di Laura Ambrosi e Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2020
La sopravvenuta posizione creditoria verso l'erario e quindi una possibile compensazione legale non consente di fruire della causa di non punibilità per estinzione del debito tributario, in quanto la normativa penale fa riferimento al pagamento del debito. A fornire questa interpretazione è la Corte di Cassazione con la sentenza 17806/2020. Il rappresentante legale di una srl veniva condannato per omesso versamento dell'Iva risultante dalla dichiarazione annuale per alcuni milioni di euro.
In corso di giudizio rilevava l'applicazione della causa di esclusione del reato prevista dall'articolo 13 del Dlgs 74/2000 in conseguenza della compensazione di diritto delle rispettive poste debitorie del contribuente e dell'Erario. Evidenziava che non poteva costituire un ostacolo alla non punibilità il superamento del limite temporale della dichiarazione di apertura del dibattimento previsto dalla legge, in quanto l'udienza era intervenuta prima della introduzione della norma (Dlgs 158/2015).
A seguito della conferma della condanna, proponeva ricorso per Cassazione eccependo tra l'altro che il giudice di appello non avesse correttamente applicato il disposto del citato articolo 13 in quanto avrebbe dovuto dichiarare la estinzione del debito erariale in conseguenza dell'applicazione della causa di esclusione della punibilità. In base alla predetta norma ricorre la non punibilità anche per il reato di omesso versamento Iva se il contribuente, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, abbia estinto con integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito di procedure conciliative e di adesione, nonché con ravvedimento operoso, i debiti tributari.
Secondo la difesa era irrilevante che la compensazione fosse maturata in corso di giudizio, attesa l'introduzione successiva della norma di favore ad opera del Dlgs 158/2015. La Suprema Corte ha respinto il ricorso. Secondo i giudici di legittimità la doglianza difensiva muove da un presupposto implicito, dato per scontato, secondo cui la "compensazione di diritto" del debito Iva con crediti del contribuente, sarebbe idonea ad integrare la nozione di "integrale pagamento" dei debiti tributari. Tale aspetto, risulterebbe ovviamente prevalente rispetto alla tardività o meno del pagamento.
La sentenza invece rileva che l'articolo 13 fa espresso riferimento al "pagamento", in esso includendo anche ipotesi specifiche derivanti da istituti di natura conciliativa, ma non consente di includervi l'ipotesi della compensazione legale che rientra, per espressa qualificazione del codice civile, tra i "modi di estinzione delle obbligazioni diversi dall'adempimento", ovvero, in altri termini, diversi proprio dal pagamento. Da qui il rigetto del ricorso. Dalla sentenza sembra emergere che l'imputato avesse solo maturato un credito verso l'erario invocando una compensazione legale. Va da sé che se avesse assolto il debito tributario compensando effettivamente tale credito e quindi osservando le vigenti regole fiscali verosimilmente le conclusioni della Corte sarebbero state differenti.
di Angelo Agrippa
Corriere del Mezzogiorno, 12 giugno 2020
Il blitz del leader della Lega: "È un giorno di lutto per l'Italia, qui premiano i delinquenti e accusano chi ripristina l'ordine". Lo aspettano contenendo a stento la rabbia, si sentono mortificati dalle modalità con le quali i carabinieri in mattinata li hanno attesi all'ingresso del carcere di Santa Maria Capua Vetere - dinanzi ai parenti dei detenuti in coda per i colloqui - prima di prestare servizio, per identificarli uno ad uno, notificare loro gli avvisi di garanzia e sequestrargli i cellulari. Matteo Salvini viene accolto da una folla acclamante di baschi azzurri come se fosse atterrato l'angelo giustiziere: "Ho lasciato i miei impegni d'ufficio - riferisce appena apre lo sportello dell'auto - e la registrazione di Porta a Porta per venire qui e portare la mia solidarietà agli agenti penitenziari. Oggi è una giornata di lutto per l'Italia". Dentro la struttura - raccontano i sindacati - due magistrati continuano ad interrogare gli ufficiali della polizia penitenziaria per fare chiarezza sui presunti pestaggi del 6 aprile scorso.
Gli agenti circondano Salvini. Gli chiedono di passare alle dipendenze del ministero dell'Interno ed invocano a gran voce le dimissioni del Guardasigilli Alfonso Bonafede. "Non hanno pagato nulla i delinquenti che hanno distrutto le carceri e ferito i poliziotti. A pagare per tortura dovrebbero essere i poliziotti che hanno riportato in cella i delinquenti? È una follia - commenta indignato il leader della Lega -. Se uno su mille sbaglia, paga. Ma non esiste che vengano perquisiti gli agenti davanti ai parenti dei detenuti. Non vedo l'ora che nelle carceri tornino a valere il diritto, la legge, l'ordine, la disciplina, dove i buoni sono quelli in divisa, mentre gli altri devono solo obbedire". È un'onda urlante di decine di agenti ad accompagnare l'ex ministro.
Con Salvini, poi, anche il consigliere regionale Gianpiero Zinzi e l'ex rettore dell'Università di Salerno Aurelio Tommasetti con il leader dei giovani leghisti Nicholas Esposito. L'ex ministro sa quale spartito tirar fuori in queste circostanze e dice ciò che gli agenti vogliono sentirsi dire: "È una schifezza senza precedenti il metodo usato per notificare gli avvisi di garanzia - accusa -. Se ci sono state rivolte con coltelli e olio bollente, difficilmente le plachi con le margherite. Vorrei vedere il garante dei detenuti con cento delinquenti che fanno casino come si difende. Qualche agente mi ha pure riferito che risulta indagato pur non essendo stato presente il 5 o il 6 aprile sul posto di lavoro. Come ha fatto a torturare qualcuno a distanza?
