occhioallanotizia.it, 5 giugno 2020
Riparte venerdì da Villa Fastiggi di Pesaro l'azione di monitoraggio degli istituti penitenziari marchigiani, messa in atto dal Garante dei diritti Andrea Nobili. Nel periodo di lockdown la verifica della situazione complessiva ed i colloqui con i detenuti sono stati concretizzati per via telematica. Un'unica eccezione nei giorni scorsi, quando l'Autorità di garanzia ha effettuato un sopralluogo a Montacuto e Barcaglione per una valutazione, risultata pienamente positiva, delle disposizioni adottate in occasione del ripristino degli incontri tra gli stessi detenuti ed i loro familiari.
Da questa settimana l'azione ritornerà in presenza e Nobili ha già chiesto di poter incontrare il Direttore della Casa circondariale di Pesaro, nonché il Comandante della Polizia penitenziaria, il dirigente medico e quello che sovrintende le attività trattamentali. Saranno ascoltati anche i detenuti che ne hanno fatto richiesta.
"Il ritorno alla normalità - sottolinea Nobili - va ovviamente supportato attraverso tutte le precauzioni del caso. Per questo motivo abbiamo ritenuto necessario un confronto con le diverse componenti che operano nel carcere, allo scopo di avere una fotografia quanto più esaustiva della situazione, a partire dall'aspetto sanitario. Il nostro auspicio è anche quello di poter riattivare, quanto prima, le attività trattamentali, dando così seguito ai diversi progetti già in itinere prima dell'emergenza epidemiologica". Nei prossimi giorni il Garante visiterà tutti gli altri istituti marchigiani, estendendo la richiesta di incontro a direttori, comandanti e dirigenti di settore.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 5 giugno 2020
Magistratopoli passerà. Le macchine che cancellano tutto sono già in moto. In particolare, nell'opera di rimozione, sono impegnati i grandi giornali, che seminano silenzi come non facevano da 70 anni. È da quando è nata la repubblica che i giornali non erano così silenziosi e omertosi. Pagine bianche. La ferita per la libertà di stampa è profondissima, non sarà facile rimarginarla. Allora proviamo a fare un po' d'ordine, prima che cali il silenzio e ci si dimentichi persino il nome di Luca Palamara. Mettiamo per iscritto nove domande alle quali, ne siamo abbastanza certi, nessuno vorrà rispondere.
1 - Se risulta che la gran parte dei procuratori nominati negli ultimi due anni e mezzo (da quando ha iniziato a funzionare il trojan) hanno ottenuto la nomina non sulla base dei propri meriti, della propria sapienza, delle proprie competenze e abilità, ma invece in virtù di piccoli giochi di potere, non è giusto annullare tutte le nomine? Provo ad essere più chiaro, e magari un po' più rozzo: il voto in Csm con il quale sono stati scelti i procuratori è stato in modo evidente un voto di scambio. Non dico che sia reato (non lo ho mai pensato), ma che valore può avere una nomina ottenuta col voto di scambio?
2 - Se i magistrati hanno chiaramente dimostrato di non sapersi governare, chi deve governare la giustizia e la magistratura? Le intercettazioni ci spiegano senza possibilità di errore che i magistrati approfittano della composizione del Csm, dove dispongono della maggioranza assoluta, per fare mercato di potere e non per amministrare la giustizia. Del resto non si capisce come nella tripartizione dei poteri possa esistere un potere del tutto sciolto da ogni controllo. Diciamo, usando il vocabolario, un potere assoluto. Un potere assoluto non è compatibile con uno stato liberale. E allora non è forse necessario immaginare un Csm che sia estraneo ai giochi di potere della magistratura e che possa esercitare un controllo reale sulla magistratura? Diciamo un Csm composto da giuristi, avvocati, personalità della cultura, magari anche ex magistrati - scelti dal Parlamento con maggioranze molto larghe e con mandato molto lungo - in grado di controllare davvero, e dunque di ridurre, il potere della magistratura.
3 - Quante sentenze emesse in questi anni sono state oggetto di un negoziato tra Pm e giudice? Che vuol dire negoziato? Che se un Pm ha un potere riconoscibile all'interno dell'Anm, o ha fatto parte del Csm e dunque, ragionevolmente, può avere ancora voce in capitolo sulle nomine e sulle carriere dei giudici, come si può pensare che il giudice sia imparziale e non condizionato nel momento in cui deve accettare o respingere una richiesta di quel Pm?
