di Francesco Semprini
La Stampa, 14 giugno 2020
Il ventisettenne Brooks fermato durante un controllo. Ruba il taser e la polizia gli spara mentre sta fuggendo. Il fermo, la colluttazione e i colpi di pistola. Un copione visto e rivisto, preludio dell'ennesima uccisione di un afroamericano da parte della polizia americana e delle conseguenti proteste che divampano di nuovo in un Paese infiammato da 14 giorni di manifestazioni per l'uccisione di George Floyd, il cittadino nero morto in seguito al violento arresto avvenuto alcune settimane fa a Minneapolis. Nel mezzo altri episodi, ma quello avvenuto nella notte tra venerdì e sabato ad Atlanta, in Georgia, è stato fatale. Alle 22.30 locali, la polizia interviene sulla segnalazione di un sospetto fermo all'interno di un veicolo in prossimità dello sportello di consegne di un fast food Wendy's. "La vettura ostruiva il passaggio", dicono gli inquirenti.
L'uomo è Rayshard Brooks, 27 anni, afroamericano. Viene sottoposto al test per l'alcol, risulta positivo, scatta l'arresto. Nasce una colluttazione, gli agenti usano il taser, "ma non sortisce effetti", spiega il vice capo Timothy Peek, del Atlanta Police Department. Anzi è Brooks a strappare una delle pistole a scariche elettriche per usarlo, a quel punto un altro poliziotto spara tre colpi di pistola. A nulla è valso il trasporto in ospedale e l'intervento, Brooks muore poco dopo. Il Georgia Bureau of Investigation ha sospeso gli agenti in attesa che l'inchiesta faccia luce. Nel frattempo si diffondono i video di alcuni testimoni e sul luogo dell'incidente si radunano decine di persone per chiedere giustizia.
Proteste che si allargano al Canada dopo l'episodio di Fort McMurray, in Alberta, dove ad essere coinvolto è un nativo, Allan Adam, capo della comunità di Athabasca Chipewyan. La vicenda risale al 10 marzo ma il video, ripreso da una telecamera della polizia, è stato reso pubblico due giorni fa. Nel filmato di dodici minuti l'uomo viene preso a calci e pugni da un agente per una targa scaduta. Il premier Justin Trudeau definisce la vicenda "scioccante" e chiede che sia aperta "un'indagine indipendente": "Sappiamo che non si tratta di un episodio isolato, molti canadesi neri o indigeni non si sentono al sicuro con la polizia. È inaccettabile, dobbiamo cambiare le cose".
Episodi che alimentano un clima già rovente. Un uomo bianco di 63 anni è stato arrestato in North Carolina per aver minacciato di dare fuoco a una chiesa frequentata da afroamericani in Virginia: rischia ora fino a 10 anni di carcere. Il presidente, nel frattempo, ha dovuto posticipare di 24 ore, al 20 giugno, il comizio di Tulsa in Oklahoma per la coincidenza con l'anniversario per l'abolizione della schiavitù negli Usa. Ieri si è recato ieri a West Point per la cerimonia di laurea dei cadetti. "Domani è il compleanno dell'esercito e anche il mio. Sarà un caso?", ha detto davanti ai giovani ufficiali. Per il comandante in capo è stata l'occasione per ricucire i rapporti con i militari, dopo lo strappo consumato nei giorni scorsi con alcuni generali che non gli perdonano il pugno di ferro in risposta alle proteste.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 14 giugno 2020
Ci sono vite per cui nessuno si inginocchia. I migranti che affogano in mare, i palestinesi uccisi da Israele, i curdi massacrati da Erdogan. Eppure stanno sotto casa nostra. Ma non ci inginocchiamo neppure per Giulio Regeni, anzi vendiamo armi al dittatore egiziano Al Sisi che il nostro governo definisce persino un "alleato". Una solenne stupidaggine, sottolineava ieri Tommaso Di Francesco su il manifesto, eppure questo premier non dovrebbe rischiare di apparire a cavallo ma con una doppia sella.
Qui parliamo di stragi, di diritti negati, di terra rubata, di vite senza futuro. Iyad Hallaq, giovane autistico palestinese, la scorsa settimana è stato ucciso a bruciapelo a Gerusalemme: per gli arabi è la "normalità", oltre 130, ci informa Nena News, sono stati uccisi così nel 2019. Nessuno dei responsabili è stato mai punito.
