di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 13 giugno 2020
Il documento stilato da undici magistrati per disporre di "buone prassi operative per la migliore tutela delle donne maltrattate e dei loro figli minori". Il Csm ha emanato un documento che dispone le linee guida per le violenze su donne e bambini in tempo di Covid. Stilato su indicazione della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio da undici magistrati che si occupano di questo tema, il provvedimento spiega come regolarsi vista l'emergenza sanitaria, "buone prassi operative - si legge - per la migliore tutela delle donne maltrattate e dei loro figli minori".
Si parte dai numeri: le denunce in tema di violenza domestica e di genere durante il lockdown sono calate mediamente del 50%, seppur con differenze geografiche (in alcune zone si è arrivati al 70). E questo, secondo i magistrati e i centri Antiviolenza, è dovuto a "una tendenza a non denunciare". Col passare del tempo, però, sono progressivamente risalite le querele per maltrattamenti e si sono abbassate, invece, quelle per stalking. E il Csm non ha dubbi che questa sia la naturale conseguenza delle restrizioni di mobilità legate al Covid. A gravare, secondo il Consiglio, sulla situazione anche la "difficoltà ad avere punti di riferimento agili per depositare le denunce e le querele urgenti".
Insomma, un quadro preoccupante al quale l'organo di autogoverno ha cercato di proporre soluzioni. Innanzitutto la fase delle indagini: gli uffici che più hanno sofferto e soffrono l'emergenza sanitaria sono procure e gip. Le prime si sono divise tra chi ha ritenuto sospesa la normativa di urgenza e chi, invece (la stragrande maggioranza) ha continuato a lavorare coi tempi pre-coronavirus. Sta di fatto che tutti gli uffici hanno dato priorità a questi reati, garantendo che fossero trattati velocemente e questo ha riguardato anche l'ascolto delle persone offese. Così anche le comunicazioni: il Csm suggerisce di "favorire modalità che prevedano il diritto del difensore della persona denunciante ad essere informato con tempestività".
Problematico, stando al documento, anche l'allontanamento della casa familiare perché spesso l'indagato non ha altro posto dove andare, ma la scelta da prediligere è sempre quella di allontanare il violento e non la vittima. Ridotte, per forza di cose le misure cautelari in carcere e l'obbligo di firma, mentre non decolla una delle misure che sarebbe più idonea: l'applicazione del braccialetto elettronico che, però, eccezione fatta per Palermo, è risorsa assai scarsa. Quanto al dibattimento, palazzo dei Marescialli raccomanda udienze dedicate, un approccio "empatico, sereno e naturale" da parte del giudice e una corsia dedicata per i processi di questo tipo. Le linee guida si rivolgono anche ai centri Antiviolenza e ai tribunali civili e per i minorenni che devono garantire tempestività, efficienza dei servizi sociali e sicurezza sanitaria quando i piccoli devono incontrare i genitori.
sicilymag.it, 13 giugno 2020
Il progetto "Chiamate alle Arti" ha coinvolto anche i detenuti della casa circondariale di Ragusa che, da destinatari iniziali delle mascherine realizzate dai cittadini volontari partecipanti al progetto, sono diventati loro stessi realizzatori. Abbattere ogni confine fisico, accorciare le distanze nel nome della solidarietà. Accade persino all'interno di una casa circondariale.
A Ragusa il progetto Chiamate alle Arti continua nel suo scopo: creare un legame, seppur a distanza, tra chi vuole mettere a disposizione il proprio tempo e la propria manualità nel cucire mascherine da donare e chi ne ha bisogno, come gli anziani nelle case di cura, le associazioni socio-sanitarie, le forze dell'ordine. Uno scambio fisico, ma soprattutto di buoni sentimenti che ha coinvolto anche i detenuti della casa circondariale di Ragusa che, da destinatari iniziali delle mascherine realizzate dai cittadini volontari partecipanti al progetto, sono diventati loro stessi realizzatori.
Dopo settimane di "taglio e cucito", adesso l'impegno dei detenuti si concretizza: le mascherine realizzate sono state infatti donate agli anziani delle case di cura - la consegna è avvenuta tramite don Giorgio Occhipinti dell'Ufficio per la Pastorale della Salute di Ragusa, tra i sostenitori di Chiamata alle Arti. Grande emozione tra i detenuti che in queste settimane hanno lavorato con dedizione ed entusiasmo, anche grazie alla generosità del negozio Triumph di Corallo di Ragusa che ha donato alla casa circondariale iblea una macchina da cucire Singer proprio per permettere ai detenuti di realizzare le mascherine. I tessuti sono stati invece recuperati nei magazzini dello stesso istituto penitenziario.