4 - Non è il caso, allora, di annullare tutte le sentenze che sono state emesse in condizioni simili a quelle descritte al punto 3, e di rifare tutti i processi? Di più: non vanno annullati tutti i procedimenti avviati da Pm "sospettabili" di eccesso di potere e tutte le decisioni prese dal Gip che possono avere subito l'influenza dei Pm?
5 - Si può riformare il Csm senza prima decretare la separazione delle carriere? Le intercettazioni dimostrano che attualmente l'articolo 111 della Costituzione, che prevede l'imparzialità e la terzietà del giudice (e quindi anche del Gip) cioè l'equidistanza nei confronti dell'accusa e della difesa, non è rispettato. Gip, giudici, Pm, Procuratori si frequentano, familiarizzano, vanno a cena, fanno "banda" (è una espressione che si trova in una delle intercettazioni) e dunque operano in una situazione di totale illegalità. Ed è una illegalità - realizzata in forma di sopraffazione - che lede drammaticamente i diritti degli imputati. Non è urgente separare le carriere e separare anche i luoghi fisici di lavoro, cioè le procure e i tribunali, e di conseguenza istituire due organi distinti di governo della magistratura? Come può essere terzo un giudice la cui carriera viene determinata da un organismo dove i Pm sono grande maggioranza (l'attuale Csm)?
6 - Il dottor Palamara, recentemente, in Tv - che ormai è uno dei luoghi privilegiati della giurisdizione - ha spiegato che le intercettazioni che lo riguardano sono "decontestualizzate". E che questo produce pessime interpretazioni. Quindi non hanno valore. Ha ragione. Non è forse vero che sulla base di intercettazioni decontestualizzate sono state emesse tonnellate di sentenze di condanna? Spesso, addirittura, sulla base di intercettazioni non dirette, ma di persone non imputate che, chiacchierando, accusavano l'imputato? Se dobbiamo prendere sul serio le parole di Palamara - e penso che dobbiamo - non dovremmo anche annullare tutte le sentenze pronunciate sulla base esclusiva di intercettazioni?
7 - Se il magistrato - come dice la Costituzione - deve essere sottoposto solo alla legge, l'Anm non è una associazione illegale? Il magistrato, se non è un eroe isolato - ce ne sono, ma non sono la maggioranza - è sicuramente condizionato dall'Anm, che del resto rivendica il suo ruolo e la sua egemonia. E in particolare è condizionato dalla corrente alla quale si è iscritto. Questo è contro la legge. La Anm non è, nelle condizioni attuali, un'associazione sovversiva, che intralcia la democrazia e lo stato di diritto?
8 - Un membro del Csm, e precisamente il togato Nino Di Matteo, ha accusato il ministro della Giustizia di avere preso decisioni politiche e amministrative subendo il ricatto della mafia. Questo, evidentemente, è un reato. La Procura di Roma ha avviato una indagine sul ministro accusato di concorso con la mafia? Oppure contro Di Matteo sospettabile di calunnia? O, ancora, contro lo stesso Di Matteo che per due anni, avendo la notizia del reato del ministro Bonafede, l'ha nascosta?
9 - L'associazione magistrati, attraverso il proprio giornale (Il Fatto Quotidiano) ha avanzato la sua proposta di riforma del Csm: l'idea - in presenza delle prove di una degenerazione della componente togata del Csm - è quella di aumentare questa presenza, eliminando la piccola componente democratica (quella scelta dal Parlamento e quindi dai cittadini). Si può immaginare questa richiesta come una vera e propria proposta, ufficiale, di stabilire il potere assoluto della magistratura (soprattutto della magistratura deviata) e di trasformare lo Stato di diritto in Stato dei Pm?
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 4 giugno 2020 n. 16975. Rivelazione di segreti industriali per i meccanici che, prima lavoravano presso una grande azienda e che successivamente creando una srl, si sono messi in concorrenza con la vecchia impresa costruendo prodotti con caratteristiche simili. Questo il principio espresso dalla Cassazione penale con la sentenza n. 16975/20.
I fatti - Quattro prestatori operavano per un'importante azienda che si occupava di costruire e di commercializzare apparecchiature meccaniche, elettroniche per il serraggio, il cui mercato era costituito da importanti case automobilistiche italiane ed estere quali Fiat, Mercedes, Audi, Ferrari e Ducati. La società era riuscita a raggiungere livelli tecnologici davvero importanti realizzando un prodotto molto sofisticato denominato "Torque supervisor", finalizzato alla gestione dei fissaggi.
