di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2020
Dopo il dl Bonafede, molti detenuti usciti con la scusa del Covid tornano dentro o in centri clinici penitenziari. Inclusi 2 dei 3 in regime di 41bis. Sono oltre 50 i boss tornati in carcere, in centri clinici penitenziari o in strutture equiparate, a tre settimane dal decreto "anti scarcerazioni" voluto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 6 giugno 2020
L'ordine giudiziario è scosso dalla melma che emerge nelle intercettazioni e fa tremare di nuovo il Csm. Distratta dall'annunciata pioggia di miliardi in arrivo dall'Europa e dalla prospettiva degli "Stati generali per la rinascita" di Giuseppe Conte (a cui saranno ammesse, si apprende, anche star del mondo artistico), l'Italia - appena uscita dall'epidemia - non ha avuto il tempo per accorgersi del mare di melma che sta sommergendo l'ordine giudiziario.
I magistrati perbene assistono attoniti e forse rassegnati, come è lecito desumere dal loro silenzio. I media sfornano le intercettazioni di alcuni disinvolti colleghi togati che ordiscono trame per spartirsi Procure e altri posti di potere. Per lo più ricorrendo a un linguaggio assai sconveniente. Il caso d'origine è nuovamente quello dell'ex capo dell'Anm Luca Palamara che scoppiò un anno fa e, già allora, fece vacillare il Consiglio superiore della magistratura.
Adesso è riesploso con una nuova messe di intercettazioni: il Csm ha tremato una seconda volta ed è stato nuovamente costretto a intervenire Sergio Mattarella. Le pagine in cui sono state verbalizzate le chiacchiere dei tessitori di trame sarebbero sessantamila, ragion per cui possiamo immaginare che le indiscrezioni continueranno ad essere distillate a lungo. Magari per sgambettare questo o quel giudice in carriera.
Stavolta tutto ha avuto una certa eco, quasi casualmente, allorché nella trasmissione domenicale di Massimo Giletti, "Non è l'Arena", è giunta un'inattesa telefonata del giudice Nino Di Matteo. Il quale, in modo sobrio e impeccabilmente circostanziato, ha reso noto che nel giugno del 2018 il ministro di Giustizia Alfonso Bonafede gli offrì la guida del Dipartimento amministrazione penitenziaria e il giorno successivo si rimangiò la proposta. Niente di che, all'apparenza. Cose che capitano. Senonché la memoria di Di Matteo si è risvegliata nel momento in cui - in seguito al clamore provocato dalla provvisoria uscita dal carcere, per il Covid, di qualche centinaio di malviventi - l'uomo nominato due anni fa alla guida del Dap, Francesco Basentini, è stato costretto alle dimissioni. Poi a capo del Dipartimento è stato nominato Dino Petralia, procuratore generale di Reggio Calabria. Neanche stavolta è toccato a Di Matteo, nel frattempo approdato al Consiglio superiore della magistratura.
Con ammirevole tenacia - forse anche perché gli ascolti nel frattempo crescevano - Giletti, nelle domeniche successive, ha continuato a riproporre il quesito: cosa indusse Bonafede a comportarsi in quel modo scortese con Di Matteo? Domanda non impropria se si tiene conto del fatto che il magistrato del cosiddetto "processo trattativa Stato-mafia" da anni era una sorta di mito per il Movimento 5 Stelle; Beppe Grillo e i suoi seguaci lo adulavano colmandolo di complimenti e annunciavano in ogni occasione che, fossero mai giunti al potere, lo avrebbero nominato ministro di Giustizia. Come minimo.
Ma quando nel giugno del 2018 andarono al governo, si dimenticarono di lui. Tutti, tranne Bonafede che, divenuto titolare del ministero idealmente assegnato all'eroe del M5S, ritenne di sdebitarsi offrendogli quel posto al Dap che per importanza equivale a quello di Capo della Polizia. Mentre glielo proponeva, sia Bonafede che Di Matteo sapevano che alcuni mafiosi imprigionati annunciavano un finimondo nel caso quel magistrato fosse stato messo alla guida del Dipartimento. Anzi il ministro lasciò intendere che era proprio per aver avuto conoscenza delle minacce dei boss che aveva deciso di chiamarlo a quell'incarico. Poi però nel corso di poche ore notturne ci ripensò. E scelse in sua vece un giudice, per così dire, molto diverso da Di Matteo. In ogni caso assai meno idolatrato dai militanti del Movimento. Cosa accadde quella notte di giugno del 2018? Ci fu qualche veto?
Anche Bonafede poche domeniche fa telefonò in diretta a "Non è l'Arena" e non trovò spiegazioni convincenti al cambiamento di idea di due anni prima. Dopodiché il ministro fu investito dalla mozione di sfiducia, salvato per il rotto della cuffia da Matteo Renzi e del caso Di Matteo non si parlò più.
Si notò che coloro i quali in passato ne avevano fatto oggetto di venerazione, in quel frangente lo avevano abbandonato al proprio destino e avevano difeso il ministro. Qualcuno aveva addirittura ironizzato suggerendo al giudice di guardare meno la tv. Tutti fecero finta di non capire. A cominciare da politici e opinionisti del centrodestra che tuttora ritengono Di Matteo un persecutore di Berlusconi e da quelli del centrosinistra (moderato) che lo ricordano come il magistrato che provocò qualche turbamento a Giorgio Napolitano. Gli altri considerarono non opportuno esporre Bonafede (e Conte) a un rischio e lasciarono il magistrato palermitano al suo destino. Senza nemmeno curare le forme e riconoscerne in qualche modo le ragioni.
Tutti tranne il sindaco di Napoli, l'ex magistrato Luigi de Magistris, che quelle vicende ha mostrato di conoscerle assai bene e ha corroborato le successive puntate dell'inchiesta di Giletti con rilievi assai circostanziati su molti uomini che hanno ruotato intorno al Dap di Basentini. Persino su Giulio Romano, capo dell'ufficio trattamento dei detenuti, un beniamino dei radicali eredi di Marco Pannella. Si trattava di accuse davvero terribili.
