di Michele Giorgio
Il Manifesto, 6 giugno 2020
Damasco è impegnata a reperire sul mercato internazionale il grano necessario a coprire la domanda interna. Guerra e incendi dolosi minacciano il pane a basso costo, bene essenziale per milioni di siriani. Il nuovo record negativo non ha sorpreso nessuno. Il dollaro nei giorni scorsi ha sfondato la soglia delle 2000 lire siriane e il costante ribasso della valuta comprometterà il già limitato potere di acquisto della popolazione.
Nulla lascia immaginare una inversione di tendenza. Sono tanti e purtroppo consolidati i motivi della crisi economica che rischia di affondare il paese. La guerra in realtà non è finita anche se l'esercito siriano e le milizie alleate hanno ripreso il controllo di buona parte del territorio. La ricostruzione non è mai cominciata a causa delle pressioni degli Stati uniti e di vari Stati europei, Francia in testa, sull'Onu e le agenzie internazionali. Lo scopo di questi paesi è rendere difficile la vita al presidente Bashar Assad, in realtà la complicano solo alla popolazione siriana. E anche la Russia ha rallentato il suo impegno. E presto contro la Siria entreranno in vigore altre sanzioni dell'Amministrazione Trump.
Pesa inoltre il blocco dei conti bancari in Libano dove i siriani più facoltosi hanno depositato somme significative negli anni passati, così come la riduzione delle rimesse degli emigrati frutto dell'emergenza coronavirus. Che la situazione economica siriana sia fortemente peggiorata lo conferma anche lo scontro frontale in atto tra Assad e il suo cugino miliardario Rami Makhlouf. Il conflitto non è frutto di questioni personali e di lotta per il potere come hanno scritto e detto alcuni, bensì dell'urgenza del governo di attingere ai grandi patrimoni per procurarsi, al più presto, fondi aggiuntivi, essenziali in questa fase.
In gioco c'è la solidità del potere, che passa anche dalla capacità dell'esecutivo di garantire un minimo di stabilità alla popolazione civile, esausta, che ogni giorno fa i conti con disoccupazione, carovita, corruzione, scarsità di carburante e la progressiva scomparsa del welfare per mancanza di fondi. Siamo nel pieno della mietitura e mai come quest'anno il raccolto di grano è centrale per i programmi del governo.
Un dato è già noto: non sarà sufficiente a coprire la domanda interna (4,3 milioni di tonnellate). Damasco perciò è impegnata, più degli anni passati, a garantirsi altro grano sul mercato internazionale, con esiti talvolta positivi - di recente è stato siglato un accordo con l'alleata Mosca che però copre solo una parte della richiesta siriana - e altri meno fortunati. A complicare le cose c'è anche la competizione con l'Amministrazione Autonoma curda nel Rojava per l'acquisto del grano dai produttori.
La Siria nel 2019, secondo le statistiche della Fao, è stata uno dei dieci paesi più colpiti dall'insicurezza alimentare (a rischio circa 6,5 milioni di persone). Anni di guerra e di frammentazione territoriale hanno fatto danni enormi. Anche la siccità ha colpito duro. Nel 2018 la produzione di grano è stata di soli 1,2 milioni di tonnellate, la più bassa dal 1989. La siccità ha colpito principalmente Raqqa, Deir e-Zor, Hasakah e Aleppo nel nord, e Hama nella Siria centrale. Queste aree complessivamente rappresentano il 96% della produzione totale di grano in Siria. A peggiorare le cose è il sensibile aumento degli incendi di terreni agricoli, non poche volte di origine dolosa innescati da speculatori che puntano al rialzo dei prezzi e, più di rado, da gruppi armati di vario orientamento che sperano aumentare le difficoltà del governo di Damasco di fronte alla popolazione. L'anno scorso sono andati in fumo quasi 85.000 ettari di colture e nel 2020 non andrà meglio. Dati sconfortanti per un paese che un tempo era noto per l'attenzione che dava alla produzione agricola e all'autosufficienza alimentare.
"Occorrono quasi tre milioni di tonnellate di grano per mettere al sicuro il paese nel 2020 e nella prima parte del 2021, altrimenti non ci sarà farina a sufficienza per il pane e per sfamare la popolazione", ci spiega un giornalista siriano che ha chiesto di rimanere anonimo.