Molto soddisfatti i promotori dell'iniziativa: l'associazione di comico-terapia Ci Ridiamo Sù di Ragusa, Sergio Firrincieli e ovviamente i vertici dell'istituto penitenziario, il comandante responsabile dell'Area Sicurezza della Penitenziaria, dirigente aggiunto Chiara Morales, la direttrice del carcere Giovanna Maltese e tutto il personale.
Emozionati anche i destinatari di questa bella iniziativa di solidarietà, gli anziani delle case di cura, che grazie all'altruismo e alla buona volontà di detenuti generosi e operosi hanno a disposizione gratuitamente le mascherine. Insomma la solidarietà mostra ancora una volta di saper superare ogni confine fisico, ogni pregiudizio.
Un messaggio importante che ha suscitato l'interesse dell'emittente radiofonica Radio Vaticana che ha dedicato uno spazio al progetto: "Siamo di fronte a una comunità che fa sentire la sua voce - ha commentato Fabio Ferrito presidente di Ci Ridiamo Su, durante la trasmissione I Cellanti - Chiamata alle Arti ci sta mettendo davanti a uno scambio umano meraviglioso soprattutto per noi che lo riceviamo, ci sta dando la possibilità di vedere mani veloci, occhi frizzanti, cuori generosi: tutta la comunità sta partecipando con interesse, con passione, arrivando a produrre finora migliaia di mascherine. La partecipazione dei detenuti ci ha insegnato quanta umanità e quanta disponibilità può esserci anche in un istituto penitenziario all'interno del quale il progetto è divenuto un modo per i detenuti, che si sentono come un ponte tra il mondo fuori e il mondo dentro, per far sentire la loro voce".
L'iniziativa è svolta in collaborazione con l'Ufficio per la Pastorale della Salute e con la Diocesi di Ragusa e da subito ha trovato l'adesione di diversi partner: Consorzio Revisioni Avir, Officine Avir, Gemini Service, Centro Copigrafico Eliosprint, Legnami Guastella, Farmacia Nicosia, Decor Iblea, 2G Ricami, Gi.St.El. Plast, Iblea Oggetti, Siet, Panificio Distefano, Triumph, Luca Tumino Art's e MediaLive.
di Wilma Greco*
epale.ec.europa.eu, 13 giugno 2020
"Se si perdono loro, gli ultimi, la scuola non è più scuola". Sempre attuali le parole di don Milani, un gigante dei nostri tempi quanto a passione, impegno e capacità di "andare oltre", con lo sguardo e con il cuore. Le sue parole sembrano scritte oggi, a commento dei dati provenienti dagli Istituti Penitenziari, dove tra tante difficoltà dovute alla pandemia, in qualche modo la scuola ha continuato ad esserci, così come ha saputo e potuto fare: tra "svolazzanti" lezioni fotocopiate, ma anche con la teledidattica e in videoconferenza con i docenti.
Il 25 maggio è partito l'ambizioso progetto di "La Scuola in TV - Istruzione degli adulti". Un percorso didattico di 30 puntate organizzato sui quattro assi culturali dei linguaggi, matematico, storico-sociale e scientifico-tecnologico, in onda su Rai Scuola (canale 146) e rivolto agli adulti iscritti ai Cpia, inclusi gli studenti delle sezioni carcerarie. Non sappiamo tuttavia quanti detenuti abbiano avuto effettivamente accesso al canale.
Le esperienze di DAD raccolte raccontano storie diversificate, ma una cosa emerge: laddove l'accesso alla rete è stato possibile, si è rilevato un'indubbia risorsa. Ora l'auspicio è che le esperienze e le tecnologie in uso in questi mesi, siano utilizzate anche da settembre e a pandemia finita, per implementare e ampliare l'offerta formativa e rendere ordinario quello che oggi è straordinario.
Arrivano intanto le prime buone notizie dall'Icatt (Istituto a Custodia Attenuata) di Giarre, alle pendici dell'Etna: i corsisti ristretti del Cpia Catania 2 hanno discusso in videoconferenza con il supporto della LIM in sincrono l'elaborato in Power Point, valevole come esame finale del percorso di istruzione di 1º livello - 1º periodo didattico.
Un passo in avanti sulla strada dell'inclusione e della scuola per tutti, tanto più che a compierlo sono stati studenti ristretti, per definizione condannati alla marginalità sociale. Lo hanno comunicato la direttrice dell'Istituto penitenziario dott.ssa Mormina e il capo area trattamento, dott.ssa Romano, esprimendo pieno compiacimento per una sinergia tra scuola e carcere, senza la quale ogni sforzo di rieducazione rimarrebbe sulla carta.
