di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione VI - Sentenza 10 giugno 2020 n.17838. No alla convalida dell'arresto per chi coltiva marijuana, prima di aver effettuato le analisi di laboratorio, anche se l'ipotesi di accusa è di uso non esclusivamente personale. È, infatti, possibile la denuncia a piede libero se la sostanza è stata sequestrata e non c'è dunque pericolo di dispersione né di cessione a terzi. La Corte di cassazione, con la sentenza 17838, respinge il ricorso del Pubblico ministero contro la scelta di non convalidare l'arresto, fatto dalla polizia giudiziaria, e disporre i domiciliari.
L'arresto dell'indagato era scattato all'esito di una perquisizione domiciliare, con l'accusa di detenzione e coltivazione illecita di 635 grammi di marijuana, suddivisa in involucri, oltre 135 grammi di inflorescenze e 350 piantine, presumibilmente destinate ad essere cedute.
Il giudice riteneva di non convalidare la misura restrittiva adottata sulla base di un sospetto sulla qualità illecita delle piante e del loro possibile prodotto, considerando sufficiente una misura cautelare reale in attesa delle indagini tecniche. Una decisione non condivisa dalla pubblica accusa. Per il Pm c'erano tutti gli elementi, seri e obiettivi, per considerare obbligatorio l'arresto: detenzione di marijuana e coltivazione non autorizzata di cannabis.
La contestazione riguardava inoltre la detenzione di sostanza stupefacente, già essiccata e impacchettata, e di inflorescenze che, pur se considerate diretta derivazione delle precedenti coltivazioni, confermavano la complessiva illiceità, vista la destinazione, almeno parziale a terzi, dimostrata dal frazionamento e dal confezionamento.
La Cassazione non è d'accordo. Anche considerando pacifica la coltivazione e la suddivisione in pacchetti, i giudici di legittimità valorizzano il fatto che l'indagato avesse mostrato ai carabinieri i documenti di acquisto delle sementi e le annotazioni sullo sviluppo delle piante. La denuncia a piede libero, in attesa delle indagini di laboratorio da "incrociare" con i documenti prodotti dalla difesa, non presentava controindicazioni, visto che il tutto era stato posto sotto sequestro.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2020
Devono essere esclusi profili di responsabilità, anche in chiave 231, per l'impresa che ha adottato e costantemente aggiornato le misure anti-contagio prescritte dalle Autorità pubbliche. Lo puntualizza Confindustria, corroborando queste conclusioni con riferimenti di varia natura (risposte del ministero del Lavoro, circolari Inail, modifiche normative in atto), nel position paper dell'Area affari legislativi che fornisce le prime indicazioni operative sulla responsabilità amministrativa delle società ai tempi del Covid-19.
Il testo propone una ricognizione dei rischi indiretti e diretti da ascrivere all'epidemia in corso. Tra i primi, quelli dovuti alle particolari modalità organizzative e di lavoro alle quali hanno dovuto fare ricorso le imprese, che potrebbero avere aumentato il pericolo su alcuni reati. Tra questi:
? ricettazione, riciclaggio e auto-riciclaggio: le difficoltà in termini di disponibilità di risorse finanziarie, che può essere stata acuita dall'emergenza sanitaria, può aver determinato una maggior esposizione al rischio di condotte illecite riconducibili ai reati di ricettazione e riciclaggio;
? reati di criminalità organizzata: l'emergenza può aver determinato difficoltà finanziarie e questo può astrattamente esporre le imprese a un maggior rischio di infiltrazioni criminali, ad esempio per il reperimento di finanziamenti o per il ricorso a subappalti a basso costo.
Per questa categoria di rischi l'aggiornamento del Modello 231 non può essere ritenuto conseguenza automatica dell'emergenza. Infatti, i rischi a titolo indiretto sono riconducibili a fattispecie di reato già incluse nella disciplina 231 prima dell'emergenza e "connotate dal carattere della tendenziale trasversalità alle diverse categorie di imprese, sotto il profilo sia dimensionale, sia merceologico".
Ma i rischi sono anche diretti e più strettamente collegati al contagio. Rischi che coinvolgono tutte le categorie d'imprese e tutta la collettività, ma che mutuati nel contesto della responsabilità amministrativa delle imprese non conduce, nella valutazione di Confindustria, a un approccio diverso nella sostanza rispetto a quello dei rischi indiretti.
Infatti, si sostiene, anche prima dell'emergenza, i reati in materia di salute e sicurezza erano previsti come fattispecie presupposto della responsabilità amministrativa degli enti. Il riferimento è, in particolare, ai reati di lesioni personali colpose e omicidio colposo commessi in violazione delle norme antinfortunistiche.
Al netto di situazioni specifiche, in ogni caso, l'esposizione dei lavoratori al rischio da contagio nei luoghi di lavoro ha la conseguenza comunque per l'imprenditore di dovere predisporre tutto il panel di misure che tutelino i dipendenti sulla base dell'articolo 2087 del Codice civile.
