di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 4 giugno 2020
Lo ha stabilito il Tar dell'Emilia Romagna. Lo status giuridico e le condizioni di lavoro dei giudici di pace finiscono davanti alla Corte di giustizia dell'Unione Europea. Lo ha stabilito il Tar dell'Emilia Romagna la scorsa settimana.
Il ricorso era stato presentato nel 2017 da un magistrato onorario che evidenziava di aver svolto per anni attività equiparabili a quelle di un togato (gestione del ruolo, rispetto dell'orario di lavoro, inserimento nell'organizzazione del ministero della Giustizia quale datore di lavoro, ecc.) senza alcuna tutela assistenziale e previdenziale. Il Tar - sottolineano gli avvocati del ricorrente Giovanni Romano, Egidio Lizza e Luigi Serino - solleva dubbi sulle norme che, prevedendo solo una indennità in favore dei magistrati onorari, possono ledere autonomia e indipendenza della funzione giurisdizionale, che invece è garantita dalla Costituzione italiana, dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea e dalla Cedu".
"Giudici di pace e giudici onorari - proseguono - oltre a non essere assimilati al trattamento economico, assistenziale e previdenziale previsto per i giudici togati, sono completamente privi delle tutele garantite alla normalità dei lavoratori pubblici".
È stata inoltre rimessa alla Corte di giustizia la questione se l'incarico di giudice di pace possa essere prorogato senza la previsione della sua trasformazione in rapporto a tempo indeterminato. Il destino del futuro della magistratura onoraria è ora nelle mani della Corte di Lussemburgo la cui decisione vincolerà i giudici nazionali interessati dal contenzioso e le future scelte legislative al riguardo. Il Comitato europeo dei diritti sociali aveva già giudicato discriminatoria la legge italiana che disciplina il rapporto della magistratura onoraria.
"I costi per i risarcimenti e le necessarie riforme dell'ordinamento giudiziario - concludono Romano, Lizza e Serino - potrebbero essere rilevanti ma necessari sia per il corretto funzionamento del sistema giustizia che per le adeguate garanzie a beneficio degli addetti ai lavori". La storia dell'inquadramento della magistratura onoraria, e del rapporto con quella di ruolo, si trascina da decenni. L'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd) approvò nel 2017 una riforma che però scontentò tutti, determinando, per protesta, mesi di astensione dalle udienze da parte dei magistrati onorari.
Attualmente l'emolumento per il magistrato onorario è fissato in circa 98 euro lordi per cinque ore d'udienza. Le udienze sono solo due giorni alla settimana. I magistrati onorari, circa 4000, curano circa il 60% del contenzioso di primo grado e il Csm provvede alla loro gestione (assegnazione sede, disciplina, formazione).
di Viviana Lanza
Il Riformista, 4 giugno 2020
Negli uffici giudiziari napoletani le scoperture di personale amministrativo si attestano in media tra il 25 e il 39 per cento. Ci sono uffici dove è previsto poco più di un dipendente amministrativo per ogni magistrato e per coprire i vuoti in organico è necessario ricorrere all'applicazione di personale degli uffici del distretto.
Nell'ultimo anno le piante organiche dei magistrati hanno avuto un aumento di 600 unità in tutto il distretto di Napoli con l'obiettivo di rafforzare gli uffici giudiziari con maggiore difficoltà e in particolare quelli della Corte di appello e del Tribunale di Napoli Nord.
Il 3 febbraio scorso si è avuto un ulteriore scorrimento nella graduatoria degli assistenti giudiziari risultati idonei al concorso indetto nel 2016 a distanza da venti anni dal precedente, una iniezione di forza lavoro attesa da tempo e che ancora servirebbe per risolvere il problema della carenza di personale, motivo delle maggiori criticità del sistema giustizia e acuito dal susseguirsi di pensionamenti con Quota 100.
Negli uffici giudiziari della Procura di Napoli, ad esempio, si prevede entro l'anno una scopertura di 100 unità pari a circa il 25 per cento. Nei Tribunali di Roma e Napoli, con i pensionamenti previsti per i prossimi mesi, si calcolano invece scoperture del 39 per cento. Con questi numeri diventa difficile rimettere la giustizia al passo, soprattutto dopo lo stop imposto dal lockdown a causa della pandemia da coronavirus.
