di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2020
Avete presente il cosiddetto caso Bonafede-Dap-scarcerazioni? E due mesi di "Non è l'Arena, è Salvini" sul ministro, su Basentini e sui loro parenti vivi o morti fino al sesto grado? E i processi al Guardasigilli & C. nel question time, nella mozione di sfiducia e in inutili audizioni in quella parodia di commissione Antimafia ridotta a succursale di casa Giletti (ma senza Salvini, latitante da due anni per non rispondere sui rapporti con Siri e Arata, socio occulto di Nicastri amico di Messina Denaro)?
Vita, 11 giugno 2020
In discussione in queste ore un emendamento di Cittadinanzattiva per case famiglie protette per detenute con figli minorenni. "Una soluzione per un problema di cui si parla poco e che chiede soluzioni urgenti. Nonostante le buone leggi ed una giurisprudenza favorevole, la presenza di bambini nelle carceri, assieme alle madri detenute, rappresenta un paradosso gravissimo ed irrisolto", commenta Laura Liberto, coordinatrice di Giustizia per i diritti.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 11 giugno 2020
Grande è la confusione sotto il cielo di via Arenula. Tutt'altro che archiviata la crisi della riapertura dei tribunali post-covid, sulla scrivania che fu di Togliatti si affastellano pratiche su pratiche, tutte pronte ad esplodere e potenzialmente dirompenti.
La prima, la più corposa, rimane la riforma del Csm. L'organo di autogoverno della magistratura al centro dello scandalo Palamara aspetta da un anno una legge che lo riformi (soprattutto dopo l'ultima ondata di intercettazioni pubblicate sul rapporto tra toghe e politica) ma di rinvio in rinvio la bozza voluta dal ministro Alfonso Bonafede non è ancora stata resa nota.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 11 giugno 2020
Dal mantenimento dentro il Consiglio della sezione disciplinare al problema dei fuori ruolo, sono diverse le criticità e i nodi irrisolti di una proposta destinata a un percorso lungo e accidentato. Alcuni burattinai cadranno nell'oblio, ma la sensazione è che, anche con le nuove regole, i protagonisti dei condizionamenti sul potere giudiziario continueranno a operare.
Tra i tanti annunci si segnala anche quello - ennesimo - della riforma della giustizia, questa volta sotto il profilo di quella ordinamentale. Sono vari gli aspetti considerati nella proposta di legge delega che doveva già approdare al Consiglio dei Ministri questa settimana e di cui si stanno perdendo le tracce.
Si tratta, peraltro, della riproposizione - riveduta e corretta - di quanto già elaborato sotto il precedente Governo, ora stralciato per rispondere all'emergenza del Palamara 2, dopo che sono state dimenticate le premesse legate all'urgenza di dare una risposta al Palamara 1. Si sprecano i buoni propositi, le promesse di autoriforma sia della magistratura, sia della politica. Si notano già i primi distinguo.
Il processo sarà lungo e accidentato nella speranza dei protagonisti e dei comprimari della questione "giustizia" che altre emergenze possono obliterare quanto è emerso e con esso la necessità di una riforma oggi ritenuta non rinviabile. Non sono poche, anche sui profili ispirati da lodevoli intenti, le riserve che il disegno di legge presenta.
Bisognerà vedere, nel momento elettorale dell'autunno per il parlamento dell'Associazione magistrati, come si posizioneranno - in termini di rapporti di forza - le "correnti" e i vari gruppi. Sotto quest'ultimo profilo, non può non segnalarsi che al tradizionale aggregarsi culturale, le correnti - sul modello di alcuni partiti - si stanno strutturando attorno a leadership individuali, con conseguenze non secondarie in punto di cristallizzazione dell'aggregazione, prima caratterizzata - pur in presenza di persone che avevano rilievo nelle singole correnti - da strutture maggiormente dinamiche.
Il risultato elettorale inevitabilmente indicherà chi sarà l'interlocutore della riforma con il Governo e il Parlamento, ma soprattutto quanto peseranno le varie aggregazioni nel riformato sistema elettorale per il Consiglio Superiore della Magistratura. Il dato assicurerà rilievo rispetto alla capacità delle correnti di gestire, sia il primo, ma soprattutto il secondo turno elettorale con possibilità di coordinare gli elettorati.
Un profilo di criticità della riforma è costituito dal mantenimento dentro il Consiglio della sezione disciplinare, seppur temperato dalla partecipazione esclusiva dei consiglieri e la divisione in due sezioni. Appare difficile che i componenti si sottraggano alle logiche del Consiglio alle quali la composizione di due togati e di un laico non sarà in grado di sottrarsi, anche se è vero che rispetto all'attuale situazione cambia non poco la possibilità di un giudizio di responsabilità dell'accusato: oggi nella composizione a 6 (due laici e quattro togati) ci vogliono quattro voti per un giudizio di colpevolezza.
