di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 9 giugno 2020
L'ex magistrato impegnato da anni come volontario per educare alla legalità giovani e detenuti. "Rispettare la legge è una cosa, ma per agire con giustizia bisogna capire se quella legge sia giusta. Seguire una norma per il solo timore della sanzione produce un popolo di sudditi, non di cittadini".
"Esiste una convinzione diffusa che il modo di stare insieme sia di mettersi reciprocamente i piedi sulla testa l'uno degli altri". È dal 2007, cioè da quando (in largo anticipo sul pensionamento) lasciò la magistratura, che l'ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo, 73 anni, si impegna ogni giorno nelle scuole all'educazione alla legalità.
Si fa presto dire cittadini, oggi si rischia di essere lo stesso sudditi...
"Cittadino è chi è titolare di diritti che non possono essere violati, ma per essere suddito non è necessaria una legislazione che privi dei diritti fondamentali: c'è chi si rende suddito privandosi dell'essenza della propria funzione di partecipe dell'esercizio dell'amministrazione della collettività tramite gli strumenti messi a disposizione dalla democrazia".
Tentazione che seduce molti...
"Perché la partecipazione è qualcosa che comporta oneri di un certo rilievo a carico di ogni persona. E qui c'è, in molti, una grande tendenza a scaricare su altri la responsabilità dell'esercizio della sovranità, tanto che generalmente hanno successo in politica quelle persone che si presentano ai cittadini promettendo di sollevarli dalla fatica della scelta".
Pure la legalità pare soffrire...
"Il rapporto con le regole può essere qualificato dalle conseguenze della loro violazione. Se la conseguenza è la punizione, la minaccia di punizione educa non a comprendere il contenuto della regola, ma educa appena a obbedirle: solo che in questo modo si può forse avere un popolo obbediente, ma difficilmente si può avere un popolo consapevole. Il perché osservare la legge non glielo devi imporre, ma spiegare. A partire dall'idea che la legge vada vista come uno strumento per arrivare a un fine. Piace pagare le tasse? A quasi tutti no. Ma le risorse che si raccolgono con la fiscalità sono proprio quelle che rendono effettivi quei diritti affermati sulla carta: in concreto non c'è diritto alla sicurezza senza polizia, all'istruzione senza scuole, alla salute senza ospedali".
E il rapporto tra legge e giustizia?
"Legalità attiene al rispetto della legge punto e basta, invece giustizia riguarda il contenuto della legge. E questa tal legge è giusta? Ecco il problema più grosso che esista. Perché le leggi le facciamo noi. E possono essere orientate a costruire una società verticale, attraverso la distribuzione discriminante di diritti e doveri; o essere orientate a costruire una società orizzontale, in cui a ciascuno, nel limite del possibile, siano date opportunità analoghe agli altri".
Eppure alla società verticale si conformano anche molti di coloro che ne patiscono le conseguenze...
"Esiste una convinzione molto diffusa che il modo di stare insieme sia mettersi reciprocamente i piedi sulla testa l'uno degli altri. È l'effetto del "si è sempre fatto così". Pensi che in Italia il diritto di famiglia, che metteva il marito a capo della famiglia e costringeva la moglie a obbedirgli, è stato modificato solo ne11975: 27 anni dopo la Costituzione, un'intera generazione".
Come si fa a riparlare di solidarietà, centrale nella Costituzione, sottraendola nel contempo all'inflazione del buonismo d'accatto?
"Bisogna entrarci, nella Costituzione. Quali sono le relazioni di causa-effetto nella Costituzione? L'articolo 3 dice che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale" e sono eguali davanti alla legge senza distinzione delle condizioni personali e sociali che li caratterizzano (genere, etnia, religione...), ma generalmente si tende a dimenticare la prima parte, che invece è proprio quella che tiene in piedi tutto il resto: siccome tutti hanno pari dignità, allora le loro caratteristiche individuali non possono essere causa di discriminazione. Lo stesso all'articolo 2, "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale": ecco, quel "e richiede" ci dice che, siccome ciascuno (non solo qualcuno, ma proprio chiunque) è titolare di diritti che non possono essere toccati, allora perché questi siano realizzati in capo a ciascuno è necessaria la solidarietà. Che viene da "solidus", richiama la solidità della relazione della comunità della che esprime il diritto. E bisognerebbe riflettere sulla comune radice indoeuropea delle parole "libertà" e "appartenenza": è l'appartenenza alla comunità che, contemporaneamente, richiede e offre solidarietà, cioè solidità della relazione nella comunità, e origina la libertà".
sardiniapost.it, 9 giugno 2020
È un detenuto del carcere di Nuchis, a Tempio, il primo laureato a distanza del Polo universitario penitenziario dell'Università di Sassari. Il titolo accademico è stato conseguito nei giorni scorsi con una sessione di laurea in Scienze della politica tenuta in collegamento telematico tra la commissione a Sassari e il candidato nel carcere di Tempio. Da qui il detenuto ha discusso la sua tesi sulla nascita ed evoluzione del movimento femminista. "Questa laurea è un traguardo non solo per lo studente ma per tutte le persone dell'Università di Sassari e dell'amministrazione penitenziaria che hanno reso possibile tutto ciò", commenta Emmanuele Farris, delegato rettorale per il Pup-Polo universitario penitenziario.