Datori di lavoro che però non possono, per ovvie ragioni, essere in possesso delle conoscenze tecniche adeguate per valutare il rischio. Centrale così il ruolo delle Autorità pubbliche e dei relativi protocolli. Così, il margine di valutazione e determinazione dei datori di lavoro appare limitato "alla sola attuazione scrupolosa delle misure che le Autorità, anche in raccordo coi rappresentanti delle imprese, hanno adottato e continueranno ad adottare, nonché alla vigilanza volta ad assicurare che i lavoratori si adeguino a tali misure".
Per l'organismo di vigilanza diventa determinante allora il controllo costante e puntuale sulle misure attuate dal datore di lavoro per assicurare il rispetto delle prescrizioni dei protocolli. Controllo che passa anche attraverso il rafforzamento dei flussi di informazioni dal datore di lavoro, ma più in particolare dalle funzioni aziendali coinvolte (risorse umane, legali, medico competente) sul monitoraggio del quadro normativo e sul costante aggiornamento delle misure.
di Anna Giuffrida
annagiuffrida.wordpress.com, 11 giugno 2020
"Ho detto ai volontari, ed io per primo ho fatto così, di cercare di mantenere con i detenuti con cui c'è un rapporto umano e di interscambio con le famiglie un contatto per lettera, in via epistolare. Perché una lettera ricevuta da un detenuto all'interno del carcere, per di più in un momento di clausura totale come questo, è capace di rasserenare un'intera giornata. Ha un effetto, la lettera che arriva da fuori, che noi non possiamo immaginare, presi dalle nostre attività". A raccontare uno spaccato di vita in carcere e di volontariato in regime di emergenza sanitaria è Pierpaolo Bellucci, presidente dell'Associazione Isaia - Volontari col carcere che opera nella Casa Circondariale di Villa Fastiggi a Pesaro.
Una presenza, quella dei volontari in carcere, che insieme ad altre figure è fondamentale per la rieducazione dei detenuti. Come dimostrano i dati raccolti dall'Osservatorio dell'Associazione Antigone contenuti nell'ultimo Rapporto sulle condizioni detentive: "i volontari sono circa 1 ogni 13 detenuti; si può quindi dire che rappresentino una parte molto importante fra le figure che frequentano le carceri italiane". Un supporto, soprattutto umano, interrotto a causa dell'emergenza Covid-19 e che sarà tra le ultime attività ad essere riattivate dopo la quarantena.
"Noi facciamo prevalentemente colloqui di sostegno umano ai detenuti, svolgiamo servizi di carattere pratico, come la gestione del magazzino di vestiario, ma anche corsi di ricamo, corsi professionalizzanti come meccanico per biciclette.
E poi facciamo attività extra-carcere, andando nelle scuole e portando testimonianze ai ragazzi di che cosa è il carcere - spiega Pierpaolo Bellucci - A fine febbraio, quando c'è stato il restringimento prima delle attività di volontariato e poi anche dei colloqui, non siamo più potuti entrare, e adesso siamo in attesa di disposizioni. Dal 25 maggio sono ripresi i colloqui con le famiglie e anche con le cosiddette 'terze personè, persone cioè non familiari che hanno rapporti consolidati con il singolo detenuto. Come nel mio caso, che seguo un detenuto con una pena molto lunga che sta facendo un percorso di università, e in questo periodo ho avuto modo di dargli alcune indicazioni sulla prosecuzione delle attività anche per via telematica".
L'esigenza di mantenere un supporto rieducativo e legale durante questo periodo di emergenza sanitaria ha aperto infatti il sistema carcerario alla tecnologia e all'uso di smartphone forniti dal carcere, permettendo così di mantenere i contatti soprattutto con gli avvocati e in alcuni casi con le famiglie. "Ad aprile, noi come volontari avevamo dato disponibilità alla nostra casa circondariale, qualora l'avessero ritenuto possibile e utile, di fare colloqui online. Dopo di che non abbiamo avuto riscontri. Capisco però questa ritrosità dell'amministrazione penitenziaria - precisa Bellucci - Chi conosce il target della popolazione detenuta e delle loro famiglie sa bene che si collocano tra quelli poco forniti a livello tecnologico e alfabetizzati, e poi c'è una larga fetta di popolazione straniera. La tecnologia deve essere bidirezionale, deve esserci da una parte e dall'altra, perché se poi non riesci ad instaurare un dialogo telematico con la famiglia crei nervosismi, problemi. Quindi non è semplice dire "da domani facciamo i colloqui su Skype".