De Magistris mandava i suoi siluri, faceva vedere che aveva in mano dei fogli e curiosamente il giorno successivo nessuna delle persone citate replicava, spiegava, querelava. Poi è arrivato nello studio di "La7" anche Palamara. E lì, nonostante il ricorso a parole forbite, la semplice esposizione delle modalità con cui si procede ancor oggi alle nomine degli incarichi in campo giudiziario faceva rabbrividire. Palamara ha tenuto a citare il nome dei più importanti procuratori della Repubblica per sottolineare come lui in persona avesse avuto parte nella loro designazione. Talvolta, ha lasciato intendere, d'accordo con l'uomo di maggior rilievo (per prestigio, notorietà e forza acquisita) nella magistratura italiana: Piercamillo Davigo. Quantomeno con qualcuno della sua corrente.
E qui siamo giunti al punto: le correnti della magistratura che sono diventate qualcosa di assai anomalo. Non se ne conoscono più i motivi di differenziazione ideologica. Appaiono centri di potere e come tali si muovono. Sono fortissime, si alleano, si combattono.
Si sa di pochi magistrati che abbiano fatto carriera senza aver preso parte a questa particolare forma di vita associativa. Ricorrono, le correnti, al linguaggio della politica - "destra", "sinistra" - ma è un'evidente finzione. A questo punto è chiaro che il problema non è più, come in passato, quello di porre rimedio a una subalternità alla politica. La politica è con le spalle al muro. Il potere sono loro, i magistrati che hanno in mano le correnti.
Della crescita di questo potere hanno dato prova negli ultimi venticinque anni contribuendo non marginalmente a far saltare in aria i governi di Silvio Berlusconi e di Romano Prodi; mettendo alle corde Matteo Renzi e Matteo Salvini; infilzando una gran quantità di politici di calibro minore.
Pochissimi tra questi uomini di partito piccoli e grandi hanno resistito, quando se ne è presentata l'opportunità, alla tentazione di approfittare dei guai giudiziari dei propri avversari. Tutti, allorché sono stati investiti dalle inchieste, si sono aggrappati alla tenda e hanno pronunciato orazioni che, nei loro intenti, avrebbero dovuto lasciar traccia nei libri di storia. Ma, di quei discorsi, nei libri di storia ne resterà solo uno: quello di Bettino Craxi del 3 luglio 1992. E un cambiamento virtuoso della giustizia italiana si avrà solo quando un magistrato darà battaglia al sistema degenerato delle correnti. A testa alta, mentre è ancora in servizio. Mettendo nel conto che subirà l'ostracismo dei colleghi. Tutti. O quasi.
di Alfonso Bonafede*
Il Dubbio, 6 giugno 2020
La riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario non è più differibile. È una esigenza che non nasce adesso con il cosiddetto "caso Palamara": fin dal mio primo giuramento come Ministro della Giustizia ho individuato come prioritario un intervento incisivo sulle degenerazioni del correntismo e sui rapporti tra politica e magistratura. Quel progetto si era arenato a causa della caduta del governo Conte I ed è stato immediatamente ripreso con l'attuale maggioranza.
L'intervento normativo deve essere ponderato con il massimo equilibrio e deve scaturire dall'interlocuzione con tutte le forze politiche e con gli operatori del diritto.
Nel corso di questa settimana ho incontrato le forze di opposizione, l'Anm, il Cnf, l'Ocf, l'Unione Camere Penali, l'Unione Camere Civili e l'Aiga. Il metodo dialogico dovrà accompagnare le progressive evoluzioni del testo.
Abbiamo adesso l'imperdibile occasione di sancire una discontinuità rispetto alle storture del passato ma anche di gettare le fondamenta di una prospettiva nuova e più solida. Una riforma che, senza perseguire obiettivi punitivi verso la magistratura nel suo complesso, consenta a quest'ultima di recuperare credibilità e di restituire ai cittadini fiducia nella giustizia. Come ho già detto, sono tre i pilastri della riforma: porre al centro il merito; mettere fine alle degenerazioni del correntismo; erigere un muro fra magistratura e politica.
Tutte le chat e le intercettazioni di cui si parla in questi giorni sono all'attenzione dell'ispettorato generale del Ministero. Essendo contitolare dell'azione disciplinare, non intendo commentare quanto emerge da quelle comunicazioni. Non posso sottrarmi però alla considerazione delle dinamiche patologiche che emergono da alcune di esse; dinamiche in cui il principio del "merito" è sacrificato sull'altare della spartizione correntizia degli incarichi. Ed è proprio il principio del merito che vogliamo ristabilire, introducendo criteri oggettivi che riducano gli spazi di discrezionalità strumentalizzabili per il perseguimento di obiettivi diversi dall'unico che dovrebbe improntare quelle scelte, quello della massimizzazione dell'efficienza e della qualità dell'amministrazione della giustizia.
Uno dei punti principali è rappresentato dal sistema di elezione dei membri togati del Csm. La nostra Costituzione impedisce la configurazione di un sorteggio realmente efficace. Purtroppo, il sistema dell'unico collegio nazionale, nato nelle intenzioni dell'allora Ministro Castelli per eliminare il correntismo, si è rivelato fallimentare. Il sistema elettorale con ballottaggio su cui stiamo lavorando parte da collegi piccoli, idonei a fare emergere un consenso maggiormente legato al territorio e alla professionalità del singolo magistrato.
Infine, un'istanza fortemente sentita dai cittadini è quella di separare nettamente la magistratura dalla politica. Una richiesta che arriva anche dal Greco, l'organo anticorruzione del Consiglio d'Europa. È mia ferma convinzione che, nel momento in cui un magistrato compie la scelta di entrare nell'agone politico, non possa più tornare alla magistratura giudicante o requirente. Un magistrato non deve solo essere terzo ma deve anche apparire tale. La portata e la profondità del mutamento, la sua incidenza su assetti da lungo tempo sedimentati, il coinvolgimento di valori costituzionali e diritti fondamentali rendono evidente la necessità di solidi percorsi di condivisione.
*Ministro della Giustizia
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 giugno 2020
Non se ne può più. Se ci fosse da sintetizzare in tre parole, è quanto l'avvocatura ha detto al ministro Alfonso Bonafede. Non se ne può più di una giustizia "paralizzata e quasi del tutto inaccessibile", di "una situazione di stallo nei tribunali", che "non può più trovare giustificazione nel momento in cui l'intero Paese programma la ripartenza di tutte le attività produttive e sociali", come scriveranno Cnf e Ocf poco dopo aver visto il guardasigilli.