Al Pup aderiscono quattro istituti penitenziari, Alghero, Nuoro, Sassari e Tempio: da maggio le quattro strutture garantiscono collegamenti a distanza, esami sia scritti sia orali, fornitura regolare dei materiali di studio e comunicazioni costanti tra docenti e studenti. In questo panorama si è distinto il carcere di Tempio, riservato esclusivamente all'alta sicurezza: rispetto a una media nazionale dell'1,5%, a Tempio studia all'università il 17,3% dei detenuti. La media complessiva del Pup dell'Università di Sassari, nei quattro istituti in cui opera, è del 5%. Uno staff di 15 docenti referenti, 15 amministrativi, un delegato, una segreteria, 20 tutor segue costantemente oltre 60 studenti detenuti in stretta collaborazione con le direzioni e i funzionari giuridico-pedagogici dei quattro istituti.
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 9 giugno 2020
Le preoccupazioni reali sono di ben altra natura, legate al disastro economico e al profondo disagio sociale che colpirà gli strati più deboli della società. Il lungo periodo di lockdown cui siamo stati costretti per contrastare il contagio da Coronavirus si è accompagnato alla privazione di alcuni fondamentali diritti di libertà solennemente enunciati nella prima parte della Costituzione, quella che parla dei diritti e dei doveri dei cittadini.
Converrà qui sommariamente enunciare le principali libertà di cui i cittadini sono rimasti privati nei mesi dell'isolamento sociale, tenendo presente che la stessa Costituzione prevede che la legge possa stabilire in via generale dei limiti ai diritti di libertà.
Al primo posto collocherei il diritto di soggiornare e circolare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, diritto che la legge può limitare solo per motivi di sicurezza o di sanità. Al fine di contrastare la diffusione del contagio, tale diritto è stato pressoché completamente eliminato per oltre quattro mesi e il rimedio si è dimostrato quanto mai efficace.
Analogamente sono temporaneamente scomparsi dalla vita sociale il diritto di riunione, che ordinariamente può essere limitato solo in caso di riunioni in luogo pubblico per motivi di sicurezza o di incolumità; il diritto di associarsi liberamente per fini non vietati ai singoli dalla legge penale; il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in forma associata, di farne propaganda e di esercitarne in pubblico il culto; l'accesso all'istruzione, obbligatoria e gratuita per almeno otto anni. In questo lungo elenco un'attenzione particolare va riservata al diritto al lavoro, collocato tra i principi fondamentali della Costituzione, perché gravissime saranno le conseguenze socio-economiche della prolungata privazione del suo esercizio.
Ebbene, nei mesi più cruciali della pandemia tutti questi diritti hanno dovuto cedere il passo al superiore principio della tutela della salute, definito nell'art. 32 della Costituzione come "fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività".
Nel bilanciamento tra i vari diritti e interessi tutelati dalla Costituzione nessuno ha dubitato che il diritto alla vita dovesse prevalere sulle fondamentali libertà e opportunità (penso per queste ultime al lavoro e all'istruzione) che un ordinamento democratico assicura potenzialmente ai suoi cittadini o comunque ai soggetti che risiedono sul territorio dello Stato.
La rinuncia ai diritti e alle libertà è stata pacificamente e ordinatamente accettata dalla stragrande maggioranza del popolo italiano, che ha così dato una grande prova di consapevolezza del pericolo rappresentato dalla pandemia, di maturità e di senso di responsabilità nell'adeguarsi, anche in nome dell'interesse della collettività, alla limitazione se non alla totale scomparsa degli spazi e dei diritti di libertà che sino ad allora avevano contrassegnato la vita individuale e sociale.
Questa opinione non è però condivisa da tutti. In particolare, alcuni giuristi hanno manifestato la preoccupazione che la rinuncia ai diritti individuali sia stata troppo docilmente accettata, senza che i destinatari si rendessero conto dei rischi che la sia pure temporanea privazione dei diritti di libertà avrebbe comportato per il futuro.
Si è persino arrivati a prefigurare il lockdown e le conseguenti privazioni delle libertà individuali come una sorta di prova generale di un sinistro futuro in cui, a prescindere dalle situazioni di emergenza e di necessità connesse alla pandemia da coronavirus, il potere avrebbe cercato di diminuire o eliminare gli spazi di libertà dei cittadini.
Al di là di queste fosche prospettive, le preoccupazioni reali sono di ben altra natura, legate al disastro economico e al profondo disagio sociale che colpirà gli strati più deboli e emarginati della società italiana nelle fasi 2, 3 e via dicendo del dopo pandemia.