Durante i mesi della quarantena è stato necessario ridisegnare la realtà delle carceri e la quotidianità dei detenuti. Uno degli aspetti positivi è stata la riduzione del tasso di affollamento, una condizione da mantenere come si legge dai dati del Rapporto Antigone sul periodo del Coronavirus: "A fine febbraio 2020 i detenuti erano 61.230 a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti", popolazione che al 15 maggio è scesa a 52.679. E, come spiega sempre il rapporto, ridurre il tasso di affollamento significa rendere il carcere un luogo più salubre. Condizione necessaria in tempo di pandemia soprattutto in un luogo detentivo, chiuso, come raccontano alcune segnalazioni di familiari di detenuti fatte nel tentativo di superare quel senso di isolamento nell'isolamento, e raccolte dall'Associazione Antigone.
"Nel carcere di mio marito hanno messo il disinfettante nei corridoi, ma le mascherine le hanno vietate". "Nel pacco io una gliel'ho messa, ma gli agenti all'ufficio preposto non erano certi che avrebbe potuto utilizzarla". "Il mio compagno mi scrive: "siamo sempre chiusi in 10 mq in 2 o 3 persone h24. Non ci fanno fare l'ora d'aria...non riesco più a dormire se non per 2 massimo 3 ore a notte... ho paura per questo virus e non mi sento al sicuro".
Un disagio che per settimane ha rischiato di tradursi in una pena aggiuntiva, per detenuti e famiglie. Come lo è stata l'impossibilità di svolgere il lavoro in ore diurne per tanti detenuti in semilibertà, che rinunciando alle attività rieducative hanno vissuto una vita carceraria a metà.
"La pena è da una parte sanzione, da una parte rieducazione. D'altronde, al di là dei decreti del ministero della Giustizia di affidamento ai domiciliari dei detenuti che hanno solo un anno e mezzo di pena residua, in caso di un possibile contagio interno al carcere, che sarebbe chiaramente proveniente da fuori, non ci sono alternative, non sai come fare.
Quindi non si può correre il rischio di un contagio, almeno finché l'Istituto Superiore di Sanità non si esprima sul fatto che la pandemia è finita - puntualizza Pierpaolo Bellucci, spiegando le ragioni del mantenimento di questa residua quarantena del carcere - Dopo di che c'è anche una situazione di rispetto dei diritti dei detenuti, come ad esempio poter incontrare i propri familiari, che ha spinto poi le amministrazioni penitenziarie ad anticipare di qualche giorno almeno la ripresa dei colloqui. Dopo di che, sono un diritto costituzionale anche le attività rieducative di volontariato, ma penso che se la situazione volge al meglio possano riprendere nell'arco dell'estate. Resta comunque necessario trovare una mediazione tra la pandemia, che in un contesto come il carcere sarebbe esplosiva, e i diritti fondamentali dei detenuti".
I colloqui, ripresi ormai in tutti gli istituti penitenziari, con la riapertura degli spostamenti tra le Regioni dallo scorso 3 giugno sono tornati accessibili a tutti i detenuti delle carceri italiane, a prescindere dalla residenza. Un passo in più verso la normalizzazione post-Covid che deve riguardare anche le comunità di detenuti, come supporto alla loro rieducazione. In attesa della ripresa delle attività in carcere di educatori, psicologi e volontari, anche il sistema carcerario può dirsi cambiato dal periodo dell'emergenza sanitaria. In meglio?
"Io penso che il Coronavirus sia stato un'opportunità, perché alcune barriere le ha buttate giù. In diverse carceri sono stati possibili diversi colloqui su alcune piattaforme, almeno con gli avvocati. E questa cosa prima non si faceva, mentre adesso in tante carceri si fa. Ho visto poi che in alcuni casi nelle aree educative, aree pedagogiche, gli educatori hanno cercato di svolgere un numero maggiore di pratiche online attraverso le mail, hanno cioè cercato di acquietare gli animi fornendo dei servizi che magari prima erano affidati solo al detenuto, che si attivava con la propria famiglia. E poi una delle cose positive di questa situazione è che il problema annoso del sovraffollamento delle carceri è stato parzialmente risolto, e la classica situazione della 'terza branda' simbolo del sovraffollamento in tanti casi non c'è più", dice il presidente dell'Associazione Isaia Bellucci.
E proiettandosi sulla ripartenza, anche per loro, delle attività di volontariato prosegue: "Nei prossimi giorni avremo una riunione, a livello territoriale marchigiano ed emiliano-romagnolo, nella quale ci daranno qualche prospettiva. Ci diranno sicuramente che dovremo avere alcune attenzioni, mascherine e guanti, e che dovremo mantenere un certo tipo di distanza. Per il resto, noi solitamente luglio e agosto ci fermiamo. Quest'anno ci siamo fermati a marzo, aprile e maggio, quindi quando ci daranno l'ok per rientrare tireremo avanti senza altre soste. Fino a giugno dell'anno prossimo".