Ma il bello è che nel lungo incontro riservato ieri mattina da Bonafede alle rappresentanze forensi è come se anche a lui, al ministro, sia venuto naturale quel "non se ne può più". Così, dopo aver raccolto le sollecitazioni, oltre che di Cnf e Ocf, anche di Aiga, Unione Camere penali e Unione Camere civili, Bonafede diffonde una nota che traduce l'impazienza in piano d'azione: "Il quadro sanitario è migliorato. La giustizia deve tornare in tempi celeri alla normalità. Alla luce del mutato scenario", dice il responsabile della Giustizia, "ci indirizziamo verso la riapertura generale. Le eccezioni". chiarisce, "dovranno essere debitamente motivate da ragioni sanitarie conclamate".
Significa che a breve arriverà una modifica di legge. Con ogni probabilità, si andrà a correggere il famigerato articolo 83 del Dl Cura Italia. Verrà eliminata l'infinita gamma di opzioini offerte alla libera scelta di singoli presidenti di Tribunale e procuratori capo su come, e quanto, far ripartire udienze e indagini. In una nuova norma, forse incardinata all'interno della legge di conversione del decreto Giustizia, si potrebbe prevedere che il capo dell'ufficio giudiziario limiti lo svolgimento dell'attività solo qualora l'autorità sanitaria regionale gli segnali un riaccendersi dei focolai.
Adesso si tratta di verificare i tempi dell'intervento. Ma sull'intenzione politica del ministro non sembrano esserci riserve: vuole riaprire davvero i palazzi di giustizia. Ne parla anche con l'Anm, ricevuta subito dopo le delegazioni forensi. "Incontri positivi", li definisce Bonafede, "in cui tutti si sono trovati d'accordo nel prendere atto del miglioramento del quadro sanitario nazionale". Naturalmente restano sul tappeto molte questioni pratiche. Una, per esempio, segnalata anche in un comunicato dell'Unione Camere penali: "La situazione di blocco è dovuta anche e soprattutto al collocamento in smart working della maggior parte del personale amministrativo, che peraltro da casa non può accedere né ai fascicoli né ai registri". E quest'ultimo specifico intralcio, ha chiarito anche il capo dipartimento dell'Organizzazione giudiziaria, Barbara Fabbrini, non è realisticamente superabile in due o tre settimane. Ma intanto Fabbrini stessa prefigura una nuova circolare, la terza sul punto, che riarticolerà in forma riduttiva il ricorso al lavoro da remoto per i cancellieri.
E soprattutto, a rendere in un mondo o nell'altro impensabile esitazioni di qualsiasi tipo è l'impressione lasciata nel guardasigilli dalle parole gravi usate dalla presidente facente funzioni del Cnf Maria Masi e dal coordinatore dell'Ocf Giovanni Malinconico: "Ne va della tenuta sociale del Paese", hanno detto. "In un momento tanto drammatico per l'Italia, la giustizia ha raggiunto uno dei livelli più critici della storia repubblicana: è oggi paralizzata e quasi del tutto inaccessibile", ricorderanno Masi e Malinconico anche in una nota diffusa dopo il briefing di via Arenula.
Cnf e Ocf si dicono pronti "ad assumere ogni iniziativa utile affinché anche per il comparto della giustizia sia possibile ripartire concretamente nell'interesse dei diritti dei cittadini". Fino appunto alla rievocazione di quel caveat rappresentato dal vivo al guardasigilli: "Così è a rischio la tenuta socio- economica del Paese, privato del presidio imprescindibile della funzione giurisdizionale".
Ed è questione che prescinde "dalle esigenze della magistratura, dell'avvocatura e degli addetti agli uffici giudiziari". Masi e Malinconico ripeteranno anche nel loro comunicato che "l'amministrazione della giustizia è un presidio di democrazia che riguarda tutti i cittadini, perché il suo funzionamento incide sulle irrinunciabili aspettative di essere tutelati, di veder riconosciuti i propri diritti in tempi accettabili e secondo la legge, e rappresenta il livello stesso di civiltà del Paese".
Parole forti. Rese pubbliche. Ma espresse di persona al ministro. Insieme con le sollecitazioni, raccolte immediatamente da Bonafede, a modificare l'articolo 83 in modo da ripartire "con la trattazione delle udienze in compresenza fisica, con la sola eccezione dei casi in cui ciò sia motivatamente impossibile per persistenti esigenze di natura sanitaria". L'alternativa delle "modalità telematiche già individuate" va bene purché "effettive e non pretesto di ingiustificati rinvii".
Nel confronto sono valutate anche altre ipotesi. Non ultima "l'ulteriore previsione della possibilità di tenere udienze ovunque anche nel pomeriggio, eventualmente recuperando la giornata del sabato e intervenendo per utilizzare anche il periodo ordinariamente coperto dalla sospensione feriale" come si legge nella nota dell'Unione Camere penali. Sull'eccezione agostana, è pronta una proposta del Pd, come anticipato ieri dal Dubbio.
Bonafede non esclude nulla: ha in mente di chiudere con la paralisi. Agli avvocati chiede valutazioni anche sulla rifiorma del Csm. Le parti si lasciano in vista di "un'interlocuzione aggiornata a quando il testo sarà maggiormente definito a seguito degli incontri tenutisi questa settimana, nella consapevolezza che dovrà trattarsi di una riforma incisiva", specifica via Arenula. Secondo Gian Domenico Caiazza ed Eriberto Rosso, presidente e segretario dei penalisti italiani, la sola via perché il ddl sul Csm sia efficace coincide con la "separazione delle carriere e dei Csm". Il ministro però è fermo sull'idea di procedere con legge ordinaria. In ogni caso le prossime ore riporteranno la giustizia, quella vera e non romanzata dalle intercettazioni, in primo piano-
di Laura Salvinelli
Il Manifesto, 6 giugno 2020
Centri antiviolenza. Voci dal centro GiuridicaMente Libera del Pigneto a Roma e da altri centri, allertati durante il lockdown. "La separazione per me non è stata una liberazione ma un aumento di tensione, perché mentre il pazzo in casa in qualche modo lo gestivo, fuori casa è diventato una scheggia impazzita. Ogni giorno che mi alzo mi chiedo cosa succederà oggi. Sono sempre sotto botta, mi sembra che la vita mi abbia puntato. E ora col Coronavirus le cose si sono aggravate: io e i miei 2 figli stiamo uno sui piedi degli altri, la didattica, che è il mio lavoro, non funziona a distanza, devo fare i compiti per i ragazzi che sono peggiorati, uno spacca la casa... e io non sono la dea Kalì".