Almeno per ora difendiamo e apprezziamo il grande senso di responsabilità dimostrato dalla stragrande maggioranza della popolazione nei mesi del forzato isolamento sociale e della privazione dei diritti, evitando di interpretare questa pagina positiva della vita sociale del nostro Paese come se fosse espressione di un popolo di pecoroni docili e sottomessi. Siamo stati bravi e possiamo dirlo con forza, consapevoli che ci attendono prove ancora più dure per fronteggiare il disastro economico da Coronavirus.
di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 9 giugno 2020
Il Sindaco: "L'odio razziale di Salvini è lo stesso dei suprematisti americani. Ora chi ci ripagherà?". "Volevano distruggere Riace e il messaggio politico-evangelico della nostra esperienza amministrativa e ci sono riusciti. Queste pronunce non fanno altro che aumentare la mia amarezza".
A casa di Mimmo Lucano non si stappano bottiglie per le notizie giudiziarie provenienti da Roma. E dire che motivi ce ne sarebbero per brindare. Ma è la rabbia a prevalere nell'animo dell'ex sindaco di Riace. Il ministero dell'Interno non avrebbe potuto chiudere i progetti d'accoglienza Sprar nel borgo jonico. I giudici del Consiglio di Stato lo hanno ribadito solennemente respingendo il ricorso presentato dal Viminale dopo che, lo scorso anno, il Tar di Reggio Calabria aveva messo nero su bianco l'illegittimità di quella decisione.
In via preliminare manca l'invio al comune di una diffida vera e propria, tant'è vero che le criticità evidenziate dal ministero non avevano impedito la proroga del progetto. Il Viminale non avrebbe contestato puntualmente le irregolarità rilevate, né avrebbe assegnato un termine entro cui risolverle. E nonostante questo, ad ottobre 2018, pochi giorni dopo l'arresto dell'allora sindaco, il ministero dell'Interno, diretto da Salvini, aveva disposto la deportazione dei migranti. E riportando il paese di nuovo allo spopolamento.
A fatica ora Lucano e i suoi fedelissimi stanno provando a far rinascere il borgo nonostante l'ostracismo del nuovo sindaco, decaduto in quanto ineleggibile, ma ancora al suo posto, in attesa dell'appello. "Era tutto già scritto - racconta a il manifesto - una precisa strategia volta a distruggere la mia persona, quella utopica idea di Riace che diventava realtà. Partire, agire, essere concreti, erano state le nostre linee guida. Volevamo che i sogni si realizzassero e ci siamo riusciti. Ma questo dava fastidio perché ribaltava la loro narrazione tossica sulle migrazioni. Hanno demonizzato il progetto Sprar con delle assurde penalità e poi, non paghi, si sono accaniti contro la mia persona. Quello di oggi è solo un piccolo successo burocratico che non mi ripaga delle umiliazioni subite. Per usare le parole di un grande prete operaio, come monsignor Bregantini (l'attuale vescovo di Campobasso, ndr), a Riace c'è stato un tentativo di un processo di evangelizzazione della società".
Lucano stempera a fatica la tensione. Tra qualche settimana si deciderà la sua personale sorte giudiziaria. "Il 3 luglio i giudici di Locri decideranno se condannarmi o assolvermi per quella incredibile vicenda delle carte d'identità". È stato citato in giudizio (dallo stesso pm della prima inchiesta che gli costò l'arresto) e dovrà difendersi dal reato di falso davanti al giudice monocratico. La vicenda trae origine dall'inchiesta sulla presunta falsificazione dei documenti d'identità per due immigrati eritrei, una madre e il suo bimbo, ospiti del programma di accoglienza ma senza permesso di soggiorno. "La carta d'identità era legata ad esigenze sanitarie - si accalora - e per me è prioritario rispettare la dignità umana di un bambino di pochi mesi. È una contestazione molto debole sul piano giuridico".
Tornando al pronunciamento dei magistrati di Palazzo Spada. La critica dei giudici è forte: il Viminale si sarebbe limitato a vuoti formalismi procedimentali, senza rispettare "le forme che esso stesso, peraltro, si era dato", prorogando in un primo momento il progetto e poi decidendo, per le stesse ragioni, di cassarlo. "L'autorizzazione alla prosecuzione del progetto poteva, dunque, trovare spiegazione solo con la massima benevolenza dell'amministrazione che ha anche messo a disposizione risorse umane e finanziarie".
Insomma, "i riconosciuti ed innegabili meriti del "sistema Riace", secondo i giudici, avrebbero "giocato un ruolo decisivo nel ritenere superate (e non penalizzanti) le criticità", che non potevano essere recuperate a posteriori, "per motivare la revoca, se non rinnovando per intero il procedimento". Alla luce della documentazione, insomma, "il progetto avrebbe dovuto essere eventualmente chiuso alla scadenza naturale".
