di Francesco Carlini
Avvenire, 12 giugno 2020
Dallo scorso 1° giugno nelle carceri italiane è nuovamente possibile celebrare le Messe dopo il periodo di restrizione a causa del coronavirus. In quello di Spoleto (provincia di Perugia) ieri sono ripresi ufficialmente i momenti di preghiera.
Dall'11° piano della torre del carcere l'arcivescovo di Spoleto-Norcia, Renato Boccardo, assieme al cappellano don Eugenio Bartoli, ha presieduto la liturgia della Parola trasmessa in filo diffusione in tutta l'area del penitenziario. I detenuti erano dietro le sbarre delle finestre delle celle con lo sguardo all'insù verso la torre per partecipare.
Nel carcere di Spoleto si trovano 430 detenuti. Dall'inizio della pandemia sono stati eseguiti tre cicli di tamponi, sempre tutti negativi. "È stato un periodo molto penoso e duro", ha detto il direttore Giuseppe Mazzini.
"I detenuti sono stati limitati nella possibilità di parlare con i loro congiunti e sono state interdette le visite personali. Ma con un grande sforzo dell'amministrazione penitenziaria abbiamo cercato di lenire queste ferite favorendo colloqui coni familiari tramite Skype".
E i reclusi di Spoleto hanno manifestato la loro solidarietà al lutto e alla sofferenza di tante persone realizzando un telo di grandi dimensioni sistemato nell'alta torre con scritto: "L'Italia chiamò. Solidarietà e speranza non hanno barriere. Uniti andrà tutto bene". Girolamo, siciliano di Siracusa, da 28 anni in carcere (23 dei quali a Spoleto) afferma: "Abbiamo capito che la situazione era dura nel vedere le immagini dei camion dei militari portare via i morti dal Nord Italia. Abbiamo pianto e sofferto con tutto il Paese, perché noi siamo un "mondo" che è parte integrante del mondo che sta al di là di questi muri".
Anche per Vincenzo di Napoli, fine pena mai, il tempo del Covid-19 "è stato difficile. Dobbiamo però ringraziare la direzione che ci ha dato la possibilità di sentire con frequenza i nostri familiari. E ringraziamo soprattutto Dio che ci dà speranza per il futuro". L'arcivescovo Boccardo ha detto ai detenuti, al personale della polizia penitenziaria, a quello amministrativo e sanitario: "Sono qui per un momento di preghiera comune, per celebrare il messaggio di libertà dall'assalto del virus che speriamo si completi sempre di più, ma soprattutto per ricordarci quella libertà interiore che nessuno può limitare.
Abbiamo bisogno tutti, sia voi che abitate qui sia noi, di liberarci da ciò che ci impedisce di camminare con passo spedito sulla via della verità e del bene. Venire qui è un segno per avviarci insieme alla ricerca della libertà che permette di allontanare da noi ogni forma di male e guardare con speranza al futuro. Come Chiesa, cari amici detenuti, vi siamo vicini, vi diciamo la nostra solidarietà e vi assicuriamo quella compagnia fatta di piccoli segni e gesti che possono alleviare anche la sofferenza dovuta alla lontananza dalla propria famiglia".
Dopo la benedizione dell'arcivescovo, un piccolo coro di reclusi ha eseguito tre brani (l'Inno d'Italia, Azzurro di Adriano Celentano e Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno). È stato l'omaggio dei detenuti ai sanitari italiani, rappresentati dai medici e infermieri che svolgono servizio nel carcere di Spoleto. Ed ora nella casa di reclusione riprenderanno, nel rispetto delle norme di distanziamento, le celebrazioni eucaristiche. "Siamo certi- dice il direttore Mazzini - che il ritorno della dimensione spirituale favorirà la pace del cuore e dell'anima e quindi anche quella dei corpi dei detenuti".
