di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 7 giugno 2020
Mediterraneo. Dopo lo sfregio alla Porta d'Europa, distrutti i "cimiteri" delle carrette del mare. Disagio sociale? Paura di non farcela, con alberghi e ristoranti ancora chiusi per l'assenza dei turisti? Rabbia, perché le istituzioni non risolvono i tanti problemi segnalati nel tempo? Oppure azioni di destabilizzazione di matrice politica? Da due mesi a Lampedusa si respira un clima pesante, inedito. Poco meno di seimila abitanti, tanti problemi: i trasporti arerei e via mare che funzionano a singhiozzo, un poliambulatorio non attrezzato per gestire gran parte delle patologie, il dissalatore rattoppato, le promesse sulle moratorie non mantenute.
A inizio aprile, in piena pandemia Covid, la protesta contro i continui sbarchi di migranti di un gruppo di isolani davanti al municipio, è stato solo l'inizio. I due episodi successivi sembrano confermare che la questione migranti sia solo un pretesto. Quattro giorni fa, qualcuno di notte ha "impacchettato" la Porta d'Europa con sacchi neri della spazzatura: uno sfregio al monumento diventato simbolo dell'accoglienza per un'isola mai ostile nonostante il suo grido di dolore non sia mai stato preso sul serio dall'Europa e dallo Stato. Due notti fa, l'azione più sconcertante: qualcuno ha dato fuoco ai resti dei barconi di legno, usati per le traversate, accatastati in due aree, in quelli che vengono definiti i "cimiteri del mare".
Le fiamme di colpo hanno illuminato il cielo buio, rompendo quel silenzio quasi spettrale che inquieta gli abitanti che senza il dramma del Covid sarebbero già immersi nella stagione turistica. Gli incendi hanno carbonizzato i resti, una nube nera ha invaso molte zone. La Procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta al momento a carico di ignoti, mentre le indagini per risalire ai responsabili sono condotte dai carabinieri. Una situazione esplosiva che il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, ha voluto toccare con mano, recandosi nell'isola. Con lui l'eurodeputato Pietro Bartolo, che per anni è stato a capo del poliambulatorio dell'isola. I roghi sono stati domati soltanto all'alba di ieri; per i 15 pompieri in azione ci sono volte sette ore per avere la meglio sulle altissime fiamme che, fra l'area attigua al campo sportivo e il deposito di Capo Ponente, hanno ridotto in cenere una cinquantina di "carrette del mare".
Nessun dubbio sul fatto che gli incendi siano di natura dolosa. "Metteremo tutto l'impegno possibile per fare luce su questi episodi di intolleranza che non rendono giustizia alla solarità del popolo di Lampedusa e che possono danneggiare seriamente il turismo, fonte di ricchezza dell'isola: Lampedusa non può diventare un luogo di guerriglia urbana", incalza il procuratore aggiunto Salvatore Vella. In mattinata, il ministro Provenzano si è recato nell'hotspot che accoglie i migranti, poi sempre assieme con Pietro Bartolo, si è fermato alla porta d'Europa. Quindi, in due distinti momenti, ha incontrato l'amministrazione comunale e gli imprenditori.
"Sono venuto a Lampedusa - ha detto il ministro - per portare la vicinanza delle istituzioni a una comunità offesa da questi gesti, una comunità che ha tenuto alti in questi anni l'onore e la dignità dell'Italia intera e dell'Europa. Lo Stato non si lascia intimidire da questi gesti, la magistratura assicurerà i colpevoli alla giustizia".
Ma, per Provenzano, "lo Stato ha un debito nei confronti di quest'isola". Perché "anche Lampedusa deve ripartire, assicurando collegamenti e condizioni di sicurezza e vivibilità a chi viene da fuori, e a chi ci vive ogni giorno, quest'isola deve tornare a splendere: è un'isola di luce, non di roghi".
Per il sindaco Totò Martello "c'è un disegno preciso che ha lo scopo di alimentare un clima di tensione e soffiare sul fuoco di una situazione già difficile". Di manovre destabilizzanti, parla anche Pietro Bartolo. "È evidente che si tratta di un grave gesto alimentato da qualcuno che ha interesse a destabilizzare il clima politico e di convivenza civile sull'isola".