Una donna vittima di violenza è in colloquio con un'operatrice del centro antiviolenza dell'organizzazione di volontariato GiuridicaMente Libera del Pigneto a Roma. Siamo nella fase 2 del lockdown e con le dovute precauzioni stanno ricominciando gli incontri. Chiedo a Giulia Masi, avvocata, presidente dell'associazione e operatrice, una storia per avere un'idea di come stanno aiutando le donne durante la pandemia.
"Comunicando solo attraverso WhatsApp siamo riuscite a organizzare la fuoriuscita da casa di una donna che il marito aveva provato ad affogare e l'abbiamo messa in protezione. Le abbiamo scritto su messaggi tutto quello che doveva portarsi via e nell'arco di mezza giornata l'abbiamo sostenuta nel lasciare la casa, è stato più semplice perché non ha figli. Con la scusa di andare a fare la spesa è uscita e non è più tornata.
Abbiamo finalmente potuto vederla in volto con una videochiamata. L'abbiamo messa in protezione in un residence convenzionato poiché le case rifugio, che hanno già pochissimi posti disponibili, non sono sufficienti per accogliere nuove donne durante l'epidemia".
Le operatrici del centro emanano energia femminista attiva. Anche se formate, ci tengono a non professionalizzare il tema della violenza di genere, che non è solo un problema legale o psicologico ma soprattutto culturale, e va affrontato innanzitutto attraverso una relazione fra donne alla pari. A tutelare la donna, non assisterla. Considerano la violenza di genere una questione culturale, non una psicopatologia sociale. GiuridicaMente Libera è una delle 130 realtà tra associazioni, gruppi di auto mutuo aiuto, centri antiviolenza, sportelli, case rifugio, professioniste, eccetera della rete nazionale Reama per l'empowerment e l'auto mutuo aiuto della Fondazione Pangea Onlus. Reama ha uno sportello online che mette le donne in contatto con l'aiuto più vicino.
Simona Lanzoni è coordinatrice di Reama, vicepresidente di Pangea e del Grevio del Consiglio d'Europa, il gruppo di esperte in azione contro la violenza di genere e la violenza domestica. Ha denunciato l'iniziale crollo delle richieste d'aiuto ai centri nonostante l'aumento della violenza e l'inaccessibilità delle case rifugio.
Le domando se le denunce hanno avuto effetto, com'è la situazione ora e cosa propone per il post-emergenza: "Il Ministero dell'Interno e il Dipartimento delle pari opportunità hanno messo a disposizione nuove case rifugio, anche se non sappiamo quante siano e se saranno permanenti; le procure, la polizia e la magistratura hanno accelerato le procedure e sono stati emessi più ordini di protezione per le donne soprattutto in ambito penale; il Dipartimento per le pari opportunità ha lanciato una grande campagna informativa per cui le donne sono tornate a chiedere aiuto, anche se avrebbero dovuto tradurla almeno in inglese, francese e arabo perché nei servizi bisogna considerare tutte le donne, anche le straniere. Insomma una risposta da parte delle istituzioni c'è stata, anche se parziale. Il vero problema è stato quello della tempestività, cruciale durante le emergenze.
È pure vero che è stata la prima grande emergenza che ha coinvolto 60 milioni di persone: diciamo che è stata una prova collettiva, una bella lezione per tutta l'Italia. Ora si deve lavorare per consolidare e portare avanti le buone pratiche attuate in questo periodo. Secondo me è pure fondamentale considerare la violenza subita dai minori.
Uno dei grossi nodi del periodo è che i figli sono rimasti chiusi in casa con le mamme e se c'è stata violenza, l'hanno subita anche loro, almeno psicologicamente, se non anche fisicamente. È allarmante che ancora le istituzioni non si rendano conto di quanto la violenza assistita incida sul rigenerare la violenza per la coazione a ripetere, o come vittime o come carnefici". Conclude le sue riflessioni sul Coronavirus: "Credo che dopo l'emergenza bisognerà ripartire prendendo in considerazione le raccomandazioni del Grevio, cioè: prevenzione, protezione e perseguimento dei colpevoli, il tutto con l'idea delle politiche integrate".
Infine, le chiedo se pensa come me che quella che quella scatenata contro Silvia Romano sia violenza misogina. "Io la vedo come violenza su Silvia solo perché donna. Quando si parla degli uomini non si sente dire mai niente. Forse perché sono le donne che dovrebbero fare i discorsi violenti nei loro confronti? Forse questo dimostra che le donne non sono così violente?"
di Vincenzo Lippolis
Il Dubbio, 6 giugno 2020
La riforma del Csm è venuta alla ribalta dopo le recenti, non commendevoli vicende che hanno coinvolto alcuni dei suoi membri. È questione non nuova che torna ciclicamente, ma che non si è mai risolta. Rimane costante negli anni la critica all'organo di autogoverno della magistratura ordinaria di esercitare le proprie competenze in maniera corporativa, di essere condizionato da trattative e da scambi tra le correnti.
Il ministro della giustizia si è impegnato a presentare un disegno di legge che modifichi la situazione attuale. Da quel che si sa, l'idea centrale è quella di intervenire con una legge ordinaria sul sistema elettorale del Consiglio e sui criteri di nomina per gli uffici. Per rompere le incrostazioni corporative, appare tuttavia opportuno modificare l'articolo 104 della Costituzione nella parte in cui disciplina la composizione dell'organo.
Come è noto, il Csm è composto da tre membri di diritto (il Presidente della Repubblica che lo presiede, il primo presidente e il procuratore generale della cassazione), da venti componenti eletti dai magistrati e dieci eletti dal Parlamento in seduta comune. È la netta prevalenza dei componenti "togati" il nodo che si deve sciogliere.
A tal fine sarebbe utile riprendere una proposta avanzata nel 2008 dall'ex presidente della Camera, Violante, e prevista in un disegno di legge dei senatori Compagna e Del Pennino: attribuire al Presidente della Repubblica la competenza a nominare un terzo dei membri non di diritto del Consiglio, facendo eleggere gli altri due terzi in numero uguale dai magistrati e dal Parlamento. Si avrebbe così una composizione che riecheggerebbe quella della Corte costituzionale. La nomina presidenziale di un terzo dei componenti darebbe maggiore spessore e significato alla presidenza dell'organo da parte del capo dello Stato e, provenendo da un organo di garanzia, potrebbe svolgere una funzione equilibratrice, evitando la prevalenza dello spirito corporativo e correntizio o la possibile influenza della politica.