Successivamente parte dei lavoratori hanno abbandonato la società costituendone altra analoga che produceva macchinari molto simili a quelli fatti in precedenza. Ricorda la Cassazione come nel caso concreto ricorra la concorrenza sleale, infatti, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, l'oggetto specifico della violazione, nel caso di specie, non ha riguardato l'appropriazione di software, ma il complesso delle informazioni ulteriori e successivamente acquisite dalla ex società di appartenenza, che ha portato alla elaborazione di know how originale altamente sofisticato.
Conclusioni - Peraltro è bene ricordare come già la Corte d'appello avesse riscontrato sia il danno patrimoniale, sia quello non patrimoniale, consistito nel danno all'immagine imprenditoriale patito dalla parte civile per essere stata screditata dai propri collaboratori ponendo sul mercato un prodotto alternativo a quello della società presso cui avevano lavorato fino a pochi mesi prima i quattro ricorrenti.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 4 giugno 2020 n. 16986. La verità di quanto espresso dal testimone è alla base dell'esimente della diffamazione agita nell'adempimento di un dovere. Infatti, se si appura che il testimone ha mentito, venendo meno al dovere di dire la verità, la causa di non punibilità non scatta determinando l'irrilevanza penale delle affermazioni diffamatorie.
Così la Corte di cassazione, con la sentenza n. 16896 di oggi ha dichiarato carente la sentenza che nel constatare la prescrizione del reato di diffamazione contestato aveva totalmente mancato di accertare la verità o meno delle dichiarazioni rese dal ricorrente in un'audizione davanti al tribunale dei minori. Come chiarisce la Cassazione tale lacuna motivazionale non è giustificata dal fatto che il reato sia prescritto e lascia irrisolta l'accusa ai fini degli effetti civili.
La vicenda - La vicenda riguarda la testimonianza resa dal compagno della madre di un minore conteso con il padre. Quest'ultimo era stato, infatti, accusato di aver manipolato il proprio figlio al fine di fargli dire che il compagno della madre aveva avuto comportamenti abusivi verso di lui. E, inoltre, che il padre del bambino aveva falsamente affermato di essere stato vittima di violenza privata da parte del ricorrente che lo avrebbe minacciato al fine di far ritrattare le accuse nei propri confronti.
In un clima altamente conflittuale determinatosi dall'incrocio di due coppie (l'ex moglie del ricorrente aveva poi sposato il padre del bambino) dove i rispettivi figli minori avevano patito la separazione dei propri genitori, sarebbe stato importante acclarare la verità dei fatti addebitati in sede di audizione davanti al giudice minorile.
Ma la verità del fatto addebitato, e lamentato come "diffamatorio", è comunque una componente essenziale del giudizio e, in particolare, nel caso dove formalmente ricorre una scriminante che rende invece perfettamente lecite le attribuzioni di responsabilità contro chi si ritiene diffamato.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 4 giugno 2020 n. 16945. Domiciliari, per la donna con figli di età inferiore ai 10 anni, anche se ha molti precedenti per furto aggravato e il rischio di recidiva. E non importa neppure che la pena residua sia superiore ai 4 anni. La Corte di cassazione, con la sentenza 16945, annulla l'ordinanza con la quale era stata respinta la domanda di detenzione domiciliare, misura concessa alla donna per tre anni ma revocata quando la sua condanna per furto aggravato era diventata definitiva. Alla base del no, malgrado la presenza di figli con un'età inferiore ai 10 anni, uno dei quali aveva appena compiuto i tre, i numerosi precedenti per furto aggravato.
Un crimine che l'imputata, aveva continuato a commettere anche quando era incinta, usando anzi il suo stato, per evitare il carcere. Per i giudici del riesame era alto anche il rischio di recidiva e poco adatto il luogo per la detenzione domiciliare nel quale la ricorrente viveva con il compagno, anche lui con un discreto "curriculum" penale. La Cassazione si muove però sulla scia della giurisprudenza della Consulta, affermando la necessità di bilanciare i dati con l'interesse all'unità del nucleo familiare, rilevante ai fini dello sviluppo della personalità del minore al quale la norma (articolo 47quinquies dell'ordinamento penitenziario) è finalizzata.
di Giorgio Cavagnaro
Il Dubbio, 5 giugno 2020
Qual è la reale posta in gioco? La diatriba in atto sul tema della giustizia italiana riveste in tutta evidenza un'importanza cruciale. In un tempo in cui i giudizi vengono tagliati con l'accetta dei 240 caratteri di Twitter, gli antichi volumi consegnati alla saggezza umana da secoli di Diritto sembrano essere polverizzati, annichiliti in un vortice distruttivo che non conosce più il bene supremo della riflessione.