A Napoli si pensa di far a accelerare i passi della giustizia e a giorni il presidente della Corte di appello, Giuseppe De Carolis, dovrà pronunciarsi sulle nuove linee-guida che il presidente del Tribunale di Napoli Elisabetta Garzo ha annunciato di voler adottare giovedì nel corso del question time con il presidente dell'Ordine degli avvocati di Napoli Antonio Tafuri. Ma il personale amministrativo sarà sufficiente a sostenere questi nuovi ritmi? "Siamo pronti a dare il nostro contributo. Vorremmo essere assunti quanto prima perché sappiamo che la situazione della giustizia era difficile già prima e con il Covid è ulteriormente peggiorata", afferma Emanuela Coronica in rappresentanza degli 837 idonei al concorso per assistenti giudiziari.
"Sono aumentati gli arretrati, molti tribunali stentano a ripartire. L'emergenza durerà ancora fino al 31 luglio e la maggior parte del personale lavora in smart working e in più c'è il problema del processo da remoto e quello della difficoltà ad accedere ai fascicoli se non dall'ufficio", aggiunge Coronica descrivendo lo scenario della giustizia nella fase di ripresa dopo il blocco causato dalla pandemia. Gli assistenti giudiziari sono una forza lavoro immediatamente disponibile per i tribunali. Sono una soluzione all'esodo di dipendenti in pensione con quota 100 e a un personale la cui età media è sempre più alta, arrivando a superare i 50 anni. Al momento in graduatoria ci sono 837 idonei in attesa di essere chiamati in servizio, ma nei fatti dovrebbero essere di meno perché molti nel frattempo hanno vinto altri concorsi accettando altre opportunità di lavoro.
Ottocento unità da introdurre nelle attuali scarne piante organiche degli uffici giudiziari sarebbero una risorsa da non mandare sprecata soprattutto in un momento come questo attuale in cui per recuperare i processi arretrati che si sono accumulati negli ultimi mesi occorre premere sull'acceleratore.
In un recente seminario sull'organizzazione della ripresa, Barbara Fabbrini, capo dipartimento del ministero della Giustizia, ha annunciato l'assunzione entro l'anno degli idonei ancora in graduatoria. "Ci auguriamo che entro ottobre saremo chiamati a dare il nostro contributo come assistenti giudiziari", conclude Coronica che aggiunge: "Non siamo la soluzione ai problemi della giustizia, ma sicuramente possiamo essere una soluzione".
di Rosaria Manconi
La Nuova Sardegna, 4 giugno 2020
Solo pochi mesi fa, nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il Ministro della Giustizia ha sottolineato l'importanza di guardare la giustizia attraverso gli occhi dei cittadini e ha rassicurato circa la solidità delle fondamenta su cui si stava realizzando un nuovo sistema per consegnare "un processo idoneo a rispondere alle istanze di giustizia, garantendo tempi certi".
Ecco questo per il Ministro sarebbe un buon momento per cambiare visuale e porsi nel punto di osservazione dell'utente e magari spiegare a che punto sia quel progetto di riforma ordinamentale con cui si vorrebbe rafforzare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, incidendo "sull'interruzione di ogni possibile commistione con la politica", e snellire, modernizzare, rendere efficiente il processo.
Crediamo, però, che potrebbe rimanere deluso da questa diversa prospettiva, che altro non offre se non un fermo immagine. Ombre nere che si stagliano su uno sfondo opaco. Giustizia bloccata in un momento in cui tutti i settori del paese riprendono a funzionare. Come se l'epidemia si fosse annidata dentro i Tribunali, nelle aule di udienza, desolatamente vuote, Mentre la società civile attende risposte alle istanze di giustizia e l'avvocatura chiede a gran voce di tornare a svolgere la propria funzione.
Così si trova il nostro apparato giudiziario. In una condizione di fermo e oscurità, che non è nuova, né casuale. In cui si agita quell'irrisolto nodo della separazione dei poteri e il difficile equilibrio tra gli organi istituzionali, essenza del sistema democratico. Costantemente compromesso dal prevalere dell'uno rispetto all'altro o, peggio ancora, dalla loro commistione. Incomprensibile per i cittadini, abbandonati a sé stessi o, peggio, lasciati in balia di una informazione urlata e parziale. Come se il funzionamento della giustizia non avesse a che fare con la cura dei loro diritti.