Corriere della Sera, 11 giugno 2020
Con il Covid e i distanziamenti servono più stanze ma l'ampliamento è in forte ritardo. Il sovraffollamento, male endemico delle carceri italiane, resta anche a Brescia - 262 detenuti a Canton Mombello contro un massimo di 186 e 85 a Verziano a fronte di una capienza regolamentare di 71 posti - ma grazie alle pene alternative decise nell'era Covid l'emergenza non è così pressante come negli altri anni (basti pensare che nella casa circondariale in centro città spesso si superavano i 400 ospiti). Le due carceri bresciane però sono state gestite molto bene, visto che si è registrato un solo contagiato tra i detenuti (a Verziano) e quattro tra i dipendenti. Certo va registrata la drammatica scomparsa del medico Salvatore Ingiulla.
Questa l'estrema sintesi della situazione attuale fatta ieri dal garante dei detenuti, Luisa Ravagnani, alla commissione comunale servizi alla persona e sanità, alla quale ha letto la sua ultima relazione. Non ha toccato il tema del nuovo carcere di Verziano, che la città attende da anni. Non è di sua competenza anche se - ammette - è spesso incalzata da detenuti e agenti che chiedono quando partiranno i lavori. Già, perché nell'era Covid e la necessità di avere un maggior distanziamento interpersonale gli spazi diventano più angusti.
"Non ci sono spazi sufficienti per la didattica a distanza", spiega il garante. Servirebbe come il pane l'ampliamento da 16 milioni della struttura di Verziano: la gara del progetto è partita ancora due anni fa. Progetto che nasce monco, visto che per realizzare nuove strutture sportive, spazi per le attività lavorative dei carcerati (molto importanti perché ora, anche a causa dell'assenza di spazi, sono pochissime) e casermaggio degli agenti servirebbero altri 15 milioni.
Per realizzare questo secondo lotto servono però i 70 mila metri quadri appartenenti ad una azienda agricola di Verziano; la Loggia voleva entrarne in possesso cedendo in cambio palazzo Salvi Bonoris. Tre anni di trattative, poi saltate per volontà dell'amministrazione comunale che - forte della vittoria in Cassazione sulla correttezza dei tagli al Pgt - ha ritenuto di non dover più compensare in alcun modo il taglio ai diritti edificatori ottenuti da quegli agricoltori dalla Giunta Paroli: 25mila mq di aree lottizzabili in cambio appunto dei terreni per il carcere. La giunta Del Bono proponeva la permuta con il palazzo in centro. Ora non più. Spetta al ministero decidere se comprare quei 70mila mq di terreni od espropriarli. Una complicazione che non facilita lo snellimento dell'iter pachidermico.
Del nuovo carcere probabilmente si potrebbe fare a meno se si spingesse più su misure alternative per chi ha buona condotta o pene residuali limitate (la metà dei detenuti sta scontando condanne inferiori ai 3 anni) e se ci fossero alloggi sociali dove far vivere i detenuti in libertà vigilata. "Sul tema alloggi dobbiamo vedere se ci sono situazioni di housing disponibili sapendo che è un bene molto scarso" replica l'assessore ai servizi sociali Marco Fenaroli.
Intanto anche le carceri bresciane, a causa del Covid, hanno perso circa il 12% della loro popolazione. "In Italia a fine dicembre contenevano 60 mila detenuti, oggi siamo a 52.520 - ricorda Ravagnani - una diminuzione importante non sufficiente: per essere a norma si dovrebbero avere 47mila detenuti". Dei numeri di Brescia si è già detto ma sono doverose due precisazioni in più: il 43% dei detenuti a Canton Mombello (112 su 262) sono stranieri (il 28% a Verziano). Una percentuale così alta anche perché, viste le loro problematiche di inserimento sociale, "molto spesso non riescono ad usufruire di misure alternative" ricorda il garante.
Ma se con l'avvio del lockdown in altri istituti penitenziari italiani sono scoppiate rivolte violente a Brescia non si è vissuto alcuno scontro, grazie alla strategia preventiva basata sul dialogo ed il rispetto reciproco tra agenti di polizia penitenziaria e detenuti.
Non sarà un caso se su 334 colloqui fatti nel 2019 con i detenuti il garante non ha mai registrato denunce di violenze. Unico punto contestato della relazione - da parte di Davide Giori (Lega) e Paola Vilardi (FI) - è quello riguardante il giudizio di "irresponsabilità" riguardo alle parole del centrodestra sul decreto svuota carceri. "Ho riportato le parole del garante nazionale Palma ma non era mia intenzione fare una critica politica. Le stralcerò".
di Nicoletta Pisanu
Il Giorno, 11 giugno 2020
L'esposto è stato depositato in Procura: sarebbero diversi i casi di violenze in carcere dopo la rivolta di marzo. Un detenuto del carcere di Pavia ha denunciato di essere stato picchiato e umiliato da alcuni agenti di polizia penitenziaria. L'atto è stato depositato lunedì alla Procura di Pavia. Non è l'unico caso: un altro detenuto sta predisponendo in questi giorni la propria denuncia, anche altri si sarebbero rivolti ai loro legali per la stessa vicenda.