*Ambasciatrice Epale Sicilia
di Claudio Raffaelli
comune.torino.it, 13 giugno 2020
Con il mandato ormai verso la scadenza, la Garante per le persone private della libertà personale, Monica Cristina Gallo, ha presentato la relazione annuale d'attività alla Conferenza dei capigruppo, riunita insieme alla commissione Legalità in presenza della sindaca Chiara Appendino. Una riunione in videoconferenza ma piuttosto partecipata, con un picco di quasi 120 persone collegate. In apertura dell'incontro, il presidente del Consiglio comunale Francesco Sicari e la presidente della commissione Legalità, Carlotta Tevere, hanno ringraziato la Garante per il suo impegno nel contribuire a tutelare i diritti e la dignità di persone che, seppure dietro le sbarre, costituiscono una parte della nostra comunità.
Monica Cristina Gallo è partita dal dato dell'affollamento del carcere Lorusso e Cutugno, che nel 2019 è giunto alla soglia delle 1500 persone detenute, a fronte di una capienza stabilita di 1065. Oltre alla riduzione degli spazi, questo ha comportato anche maggiori difficoltà nell'accesso alle cure mediche, soprattutto per quanto riguarda dermatologia, oculistica e gastroenterologia.
Il rapporto pazienti-medici è arrivato a 300:1, mentre ogni funzionario pedagogico ha dovuto seguire 120 persone. Si sono anche verificati presunti casi di trattamenti degradanti, ha sottolineato la Garante, segnalati per tutelare tutti coloro che operano correttamente e che sono al vaglio della magistratura.
Altra nota dolente, quelle che la Garante ha definito come gravissime lesioni strutturali, in particolare dovute a infiltrazioni d'acqua: non mancano, nel comprensorio carcerario, spazi fatiscenti. Diversa, per inciso, è la situazione nell'istituto minorile, il Ferrante Aporti, dove gli spazi sono più armonici e curati e i detenuti si sono quasi dimezzati (da 48 a 28).
Gli ultimi mesi, caratterizzati dall'emergenza sanitaria, hanno visto alleggerirsi la situazione relativa all'affollamento, con l'adozione di misure alternative al carcere per una parte dei detenuti (77 dei quali sono risultati positivi al Covid-19).
I dati aggiornati a martedì 9 giugno scorso, infatti, forniscono la cifra di 1312 (erano 1460 a marzo) ma il numero, è stato sottolineato, crescerà per i rientri in carcere al termine delle misure temporanee, oltre che per prevedibili nuovi ingressi. La pandemia, però, ha anche accentuato l'isolamento dell'universo carcerario rispetto al mondo esterno, con la sospensione di molte attività, come quelle didattiche che solo con la fase 2 stanno riprendendo in minima misura.
Eppure, si è voluto evidenziare, occorre ripartire e farlo cominciando dai temi dello studio, della formazione e del lavoro, il che rappresenta anche un valido investimento sulla sicurezza della comunità nel suo insieme. Senza dimenticare l'opportunità di proseguire nei colloqui telematici adottati in fase epidemica, che rappresentano una possibilità di più agevole contatto con familiari lontani o molto anziani, nonché la necessità di un maggiore accesso alle misure alternative. In questo senso, Garante e autorità carcerarie agiscono in piena collaborazione. E ancora, la relazione della Garante ha preannunciato il rapporto "Tutto chiuso", incentrato sull'emergenza sanitaria nei luoghi di reclusione e tuttora in fase di elaborazione.
Ma oltre al penitenziario Lorusso e Cutugno ed al Ferrante Aporti, esiste un terzo luogo di reclusione, nella nostra città, il CPR di corso Brunelleschi, il Centro di Permanenza per il Rimpatrio, sovente caratterizzato da tensioni. Ne ha parlato, durante l'incontro, Carolina Di Luciano, collaboratrice della Garante. Al momento della visita effettuata il 25 maggio scorso, vi si trovano 62 persone, in buona parte di nazionalità marocchina, a fronte di una capienza pari a 171 posti. Non si sono registrati casi accertati di Covid-19.
Per l'associazione Amici del Museo Nazionale del Cinema, Valentina Noya ha presentato il sito web www.liberante.it, realizzato su incarico dell'Ufficio della Garante, uno strumento di informazione e orientamento per accompagnare le persone in uscita dal carcere nel loro percorso di reinserimento.
Infine, la sindaca Chiara Appendino ha espresso tutto il suo apprezzamento per le attività della Garante e per chi dimostra quotidianamente come la nostra città sappia essere vicina alle condizioni chi sta scontando oppure ha già scontato la propria pena e deve seguire percorsi di reinserimento. Percorsi che, per quanto difficili, portano a risultati positivi anche se purtroppo, ha commentato la sindaca, spesso hanno più risalto i casi di recidività rispetto ai percorsi andati a buon fine.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 13 giugno 2020
La portavoce del Terzo Settore Claudia Fiaschi ospite di CivilWeekLab spiega: "Siamo abituati a inventare soluzioni nelle difficoltà. Il Terzo settore è un pezzo cardine, non solo da usare nelle emergenze".