Per evitare la critica di voler rendere minoritaria la componente dei magistrati si potrebbe poi prevedere che i componenti di nomina presidenziale non debbano necessariamente appartenere alle categorie degli eleggibili dal parlamento (professori universitari in materie giuridiche e avvocati con quindici anni di esercizio), ma possano essere anche dei magistrati. Starà al prudente giudizio del capo dello Stato bilanciare le nomine di sua competenza.
Il problema della più idonea composizione del Consiglio superiore della magistratura non è di oggi, ma fu oggetto di attenta analisi, di incertezze e di opinioni divergenti in seno alla Costituente. Da un lato, non si voleva far correre il rischio di una angusta chiusura di tipo corporativo, dall'altro, si temeva di scalfire l'indipendenza della magistratura.
Non è inutile ricordare però che il progetto elaborato dalla Commissione dei settantacinque prevedeva una composizione paritaria tra "togati" e "laici" e che solo un emendamento presentato in assemblea dall'onorevole Scalfaro fissò la proporzione due terzi e un terzo. Prevedendo un intervento equilibratore del Presidente della Repubblica si potrebbe sciogliere il dilemma che si erano posti i costituenti.
di Piero Tony
Il Riformista, 6 giugno 2020
Mai avrebbe pensato il consigliere Palamara di poter avere il telefono sotto controllo, è chiaro che si sarebbe cautelato invece di parlare e far parlare in libertà. Né tanto meno avrebbe pensato che potessero sparare al passerotto con un missile a testata nucleare anziché con la solita fionda. Perché tale è la differenza tra l'iperpervasivo trojan, pardon captatore informatico, che documenta spezzoni di vita - ideato e prodotto solo per ragioni militari e di intelligence - ed il tradizionale impianto di intercettazione presso le procure (art. 268 cpp).
La conferma? 60mila pagine di chat. Credo che le comunicazioni intercettate su misfatti di correntismo e politica nell'ambito del procedimento contro Palamara per corruzione semplice e corruzione in atti giudiziari (delitti che per loro titolo consentirono l'utilizzo del captatore, si dice che la corruzione in atti giudiziari sia stata poi archiviata) ed altri reati minori, pubblicate da alcuni giornali, siano niente più di un frame di una lunga storia sempre uguale che andiamo denunciando da decenni, la scoperta dell'acqua calda per intenderci.
E credo che queste comunicazioni palesemente non abbiano alcun rilievo penale. E che pertanto, appena depositate, almeno in buona parte, avrebbero dovuto essere eliminate dal giudice, per la loro irrilevanza investigativa, nell'apposita "udienza stralcio" prevista dal Codice di procedura penale. Cosa non avvenuta, chissà per quale ragione. Come, chissà per quale ragione, per quanto si legge, pare che le intercettazioni presentino vuoti in circostanze topiche ed unidirezionali.
Per tutti questi motivi credo che la loro pubblicazione su alcuni giornali sia avvenuta in violazione quantomeno del codice deontologico di autoregolamentazione. Stando così le cose, possiamo ora occuparcene? In caso di risposta affermativa, è libertà di stampa, diritto/dovere di cronaca o solo, come spesso ha celiato il Foglio, libertà di sputtanamento? E va distinto tra liceità di pubblicazione e liceità di scriverne e discuterne una volta che la pubblicazione sia ormai e comunque avvenuta?
C'è poco da fare, come dal letame notoriamente può spuntare un fiore così dal trogolo di queste intercettazioni su commistione tra politici e magistrati può nascere un interrogativo etico: inutilizzabilità all'americana tamquam non esset, oppure utilizzabilità all'italiana visto che con l'avvenuta pubblicazione ormai i buoi sono scappati dalla stalla e, soprattutto, il danno diretto si è già verificato? Mi parrebbe grottesco ignorare il diritto di cronaca su qualcosa che è già avvenuto. Per di più maggiore informazione non può che essere di pubblico interesse ed utilità.
Tutto quello che è emerso è la scoperta dell'acqua calda, si diceva, con la non piccola differenza che ora l'imperante malcostume giudiziario è comprovato al di là di ogni ragionevole dubbio, una sorta di ineffabile ed incontestabile documentario.
Erano anni che andavamo denunciando lo strapotere dei pm sia al Csm che al ministero. Le logiche solo correntizie che governano il sistema giustizia; le tante indagini espletate secondo il vento politico; le nomine di dirigenti perfino distrettuali, senza la minima esperienza dirigenziale, decise sulla sola base del loro peso correntizio; i privilegi carrieristici concessi ai più maneggioni di corridoio a discapito dei magistrati più composti e più professionali. Palamara non è un mostro ma uno dei tanti nel sistema associativo.
Sta scontando la presente vicenda vuoi per maggiore disponibilità (quasi da zelante attendente militare di una volta: organizzazione di cene carbonare, di inghippi per promozioni e nomine ma anche procacciamento di biglietti allo stadio... o aiuto per trovare casa... o presentazione a qualche vip) vuoi perché all'esito di codeste gare carrieristiche ci sono sempre vincitori che giubilano e vinti che sovente covano rancore ritenendo a torto o ragione di aver subito soprusi.
Sarà pure solo un mediatore, come va dicendo. Non sarà il solo mostro, come ritengo. Ma di certo ha parlato e straparlato dicendo cose terrificanti. Ma andiamo con ordine.
Quella della magistratura è una delle funzioni più importanti e per questo più protette dallo Stato. I magistrati la esercitano in nome del popolo, sono soggetti soltanto alla legge (art.101 Cost.), fanno parte di un ordine autonomo ed indipendente (art. 104 Cost.), sono inamovibili e si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni (art.107 Cost.).
Come non bastasse, grazie alla legge Breganza della fine degli anni 60 il loro trattamento economico progredisce pressoché automaticamente... "basta che continuino a respirare" ironizzano i malintenzionati, e tutto ciò è sacrosanto perché - lo ha spiegato ripetutamente la Corte Costituzionale - l'automatismo corrisponde alla "peculiare ratio di attuare il precetto costituzionale dell'indipendenza e di evitare che essi siano soggetti a periodiche rivendicazioni nei confronti di altri poteri". Per questo giustamente sono stati eliminati i concorsi interni, si progredisce a ruoli aperti e le qualifiche cui è legata la progressione economica sono state sganciate dalle funzioni effettivamente svolte. Ne consegue che ad un magistrato non occorra molto coraggio per essere e restare tranquillamente autonomo ed indipendente nel suo operare, per mandare a quel paese chi possa osare di turbare la sua imparzialità con grilli da politicastro.