Chi sbaglia deve pagare, ma costringere 50 persone domani a venire sul posto di lavoro ed essere derisi, aggrediti e sbeffeggiati da spacciatori e camorristi è demenziale. Anzi, prima arrivano pistole elettriche e videosorveglianza e meglio è". A contestare l'ex ministro dell'Interno, sia i 5 stelle, che hanno definito "un atto di sciacallaggio" la sua visita, sia il sindaco di Benevento ed ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, secondo il quale il leader leghista avrebbe dovuto risparmiarsi "la sceneggiata" nel penitenziario casertano: "L'incursione di Salvini è politicamente immorale e incita all'antagonismo tra forze di polizia".
A distanza interviene la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni: "In una nazione normale lo Stato, all'indomani delle rivolte nelle carceri, organizzate dalla criminalità organizzata, avrebbe agito tempestivamente e punito in maniera esemplare i responsabili. In Italia invece arrivano incredibilmente e vergognosamente gli avvisi di garanzia alla Polizia penitenziaria. E cosa grave, il compito di notificarli viene affidato ad un altro corpo dello Stato, i Carabinieri".
Rincara la dose il deputato di FdI Edmondo Cirielli: "Grazie a Bonafede, i delinquenti organizzano le rivolte nelle prigioni e i poliziotti penitenziari vengono indagati. Totale solidarietà agli agenti". Il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, attende le risultanze delle indagini: "Intendo mantenere il più stretto riserbo sull'inchiesta - precisa.
Abbiamo lavorato con massima scrupolosità e nel rispetto della nostra funzione di tutela e garanzia, segnalando alla magistratura episodi e denunce su cui è necessario, a garanzia di tutti, che si faccia chiarezza. Ciò nell'ambito del ruolo istituzionale che ricopro che mi impone di svolgere con terzietà e imparzialità la mia funzione di garante delle persone ristrette".
Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria fa sapere che ha seguito e segue "con grande attenzione quanto accaduto. I fatti vanno considerati col massimo rispetto verso l'operato della magistratura cui competono compiti e funzioni di accertamento dei reati". Mentre si assicura che si farà "massima chiarezza in tempi brevi" e che si "intende rivolgere un rispettoso riconoscimento al corpo della Polizia penitenziaria e a ogni singolo operatore che in esso e per esso svolge quotidianamente, con convinzione, dedizione e sacrificio, un compito non facile e al servizio del Paese".
di Cesare Damiano*
Il Dubbio, 12 giugno 2020
L'equiparazione dell'infezione da Covid-19 contratta in occasione di lavoro o in itinere ad infortunio sul lavoro ha determinato la possibile applicazione delle tutele Inail a favore del lavoratore colpito dall'infezione o dei suoi familiari in caso di decesso. Si tratta di un tema molto delicato intorno al quale, già all'indomani dell'entrata in vigore della relativa disposizione nel cosiddetto "Cura Italia", si è sviluppato un intenso dibattito circa il pericolo di ampliamento della sfera di responsabilità penale e civile dei datori di lavoro; un allargamento che si temeva rendesse, di fatto, ancor più difficile fare fronte alla ripresa delle attività nella cosiddetta "Fase 2" ormai pienamente in corso.
Il Legislatore ha così ritenuto opportuno intervenire con una norma interpretativa che fornisca un supporto alle imprese nell'attuazione dei protocolli anti- contagio, il cui rispetto è cruciale per la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro in questa fase di convivenza con il virus. Ci riferiamo in particolare, questa è la novità, alla Legge n. 40/ 2020 di conversione, con modifiche, del D. L. n. 23/ 2020 (cosiddetto Decreto Liquidità) con cui è stato previsto l'inserimento dell'articolo 29 bis, riguardante gli obblighi dei datori di lavoro per la tutela contro il rischio di contagio da Covid-19. In buona sostanza, si è chiaramente previsto che, ai fini della tutela contro il rischio di contagio da Covid-19, i datori di lavoro pubblici e privati debbano adempiere all'obbligo prevenzionistico di cui all'articolo 2087 del Codice Civile mediante l'applicazione delle prescrizioni contenute nel Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 tra il Governo e le parti sociali, e successive modificazioni e integrazioni, e negli altri Protocolli e Linee guida, nonché mediante l'adozione e il mantenimento delle misure ivi previste.
È stato altresì precisato che, qualora non trovino applicazione le richiamate prescrizioni, rilevano le misure contenute nei protocolli o accordi di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. A ben guardare la previsione - impropriamente definita "scudo penale", ma della cui utilità non può comunque dubitarsi - non fa altro che fissare in modo chiaro ed inequivocabile i confini della responsabilità del datore di lavoro a fronte del rischio di contagio da Covid-19, dando un perimetro molto specifico all'obbligo di sicurezza, ma senza incidere sui presupposti soggettivi ed oggettivi di detta responsabilità che, per la verità, non erano stati minimamente modificati dalla equiparazione del Covid-19 ad infortunio sul lavoro.
Parimenti, la norma appena citata non incide in alcun modo sui presupposti per il riconoscimento delle tutele Inail ai lavoratori in caso di contagio. Giova infatti ricordare che in merito alle categorie di lavoratori interessati dal provvedimento, come chiarito dalla circolare n. 13 del 3 aprile 2020, l'ambito della tutela Inail riguarda gli operatori sanitari esposti a un elevato rischio di contagio, aggravato fino a diventare specifico.