La proposta (Ermini) di collocare all'esterno l'organo disciplinare richiederebbe tempi lunghi e forse una modifica costituzionale. Il rischio è che più si alza il tiro, più si rinvia la riforma che è già in ritardo, scontando tutti i rinvii già maturati. Riserve, in materia di modello elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura sembrerebbero emergere anche in relazione alla mancata presenza di quote di genere e per l'accorpamento di giudici e pubblici ministeri, nei collegi e nell'elettorato attivo e passivo.
In tal modo la riforma esclude - allo stato - qualsiasi elemento legato alla introducibilità attualmente all'esame del Parlamento della separazione delle carriere. La riforma non affronta neppure il problema dei magistrati fuori ruolo che pur rappresentano al pari della nomina dei direttivi e dei semi-direttivi un problema di non secondario rilievo.
Parimenti la riforma non affronta la questione della composizione dei magistrati segretati, da sempre distribuiti secondo logiche ispirate alla proporzionalità della composizione consiliare, con esclusione non solo di componenti laici, ma anche riconducibili ad una possibile loro indicazione. Si tratta di un ulteriore strumento attraverso il quale le correnti alimentano il proselitismo e costruiscono le carriere dei magistrati negli spazi destinati alla magistratura.
Al tema del rapporto con la politica, sicuramente e significativamente toccato dal fuori ruolo, al quale si è accennato, la riforma dedica solo due aspetti. Il primo attiene alla partecipazione dei magistrati alla competizione elettorale ed al rientro nei ruoli dopo l'esaurimento della vicenda politica, e quello delle condizioni per la nomina a componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura. L'esclusione - molto opportuna - di membri del Parlamento che hanno la possibilità di diventare vicepresidenti del Consiglio Superiore della Magistratura - come è emerso nelle più recenti vicende (Rognoni, Vietti, Mancino, Legnini, Ermini) - dopo un passato diversamente caratterizzato è già stata avversata da alcune forze politiche. Sarà un significativo banco di prova della tenuta della riforma. Non si può negare che anche la componente laica, si connoti per "visioni" politiche e ideologiche riconducibili a specifiche aree della rappresentanza parlamentare da cui riceve il consenso ancorché a maggioranza altamente qualificata.
Sarebbe ipocrita altresì negare che le nomine non siano legate alle maggioranze e minoranze parlamentari ed all'interno di queste ai rapporti di forza delle sue componenti. Si tratterebbe, tuttavia, di un rapporto maggiormente mediato rispetto a quello di un parlamentare che transita da uno status ad un altro.
Al di là delle (buone?) intenzioni, si ha la sensazione che, pur dovendo assistere all'oblio di alcuni burattinai, i protagonisti dei condizionamenti sul potere giudiziario, continueranno ad operare anche con le nuove regole, evitando soltanto le patologie troppo evidenti. La riforma non affronta - e forse non poteva farlo - altri aspetti che le intercettazioni hanno evidenziato: i rapporti tra magistrati e giornalisti e le implicazioni dell'ideologia dei magistrati nell'esercizio dell'attività giudiziaria. Si dice che oggi la fiducia dei cittadini nella giustizia, sia crollata: non c'è da meravigliarsi. Piuttosto stupisce che, pur essendo quanto emerso, perfettamente conosciuto, la fiducia potesse considerarsi elevata.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 11 giugno 2020
Canto XIX, Inferno, VIII cerchio, terza bolgia: i simoniaci stanno conficcati a testa in giù in buchi infuocati della roccia; ne fuoriescono le gambe dell'ultimo peccatore, lambite dalle fiamme. Uno dei canti più belli della Divina Commedia si apre con la nota apostrofe di Dante contro Simon Mago e i suoi seguaci, i simoniaci appunto, colpevoli di aver fatto commercio delle cose sacre. A spanne la reazione di una parte dei magistrati italiani allo tsunami che si è abbattuto su di loro potrebbe essere declinata con i versi del Sommo.
Lo sdegno per un mercimonio di favori e di posti sarebbe da addossare a un pugno di infedeli faccendieri, di contagiati dal mal di potere, di dannati della carriera, di apostati della purezza della corporazione. Per carità, è un sentimento, in alcuni casi, anche sincero, profondamente giustificato dai disagi e dai sacrifici che tantissime toghe affrontano ogni giorno nel gestire una macchina lenta, farraginosa, vetusta. Non è di questo sdegno, però che occorre discutere, anche perché, francamente, appare il più delle volte incanalato in una gara, a tempo largamente scaduto, a chi si mostra più indignato, o più sorpreso, a tratti imbarazzante.