L'episodio si sarebbe verificato lunedì 9 marzo, all'indomani della rivolta della sera precedente durante la quale erano stati appiccati incendi all'interno del carcere e circa trenta detenuti si erano asserragliati sul tetto fino a notte fonda. Il motivo della protesta, le limitazioni imposte a causa dell'epidemia. Il denunciante, un italiano di 47 anni, ha segnalato alle autorità che l'indomani mattina circa 35 agenti avrebbero iniziato a picchiare i detenuti: l'uomo ha spiegato che vedendo la situazione aveva indossato più indumenti per attutire eventuali colpi. Ha riferito poi di essere stato accusato di essere salito sul tetto durante la rivolta, ma lui afferma di non esserci andato.
Ha quindi denunciato di esser stato obbligato a spogliarsi e fare alcuni piegamenti nudo per poi venir picchiato. Una situazione che si è ripetuta per due volte, secondo il denunciante. Il detenuto ha segnalato che al suo rientro in cella ha trovato la spesa gettata nel gabinetto e che per alcuni giorni non ha potuto far la doccia né disporre dell'ora d'aria.
Nella denuncia è riportato anche che non avrebbe potuto accedere all'infermeria e di aver avviato uno sciopero della fame. Gianluigi Madonia, segretario regionale del sindacato Uspp, ha spiegato che le rivolte verificatesi in Italia tra il 7 e il 9 marzo hanno evidenziato le difficoltà in cui opera la polizia penitenziaria, in un "sistema messo in ginocchio anche dall'emergenza sanitaria, a nostro parere gestita in modo forse troppo approssimativo da parte dell'amministrazione in senso lato. Il personale ha gestito la delicatissima criticità, i cui episodi in taluni casi, purtroppo, hanno pure comportato morti ed evasioni". Sui presunti pestaggi, Madonia commenta: "Ho fiducia nell'autorità giudiziaria, che farà luce sulle vicende e giustizia su fatti concreti e non semplici percezioni". La direzione di Torre del Gallo è stata contattata, ma ha preferito non rilasciare commenti.
varesenews.it, 11 giugno 2020
Consegnate 500 mascherine donate dall'associazione Sol.Id: il Garante regionale dei detenuti Carlo Lio promette anche due macchine da cucire. Accade nel migliore dei casi che una donazione ne chiami un'altra. Così è successo nella mattinata di oggi, mercoledì 10 giugno, quando il garante regionale dei detenuti Carlo Lio ha consegnato al carcere di Varese 500 mascherine e 40 flaconi di gel igienizzante donati dall'associazione Sol.Id, che negli ultimi mesi ha regalato mascherine a penitenziari e ospedali di tutta Italia.
Ad accogliere il gesto di generosità anche il prefetto Dario Caputo, il questore Giovanni Pepè e l'assessora alle pari opportunità Rossella Dimaggio, invitati dal direttore del carcere cittadino, Carla Santandrea, a visitare il laboratorio istituito il mese scorso all'interno del penitenziario per la produzione di mascherine utilizzate dal personale carcerario, dai detenuti e dai visitatori.
"Il laboratorio è stato realizzato un mese fa grazie alla donazione, da parte di una azienda, di alcune grandi bobine del tessuto con cui vengono realizzate le mascherine chirurgiche", racconta la dirigente del Carcere. Da qui l'idea di produrne autonomamente, all'interno della casa circondariale grazie a quattro detenuti volontari, due macchine da cucire e un "arnese" autoprodotto per realizzare le piegature del tessuto. Visitando il piccolo laboratorio il garante dei detenuti ha proposto di donare altre due macchine da cucire ai Miogni, per sostenere l'iniziativa e permettere che il laboratorio possa coinvolgere più persone.
Le mascherine prodotte in carcere vengono utilizzate dai detenuti (61 al momento, una ventina in meno rispetto all'inizio della pandemia, nonostante qualche nuovo ingresso nelle ultime settimane), dagli agenti di polizia penitenziaria (80 persone in tutto) dal restante personale e anche, eventualmente dai visitatori, riammessi nella struttura due settimane fa. "Ma con regole molto più restrittive - precisa la direttrice del carcere - solo un familiare per detenuto, massimo 3 visitatori all'ora e colloqui rigidamente separati da plexiglass".
"Fortunatamente non ci sono state particolari tensioni a causa delle restrizioni per il Covid19 - prosegue la Santandrea - abbiamo sempre condiviso ogni nuova misura con i detenuti, spiegando necessità e protocolli, incluso il tampone e la quarantena obbligatori, in una zona ben determinata del carcere per i nuovi ingressi". Settimana prossima nel carcere dei Miogni si tornerà anche a dire messa, mentre Lio assicura che renderà telematico lo sportello del garante dei detenuti, sfruttando la stessa piattaforma online con cui in questi mesi i detenuti hanno potuto mantenere i contatti con i loro familiari, in maniera che il servizio sia più immediato e di più facile accesso.
di Ester Palma
Corriere della Sera, 11 giugno 2020
I vescovi italiani esprimono "preoccupazione, non serve una nuova legge": "Sanzionare ad esempio chi crede solo nella famiglia tradizionale significherebbe introdurre il reato di opinione". I vescovi italiani scendono in campo contro il ddl sull'omofobia all'attenzione del Parlamento: "Non serve una nuova legge. Anzi, l'eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide".