Per tali operatori vige, quindi, la presunzione semplice di origine professionale, considerata l'alta probabilità che gli stessi vengano a contatto con il nuovo coronavirus. Di analoga presunzione semplice si avvalgono poi coloro che svolgono altre attività lavorative che comportano il costante contatto con il pubblico. In via esemplificativa, ma non esaustiva, sono stati indicati: lavoratori che operano in front- office, alla cassa, addetti alle vendite/banconisti, personale non sanitario operante all'interno degli ospedali con mansioni tecniche, di supporto, di pulizie, operatori del trasporto infermi.
Diversamente, per tutti gli altri lavoratori generalmente destinatari della tutela assicurativa Inail, non vige un regime probatorio agevolato, essendo in ogni caso il lavoratore tenuto a dimostrare - quantomeno con elementi anamnestici e clinici - la certa correlazione al lavoro della infezione; una prova comunque difficile da ottenere, data la multifattorialità e le limitate conoscenze scientifiche circa la ezipatogonesi del virus. Non esiste alcun automatismo giuridico nel riconoscimento dell'infortunio da Covid-19 da parte dell'Inail poiché l'Istituto, ai fini della tutela infortunistica, deve comunque valutare le circostanze e le modalità dell'attività lavorativa, da cui sia possibile trarre elementi gravi per giungere ad una diagnosi di alta probabilità, se non di certezza, dell'origine lavorativa della infezione.
Tale iter, peraltro, vale sia per i lavoratori assistiti da presunzione semplice che per coloro che non beneficino di tale alleggerimento probatorio, non potendosi in ogni caso - le due categorie di lavoratori considerate - mai avvalere di una presunzione assoluta.
Un'ultima riflessione deve poi essere fatta in relazione all'azione di regresso da parte dell'Inail: per essere esercitata nei confronti dei soggetti ritenuti civilmente responsabili è necessario che il fatto costituisca un reato perseguibile d'ufficio. Ne consegue che, in sede penale o civile, l'attivazione dell'azione di regresso non possa basarsi sul semplice riconoscimento dell'infezione da Covid-19.
*Componente cda Inail - già Ministro del Lavoro
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 12 giugno 2020
I detenuti avevano protestato per ottenere le mascherine. Salvini si è presentato nella struttura per cavalcare la protesta degli agenti: "Ci vogliono le pistole elettriche". L'operazione è iniziata ieri mattina alle 7: 57 agenti di polizia penitenziari, tra i quali il comandante Gaetano Manganelli, tutti in servizio al carcere di Santa Maria Capua Vetere, hanno ricevuto un avviso di garanzia: la procura, guidata da Maria Antonietta Troncone, contesta i reati di tortura, violenza privata, abuso di autorità. Sono anche stati sequestrati i telefoni cellulari degli agenti. Alcuni di loro hanno protestato con le stesse modalità dei detenuti: sono saliti sul tetto del carcere. L'indagine è partita dalle denunce del garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, e dell'associazione Antigone.
I familiari dei reclusi hanno raccontato di pestaggi e ripetute umiliazioni subite dai carcerati dopo le proteste del 5 aprile. Nei dossier ci sono le testimonianze, foto e registrazioni di conversazioni telefoniche. Nel carcere, infatti, i colloqui in presenza erano bloccati per la pandemia ma si poteva comunicare tramite videochiamata. Il 5 aprile uno dei detenuti del reparto Nilo, addetto alla distribuzione della spesa, finì in isolamento con la febbre alta per sospetto (poi confermato) Covid-19. La notizia alimentò la paura del contagio fino a sfociare in una protesta: circa 150 detenuti organizzarono la tradizionale battitura delle sbarre. Nella terza sezione del reparto Nilo arrivano a barricarsi dietro una barriera di brande, chiedendo la distribuzione di dispositivi di protezione. Il giorno dopo il magistrato di Sorveglianza tenne un colloquio che riportò la calma: accertò infatti che gli atti di insubordinazione non avevano assunto i connotati di una rivolta. Una volta andato via, tra le 15 e le 16, agenti sarebbero entrati nel reparto in tenuta antisommossa, con i volti coperti dai caschi, e avrebbero proceduto ai pestaggi.
Gli agenti invece sostengono di aver evitato una sommossa che era in preparazione, sequestrando mazze e pentole d'olio. Ieri hanno contestato la modalità in cui sono stati consegnati gli avvisi di garanzia, all'esterno del carcere davanti i familiari dei detenuti che arrivavano per i colloqui. "Ho regole da far rispettare e i detenuti le devono rispettare. Non rappresento più la legalità" ha protestato uno dei poliziotti salito sul tetto all'indirizzo del procuratore aggiunto Alessandro Milita. "Perché questa eccessiva spettacolarizzazione? - ha aggiunto un collega -, noi cercavamo solo si riportare la calma tra i detenuti". E la Fp Cgil: "La magistratura accerti i fatti ma la situazione è fuori controllo a Santa Maria Capua Vetere, l'amministrazione è responsabile della sicurezza e dell'incolumità del personale e dei detenuti. I lavoratori sono stati lasciati soli".
Matteo Salvini si è precipitato ieri pomeriggio nel penitenziario casertano per fare propaganda: "Ho chiuso l'ufficio e sono venuto qui - ha arringato - è una giornata di lutto per l'Italia. Le rivolte non le tranquillizzi con le margherite. Le pistole elettriche e la videosorveglianza prima arrivano meglio è". E Giorgia Meloni, da Roma: "In Italia arrivano vergognosamente gli avvisi di garanzia alla polizia penitenziaria. E cosa grave, il compito di notificarli viene affidato ad un altro corpo dello Stato, i Carabinieri". Nessuno ricorda cosa è successo ai detenuti.