Lo si era già visto l'anno scorso questo sdegno a scandalo (mezzo-scandalo, invero) appena esploso e nulla era cambiato. Anzi a confrontare certe nomine recenti con certe telefonate intercettate si ha il sospetto che operazioni pianificate da tempo continuino ad andare in porto a dispetto di ogni denuncia e di ogni rassicurazione e malgrado il nocchiero sia stato appeso all'albero maestro. Evidentemente l'abbrivio del transatlantico correntizio è piuttosto lungo e lo stop impresso al vapore non ha ancora fermato le macchine.
Comunque, poiché il principio di buona fede e la presunzione d'innocenza rappresentano i cardini del diritto, mettiamo da parte come buone le dichiarazioni che vorrebbero rassicurare un Paese in gran parte sbigottito dagli avvenimenti e prendiamo in esame la situazione. La magistratura italiana ha dissipato, in un tempo non breve, un patrimonio enorme di credibilità e una reputazione immensa. Si trattava di risorse cospicue, frutto dello straordinario intersecarsi di un assetto costituzionale della giustizia ampiamente di favore (come in nessun'altra nazione) verso la magistratura e di un impegno talvolta eroico sul versante del terrorismo, della corruzione e della mafia.
Se si volge lo sguardo al modello di giurisdizione tracciato in Costituzione ci si accorge che l'avvocatura non è neppure menzionata e che tutto l'indispensabile apparato di servizio ha solo un fugace cenno nella parte relativa alle competenze del Ministro. Un impianto appena ritoccato nel 1999 con la riforma sul giusto processo, ma senza alcuno spostamento del baricentro costituzionale dall'asse delle toghe e dal loro ordinamento.
Un epicentro mai messo in discussione. Una totale identificazione tra toghe e giurisdizione che coinvolge anche il pubblico ministero. Un monolite, si ripete, senza eguali nelle democrazie occidentali e non solo. In questo monopolio costituzionale la funzione di regolazione della corporazione spettava al Csm, a sua volta un insolito monarca assoluto a base elettiva con pochissime regole esterne e un controllo - a tratti asfissiante - sui comportamenti dei singoli magistrati, sull'organizzazione degli uffici, sul funzionamento del processo, sugli incarichi e su molto altro.
Tutto questo, sarebbe inutile nasconderlo, è andato in frantumi e proprio nel suo ganglio più vitale. Il corpo del re è apparso nudo, lacerato e purulento. La caduta di prestigio dell'Organo di autogoverno - che tanto aveva impensierito il Quirinale lo scorso anno nella stagione delle dimissioni di alcuni dei consiglieri coinvolti - rischia ora di travolgere la magistratura italiana che, come potere pulviscolare e diffuso, non è in grado di reggere le spinte disgregatrici che la investono in tutti i settori. Un potere sostanzialmente acefalo costituirebbe una rottura della Costituzione e non è possibile fare a meno di un centro di imputazione della funzione giudiziaria. Il Csm è indefettibile.
Tuttavia, i magistrati, lasciati a sé stessi, non hanno dato buona prova nella gestione dell'amplissima autonomia e indipendenza che il Costituente aveva loro affidato nel 1947. Quando l'autogoverno ha iniziato a volgersi verso il malgoverno (questa è la percezione diffusa anche tra le toghe) è chiaro che si sono messi in discussione i pilastri della terra su cui dovrebbe essere edificata la casa della giustizia. Occorre comunque aggirarsi con discernimento tra le molte ipotesi di riforma.
A esempio, silenziosamente e con circospezione, guadagna consenso tra i giudici l'idea di una separazione delle proprie carriere da quelle dei pubblici ministeri; intesa non più quale strumento per il riequilibrio delle parti processuali innanzi alle corti, ma come via per liberarsi di quella che è apparsa la zavorra più malmostosa e greve delle vicende recenti: la corsa per capeggiare le procure.
Non si può dimenticare che tutto è nato dalla successione alla guida della più importante procura della Repubblica del paese e che la maggior parte dei soggetti invischiati, sino ai livelli apicali, fossero appartenenti agli organi requirenti. Il protagonista dell'affaire lo ha dichiarato pubblicamente in un'intervista televisiva: il problema della lotta per gli incarichi riguarda quasi esclusivamente le procure della Repubblica che hanno la disponibilità della polizia giudiziaria. Parola in più, parola in meno.