Il premier canadese Justin Trudeau, che si era platealmente inginocchiato in tv per George Floyd, ora spalanca gli occhioni stupito davanti a un video del marzo scorso in cui i "suoi" poliziotti riempiono di botte un leader delle proteste dei nativi americani. Ma dove pensa di vivere il bel Trudeau? La lista è lunga, l'ipocrisia dilagante. Non è il momento per parlare di palestinesi, curdi, migranti africani e nemmeno di Regeni: sui media questo va di moda adesso, quindi se apri la tv, improvvisamente, vedi qualcuno, magari un potente, che si inginocchia.
Mai che questi li ho visti dire una parola per i palestinesi o i curdi. Forse un giorno arriverà una fuggevole genuflessione. Abbiamo lo schiavismo davanti a noi e nessuno fa nulla: 53 morti tra donne e bambini nel peschereccio di migranti affondato il 4 giugno nelle acque tunisine. Nessuno che per loro si inginocchi né qui né negli Usa, che da decenni conducono guerre devastanti, mettono sanzioni, stritolano intere popolazioni e provocano milioni di morti e di profughi.
Non è certo un male inginocchiarsi per un'altra causa - tutto il mondo ci riguarda - a patto che non diventi una sorta di moda (quante ne abbiamo viste) o peggio ancora un alibi che ci impedisce di vedere e di fare qualcosa per quanto accade a casa nostra. Oggi vorrebbero vietare alle Ong di salvare la gente in mare: è urgente ma non se ne occupa nessuno.
Per i curdi del Rojava massacrati da Erdogan l'anno scorso ci fu una certa mobilitazione, a parole: proseguiamo a vendere armi alla Turchia, così come all'Egitto del generale Al Sisi i cui sgherri hanno massacrato Regeni e che dopo quattro anni non ha neppure imbastito un processo. Manco siamo capaci di ottenere giustizia per un nostro studente torturato e ucciso e in tv facciamo pure quelli solidali con la causa afro-americana? Diffiderei della solidarietà di un popolo come il nostro.
Tutto questo mentre il premier israeliano Netanyahu ribadiva l'intenzione di annettere la Valle del Giordano, cioè di prendersi altra terra ai palestinesi. Che verranno ridotti a vivere in bantustan, territori frammentati non collegati tra loro e senza diritto di cittadinanza: si chiama apartheid e nessuno di quelli che si inginocchiano adesso dice mai una parola in proposito.
Per fortuna la coalizione Black Lives Matter se ne è accorta e nella sua piattaforma prende di mira l'aiuto militare Usa a Israele che sta "perpetrando un genocidio e un apartheid" ed esprime sostegno alla campagna Bds, (Boicottaggio, Sanzioni e Disinvestimento) verso lo stato responsabile dell'occupazione illegale della Palestina. Quelli che si inginocchiano in tv lo sanno, oppure hanno avuto notizia della fresca sentenza della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo?
Dice che le campagne a favore del boicottaggio dell'economia israeliana non costituiscono una manifestazione di antisemitismo ma rientrano nel legittimo esercizio della libertà di espressione. In tanti fanno finta di niente. Come ci spiegava due giorni fa Michele Giorgio, la Germania, il paese europeo più potente, che vanta relazioni speciali con Israele e primo luglio assumerà la presidenza mensile del Consiglio di sicurezza Onu e quella semestrale Ue, farà di tutto per scongiurare sanzioni contro lo stato ebraico per l'annessione "a pezzi" della Cisgiordania.
E allora inginocchiamoci tutti contriti e solidali: anche nella lotta al razzismo il doppio standard è salvo.
laprovinciakr.it, 14 giugno 2020
"Urge l'avvio dei lavori di pubblica utilità per i detenuti di Crotone: un appuntamento non procrastinabile". È quanto chiede in una nota il Garante comunale detenuti di Crotone, Federico Ferraro. "In seguito alle reiterate richieste di informazioni - scrive -, da parte dei detenuti e dei loro familiari, per l'avvio dei cosiddetti lavori di pubblica utilità, ex art 21 Ordinamento penitenziario, si rende necessario un appello alle istituzioni regionali e locali per la realizzazione del servizio, oramai non più procrastinabile per i detenuti della realtà geografica crotonese".