I detenuti temevano che il Covid si diffondesse, erano in una struttura sovraffollata, il Dap aveva diffuso una direttiva: i sospetti affetti da coronavirus dovevano rimanere in isolamento nella cella con gli altri, la porta blindata chiusa ma con il personale che portava i pasti. Tutte misure inadatte a fermare il contagio.
Il 6 aprile, raccontano, sarebbe partito il primo pestaggio. Quindi sarebbero stati trascinati in corridoio dagli agenti che continuavano a colpirli, costringendoli alla fuga verso le scale fino all'area del passeggio. "Ad alcuni caduti in terra sarebbero stati dati altri colpi - spiega Luigi Romano, presidente di Antigone Campania. Ad altri sarebbe stato chiesto di uscire dalle celle per una perquisizione. Una volta denudati, sarebbero stati insultati e pestati. Vari detenuti sarebbero stati costretti a radersi barba e capelli. A operazione finita alcuni sarebbero stati messi in isolamento, altri trasferiti in altri istituti. Nei giorni seguenti molte telefonate non sarebbero state consentite. A chi invece era consentito chiamare sarebbero state rivolte minacce nel caso in cui avessero raccontato. Diversi medici avrebbero omesso dai referti i segni delle violenze. Se tutto questo sarà accertato dalla magistratura, allora dovremo dedurre che è stata un'azione organizzata".
Trauma cranico, costole e denti rotti, segni di percosse: i detenuti lo hanno raccontato ai familiari ma non solo, alcuni sono poi usciti in permesso, sul corpo avevano ancora segni e tumefazioni. Antigone, con il suo avvocato Simona Filippi, ha chiesto alla procura di indagare ai sensi dell'art. 613bis, che punisce gli episodi di tortura.
di Piero Rossano
Corriere del Mezzogiorno, 12 giugno 2020
I racconti dei detenuti ai loro familiari. Decine di denunce a polizia e carabinieri. "C'hann accis. Song venute dint 'e cell a quatt, cinque 'e loro". La voce dall'altro capo del telefono è quella di una persona che denuncia al suo interlocutore, la moglie a casa, una inusuale difficoltà nell'esprimersi. A parlare con molta sofferenza è un detenuto della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere e l'audio, registrato, finisce in una chat di familiari di detenuti. Assieme a numerosi altri.
È la sera del 9 aprile. "Amo' che stai dicenn? Perciò non ti ho sentito per tre giorni? E chi è stat?" incalza la donna. Renato, è così che chiama suo marito, aggiunge: "'E casc blu". I caschi blu. Non quelli dell'Onu: il blu è il colore d'ordinanza dei berretti del corpo della polizia penitenziaria. Al carcere di Santa Maria Capua Vetere, in quei giorni di tensione dopo le proteste e le intemperanze scoppiate a seguito della sospensione dei colloqui tra detenuti e familiari d'inizio marzo, sono stati distaccati altri agenti provenienti da Secondigliano. In tenuta anti-sommossa. Sono particolari che emergono dalle denunce di mogli, figli, sorelle di ospiti del penitenziario che si sono rivolti a carabinieri e polizia per segnalare presunti abusi e maltrattamenti ai danni dei loro congiunti.
"'E casc blu" sono una definizione ricorrente nelle telefonate. "So trasut ch'e manganiell, hann arruvutate tutt cose e c'hann menato pè senza niente", riferisce un altro detenuto in una telefonata. I primi episodi denunciati dai carcerati fanno riferimento alle perquisizioni operate dagli agenti di polizia penitenziaria nel pomeriggio di lunedì 6 aprile. Siamo ad un mese esatto dalle disposizioni governative sulla sospensione dei colloqui tra detenuti, familiari e avvocati.
Anche la provincia di Caserta è attraversata in quelle settimane dal timore dell'avanzata del Coronavirus. La gente è chiusa in casa, tutte le attività sono ferme. Scendono in strada per alcune mattinate di seguito i familiari degli ospiti del carcere. All'esterno della struttura protestano mogli, figlie, genitori di detenuti (più tardi il Dap fornirà cellulari che gli ospiti potranno utilizzare a turno per parlare con casa) e qualche avvocato. Nei giorni precedenti si era avuta notizia di qualche protesta all'interno della casa circondariale.
Tutto era partito con la "battitura" di pentolame, avvenuta anche in altre carceri d'Italia. Ma la tensione era crescente. Da qui la richiesta della direzione di ottenere rinforzi. Quel lunedì gli agenti hanno l'ordine di entrare nelle celle per operare perquisizioni. "Il timore - raccontano alcuni legali - è che potessero essere state nascoste armi rudimentali da utilizzare in una eventuale rivolta". Solo che dal racconto delle vittime dei presunti pestaggi si desume che dev'essere accaduto qualcosa visto che la polizia penitenziaria ha ritenuto, sempre secondo i resoconti, di utilizzare le maniere forti.
"Ci hanno rasato i capelli a zero, ci hanno tolto pure la barba. Ma dopo che ci avevano scassat 'a capa cu 'e manganielle", racconta sempre al telefono Ciro E. alla moglie Flavia A. un paio di giorni dopo. "Nun putimm fa' cchiù videochiamate, sulo telefonate pecché stamme tutti rutti". Il giorno dopo, siamo al 9 di aprile, la donna varca l'ingresso della stazione dei carabinieri di Afragola e denuncia i fatti. Nel suo esposto si legge il termine "tortura".