Malgrado ciò il correntismo imperversa e si continua a fingere di non capire che politica e terzietà sono tra loro incompatibili.
Malgrado tutto ciò imperversano carrierismo e lotte all'ultimo sangue quali quelle di cui si scrive. Da sempre. Ma soprattutto da quando nel 2006 (D.Lvo n.106/2006) le Procure sono state pesantemente gerarchizzate ed il procuratore della Repubblica è divenuto "titolare esclusivo dell'azione penale" e siccome comandare è meglio che far l'amore, come dicono... e siccome il criterio di anzianità da che era primo è diventato ultimo e dunque la discrezionalità è alta... tutto si spiega, compresi gli estemporanei lacchezzi intercettati, gli occhi dolci ai Palamara di turno e la dignità sotto i piedi. Perché appaiono terrificanti - come prima si diceva - le parole del consigliere Palamara?
Perché disvelano uno scenario quasi irrealistico che non può non riverberarsi anche attorno a vicende trascorse. È terrificante il dialogo tra due magistrati che in quanto tali dovrebbero essere - così almeno usano autocertificarsi nelle correnti più di sinistra - "sentinelle della legalità": il primo esprime stupore per un'incriminazione del ministro dell'Interno, in relazione alla nave Diciotti, in quanto a torto o ragione la ritiene abnorme, tanto che conclude con un "siamo indifendibili" e si sente rispondere da Palamara apertamente, ovvero senza arzigogoli, "hai ragione ma ora bisogna attaccarlo".
Ed il primo - un procuratore della Repubblica, credo di aver letto da qualche parte - non ribatte insultando ferocemente, come sarebbe stato giusto, o almeno esclamando ma che cavolo dici. Ma il discorso finisce lì per i due magistrati, che dovrebbero essere per dettato costituzionale autonomi terzi imparziali indipendenti.
Nel paradosso che i magistrati per legge non possono essere iscritti a partiti politici ma, iscritti a correnti iperpoliticizzate ad essi contigue, possono invece organizzare un'allegra fronda politica al ministro dell' interno. Analisi delle frasi: "siamo indifendibili" vuol dire che il ministro è indagato per un reato che non sussiste o comunque non ha commesso; "hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo" vuol dire che, sì d'accordo, è innocente ma il particolare è di nessuna importanza visto che per contingenti ragioni politiche bisogna continuare a tenerlo sotto processo. Argomentazioni che forse sanno di usurpazione.
È terrificante perché siamo la patria di un procedimento scarsamente garantito dove magistrati di codesta risma potrebbero fare e disfare a loro piacimento. La patria dove, come scrisse Enzo Tortora alla sua Francesca, può accadere di tutto a tutti. La patria - come diceva Giovanni Falcone - di giudice e pm parenti tra di loro, del concorso esterno in concorso interno, dell'applicazione retroattiva della legge Severino, del rito accusatorio che più inquisitorio non si può visto l'assoluto predominio di indagini preliminari svolte alle spalle della difesa, delle azioni penali obbligatorie ma chiuse nei cassetti fino al loro spirare, dei non pochi massacri mediatici, delle inchieste senza fine che durano decenni quanto agli esecutori ed altri decenni quanto ai mandanti e delle sentenze definitive che non arrivano mai in tempo utile, etc.
Terrificante perché, in un contesto così barbaro, il paradigmatico invito "hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo" da parte di chi - come le mitologiche tre Parche - quale potente big correntizio ed ex componente del Csm presiede i destini professionali dei magistrati potrebbe far ripensare al passato; in particolare potrebbe evocare e rendere comprensibili sia alcune sgangherate stagioni di guerra giudiziaria finite quasi tutte nel nulla, tipo quelle di Carnevale Berlusconi con Ruby, Mannino, Mori, Mafiacapitale sia la sorridente e fino ad oggi incomprensibile commiserazione per chi allora avesse temerariamente mostrato di dubitare sulla fondatezza delle impostazioni accusatorie.
Per l'avvenuta conferma delle loro denunce, i cd garantisti dovrebbero finalmente gioire. Nulla di tutto ciò, lo scandalo non può che preoccupare ben sapendo come sia vitale ed insostituibile - per l'accettazione di qualsiasi giudizio - la funzione giurisdizionale esercitata con dignità e cultura, in modo autorevole credibile e terzo in nome del popolo (art.101 Cost.) con un giusto processo (art.111 Cost.).
Ma si dice che non è mai troppo tardi. Dopo decenni di troppo paziente immobilismo urge uno scossone radicale, che faccia dimenticare le miserie messe in luce dal trojan e recuperare immagine ed efficienza mediante una trasformazione strutturale di tutto il sistema. Partendo dalla riforma del Csm mediante sistema misto tra sorteggio ed elezione, unico modo per evitare giri e promesse elettorali, aspettative e pretese, logiche di appartenenza.
Dimenticando la riformetta Bonafede che bolle in pentola, a quel che pare ingenuamente incentrata su di un gattopardesco doppio turno con ballottaggio. E poi continuando con tutto quello che, al fine di armonizzare l'ordinamento giudiziario al codice di rito 1989, come ritornello si invoca inutilmente da sempre: separazione delle carriere, abolizione dell'impugnabilità da parte del pm delle sentenze assolutorie, abolizione del divieto della reformatio in peius, depenalizzazione degli ancora troppi illeciti bagatellari, "rianimazione" della fase dibattimentale, della difesa, del contraddittorio etc. Tanto per cominciare.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 6 giugno 2020
Anna Finocchiaro ha attraversato, nella sua Sicilia, le tappe importanti della carriera giuridica; laureatasi a 22 anni, è stata Procuratrice al tribunale di Catania fino al 1987. Da lì in avanti, impegno politico a tempo pieno, prima nel consiglio Comunale e poi in Parlamento. È stata due volte ministra, a vent'anni di distanza: la prima volta alle Pari Opportunità con Prodi, nel 1996, l'ultima con Gentiloni, ai Rapporti con il Parlamento, nel 2016. Adesso fa parte del Comitato scientifico e a capo del gruppo di lavoro dedicato a Sistema economico e giustizia per l'associazione "Italia decide".