"Tale attività, prevista dalla normativa vigente - spiega l'avvocato Ferraro - consentirebbe, non solo un importante impiego di risorse umane per le attività socialmente utili (pulizia di aree e spazi pubblici, giardini e verde pubblico, interventi sul manto stradale, riordino degli archivi presso enti od uffici pubblici, etc.) attività ritenute fondamentali per detenuti ed ex detenuti od internati, al fine di acquisire abilità lavorative indispensabili per un concreto reinserimento socio lavorativo. A tal proposito la legge prevede infatti che "possono essere ammessi al lavoro all'esterno del carcere i condannati, internati ed imputati sin dall'inizio della detenzione per svolgere attività lavorativa"; ancora possono "prestare attività a titolo volontario e gratuito in progetti di pubblica utilità in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le comunità montane, le unioni di comuni, le aziende sanitarie locali, o presso enti o organizzazioni, anche internazionali, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato"; infine è previsto che si possa "prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito a sostegno delle vittime dei reati da loro commessi, comma 4-ter introdotte dalla legge n.94 del 9 agosto 2013 convertito nella legge n. 94/2014".
Come noto, il lavoro di pubblica utilità ha natura di sanzione sostitutiva e, recentemente sono stati sottoscritti alcuni protocolli tra il ministero della Giustizia, l'Anci e alcuni Tribunali di sorveglianza per favorire l'applicazione dell'art.21 come sopra".
"Più in generale - sottolinea il garante - è bene ricordare che, in riferimento al diritto al lavoro per condannati od internati, l'art. 15 dell'Ordinamento penitenziario, legge 26 luglio 1975 n. 354, individua proprio il lavoro come elemento di grande rilievo per un trattamento rieducativo disponendo che, eccettuati casi di impossibilità, al condannato e all'internato deve essere assicurata un'occupazione lavorativa. Dallo scorso luglio l'Ufficio del Garante comunale dei detenuti, di concerto con la Casa circondariale, è stato avviato un tavolo istituzionale aperto al reinserimento socio-lavorativo dei detenuti; ad oggi nessuna iniziativa o proposta ha ottenuto riscontro concreto per cui nessun detenuto a Crotone ha potuto svolgere lavori di utilità sociale o altri tipi di lavori esterni".
"Per quanto premesso - entra nel merito la nota - il Garante comunale dei diritti dei detenuti che di Crotone sollecita la presidente della Regione Calabria, Jole Santelli, le Istituzioni locali tutte e le realtà associative operanti sul nostro territorio a sostegno delle fasce deboli, a calendarizzare un incontro per avviare al più presto, anche per la città di Crotone, un piano di lavori di pubblica utilità. Solo così ci sarà una prima risposta istituzionale capace di attuare un reinserimento vero ed effettivo, per detenuti ed ex detenuti crotonesi. Tale intervento è reso oggigiorno ancora più urgente dalla situazione sociale ed economica, dagli effetti negativi prodotti dalla pandemia ancora in corso", conclude il garante.
di Francesca Caferri
La Repubblica, 14 giugno 2020
La paralisi generata dal Covid19 porta sull'orlo dell'abisso il già fragilissimo Libano. Per il terzo giorno di seguito ieri migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la crisi economica e l'inazione del governo: lo stallo si protrae da mesi ma è stato esacerbato dal lockdown e dal conseguente blocco di tutte le attività.
Mentre venerdì le manifestazioni erano state violente, con incendi nelle strade, banche prese d'assalto e numerosi scontri fra polizia e manifestanti, ieri la protesta è stata per lo più pacifica: ma non per questo meno pericolosa per il futuro di questo Paese che, a detta degli analisti, sta vivendo la crisi peggiore dalla fine della guerra civile nel 1990.
A monte della rabbia, c'è la drammatica situazione economica, esemplificata dal declino della valuta locale: la lira libanese, che per due decenni è rimasta ancorata al dollaro con un cambio fissato a 1.500 lire per biglietto verde, ha perso il 70% del valore in pochi mesi, con un'accelerazione rapidissima negli ultimi giorni. Venerdì il cambio era arrivato a 6000 lire per dollaro: ieri il discorso con cui il primo ministro Hassan Diab ha cercato di calmare la folla lo ha riportato intorno a 4000, ma questo non basta a un Paese in cui la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, una persona su tre è disoccupata e anche chi lavora - essendo pagato in valuta locale - ha visto il suo tenore di vita precipitare in pochi mesi.