La sensazione è quella che porzioni, purtroppo non marginali, della magistratura inquirente abbiano delimitato una terra infida e pericolosa che il Csm non è riuscito a governare con la necessaria risolutezza e fermezza. Si insinua, in più di un giudice e a mezza voce, la tentazione che sarebbe meglio liberarsi degli scomodi "colleghi" per evitare che colino a picco l'intera corporazione. Magari dando loro un proprio Csm in cui azzuffarsi e regolare i conti dei propri conflitti senza coinvolgere la terzietà e imparzialità dei giudici, presidio irrinunciabile del patto sociale, da tenere al riparo da ogni sospetto.
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 giugno 2020
È ufficiale: la giustizia riapre il 30 giugno. Salvo ripensamenti, o addirittura tentativi di anticipare i tempi, da parte del governo. Che oggi però ha ufficialmente dato parere favorevole a un emendamento con cui Fratelli d'Italia fissa quella data. In calce all'iniziativa, proposta durante l'esame del decreto Intercettazioni, c'è la firma di Alberto Balboni, senatore del partito di Giorgia Meloni. Il via libera è arrivato da Vittorio Ferraresi, sottosegretario alla Giustizia. Si può dire che la partita è chiusa, insomma.
Ma per dimostrarlo, è necessaria l'assistenza di un avvocato. E l'avvocato in questione è proprio Alberto Balboni, del Foro di Ferrara. È senatore, alla quarta legislatura, di quelli che potrebbero scrivere la teoria e la tecnica dell'attività parlamentare, ma è pur sempre innanzitutto un avvocato. "Si metta nei panni di un presidente di Tribunale", dice il parlamentare di Fratelli d'Italia al Dubbio, "si trova davanti l'articolo 83 del Cura Italia, giusto? Vi trova scritto che dipende tutto da lui. Tutto. Riaprire o no le aule di giustizia, consentire lo svolgimento delle udienze o rinviarle, adottare cautele o riprendere l'attività. Lei che farebbe, al suo posto?".
Loro, i magistrati, ricorda Balboni, "hanno chiuso tutto. Si son detti: "E chi me lo fa fare di rischiare? Come sono perseguibili i titolari delle aziende con casi di contagio da Covid, così sarei perseguibile io". Perciò hanno bloccato l'attività nei tribunali. L'errore, madornale, commesso dal governo", osserva ancora Balboni, "è stato scaricare su di loro la responsabilità".
Ecco, in poche parole, perché si è paralizzata la giustizia. Ci voleva un avvocato, prima che senatore, per trovare la soluzione: un emendamento piccolo piccolo, di mezza riga, al decreto Intercettazioni, in discussione a Palazzo Madama, nella commissione Giustizia di cui Balboni fa parte: "Al comma 1, sopprimere la lettera i)". Tutto qui? "Tutto qui". All'articolo 3, comma 1, lettera i) del mitologico decreto Intercettazioni dello scorso 30 aprile (quello che in realtà ha soprattutto limitato le udienze da remoto) c'è scritto che la fine della fase 2 della giustizia è procrastinata dal 30 giugno al 31 luglio. "Significa essere rimandati a settembre", ricorda Balboni, "visto che ad agosto c'è la sospensione feriale".
Ciò detto, e dato atto al senatore di FdI della sua lucida prontezza di riflessi, va anche ricordato che il contenuto della norma, semplicissimo, era stato condiviso in anticipo, ieri mattina, dal sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, del Movimento 5 Stelle. A "Uno Mattina", su Rai 1, Ferraresi aveva ricordato l'incontro di venerdì scorso a via Arenula fra il guardasigilli Alfonso Bonafede, il Cnf, l'Ocf, l'Aiga, l'Ucpi e l'Unione Camere civili: "Dopo quel confronto con l'avvocatura e con l'Anm, si è convenuto che la situazione consente di tornare a una attività regolare. E così, all'interno dei provvedimenti sulla giustizia all'esame del Parlamento, sarà prevista la ripresa dal 30 giugno".
Ferraresi aveva ben chiaro che di lì a poco avrebbe dato, a nome dell'intero governo, parere favorevole all'emendamento Balboni, sottoscritto anche da altri due senatori di FdI, Ciriani e Rauti. Non solo: nella seduta dell'organismo di Palazzo Madama presieduto dal leghista Andrea Ostellari, si esprimono a favore della proposta anche i due relatori: Franco Mirabelli, capogruppo dem nella commissione, e la 5 Stelle Angela Piarulli. Più esplicito e ufficiale di così, il via libera non potrebbe essere.