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 12 giugno 2020
Ancora una strage in mare. Morti di frontiera, soprattutto donne e bambini. I più deboli tra gli ultimi. Vittime annunciate di politiche ciniche, che impediscono a chi fugge dall'inferno libico di mettersi in salvo. L'Europa dov'è? Dov'è l'Italia della Costituzione? I governi dell'Unione europea si organizzano da anni per fermare rifugiati, profughi e migranti lontano dai nostri confini. Sono impegnati a esternalizzare le frontiere. A criminalizzare chi salva vite umane. A investire in risorse e strumentazione per controllare, fermare, respingere. Poco importa se muoiono in tanti o sono sottoposti a violenze terribili una volta riportati indietro dalle milizie libiche travestite da guardia costiera e finanziate con i soldi per la cooperazione allo sviluppo. Molti sono venduti come schiavi soldati, come denunciato su queste pagine.
Noi non vogliamo arrenderci all'idea di un Mediterraneo ormai enorme cimitero per decine di migliaia di persone, che la comunità internazionale contabilizza come fossero numeri e non esseri umani. Proprio perché ci ostiniamo a voler cambiare questo stato di cose, anche quest'anno abbiamo organizzato un'edizione - online, festivalsabir.it, a causa del coronavirus - del Festival Sabir.
Sabir era la lingua franca parlata nei porti del Mediterraneo fino all'inizio del secolo scorso. E proprio un lessico comune per uno spazio condiviso è ciò che vogliamo contribuire a costruire con il nostro Festival diffuso delle Culture Mediterranee. Insieme a Caritas italiana, Cgil e Acli, in collaborazione con Asgi, Carta di Roma e a Buon Diritto, col sostegno di Unhcr e Unar, col patrocinio degli enti locali, l'Arci ha promosso in questi anni un evento che punta alla costruzione di un'alternativa mediterranea.
Decine di migliaia di persone hanno già partecipato nei giorni scorsi agli eventi web, che si concludono oggi. Reti internazionali, giornalisti, militanti dei diritti umani, rappresentanti delle istituzioni, hanno portato il loro contributo per realizzare una alternativa possibile. Proprio l'emergenza sanitaria globale ha reso chiaro quanto le rappresentazioni distorte del fenomeno migratorio siano frutto di scelte strumentali, motivate da interessi di partito, non da reali interessi pubblici.
A quale logica risponde la decisione del governo di ostacolare ancora una volta l'attività delle oramai pochissime navi delle Ong che operano salvataggio in mare, dichiarando i porti italiani non sicuri per le navi che battono bandiera straniera, prevedendo trasferimenti su navi del nostro Paese (le navi "quarantena") che, costituendo territorio italiano, hanno la responsabilità delle dell'accoglienza delle persone salvate?
Il razzismo che i provvedimenti legislativi e amministrativi contro l'immigrazione contribuiscono a produrre, è stato affrontato nei dibattiti del Festival per ribadire che rappresenta un problema non solo per le vittime, ma per la nostra democrazia. Ma Sabir è anche uno spazio di denuncia e di vertenza, luogo di elaborazione e condivisione di campagne e iniziative della società civile di tutto il Mediterraneo. In quest'ambito, proprio l'attività di monitoraggio e contrasto dell'esternalizzazione delle frontiere è uno dei focus principali fin dalla nascita del Festival. Così come lo è la lotta al caporalato e per la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, riproposta in alcuni appuntamenti sulla regolarizzazione appena avviata con contraddizioni e limiti.
L'accoglienza e l'accesso alla procedura asilo, sempre più ostacolata dagli Stati, che intanto continuano a ignorare politiche d'ingresso legale e sicuro per ricerca di lavoro o di protezione, è anch'esso tema di riflessione e impegno per tutte le organizzazioni presenti a Sabir. Infine, una partecipata assemblea internazionale presenterà un documento di proposte delle reti di società civile ai parlamentari europei, con l'obiettivo creare una sede stabile di confronto tra quanti di loro sono disponibili a impegnarsi su questo terreno e l'associazionismo, per individuare alternative praticabili subito. A concludere le giornate del Festival i Dialoghi di Sabir, con ospiti e volti noti, che approfondiranno temi di grande attualità, per uscire dalla crisi globale con un cambiamento reale.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 12 giugno 2020
La Marina tunisina recupera 48 salme, tra le quali anche quelle di due bambini. Le ong: "Basta morti, serve una missione europea". Una strage di donne. Più passano i giorni e più assume le dimensioni di una immane tragedia il naufragio del barcone carico di migranti affondato sei giorni fa davanti alle coste tunisine. Delle 53 persone che si trovavano a bordo, la maggior parte delle quali migranti subsahariani, nessuna sarebbe sopravvissuta. Le autorità tunisine ieri hanno comunicato di avere recuperato 48 cadaveri, ma c'è chi parla di 52 salme.