"No al governo della spartizione, sì a un governo a interim con poteri eccezionali", si leggeva sugli appelli alla mobilitazione lanciati nei giorni scorsi sui social network: ma al di là della frustrazione per la situazione e per la paralisi del governo è difficile anche i manifestanti individuare chi possa portare il Libano fuori dalla crisi.
Venerdì in piazza si sono viste bruciare le immagini di Hassan Nasrallah, leader degli sciiti di Hezbollah, che sostengono Diab: nei mesi scorsi la stessa fine avevano fatto quelle di Saad Hariri, sunnita, che guidava il precedente esecutivo. "Gli eventi di ottobre e i mesi che ne sono seguiti hanno inferto un colpo durissimo alla legittimità già minima delle elites politiche libanesi - scriveva nei giorni scorsi in un report l'Intemational Crisis Group - non hanno colto la profondità della crisi che in modo tardivo, pensando di poter cavalcare la tempesta con discorsi retorici e promettendo riforme.
I partiti libanesi sono così concentrati sul tentativo di mantenere fette di potere che non sono stati in grado di vedere che le fondamenta del potere politico stavano precipitando. Anche se i segni della crisi erano evidenti ben prima di ottobre, hanno impiegato sei mesi dopo l'inizio delle proteste per dar vita a un piano che traghetti il Libano fuori dalla calamità".
Un piano che dovrebbe passare per un prestito del Fondo monetario internazionale ma che resta lontano dal diventare realtà. Così lontano che dietro le quinte le agenzie Onu stanno preparando piani di emergenza per sfamare i libanesi e il milione e mezzo di profughi siriani da anni in Libano. A complicare il quadro c'è poi proprio la Siria: venerdì a Tripoli i manifestanti hanno bloccato camion di aiuti per Paese in guerra al grido di "i libanesi ne hanno più bisogno".
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 13 giugno 2020
C'è la logica evangelica alla base degli atti di clemenza, quella della parabola del figliol prodigo. Ma la clemenza legislativa ha smarrito da tempo questa sua origine. E il Parlamento l'ha resa impraticabile per rispondere alla sete di giustizialismo.
di Marco Lillo e Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2020
"Rischiavano di uscire detenuti pericolosi". Continua l'indagine della Commissione antimafia sulle scarcerazioni durante l'emergenza coronavirus. Palazzo San Macuto vuole capire come è nata quella nota del Dap e se ha avuto come fine proprio la concessione dei domiciliari ai detenuti pericolosi.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 13 giugno 2020
Giovanni Maria Flick, giurista di discendenza italo-tedesca e formazione gesuita a Torino, ha fatto il magistrato al tribunale di Roma e insegnato come ordinario Diritto Penale alla Luiss. È stato chiamato da Romano Prodi nel 1996 come Ministro di grazia e giustizia nell'esperienza del primo governo centrosinistra della Seconda repubblica. Una stagione di riforme alle quali darà il suo contributo: a sua firma una serie di pacchetti-leggi, come allora si chiamavano, tra cui l'istituzione di un singolo giudice per i reati di entità minore che prima richiedevano l'impiego di tre magistrati e la chiusura di due penitenziari, non più utilizzabili. È stato il trentaduesimo Presidente della Corte Costituzionale. Ha avuto tre infarti ma sulle grandi scelte di campo del diritto è subito pronto ad alzare la voce.
Che anni erano quelli del suo Ministero, per la giustizia, rispetto a oggi?
Una esperienza estremamente stimolante nella quale ho però incontrato tante difficoltà. E la prima di queste fu l'atteggiamento non collaborativo da parte delle correnti della magistratura, che fu ostile a tutte le iniziative messe in atto per riorganizzarla. Il mio obiettivo principale era allora quello di non fare piccole riforme, ma riformarla globalmente.
Ma le resistenze furono tante.
Molte. Ho avuto poi da parte dei magistrati, andandomene, sentori di rimpianto. Ho fatto quel che potevo, per affrontare un tema mai toccato prima come quello della riorganizzazione del sistema giudiziario, cercando di coniugare efficienza e salvaguardia dei valori fondamentali in modo da avere un risultato ragionevolmente soddisfacente.
Il Csm dei suoi anni com'era?