E "che il modello Riace fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione - si legge - è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti". Insomma, quell'atto non aveva ragion d'essere. Lucano comunque non demorde. "L'odio razziale di Salvini è lo stesso dei suprematisti americani - conclude - dobbiamo tutti trarre una lezione dai Black lives matter. E reagire anche qui in Italia".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 9 giugno 2020
Non solo il fronte Mediterraneo: la fine del lockdown e la crisi economica causata dal virus, hanno riaperto la rotta balcanica. Da una ventina di giorni, al confine di Trieste e Gorizia sono aumentati di parecchio i passaggi. E i militari di "strade sicure" inviati a presidiare quelle frontiere, respingono in Slovenia chi non ha titolo per entrare.
L'Italia spinge sull'Europa proprio in vista del periodo estivo, quando il rischio di "una invasione" diventa più concreto. Sui migranti "c'è una trattativa positiva in corso con la nuova commissione - spiega il ministro per gli Affari europei Enzo Amendola.
La trattativa è di arrivare finalmente a un sistema europeo che sia sicuro nel controllo dei confini e anche responsabile nel cambiare i regolamenti che ormai sono superati. È una trattativa molto importante che stiamo facendo come governo con la ministra Lamorgese, l'idea è di siglare un nuovo patto europeo.
Stiamo spingendo molto - chiarisce ancora Amendola - perché è tempo non più di ragionare su base volontaristica sulla gestione dei flussi soprattutto per paesi di prima entrata, ma avere un sistema che sia coordinato, sicuro e responsabile".
Si spinge sull'Europa sapendo, però, che un grosso fronte come quello di Visegrad continua a opporsi alla ridistribuzione equa dei migranti. E il rischio, in questa fase post Covid con l'Italia che bussa alla Ue per ottenere importanti aiuti economici, è che il prezzo da pagare sia una maggiore disponibilità nell'accoglienza. Un sistema che Bruxelles proverà a imporci, così come è già avvenuto più volte in passato.
Ed è per questo che la ministra Lamorgese vuole spingere sui paesi con i quali abbiamo accordi per i rimpatri, primo fra tutti la Tunisia, da dove è aumentato sensibilmente il numero delle partenze. In tantissimi stanno lasciando le coste spinti da una situazione economica che ha provocato il collasso del turismo.
Puntano all'Europa, dopo aver perso il posto di lavoro. Ieri, la titolare del Viminale ha avuto un incontro proprio per preparare la visita che effettuerà a Tunisi intorno alla fine del mese di giugno. L'obiettivo è sensibilizzare il governo del paese, e invitarlo al rispetto degli accordi stilati da tempo con l'Italia. Accordi che passano anche per scambi economici, legati all'import dell'olio tunisino nel nostro paese. In questo scenario si inserisce la Libia, e il rischio di "un esodo" più volte annunciato durante il conflitto tra l'esercito di Fayez al Serraj e del generale Khalifa Haftar.
Anche da quella parte del Mediterraneo è facile che vengano esercitate pressioni sulla Ue per limitare le partenze, in cambio di aiuti. "La soluzione ragionevole - dichiara Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea Saving humans - sarebbe di proporre corridoi umanitari sicuri, che tra l'altro sono molto più economici che pagare i criminali libici, militarizzare le frontiere. Soldi nostri, che vanno a finire nelle tasche dei torturatori".
di Vito D'Anza*
Il Manifesto, 9 giugno 2020
Un motivo ricorrente in questo periodo di pandemia è stato: niente sarà più come prima. Si aspettano cambiamenti soprattutto nel nostro modo di pensare lo Stato e la politica. Dovrà essere ridisegnata soprattutto il modello di salute pubblica. Insieme al modello dell'istruzione, con la drastica riduzione della burocrazia nella funzione pubblica. E poi, ma prima di tutto, si dovrà mettere mano alla questione delle disuguaglianze sociale che ormai, anche sulla spinta della pandemia, sono arrivate a livelli di allarme rosso. Ma sarà vero? Succederà tutto questo? Il sistema politico sarà in grado di cogliere questa grande opportunità, più unica che rara, di modificare il modo stesso d'intendere la politica, di mettere al centro della propria azione esclusivamente il bene comune?
Sono uno psichiatra, un operatore della salute mentale e da qui vorrei partire. Il 30 maggio si è svolta in webinar la Conferenza Nazionale Salute Mentale. È stata partecipata da oltre 500 persone, comprese la diretta su fb e sul canale youtube. Molti soggetti collettivi che ruotano intorno al mondo della salute mentale: operatori, associazioni di familiari, sindacalisti e quant'altro.
Le tante criticità che attraversano il mondo dei servizi di salute mentale in Italia sono da tempo sottolineate dalla Conferenza a partire da tanti Centri di Salute Mentale che sono ridotti al rango di ambulatori eroganti farmaci e senza programmi, di cura e di ripresa, individuali, a partire dai servizi ospedalieri di diagnosi e cura (Spdc) che troppo spesso agiscono con pratiche che ricordano i vecchi manicomi, pratiche inumane e degradanti come le porte chiuse e contenzioni meccaniche che spesso durano molti giorni.