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 7 giugno 2020
Patrick è asmatico: un'infezione polmonare gli sarebbe fatale. Stiamo facendo qualcosa per lui? E per Giulio Regeni? Doppio zero.
Oggi sono quattro mesi esatti che Patrick George Zaki è in prigione nel carcere di Tora al Cairo, la capitale del suo Paese, incolpato di non si sa bene quali malefatte contro il regime di Abdel Fattah al Sisi. Un egiziano alle prese con la malagiustizia egiziana. Affari loro? Il fatto è che Zaki, nato da una famiglia borghese copta a Mansoura, 120 chilometri dalla capitale, dal settembre scorso si era guadagnato un master europeo all'Università di Bologna, diventando studente in Italia. Dopo aver brillantemente superato un esame complicato, si concede come premio un breve ritorno a casa dalla sua famiglia.
È il 7 febbraio, quando non si sono ancora spenti gli echi dell'ultima commissione d'inchiesta parlamentare sulla morte indecente di un altro studente italiano, ma di stanza a Cambridge, Giulio Regeni. I familiari, stremati da quattro anni di inutili battaglie per avere almeno un po' di verità sulla fine atroce e misteriosa di loro figlio, accusano apertamente di omicidio la "dittatura sanguinaria" di Al Sisi. Tre giorni dopo, Patrick Zaki atterra al Cairo, e forse proprio in quanto "italiano" viene arrestato, torturato, interrogato senza esito anche su presunti legami con i Regeni, che non conosceva. Da allora, di 15 giorni in 15 giorni, la sua custodia preventiva viene rinnovata, in attesa di un processo per "istigamento al rovesciamento del governo" che si celebrerà forse tra un anno ma nessuno può dirlo.
Nel frattempo, oltre al sospetto che il suo sia stato un sequestro a scopo di avvertimento alle nostre istituzioni (basta indagini su Regeni), il Covid 19 ha fatto la prima vittima anche nel penitenziario di Tora. Patrick è asmatico: un'infezione polmonare, già debilitato com'è, gli sarebbe fatale.Stiamo facendo qualcosa per lui? Stiamo continuando a fare qualcosa per Giulio Regeni? Doppio zero.
Una democrazia, la nostra, che lascia che due giovani di 28 anni, entrambi impegnati nello studio e nella pratica dei diritti civili, vengano inghiottiti da una ex repubblica socialista guidata da un presidente padrone e supinamente ne accetta l'insolenza, non brilla né per forza né per decenza. Ma anche se magari non sembra, è un problema che non riguarda solo la coscienza di un Paese. Riguarda il peso che abbiamo, e soprattutto che dovremmo avere, nelle complicate trattative finanziarie che ci attendono al varco a Bruxelles e dintorni.
Specie in questo tempo sospeso, imboccato il ponte fragile tra il prima e il dopo Covid, vale la cruda verità annunciata per sempre da Marguerite Duras: "Si crede che quando una cosa finisce, un'altra ricomincia immediatamente. No. Tra le due cose, c'è lo scompiglio". Ecco, noi siamo proprio in quel punto, nello scompiglio, in ordine sparso. Se guardiamo giù, da un lato ci affacciamo sul precipizio di una crisi economica senza fondo, dall'altro si scorgono le sagome di un milione di senza lavoro precipitati in un buco nel quale rischiano di essere raggiunti da tanti altri disarcionati dal virus.
A guidarci nell'incertezza, tra vaghi "piani di rinascita" (meglio sarebbe almeno cambiargli il nome, visto il passato piduista che evocano) e certezze di ripartenza, a cominciare dalla scuola, instabili come le assi su cui camminiamo, c'è un presidente del Consiglio indebolito dagli attacchi dentro e fuori la sua maggioranza e un pacchetto elettorale previsto per settembre che non gli agevola il comando.
La speranza è il soccorso alpino dell'Europa, ma molto dipende dalla compattezza con cui ci presenteremo ai prossimi tavoli e dalla credibilità di nazione che riusciremo a esibire. E una piccola storia ignobile come quella di Patrick Zaki, gemella, speriamo non negli esiti, con la fine martoriata e mai spiegata di Giulio Regeni, rappresentano due ombre che non aiutano l'immagine di un Paese che dovrebbe fare rispettare, oltre al proprio onore, anche i propri cittadini, naturali o acquisiti che siano.