La cosa più difficile? "Essere riusciti a garantire servizi di prossimità, insomma continuare a essere accanto ai più deboli aiutandoli concretamente, senza poter essere fisicamente vicini. Ma il Terzo settore ci è abituato, a inventare soluzioni nelle difficoltà. E direi che anche in questa emergenza ha risposto con la prontezza di sempre".
Così Claudia Fiaschi, portavoce del Forum nazionale del Terzo settore, alla ripresa della diretta streaming di Civil Week Lab dalla Sala Buzzati del Corriere della Sera. Tema: "Il Terzo settore alla prova del Covid" partendo dalla seconda parola-chiave della giornata individuata nel termine "solidarietà". Tradotto, si tratta del lavoro delle migliaia di volontari, ma non solo, che in questo mesi hanno continuato a essere attivi come - e in molti casi più - di prima del Covid: un esempio fra i tanti, ricordato in diretta durante l'intervento di Claudia Fiaschi, l'ospedale costruito in Fiera a Bergamo esclusivamente da volontari.
"A volte - ha sottolineato la portavoce del Forum - manca consapevolezza del ruolo che il Terzo settore ha non tanto o non solo nelle situazioni di emergenza ma nella quotidianità. C'è una grande differenza tra realtà che sono già conosciute dentro la comunità e chi invece arriva all'ultimo momento, appunto sull'onda di una emergenza improvvisa. Ed è questa la rete che va sostenuta".
La difficoltà del Terzo settore in questi mesi è stata ricordata più volte nei mesi scorsi: da un lato essere chiamato a portare avanti i servizi di sempre, con posti di lavoro da mantenere e fasce deboli da assistere, e dall'altro aver visto letteralmente crollare i fondi sui quali sopravvivere. Tutti o quasi dirottati sul fronte sanitario dell'emergenza. "Il nostro Paese - ha ripetuto Claudia Fiaschi - ha bisogno di ricordare che questo è un pezzo cardine, non solo da utilizzare nelle emergenze. Ora è chiaro che l'impatto economico è stato importante: molti enti hanno dovuto rivedere proprio modo di lavorare, una parte di Terzo settore si è dovuto fermare. Ma si guarda avanti, come sempre".
Al Sud i problemi sociali sono stati superiori a quelli di tipo sanitario. Come ha ricordato Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione Con il Sud: "La distanza tra l'impegno straordinario del Terzo settore e il fatto che nessuno ha pensato ai problemi del Terzo settore è stata evidente, non tanto per la fase dell'emergenza ma per il dopo: non si capisce ancora che il Terzo settore ha un ruolo decisivo nella costruzione del capitale sociale, ma viene trattato come quello che dà una mano, che interviene quando c'è bisogno".
Anche se in questa circostanza una sorpresa positiva c'è stata: "Per la prima volta infatti - ha detto Borgomeo - che il Ministero dello Sviluppo e non del Welfare ha destinato fondi al Terzo settore. Però questa volta c'è stata una risposta, è la prima volta che il Ministero della Sviluppo - non del Welfare - ha destinato risorse al Terzo settore. Un tema che riguarda l'intero Paese e non solo il Sud, naturalmente, ma che vede il Sud pagare un prezzo maggiore perché le politiche sul meridione sono state sempre solo quantitative, cioè basate solo sul mettere soldi, senza considerare per cosa. Senza considerare che non è la crescita a determinare lo sviluppo: è il sociale".
brindisireport.it, 13 giugno 2020
Solidarietà nel carcere di Brindisi: donati Dpi e libri a detenuti e agenti. Una delegazione dell'Associazione Culturale a Sud ha consegnato stamani un carico di mascherine, prodotti sanificanti e libri.
La solidarietà varca le mura della casa circondariale di Brindisi. L'Associazione Culturale a Sud, con sede a Torre Santa Susanna, presieduta dall'avvocato Raffaele Missere, ha donato stamani (venerdì 12 giugno) dispositivi di protezione individuale e libri alla direttrice della casa circondariale di Brindisi, Annamaria Dello Preite, e al dirigente di polizia penitenziaria, Rosa Ciraci.
Una delegazione dell'associazione costituita dagli avvocati Serena Lucia Missere e Gianfredi Perrucci, da Matteo Varratta e Anna Maria Ursini ha portato in dono un carico di mascherine, prodotti sanificanti sia per gli interni che gli esterni e libri destinati alla biblioteca della struttura detentiva, nell'ambito di un progetto a larga scala rivolto sia ai detenuti che agli agenti.