"Dopo il lockdown dell'economia proclamato dal governo per contenere la pandemia - aggiunge - il pane a basso costo, grazie ai sussidi dello Stato, è diventato ancora di più una linea rossa per i siriani, soprattutto per quelli che appoggiano Assad". Un mese fa, durante una riunione con il governo, il presidente ha ammesso che "la sfida più difficile è garantire beni di prima necessità (alla popolazione), in particolare i generi alimentari". Quindi ha rimosso il ministro del commercio interno e della protezione dei consumatori, Atef al-Naddaf. Al suo sostituto, Talal al Barazi, è stato dato l'incarico di percorrere ogni strada possibile per tenere bassi i prezzi dei generi alimentari, sottraendoli a monopoli e contrabbando.
I problemi di fondo del settore agricolo siriano non sono destinati a cambiare, almeno non nel medio periodo. Negli ultimi nove anni la produzione di grano si è quasi dimezzata, scendendo da 4,1 milioni di tonnellate nel 2011 a 2,2 milioni nel 2019. La guerra è solo una delle cause del calo. Un impatto notevole l'ha avuto il liberismo economico introdotto a partire dal 2005 da Assad e dai suoi esperti.
La priorità è stata data alla crescita dei settori bancario, turistico, immobiliare e delle telecomunicazioni - facendo la fortuna di personaggi come Rami Makhlouf e Firas Tlass - ed è stata messa da parte la vecchia guardia baathista, più socialista e legata al padre del presidente, Hafez al Assad, che aveva sempre dato grande rilievo all'agricoltura.
Dal 2005 al 2009, il tasso di crescita del settore è sceso in media dell'1,5% e 600.000 lavoratori - il 44% della forza lavoro agricola - hanno lasciato il settore. Tra il 2007 e il 2008, l'area totale dedicata alla produzione di grano è diminuita di 180mila ettari. La guerra giunta nel 2011 ha fatto il resto. Molti agricoltori siriani ora sono profughi in Siria, Libano e Giordania e i danni ai sistemi di irrigazione e ai macchinari e i prezzi elevati dei fertilizzanti non lasciano immaginare un loro ritorno. La Siria granaio del Medio oriente ormai è solo un lontano ricordo.
di Giovanni Augello
Redattore Sociale, 5 giugno 2020
I dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati al 31 maggio parlano di 53.387, contri i 61.230 del 29 febbraio scorso. Mai così vicini ai dati della capienza regolamentare. Diminuiscono anche i detenuti stranieri. Si attenua il calo della popolazione penitenziaria registrato sin dai primi mesi dell'emergenza coronavirus.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 5 giugno 2020
Tornano le messe anche in carcere. Lo prevede una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) che autorizza le celebrazioni eucaristiche con la partecipazione dei detenuti a partire dallo scorso 1° giugno. Una ripresa fortemente auspicata dai cappellani delle carceri, che si sono fatti interpreti delle richieste dei detenuti.
Agenpress.it, 5 giugno 2020
"È molto importante che il merito di un mio Ddl riguardante l'ampliamento della possibilità, per i detenuti comuni, di contatti telefonici con i propri familiari sia diventato il testo di un emendamento che, come relatore, ho presentato al Dl Giustizia in discussione al Senato. Nell'emendamento si prevede la possibilità di chiamare ogni giorno i figli minorenni e quelli maggiorenni se portatori di handicap. Sempre il detenuto comune potrà chiamare una volta al giorno il coniuge, il convivente, la parte dell'unione civile, i fratelli e le sorelle se ricoverati. Sono esclusi da queste norme i detenuti al regime del 41 bis e quelli condannato per il 4 bis, a cui è concessa una telefonata a settimana.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 giugno 2020
La Cassazione ha sollevato la questione di legittimità per l'ergastolano che non abbia collaborato. La Corte costituzionale ha già riconosciuto l'illegittimità del divieto di un permesso premio per i detenuti ostativi.
santegidio.org, 5 giugno 2020
La pandemia non ha interrotto l'amicizia che da anni lega la Comunità di Sant'Egidio alle persone che vivono nelle carceri in Italia e in altre parti del mondo. Quando sono state sospese le visite, abbiamo voluto rispondere a una pressante domanda di non essere dimenticati cercando delle possibilità di 'forzare le sbarre', soprattutto quelle invisibili dell'isolamento che sono le più pesanti.