Per i vescovi "esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio". E "questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei deputati contro i reati di omotransfobia".
La Presidenza della Cei sottolinea che "le discriminazioni, comprese quelle basate sull'orientamento sessuale, costituiscono una violazione della dignità umana, che, in quanto tale, deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking... sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini". Nella sua nota la Conferenza Episcopale Italiana ricorda che nell'ordinamento giuridico nazionale "esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio". E aggiunge: "Per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l'urgenza di nuove disposizioni. Quindi con una nuova legge si finirebbe col colpire l'espressione di una legittima opinione, più che sanzionare la discriminazione".
La Presidenza della Cei parla di "introduzione del reato di opinione": "Questo per esempio significherebbe sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma, e non la duplicazione della stessa figura. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l'esercizio di critica e di dissenso. Crediamo fermamente che, oltre ad applicare in maniera oculata le disposizioni già in vigore, si debba innanzitutto promuovere l'impegno educativo nella direzione di una seria prevenzione, che contribuisca a scongiurare e contrastare ogni offesa alla persona. Su questo non servono polemiche o scomuniche reciproche, ma disponibilità a un confronto autentico e intellettualmente onesto". "Nella misura in cui tale dialogo avviene nella libertà - conclude la nota Cei - ne trarranno beneficio tanto il rispetto della persona quanto la democraticità del Paese".
Replica subito il relatore del ddl, Alessandro Zan, Pd: "Sorprendono le critiche della Cei alla legge, il cui testo unificato ancora non è stato depositato. Lo ripeto: non verrà esteso all'orientamento sessuale e all'identità di genere il reato di "propaganda di idee" come oggi è previsto dall'art. 604 bis del codice penale per l'odio etnico e razziale.
Dunque nessuna limitazione della libertà di espressione o censura o bavaglio. Il testo interviene sui reati di istigazione a commettere atti discriminatori o violenti e sul compimento di quei medesimi atti per condotte motivate dal genere, dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere. E estende ai reati comuni commessi per le stesse ragioni l'aggravante prevista dall'articolo 604-ter".
Aggiunge l'ex presidente della Camera Laura Boldrini: "Si tratta di misure a tutela dei diritti delle persone seguendo il principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione e le indicazioni del Parlamento europeo su questa materia, che risalgono al 2006 ma sono rimaste finora fuori dal nostro ordinamento". Interviene anche Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay: "Addolora ma non sorprende ritrovare la Cei sulle barricate di chi contrasta ogni ipotesi di legge per tutelare dall'odio e dalla violenza le persone lgbti, specie giovani. Lo spauracchio della legge liberticida o del reato di opinione, del tutto infondato, impallidisce dinanzi alla quotidianità martellante dell'odio e della violenza di origine omotransfobica".
Sull'altro fronte il senatore della Lega Simone Pillon, vicepresidente della commissione parlamentare Infanzia e adolescenza: "Il Governo e il Parlamento tengano conto della preoccupazione dei vescovi sulla deriva liberticida in corso. Già oggi il codice penale punisce atti di violenza e discriminazione. È molto pericoloso e discriminatorio limitare la libertà di tutti per privilegiare le ideologie di pochi".
E aggiunge l'eurodeputata della Lega Simona Baldassarre: "Questo governo non legittimato dal voto si sta preparando ad approvare un ddl che andrà a minare pericolosamente la libertà di pensiero e di opinione e instaurerà in Italia un sistema dittatoriale che andrà a perseguire tutti coloro che manifesteranno un'opinione, etica o religiosa, diversa dal "pensiero unico". Occorre una mobilitazione popolare per dire no ad una deriva ideologica e progressista che ha l'intenzione di affermare pratiche come la maternità surrogata, l'educazione gender nelle scuole, l'aborto e l'eutanasia".
di Giacomo Losi
Il Dubbio, 11 giugno 2020
La Cei si schiera: "non si può punire chi difende la famiglia". C'è chi pensa che sia una legge che tutela la dignità delle persone omosessuali e chi è convinto a che invece limiti il diritto di parola e di pensiero.
Insomma, il progetto di legge contro l'omotransfobia, diventa un caso, soprattutto dopo la presa di posizione dei vescovi italiani che ieri, con una nota dal titolo "I vescovi contro ogni discriminazione", hanno fatto sapere senza mezzi termini che "non serve una nuova legge".
I vescovi citano Francesco - "nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde", disse il Papa - e spiegano: "Le discriminazioni - comprese quelle basate sull'orientamento sessuale - costituiscono una violazione della dignità umana, che - in quanto tale - deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking... sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini".
Ma, aggiungono, "un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell'ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio". Per questo, continuano, guardano "con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l'urgenza di nuove disposizioni.