"Le mura del carcere - dichiara l'avvocato Serena Lucia Missere - non debbono fermare la solidarietà. Non possiamo dimenticare i detenuti e ancor meno l'impegno della polizia penitenziaria. Dobbiamo impegnarci a mandare un messaggio forte e chiaro di un mondo pronto a riaccogliere e dare nuove possibilità a chi ha sbagliato. Dobbiamo avere il massimo rispetto di quei servitori dello stato che sono impegnati in rieducazione e controllo spesso in situazioni non ottimali".
di Gianmario Leone
Il Manifesto, 13 giugno 2020
Nel ghetto di Borgo Mezzanone (Foggia). L'uomo, 37 anni, era originario del Ciad. È morto all'alba di ieri, carbonizzato all'interno della sua baracca: si chiamava Mohamed Ben Ali, bracciante di 37 anni originario del Chad, ed era uno dei tanti invisibili che da anni vivono nel ghetto di Borgo Mezzanone, frazione del comune di Manfredonia in provincia di Foggia. Nel quale insistono decine di baracche costruite con mezzi di fortuna, legno, plastica, lamiere, sorte accanto alla pista che un tempo costituiva una base dell'aeronautica militare, ormai dismessa.
Ad accorgersi dell'incendio i vigili del fuoco presenti con una sede distaccata all'interno del Cara di Borgo Mezzanone aperto nel 2005, nato nel 1999 come roulottopoli all'epoca dell'emergenza dei profughi provenienti dal Kosovo. Giunti sul luogo e domato l'incendio, soltanto in un secondo momento si sono accorti della presenza del corpo carbonizzato del giovane originario del Ciad.
Pare che Mohamed, che si faceva chiamare da tutti Bayfall, fosse molto conosciuto all'interno del ghetto, perché oltre ad avere un carattere solare, era gentile e sorridente con tutti, come hobby amava fare le treccine ai capelli dei suoi amici, oltre a vendere braccialetti ed altra piccola bigiotteria per sostentarsi.
Una morte atroce, beffarda, per chi già è ridotto a vivere da anni una vita di sfruttamento e schiavitù. Una situazione atavica che riguarda migliaia di braccianti in tutta Italia ed in particolare nelle regioni del Sud. Mohamed è infatti la quinta vittima da rogo soltanto nell'ultimo anno e mezzo. Era già capitato lo scorso 4 febbraio quando a causa dello scoppio di una bombola di gas divampò un incendio che provocò la morte di una donna africana di trent'anni che riportò ustioni sul 90% del corpo. Un episodio analogo si verificò ad aprile dello scorso anno quando un rogo causo il decesso di un gambiano di 26 anni. Ancora prima il primo novembre 2018 in un altro devastante incendio perse la vita un altro giovane africano, sempre originario del Gambia.
Ma l'elenco sarebbe potuto essere molto più lungo, visto che gli incendi all'interno del ghetto sono quasi all'ordine del giorno. Mancando oltre all'acqua corrente anche un allaccio per il gas e l'energia elettrica, l'utilizzo di candele (quello che forse ha causato il rogo di ieri), di stufe o fornelli elettrici è spesso causa di roghi improvvisi all'interno delle baracche.
La Regione Puglia, dopo aver provveduto allo sgombero umanitario del "Gran Ghetto" ubicato tra Rignano Garganico e San Severo nel marzo del 2017, lo scorso anno ha avviato insieme alla prefettura di Foggia un capillare abbattimento delle baracche del ghetto di Borgo Mezzanone. Attraverso il Piano triennale per le politiche migratorie approvato nel 2018, sono sorte a San Severo una struttura abitativa presso l'azienda agricola di proprietà regionale "Fortore" gestita dall'associazione "Ghetto Out - Casa Sankara", dove risiedono 400 ospiti: altri centocinquanta risiedono presso la struttura "L'Arena". Sempre due anni fa la Giunta regionale deliberò la realizzazione di tre foresterie per i braccianti stagionali: due in Provincia di Foggia, ad Apricena e San Severo, capaci di ospitare ognuna 400 lavoratori, la terza in Provincia di Lecce, a Nardò, in grado di accogliere 200 braccianti immigrati.
Ciò nonostante, il Gran Ghetto di Rignano Garganico e quello di Borgo Mezzanone sono tornati in poco tempo a ripopolarsi. A Borgo Mezzanone da anni 'vivono' oltre un migliaio di braccianti stagionali, sfruttati dai caporali e da aziende agricole locali nella raccolta di frutta e ortaggi. Ma demolire e abbattere, come dimostrato più volte nel recente passato, non serve a nulla se non si provvede a dare a questi braccianti una degna sistemazione abitativa.
Che segue di pari passo quella riguardante il trasporto sui luoghi di lavoro: nell'agosto del 2018, in due distinti incidenti stradali verificatisi l'uno a pochi giorni dall'altro, morirono 16 braccianti.