Rifugiarsi nella ragion di Stato è un comodo espediente per non dire che, oltre un po' di innocuo baccano diplomatico (compreso il provvisorio ritiro del nostro ambasciatore dopo lo strazio di Regeni, ma dall'agosto 2017 ne è tornato un altro in sede), l'Egitto è un partner da maneggiare con cura sia per gli equilibri geopolitici nella zona sia perché è un più che discreto giacimento di affari. Oltre all'Eni, più di 130 aziende italiane ci lavorano con ottimo profitto (2 miliardi e mezzo di dollari di fatturato, commesse militari, due fregate della Fincantieri pronte ad essere vendute in loco).
Restano qui e là in Italia, per esempio sulla facciata di Palazzo Marino del comune di Milano, gli striscioni gialli con la scritta "Verità per Giulio Regeni". Bologna tutta, a cominciare dall'università dove non smettono di invocare il ritorno del loro compagno Zaki, è unita nella lotta, per quanto impari. Anche se, dopo quattro mesi, qualche segno di resa comincia a intravvedersi. Fino a una settimana fa, un murale con Patrick circondato dal filo spinato, opera di Gianluca Costantini, copriva un'intera facciata del Palazzo dei Notai, vicino a San Petronio. È stato sostituito con il poster di una banca. Un altro murale, questa volta a Roma, via Salaria, ambasciata d'Egitto, realizzato dallo street artist Laika, vede due bravi ragazzi col volto gentile e una barbetta ancora adolescenziale. Uno è Giulio Regeni che abbraccia sorridendo il compagno di sventura Patrick George Zaki e lo rassicura: "Stavolta andrà tutto bene".
Stavolta, non come a lui. Tutto bene, nelle condizioni date, è davvero un atto di fede. Sarebbe già qualcosa se il nostro governo, pur nello scompiglio dell'attraversamento del ponticello, trovasse un minuto per avanzare una richiesta ufficiale e perentoria almeno per la scarcerazione di Patrick, più che giustificata da motivi di salute e dall'essere un soggetto ad altissimo rischio Covid. Dalle carceri egiziane, causa virus, sono già stati allontanati 3 mila detenuti. Ma non Patrick, la cui colpa più grave è quella di essere diventato almeno un po' italiano.
di Luca Celada
Il Manifesto, 7 giugno 2020
Dopo il silenzio tombale del "lockdown" l'America riscopre la vertigine di un movimento sgargiante. "No Justice! No peace", il corteo autogestito è potente, giovane e multicolore. "Bobby Kennedy? Non so chi sia". Ingenuità e rabbia di una generazione di ventenni che guardano avanti.
Anche oggi il presidio è davanti alla residenza del sindaco. Il gruppo si stringe attorno a due ufficiali del Lapd (la polizia di Los Angeles, ndr) si tratta concitatamente: "Cosa fate per cambiare?","Perché continuate ad ammazzarci?".
D'improvviso un fremito attraversa il gruppo: il consiglio comunale ha da poco annunciato un taglio di $150 milioni dal budget della polizia. Qui sono quasi tutti ventenni e adolescenti, alcuni annuiscono, si celebra la vittoria. Altri la considerano insufficiente, un'operazione di relazioni pubbliche (la spesa per una polizia concepita come forza di contenimento militare e soppressione dei settori subalterni rimane sempre sui $3 miliardi - oltre un terzo del bilancio municipale). Il dibattito a volte è anche furioso, opinioni contrastanti ondeggiano nel gruppo, poi tutto finisce con un coro scandito a ritmo: "George Floyd!".
BLM è un movimento orizzontale, le proteste sorgono spontanee - spuntano ogni giorno a dozzine in diversi punti di questa sconfinata contea, dall'estremo lembo settentrionale della San Fernando Valley fino a Orange County, 100 km a sud - Costa Mesa, Newport Beach, Dana Point - stiamo parlando del cuore vivo della California repubblicana, ricca, e bianca. La partecipazione bianca (asiatica, ispanica) a fianco dei neri stavolta è il dato saliente: dopo Spike Lee questa settimana lo hanno rilevato anche Barack Obama e Al Sharpton durante il memoriale di Floyd. Questi ragazzi, molti liceali, stanno disegnando una nuova geografia del dissenso, dello sdegno per una storia troppo tossica e ammuffita. Le precedenti distinzioni - di colore, di gender - non hanno più significato. C'è una vitalità caotica e allo stesso tempo decisa, verrebbe da dire rivoluzionaria.