Anzi, un'eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui - più che sanzionare la discriminazione - si finirebbe col colpire l'espressione di una legittima opinione, come insegna l'esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte".
Al centro della preoccupazione dei vescovi c'è il timore che la difesa della cosiddetta "famiglia tradizionale", diventi pretesto punitivo: "Per esempio - spiegano - sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma - e non la duplicazione della stessa figura - significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l'esercizio di critica e di dissenso".
Ma cosa dice la legge? È il deputato del Pd Alessandro Zan, e relatore del ddl contro l'omotransfobia, a spiegarlo: "Sorprendono le critiche della presidenza Cei alla legge contro l'omotransfobia, il cui testo unificato ancora non è stato depositato e su cui stiamo ancora lavorando. Lo ripeto per l'ennesima volta a scanso di fraintendimenti - dice Zan -: non verrà esteso all'orientamento sessuale e all'identità di genere il reato di "propaganda di idee" come oggi è previsto dall'artico- lo 604 bis del codice penale per l'odio etnico e razziale.
Dunque nessuna limitazione della libertà di espressione o censura o bavaglio come ho sentito dire in questi giorni a sproposito". E poi: "Il testo base, che tra pochi giorni verrà adottato in commissione Giustizia della Camera, interviene - spiega l'esponente Dem - sui reati di istigazione a commettere atti discriminatori o violenti e sul compimento di quei medesimi atti per condotte motivate dal genere, dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere. E estende ai reati comuni commessi per le stesse ragioni l'aggravante prevista dall'articolo 604ter. Nulla di più, ma neanche nulla di meno. Non si tratta dunque di una legge contro la libertà di opinione, ma di una legge che protegge la dignità delle persone".
Sulla linea dei vescovi si schiera il senatore leghista, e animatore dei Family day, Simone Pillon: "Non serve nessuna legge. Il Governo e il Parlamento tengano conto della preoccupazione dei vescovi sulla deriva liberticida in corso. Già oggi il codice penale punisce atti di violenza e discriminazione. È molto pericoloso e discriminatorio limitare la libertà di tutti per privilegiare le ideologie di pochi".
Dalla parte opposta della barricata si schiera invece la deputata dem Laura Boldrini: "La legge contro l'omotransfobia - che si sta discutendo in commissione Giustizia alla Camera - ha per obiettivo non le opinioni e la libertà di espressione, come afferma erroneamente la nota della Cei, ma gli atti discriminatori o violenti e l'istigazione a commettere questi reati come condotte motivate dal genere, dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere. Si tratta - prosegue Boldrini - di misure che puntano a tutelare i diritti delle persone seguendo il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione e le indicazioni del Parlamento europeo su questa materia, che risalgono al 2006 ma sono rimaste finora fuori dal nostro ordinamento".
di Karima Moual
La Repubblica, 11 giugno 2020
Gli emendamenti di Pd e 5S per salvare la sanatoria. Se la sanatoria per la regolarizzazione dei migranti irregolari sembra essere partita male, arrivano in soccorso gli emendamenti come quelli di Laura Boldrini, Lorenzo Fioramonti, Gennaro Migliore, Riccardo Magi.
Obiettivo? Provare a migliorarla. Il recapito di sole 9.500 richieste dal primo giugno (data di apertura) rispetto all'aspettativa di una platea di più di 220mila candidati, evidentemente ha fatto scattare l'allarme.
Anche se, a dirla tutta, le prime avvisaglie di un possibile buco nell'acqua, alla prima lettura del testo della sanatoria furono già segnalati da diverse associazioni, studiosi del fenomeno migratorio, professori e avvocati che si sono riunite nel gruppo di riflessione e inclusione "Grei 250", e fin dall'inizio facevano emergere quelle che erano vere e proprie falle nell'articolo 103 del Decreto Rilancio, sulla regolarizzazione dei migranti.
Il dito è stato puntato da subito su almeno 5 punti che hanno contribuito a produrre gli emendamenti che andranno in discussione nella commissione per cercare di dare una spinta a una sanatoria che rischia di diventare solo un miraggio. Il primo: la data del 31 ottobre 2019, indicata come il limite della scadenza del permesso di soggiorno del candidato. Chi avesse un permesso di soggiorno scaduto prima di tale data, è tagliato automaticamente fuori e non ha diritto di presentare domanda di regolarizzazione. La proposta del gruppo Grei recepita dall'emendamento Boldriní insieme ad altre è che la regolarizzazione possa essere valida per chiunque fosse in Italia in condizioni di irregolarità prima dell'8 marzo 2020. Secondo punto è la limitazione che si è fatta sulle occupazioni, accettando solo i lavoratori agricoli e gli operatori nei servizi alla persona come colf e badanti. Perché discriminare il lavoro?