Il decreto scadrebbe il 29 giugno, quindi sulla data non sussistono equivoci. "Devo ammettere", dice ancora Balboni, "che la scelta del governo mi ha un po' colto di sorpresa. Non credevo che avrebbero dato l'ok". In realtà proprio il Cnf e l'Ocf avevano prefigurato a Bonafede, nell'incontro di venerdì, una opzione tranchant come quella poi proposta da FdI. Il ministro non l'aveva esclusa. Aveva comunque prospettato un intervento in grado di lasciare ai capi degli uffici giudiziari il potere di fermare l'attività solo qualora l'Autorità sanitaria avesse segnalato nuovi focolai.
Ora però l'avvocatura chiederà di rendere immediatamente residuale il ricorso allo smart working per il personale amministrativo (due giorni orsono lo ha fatto con una dettagliata lettera al guardasigilli anche l'Ordine forense di Torino) e di anticipare la data del 30 con l'unica soluzione possibile: un decreto.
Anche perché, come ricorda il presidente dell'Ami, l'Associazione avvocati matrimonialisti, Ettore Grassani, "la paralisi della giustizia come conseguenza della pandemia sta comprimendo in maniera pericolosa i diritti di migliaia di famiglie che attendono i provvedimenti di separazione".
Si calcola, spiega Grassani, "che ci siano almeno 25mila coppie che avevano depositato il ricorso poco prima del lockdown e che sono attualmente ancora sotto lo stesso tetto. Parliamo di separazioni giudiziali e consensuali. Questo alimenta le violenze intrafamiliari. Un sistema lento diventa egli stesso complice della violenza". Prima si riapre e meglio è. Ma almeno, ora è certo che non si andrà oltre il 30 giugno.
di Ermes Antonucci
Il Foglio Quotidiano, 11 giugno 2020
Il complesso delle norme adottate per contrastare la pandemia e i negativi effetti economico-sociali della stessa hanno suscitato gli interessi dei giuristi, in particolare dei costituzionalisti e dei penalisti. Così, è stato rilevato il problema del bilanciamento fra il valore della salute individuale e collettiva e altri valori di primario rilievo (libertà individuale, libertà di iniziativa economica, ecc.); nel contempo si sono studiate le tipologie di sanzioni reputate idonee ad assicurare il rispetto delle regole. In queste righe intendo soffermarmi su un altro aspetto. Pandemia e norme collegate determineranno fra breve una espansione ulteriore del diritto penale (che già avevo definito "totale" in un mio recente lavoro) e correlativamente dei poteri della magistratura inquirente.
Vedo tre vie di espansione. La prima concerne l'elevato livello di contagio e di mortalità che si è verificato: il che induce a ricercare anomalie nello sviluppo causale dei fatti e quindi a ricercare negligenze nell'attività di operatori sanitari. Ma non solo: gli inquirenti sono interessati anche a vagliare l'organizzazione della struttura sanitaria al fine di accertare eventuali mancanze organizzative. Con possibilità di risalire molto in alto nella scala gerarchica burocratica, fino anche ai vertici governativi. Del resto è nota già oggi l'indagine della procura di Bergamo volta a accertare quale sia l'istituzione competente a delimitare le zone rosse. Come spesso capita, al tempo degli applausi e dei riconoscimenti subentra il tempo della conflittualità.
"E probabilmente avremmo evitato il lockdown italiano". Insomma, nel mirino del comitato dei famigliari delle vittime del coronavirus sembrano esserci soprattutto i politici e ieri, in curiosa coincidenza con la manifestazione, è giunta la notizia che sulla mancata istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro la procura di Bergamo interrogherà come persone informate dei fatti il premier Giuseppe Conte, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e il ministro della Salute Roberto Speranza, dopo aver ascoltato nei giorni scorsi il governatore della Lombardia Attilio Fontana e l'assessore Giulio Gallera.
Il problema è che, se si escludono ipotetiche condotte dolose (ma quale politico vorrebbe ammazzare i propri elettori?), le eventuali responsabilità degli amministratori locali e nazionali andrebbero valutate nella loro sede naturale, vale a dire le urne elettorali, di certo non dalle procure. In questo senso appare a dir poco imbarazzante la soddisfazione espressa da Matteo Salvini alla notizia dell'iniziativa della procura di Bergamo: "Dopo tante menzogne e attacchi vergognosi, giustizia è fatta: chi ha sbagliato deve pagare!". A parte che non si capisce quale giustizia sia stata "fatta" (se si esclude la giustizia mediatica tanto cara a Salvini), ma ciò che più sorprende è che in questo modo pure il leader della Lega finisce per attribuire ai pm il compito di sindacare le scelte della politica.