Avevo un ottimo rapporto con il Csm che era allora presieduto da Capotosti. Quel rapporto ottimo è poi è proseguito quando ci siamo trovati con lui in Corte costituzionale.
Che effetto le fa leggere oggi delle intercettazioni?
Un gran senso di pena. Perplessità rispetto all'incredibile tonfo che la magistratura ha fatto nella fiducia presso l'opinione pubblica. Magistratura da un lato dilaniata da faide interne tra le correnti e dall'altro quasi sempre sopra le righe, almeno una parte di essa, nel rapporto con la politica e nella gestione del proprio lavoro.
Non c'erano le avvisaglie di quello che sarebbe poi successo?
Direi di no. Anche se la situazione allora non era molto allegra, la magistratura aveva la sua indipendenza, la sua autonomia, il suo spazio di sovranità. Non che andasse tutto bene, intendiamoci. Ma c'era una cultura della costruzione del sistema che oggi non vedo più. C'era la sensazione che si stesse andando avanti verso il futuro. Oggi non c'è più molto ottimismo.
Com'è cambiato il pianeta carcere?
La situazione carceri era molto problematica ma c'era l'idea che il carcere andava affrontato nel quadro di un disegno più ampio, in cui era importante il recupero della posizione del detenuto, in ossequio all'art. 27 della Costituzione. Erano state introdotte da non molto le misure alternative e ci si contava molto: non semplicemente per sfollare il carcere ma nella prospettiva del trattamento e della rieducazione del detenuto. Non c'era un sovraffollamento cronico come quello che si sta verificando adesso. Era forse meno difficile la situazione, e non c'era lo strapotere della criminalità organizzata e forse c'era una maggior attenzione dell'opinione pubblica rispetto alle degenerazioni. Attenzione che si è poi allentata.
Com'era la gestione del Ministero, degli uffici e del Dap?
Io ho cambiato tutti i direttori generali e in particolare, malgrado le difficoltà del clima correntizio, c'era un'aria nuova; sto pensando al futuro presidente della Cassazione, Ernesto Lupo. E sto pensando a Giorgio Lattanzi, futuro presidente della Corte Costituzionale. E sto pensando soprattutto a Sandro Margara, direttore degli affari penitenziari. Perfino i detenuti lo rispettavano. E quando sono stato mandato a casa con il governo Prodi, è stato mandato a casa anche Margara che con grande umiltà è tornato a fare il giudice di sorveglianza a Firenze. Ha dato tantissimo al sistema della giustizia in Italia. Eppure quando è morto, nel congedo da lui, eravamo in quattro gatti. E il Ministero in particolare brillò per assenza. Ci sono servitori dello Stato che finiscono dimenticati.
Amnistia e indulto possono essere soluzioni?
Personalmente sono convinto che non servano. Sono misure-tampone, non affrontano strutturalmente i problemi ma solo i profili di emergenza. Non è quello il sistema per risolvere il sovraffollamento. Ma questo apre la via a un altro tipo di riflessione: ai miei tempi la pena doveva essere l'extrema ratio. Oggi è la prassi. Mettere in carcere le persone o minacciare di mettercele è diventata la prassi, una regola normale soprattutto nei confronti di certe forme di diversità che danno fastidio alla società: i migranti irregolari e i tossicodipendenti ad esempio.
Qui c'è un fatto di civiltà giuridica. E forse anche solo di civiltà e basta.
Allora in via Arenula si era cominciato a capire l'importanza di una statistica a spanne nella quale si sottolineava la necessità di tener conto del tasso di recidiva di chi ritorna in carcere: il 70% circa, contro il 30% di chi sconta la pena con gli arresti domiciliari. Esiste oggi una enfatizzazione progressiva che ha portato alle premesse per una sorta di diritto penale del diverso, l'anticamera del diritto penale del nemico. Deformazioni del trattamento particolare, 41bis, norme sul carcere duro, divieto di pene alternative per chi non collabora con le autorità giudiziarie... Problemi sociali molto diversi, ma gestire tutto al medesimo modo mi sembra sbagliato dal punto di vista concettuale.
Siamo in una fase in cui si afferma la cultura del sospetto, il non dover aspettare la sentenza...