Non è meglio estendere la regolarizzazione a tutti i settori lavorativi? Anche questo viene inserito tra gli emendamenti insieme a un terzo: permettere anche ai richiedenti asilo ancora in attesa di una risposta, di accedere anche loro a un permesso di soggiorno per lavoro senza dover rinunciare alla loro attesa per richiesta di asilo come invece gli si chiede.
Attendere e decidere in un secondo momento e non perdere l'opportunità. Perché l'esito della loro richiesta non è certo e quindi nel frattempo devono anche loro avere la possibilità di rientrare in una finestra di legalità lavorativa. Quarta richiesta rientrata negli emendamenti, è che il termine per la presentazione delle domande sia ampliato: non soltanto fino al 15 luglio ma fino al 31 agosto, per dare più tempo visti i rallentamenti negli uffici per l'emergenza Covid-19.
E poi, a chi chiede un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, si chiede di dimostrare di aver lavorato in quel settore che sta cercando, ma come si può chiedere - si domandano gli avvocati che seguono le procedure - a un lavoratore in nero di dimostrare qualcosa che di fatto è stato svolto in maniera clandestina?
Altro nodo da sciogliere insieme a tanti altri che si sono tradotti in emendamenti. Ora c'è solo da attendere perché le tante proposte per migliorare la sanatoria sono arrivate anche da deputati 5 Stelle come Doriana Sarli e Paolo Lattanzio, per capire se nella maggioranza riuscirà finalmente a fare quel passo avanti sull'immigrazione, dimenticando i tempi del Conte I firmato Matteo Salvini.
di Claudio Bozza
Corriere della Sera, 11 giugno 2020
Sul tavolo del governo c'è da tutelare un affare, tra Fincantieri e Leonardo, che vale tra i 9 e gli 11 miliardi di euro. Di questo pacchetto fa parte la vendita, dall'Italia all'Egitto, di due fregate militari (Spartaco Schergat ed Emilio Bianchi) che erano state costruite per la nostra Marina, tanto che a febbraio il ministro della Difesa ha dovuto firmare un parere tecnico di rinuncia, nell'ambito di un ampio accordo siglato tra il premier Conte ed il presidente egiziano Al-Sisi. La notizia giunge a quattro mesi esatti dall'arresto dell'attivista egiziano e studente a Bologna Patrick Zaki.
E tra gli effetti innescati c'è anche la durissima reazione dei genitori di Giulio Regeni, il giovane ricercatore trovato ucciso in Egitto il 3 febbraio 2016: "Questo governo ci ha traditi - hanno detto a la Repubblica-. Le navi e le armi che venderemo ad Al-Sisi serviranno a perpetuare le violazioni dei diritti umani".
Le due versioni - Lo sfogo dei genitori di Regeni causa importanti ripercussioni politiche nella maggioranza, in particolare all'interno del M5S, visto che la partita è gestita operativamente dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro e dall'omologo degli Esteri Manlio Di Stefano. La sofferenza è particolarmente forte tra i grillini dell'ala più a sinistra, che fa riferimento al presidente della Camera Roberto Fico e che ha sempre più peso nel Movimento.
Mentre il capo politico Vito Crimi va nella direzione opposta: "Non stiamo regalando le navi ma le stiamo vendendo - spiega - l'Egitto le ha chieste a vari paesi e noi abbiamo la possibilità di fornirle, di fatto è una manovra di tipo economica". Ulteriore benzina sul fuoco tra i grillini, tanto che il ministro degli Esteri prova a gestire la polemica: "È bene precisare - scandisce rispondendo a una interrogazione di Leu - che la procedura autorizzativa alla conclusione delle trattative per le fregate Fremm è tuttora in corso". Mentre una fonte qualificata del governo confida al Corriere che "la partita è chiusa, non è possibile tornare indietro". Di Maio aggiunge poi che l'Egitto resta "uno degli interlocutori fondamentali nel Mediterraneo", mentre "le istituzioni italiane continuano a esigere la verità dalle autorità egiziane".
Gli "atlantisti" del Pd - La tensione, a fine giornata, diventa ancora più alta. E il premier Conte risponde alla convocazione d'urgenza della commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Regeni: "Andrò assolutamente, appena possibile, anche se mi dicono che non è usuale che un presidente del Consiglio riferisca" in una tale sede.
È un passaggio assai delicato da gestire per il capo del governo, che oltre ai problemi in maggioranza non può permettersi ulteriori tensioni in vista degli Stati generali per la ripartenza post Covid. Ma è bufera anche nel Pd. C'è l'ala "atlantista", con i deputati Alberto Pagani e Carmelo Miceli, che difende l'operazione Fremm, definendola "una collaborazione politica e militare con il principale Paese del Nord Africa, che può aiutarci a garantire stabilità nel Mediterraneo". Mentre l'anima di sinistra, con Lia Quartapelle evidenzia i rischi dell'operazione: "L'Egitto non è un nostro alleato: abbiamo interessi diversi, con gli egiziani che fanno parte di un'asse reazionaria e che in Libia sostengono il governo di Haftar".