Per non parlare poi dell'uso, troppo spesso abusato e immotivato, del Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) come l'ultima vicenda di questi giorni di Dario Musso a Ravanusa ha drammaticamente rivelato semmai ce ne fosse stato ancora bisogno. Che cosa è necessario fare perché il cambiamento auspicato a parole si trasformi in reale superamento della cronica arretratezza che attanaglia gran parte del servizio sanitario nazionale?
Visto che l'opportunità è determinata in larga parte anche dalla ingente quantità di risorse che arriveranno dall'Europa bisogna evitare, partendo dal modello della L. 833/78, distribuzione a pioggia di risorse finanziarie sollecitate da interessi particolari e, soprattutto, vincolare le risorse a degli obiettivi che dovranno essere puntualmente monitorati e verificati. E stiamo parlando di cifre fino a oggi inimmaginabili: oltre 20 miliardi di euro per la sanità quando nella scorsa finanziaria la sollecitazione del ministro Speranza di un solo miliardo fu salutata, giustamente come un grande sforzo.
Questi dovrebbero essere ripartiti tra ospedali e territorio. Cosa fare sugli ospedali è relativamente più semplice, ma cosa si farà sul territorio? Si tratta di costruire e rilanciare il Servizio Sanitario Pubblico (Ssn) che nel corso degli ultimi dieci anni è stato progressivamente messo in ginocchio. Ma per limitarci alla salute mentale, elemento centrale del territorio anche secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), è necessario, nell'ordine:
- la questione del lavoro come opportunità di cambiamento nella vita delle persone con problemi di sofferenza mentale, lo sviluppo di cooperative di tipo B, vere, nate sui territori, venga incentivato;
- lo strumento budget di salute, nelle sue varie declinazioni, legato a progetti individuali per le persone devastate dall'esperienza di sofferenza mentale divenga il centro delle politiche dei servizi;
- si riconvertano le strutture residenziali h 24 destinate alle persone più gravi poiché si sono rivelate "un modello fallimentare e pericoloso".
Urgenti risorse per la salute mentale devono essere destinate a rafforzare i servizi territoriali di comunità, a superare tutte le forme di contenzione, segregazione e interdizione.
Bisogna sostituire gli spazi dell'esclusione con i luoghi della vita e quindi puntare decisamente verso forme di abitare supportato dentro la propria comunità; si riporti l'uso del Tso nella sua giusta dimensione e motivazione originaria e si metta fine alle pratiche manicomiali nei servizi ospedalieri psichiatrici (Spdc) come la detenzione dietro porte chiuse e l'umiliazione, per persone che la subiscono e operatori che la praticano, della contenzione meccanica. Se le risorse in arrivo serviranno per tali questioni poste con chiarezza dall'Oms, il governo e la politica avranno fatto bene il proprio lavoro altrimenti si sarà sprecata la più grande opportunità dal dopoguerra in poi per rilanciare il Ssn e con esso la salute mentale.
*Psichiatra, coordinatore del Forum salute Mentale e co-promotore della Conferenza nazionale sulla Salute mentale
di Gian Guido Vecchi
Corriere della Sera, 9 giugno 2020
Il presidente della Comunità di Capodarco riflette sul fatto che l'emergenza non ci ha cambiati, anzi ha reso più evidenti le ambiguità: "Manca una prospettiva: stiamo ripiegati nelle nostre sicurezze e ai giovani non offriamo nulla"
Come stiamo a senso civico?
"Bene, tutto sommato".
Sicuro?
"Ma certo. Non è il senso civico a mancare, in Italia. È il sogno. E la pandemia non ci ha cambiati, in questo senso, anzi ha reso più evidente questa ambiguità".
Don Vinicio Albanesi, 76 anni, dal 1994 ha raccolto il testimone del fondatore don Franco Monterubbianesi ed è presidente della Comunità di Capodarco. Disabili, tossicodipendenti, migranti, anziani, una vita dedicata al prossimo...
"Vede, il cristianesimo non tramonterà, anche se in Occidente sembra stia scomparendo. E sa perché? Perché offre il rispetto della persona, qualunque persona, ed è sostenuto da una prospettiva trascendente".
E questo che cosa c'entra con il senso civico, scusi?
"C'entra, perché il comandamento di Gesù di amarsi come fratelli dà la cifra dello stare insieme, della comunità. Il senso civico si fonda su questo. La rivoluzione francese non si è inventata niente, anche Nietzsche lo riconosce. Al di là del credere o non credere, Gesù ha lasciato una traccia dalla quale non si può prescindere. "Ma io vi dico: amate i vostri nemici, pregate per i vostri persecutori". Si rende conto? Il perdono, anche a un nemico, è possibile solo perché gli vuoi bene. Come qualsiasi genitore, o fratello, o amico".
E questa traccia, le radici cristiane, c'è ancora?