Una fase che mi trova totalmente in disaccordo. Totalmente, alla luce del principio della presunzione costituzionale di non colpevolezza sino alla sentenza definitiva. Temo che alcuni valori costituzionali estremamente importanti ed in equilibro tra loro, vengano sacrificati a favore di altri. Penso ad esempio al rapporto tra salute e sicurezza: si finisce, in un modo o nell'altro, per far prevalere le esigenze della sicurezza a discapito della salute.
Vede una deriva nell'uso delle intercettazioni?
Nella Costituzione la comunicazione prevede due grandi branche: il diritto di comunicare con tutti e la libertà di manifestare loro il proprio pensiero, e il diritto di comunicare solo con qualcuno (articoli 21 e 15 della Costituzione). Quest'ultimo diritto è stato dimenticato pressoché completamente. Il controllo della comunicazione finisce per essere utilizzato per un pregiudizio, anche per un pregiudizio penale, per una valutazione sulla vita della persona che prescinde dai fatti in indagine. Non è una cosa che si possa condividere. Credo che sia un problema; progressivamente si sono scolorati i passaggi, i vari step di controllo della magistratura. Parlo della responsabilità deontologica della magistratura, non sanzionata dalla legge ma da un codice etico che non ho mai visto applicato, se non a parole; e della responsabilità del giornalista che ha seguito un analogo deterioramento attraverso una cogestione della comunicazione con alcuni protagonisti della giustizia.
Una deriva lontana dall'essere auto-controllata.
Trovo in termini generali preoccupante il fatto che il diritto penale sia diventato non più una extrema ratio ma venga utilizzato, sventolato come placebo per la sicurezza sociale davanti all'opinione pubblica. Questo crea un circolo vizioso tra le attese dell'opinione pubblica, giustificate e comprensibili, e quello che si pretende dal magistrato; e ciò senza contare le anticipazioni di giudizio formulate o favorite attraverso la spinta mediatica.
La bozza di riforma del Csm la convince?
In realtà si parla troppo a questo proposito di riforma generale del sistema giudiziario. Quando non si sa come affrontare il merito delle questioni, ci si perde nei tecnicismi e nell'abbondanza degli obbiettivi. Comodi per perdere tempo e collocare i problemi in una massa di prospettive, di modo che non si risolva nulla.
Non è ottimista.
Ho solo speranze, che mi sono abituato a non coltivare troppo.
Qual è la sua ipotesi?
Sono molto perplesso sul sorteggio per la composizione del CSM, e vedo anche dei problemi di costituzionalità. Ma a mali estremi mi chiedo se non si debba finire per ricorrere a rimedi altrettanto estremi come il ricorso al sorteggio. L'ultima legge sull'elezione del Csm, oggi in vigore, era ben fatta; è stata distorta completamente nella sua applicazione. Come diceva Giolitti un tempo: le leggi per gli amici si interpretano, per gli altri si applicano.
Da dove partire per la riforma?
La prima cosa da fare è rompere il legame perverso che lega le correnti e le candidature. Se il numero dei candidati è pari al numero dei posti da eleggere, ecco un sistema che per quanto perfetto, non funziona più. Quale sia la strada migliore, non sono in grado di dirlo. Penso anche al rapporto incestuoso che c'è tra politica e magistratura per la scelta dei membri laici del Csm. Sono pienamente d'accordo con chi sostiene che l'indicazione dei membri laici deve riguardare professori universitari, giuristi, magistrati, avvocati con anzianità, che non possono e non devono essere politici. Devono essere giuristi esperti, portatori della loro esperienza, non politici esperti. Altrimenti creiamo un doppione nel rapporto rafforzato tra politica e magistratura che non funziona. Non credo che ci vorrebbe molto per intervenire su questi punti specifici, senza doverli o volerli annegare in un mare di proposte che finiscono per essere utopistiche.
Manca la volontà.