Non è il momento delle linee politiche o ideologiche, ma dell'indignazione pura. Come se una generazione fosse di colpo la prima a vedere la piaga - pur ben visibile anche prima - ed averla chiamata tutti assieme col suo nome ed aver detto: basta! Nella Casa bianca blindata l'imperatore e i suoi sgherri sono sempre più nudi.
foto Luca Celada Il gruppo si muove, verso nord. No, dopo una breve discussione, contrordine: si va a est, verso il centro, lì un paio di cortei stanno già raggiungendo il municipio. Non ci sono tracciati organizzati né permessi. Ogni manifestazione è frutto della volontà collettiva - o dei messaggi via app. Si formano con poco preavviso, non ci sono abbastanza elicotteri per seguirle tutte, né poliziotti.
Questo corteo scende lungo Wilshire, il grande viale della città. In testa volontari in moto chiudono gli incroci, dirigono il traffico, non c'è un solo vigile in vista, il corteo è autogestito, in coda ci sono le bici, poi gli skate e le auto con le provviste - alcune ragazze distribuiscono bottigliette di acqua. Dai cantieri gli operai si fermano, mostrano il pugno, lo fanno sul tracciato anche molti commercianti, impiegati. Da quasi ogni auto emerge un pugno, risuonano i clacson della solidarietà.
A un incrocio il corteo si ferma. Il megafono chiede di inginocchiarsi - un minuto di raccoglimento per George Floyd, teste chine e pugni tenuti alti.
L'emozione si stempera in un altro coro: "No Justice, No Peace!". Probabilmente nessuno sa che quelle parole erano anche la colonna sonora delle rivolte del '92 - dall'aspetto si direbbe che quasi nessuno fosse nato a quell'epoca.
Siamo davanti all'Ambassador Hotel, il luogo dell'assassinio di Robert Kennedy, nel 1968. Può essere una coincidenza? Lo faccio notare a un paio di persone: "Qui è stato ammazzato uno che rivendicava cose simile alle vostre". Ne ricavo un "non lo sapevo" e diversi sguardi vacui. Capisco improvvisamente che non è il momento della memoria, semmai dello sbilanciamento in avanti.
L'ingenuità storica, ideologica, può paradossalmente essere una forza di questo movimento proteso al futuro. Lo ha scritto l'altro giorno Amanda Jo Goldstein, professoressa di Berkeley: "La sensazione di affacciarci su qualcosa di rischioso e meraviglioso". Ed è proprio così, nell'aria c'è la vertigine del possibile, la liberazione dalla zavorra di mille ipocrisie che sprigiona l'energia apparentemente illimitata che è motore essenziale del cambiamento. Un'esplosione vitale tantopiù lampante perché sgorgata dal silenzio tombale di due mesi di lockdown, il contrasto rende il movimento ancora più tangibile, sgargiante, specie adesso che prende la forma di assemblee spontanee, storytelling, musica.
Come scrive Joyce Carol Oates, alla "felicità di queste scene, New York è passata da città deserta a una metropoli pulsante di vita, unione, sollevamento spirituale". Servirà tutto e di più per spazzare secoli di ingiustizia, nella consapevolezza che quegli uomini tristi stretti ai loro fucili e le loro bibbie, metteranno in campo tutta la violenza di cui sono capaci per evitarlo. Ma ora si intravede un movimento capace di resistergli.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 7 giugno 2020
Almeno 5 mila tra agenti e militari presidiano le strade. Altre reti di protezione lungo il perimetro della Casa Bianca. E il presidente Trump twitta: "Law and order".
Migliaia di giovani hanno marciato, gridato, ma anche cantato e ballato nelle strade di Washington. Nella notte italiana, mentre le manifestazioni sono ancora in corso, si tenta un primo bilancio. La protesta è stata imponente, ma il numero dei partecipanti sembra lontano da quel milione atteso alla vigilia. Ci si attendeva una testimonianza corale a quasi due settimane dall'uccisione di George Floyd a Minneapolis, schiacciato dal ginocchio e dal peso del poliziotto Derek Chauvin.