E la maggior parte dei corpi appartiene a donne e ragazze - una delle quali incinta - che cercavano di raggiungere l'Italia. Molti, anche se il numero rimane per ora imprecisato, anche i bambini che si trovavano sul vecchio peschereccio partito dalla città di Sfax nella notte tra il 4 e i 5 giugno scorsi. "Questo naufragio ci colpisce anche perché ha causato la morte di molte donne, ragazze subsahariane partite dalla Tunisia e alcune di loro probabilmente potenziali vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale o domestico" commenta Flavio Di Giacomo, portavoce dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).
Si deve probabilmente alle cattive condizioni meteorologiche l'ultimo naufragio del Mediterraneo. I problemi il barcone, che aveva a bordo molte più persone di quante avrebbe potuto portarne, sarebbero cominciati non molto dopo la partenza, quando si trovava nello specchio di mare compreso tra El Louza e Kraten, al largo delle isole Kerkannah. Le partenze dalle coste tunisine hanno avuto un ulteriore incremento a partire dall'inizio dell'anno, più 156% rispetto al 2019 secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (ieri un gruppo di 49 tunisini, a bordo di un barcone di circa 15 metri, è approdato a Lampedusa).
E a partire, oltre a tunisini, sono migranti provenienti dall'area subsahariana tra i quali molte donne, in particolare ivoriane, 260 delle quali registrate nel nostro Paese dal primo gennaio al 31 maggio. Per tutti la mèta è sempre l'Europa, con l'Italia, e in particolare l'isola di Lampedusa, come primo approdo. Viaggi che troppo spesso si trasformano in tragedie. Sempre l'Oim parla di almeno 157 persone morte dall'inizio dell'anno nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale, che si conferma come la rotta più pericolosa del mondo.
Dopo mesi, da pochi giorni le navi delle ong hanno ripreso a pattugliare il mare pronte a soccorrere le imbarcazioni dei migranti in difficoltà. È così per la nave Sea Watch dell'omonima ong tedesca, seguita dalla Mare Jonio della piattaforma Mediterranea, mentre è in procinto di partire la Ocean Viking della francese Sos Mediterranée. Una flotta di soccorritori privati che colmano il vuoto lasciato dall'Unione europea. "Siamo stanchi di contare i morti nella grande fossa comune che il Mediterraneo è diventato", ha ricordava ieri Valeria Carlini, portavoce del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati tornando ancora una volta a chiedere che "venga ripristinata una missione di ricerca e soccorso che coinvolga i paesi dell'Unione europea".
Anche perché abbiamo di fronte un'estate durante la quale è sicura una ripresa in massa delle partenze. "La fuga via mare sembra ancora essere l'unica soluzione per le persone intrappolate in Libia", sottolinea Medici senza frontiere ricordando come nel Paese nordafricano oltre alle organizzazioni criminali, a spingere i migranti a prendere il mare ci sono anche la guerra e la pandemia di coronavirus.
"Pur riconoscendo l'importanza delle azioni di salvataggio condotte da vari attori della società civile, l'Oim ribadisce la richiesta di rafforzare il ruolo degli Stati nelle operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, il cui attraversamento rimane il più mortale nel mondo", è invece l'appello dell'organismo dell'Onu. Appello al quale in serata si è associata anche Emma Bonino: "Altre persone morte nel silenzio generale", ha detto la senatrice di +Europa. "Erano su una barca, non ci sono foto e nemmeno video. Lontano dagli occhi, invisibili al cuore. Nessun superstite. Tra i morti anche donne e bambini di 2-3 anni. Di quante altre morti dobbiamo leggere per capire che si tratta di esseri umani?".