Così, mi sono rivolto a una fonte sicura. Un mio parente stretto, ormai abbondantemente oltre gli ottant'anni, è stato procuratore Generale della Repubblica. Conosco bene la sua onestà intellettuale, cristallina, e mi sono deciso a chiedergli cosa ne pensasse del momento presente, in termini di rapporto tra magistratura e politica.
Non è facile per me distillare, nella marea di dettagli, molti anche tecnici, che mi è stata proposta con la precisione del giurista e l'angoscia desolata dell'uomo ormai irrimediabilmente disilluso, un'opinione personale sul tema. Quello che mi è apparso chiaro è che la guerra senza quartiere tra i due poteri, politico e giudiziario, dura ormai da troppi decenni ed è giunta a un punto che rischia di essere fatale per la Repubblica.
La magistratura, da sempre convinta che il grande Male, la corruzione, si sia impossessato della politica in modo irreversibile, è scesa in campo lancia in resta, animata da un fervore quasi mistico. Trasformandosi però assai repentinamente in una livida replica del nemico originale, la politica sporca, come spesso accade. Le correnti dell'Associazione nazionale magistrati come i partiti politici, la lotta per il potere che si sostituisce alle buone intenzioni, il giustizialismo che cede il passo alla giustizia. Come sempre, tutto dipende dagli interpreti. Ci sono stati Falcone e Borsellino e c'è Luca Palamara. C'è stata la prima Repubblica, inchiodata dalle circostanze internazionali a cinquant'anni di potere democristiano e c'è stato il ciclone di Mani Pulite, che di fatto ha aperto la strada al regno, per molti rivelatosi tutt'altro che positivo per l'Italia, di un leader con conflitto di interessi del calibro di Silvio Berlusconi.
Oggi il rischio è ancora più grande, lo stridore delle armi in un campo di battaglia sempre più lontano dalla comprensione popolare, è assordante. Da una parte, una magistratura mai così inquinata e "carrierista"; dall'altra una politica dallo spessore ben sotto il limite di guardia. E la posta in gioco, stavolta, si chiama sistema democratico.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 5 giugno 2020
Francesco Di Dio ha tolto il disturbo, se n'è andato in silenzio, senza lanciare un allarme. Solo nella sua cella del carcere di Opera, il cuore ha smesso di battere e si è addormentato per sempre. Lo immagino ancora vivo, disteso sul letto, con la sua faccia sempre serena e sorridente, rotonda come una luna piena.
Aveva 48 anni ed era in prigione da 30. Soffriva di mali che un po' la natura gli ha inflitto, ma che la galera, con il suo carico strutturale di dolore aggiuntivo, ha reso intollerabili, più gravi e irreversibili. Dei suoi decenni di pena e dei suoi dolori, Francesco non si è mai lamentato.
I primi li ha accettati come un dovere, per i secondi a volte non veniva creduto. Come accade spesso in carcere, dove il luogo comune, anche contro ogni evidenza, è sempre lo stesso: il detenuto simula l'inesistente, manifesta l'inverosimile, proietta la propria malattia, per scamparla, per evadere da una realtà deprimente, mortifera.
Nessuno vuole intendere che il carcere è di per sé dannoso, criminale e criminogeno, aggiunge dolore a dolore, odio a odio, violenza a violenza. Francesco era altruista al punto da non considerare mai sé stesso, il suo cuore che batteva a intermittenza irregolare, il suo respiro sempre colto d'affanno. Soprattutto il suo diabete, che si era incaricato di fare quello che il potere da tempo avrebbe dovuto e non aveva voluto fare: sospendere l'esecuzione della pena per gravi motivi di salute.
Il diabete si era assunto la responsabilità di scarcerarlo un po' alla volta, partendo dai piedi, amputati poco a poco, un pezzo oggi un pezzo domani. Finché non è "evaso" del tutto, uscito - come si dice - coi piedi davanti, con le parti rimaste. In piena pandemia aveva rifiutato un ricovero in ospedale, non si sa se per paura del colpo di grazia di un possibile contagio o per non occupare un posto letto che voleva lasciare libero per altri che lui riteneva più gravi di lui.