Le denunce delle presunte violenze si moltiplicano. Il 14 di aprile Rosa E. si porta presso il Commissariato di polizia di Secondigliano. Al sovrintendente capo seduto davanti al pc spiega di essere la figlia di Raffaele E. e che dopo che in carcere si era diffusa la voce di contagi ed erano sorte nuove tensioni tra gli ospiti, il giorno 6 il padre era rimasto vittima di un pestaggio della polizia in cella.
L'agente che raccoglie la denuncia chiede alla donna: "Da parte di chi?". Lei risponde: "Dei caschi blu". Di nuovo: "Successivamente ha ricevuto cure mediche?". La risposta della donna è affermativa. "Amo', aggia letto 'ncopp 'a internet che è succies 'o burdello", recita un altro audio di conversazione tra una signora e il marito in carcere. "Sì. E a me mi fa male tutto". Segue un pianto di donna. Seguono due mesi d'indagine. Ieri i primi sviluppi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 giugno 2020
Manifestavano perché 44 sono stati iscritti nel registro degli indagati. La decisione della Procura per i presunti pestaggi del 6 aprile dopo la protesta del giorno precedente dei detenuti per un sospetto caso di Covid.
Attimi di tensione ieri. nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere. Qualcuno è salito sul tetto, urlando contro, a detta loro, gli abusi da parte delle autorità. Perquisizione, blocco delle entrate, disagi vari. No, non parliamo dei detenuti. Questa volta a creare tensione sono gli agenti penitenziari stessi che hanno subito delle perquisizioni da parte dei carabinieri. Alcuni agenti hanno raccontato di essere stati bloccati nelle auto prima dell'ingresso e di essere stati identificati "senza rispetto per il ruolo". Il motivo? La procura di Santa Maria Capua Vetere ha iscritto nel registro degli indagati 44 agenti penitenziari in servizio nel carcere sammaritano in una inchiesta avviata dopo presunte violenze all'interno dell'istituto in seguito a una rivolta.
Ma cosa sarebbe accaduto? La ricostruzione degli eventi è stata recentemente riportata dall'avvocato di Antigone Simona Filippi nell'ultima relazione. Il 5 aprile, a seguito del diffondersi della notizia che tra i detenuti del reparto "Nilo" ci fosse un caso positivo al "Covid 19" (l'addetto alla spesa, il così detto "spesino"), alcuni detenuti hanno iniziato una protesta. In particolare, i detenuti del III piano del Reparto "Nilo" hanno occupato la sezione, bloccando il cancello con le brande e barricandosi dentro.
Dalle segnalazioni pervenute non è stato possibile approfondire con quali modalità i detenuti abbiano realizzato la protesta ma è invece emerso, quale dato certo, che nel corso della stessa serata del 5 aprile, anche grazie all'intervento del direttore e del Garante regionale Samuele Ciambriello, la protesta è rientrata. La mattina seguente - il 6 aprile - anche il Magistrato di sorveglianza si recava presso l'istituto per un confronto pacifico con i detenuti. La protesta era oramai rientrata già dalla sera precedente. Sempre nella giornata del 6 aprile, ma intorno alle ore 15, agenti di polizia in tenuta antisommossa, con il volto coperto da caschi e i guanti alle mani, avrebbero posto in essere una seria e articolata azione di violenza contro molti detenuti.
Secondo la ricostruzione, alcuni agenti sarebbero entrati nelle celle e, cogliendo i detenuti di sorpresa, li avrebbero violentemente insultati e picchiati con schiaffi, pugni, calci e a colpi di manganello. I detenuti sarebbero poi stati trascinati fuori dalle celle, nel corridoio, dove sarebbero stati ancora pestati e, per sfuggire ai colpi, costretti a correre, passando dalle scale, fino all'area di "passeggio". Chi cadeva a terra durante la corsa pare abbia subito ulteriori violenze.
Altri agenti, invece, avrebbero invitato i detenuti ad uscire dalle loro celle per effettuare la perquisizione e, dopo aver fatto levare loro gli indumenti, li avrebbero percossi violentemente con calci, pugni e con colpi di manganello. Dopo il pestaggio, diversi detenuti sarebbero stati costretti a radersi barba e capelli. Alcuni detenuti picchiati sarebbero poi stati posti in isolamento, altri sarebbero stati trasferiti in altri istituti. Dalla ricostruzione dei fatti emerge che le violenze sarebbero avvenute in un momento temporalmente distante da quello delle proteste.
Il garante locale di Napoli Pietro Ioia aveva raccolto la testimonianza di un detenuto che ha vissuto in prima persona il presunto pestaggio e che era poi andato in detenzione domiciliare. Il Dubbio l'aveva sentito e riportato la testimonianza sulle pagine del giornale. Le immagini delle telecamere della videosorveglianza sono state già acquisite, probabilmente qualcosa dovrebbe essere emerso se la procura ha inviato gli avvisi di garanzia a ben 44 agenti. Ma cosa sia accaduto veramente solo la giustizia potrà stabilirlo.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 12 giugno 2020
Il fratello: "Lo hanno ucciso, voglio la verità". "Mio fratello Diego se ha visto il mare tre volte nella sua vita è pure assai. Il resto lo ha passato in carcere a scontare i reati commessi ma non meritava di pagare anche con la vita". Christian Cinque è il fratello di Diego, morto a 29 anni in carcere. Subito il caso fu archiviato come suicidio, uno dei tanti che si susseguono nelle carceri. Ma Christian non ci ha creduto nemmeno per un istante.