di Monica Virgili
Corriere della Sera, 12 giugno 2020
Attacchi di panico, depressione, ansia: si cominciano a vedere gli effetti della mancanza di relazioni sociali ed emergono i disturbi che erano "congelati" nella prima fase. Questo è un isolamento strano. "Coinvolge tutti, quindi ci rende uguali davanti a un nemico invisibile ma ci costringe a essere più soli e con il pensiero costante al virus" riflette Giancarlo Cerveri, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell'Azienda Socio Sanitaria di Lodi. Quello dell'ex prima zona rossa d'Italia è un osservatorio privilegiato: qui sono iniziate le quarantene e qui ora se ne cominciano a vedere gli effetti, con un po' di anticipo sul resto del Paese. "Stanno emergendo con forza tutti quei i disturbi che sembravano scomparsi nella prima fase, ma che l'emergenza aveva solo "congelato" dice lo psichiatra. "Con il passare delle settimane si è esaurita la paura di avvicinarsi all'ospedale e infatti in parallelo è aumentata la richiesta di aiuto per superare attacchi di panico, disturbi d'ansia, depressione".
Problemi amplificati - La quarantena fa male "Di sicuro ha amplificato i problemi già presenti soprattutto nelle persone più fragili. Abbiamo visto la recrudescenza di sintomi nelle persone già in cura e purtroppo anche un aumento dei tentativi di suicidio. Ma anche senza, fortunatamente, arrivare a questi estremi, le enormi sollecitazioni emotive, i lutti, le preoccupazioni per la salute e per le conseguenze economiche dell'epidemia, hanno alzato il livello dell'ansia e dei disturbi collegati. In molte persone l'inattività di queste settimane ha portato a ribaltare le abitudini quotidiane e quindi gli orari di veglia e riposo con conseguenti difficoltà di sonno. La perdita di controllo per esempio sull'alimentazione favorisce i disturbi come anoressia e bulimia. Poi vediamo altri segnali preoccupanti nelle persone a rischio dipendenza".
Consumo di alcol e stupefacenti - Per esempio? "Sta aumentando in modo significativo il consumo casalingo di alcol. Un grosso problema, anche perché con il più complicato accesso ai servizi territoriali è difficile seguire chi già stava cercando di uscire dalla dipendenza. Lo stesso ragionamento vale anche per chi fa uso di sostanze stupefacenti. Situazioni che, insieme alla convivenza forzata e alle situazioni critiche, possono tra l'altro favorire le violenze domestiche. E poi c'è la dipendenza da internet, riceviamo richieste di aiuto da parte di genitori con figli adolescenti che restano svegli e connessi tutta la notte per poi dormire il giorno".
Fobia sociale - Però ci sono persone che sembrano contente di stare a casa in quarantena? "Chi soffre di una fobia sociale non uscendo e non incontrando nessuno non si espone alle tensioni abituali e quindi può vedere migliorati i propri sintomi. Si tratta di persone, per esempio, con forme di autismo lieve ad alto funzionamento o che hanno una personalità con ridotta necessità di interazione con gli altri. In questa situazione possono facilmente sentirsi in equilibrio, persino un po' euforici, ma non devono esagerare con l'autoreclusione, appena sarà possibile dovranno sforzarsi di riprendere le attività sociali e il lavoro". Per i familiari è sbagliato assecondarli? "Sì, isolarsi non può essere la regola, a lungo andare inoltre corrono il rischio di veder peggiorare la loro condizione. Essere sollevati dallo stress quotidiano che nasce dall'interazione con gli altri può anche dare un sollievo momentaneo ma certo non risolve i problemi".
Psicosi e schizofrenia - L'isolamento può essere una terapia nei casi di malattie mentali? "Nelle fasi acute di patologie come psicosi o schizofrenia può essere necessario diminuire il livello di sollecitazioni anche attraverso l'isolamento transitorio del paziente da stimolazioni ambientali eccessive. Non è una cura in sé, ma solo uno strumento che ci consente di metterlo in condizione di recepire le opportune terapie".