Prima gli altri, avanti il prossimo, qualcuno che più di lui meritasse attenzione, soccorso, cura, Era iscritto a Nessuno tocchi Caino e al Partito Radicale. Veniva ai laboratori Spes contro spem nel teatro di Opera, a volte in sedia a rotelle, a volte con le stampelle.
Il suo modo d'essere lo portava sempre a pensare bene, a sentire e sentirsi bene, a fare del bene. Era l'incarnazione della speranza contro ogni ragionevole speranza. Ho conosciuto Francesco la prima volta nell'estate del 2002 durante un viaggio che con Maurizio Turco ci ha condotto a scoprire un mondo avvolto nel segreto di stato, le cayenne italiane del 41bis, macabro monumento della lotta alla mafia e quintessenza dell'isolamento.
Un totem sacro e intoccabile per l'antimafia di professione, quella giudiziaria e quella giornalistica, unite come un sol uomo nella gestione di un "negozio" che ha la sua bella e luccicante vetrina, ma anche un retrobottega brutto e cupo. Dove in vetrina è esposto il capo fine e nobile della lotta alla mafia, mentre nel retrobottega è stipata la mercanzia grossolana comunemente usata nella lotta alla mafia. Tutti sono allineati e coperti alla necessità di conservare questo mondo.
Nessuno che ricordi la "verità" elementare di Marco Pannella e la sua "lezione" di coerenza nonviolenta che ha sempre rifiutato la tragica dottrina ottocentesca del fine che giustifica i mezzi. Perché - diceva Marco - quel che accade è invece che i fini più nobili, idee sacrosante siano pregiudicati e distrutti dai mezzi sbagliati usati per conseguirli. Solo di recente il dogma del carcere duro ha visto cadere alcune delle sue più disumane e insensate prescrizioni, grazie all'opera della Corte Costituzionale che, nell'ultimo anno, prima ha consentito la cottura di cibi in cella e poi la possibilità di condividerli tra detenuti appartenenti allo stesso gruppo di socialità.
Nel 2002 - rileggo nel libro Tortura Democratica, scritto all'esito del viaggio nei luoghi dove non alberga la speranza - Francesco Di Dio era detenuto nel Carcere di L'Aquila, aveva 30 anni, era in carcere dal 28 gennaio 1991, in 41 bis dal luglio 1992, condannato in via definitiva all'ergastolo per strage e omicidio. La strage era avvenuta a Gela nel novembre 1990, che causò 8 morti e 7 feriti nello scontro tra stidda e Cosa Nostra.
La stidda di Francesco era definitivamente caduta quando l'ho incontrato per la seconda volta. Era il 2015, c'era il Congresso di Nessuno tocchi Caino nel carcere di Opera dove le stelle cadenti degli stidiciari violenti erano pronte, all'incontro con Marco Pannella, a diventare stelle comete che brillano di una luce interiore, la luce della coscienza, e illuminano una nuova via, finalmente orientata ai valori umani.
Con Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti, Maria Brucale, Simona Giannetti, ogni mese, incontravamo Francesco Di Dio, che ha animato fino alla morte, il Laboratorio Spes contra spem di Opera, insieme a Orazio Paolello e a Gaetano Puzzangaro, lo "stiddaro" che un tempo causò la morte e ora è testimone nella causa di beatificazione di Rosario Livatino, il "giudice ragazzino". Come loro, Francesco era cambiato, aveva scelto la nonviolenza.
Il sistema carcerario, invece, è rimasto quel che è sempre stato, strutturalmente violento. E, di fronte alla violenza del carcere che lo ha recluso fino alla morte, Francesco ha scelto la via del diritto e della tolleranza. Ha tolto il disturbo, si è liberato del carcere con una evasione innocente: se n'è andato di notte, nel sonno, senza procurare allarme ai suoi compagni, senza svegliare i suoi custodi, senza fare male a nessuno. Ancora una volta altruista, attento al prossimo.
Un modo gentile per denunciare la durezza e la volgarità del carcere e della pena, un modo dolce di raccontare la banalità del male proprio del diritto penale che rispecchia in un modo eguale e contrario il male del delitto. Ciao Francesco, dedicheremo al ricordo di te il primo laboratorio di Spes contro Spem, appena torniamo a Opera, la fabbrica degli uomini rinati, dove Caino non abita più, è diventato costruttore di città.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 giugno 2020
La denuncia del Garante dei detenuti: in Campania cresce il numero delle persone che si uccidono in cella. Nel 2019 impennata di atti autolesionistici. Ciambriello: gli educatori non bastano, servono altre figure sociali.