"In Italia c'è ed è molto forte, anche. Pensi a chi lavora negli ospedali o nelle scuole, ai genitori che fanno sacrifici straordinari per i figli neonati, allo scienziato immerso giorno e notte in una ricerca, agli imprenditori che tanti disprezzano e invece dedicano la loro vita all'azienda, a dare lavoro, agli artisti, a tutti coloro che mettono cura e dedizione nel proprio mestiere... È impegnarsi per ciò che si ama a reggere la dimensione della convivenza civile. E questo è molto diffuso. Io non ho una visione negativa della società".
La comunità di Capodarco è nata proprio con questo spirito: l'idea che tutti potessero fare la propria parte nella società.
"Certo. Non lasciare i disabili chiusi negli istituti, ridare loro dignità, la possibilità di avere una famiglia, dei figli, di lavorare e vivere una vita propria".
Però, se non il senso civico, qualcosa manca, no?
"Agli italiani manca una prospettiva. Negli ultimi anni nessuno ha suggerito loro un futuro, indicato una strada, lanciato uno sguardo al di là del presente. Chi è che ci ha fatto sognare? Nessuno. Non c'è il sogno. Siamo sopravvissuti, giorno dopo giorno. Così è inevitabile che ognuno tenda a ritirarsi in se stesso e badare alle cose sue. Che cresca la preoccupazione, e quindi la paura. Che rinascano istinti primordiali come la diffidenza o l'astio nei confronti dello straniero. Come è possibile, se poi abbiamo un milione di badanti che hanno cura dei nostri anziani? Eppure accade, anche perché si affianca alla mancanza di occupazione per i nostri figli".
Perché diceva che la pandemia non ci ha cambiati?
"Perché questa tensione è rimasta, come tra anima e corpo. Da una parte la partecipazione emotiva, la solidarietà, il dolore per i morti e i camion militari che trasportavano le salme. Dall'altra, nel momento della ripartenza, il risorgere di una sorta di lotta per la sopravvivenza. Tanto più dura perché si vorrebbe ritrovare l'abbondanza di prima. Il corpo che vuole vivere, mangiare, e l'anima che dice: sii generoso, abbi fiducia. Ma l'anima ha bisogno del sogno, della prospettiva, oggi più che mai".
È un problema della politica?
"È un problema di tutti quanti hanno responsabilità. Quando si sogna, tutti hanno una prospettiva che guarda al futuro. Pensi al Sud, è una tragedia. Molti giovani tirano avanti grazie alle pensioni dei nonni. Se questi ragazzi non hanno un futuro, non crederanno mai ad una società solidale ma cercheranno da sé la propria strada, ciascuno per conto suo. Solo che andando da soli non riusciranno a realizzare un sogno comune".
Sta dicendo che siamo egoisti con i giovani?
"No, non siamo egoisti: siamo incapaci, che è peggio. Ai giovani non stiamo offrendo niente, né realtà né risorse né sogni. Niente di niente. I ragazzi sono generosi, coraggiosi, vogliono affrontare la vita. E noi li teniamo in stand-by. Restiamo ripiegati nelle nostre piccole sicurezze, senza sapere né interessarci a cosa faranno i nostri figli e nipoti".
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 9 giugno 2020
Dopo le proteste. Il ministro dell'interno Castaner: "Tolleranza zero sul razzismo nelle forze dell'ordine". Basta alle tecniche violente di arresto, saranno vietati lo "strangolamento" e le "pressioni sulla nuca e sul ventre". La Francia proibisce alcune tecniche violente di arresto, lo "strangolamento", le "pressioni sulla nuca e sul ventre".
Ci sarà "sospensione sistematica" di poliziotti o gendarmi, in caso di "sospette" azioni razziste, con procedure disciplinari in parallelo di quelle penali. Per i controlli di identità, che non dovranno essere utilizzati come una "sanzione" preventiva, il numero di matricola dell'agente dovrà essere ben visibile e verrà generalizzato l'uso di video per testimoniare sullo svolgimento dell'azione.
Il numero di controlli di identità non servirà più per "valutare l'attività" di un agente o di un commissariato. La formazione dei poliziotti sarà migliorata e sistematizzata, a partire dalla "sensibilizzazione alle discriminazioni". Le inchieste generalizzate. Viene istituita una missione di deontologia, ci sarà una collaborazione con organizzazioni anti-razziste come la Licra e un dialogo con un panel di cittadini, già interpellato nel gennaio scorso.
Il ministro degli Interni, Christophe Castaner, è intervenuto ieri in un clima di tensione, su richiesta di Emmanuel Macron, per cercare di riportare la calma dopo le manifestazioni che negli ultimi giorni si sono svolte a Parigi e in varie città francesi, sull'onda della protesta negli Usa. Castaner parla di "tolleranza zero" per il razzismo da parte di chi "porta la divisa blu".
Ma il ministro degli Interni difende al tempo stesso la polizia come istituzione: le violenze "non devono più succedere, ma qualche azione di mele marce" non deve screditare tutta la polizia e la gendarmeria, anche se "troppi poliziotti hanno deviato" (frase che non è piaciuta per nulla nella polizia).