Quanto avvenuto all'alba di ieri "è frutto di una condizione inaccettabile, come lo è vivere in alloggi di fortuna, in baraccopoli e ghetti. Al di là dell'indignazione e della rabbia per quanto accaduto, crediamo che si tratti di una ennesima morte annunciata di cui esistono i responsabili" ha commentato Davide Fiatti, segretario nazionale Flai Cgil. "I ghetti vanno chiusi e trovate soluzioni abitative dignitose per i lavoratori stranieri che hanno diritto a un salario secondo contratto e di vivere in condizioni di sicurezza. Borgo Mezzanone, come altri non-luoghi, non sono degni di un paese civile, che non solo ha il dovere dell'accoglienza ma anche del rispetto delle persone. Persone di cui alcuni si accorgono solo quando mancano le braccia per lavorare nei campi. Si applichi veramente la legge 199 - conclude Fiatti - e si mettano in atto tutte le misure, straordinarie e non, per evitare il ripetersi di simili situazioni".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 13 giugno 2020
Gli Stati Uniti attaccano la Corte penale internazionale e annunciano sanzioni contro i suoi funzionari. Ieri, in una nota ufficiale, la Casa Bianca ha reso noto che sono autorizzate "sanzioni economiche contro i funzionari della Corte penale internazionale (Cpi) direttamente coinvolti in qualsiasi sforzo per indagare o processare personale americano senza il consenso degli Usa". Inoltre vengono inasprite le restrizioni riguardo i visti di funzionari della stessa Corte e il provvedimento viene esteso ai loro familiari.
Gli Usa hanno deciso di percorrere questa strada dopo che all'inizio dello scorso marzo la Cpi aveva dato il via libera ad un'inchiesta su presunti crimini di guerra commessi in Afghanistan a partire dal 2003. Le indagini erano state affidate al giudice polacco Piotr Józef Hofmanski ma nel mirino di Trump c'è forse un'avversaria più tenace e politicamente "pericolosa".
Si tratta della giurista gambiana Fatou Bensouda che già nel 2017 aveva tentato di indagare sulle violazioni in Afghanistan da parte dell'esercito statunitense per vedere però respinte le sue intenzioni due anni dopo. La richiesta è stata nuovamente portata in appello quest'anno e i giudici hanno ribaltato le precedenti decisioni. Il caso in esame infatti riguarda accuse molto gravi, si parla di veri e propri crimini di guerra commessi dalle forze di sicurezza nazionali afghane, dai combattenti talebani e appunto anche dalle forze statunitensi.
Secondo il procuratore Bensouda alcuni membri delle agenzie militari e di intelligence Usa "hanno commesso atti di tortura, trattamento crudele, oltraggi sulla dignità personale, stupro e violenza sessuale contro i detenuti legati al conflitto, principalmente nel 2003- 2004". Per tutto questo è stata promessa un'indagine indipendente e imparziale che stabilisca la verità. Evidentemente ciò è intollerabile per Washington. In realtà gli Stati Uniti affermano che la Cpi non ha nessuna giurisdizione sui militari americani e che il paese non fa parte dello Statuto di Roma cioè il trattato internazionale, firmato nel 1998 da 139 stati, (entrato in vigore nel 2002) con il quale si istituiva la Corte stessa.
Per questo motivo alla Bensouda è già stato negato il visto d'ingresso e il suo lavoro è finito sotto la lente d'ingrandimento del segretario di Stato Mike Pompeo il quale ha dichiarato recentemente che "il lavoro della Corte è un attacco allo stato di diritto americano". Una linea peraltro sostenuta anche dall'amministrazione di George W. Bush nei primi anni 2000. La Cpi ha reagito duramente alle sanzioni Usa affermando in un comunicato che questo "rappresenta anche un attacco contro gli interessi delle vittime di crimini di atrocità, per molti dei quali la Corte rappresenta l'ultima speranza di giustizia".
Per i giudici internazionali il mondo è davanti ad "un tentativo inaccettabile d'interferire con lo stato di diritto e con i procedimenti della Corte". Ma lo scontro non si gioca solo attraverso i codici perché si sta creando una divaricazione anche a livello geopolitico tra gli Usa e altre nazioni occidentali.
I primi ad applaudire ai provvedimenti di Trump sono stati gli israeliani mentre per il capo della politica estera europea, Josep Borrell, l'atteggiamento americano è "una questione che desta grave preoccupazione", una linea sposata anche dalle Nazioni Unite e dal relatore speciale sulla tortura Nils Melzer: "Che processo doloroso, guardare una nazione grande e stimolante trasformarsi in uno stato canaglia".
di Claudio Bozza
Corriere della Sera, 13 giugno 2020
Il padre e la madre del ricercatore ucciso e l'affare da 1,2 miliardi firmato con il Cairo: dobbiamo lottare contro il nostro Stato per avere verità. Da Fico unica telefonata di solidarietà. "Dopo 4 anni e mezzo di menzogne e depistaggi. Lo Stato italiano ci ha tradito. Siamo stati traditi dal fuoco amico, non dall'Egitto. E da cittadino uno non si aspetta di dover lottare contro il proprio Stato per ottenere verità e giustizia". Sono durissime le parole di Claudio e Paola Regeni, genitori di Giulio, barbaramente ucciso in Egitto, all'indomani del via libera di Palazzo Chigi alla vendita di due navi da guerra al governo di Al-Sisi.