Effetti futuri - C'è da aspettarsi un aumento dei disturbi mentali già nei prossimi mesi? "Sempre difficile fare previsioni in medicina. Dopo l'11 settembre del 2001, quando la minaccia terroristica era al massimo, si pensava ci sarebbe stato un forte aumento delle richieste di sostegno psichiatrico che invece non si verificò. Quella era una situazione diversa, un trauma enorme ma che si concluse in fretta. In questo caso non sappiamo prevedere i tempi dell'epidemia né quali saranno gli effetti sociali. Con la riapertura delle attività per alcune persone sarà cambiato tutto, non sarà possibile il ritorno alla vita di prima e questo non si sa che conseguenze potrà avere sulla loro psiche".
di Andrea Manna
La Regione, 12 giugno 2020
"L'emergenza Covid-19 è stata un test importante per il nuovo assetto della medicina carceraria": un test "che è stato finora superato efficacemente". Lo afferma, nero su bianco, la commissione del Gran Consiglio che vigila sulle condizioni detentive in Ticino sottolineando che "nessuno" dei reclusi nelle Strutture carcerarie cantonali (Scc) "ha contratto sinora l'infezione e ciò è stato possibile grazie alle misure restrittive per proteggere la salute sia dei detenuti sia del personale che la Direzione ha introdotto".
Il rapporto d'attività (maggio 2019-maggio 2020) della commissione presieduta dalla socialista Gina La Mantia - gli altri membri sono i liberali radicali Fabio Schnellmann e Giorgio Galusero, il popolare democratico Luca Pagani, la leghista Maruska Ortelli, Claudia Crivelli Barella dei Verdi e la democentrista Lara Filippini - sarà discusso dal parlamento durante la seduta che si aprirà lunedì 22, l'ultima prima della pausa estiva, e che si terrà ancora al Palacongressi di Lugano.
Mercoledì al Penitenziario cantonale 41 persone erano rinchiuse nel carcere giudiziario della Farera (detenzione preventiva); 128 nella sezione penale, destinata a coloro che scontano una condanna e 28 in quella aperta. Il rapporto commissionale è datato 5 giugno, ma la situazione è immutata. "Per il momento nessun contagio fra i detenuti", conferma il direttore delle Strutture carcerarie ticinesi Stefano Laffranchini, interpellato ieri dalla 'Regionè. Strutture nelle quali - scrive la commissione parlamentare, ricordando che il nuovo assetto organizzativo della medicina carceraria, approvato nel dicembre 2017 dal Consiglio di Stato, coinvolge Ente ospedaliero cantonale e Organizzazione sociopsichiatrica - sono state applicate "le misure raccomandate dalle autorità sanitarie che in un contesto di reclusione possono risultare più gravose".
Tra queste "il rispetto della distanza sociale, niente strette di mano, riduzione al minimo indispensabile dei contatti fra detenuti e personale, disinfettanti per le mani ovunque, controllo dello stato di salute dei detenuti, divieto d'accesso al carcere ai visitatori, ma anche ai funzionari che accusano sintomi influenzali".
E a proposito di funzionari, hanno potuto nel frattempo riprendere a lavorare cinque agenti di custodia che erano risultati positivi al coronavirus. "Già all'inizio dell'epidemia - spiega Laffranchini - sono state adottate delle misure anche per il personale ovviamente: come ad esempio l'obbligo di indossare la mascherina, la misurazione della temperatura corporea all'entrata e la disinfezione delle mani: questi cinque collaboratori, responsabilmente e nel rispetto delle direttive, al primo sintomo sono rimasti a casa".
Ciò che "ha impedito che il contagio si propagasse fra i colleghi e i detenuti", evidenzia il direttore delle Strutture carcerarie cantonali. Per quanto riguarda gli aspetti sanitari la guardia resta alta nelle prigioni ticinesi. "Dobbiamo rimanere vigili, così come si è fatto nella prima fase della pandemia, quella acuta", dice Laffranchini. Le strutture carcerarie, si legge nel rapporto della Commissione di sorveglianza delle condizioni di detenzione, "sono pronte dal profilo sia logistico, sia procedurale, sia medico a gestire l'epidemia nel caso in cui si diffondesse".