Come dimostrare, poi, a livello processuale il nesso tra le decisioni adottate dalla classe politica e i decessi per Covid-19? Insomma, nulla esclude che alla fine, una volta aperte le inchieste giudiziarie e sull'onda di pulsioni giustizialiste, a dover rispondere dei numerosi decessi causati dalla pandemia siano proprio i medici, i dirigenti delle strutture sanitarie e gli operatori del settore. È per queste ragioni che le associazioni di categoria hanno chiesto da tempo l'introduzione di uno scudo penale. "Nessuno di noi ha mai chiesto scudi giuridici per situazioni di colpa grave, e quindi di palese negligenza e incapacità. Ma qui ci siamo ritrovati in un'emergenza pandemica, con carenza di strutture, tecnologie, attrezzature e personale specialistico", dichiara al Foglio Antonino Giarratano, vicepresidente della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione, terapia intensiva (Siaarti).
"In Lombardia - aggiunge Giarratano - molti nostri colleghi non sono tornati a casa per settimane. In alcuni ospedali si sono ritrovati ad avere in terapia intensiva in una notte venticinque pazienti con dodici posti e quindi a decidere a chi dare il ventilatore migliore. In alcuni casi i chirurghi e gli infermieri di psichiatria sono stati messi a seguire i pazienti ventilati perché non c'era personale specializzato.
È chiaro quindi che in condizioni di pandemia e di emergenza non può trovare spazio il concetto di responsabilità diretta degli operatori sanitari applicato in condizioni normali. Se non ci sono mascherine, ventilatori, posti letto, infermieri e neanche linee guida, la colpa non può essere attribuita all'operatore sanitario".
Si rende quindi necessaria l'introduzione di uno scudo giuridico: "Se la colpa grave non fosse contestualizzata alle condizioni emergenziali in cui abbiamo lavorato, di fatto saremmo tutti colpevoli, e questo sarebbe improponibile. La legislazione attualmente vigente sulla colpa professionale deve quindi essere modificata affinché si tengano in considerazione le condizioni speciali che si sono verificate nel corso della pandemia", conclude Giarratano.
di Massimo Villone
Il Manifesto, 11 giugno 2020
Reato di diffamazione. La Corte costituzionale ci informa che le questioni sollevate sulla legittimità costituzionale della pena detentiva per la diffamazione a mezzo stampa richiedono un complesso bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela della reputazione della persona. Ci sta dicendo che il bilanciamento in atto, come stabilito dalla norma, non è accettabile.
La Corte costituzionale ci informa con un comunicato del 9 giugno che le questioni sollevate sulla legittimità costituzionale della pena detentiva per la diffamazione a mezzo stampa richiedono un complesso bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela della reputazione della persona, che spetta in primo luogo al legislatore.
Essendo pendenti in Parlamento vari progetti di legge in materia, la Corte, nel rispetto della leale collaborazione istituzionale, ha rinviato la trattazione all'udienza pubblica del 22 giugno 2021. Restano sospesi i procedimenti penali nell'ambito dei quali sono state sollevate le questioni di legittimità.
La Corte ci sta dicendo che il bilanciamento in atto, come stabilito dalla norma, non è accettabile. Se non fosse così, avrebbe dovuto dichiarare l'infondatezza della questione. Invece, ci dice che è fondata. Preannuncia quindi una sentenza di illegittimità, cui però non intende giungere immediatamente, perché il principio di leale collaborazione impone il rinvio. È l'applicazione del modello Cappato. La Corte concesse tempo al legislatore perché intervenisse. Il Parlamento rimase inerte, e la Corte si pronunciò poi con la sentenza 242/2019.
Bisogna essere molto cauti sull'applicazione di un principio di leale collaborazione tra Corte e Parlamento. Forse, in materia di diritti e di libertà non se ne dovrebbe nemmeno parlare. Perché da un lato c'è chi li può attaccare, ed è il legislatore; dall'altro chi ha il dovere di difenderli, ed è la Corte. Sono due soggetti fisiologicamente antagonisti. Qui siamo pericolosamente vicini a scenari in cui la Corte viene meno al proprio specifico ruolo.
La Corte tiene a sottolineare che nel tempo concesso al Parlamento i processi da cui sono partite le ordinanze di rimessione rimangono sospesi. Ovvio. Ma la cosa riguarda solo quei processi. La normativa di cui si dubita rimane vigente e applicabile, e produce i suoi effetti.
Cosa può accadere? Supponiamo che per una identica fattispecie siano coinvolte altre parti in altro giudizio davanti ad altro giudice. I difensori, essendo avvertiti della posizione della Corte, presentano le stesse eccezioni che la Corte ha oggi considerato.