Il padre e la madre del giovane ricercatore friulano, intervistati a "Propaganda live" su La7, dicono che "la vendita di armi all'Egitto è un tradimento per tutti gli italiani e coloro che credono nella giustizia". E poi: "Chiediamo che i cinque ufficiali della national security vengano consegnati all'Italia per essere processati: finché non otterremo questo ci sentiremo traditi".
La madre di Giulio ha poi rivelato di aver ricevuto, ieri, una chiamata dal presidente della Camera Roberto Fico (M5S), i cui parlamentari di riferimento stanno pressando il governo: "Abbiamo fiducia in Fico: ci ha ribadito che sta con noi e ci ha chiesto come stiamo. È l'unico uomo di Stato che ci ha chiamato, perché ha pensato che noi possiamo anche stare male". Zoro, conduttore di Propaganda live, durante la trasmissione ha poi intervistato ironicamente un vaso ("Il Vaso degli Esteri", alludendo al ministro degli Esteri Luigi Di Maio), che ha risposto con la voce dell'ex premier Enrico Letta: "È stata una brutta figura dell'Italia", ha detto.
Giovedì sera, con la tensione in maggioranza arrivata a livelli tali da mettere a repentaglio un affare da quasi 10 miliardi tra Fincantieri e Leonardo, Giuseppe Conte è stato costretto a un blitz in Consiglio dei ministri. A Palazzo Chigi, a poche ore dall'inizio degli Stati generali, il premier ha riferito sulla vicenda ai componenti del governo, per poi ufficializzare il via libera per la vendita agli egiziani della Spartaco Schergat e della Emilio Bianchi, due navi militari commissionate per la nostra Marina militare e poi dirottate verso l'Egitto in cambio di 1,2 miliardi di dollari.
Ascoltando la relazione di Conte, nessuno dei ministri si sarebbe opposto all'operazione. Unica eccezione il ministro della Salute Roberto Speranza, esponente della sinistra di Leu, che, pur non presente alla riunione, ha ribadito la netta contrarietà. Se da un lato il blitz di Conte ha chiuso "economicamente" la vicenda, dall'altro ha acuito la frattura politica all'interno dei due principali alleati di governo: Pd e M5S.
Il ministro Dario Franceschini, capo delegazione dei dem nell'esecutivo, per provare a contenere il danno ha chiesto a Conte una "iniziativa pubblica" per garantire che l'Italia andrà avanti nella ricerca della verità sulla morte di Giulio.
Critica la posizione di Lia Quartapelle, capogruppo del Pd in commissione Esteri: "Il governo deve chiarire quali sono le linee della nostra politica nei confronti dell'Egitto - spiega. Con le missioni internazionali stiamo aumentando il sostegno alla guardia costiera libica del governo di Tripoli, mentre vendendo le navi all'Egitto rafforziamo la capacità navale del Cairo, che combatte il governo di Tripoli". Mentre l'ordine del giorno di Matteo Orfini, altro dem critico, ha già raccolto 500 firme per chiedere al partito di fermare la vendita delle due navi da guerra.
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 13 giugno 2020
Lo chiamano "caso Regeni". Una espressione odiosa e distaccata. Giulio Regeni era un giovane ricercatore di 28 anni - impegnato sulla questione dei sindacati indipendenti egiziani - sequestrato negli ultimi giorni di gennaio del 2016, torturato e ucciso barbaramente dai servizi segreti del generale golpista Al Sisi - prese il potere nell'estate del 2013 con un golpe sanguinoso che il Nobel per la letteratura Orhan Pamuk definì "come quello di Pinochet".
Il regime militare del Cairo, dove denuncia Amnesty International ogni giorno spariscono due oppositori (v. anche l'ultima vicenda di Zaky) si è caratterizzato per depistaggi e falsità per allontanare la verità evidente sul barbaro omicidio: la responsabilità diretta di Al Sisi. Ma c'è un'altra responsabilità che non va taciuta: quella dei governi italiani che si sono succeduti in questi anni.
A partire dal presidente del Consiglio Matteo Renzi che sdoganò il golpista diventato presidente egiziano, andando al Cairo e invitandolo come "uomo nuovo del Medio Oriente" in Italia; un Matteo Renzi, costretto ad impegnarsi per la verità da un vasto movimento che ha sempre visto in prima fila la famiglia Regeni; ma che in realtà fece tutto il possibile per far passare Al Sisi come "innocente" con abili interviste ad autorevoli giornali. Gentiloni era ministro degli esteri, ma non lesinò promesse, anche quando diventò presidente del Consiglio. Che, dentro una grande puzza di petrolio, promesse sono rimaste.