Il Dubbio, 5 giugno 2020
I costi per la giustizia penale variano da un minimo di 290 euro a un massimo di circa 2.000. E un procedimento civile dura in media 250 giorni nel tribunale più veloce e 2.200 giorni circa nel più lento.
L'efficienza e l'efficacia della giustizia sono due sfide che il Paese da anni deve affrontare per rimuovere i fattori che ostacolano lo sviluppo economico e il perseguimento della giustizia sociale. Nei prossimi mesi, a causa della pandemia da Covid-19, le criticità sociali ed economiche si acuiranno, incrementando il contenzioso in materia commerciale, di lavoro e di famiglia. Allo stesso tempo, è difficile ritenere che le risorse per la giustizia possano aumentare, per cui si dovranno individuare altri approcci per migliorare efficacia ed efficienza. Una ricerca svolta dall'Istituto di informatica giuridica e sistemi giudiziari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igsg) ha stimato per tutti i tribunali italiani il costo medio per procedimento civile e penale (efficienza) e lo ha rapportato ai tempi di definizione delle cause (efficacia), dimostrando che "ci sono significative disparità e ampi margini di miglioramento", in entrambi i termini. Si tratta del primo studio di questo tipo condotto nel nostro paese e rappresenta un nuovo punto di partenza per capire come utilizzare al meglio le risorse a disposizione. I dati sono stati pubblicati su "Questione giustizia", affiancati a un cruscotto interattivo che permette a tutti i lettori di visualizzare e comparare costi e tempi medi di definizione per ciascun ufficio italiano.
"Dalla ricerca emerge un quadro estremamente disomogeneo, con costi medi per causa definita che variano, a seconda del tribunale, da un minimo di 290 euro ad un massimo di circa 2.000 euro per i procedimenti penali, e dai 180 ai 620 euro per i procedimenti civili. Anche i tempi medi di definizione, come noto, presentano una grande variabilità: un procedimento civile dura in media 250 giorni nel tribunale più veloce e 2.200 giorni circa nel più lento, mentre un procedimento penale dura in media dai 120 ai 1.500 giorni.
È quindi evidente che i livelli di efficienza ed efficacia sono molto diversi, differenziando sostanzialmente il servizio offerto a seconda del territorio", dice Francesco Contini, ricercatore del Cnr-Igsg e coautore dello studio. I dati mostrano da un lato un problema di allocazione delle risorse, ma dall'altro ampi margini di miglioramento che potrebbero rendere il sistema più economico ed equo. "Sia sull'efficienza sia sull'efficacia, alcuni tribunali ottengono performance che, se fossero raggiunte da un maggior numero di uffici, permetterebbero una radicale riduzione dei tempi della giustizia nella definizione delle cause a parità di spesa, con una maggiore omogeneità a livello nazionale", prosegue Contini. "Queste differenze possono essere in parte spiegate dalla diversa complessità delle cause da trattare, ma vi sono differenze tra tribunali di dimensioni analoghe e posti in territori simili che sottolineano l'importanza della diversa organizzazione degli uffici".
Aggiunge Federica Viapiana, coautrice dello studio: "Gli strumenti per affrontare queste differenze non mancano. Un primo passo dovrebbe essere il superamento della logica delle piante organiche, obsoleta, poco trasparente, poco flessibile e inadeguata a rispondere prontamente a situazioni impreviste ed emergenziali, come nel caso della recente pandemia.
A questo proposito, diversi paesi europei adottano sistemi di finanziamento dei tribunali basati sui costi standard che permettono un'allocazione più equa delle risorse a disposizione - ogni ufficio viene finanziato considerando il tipo e il numero di cause che deve definire - e che quindi incentivano tutti gli operatori a rendere più efficiente ed efficace la trattazione delle cause".
di Liana Milella
La Repubblica, 5 giugno 2020
Con 14 sì, 7 contrari e 4 astenuti via libera a Raffaele Piccirillo. Sì del pg Salvi, contro Di Matteo, astenuto Davigo. Una battaglia durissima, la prima del dopo Covid, e anche del dopo discovery delle chat di Luca Palamara. Che fa registrare anche una significativa spaccatura all'interno delle stesse correnti, come Autonomia e indipendenza e Magistratura indipendente, nonché tra i laici di Forza Italia. Al Csm sono andate in onda tre ore di scontro sul via libera al nuovo capo di gabinetto del Guardasigilli Alfonso Bonafede.