Che momento vive la magistratura?
È un momento non solo difficile ma anche fortemente rischioso, perché l'indipendenza della magistratura deve affermarsi come caposaldo della democrazia. E questa indipendenza vive se si afferma un credito di fiducia e di autorevolezza presso l'opinione pubblica.
Vede analogie con altri momenti?
Siamo in un momento molto delicato, come non ricordo di averne mai visti in passato. La giustizia cammina sulle gambe degli uomini, e delle donne. Possono esserci momenti di caduta di fiducia ma ciò che si sta oggi maneggiando è un passaggio nel quale è in gioco non solo un valore che appartiene alla magistratura, ma un fatto di civiltà. Quello dell'efficienza giudiziaria e della fiducia dei cittadini nel sistema-Giustizia è uno dei parametri sui quali vengono scrutinati i paesi che vogliono appartenere agli Stati membri dell'Unione. Non è una cosa marginale. Siamo in una partita molto seria.
Priorità per la riforma del Csm?
È un punto essenziale, e in qualche modo il Csm rappresenta l'autogoverno e l'indipendenza della magistratura. Va fatto un dibattito molto profondo, e non una incursione dal sapore punitivo o peggio, restaurativo.
Basterà la riforma elettorale?
È uno strumento, ma non basta. Bisogna fare una riforma importante, per rispondere a problemi di questa gravità.
Nella magistratura associata andava così da tempo.
Non da sempre. Ricordo il peso culturale che avevano le correnti, anche per la formazione dei magistrati, sull'interpretazione da dare alle leggi. Ricordo il dibattito sulla legislazione d'emergenza durante il terrorismo. Ricordo il dibattito sui temi ambientali, tra anime diverse. E il confronto sulla necessità di orientare le interpretazioni secondo la Costituzione. C'era un perché: un pezzo di costruzione della democrazia italiana, della fisionomia giuridica italiana è derivato dalla dialettica di confronto interna alla magistratura associata.
Cosa si è interrotto in questo percorso?
La Costituzione viene messa con i piedi per terra dai giudici ordinari, attraverso l'interpretazione. Ma se guardo a questa deriva, non mi piace. È un'altra cosa, rispetto alla magistratura associata.
Cosa mi può dire di Palamara?
Ha creduto di esercitare un ruolo, ma ha ecceduto. Però non esiste un caso Palamara. Esiste un problema di spartizione delle nomine che va cambiato.
Mentre Bonafede festeggia l'abolizione della prescrizione...
Io la trovo una cosa incivile, francamente. Tutti hanno diritto di sapere in tempi ragionevoli chi è colpevole e chi innocente. È un problema di civiltà. Cosa lo abbiamo scritto a fare nella Costituzione che il processo deve avere una ragionevole durata? Anche perché lo stigma del processo diventa un anticipo della condanna. Il processo oggi è la pena. Ed è contrario al diritto.
Quali sono le proposte di Italia Decide?
Due priorità: la riforma dell'abuso d'ufficio e della responsabilità contabile. Due questioni che nutrono la cosiddetta "paura della firma", quel blocco che agisce a livello amministrativo per timore delle responsabilità che ne possono derivare non soltanto per evitare un fatto illecito, ma per timore delle inchieste che possono derivare da una firma. Ed ecco che i funzionari pubblici non si espongono più al punto di non autorizzare spese e interventi necessari, essenziali. Per non sbagliare, tengono la penna in tasca.
Ne ha iniziato a parlare anche il premier Conte.
È un tema di riflessione sul quale richiamiamo il dibattito pubblico. Ne hanno parlato Conte ma anche Sabino Cassese, Paola Severino... sta finalmente cadendo un tabù. Il nostro Paese necessita di uno sblocco di sistema, non ci possiamo più permettere questa ritrosia alla firma.
Mettiamoci nei panni del funzionario timoroso.
Sì, guardiamo dentro all'avversione al rischio del pubblico funzionario. Quanto più incerto è il quadro di riferimento del pubblico funzionario, tanto più questa paura diventa elemento sistemico di blocco. E non si dà il via a lavori, a cantieri, ad appalti. E allora dobbiamo precisare cos'è l'abuso d'ufficio: il cittadino deve sapere cosa è lecito e cosa illecito. La prevedibilità della condotta e quindi della sanzione è essenziale, ed è un elemento di garanzia. La condotta illecita del pubblico ufficiale deve realizzarsi in relazione a leggi e regolamenti chiari. Dato che da noi leggi e regolamenti non sono chiari, ecco che l'abuso d'ufficio si moltiplica, diventa una costante.
La burocrazia diventa carceriera di se stessa.
È un sistema mostruoso, arricchito da principi di soft law: pensiamo ai provvedimenti Anac o a quelli AgCom. Se Anac dice che c'è bisogno di gara anche per appalti sotto soglia, ecco che i funzionari pubblici per timore aderiscono all'indirizzo Anac, complicandosi ulteriormente la vita.
Un cambio di passo necessario.
Sì, una chiave per liberare il sistema. Se il riferimento costituzionale è quello del buon andamento e della funzionalità della pubblica amministrazione, bisogna attenersi a questo principio. Possiamo immaginare di limitare il perimetro dell'abuso d'ufficio oppure ripristinare l'interesse privato. Perché su cento procedimenti di abuso d'ufficio circa l'80% vengono archiviati o prosciolti. E allora perché bloccare tutto, dalle macchine amministrative a quelle giudiziarie?
di Anna Rossomando*
Il Riformista, 6 giugno 2020
Il caso Palamara mette a rischio la credibilità delle toghe. Ma per evitare derive sovraniste, non basta riformare il Csm: bisogna riportare il processo nelle aule, sottrarlo all'arena mediatica, e riprendere la riforma delle carceri di Orlando. Uue settimane fa, nel respingere l'attacco politico al governo con la bocciatura della mozione di sfiducia nei confronti del ministro Bonafede, siamo stati chiari: sulla giustizia bisogna riattivare la strada delle riforme, che segni una netta discontinuità con il governo giallo-verde.