Viene in mente il mito della caverna, uno dei passi più interessanti dei dialoghi di Platone de "La Repubblica": uomini chiusi nella oscurità, con lo sguardo sempre rivolto verso un muro e così strettamente incatenati da non potere vedere l'uscita. All'interno, con il favore di un fuoco acceso, qualcuno proietta immagini che i prigionieri credono reali. Una metafora poetica molto efficace per affermare che prima e fondamentale condizione per realizzare la giustizia è la conoscenza vera della giustizia. A cui si giunge solo liberandosi dalle catene per accedere alla reale consistenza delle cose del mondo.
Pur con i necessari adattamenti, il mito risulta straordinariamente moderno ed attuale. I prigionieri siamo noi, i cittadini. Esclusi dalla conoscenza, vittime delle opinioni ed orfani di buoni governanti. Noi che attraversiamo un momento storico in cui una potente forma di sapere manipolatrice viene esercitata su frammenti della realtà ed in cui le suggestioni prevalgono sui fatti.
Sui quali è doveroso fare luce, magari partendo da quelli più recenti. Chiarendo, ad esempio, ai cittadini sbigottiti, se la "questione morale" che non da oggi ha travolto la magistratura e il suo organo di autogoverno, il CSM, si risolva in una questione tutta interna, una volgare guerra di poltrone e interessi personali. O se piuttosto l'inquietante intreccio fra poteri politici, economici e mediatici emerso da quella parte di intercettazioni rese pubbliche non interferisca con la funzione giurisdizionale e con i principi della indipendenza, imparzialità e terzietà che la sorreggono. Se non sia a rischio la stessa democrazia del Paese.
Per sgombrare il campo da ogni dubbio sarebbe anche utile chiarire se questa accertata commistione fra potere giudiziario/esecutivo/legislativo, abbia o meno prodotto strumentalizzazioni in danno degli ignari cittadini. A partire dalla legislazione di emergenza, sino al blocco della prescrizione, per arrivare allo svolgimento del processo fuori dalle aule di udienza ed ai recenti interventi legislativi in materia di ordinamento penitenziario. Ma soprattutto se il ciclone che ha travolto la giustizia abbia qualcosa a che fare con le lentezze, le distorsioni e le falle del sistema. Se, insomma, di questa giustizia ci si può davvero fidare.
La domanda è pleonastica e noi non siamo ingenui. Non ci sarà alcuna risposta. Il non facile compito di raccontare i fatti così come sono se lo dovrà assumere, come sempre, l'avvocatura. Coinvolgendo, come costantemente ha fatto l'Unione Camere Penali Italiane, l'opinione pubblica in un dibattito schietto e coraggioso, che pone al centro quel conta davvero e di cui nessuno pare curarsi in questo marasma: la tutela dei diritti delle persone.
di Iuri Maria Prado
Libero, 4 giugno 2020
C'è una differenza tra la trattativa Stato-Mafia e la trattativa Stato- Magistratura: ed è che la prima non esiste ma tutti la indagano, mentre la seconda esiste ma non la indaga nessuno. La trattativa Stato-Magistratura si sviluppa quando l'ordinamento prova ad assumere discipline capaci in qualsiasi modo di compromettere il potere giudiziario, non importa che si tratti del mese e mezzo di ferie a suo tempo spacciato come garanzia di non si sa che cosa o della pretesa di processare i cittadini fin dentro alla tomba: in ogni caso, al potere legislativo dello Stato si oppone la macchina di quello giudiziario che fa valere le sue ragioni, magari con l'ausilio di un giornalismo che, significativamente, definisce "infame" la classe politica che si azzarda a proporre riforme sgradite alla corporazione.
E si potrà obiettare che sono trattative per modo di dire, nel senso che il potere giudiziario non tratta ma ordina, e lo Stato ubbidisce: ma questo dice soltanto che il potere intimidatorio della magistratura è anche più efficace, con i pizzini sostituiti dai comizi nei mandamenti dell'informazione dove spadroneggiano i plenipotenziari delle bande togate.
Dice: tu bestemmi! Quelli di cui parli sono servitori dello Stato che rischiano la vita! Ma questo è l'argomento classicamente adoperato da qualsiasi retorica di potere che si pretende indiscutibile qualunque cosa faccia.
Nessuno contesta che i magistrati siano in maggioranza ottime persone che fanno benissimo il loro lavoro, e nessuno contesta che si tratti spesso di un lavoro difficile e pericoloso. Il che tuttavia non toglie un briciolo di verità al fatto che la magistratura, per mano di quelli che ne reggono la corporazione e con la complicità di un sistema politico intimorito, si è costituita in un potere che non compone il quadro istituzionale ma vi si oppone.