Ma il secondo giudice non è tenuto a comportarsi come il primo, e a sollevare la questione davanti alla Corte costituzionale. Potrebbe bene ritenere l'eccezione infondata, respingerla, procedere con la decisione, e magari con la condanna. Una disparità di trattamento e un danno probabilmente recuperabili in successive fasi di giudizio, ma indiscutibili.
E che dire poi del chilling effect, dell'effetto deterrente che la perdurante vigenza della normativa comunque produce, nell'anno di tempo concesso al Parlamento per intervenire, alla libertà del giornalista e al suo diritto di informare, nonché al diritto dei cittadini di essere informati? Quanti articoli, commenti, analisi, inchieste possono risultare edulcorati, smussati, o magari ricondotti a chiacchiere da salotto? Sappiamo per certo che per quell'anno un danno ci sarà. E non dobbiamo dimenticare che alla intimidazione del giornalista sono finalizzate anche le richieste di risarcimenti stellari.
In materia di diritti e libertà il principio di leale collaborazione produce danni. Ci sono alternative? Sì. Nella vasta panoplia della tipologia di sentenze della Corte certamente si trova il modo di colpire la illegittimità misurando con prudenza il danno (ma quale?) inferto al bilanciamento operato dal legislatore. Meglio allora evitare i minuetti istituzionali.
Affermiamo piuttosto il principio che ognuno faccia il suo mestiere. Il Parlamento, che legifera secondo la lettura di maggioranza degli interessi del paese. Il Capo dello Stato, che verifica eventuali "manifeste incostituzionalità" nel promulgare o emanare. E la Corte che assicura la conformità alla Costituzione. In specie, vogliamo essere garantiti da un ringhioso guardiano di diritti e di libertà. E vogliamo che sia particolarmente sensibile al punto che la libertà di manifestazione del pensiero ed in specie quella di stampa sono coessenziali alla democrazia.
La Corte dovrebbe sapere che nel World Press Freedom Index 2020 siamo solo quarantunesimi, con i paesi del Nord Europa ai primi posti. Ci piace dire che siamo la patria del diritto. Forse. Ma non siamo la patria dei diritti e delle libertà.
di Gigi Di Fiore
Il Mattino, 11 giugno 2020
Una vita in carcere, vero luogo della sua crescita criminale. Raffaele Cutolo vi è rinchiuso dal 1963, tranne due parentesi: la prima nel 1970 per la scarcerazione in applicazione della legge Valpreda e la seconda dopo un'evasione durata 15 mesi tra il 1978 e il 1979. In carcere "o prufessore" ha fondato la sua Nuova camorra organizzata, la struttura mafiosa piramidale della Campania, in carcere ha tessuto alleanze, ha manovrato la liberazione dalle Br dell'assessore regionale Ciro Cirillo nel 1981.
In carcere ha ottenuto con la fecondazione artificiale di avere una figlia poco più di 12 anni fa. E in carcere, al 41bis, Cutolo deve restare a 78 anni perché "ha ancora carisma e resta un simbolo". Parola del Tribunale di sorveglianza di Bologna, presieduto da Antonietta Fiorillo, che ha respinto il ricorso degli avvocati che, seguendo le possibilità concesse dal decreto Cura Italia per l'emergenza coronavirus, chiedevano gli arresti domiciliari per l'ex capo della Nco.
Avranno sicuramente influito le polemiche sulle troppe scarcerazioni di boss mafiosi nell'emergenza dell'epidemia, ma la decisione su Cutolo fa di più: sostiene l'attualità della posizione criminale di Cutolo. È vero che la Nco, la sua organizzazione, il suo disegno criminale non esistono più e sono storia ormai anche giudiziaria. È vero che don Raffaele è in isolamento e non vuole neanche utilizzare l'ora di aria per la "socializzazione" ma i giudici scrivono, dando un'interpretazione sulla figura del "camorrista" per antonomasia nella storia mafiosa campana del dopoguerra, che "la presenza di Raffaele Cutolo potrebbe rafforzare i gruppi criminali che si rifanno tuttora alla Nco, gruppi rispetto ai quali Cutolo ha mantenuto pienamente il carisma".
Nella guerra con i gruppi contrapposti della Nuova famiglia, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso la Nco venne sconfitta con centinaia di morti ammazzati. Ma sicuramente Cutolo ha mantenuto per boss e aspiranti boss il suo alone di rispetto criminale, anche per non aver mai voluto diventare collaboratore di giustizia nonostante le offerte di più magistrati. Un rispetto che, agli arresti domiciliari, potrebbe diventare un pericolo "nonostante l'età e la perdurante detenzione". Insomma, fa capire la decisione dei giudici di Bologna, anche se non possono essere dimostrati collegamenti concreti con clan attivi sul territorio campano, il carisma di Cutolo ne farebbe fuori dal carcere un simbolo di riferimento.