L'intervento di Castaner mostra una presa di coscienza del dramma del razzismo nella polizia. L'obiettivo è arrivare a ristabilire "una polizia della fiducia" in un paese dove predomina da anni la sfida. Ma il governo cammina sulle uova, in un contesto dove tutti hanno paura di tutti: i giovani, soprattutto nelle banlieues, hanno paura della polizia, i poliziotti a volte temono la violenza di certi quartieri, mentre il governo - debole - ha paura delle reazioni della polizia. In Francia c'è anche un problema di quantificazione del fenomeno, perché la Repubblica non prende in considerazione le comunità di appartenenza ma solo i cittadini singoli, le statistiche etniche non esistono.
Castaner ha anche evocato i casi più controversi dell'ultimo periodo, dopo la morte di Adama Traoré, il caso del ragazzino di 14 anni, Gabriel, ferito gravemente, qualche mese fa quello di Cédric Chouviat, morto a causa di un controllo di identità. Con la presidenza Macron c'è stata la repressione violenta del movimento dei gilet gialli. Nel 2019, in Francia 19 persone (17 nel 2018) sono morte "nel quadro di una missione di polizia".
La "polizia della polizia" (organismo amministrativo) ha aperto 1.460 inchieste interne (1.180 nel 2018) per violenza eccessiva. Negli ultimi giorni, c'è stato il caso del gruppo razzista su Facebook, su cui è stata aperta un'inchiesta giudiziaria su richiesta del ministero degli Interni, o il caso dei 6 poliziotti che passano al consiglio di disciplina a Rouen denunciati da un collega nero.
Il governo ha reagito ieri dopo giorni di polemiche in crescita, dopo l'inattesa manifestazione di martedì 2 giugno, con 20mila persone di fronte al palazzo di giustizia di Parigi, seguita da altre protesta in provincia (e altre azioni sono attese oggi, giorno dei funerali di George Floyd a Houston). La sinistra ha criticato il silenzio di Macron.
La destra si è schiarata come un sol uomo con la polizia, negando l'evidenza. "Le violenze della polizia non esistono", dicono i Républicains. "Castaner è in vacanza, mentre militanti indigenisti hanno riversato odio verso il nostro paese", ha affermato Jordan Bardella del Rassemblement national.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 9 giugno 2020
Il via libera di Conte alla vendita di due fregate all'Egitto scatena la reazione dei genitori del ricercatore ucciso al Cairo. "Navi e armi che venderemo ad Al Sisi serviranno a perpetuare le violazioni dei diritti umani contro le quali abbiamo sempre combattuto".
Era l'otto ottobre del 2019. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, incontrò alla Farnesina i genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio. "Per l'Italia - disse - è arrivato il momento di cambiare passo e atteggiamento nei rapporti con l'Egitto. Lo stallo con l'Egitto non è più tollerabile. Per noi la verità sull'omicidio di Giulio è una priorità che non può subire alcuna deroga".
Otto mesi dopo il cambio di passo è arrivato. Ma in direzione opposta rispetto a quanto era lecito immaginarsi. Il governo ha dato il via libera alla vendita all'Egitto di due fregate Fremm, importati navi militari costruite in Italia da Fincantieri.
A sbloccare l'affare una telefonata, avvenuta domenica, tra il premier Giuseppe Conte e il presidente egiziano Al Sisi. Una vendita delicatissima perché quelle navi erano destinate alla Marina militare italiana che, già nei mesi scorsi, aveva fatto trapelare tutto il suo disappunto per l'operazione. Delicatissima perché certifica un nuovo strettissimo legame politico e commerciale tra l'Italia il governo del Cairo, che mai in questi quattro anni ha collaborato per trovare i nomi dei sequestratori, torturatori e assassini di Giulio Regeni.
E che il 7 febbraio ha arrestato lo studente egiziano dell'università di Bologna, Patrick Zaki. Che, ancora oggi, tiene in carcere. La notizia della vendita delle fregate ha, inevitabilmente, sconvolto i genitori di Giulio che fino a questo momento non si erano mai sottratti agli incontri con il presidente Conte, il ministro Di Maio e gli esponenti dell'esecutivo, certi di trovare una sponda reale per arrivare alla verità sulla morte di loro figlio.
"E invece ora questo governo - dicono a Repubblica Paola e Claudio, insieme con il loro legale Alessandra Ballerini - ci ha traditi". Si sentono presi in giro, anche perché ancora domenica, nel comunicare la telefonata con Sisi, Conte ha detto (è la dodicesima volta da quando è premier) di aver "ribadito la collaborazione giudiziaria nel caso Giulio Regeni" (lo stesso non ha fatto Sisi: nei dispacci egiziani il nome di Giulio non c'era).
"Ci sentiamo traditi. Ma anche offesi e indignati dall'uso che si fa di Giulio" dice ancora la famiglia Regeni. "Perché ogni volta che si chiude un accordo commerciale con l'Egitto, ogni volta che si certifica che quello di Al Sisi è un governo amico, tirano in ballo il nome di Giulio come a volersi lavare la coscienza. No, così non ci stiamo più".