Non voglio dare giudizi politici. Posso solo dire che la giustizia dei miei tempi era diversa (anche se quei tempi erano anche loro diversi da quelli di oggi). Oggi non c'è più una visione globale, anche se si parla di riforme epocali a costo zero. In questo momento mi fa paura immaginare grandi riforme costituzionali: alla luce dell'esperienza passata e del modo con cui si è decisa la riduzione del numero dei parlamentari ho paura di certe riforme che rischiano di peggiorare la materia trattata.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 13 giugno 2020
Il "caso Palamara" ha portato alla luce un vergognoso groviglio di trattative, accordi e baratti per la scelta dei capi degli uffici giudiziari. In crisi sono soprattutto le correnti. L'inchiesta di Perugia sul "caso Palamara" ha squadernato un vergognoso groviglio di trattative, accordi e baratti per la scelta dei capi degli uffici giudiziari. Di qui un crollo di credibilità e affidabilità senza precedenti che ha investito la magistratura tutta (anche la parte incolpevole, che rimane a mio avviso assolutamente preponderante).
di Claudio Tito
La Repubblica, 13 giugno 2020
Vedere entrare e uscire dei magistrati dagli uffici della presidenza del Consiglio non è mai una bella scena. E purtroppo il nostro Paese è stato abituato negli ultimi venti anni ad assistere non raramente a queste procedure. Ma la domanda che ogni volta bisogna porsi è molto semplice: perché accade? Siamo in presenza di un mal funzionamento delle Istituzioni? Di uno squilibrio? Di un dialogo improprio?
di Argia Di Donato*
Il Riformista, 13 giugno 2020
È difficile dimostrare la verità quando si è colpevoli prima ancora di essere processati. Sembra inverosimile, ma nell'epoca dei media e dell'informazione, della cultura e del sapere a "portata di tutti", la maggior parte dei membri della collettività resta assopita, fuorviata e - per certi aspetti - manipolata.
E ciò appare ancora più evidente quando si parla di giustizia, dell'importanza e della funzione del processo, dei tempi e del ruolo delle parti processuali: giudici, avvocati, imputati e testimoni, protagonisti della vicenda giudiziaria improntata alla ricerca della verità dei fatti.
Lo spazio sacro del processo, la sua celebrazione in determinate forme, il ruolo ben definito di ogni parte, assolve alla funzione principale della tutela delle garanzie fondamentali che fanno di un sistema sociale la visione puntuale e razionale della prima esigenza collettiva: "definire" il cerchio e riparare ai torti subiti, "consegnando consolazione" per chi ha subito una perdita e "rieducando" il reo affinché possa reintegrarsi nel sistema.
Eppure, ad oggi, la funzione del processo e con essa le garanzie che tutela, sono messe seriamente in pericolo da un legislatore miope che tenta di "chiudere il cerchio" attraverso pratiche grossolane e incomprensibili. La delicata questione delle intercettazioni, per esempio, e l'udienza penale da remoto rappresentano angolazioni di visioni distorte di chi vuole eliminare ogni forma di tutela a garanzia dell'imputato, paradossalmente colpevole ancora prima di essere processato. Chi non conosce la celebre pratica del capro espiatorio sul quale scaricare tutte le colpe della collettività?
Ai giorni nostri questa pratica risponde all'esigenza di scaricare semplicemente aggressività e rabbia sull'altro. Sembra che la sete di una falsa giustizia sia la vera protagonista indiscussa al centro del dibattito politico che risente a sua volta di un'opinione pubblica spietata, fi glia di una comunicazione "orientata".
La spettacolarizzazione del processo penale - alimentata da una deriva giustizialista - portando al centro della scena mediatica l'imputato quale reo ancor prima della sentenza di condanna, ha per molti aspetti minato le garanzie a tutela dei diritti fondamentali, esasperando il conflitto tra diritti contrapposti: le istanze di imparzialità del giudizio oscillano tra il diritto di cronaca giudiziaria e l'insieme di altrettanti diritti di pari se non superiore dignità (vita privata, riservatezza, presunzione di innocenza).
Assistiamo quindi a un processo penale sdoppiato che procede su binari affiancati: da un lato quello celebrato nei tribunali, improntato sulla ricerca della verità, e dall'altro quello "esposto" attraverso i media, svolto nei talk-show e sui social alla ricerca del colpevole a tutti i costi.
La presunzione di innocenza, su cui si fonda il sistema processuale delle moderne democrazie, è un diritto fondamentale e un principio irrinunciabile che va protetto ad ogni costo. E sarebbe appena il caso di riflettere seriamente sulla possibilità di una previsione compensatoria o risarcitoria tanto per l'innocente quanto per il reo, entrambi vittime della spettacolarizzazione della propria vicenda processuale, lesiva di qualsivoglia diritto in ragione di un giudizio parallelo svincolato dall'esigenza di accertamento processuale.
*Avvocato e direttrice di Juris News
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