Dario aveva 38 anni, era nato e cresciuto nel Salernitano ed era arrivato nel carcere di Secondigliano per un'accusa legata a un reato odiosissimo, violenza sessuale. Era in attesa di giudizio, come la maggior parte dei detenuti nelle carceri italiane.
Il 27 febbraio lo hanno trovato impiccato nella sua cella mentre il mondo fuori cominciava a fare i conti con l'epidemia da Coronavirus. È stato un caso di suicidio. Emil, 32 anni, era arrivato in Italia dalla Romania ed era finito nel carcere di Aversa per espiare una condanna per il reato di rapina.
A novembre avrebbe riacquistato la libertà, ma non ce l'ha fatta ad aspettare: lo hanno trovato il 5 aprile scorso impiccato. Suicidio anche in questo caso. Lamine aveva 28 anni, era algerino. Si è suicidato il 5 maggio scorso, asfissia da gas la causa del decesso stabilita dai medici.
È stato trovato senza vita nel reparto Danubio ma proveniva dal reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere dove circa un mese prima altri detenuti avevano denunciato di aver subìto presunti pestaggi.
Dario, Emil e Lamine sono i tre detenuti morti suicidi in istituti di pena campani i cui nomi sono finiti nell'elenco dei 21 casi registrati dall'inizio del 2020 nelle carceri di tutta Italia. Sono nomi le cui storie finiscono archiviate come "eventi critici" e usate per statistiche che rendono le dimensioni di un bilancio sempre drammatico, provando a riportare la questione della vivibilità in carcere tra i temi delicati per i quali viene richiesto un maggiore impegno da parte della politica e delle istituzioni.
Un nuovo grido di allarme arriva dal garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello: "L'emergenza Coronavirus ha pesato enormemente sulla già precaria situazione delle carceri in Campania. Dall'inizio dell'anno in Italia si sono registrati 21 suicidi, tre in Campania dal 27 febbraio ad oggi. Le galere servono a togliere la libertà, non la vita", tuona Ciambriello.
"Ogni suicidio - aggiunge - ha una risposta diversa ma comunque propone sicuramente delle domande e le sintesi esplicative non funzionano per spiegare gesti di disperazione così gravi. La scelta di una persona di togliersi la vita non deve mai, da nessuno, essere strumentalizzata".
Ciambriello punta l'attenzione su un dato comune ai suicidi degli ultimi tempi: "Mi colpisce il fatto che, tra gli ultimi suicidi in Italia, ci siano persone che avevano appena fatto ingresso in istituto ed erano state collocate in isolamento sanitario precauzionale".
La maggior parte di chi ha scelto di togliersi la vita, quindi, non era in cella da molto tempo. Cosa abbia spinto queste persone a un gesto così estremo? Quali paure e quali angosce fanno leva su di loro al punto da decidere di non darsi nemmeno più una possibilità?
"Dietro una scelta di suicidio - spiega il garante regionale dei detenuti che da anni si impegna in Campania per i diritti di chi è recluso in carcere - può esserci solitudine, disagio psichico, trattamento sommario con psicofarmaci, assenza di speranza, disperazione per il processo o la condanna, abusi. Non è possibile ricondurre a una la motivazione".
È chiaro che ci sono aspetti su cui occorre soffermarsi con riflessioni più ampie. "Non si può morire di carcere in carcere - ribadisce Ciambriello - Invito le istituzioni ai vari livelli, il Ministero della Giustizia, gli operatori del privato sociale, a una riflessione perché accanto alla precarietà endemica del carcere si stanno aggiungendo vulnerabilità e disagi in questo periodo di Covid".
Il particolare momento storico vissuto attualmente con gli effetti dell'isolamento causato dalla pandemia possono aver avuto un peso, ma il discorso appare più complesso. Ciambriello pone anche l'accento sulla necessità di misure mirate.
"In questo senso occorre prevedere un incremento di figure sociali sostanziali, altro che un concorso per 95 educatori in tutta Italia. Bisogna andare oltre l'attuazione di quel protocollo anti-suicidario che si applica in condizioni normali ma che non dà buoni risultati".