Diego stava scontando una pena di 7 anni per rapina. Arrestato a luglio 2016, sarebbe tornato in libertà a marzo 2023, una pena breve che non avrebbe comunque giustificato la voglia di un suicidio da parte di Diego, giovane, con una compagna con cui aveva un rapporto molto sereno e una figlia di 1 anno e mezzo per cui stravedeva e non vedeva l'ora di riabbracciare. "Io sentivo spesso mio fratello ed era sereno - racconta Christian - certo a volte mi ha parlato di qualche lite con gli altri detenuti ma sono situazioni a cui un ragazzo come lui era abituato".
Christian ricorda con dolore quando quella mattina del 16 ottobre 2018 trovarono suo fratello impiccato nel bagno vicino alla sua cella. "Mi telefonarono alcuni detenuti suoi compagni di cella - dice - mi precipitai al carcere di Poggioreale e mi dissero che era vero: mio fratello era ancora appeso al soffitto con un laccio per le scarpe. Mi dissero subito che era stato un suicidio ma io non ci ho mai creduto. Era un ragazzo abituato al carcere e non ne era turbato. Poi quando vidi il corpo senza vita diceva chiaramente che non si era ammazzato da solo".
Subito fu chiesta l'archiviazione come morte determinata da "asfissia acuta meccanica violenta da impiccamento suicidario tipico". Complice anche la circostanza del ritrovamento del corpo chiuso in bagno dall'interno con una corda tesa a bloccare la porta e uno sgabello rovesciato. Ma alcune incongruenze tra cui la ricostruzione dei compagni di cella di quella mattina portarono il giudice per le indagini preliminari a rigettarla e riaprire il caso.
A confermare i sospetti di Christian è stato soprattutto l'esame del medico da lui ingaggiato per un'autopsia di parte. Sul collo di Diego c'erano due diversi segni, un primo più doppio, simile a un lenzuolo, e un secondo stretto come un laccio di scarpe che però non sembrava essere stato stretto attorno al collo di una persona viva. E ancora colpi di percosse e le analisi agli occhi che denunciavano che Diego era passato dal sonno alla morte. Poi il sangue condensatosi sulla schiena segno di un corpo morto supino e non appeso per il collo. "No, mio fratello non si è suicidato - dice Christian che non si dà pace - non lo so cosa sia successo. Credo nella giustizia e non credo sia stata opera della polizia penitenziaria. Ma chiunque sia stato io merito di conoscere la verità".
"Sono due anni che il carcere di Poggioreale teneva ancora gli effetti personali di mio fratello - racconta Christian - Quando morì mi dissero che queste cose erano sotto sequestro. Sono recentemente andato a ritirare il suo borsone, l'ho preso, ho ingenuamente firmato senza controllarne il contenuto e sono andato a casa. Con grande dispiacere l'ho aperto e l'ho trovato quasi vuoto. Non sono importanti le cose, i vestiti o gli oggetti, erano gli ultimi ricordi affettivi che abbiamo di lui. Ci hanno portato via anche quelli. Voglio solo giustizia".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 12 giugno 2020
Un protocollo per regolamentare i colloqui tra i detenuti e i loro difensori, fino al termine dell'emergenza sanitaria da Covid-19, è stato firmato ieri dalla direttrice della casa circondariale di Palermo "Pagliarelli - Antonio Lorusso", Francesca Vazzana, e dal presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Palermo, Giovanni Immordino.
Un accordo reso opportuno dalla persistenza, nonostante le graduali riaperture, di alcune sacche epidemiche nel panorama globale e nazionale che, sia pure circoscritte ad aree limitate impongono - viene spiegato nel documento - di "mantenere e adottare, se necessario, nuove precauzioni, volte a tutelare la salute pubblica, contenendo il pericolo di contagio".
Gli articoli del protocollo definiscono nel dettaglio gli impegni dei firmatari, che potranno essere integrati da nuove modalità di contatto tra difensori e detenuti, in caso sopraggiungano nuove esigenze di gestione della pandemia. Gli avvocati saranno tenuti a utilizzare una casella di posta elettronica messa a disposizione dall'istituto per prenotare i colloqui con i loro assistiti e dovranno, salvo circostanze particolari, rispettarne i tempi di durata prestabiliti. I legali saranno tenuti, inoltre, a sottoporsi alla misurazione della temperatura corporea nella zona dedicata alla fase di triage, nonché all'uso di mascherina, di guanti e, in aggiunta, di visiera protettiva.
La direzione si impegna a mettere a disposizione degli avvocati un'ulteriore sala d'attesa mentre, in alternativa al colloquio, si conferma l'opportunità di svolgere l'attività legale tramite collegamento attraverso un'utenza telefonica fissa. La sottoscrizione del protocollo d'intesa, condiviso anche dal presidente della Camera Penale di Palermo, Fabio Ferrara, rappresenta un valido strumento per raggiungere l'obiettivo comune - sottolinea la direzione della casa circondariale - "di migliorare lo svolgimento del diritto di difesa nel rispetto delle misure atte a prevenire il contagio".
di Maria Fiore
La Provincia Pavese, 12 giugno 2020
Gli episodi si sarebbero verificati dopo la rivolta dell'8 marzo per lo stop ai colloqui. Esposto già presentato alla procura. Oltre ai danni materiali, la rivolta di marzo nel carcere di Torre del Gallo rischia di avere anche strascichi giudiziari. E non solo per i detenuti che hanno partecipato alla ribellione, incendiando materassi e distruggendo arredi prima di salire sul tetto della struttura.
Un esposto in procura degli stessi detenuti punta l'indice contro alcune guardie della polizia penitenziaria. "Il giorno successivo alla rivolta mi hanno denudato e picchiato", accusa un recluso in tre pagine di denuncia. Nel documento, che indica testimoni e fa nomi e cognomi, si ricostruisce la sua versione, che dovrà ora essere vagliata da un magistrato. Altri detenuti stanno preparando altri esposti.