Ora più che mai, in un'epoca attraversata da populismi e sovranismi, la giustizia resta il punto più alto dell'equilibrio costituzionale nella separazione dei poteri e conseguentemente l'aspetto cruciale della tutela delle libertà di tutti. In questo quadro di riferimento si misurerà una vera cultura delle garanzie ed è fuori asse dibattere ancora dell'anacronistica contrapposizione tra giustizialismo e garantismo. Dobbiamo lasciarci alle spalle un dibattito sulla giustizia che negli ultimi trent'anni è stato lo specchio del deterioramento del confronto politico-istituzionale e della funzione stessa della politica.
Oggi il rischio è l'accentramento del potere e dell'omologazione al più forte, l'esatta negazione della politica. Qualsiasi soluzione non può prescindere dal necessario riferimento all'equilibrio tra i poteri dello Stato così come sancito dalla nostra Costituzione. Il dibattito sulla giustizia si è riacceso in un momento difficile per le nostre istituzioni.
Non si può negare che le recenti vicende portate alla luce dal caso Palamara impongano senza indugi la riforma del Csm; non c'è tempo da perdere perché è in gioco la credibilità della magistratura. Dopo il colpo subito non si può restare senza una risposta decisa e tempestiva delle istituzioni e, come ha affermato il Presidente della Repubblica Mattarella, questo intervento spetta alla politica e al Parlamento.
Non illudiamoci però che la sola riforma del Csm risolva la questione, "tocca alla magistratura rifondare un patto etico e culturale nell'associazionismo giudiziario e nell'autogoverno", come ha scritto Ezia Maccora. Tornando alla riforma non si tratta solamente di modificare il modello elettorale; sono diversi infatti i nodi da affrontare: nomine dirigenziali degli uffici giudiziari rigorosamente motivate, con l'inserimento nella valutazione di criteri oggettivi che limitino la discrezionalità; valorizzazione del ruolo dei consigli giudiziari rafforzando il peso dell'avvocatura per la formazione dei pareri da inviare al Csm, velocizzandone l'iter; separazione della funzione disciplinare da quella delle nomine. Sul metodo elettorale nessun sorteggio: non può essere il caso lo strumento di accesso al Csm.
Eliminare la rappresentanza non è una soluzione, così come non lo è "abolire" le correnti; è la loro degenerazione che ha compromesso il pluralismo delle idee, necessario all'elaborazione di proposte sulla politica giudiziaria. La nostra proposta è sostituire il collegio nazionale con collegi più piccoli per riavvicinare la rappresentanza agli elettori; doppio turno per evitare localismit garanzia di parità di genere.
Infine no alla preclusione per i parlamentari quali membri laici del Csm: vanno contrastati i rapporti impropri tra politica e attività del Consiglio, non la legittimità di chi ha ricoperto cariche politiche. L'urgenza della riforma del Csm non può in ogni caso oscurare la necessità di alcuni interventi prioritari come la riforma del processo penale e di quello civile, così come quella dell'ordinamento penitenziario.
Cultura delle garanzie significa tempi ragionevoli, non l'annichilimento del processo, messo a rischio dagli opposti della prescrizione breve (di berlusconiana memoria) e della prescrizione mai. La prescrizione non è il modo di affrontare i tempi del processo. Servono misure deflattive, diverse risposte per le differenti domande di giustizia, completare l'informatizzazione dei servizi.
Cultura delle garanzie è celebrare il processo nelle aule e non nella gogna mediatica. Dobbiamo proseguire sulla riforma del processo civile iniziata nella scorsa legislatura e anche in questo caso la priorità è di nuovo quella dei tempi: per renderla utile davvero a tutti i cittadini senza distinzione di censo e per diventare un supporto al sistema economico del Paese. Poi riprendere senza tentennamenti la riforma Orlando dell'ordinamento penitenziario, contrastando con coraggio la propaganda del "devono marcire in galera".
Quella riforma attingeva a un patrimonio di proposte elaborate dagli Stati Generali sull'esecuzione penale che aveva coinvolto le migliori competenze del settore. Il complesso di questi interventi ha come fondamento la tutela dei diritti nello stato di diritto. La cultura delle garanzie, radicata nei principi della nostra Costituzione e cifra delle democrazie liberali, è inconciliabile con nuovi e vecchi autoritarismi e si scontra frontalmente con la teorizzazione sovranista che inizia a vedere alcune applicazioni in Europa e non solo.
La legittimazione e la credibilità delle democrazie liberali non passa per l'agitazione dei problemi o lo stantio tentativo di mantenimento dello status quo, ma vive nella capacità di intervento in settori nevralgici come la giustizia, con il tempismo necessario in una fase di crisi come quella che stiamo vivendo.
*Vicepresidente del Senato e senatrice Pd
La Stampa, 6 giugno 2020
Con la mediazione del cappellano don Alessio Antonelli. La Caritas dice grazie ai detenuti del carcere di Sanremo che con la mediazione del cappellano don Alessio Antonelli hanno contribuito alla colletta alimentare promossa dalla Caritas diocesana per le famglie in difficoltà a causa della crisi economica provocata dal coronavirus. Alla fine sono stati cento i chili di prodotti alimentari acquistati dai reclusi e consegnati a Caritas che ha realizzato e consegnato i "pacchi di sostegno" ai bisognosi.
"Un grazie di cuore a quanti hanno contribuito - è stata la risposta arrivata dal Centro Ascolto Caritas di Sanremo - nonostante i detenuti siano in una difficile condizione hanno voluto condividere le loro poche risorse per questo gesto di grande solidarietà". Una prova concreta, insomma, di recupero sociale nell'ambito di quel percorso di riabilitazione che deve essere al centro della rinascita di chi ha sbagliato e sta pagando il contro dietro alle sbarre. Caritas, sempre ieri, ha attivato un'altra collaborazione con i penitenziari di Sanremo e Imperia mettendo a disposizione cinque posti per i reclusi senza fissa dimora che non potevano usufruire delle agevolazioni che consentono a chi ha meno di 18 mesi di pena residua di lasciare la cella (tre sono già stati occupati).
Il presidente del consiglio regionale Alessandro Piana ha ringraziato pubblicamente ieri il sovrintendente della polizia penitenziaria del carcere di Sanremo Vincenzo Carpentieri che durante l'emergenza Covid-19 ha realizzato insieme alla moglie 1500 mascherine donate alla Croce Verde di Arma e agli agenti suoi colleghi. Un'attività termine durante il tempo libero.
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