Ereditate e peggiorate quanto a fumosità e contraddizioni poi dal governo giallo-bruno M5s e Lega. La crisi su un delitto così vergognoso è alla fine passata nelle mani del Conte bis, soprattutto in quelle del signor "voglio i pieni poteri" Matteo Salvini quando era in carica al Viminale ma di fatto guidava anche il ministero degli esteri. La sua linea sostanziale è stata sprezzante e contro ogni principio di legittimità istituzionale e democratica, convinto che "i rapporti con l'Egitto erano più importanti" della verità su Regeni e che tutt'al più questa verità riguardava la famiglia, non la democrazia italiana e l'ambasciatore in Egitto, per lui "paese sicuro", non si toccava nonostante le richieste della famiglia Regeni.
La famiglia di Giulio Regeni Smentito allora dal neo-eletto presidente della Camera Roberto Fico, che a più riprese incontrò la famiglia Regeni, e per il quale invece la vicenda era dirimente per l'Italia.
Quando, nell'estate del 2019 Salvini ha subito un tracollo di credibilità per effetto delle vicende legate allatragedia dei migranti e si è consumata la rottura con i grillini, ecco che tutto è passato alla nuova, inedita compagine del Conte 2. Paradossalmente sostenuto da Matteo Renzi, dal Pd, due forze che hanno precise responsabilità in merito, ma anche dal M5s che a più riprese ha dichiarato la questione della verità su Regeni una prova del nove del governo, e dalla piccola pattuglia di LeU che su questo è stata sempre chiara, ottenendo anche l'istituzione di una commissione necessaria ad hoc presieduta da Palazzotto.
Perché nel frattempo la faccia tosta del regime militare di Al Sisi, aumentava, e appariva evidente - e denunciata dagli indagatori italiani - la non collaborazione egiziana nelle indagini per la ricerca dei responsabili dell'omicidio. Nel frattempo fino ad oggi, chiacchiere a parte, l'export di armi e sistemi d'arma all'Egitto del regime di Al Sisi è cresciuto nell'arco di due-tre anni: se nel 2016 era di 7,1 milioni di euro, passava nel 2017 a 7, 4 milioni, per diventare 69 milioni nel 2018, balzando e centuplicando nel 2019 a ben 871,7 milioni di euro di affari. In modo parallelo e proporzionale alla repressione interna del "paese sicuro", che ha 60mila prigionieri politici e che sotto Al Sisi ha aumentato a dismisura il ricorso alla pena capitale: dal 2016 al 2019 almeno 2.400 condannati a morte.
E arriviamo ai nostri giorni nei quali la vendita di due navi da guerra all'Egitto, solo 48 ore fa veniva dichiarata dal ministro degli esteri Di Maio "questione aperta" con tanto di rassicurazione alla famiglia Regeni, alle parole del presidente Conte che l'ha invece rivendicata nel Consiglio dei ministri che l'ha approvata, perché Al Sisi sarebbe "nostro alleato strategico".
Alleato? Ma se è nostro nemico almeno sul fronte per noi caldissimo della Libia dove sostiene l'offensiva del generale della Cirenaica Haftar, mentre noi sosteniamo, pure in armi, il "nostro" sindaco di Tripoli Serraj; e nemico perché a capo di un regime dittatoriale e sanguinario. Sotteso alla fastidiosa puzza di petrolio, ecco allora che avviene un consapevole dietrofront governativo proprio sulle stesse posizioni che furono di Salvini: "L'Egitto è più importante e la verità riguarda la famiglia".
Tanti sono i silenzi e le irresoluzioni di questo governo Conte 2 che pure ha attraversato la stagione inedita quanto drammatica della pandemia e che è stato finora in equilibro tra arroganza confindustriale e nuova disperazione sociale. A cominciare dai nefasti decreti sicurezza che rimangono, alla condizione dei lavoratori immigrati abbandonati nei ghetti, ai limiti verso la disperazione dei profughi sempre ricondotti alla legittimità della "guardia costiera libica", al "rischioso" ius soli per la cui giustizia tutto è rimandato.
Ma stavolta questo silenzio va rotto. Davvero non ha niente da dire quella vasta realtà di deputati del M5s che sulla verità per Giulio Regeni hanno alzato la voce anche quando governavano insieme a Salvini? E la pattuglia di LeU che su questo ha sempre dichiarato la sua indisponibilità ad ogni omissis di Stato, non ha nulla non solo da dire, ma da fare per farsi ascoltare, per cercare di rendere coerente il più possibile l'adesione al governo? Un'ultima domanda al presidente Conte: ma davvero per la ripresa dopo la pandemia l'Italia, che invece pretende ora un governo di indirizzo sociale, deve continuare a primeggiare nel mercato delle armi?