Dall'ultima relazione annuale sulle carceri emerge che a fronte di un calo dei decessi per morte naturale negli istituti campani (-13%) si è registrato nel 2019 un aumento dei suicidi (53 casi, il 41% in più rispetto al passato) e una preoccupante impennata dei tentativi di suicidio (1.198 casi). Vuol dire che un detenuto ogni 900 ha provato a togliersi la vita in cella.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 5 giugno 2020
La generale osservanza delle tante disposizioni emanate dalle varie autorità pubbliche per combattere la diffusione del Covid-19 può essere apprezzata come un fatto di civismo e anche suscitare una certa sorpresa, datala diffusa tendenza ad ignorare obblighi e divieti. Ma non si tratta della semplice obbedienza agli ordini delle autorità.
Vi è stata una adesione diffusa, anche quando ciò significava accettare importanti limitazioni a diritti e libertà che mai, in tempi normali, si ammetterebbero senza resistenza. È evidente che la paura per la propria salute ha giocato un ruolo importante, ma anche hanno pesato gli inviti a partecipare tutti insieme alla tutela della salute collettiva.
È stato un esempio di corrispondenza di comportamenti concreti a quanto dice la Costituzione, che proclama la salute diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività. Un esempio altresì di come non siano vuote parole quelle che si trovano nella Costituzione, quando dice che la Repubblica riconosce i diritti inviolabili delle persone e al tempo stesso richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà sociale.
La protezione della salute pubblica con il freno alla diffusione del virus ha richiesto limitazioni a diritti civili fondamentali, fin quasi a sospenderli del tutto. Sono state accettate restrizioni alle libertà di circolazione e di riunione, al diritto di iniziativa economica e al lavoro, l'impedimento di forme importanti della libertà religiosa e la sospensione di modalità essenziali dell'accesso alla istruzione.
Vi sono state necessarie puntualizzazioni e critiche formulate dai giuristi, preoccupati del crearsi di precedenti che potrebbero in futuro rivelarsi pericolosi, ma tutto si è svolto pacificamente. La prevalenza del diritto individuale alla salute e del suo risvolto sociale, in un periodo di grave pericolo, è stata accettata rispetto a diritti e libertà civili normalmente inderogabili.
A condizione che sia rispettata l'esigenza di necessità e proporzione e che le limitazioni siano stabilite dalla legge, tutto ciò corrisponde al sistema delineato dalla Costituzione e, se si vuole, persino a semplici considerazioni di buon senso. Sullo sfondo di ciò che è avvenuto si staglia una questione politica di grande rilievo, che ha visto contrapporsi ai diritti sociali i diritti e le libertà civili e politiche individuali.
Nel dopoguerra, i diritti fondamentali delle persone divennero oggetto di attenzione internazionale. La Dichiarazione universale dei diritti umani proclamata dalle Nazioni Unite nel 1948 ne è il primo frutto tra le nazioni, ma non unanime. Il diverso peso attribuito dagli Stati liberali occidentali e da quelli socialisti guidati dall'Unione sovietica ai diritti e alle libertà individuali rispetto ai diritti sociali, non solo ebbe un riflesso al momento del voto della Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma anche costrinse a limitare la Dichiarazione ad una semplice proclamazione politica, priva di effetto vincolante per gli Stati.
E successivamente, nel 1966, per rendere obbligatorio il rispetto di quei diritti e di quelle libertà, fu necessario spezzarne il contenuto, facendone due separati Trattati, quello dei diritti civili e politici e quello dei diritti economici, sociali e culturali. In tal modo fu possibile ai diversi governi ratificare l'uno o l'altro o prima l'uno e poi l'altro. Si trattava di tener conto di profonde divergenze politiche tra governi che poi per anni si sarebbero contrapposti sulla scena mondiale.
Che il diritto al lavoro, alla sicurezza sociale, alla salute e, in definitiva, alla eguaglianza richiedano limitazioni a sfrenate nozioni di libertà individuale (in primo luogo all'uso della proprietà) è un dato di cui espressamente si fa carico la Costituzione quando stabilisce che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini.
Ma, quando si tratta di affermare priorità tra diritti e libertà e di limitare gli uni per promuoverne altri, il conflitto sociale è pronto ad emergere, tanto più aspro quanto più le condizioni siano severe e non sia più praticabile la soluzione o la tentazione di accontentare un poco tutte le categorie. È rischioso sottovalutare le conseguenze sociali della crisi che è in corso e si annuncia per i mesi a venire.