Passa con 14 voti a favore Raffaele Piccirillo, toga della Cassazione, ma già in via Arenula con l'ex ministro Andrea Orlando e soprattutto con un incarico prestigioso nel Gruppo europeo degli Stati contro la corruzione. Gli votano contro sette consiglieri, tra cui spiccano i nomi di Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita. Tra i quattro astenuti c'è anche Piercamillo Davigo.
Vota a favore invece il Procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi che con un breve, ma netto intervento, smonta l'argomento di chi avrebbe voluto stoppare Piccirillo, che solo dal 21 maggio aveva preso possesso del posto di sostituto procuratore generale della Cassazione, cioè l'ufficio di Salvi.
La tesi è che, vista la scopertura del 20,83% di quell'ufficio, non si può togliere un altro magistrato. Ma Salvi scopre la contraddizione. Non solo perché, solo tre mesi fa, a febbraio, e con una scopertura maggiore, è stato dato il via libera, dallo stesso ufficio al Dap, a Giulio Romano, l'ormai famoso magistrato che ha scritto, ma non ha firmato, la circolare del 21 marzo che di fatto ha dato il via libera alle scarcerazioni di quasi 500 mafiosi.
Allora, ricorda Salvi, non ci fu né dibattito, né furono sollevate le obiezioni che invece oggi sono sul tavolo contro Piccirillo. Quando, come ricorda Salvi, l'organico dell'ufficio è anche aumentato non solo per i nove posti in più assegnati, ma perché sono tornati in Cassazione sia Romano che Fulvio Baldi, l'ex capo di gabinetto dimissionario per le chat con Palamara.
Ma partiamo innanzitutto dai numeri e dall'esito del voto. A favore di Piccirillo nell'appello nominale delle 12 e 45 dicono sì i cinque consiglieri della sinistra di Area, i tre di Unicost, Salvi, il primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone (di Magistratura indipendente), il laico di Forza Italia Cerabona. Votano no i due laici della Lega Cavanna e Basile, il forzista Lanzi, Di Matteo, Ardita e Ilaria Pepe di Autonomia e indipedenza, D'Amato di Mi.
Si astengono in quattro, Davigo e Marra (di A&I), Micciché e Braggion di Mi. Evidente già qui come sia Magistratura indipendente che Autonomia e indipendenza si siano divise su Piccirillo. Altrettanto evidente dai numeri, anche se l'argomentazione viene contestata durante il plenum, è che si sia creato un asse tra la destra della politica, Lega e Forza Italia, con la destra della magistratura, che cerca di fermare il sì a Piccirillo. Un magistrato senza un'appartenenza correntizia, ma solo vagamente riconducibile alla sinistra di Area.
Chi vuole bloccare la sua nomina in via Arenula usa proprio un argomento tecnico e numerico. Cioè la scopertura alla procura generale della Cassazione del 20,83%. Lo sostiene subito il leghista Cavanna. Lo motiva Nino Di Matteo, reduce dallo scontro con il Guardasigilli Bonafede sulla sua mancata nomina due anni fa a capo del Dap.
Ecco il suo ragionamento: "Sulla scopertura della Cassazione, il 4 marzo 2020, in terza commissione, ampliando i posti di quel concorso da sette a nove, abbiamo scritto che gli uffici versano in situazione di particolare sofferenza per vuoti di organico e per carichi lavoro, soprattutto per il lavoro della commissione disciplinare. Dal 4 marzo le esigenze disciplinari sono aumentate. Noi non possiamo, a seconda dei casi e delle esigenze, attestare un dato certamente reale e poi ignorarlo sulla base di esigenze contrapposte quando quel dato si è aggravato".