E ci si aspettava anche una risposta poderosa alla versione trumpiana della linea dura, "law and order" (messaggio ribadito di nuovo via Twitter dal presidente, che poi ha aggiunto: "Molta meno folla del previsto"). Al di là dei numeri, questa testimonianza e questa risposta ci sono state. Non solo a Washington, ma in tante altre città, da Chicago a Philadelphia. Al corteo di Ottawa in Canada anche il premier Trudeau che ha sfilato in mascherina nera tra la folla e si è inginocchiato insieme ai manifestanti in segno di solidarietà a Floyd. A Washington la giornata non ha avuto un'unica regia. Si è anzi spezzettata in 11 iniziative non coordinate. La prima alle ore 12 (le 18 in Italia), con partenza davanti al Lincoln Memorial. L'ultima alle 21 (le tre di notte), organizzata dall'associazione Black Lives Matter. In mezzo ecco i raduni della Black Law Students Association, dei Freedom Fighters DC, dei movimenti Migration Matters e Refuse Fascism; delle Queer and Trans; dei "Concerned Citizens of DC", "cittadini preoccupati". E così via.
La lunga lista delle organizzazioni spiega perché questa ondata non abbia ancora una leadership strutturata e riconoscibile. È piuttosto uno sciame che ora si addensa e ora si assottiglia; con i giovani a fare la spola da una parte all'altra. La comunità afroamericana dà il tono, ma ci sono tanti bianchi e soprattutto tante teenager, studentesse per lo più. Alcune di loro sono alla prima uscita. Altre hanno dato una mano nei mesi scorsi al senatore Bernie Sanders.
Le autorità federali hanno sigillato il cuore della città, chiudendo alle auto un lungo rettangolo che ha come baricentro la Casa Bianca. Ad ogni incrocio, e quindi circa ogni cento metri, c'è un blindato della Guardia Nazionale, affiancato da auto della polizia, dai Servizi Segreti. Sono stati chiamati in servizio persino gli agenti della Dea, l'agenzia anti droga federale. In totale almeno 5 mila tra agenti e militari presidiano le strade.
Nella notte tra giovedì e venerdì scorso i reparti della Park Police hanno montato reti di protezione lungo il perimetro della Casa Bianca rimasto scoperto. Sono barriere alte circa 2,5 metri, incastrate su una base di cemento. È un "effetto fortezza" che scende fino al parco che separa il South Portico dalla Constitution Avenue, l'arteria che costeggia la Mall. Lo spazio, la proiezione verso l'esterno della residenza presidenziale non sono casuali. George Washington diede mandato a una commissione di architetti di costruire istituzioni "aperte al popolo".
Ecco perché colpisce vedere la Casa Bianca blindata: un'altra prova di forza di Donald Trump. A metà giornata, per fortuna, tutto sembra filare liscio. Nessun incidente, nessun arresto. "Situazione molto pacifica", commenta un sottufficiale della polizia, alla guida del gruppo di agenti in bici incaricati di sorvegliare l'incrocio della 16esima, uno dei punti più delicati. A cento metri dalla sua postazione si staglia la recinzione che chiude il Parco Lafayette, la via d'accesso alla Casa Bianca. Qui lunedì 1 giugno Trump aveva fatto sgomberare la folla dalla polizia a cavallo e poi si era messo in posa, impugnando la Bibbia, davanti alla St.John's Episcopal Church.
Per tutta risposta venerdì 5 giugno la sindaca di Washington, Muriel Bowser, aveva autorizzato una squadra di artisti a dipingere la scritta "Black Lives Matter" a caratteri cubitali gialli sull'asfalto. Un'iniziativa destinata a durare, perché "Black Lives Matter Square" è anche il nuovo nome di questo luogo. Ed è proprio qui che si è chiuso il programma. Con una festa.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 7 giugno 2020
Wanchalearm Satsaksit, 37 anni, oppositore thailandese in esilio in Cambogia, è svanito nel nulla il 4 giugno. Lo ha denunciato ad Amnesty International un parente dell'uomo, che ha riferito di una telefonata interrotta bruscamente alle 17.54 dopo una serie di colpi di tosse e rumori di soffocamento.
Quello che si sa è che la telefonata era iniziata quando Satsaksit era uscito dal suo appartamento nella capitale Phnom Penh per fare la spesa. Le immagini registrate dalle telecamere situate nei pressi del palazzo mostrano un'automobile Honda Highlanfder allontanarsi velocemente.