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 12 giugno 2020
Decine i cadaveri, ammanettati e con segni di tortura. Sarraj non sfigura: l'Onu lo accusa di saccheggi, arresti e uccisioni. Una nave della missione Ue Irini intercetta un cargo turco, ma non può perquisirlo. I dettagli sono ancora pochi, ma il quadro che emerge è chiarissimo: a Tarhuna (65 chilometri a sud di Tripoli) c'è stata una mattanza di civili. Ieri le forze alleate al Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli hanno scoperto almeno quattro fosse comuni in città. In una di queste, sarebbero stati recuperati finora più di 15 cadaveri (tra cui quello di una 12enne) ammanettati e con segni di tortura. I sospetti sono caduti inevitabilmente sull'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) del generale Haftar: erano i suoi uomini a controllare la zona prima di ritirarsi lo scorso 5 giugno.
Ma se l'Eln si è macchiato di crimini orribili in Libia (tra cui raid indiscriminati in zone residenziali), le milizie che sostengono il governo tripolino non sfigurano in quanto a barbarie: la missione Onu nel paese nordafricano (Unsmil) le ha accusate lunedì di uccisioni extragiudiziali, arresti di massa, saccheggi sia a Tarhouna che nella vicina Asabia. Il massacro di civili a Tarhuna non terminerebbe però con la scoperta delle fosse comuni: la scorsa settimana l'Onu si è detta pronta a collaborare con il governo di Tripoli per investigare sui decessi di 106 persone scoperti in un ospedale cittadino.
Ma in Libia si uccide barbaramente anche da altre parti: ad Ain Zara e Wadi Rabea (sud di Tripoli), sette persone sono state uccise dall'esplosione di alcune mine forse piazzate dall'Enl prima di abbandonare le sue posizioni dalle aree meridionali della capitale. Le mine sono sempre più armi letali nel paese: secondo un rapporto del ministero della Giustizia del Gna, hanno finora causato 34 morti e 50 feriti. E poi c'è la guerra che continua senza soluzione di continuità tra Tripoli e l'Enl. Da alcuni giorni il centro degli scontri è la città costiera di Sirte dove solo tra il 5 e l'8 giugno l'Usmil ha registrato l'uccisione di 19 civili (12 i feriti) a causa di attacchi aerei e missili Grad. Al momento la situazione è di stallo: dopo essere avanzate, le forze del governo di al-Sarraj sono state rallentate dalla controffensiva di Haftar.
In questo clima di conflitto permanente, lascia più di qualche perplessità l'annuncio ottimista di ieri dell'Unsmil secondo cui Tripoli e Tobruk "sono pienamente impegnate nella terza tornata di colloqui della Commissione militare congiunta formato 5+5 (formata da cinque funzionari militari di entrambe le parti in conflitto, ndr)".
L'Onu parla di "incontri produttivi": parole che, di fronte allo sfacelo libico, sanno di scherno. Ai massacri scoperti e alla guerra, si aggiungono infatti le tensioni internazionali e interne. Ieri c'è stato il primo contatto ravvicinato tra una nave della missione europea Irini e quella cargo turca Cirkin, sospettata di trasportare armi al Gna e scortata fino a Misurata da tre fregate di Ankara. "Quando Irini ha voluto verificare il carico, in linea con le procedure abituali, la risposta è stata negativa", ha detto rassegnato il portavoce della Commissione europea Peter Stano.
La vicenda, conclusasi senza scontri, evidenzia però come sarà difficile e pericoloso imporre un embargo di armi in Libia come l'Europa promette di fare con Irini, mostrando allo stesso tempo come i turchi facciano già ciò che vogliono sull'altra sponda del Mediterraneo. Ieri almeno tre aerei cargo militari sono volati dalla Turchia in direzione di Misurata. Nuove armi per dare ulteriore sostegno all'alleato di Tripoli per la sua campagna di "liberazione" che, ufficialmente, dovrebbe terminare dopo aver ripreso Sirte e la base aerea di al-Jufra.