Parole durissime che, inevitabilmente, scateneranno polemiche all'interno di una maggioranza già fortemente divisa sulla questione. La possibilità della vendita delle due fregate era stata già avanzata a gennaio, ma poi fatta rientrare proprio per i dissapori con Leu (che anche ieri si è detta in disaccordo rispetto all'operazione) e pezzi di Partito democratico e Movimento 5 Stelle.
Come aveva raccontato Repubblica nei giorni scorsi, l'affare rientrerebbe oggi in un pacchetto ancora più ampio che prevede oltre alla vendita delle due fregate (una, la Emilio Bianchi, è stata varata il 25 gennaio, nell'anniversario del sequestro Regeni) anche la vendita di pattugliatori navali, cacciabombardieri e aerei addestratori M346.
Nell'ambito di un legame, sulla vendita di armi, solidissimo con l'Egitto: da mesi il governo di Al Sisi è il miglior cliente dell'industria bellica italiana. "Le navi e le armi che venderemo all'Egitto serviranno per perpetrare quelle violazioni dei diritti umani contro le quali abbiamo sempre combattuto" dicono però i genitori di Giulio insieme con il loro avvocato, da sempre in prima linea, dopo l'assassinio del figlio, per difendere i diritti umani nel paese arabo. Dove in questi anni sono stati arrestati, e tenuti in carcere per mesi, anche uno dei loro consulenti, Mohammed Abdallah, e Amal Fathy, moglie di Mohammed Lotfy, segretario dell'organizzazione a cui si sono rivolti per seguire la loro difesa, l'Ecrf.
"Lo abbiamo detto dal principio: la nostra battaglia non è soltanto per Giulio ma per tutti i Giulio di Egitto" dicono Paola e Claudio. Le promesse mancate dei governi italiani sono state tante. Ma ancora di più sono quelle del governo egiziano: in questi quattro anni e mezzo sono state decine le bugie e i depistaggi che Il Cairo ha provato, compreso l'omicidio di cinque innocenti ingiustamente accusati dell'omicidio i Giulio.
Nonostante gli annunci da più di un anno - da quando cioè sono stati iscritti nel registro degli indagati sei agenti della National Security, il servizio segreto civile egiziano, accusati del sequestro di Giulio - la procura generale di Roma ha interrotto ogni collaborazione giudiziaria di fatto con la procura di Roma. Che attende ancora gli esiti di alcune rogatorie.
Il governo ha sempre tranquillizzato la famiglia Regeni. Che in più occasioni ha sempre ribadito che la questione non attiene a un lutto personale, ma a una questione della democrazia di un paese che non può che pretendere verità per l'assassinio di un suo cittadino. "Ora, però, è stato raggiunto il limite - dicono Paola, Claudio e l'avvocato Ballerini - Non ci presteremo mai più a nessuna presa in giro da parte degli esponenti di questo governo".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 9 giugno 2020
La Federazione italiana diritti umani (Fidu) e la Coalizione mondiale contro la pena di morte fanno appello a tutti i Paesi che ancora applicano la pena di morte affinché venga imposta una moratoria sulle condanne a morte e sulle esecuzioni, data l'impossibilità di assicurare un processo equo così come una rappresentanza legale equa durante la pandemia da Covid-19.
Secondo Rivera Medina, "mentre alcuni Paesi pronunciano condanne a morte in videoconferenza, come accaduto in Nigeria o a Singapore, in altri le restrizioni carcerarie violano gravemente i diritti di coloro che attendono l'esecuzione, perché i tribunali sono in stallo e gli studi legali sono chiusi. È quindi a rischio la possibilità per le persone la cui vita è in pericolo di fare ricorso".
L'attuale crisi sanitaria globale, ha continuato il presidente, "ha mostrato quanto sia stato profondamente ingiusto il sistema nei confronti di quelle persone già indebolite da una pesante condanna. La mancanza di visite alle persone nel braccio della morte e l'incapacità per gli avvocati e per i giudici di lavorare normalmente sono tutte conseguenze ingiuste di un sistema mal organizzato".
D'altro canto, quei Paesi che hanno avuto il coraggio in questo periodo di fare un passo, grande o piccolo, verso l'abolizione, sono la dimostrazione che il nostro mondo è reso migliore dal superamento della pena di morte, pratica arcaica, crudele e degradante. Ad esempio, il Camerun, il Kenya, il Marocco e lo Zimbabwe hanno concesso commutazioni di pene, estendibili anche ai condannati a morte.
Il 10 ottobre, la società civile si mobiliterà per celebrare la diciottesima Giornata mondiale contro la pena di morte, che si concentrerà sul diritto alla rappresentanza legale, evidenziando il ruolo degli avvocati nella protezione di coloro che rischiano la pena di morte. Un diritto che oggi è leso dalla crisi sanitaria poiché gli avvocati, già colpiti sul piano economico, non sono messi nelle condizioni di assistere i loro clienti.
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