Il presunto pestaggio sarebbe avvenuto il giorno successivo alla rivolta. Un detenuto di 47 anni spiega di essere stato sorpreso dall'incendio mentre si trovava all'interno della sua cella. "Abbiamo avuto paura di morire intrappolati, per il fuoco o per il fumo - si legge nella denuncia. Dopo 15 minuti vediamo delle persone in corridoio, non sono agenti. Ci aprono la porta e siamo salvi. Il panico è generale. Molti detenuti raggiungono il tetto". La rivolta dura diverse ore e solo dopo le due di notte nel carcere si ritorna alla calma. I rivoltosi scendono dal tetto e ritornano nelle celle. Ma al mattino, secondo il detenuto, accade qualcosa di strano.
"Arrivano in sezione 35 agenti, sono muniti di manganelli e cominciano a percuotere con violenza le porte metalliche delle celle - è la denuncia. Alcuni aprono le celle una alla volta e cominciano a picchiare i detenuti, altri vengono portati nella saletta di ricreazione, di fronte alla mia cella". Anche il detenuto, secondo la sua versione, viene prelevato.
"Vengo prima aggredito verbalmente, mi dicono che sono saliti sul tetto ma non è vero - si legge - poi mi viene ordinato di spogliarmi e di fare piegamenti sulle gambe. A un certo punto uno ordina lo stop e un altro mi colpisce con due pugni". Secondo la denuncia del detenuto il presunto pestaggio sarebbe continuato in saletta. "Altri agenti mi circondano e prendono a manganellarmi, finisco a terra tra gli insulti - si legge. Mi riparo contro il muro".
Una volta in cella, "trovo la stanza devastata, la spesa non c'è più", si legge nella denuncia. Accuse gravi, tutte da verificare. Nessuna dichiarazione dai vertici del carcere e dalla direttrice, Stefania D'Agostino. Per Gian Luigi Madonia, segretario regionale dell'Uspp, "i fatti accaduti tra il 7 e il 9 marzo hanno rappresentato una situazione ormai fortemente compromessa delle carceri italiane ma il personale ha gestito egregiamente la delicatissima criticità. Sui presunti pestaggi non mi esprimo, c'è piena fiducia nell'autorità giudiziaria". -
di Biagio Castaldo
Il Riformista, 12 giugno 2020
Intervista alla finalista del Premio Strega. "In carcere, del presente non si parla e il futuro non si immagina", scrive Valeria Parrella nel suo ultimo romanzo, "Almarina", edito da Einaudi, nel quale riflette sulla condizione umana in sosta sulla soglia del carcere di Nisida, la responsabilità di chi sta fuori e la livella del giudizio dal di dentro. Finalista al Premio Strega e candidata al Premio Napoli, Valeria Parrella è, tra gli altri, l'autrice di un manuale tradotto in sei lingue sui diritti dei detenuti e oggi, sulle colonne de Il Riformista, ribadisce il principio di responsabilità sociale e di misericordia nei confronti dei carcerati.
"Nisida è un'isola e nessuno lo sa. Nisida è un classico esempio di stupidità", cantava con ritmo reggae Edoardo Bennato negli anni Ottanta. Eppure Nisida esiste, non come atollo in mezzo al mare, bensì come un affronto agli occhi di Posillipo, il promontorio che gli antichi greci denominarono "tregua dal dolore", per l'incantevole vista sul golfo di Napoli. Una delle più ricercate Leggende napoletane di Matilde Serao narra la storia di Posillipo, un giovane innamorato di un'indifferente e malvagia ninfa di nome Nisida, la cui riluttanza all'amore lo portò a metter fine alle sue sofferenze, perdendo la vita in mare. Il castigo del fato arrivò però puntuale: Posillipo fu mutato in "un poggio che si bagna nel mare", dal quale potrà guardare la sua amata isola di "pietra levigata, dura e glaciale" per l'eternità, ma solo da lontano. Nisida ha ereditato l'asprezza della sua fanciulla, è l'isola della pena e dell'espiazione, un sopruso che acuisce di senso la privazione della bellezza. Da "isoletta delle capre", dove riparò Ulisse, poco lontano dal Paese dei ciclopi, è divenuta lazzaretto per gli appestati, prima che un ponte di pietra la rendesse una costola di Napoli, annettendola alla Bagnoli delle ex acciaierie. Oggi è una colonia giovanile, sulla quale un istituto di pena per minorenni ospita in media 45 tra ragazze e ragazzi, accusati di furto, estorsione, spaccio e omicidio; il confino tra le sue celle è anche negazione del mare e del nome, spesso sostituito con la grammatica dei codici della Legge che li ha puniti.
Valeria Parella, conosciamo la sua militanza politica e l'impegno nelle carceri napoletane, da Poggioreale a Nisida, attenta ai diritti dei detenuti e in difesa delle minoranze etniche e di genere. Quanto di Almarina lei ha visto in prima persona?
Io a Nisida ci sono entrata per un laboratorio di Scrittura creativa per quattro anni di seguito. Non ero mai stata in un carcere minorile e subito ho opposto a questo una grande resistenza, perché già le carceri per adulti lasciano un senso di frustrazione profondissimo. Sono fatte male, sono inadeguate, sovraffollate e perché la carcerazione è ingiusta, così come viene attuata. La certezza della pena è un fondamento costituzionale, ma ugualmente lo deve essere il rispetto della detenzione. A Nisida quindi ci sono entrata molto malvolentieri. Il mio libro è un pretesto per raccontare questa resistenza a varcarne i cancelli: nell'entravi e nell'uscirvi, perché uscire da un luogo in cui ci sono persone che hanno l'età dei tuoi figli e che quella sera non dormiranno in una casa, quella è un'attestazione di crudeltà fortissima.
