanto di circences, non è destinato a governare a lungo".
di Arturo Diaconale
L'Opinione, 20 giugno 2020
È finalmente arrivata la tanto attesa e sollecitata strigliata del Presidente della Repubblica alla magistratura per le tristi e mortificanti vicende che ne hanno incrinato la credibilità agli occhi dell'opinione pubblica.
Sarebbe tuttavia un errore dare per scontato che alla severa critica possa seguire in tempi brevi o lo scioglimento del Consiglio superiore della magistratura, che il Capo dello Stato non può effettuare o quella riforma dell'organo di autogoverno della magistratura che da anni da più parti si invoca non certo al fine di piegare la schiena dei giudici e dei pubblici ministeri e per sottoporli al potere della politica ma, al contrario, per affrancarli dai condizionamenti che proprio il potere politico indipendentemente dal colore esercita sulla loro categoria e sull'esercizio della giurisdizione riducendone sempre di più l'affidabilità agli occhi dei cittadini.
Il Presidente della Repubblica ha lanciato il sasso in piccionaia. Ora, però, spetta al Governo ed al Parlamento dare una prospettiva ed uno sbocco concreto alla reprimenda quirinalizia approntando una riforma che consenta di riappropriarsi dell'onore perduto alle toghe condizionate dalla politica e agli italiani di riacquistare fiducia nei confronti dei singoli magistrati e dell'intero Stato.
Nessuno si illuda che la riforma della giustizia possa essere una impresa semplice e di breve durata. Non perché se ne parla da decenni e non si riesce mai a realizzarla concretamente. Ma perché i nodi da sciogliere non riguardano solo il sistema di elezione e di gestione interna del Consiglio superiore della magistratura e la necessità di trovare un punto di equilibrio tra il diritto costituzionale dei magistrati di poter esprimere liberamente le proprie idee organizzandosi in correnti e quello degli italiani di avere giudici capaci di giudicarli senza pregiudizi politici di sorta. Accanto a simili questioni di fondo permangono i nodi legati alla metamorfosi e agli sviluppi di una società che dai tempi di Montesquieu ad oggi ha subito cambiamenti inimmaginabili. A cominciare dalla contiguità sciagurata tra i tre poteri tradizionali dello Stato di diritto ed il potere mediatico, a cui si è consegnato il potere di esercitare una torsione, un condizionamento e di subornare i primi tre, trasformando il magistrato in un protagonista della scena pubblica del Paese. Con tutti i rischi e le conseguenze che una tale sovraesposizione di visibilità e popolarità comporta.
Certo, è impossibile che una qualsiasi riforma possa modificare i caratteri, le personalità e le ambizioni di chi dedica la propria esistenza all'applicazione della legge. Ma uno sforzo in questa direzione dovrebbe essere compiuto.
Per evitare che alla lunga nell'opinione pubblica italiana si ingeneri la convinzione che quella dei magistrati debba essere considerata una casta di pericolosi disturbati da eccesso di fama, popolarità e visibilità costretti a recitare sempre e comunque la parte di stelle del firmamento mediatico del Paese. Spezzare il connubio che si crea tra media e magistratura non è impossibile. È solo un problema di fissare e graduare le responsabilità degli uni e degli altri liberandoli dalla schiavitù di essere condannati ad alimentare le proprie ambizioni proteggendosi e sostenendosi a vicenda.
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