Nulla di più. Si sa anche che le autorità thailandesi avevano spiccato un mandato di cattura nei confronti di Satsaksit, chiedendo la sua estradizione al governo cambogiano, sostenendo che egli avesse pubblicato post contro il governo su una pagina dedicata al deposto premier Thaksin Shinawatra. Prima di andare in esilio, Satsaksit era un attivista impegnato nei programmi di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sulla prevenzione dell'Hiv/Aids. Negli ultimi anni almeno otto attivisti e oppositori sono scomparsi o sono stati uccisi nei paesi confinanti con la Thailandia.
Redattore Sociale, 6 giugno 2020
Lo prevedere un emendamento al Dl Giustizia in discussione al Senato presentato da Franco Mirabelli, relatore del testo. La proposta riguarda figli minori o maggiorenni con disabilità, coniuge o convivente e parenti se ricoverati in ospedale. Esclusi i detenuti del 41bis e i condannati per il 4 bis. Mirabelli: "Mi sembrano scelte di buon senso e di civiltà".
Il Covid ha fatto esplodere le carceri di tutto il mondo, ma solo in Italia si evoca la "trattativa"
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 giugno 2020
Le proteste dei detenuti dall'Europa, al Sud America, fino al Medio Oriente. Durante l'apice della pandemia il malcontento carcerario, poi sfociato in rivolte, non è stato solo un caso italiano. Ma mentre in tutto il mondo nessuno ha visto un disegno criminale ordito da chissà quale "entità", da noi il retropensiero ha fatto nuovamente da padrone scaturendo non solo interrogazioni parlamentari, ma addirittura inchieste giudiziarie. Oltre al virus biologico, da noi c'è anche il virus complottista che ha infettato le nostre menti. Un problema che rende il nostro Paese uno "Stato di eccezione" anche per questo.
di Franco Corleone
Il Riformista, 6 giugno 2020
L'idea di clemenza è stata cancellata dalla voglia di vendetta. Per un nuovo inizio è urgente rilanciare la battaglia, a partire dalla proposta di legge per abbassare il quorum irraggiungibile e irragionevole.
di Carlotta Nicotera*
salvisjuribus.it, 6 giugno 2020
"Errare è insito nella natura di tutti [...] e non vi è legge che possa distoglierli da ciò. [...] Bisogna dunque [...] riconoscere che la povertà, che sotto lo stimolo della necessità rende temerari, ovvero la pienezza del benessere, che, per le suggestioni dell'insolenza e dell'orgoglio rende insaziabili, e così pure le altre circostanze, ovunque trionfi l'implacabile prepotenza di un impulso, spingono sotto l'impeto della passione gli uomini allo sbaraglio" (Tucidide, La guerra del Peloponneso).
di Marco Belli
gnewsonline.it, 6 giugno 2020
Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria rinnova la collaborazione con l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia (Ucoii) per favorire l'assistenza spirituale e gli incontri di preghiera per i detenuti di fede islamica. Il capo del Dap Bernardo Petralia e il presidente dell'Ucoii Yassine Lafram hanno infatti firmato un Protocollo d'intesa, di durata biennale, che rinnova quello siglato nel novembre 2015.
L'accordo attua il principio della libertà religiosa previsto per tutti i cittadini e sancito dall'articolo 19 della Costituzione, nonché quello prescritto dall'articolo 26 dell'Ordinamento Penitenziario che garantisce a detenuti e internati di professare la propria fede religiosa anche in carcere. Principi che, considerata la multietnicità che da alcuni anni caratterizza la popolazione detenuta, vengono garantiti negli istituti alle diverse fedi e culture religiose professate.
Secondo quanto previsto dal protocollo, l'Ucoii provvederà a comunicare alla Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dap una lista di nominativi di persone che svolgono la funzione di imam sul territorio italiano e che sono interessate a prestare la propria opera negli istituti penitenziari. Poiché attualmente non esistono leggi che regolino i rapporti fra Stato italiano e comunità islamiche, questo elenco dovrà preventivamente ricevere il nulla osta della Direzione Centrale degli Affari dei Culti del Ministero dell'Interno. L'elenco, inoltre, dovrà contenere l'indicazione della moschea dove ogni imam esercita l'attività di culto e, per ciascun nominativo, la scelta delle province - tre al massimo - dove egli intenda prestare la propria assistenza religiosa.