Attraverso la figura di Elisabetta Maiorano, ha potuto declinare il tema, centrale in Almarina, del principio di responsabilità sociale nei confronti dei detenuti. Una responsabilità, e non un senso di colpa, che investe tutti noi, che siamo i veri colpevoli della Storia. Ma in che modo potremmo dirci realmente responsabili?
Uno degli assunti del mio libro e di cui sono più sicura è che ovunque ci sia un minore colpevole, da un'altra parte c'è un adulto colpevole. Tutte le figure che circondano un minore detenuto sono importanti, Nisida per questo è un ottimo carcere minorile. Qui il senso rieducativo significa aiutare questi ragazzi a capire che ce la possono fare, che sono persone, che sono degni e che possono trovare una strada. Mi viene quindi da chiedermi, ma in maniera retorica, non è forse nei quartieri a rischio, quando hai una madre che si prostituisce o un padre agli arresti domiciliari o un fratello che spaccia, non è forse anche lì che c'è una mancanza di libertà?
Nel suo romanzo scrive: "Bisogna avere misericordia dei detenuti", un'idea che rimanda subito alle meditazioni del Papa recitate durante la Via Crucis dello scorso Venerdì Santo, e nelle quali il carcere viene definito come "il luogo in cui si continuano a seppellire uomini vivi". Dov'è dunque la misericordia degli uomini che permettono il fine pena mai o le stipate condizioni di detenzione, anche in piena pandemia?
Il fine pena mai equivale a una condanna a morte. Credo che sia contro i diritti dell'uomo e del cittadino. La mia è una posizione politica, non da giurisperita, ma tutte le posizioni che possano convergere verso l'abolizione dell'ergastolo sono fondamentali per lo sviluppo di una società degna di questo nome. Mi spaventa un'Italia in cui è possibile l'ergastolo, ho più fiducia in un Paese in cui non ci sia il senso della vendetta nella pena.
La protagonista di Almarina, un'immigrata romena, si trova a Nisida per aver rubato un telefonino, dopo essere stata violentata e aver attraversato i Balcani. Se come ha detto "il carcere è un punto limite, come Lampedusa", potremmo dedurne che Almarina sia solo un archetipo delle tante Almarine contemporanee, approdate sulle coste del nostro Paese...
Credo che il carcere sia un limes, nel senso latino del termine, cioè un luogo oltre il quale sei in un modo, e prima del quale sei in un altro. Nel mondo contemporaneo e in Occidente, il carcere è uno dei pochissimi luoghi nei quali esperire, in pochi metri e dopo aver passato una procedura di ingresso, una condizione di sospensione della libertà e dei diritti. Questa cosa, che è sì archetipica, ci rende tutti responsabili.
Prevenzione ed educazione sono le parole chiave per il processo di reinserimento del giovane carcerato nella società. E a Nisida, la scuola è l'unico spazio senza sbarre, l'istruzione è dunque l'unico luogo deputato alla libertà. Che ruolo ha effettivamente la rieducazione culturale per il futuro di questi ragazzi?
Nisida insegna una cosa ai ragazzi, e cioè che è possibile fidarsi degli adulti. Questo non è poco, specie se per tutto il resto della tua vita è sempre andato al contrario. Noi stessi siamo i primi a far fatica a fidarci degli altri. La paura è infatti per il dopo, per il reinserimento. Lo Stato così come riesce a manifestarsi nella sua parte migliore in un buon carcere, come quello di Nisida, ugualmente dovrebbe concludere il suo compito con un buon percorso di reinserimento nella società. Spesso questi percorsi attraversano strade volontaristiche, ma quello che non c'è è un programma fatto bene. Non vedo al Sud, ma in realtà in tutta Italia, dei programmi specifici, che abbiano una pregnanza.
Antonio Gramsci compare nel suo libro già nella citazione posta in esergo. Le Lettere dal carcere sono state per Gramsci, come scrive a sua cognata Tania, "il solo legame con il mondo per rompere la mia segregazione e il mio isolamento". La forma epistolare, che lei ha sperimentato in classe con i detenuti di Nisida, ha avuto la stessa funzione?
Per me Gramsci è un padre politico e un padre letterario. Ho portato Gramsci veramente a Nisida, perché nel laboratorio di scrittura creativa, una volta, ho chiesto ai ragazzi di scrivere una lettera di invio e una lettera di ritorno. In prima battuta, i ragazzi scrissero veramente male, non perché fossero sgrammaticati, ma perché avevo come l'impressione che loro avessero scritto il peggio di quello che sono, che fossero più ricchi di quelle pagine costruite, fatte per accontentarmi. Così portai l'epistolario di Gramsci e leggemmo le lettere a Giuliano. Dissi loro: "L'occhio di uno scrittore è un occhio che non ha bisogno di vedere per sapere, vedete quanto altruismo c'è in queste lettere?". I ragazzi capirono perfettamente. Le lettere che scrissero dopo erano bellissime. È questo che fanno i grandi padri, i grandi esempi.
- Spoleto (Pg). La preghiera dietro le sbarre. "Speranza oltre ogni male"
- Migranti. Non rassegniamoci alla strage infinita nel Mediterraneo
- Migranti. Naufragio in Tunisia, nessun superstite è strage di donne
- La solitudine che può far male e il temuto boom delle dipendenze
- Svizzera. Covid-19 e carcere, test (finora) superato