E nel farlo, appunto, "tratta" i termini della resa altrui, cioè dello Stato, i cui rappresentanti sono perennemente esposti al dispositivo sostanzialmente ricattatorio di una legalità arbitraria, vale a dire il sistema dell'azione penale obbligatoria con l'accusa che tiene in mano il timer delle indagini orientandole verso il processo a orologeria deciso dal collega in carriera. E in questo bel sistema la giustizia, cosa che dovrebbe essere di tutti, diventa cosa loro.
di Alfredo Simone
beccodiferro.noblogs.org, 4 giugno 2020
Il 25 e 26 giugno 2019 il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, ha visitato il carcere "Salvatore Soro" di Oristano-Massama.
Scritto in perfetto burocratese, nel rapporto si legge che: "Il primo accesso della delegazione, intorno alle 17.00 del 25 giugno, si è rivelato particolarmente difficile per l'atteggiamento ostativo e non collaborativo del personale di Polizia penitenziaria presente all'ingresso e dello stesso Comandante, che hanno manifestato di non conoscere l'istituzione del Garante, la sua composizione, i suoi poteri e le sue funzioni, nonostante si trattasse della terza visita in tale Istituto dopo quelle del 2 aprile 2016 e del novembre 2017. Chissà come mai?? Superato l'incidente istituzionale (solo con l'intervento delle più alte autorità dell'Amministrazione penitenziaria), la delegazione ha incontrato una buona cooperazione da parte di tutto il personale".
Venendo alla parte che più ci interessa leggiamo che: ... una infine era una persona classificata come "Alta sicurezza 2" ed era collocata in questa sezione d'isolamento poiché l'Istituto di Oristano non ospitava in generale detenuti con tale classificazione. Proprio per la specificità della collocazione di quest'ultima persona - che aveva concluso un precedente periodo d'isolamento ex articolo 72 c.p. - particolare attenzione è stata riservata alla valutazione delle complessive condizioni della sua detenzione. Condizioni che saranno riportate nel seguente paragrafo....".
2.1.3. Situazione detentiva di una persona specifica - Nel periodo della prima visita (fine luglio 2019) il signor C.B. (Cesare Battisti, ndr) era collocato nella sezione isolamento in esecuzione della misura dell'isolamento diurno ai sensi dell'articolo 72 c.p. In tale occasione la delegazione in visita ha riscontrato l'adozione nei suoi confronti di misure di controllo di particolare rigore, incidenti sulla regolarità della vita detentiva: la perquisizione quotidiana personale e della stanza, la chiusura della porta blindata dalle 18.00 fino alle 7.00, fortemente limitante il passaggio dell'aria, il continuo spostamento in altra camera di pernottamento, attuato peraltro con frequenza non prestabilita, la mancanza di comunicazione formale dei provvedimenti dispositivi di tali misure, comunicate a voce o applicate senza alcuna informazione, la mancata consegna del Regolamento interno e della Carta dei diritti della persona detenuta.
Nel colloquio con la delegazione, la persona detenuta ha lamentato inoltre il continuo disordine dei propri appunti realizzato dal personale nel corso delle perquisizioni nonché l'impossibilità di utilizzare un computer: tutto ciò determinava l'impossibilità di mantenere la propria attività di scrittura e studio.
Le misure restrittive adottate sono state riscontrate tutte negli ordini di servizio emanati dal Direttore dell'istituto dal momento dell'accesso di C. B. nell'Istituto, messi a completa conoscenza del Garante nazionale in visita, tutti motivati dalle particolari ragioni di sicurezza dettate dalla valutazione di "spiccata pericolosità" attribuita a tale persona.
Una cella del carcere di Oristano - Il Garante nazionale, pur considerando le ragioni di particolare sicurezza che interessano alcune persone detenute, rileva che alcune misure di controllo, come il periodico spostamento di stanza di pernottamento, alcune modalità di applicazione di queste, come il quotidiano disordine operato tra gli effetti personali della persona detenuta e la mancata informazione degli ordini dispositivi di misure ulteriormente restrittive, non abbiano concreto fondamento nelle particolari esigenze cautelari cui sono formalmente indirizzate, ma rischino di rappresentare, invece, mere manifestazioni di un rigore vessatorio.