Interviene Salvi, e l'argomentazione perde vigore. Ma ne resta sul tappeto un'altra, quella della rilevanza costituzionale del ministro della Giustizia e della possibilità di negargli il suo primo collaboratore, il capo di gabinetto che ha chiesto. Qui parte una nuova divisione. Perché i laici di M5S - Donati, Benedetti e Gigliotti - non hanno dubbi sul fatto che la Costituzione "copre" ampiamente le funzioni del Guardasigilli. Mentre all'opposto c'è chi lo nega. Perché, come sostiene Ilaria Pepe di A&I, la Carta "copre il ministro, ma non di certo i suoi collaboratori".
Ma c'è un'altra tesi di Di Matteo che agita il Csm, quella che lui spiega così: "L'enorme questione sta nella folle e scomposta corsa di magistrati per avere incarichi direttivi e posti fuori ruolo, e nella decisione delle correnti su chi debba vincere.
Questo è il problema, non tanto quello delle porte girevoli tra politica e giustizia. In molti casi, e questo è il caso, è che le porte girevoli si muovono vorticosamente, rivelando una magistratura alla ricerca di cariche di prestigio". Ovviamente Di Matteo cita la storia di Piccirillo che "già tra il 2014 e il 2018 aveva avuto incarichi con un altro governo". Da qui il suo netto no a concedere al collega un altro fuori ruolo, questa volta con Bonafede.
Sul fronte opposto, tra chi invece vota per il via libera a Piccirillo, ci sono gli argomenti di Giuseppe Cascini di Area, di Michele Ciambellini di Unicost, dei laici di M5S, da un lato la rilevanza costituzionale del ruolo del Guardasigilli e dall'altra la debolezza delle argomentazioni sul vuoto in Cassazione dopo la puntualizzazione di Giovanni Salvi.
Nonché, soprattutto, il precedente del via libera a Giulio Romano, proveniente dallo stesso ufficio e destinato al Dap, cioè sempre all'amministrazione della Giustizia. Perché sì a lui appena tre mesi fa e adesso no a Piccirillo? Nessuno lo dice, ma certo pesa il fatto che in via Arenula Bonafede stia lavorando alla riforma del Csm. Come pesa sicuramente la dura contrapposizione tra lui e Di Matteo. Che presto, davanti alla commissione parlamentare Antimafia, confermerà la ricostruzione dei fatti di due anni fa che, come lui stesso ha già sostenuto, non lo portarono al vertice del Dap.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 5 giugno 2020
Il vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura: "Stop alle porte girevoli con la politica. Chi entra nel Consiglio deve tagliare il cordone ombelicale con il passato, come accade per la Consulta". È vigilia di grandi trasformazioni, al Consiglio superiore della magistratura. L'onda lunga del caso Palamara l'ha investito frontalmente e il governo sta lavorando per rivedere le regole. Il vicepresidente David Ermini è pronto a collaborare per una riforma "che è necessaria".
Giusto sbarrare le porte girevoli tra politica e magistratura...
"Ottimo".
Ma una legge non sarà sufficiente, se la mentalità del correntismo resterà dominante.
"Ci vuole una rivoluzione culturale. Chi entra nel Csm deve tagliare il cordone ombelicale con il passato, come accade per la Consulta".
Ermini, aspettando il testo della riforma, quali sono i paletti irrinunciabili?
"Facile: va salvaguardato l'autogoverno della magistratura, ma soprattutto l'autonomia della giurisdizione, di cui sono parti fondamentali anche gli avvocati e i professori del diritto. È un cardine della democrazia, lo prevede la Costituzione, ed è un architrave del nostro sistema istituzionale. Che è fatto di pesi e contrappesi. Perciò io dico che sì, occorre una riforma, e non spetta a noi del Csm dire il come. Deciderà il Parlamento nelle sue sovrane prerogative. Noi ovviamente non faremo mancare il nostro parere, strettamente tecnico, mai politico".
Andiamo al cuore del problema. Lei che cosa raccomanderebbe?
"Interrompere il meccanismo delle cosiddette porte girevoli. Se un magistrato decide di scendere in politica, poi non può tornare indietro come nulla fosse. Occorre salvaguardare anche la percezione d'imparzialità che il cittadino ha della magistratura. Ma c'è un altro problema non minore: vanno scollegate le correnti dal Consiglio superiore. Noi siamo stati votati dopo essere stati designati da un gruppo parlamentare o anche da una corrente, non mi scandalizzo, ma subito dopo bisogna dimenticarsene. Come è per i giudici della Corte costituzionale. Una volta eletti, si deve rispondere solo alla legge, alla Costituzione e al Presidente della Repubblica. E ciò a salvaguardia proprio dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura".