La decisione su Cutolo è stata diversa da quella dei giudici di Sassari per Pasquale Zagaria, fratello di Michele boss dei Casalesi, che ha invece ottenuto gli arresti domiciliari per motivi di salute. Su questo aspetto, i magistrati del Tribunale di sorveglianza di Bologna scrivono che il carcere di Parma può assicurare tutte le cure e l'assistenza necessarie a Cutolo, che soffre di insufficienza respiratoria.
Un carcere dove non ci sono stati casi di coronavirus e aggiunge il Tribunale di sorveglianza: "La detenzione di Cutolo non si svolge con quella quota di afflittività tale da comportare una sofferenza che eccede il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione della pena". E viene ricordato il piano assistenziale personalizzato realizzato a Parma, con un letto con le sponde e materasso antidecubito oltre a un treppiede per gli spostamenti, la bombola per l'ossigeno, la presenza di visite quotidiane di medici e infermieri, oltre a un detenuto lavorante che tiene pulita la camera dove Cutolo è da solo.
Nessuna malattia grave, né presupposti di urgenza che giustificherebbero gli arresti domiciliari, come aveva già scritto un mese fa Cristina Ferrari, magistrato di sorveglianza, nel provvedimento che avevo preceduto la decisione di Bologna. "Polmonite bilaterale" era la diagnosi dei medici per Cutolo a fine marzo, ma con tampone negativo al Covid-19. Anche se rifiuta ulteriori accertamenti medici, con "assistenza e cura costanti", "'o prufessore" continuerà a scontare i suoi ergastoli in carcere.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 9 giugno 2020 n. 17493. Non c'è violazione del diritto di difesa per il mancato rilascio della copia delle intercettazioni telefoniche, se il pm ha autorizzato, l'ascolto nella sala della procura. Possibilità della quale l'indagato non aveva usufruito. La Corte di cassazione, con la sentenza 17493, accoglie il ricorso del pubblico ministero contro la decisione di annullare l'ordinanza, con la quale il gip aveva disposto gli arresti domiciliari, nei confronti di un indagato per traffico di stupefacenti.
Una misura nulla, secondo il Tribunale del riesame, perché la difesa non aveva avuto copia delle intercettazioni telefoniche, alla base dei gravi indizi di colpevolezza. Registrazioni dunque inutilizzabili.
Non è d'accordo il procuratore ricorrente. Il pm, pur non consegnando le copie, aveva autorizzato l'ascolto delle registrazioni nell'Ufficio della procura, dedicato proprio a questo. Un via libera che era stato ignorato. Inoltre era arrivato, anche se circa dieci giorni dopo l'applicazione della misura cautelare, anche l'ok al rilascio integrale delle copie. Il pm fa presente che la norma che ha previsto espressamente il rilascio delle copie (Dl 53/19) non è ancora in vigore.
Dopo vari slittamenti, l'operatività della norma è, infatti, ora prevista per settembre 2020. Tuttavia la pubblica accusa ricorda che il diritto alla copia era stato già affermato dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione. La Consulta ha lasciato però aperta la questione sui modi per accedere alle registrazioni. Tema affrontato dalle sezioni unite della Cassazione (sentenza 20300/2010), che hanno affermato la nullità, di ordine generale a regime intermedio, dell'ordinanza di custodia cautelare in caso di mancato accesso del difensore - prima del loro deposito - alla registrazione delle conversazioni, trascritte, per sommi capi, nei brogliacci dalla polizia giudiziaria. Nel caso esaminato però, una via d'accesso, non sfruttata, c'era stata. L'indagato aveva il diritto di ascoltare le registrazioni per confrontarle con il contenuto dei brogliacci. La Cassazione è d'accordo con il pm.
Ha sbagliato il tribunale ad annullare l'ordinanza senza valutare le "aperture" della procura, prima all'ascolto poi al rilascio integrale delle copie. E anche a sottovalutare il comportamento tenuto dal legale dell'indagato, che non aveva utilizzato né l'opportunità dell'ascolto né il diritto al rilascio di tutte le copie, non avendo prodotto l'autorizzazione al Tribunale del riesame per le valutazioni di merito. La Suprema corte ricorda che la difesa deve dimostrare, nel caso chieda la nullità, la tempestività della sua richiesta e il ritardo della procura. I giudici di legittimità annullano, con rinvio, l'ordinanza impugnata.
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