In occasione della successiva visita del Garante nazionale all'Istituto di Oristano (8 novembre), il Garante nazionale ha riscontrato che la situazione di C.B. era modificata, con l'interruzione delle modalità sopra descritte. Essendo ormai concluso il periodo di isolamento ex articolo 72 c.p., la persona detenuta era ristretta in tale sezione soltanto perché unica persona nell'Istituto classificata come "Alta sicurezza 2". Come già detto, tale circuito non è presente nella Casa di reclusione di Oristano: pertanto la sua permanenza in tale Istituto nelle condizioni di isolamento 'di fatto' non trova giustificazione.
Il Garante nazionale ricorda che considerazioni relative alla sicurezza della persona e alla rilevanza mediatica del suo caso non possono giustificare la riduzione della sua possibilità di realizzare una minima interazione con altri e tantomeno l'applicazione di regole restrittive che in linea generale sono adottate solo come provvedimento di natura disciplinare e per periodi di tempo molto limitati.
Il Garante nazionale raccomanda all'Amministrazione penitenziaria di individuare una diversa sistemazione detentiva del signor C.B. coerente con la sua classificazione e al tempo in grado di consentirgli di continuare la propria attività di scrittura e studio. Raccomanda inoltre, di favorire la sua comunicazione con il figlio molto piccolo, residente in un Paese Oltreoceano, attraverso la previsione di colloqui via skype".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 3 giugno 2020 n. 16636. Il rinvio del processo, disposto su accordo delle parti, comporta la sospensione del termine di prescrizione per tutta la sua durata. Anche quando la richiesta non sia imposta da una particolare norma di legge. La Corte di cassazione, con la sentenza 16636, bolla come inammissibile il ricorso con il quale si lamentava un errore di fatto sul calcolo dei termini di prescrizione, ritenuti ad avviso della difesa illegittimamente non ancora decorsi, essendo stato considerato un periodo di stop di 167 giorni anziché di 70. Per la Suprema corte però il verdetto è corretto.
Nel corso del giudizio di primo grado gli orologi erano stati fermati per 70 giorni, in virtù di un rinvio chiesto dall'imputato senza opposizione delle parti civili. Uno slittamento che certamente aveva determinato la sospensione della prescrizione, esattamente per 67 giorni, essendo stato invocato dalla difesa ed essendo irrilevante l'accordo o l'opposizione del pubblico ministero e della parte civile. Ma dai verbali del processo di primo grado risultava che altri due rinvii erano stati precedentemente chiesti dall'imputato e dalle persone offese.
Una domanda giustificata dalla pendenza di trattative per un'eventuale soluzione transattiva delle questioni civili, circostanza che aveva fatto lievitare i giorni ad un totale di 167. La Cassazione sottolinea che, in base alla giurisprudenza prevalente, "il rinvio del processo disposto sull'accordo delle parti comporta la sospensione del termine della prescrizione per tutta la durata del rinvio". E questo anche nel caso in cui l'accoglimento della richiesta non sia imposto da una particolare disposizione di legge. La Suprema corte precisa che l'esistenza di un orientamento, opposto, minoritario, non seguito dal giudice, non può mai far scattare l'errore di fatto, come preteso dalla difesa.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 3 giugno 2020 n. 16624. In caso di patteggiamento la decisione non può contenere statuizioni sull'azione civile di risarcimento. E non può prevedere il versamento di una provvisionale, a titolo di risarcimento a favore delle parti civili, se non è stata oggetto di specifico accordo nel patteggiamento. Ma soprattutto tale provvisionale non può essere il presupposto per godere delle condizioni stabilite con l'accordo sulla pena. Così la Corte di cassazione con la sentenza n. 16624 depositata ieri.
Il perimetro della pena patteggiata - Il giudice non può escludere il beneficio della sospensione condizionale, concesso in caso di applicazione della pena su richiesta delle parti, se condanna l'imputato per la continuazione del reato oggetto dell'accordo. Così la Corte di cassazione ha annullato la decisione con cui il Gip, nel condannare i due imputati per la continuazione del reato ambientale, aveva - in un caso - escluso il beneficio della condizionale che era già stata concessa, in quanto condizione cui la parte aveva subordinato l'applicazione della pena concordata e - nell'altro caso - subordinato la misura alternativa del lavoro di pubblica utilità già ottenuta al pagamento di una provvisionale.