Non si tratta soltanto delle gravi difficoltà economiche che colpiscono gran parte della popolazione, aumentando ancora le diseguaglianze. Salute, istruzione, eguaglianza economico-sociale tra uomo e donna, speranza di futuro per i più giovani vanno oltre il solo dato economico. La facilità con cui la generalità dei cittadini ha accettato la sospensione di diritti civili è probabile non si riproduca quando si tratterà del protrarsi di gravi mancanze sul piano dei diritti sociali.
Le regole della democrazia potrebbero sembrare ingombranti. Il governatore della Banca d'Italia ha motivato la sua grave preoccupazione, indicando la necessità di un nuovo contratto sociale. Per guidarne l'emergere occorrerebbe una adeguata, forte, autorevole visione del futuro della società da parte dei partiti, delle associazioni dei lavoratori e degli imprenditori e di tutti i corpi intermedi della società. Difficile ora prevederne il manifestarsi, ma, perdurandone la mancanza, "non andrà tutto bene".
di Ilario Ammendolia
Il Riformista, 5 giugno 2020
Fratello e sorella, oggi bravi liceali, hanno per fortuna trovato supporto nei nonni. La battaglia di Rita Bernardini perché si riconosca il dovuto. Era il 30 luglio del 2014 quando due fratellini, Pippo e Katy, (nomi di fantasia) nel cuore della notte hanno visto la polizia piombare nella loro abitazione e portarsi via i loro genitori.
Succedeva a Rosarno (Rc): Pippo aveva 13 anni e la bambina appena 10. Il Tribunale dei minori di Reggio Calabria ha affidato i due bambini ai nonni materni con il compito di mantenerli, provvedere alla loro istruzione ma anche di accompagnare i ragazzi a visitare i loro genitori in carcere, perché, nonostante tutto, sia Pippo che Katy continuano a vedere in loro "figure fondamentali di riferimento e dei quali attendono il ritorno a casa" (dalla sentenza di affido). I nonni non si sottraggono.
Ed oggi i due ragazzi sono dei bravi liceali che frequentano la scuola con ottimi risultati. E lo "Stato"? Non pervenuto. Il nonno ha fatto il giro delle sette chiese per chiedere il contributo previsto da una legge dello Stato (n.149/2001 art.5) e da analoga legge dalla Regione Calabria. Inutilmente. Il diritto è stato negato!
La pigrizia della burocrazia, s'è sommata al disinteresse degli organi dello Stato e della Regione, totalmente assenti nonostante siano in gioco le disposizioni sui minori riconosciuti dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989 e ratificata dall'Italia nel 1991. Il mantenimento dei minori, fino a questo momento, è ricaduto interamente sulle spalle del nonno che è l'unico della famiglia ad avere un lavoro.
Siamo venuti a conoscenza del "caso" perché i nonni dei ragazzi, stanchi e disperati, e dopo essersi rivolti inutilmente a tutte le autorità dello Stato e di Regione Calabria, sono arrivati a Rita Bernardini, del Partito radicale, che minaccia di iniziare uno sciopero della fame qualora la burocrazia statale e regionale perseverasse nel colpevole torpore.
I calabresi in carcere rappresentano il 6,2% del totale dei detenuti sebbene la Calabria abbia appena il 3% della popolazione italiana. Quanti sono i casi come quelli di Pippo e Katy? Non lo sappiamo! Una cosa però appare certa: se i due ragazzi non avessero trovato dei nonni attenti e responsabili, il loro avvenire sarebbe stato segnato ed in un futuro prossimo, molto probabilmente, lo "Stato" sarebbe stato costretto a combatterli perché collocati dall'altra parte della barricata.
In Calabria si spendono ogni anno milioni e milioni di euro in una presunta lotta contro la 'ndrangheta caratterizzata da squadroni di militari armati sino ai denti, da auto blindate di ultima generazione e scortate come fossimo a Kabul, convegni a iosa e provvedimenti repressivi a strascico. Ma nessuno si cura di bonificare il terreno su cui il crimine attecchisce.
E così un diritto negato oggi, si "traduce" molto spesso in un criminale da combattere domani. E purtroppo c'è chi dei criminali ha bisogno come l'aria per giustificare la presenza sul territorio calabrese del più imponente apparato repressivo dell'Europa occidentale. Il "caso" di Pippo e Katy è l'ulteriore dimostrazione di quanto faccia comodo la "Calabria criminale" per non affrontare seriamente la questione meridionale.
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