Dopo ore di tensione, è tornata ieri la normalità pure nel complesso gasifero di Mellitah: un gruppo armato di Zuara aveva minacciato di fermare l'esportazione di gas verso l'Italia chiedendo il pagamento degli stipendi e l'ottenimento di posti di lavoro presso l'impianto dove opera l'Eni. La protesta, rientrata dopo alcune rassicurazioni da parte di Tripoli, non è stata un caso isolato: da giorni in più parti della Libia si ripetono scene pressoché simili. Immagini emblematiche di uno Stato alla deriva dove a dettare legge sono vari gruppi armati e dove chi li dovrebbe fermare (Gna) conta poco a prescindere dai "suoi" successi militari.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 12 giugno 2020
I dem: ora modifiche al decreto sicurezza. La conferma è arrivata con l'informativa di ieri fatta in Cdm dal premier Conte: la vendita delle due fregate all'Egitto è cosa fatta. Anche perché - spiegano fonti di governo - "la questione non passa dall'approvazione in Consiglio dei ministri, l'autorizzazione spetta all'Uama, l'Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento". E quindi quella valutazione politica della quale si è parlato negli ultimi giorni non è considerata necessaria.
Conte ha parlato anche di Libia, un altro tema molto caldo, dove il ministero della Difesa sta mandando avanti la richiesta arrivata dal presidente di Tripoli Fayez al Serraj, che ha sollecitato al governo italiano l'invio di sminatori sul suo territorio, visto che le forze del generale Khalifa Haftar sono state respinte dalla zona e hanno lasciato delle mine ovunque. L'ipotesi più probabile resta quella dell'utilizzo dei contractor già presenti sul territorio, anche perché il genio militare, generalmente, viene utilizzato in altri casi.
Nella giornata di ieri, poi, in più occasioni è stato ribadito, sia dalla ministra Luciana Lamorgese che dal Pd, la necessità di calendarizzare le modifiche al salviniano decreto sicurezza sui migranti, che aspetta da tempo una rimodulazione in base alle modifiche richieste dal presidente della Repubblica.
Così come aveva annunciato, dunque, il premier ha voluto riferire riguardo alla commessa miliardaria con l'Egitto. Le due Fremm che Fincantieri consegnerà a Il Cairo non appena (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi) vogliono dire un affare di circa 1,2 miliardi di euro. Senza contare che le due unità navali verranno, comunque, rimpiazzate nei ranghi della Marina militare e - secondo il settimanale The Arab weekly - rappresentano solo l'inizio di un affare che prevede la vendita all'Egitto di altre fregate, pattugliatori, aerei da combattimento e da addestramento.
Le due già in partenza più altre quattro, oltre a 20 pattugliatori d'altura, 24 caccia Eurofighter Typhoon e numerosi velivoli da addestramento M-346 di Leonardo, più un satellite da osservazione, per un valore complessivo di 10,7 miliardi di dollari.
Una importante operazione economica, tutta da verificare, che ha provocato diverse reazioni, a cominciare da quella della famiglia di Giulio Regeni, che è ancora in attesa di conoscere la verità sulla morte del figlio. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha assicurato che il lavoro per avere giustizia "è incessante".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 12 giugno 2020
Il parlamento turco approva la legge che dà al corpo paramilitare nuovi spazi di azione. Rissa tra deputati, le opposizioni di Hdp e Chp: sono forze fedeli solo all'Akp e al presidente. Camicia marrone chiaro, capello scuro, sul petto cucito un distintivo di stoffa con una stella sormontata dalla parola bekci, guardia in lingua turca ottomana. È la divisa delle "aquile della notte", le guardie di quartiere, forza dell'ordine estranea al corpo ufficiale di polizia che ora Ankara dota di poteri speciali.
Di epoca ottomana, erano state abolite nel 2008, troppo controverse e violente: dopo un risicato addestramento di 40 giorni a cui si accedeva con la licenza media e infimo rispetto a quello seguito dai futuri poliziotti, venivano dispiegate di notte, al fianco il manganello. A farne le spese i quartieri più poveri, più pattugliati, in particolare a maggioranza curda o alevita. Il presidente Erdogan li ha ritirate fuori dal cappello approfittando delle paure riemerse nella pancia dell'opinione pubblica con l'ennesimo golpe (o meglio tentato) nel luglio 2016. Sono tornate sulle strade l'anno dopo, nel 2017.