Le famose intercettazioni in fondo raccontano che lei si è reso autonomo da chi l'aveva proposto e sostenuto e aveva delle attese...
"Ho letto. E non fa piacere vedere che persone che mi avevano sostenuto nutrivano nei miei confronti quel tipo di considerazione. Umanamente, è stato doloroso. Ma come è evidente, se qualcuno pensava questo, non è andata così".
Negli incontri notturni contro di lei erano scatenati...
"Perché ormai mi vedevano come un ostacolo ai loro disegni".
Era iniziata la partita più importante di tutte, la scelta del nuovo procuratore capo di Roma....
"Prima ancora, c'era stato il problema di Torino. Armando Spataro era andato in pensione a dicembre, io insistevo con la commissione Nomine di fare presto, ma vedevo che non si procedeva".
Si capì che qualcosa non andava perché lei chiese di tenere audizioni con i candidati a procuratore di Roma e non la ascoltarono...
"Esatto. Non mi ero inventato nulla. Il Presidente Mattarella ci aveva chiamato al Quirinale un po' di mesi prima, a me e ai presidenti delle diverse commissioni, e ci aveva raccomandato di procedere alle nomine secondo l'ordine cronologico di scopertura, così come previsto dalla circolare, una alla volta, non a pacchetto, e tenendo dove possibile le audizioni, come era prassi in occasione delle nomine dei grandi uffici giudiziari. Sa, un'audizione è importante. Permette di conoscere la persona, di fargli qualche domanda, di toccare con mano le sue idee. Sono tutti candidati di altissimo livello. È ovvio che siano ferrati. Ma saranno anche buoni capiufficio?".
Le dissero di no...
"Quel giorno non ho avuto paura di fare la mia battaglia. Pur sapendo che non sarei stato ascoltato e che avrebbero bocciato una mia richiesta condivisa con il Quirinale. Questa ora è agli atti. E su questa strada, posso assicurarlo, il Consiglio andrà molto avanti".
di Luca Poniz*
Il Dubbio, 5 giugno 2020
"Il linguaggio che usiamo parlando in confidenza e intimità è un trojan. È una spia autentica, degnissima di fede. Via le maschere artificiali della decenza e della convenienza, mette in mostra una sostanza", scriveva Gustavo Zagrebelsky, commentando, un anno fa, la pubblicazione delle prime intercettazioni e di parti significative dell'indagine di Perugia. Un anno dopo, altri pezzi di dialoghi (quanto selezionati, e con quale criterio, si vedrà) offrono elementi ulteriori dello stesso mondo, ma con una "prospettiva" più ampia: un diffuso sistema di relazioni, e ulteriori aspetti della stessa sostanza.
Una sostanza che oscilla dall'illecito, al torbido, dall'inopportuno all'avvilente, e che interessa diversi, e diversamente gravi, piani: l'interferenza esterna sul Csm; carrierismo e correntismo, e rapporto tra magistratura e autogoverno (e dunque condizionamento interno del Consiglio); sospetti di interferenza giurisdizionale; rapporto tra politica e magistratura, nella sua evidente reciprocità, ben oltre i luoghi, e i momenti, in cui essa è fisiologica, e assume anzi i contorni di una relazione personale, e quelli discutibili di un'ambizione personale, evidentissima nel protagonismo di taluno.
Sarebbe naturalmente singolare affrontare oggi "il caso Palamara" dal solo lato del suo ruolo, e delle sue condotte: e tuttavia appare non meno singolare la pretesa - evidentemente tutt'altro che disinteressata - di trarre dalla sua pur indubbia, enorme rilevanza una sorta di paradigma dell'intera magistratura, e soprattutto del modo di essere della giurisdizione, della sua imparzialità, e del suo rigore, in un tentativo di delegittimazione che muove da giudizi sommari ed indistinti, e pretende di travolgere tutto, magistratura, Csm, associazionismo giudiziario.
Un anno fa emerse con nettezza un tentativo di condizionamento del Csm nella scelta del Procuratore della Repubblica di Roma; la gravità dei fatti portò ad una rivolta nella comunità dei magistrati, ed a conseguenze senza precedenti. Cinque consiglieri del Csm e il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione dimessi, come richiesto con fermezza dall'Anm. Ad oggi l'assunzione di responsabilità ha riguardato solo i magistrati coinvolti, mentre non ha riguardato minimamente il lato della politica.
Quei fatti mostrarono subito l'urgenza di interventi, che infatti l'Anm ha posto immediatamente al centro del dibattito e della proposta, rivolta alla politica, al Csm e naturalmente alla magistratura stessa, ed ai gruppi associativi. È doveroso ricordare che con largo anticipo rispetto all'esplosione dello scandalo rivelato dall'indagine di Perugia, l'Anm aveva sollecitato il legislatore ad intervenire sui tanti nodi che essa ha disvelato: sul rientro in ruolo dei magistrati dopo aver ricoperto varie funzioni politiche, ponendo in modo chiaro il tema della possibile compromissione dell'immagine di imparzialità e di terzietà; sul rientro in ruolo dei Consiglieri del Consiglio Superiore della Magistratura, sollecitando la previsione di un termine più ampio prima che potessero richiedere qualsivoglia incarico diverso da quello prima ricoperto (e siamo ancor oggi in attesa di conoscere chi, e perché, abbia voluto, all'opposto, cancellare del tutto il termine, evidentemente nell'interesse di aspirazioni soggettive); aveva sollevato reiterati rilievi sull'attuale legge elettorale per l'elezione del Csm.
Eppure non una delle nostre proposte è stata accolta; come nessuna delle altre avanzate, con ancora maggiore completezza, nel giugno del 2019, all'esplodere della crisi e alla esplicita presa d'atto che urgeva (ed urge oggi ancora di più) una serie di riforme imposte dalle ragioni della crisi stessa: un nuovo sistema elettorale in grado di restituire ai magistrati una scelta reale e non condizionata dai gruppi (l'Anm ha cercato, per le elezioni suppletive conseguenti alle dimissioni dei consiglieri, di favorire questo percorso, sia pure nei limiti delle norme esistenti); una modifica radicale delle norme sull'ordinamento giudiziario, al fine di ridisciplinare la carriera, le sue tappe (spesso trampolini di lancio per tappe ulteriori), e ridurre gli spazi di un'ampia discrezionalità che, concessa dal 2006 al Csm, ha costituito una formidabile occasione di esercizio di potere, più che delle correnti, dentro le correnti; una vera temporaneità delle funzioni direttive.
Molti altri i temi da affrontare: tra essi l'assetto delle Procure, improntato dalla riforma del 2006 ad una accentuata gerarchizzazione interna, e sottratto ad un penetrante controllo organizzativo che invece il Csm esercita sugli uffici giudicanti.
È sorprendente dunque che oggi l'Anm sia destinataria di critiche di segno opposto: inerzia colpevole, se non corrività; o "interferenza indebita", come se analizzare, discutere, proporre non costituisca la ragione stessa, e l'essenza, dell'associazionismo giudiziario. Essenziale, però, affrontare - senza l'alibi delle inerzie e delle responsabilità altrui - quello che la magistratura può e deve fare, da sé, senza attendere la politica, ed anzi precedendola: muovere da una severa, schietta, profonda autocritica, che riguarda il modo di concepire l'associazionismo, il suo ruolo, e in esso le correnti, la loro dirigenza, le relazioni improprie per loro tramite coltivate.
Se è vero che (l'avvilente) competitività tra i magistrati, determinata da diffuse ambizioni di carriera, ha trovato terreno fertile in riforme ordinamentali da ripensare dalle fondamenta, è non meno vero che essa ha intercettato le peggiori dinamiche di potere e i più deteriori costumi dentro le correnti: compito nostro è riscrivere le regole dell'etica dentro i gruppi, restituendo a loro e all'Associazione, che ne è l'alto denominatore comune, il ruolo essenziale che ha avuto nell'attuazione del modello costituzionale di giurisdizione. È in gioco la fiducia dei cittadini nei loro giudici, e con essa il fondamento della nostra legittimazione.
*Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati
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