Ieri un nuovo salto di qualità: il parlamento turco ha votato a favore dei 18 articoli del disegno di legge presentato dall'Akp, il partito di Erdogan, che dota le guardie di quartiere di poteri speciali, nella pratica identici a quelli della polizia. Con alle spalle, secondo la nuova legge, non più 40 giorni di addestramento ma sei mesi, una catena di comando affatto limpida e nessun obbligo di chiedere prima autorizzazioni per arresti e perquisizioni.
Potranno fermare cittadini, chiedere loro di identificarsi, portare con sé armi da fuoco e detenere un sospetto. E aumenteranno di numero: dalle attuali 21mila a quasi 30mila, in aggiunta a 261mila poliziotti. Un +7,9% rispetto all'anno precedente: tantissimi, un agente ogni 314 abitanti, rapporto che scende a 1 a 281 con le guardie notturne e a 1 a 209 con la gendarmeria, polizia militare che conta 100mila effettivi sotto il diretto controllo del ministero dell'Interno.
La reazione delle opposizioni è stata dura, in parlamento si è tramutata in rissa, nella consapevolezza che i bekci altro non saranno che l'ennesimo braccio armato della tentacolare macchina del controllo sociale che l'Akp - con il sostegno indefesso degli alleati nazionalisti dell'Mhp - ha instaurato in Turchia.
Dietro alla legge sta il solerte ministro degli Interni, Suleyman Soylu, vice presidente dell'Akp, noto repressore e secondo molti perfetto rappresentante dello "Stato profondo" turco: è lui ad aver ordinato decine e decine di commissariamenti dei comuni curdi e i letali coprifuoco nel sud est della Turchia e ad aver imbastito e poi gestito la lotta al "terrorismo". Potente e intelligente, tanto da essere indicato come unico vero rivale allo strapotere del presidente Erdogan.
È da febbraio che in Turchia va avanti la battaglia politica intorno alle guardie di quartiere. Nelle scorse settimane, e di nuovo ieri in occasione del voto finale, le opposizioni - il partito repubblicano Chp e quello di sinistra filo-curdo Hdp - hanno immaginato il probabilissimo futuro: ulteriori violazioni dei diritti umani e abusi sui cittadini, in particolare sulle comunità invise al progetto di turchizzazione erdoganiano.
Ma soprattutto la creazione di un corpo paramilitare, fedele al presidente e capace di stringere ancora di più il pugno autoritario del governo Akp-Mhp. Lunedì si leggeva sul Guardian che buona parte delle attuali guardie sono giovani uomini legati all'Akp. "Questa legge non protegge le persone o il quartiere. È una legge per proteggere lo Stato dal popolo", ha detto in parlamento Omer Faruk Gergerlioglu, deputato dell'Hdp.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 giugno 2020
Sono, per ora, tre le ordinanze che mandano il decreto Bonafede "anti scarcerazioni" al vaglio della Corte costituzionale. Abbiamo parlato della questione sollevata sia dal magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi, sia dal tribunale di Sassari, da parte della presidente Ida Soro e del magistrato Riccardo De Vito.
di Angela Stella
Il Dubbio, 11 giugno 2020
Per la terza volta il decreto "Bonafede" relativo alle scarcerazioni viene inviato dinanzi alla Corte Costituzionale. Il 26 maggio e il 3 giugno erano stati rispettivamente i magistrati di sorveglianza di Spoleto e Avellino - Fabio Gianfilippi e Donatella Ventra - a sollevare questioni di legittimità costituzionale. Ora è toccato al Tribunale di Sorveglianza di Sassari - presidente Ida Soro, estensore Riccardo De Vito - chiamare in causa la Consulta su uno dei casi più dibattuti: la concessione dei domiciliari per motivi di salute a Pasquale Zagaria.
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