La Cassazione boccia la decisione anche per aver applicato ex novo la pena accessoria dell'incapacità a contrarre con la Pa per un dato periodo. Anche tale bocciatura deriva dal fatto che la decisione sulla continuazione del reato oggetto di patteggiamento costituisce una condanna "unica" in applicazione del comma 1 e non del comma 2 dell'articolo 165 del Codice penale.
Dal che discende che non si determinava alcuna illegittima duplicazione del beneficio della sospensione della pena che invece andava esteso. La cassazione nel decidere ricorda due importanti precedenti: la sentenza 6580/2000, sull'impossibilità di far dipendere la condizionale dal pagamento di una provvisionale, e la n. 25349/2019 sull'illegittimità di porre la precondizione - che non è stata oggetto di accordo - della demolizione del fabbricato abusivo al fine della concessione del beneficio sull'esecuzione della pena.
di Paolo La Bua
laprovinciadibiella.it, 4 giugno 2020
Una decina di detenuti del carcere biellese potranno scontare la loro pena usufruendo di misure domiciliari. Il primo detenuto a cui è stata concessa questa misura alternativa, ha varcato i cancelli di via dei Tigli, lunedì mattina. Nei prossimi giorni altre quattro persone dovrebbero poter beneficiare di questa concessione della Magistratura di Sorveglianza.
E infine un altro gruppetto si dovrebbe aggiungere, al termine di una valutazione ad oggi ancora in corso. Una decina, non di più, quindi, le persone interessate a questo progetto voluto dal Governo Conte e sancito dal decreto "Cura Italia", nel caso specifico, pensato per rendere meno complessa la situazione nelle carceri italiane durante l'emergenza sanitaria. Tra i detenuti biellesi coinvolti in questo provvedimento, nessuno ha condanne gravi né tanto meno legate a reati di mafia, come avvenuto altrove con non poche polemiche politiche. In questo caso si tratta di persone condannate per reati contro il patrimonio e pure di lieve entità.
"Sono persone senza domicilio e senza fissa dimora - spiega Sonia Caronni, garante dei detenuti, davanti ai cancelli l'altro giorno durante il trasferimento del primo detenuto. Il 65% dei carcerati italiani è in questa situazione. Il progetto è nazionale e avrà una durata di sei mesi, con la possibilità di essere prorogato per altri sei. Il numero dei detenuti che beneficeranno di questo provvedimento è legato alle valutazioni della magistratura, quindi potrebbe variare in un senso o nell'altro. In queste settimane stiamo lavorando in sinergia con il territorio perché queste persone saranno, appunto, accolte. Nel caso specifico, in "strutture protette" messe a disposizione dalla "Caritas", di fatto degli appartamenti, sulla cui ubicazione ovviamente c'è il massimo riserbo".
Sonia Caronni fa il punto della situazione del carcere biellese in tempo di emergenza sanitaria: "È confermata l'assenza di casi positivi al "Covid-19" sia tra la popolazione carceraria sia tra il personale, di polizia e pure quello amministrativo. Un dato sorprendente, visto l'alto numero di persone coinvolte, ma che viene confermato da molte fondi ufficiali, nazionali e regionali.
Nella complessità del momento, mi pare proprio che la direzione del carcere stia lavorando al meglio per assicurare le necessarie misure di sicurezza senza però tralasciare importanti diritti dei detenuti. Sono state sospese le lezioni scolastiche, purtroppo, ma dal 18 di maggio sono stati riaperti i colloqui ai familiari. Prosegue il lavoro della produzione di mascherine certificate, progetto di grande valore sociale. Mi pare di poter dire, insomma, che a differenza di qualche anno fa, quando si verificarono proteste clamorose e tensioni, oggi, la struttura vive un momento senza criticità".
"Io non posso entrare in carcere - conclude Caronni - proprio per limitare al minimo i contatti tra chi vive in carcere e l'esterno. Ho avuto sono dei colloqui via Internet. L'altro giorno mi sono presentata davanti ai cancelli perché c'era il trasferimento del primo detenuto interessato a questi provvedimenti domiciliari. Gli era stato effettuato il tampone sanitario, con esito negativo".
strill.it, 4 giugno 2020
"A far data dal 1° giugno 2020, parte per la prima volta da quando è stato inaugurato il carcere di Arghillà nel 2013, la copertura infermieristica H 24". Lo rende noto il Garante regionale dei diritti delle persone detenute, avv. Agostino Siviglia, che per anni e, in particolare, in questi ultimi mesi di emergenza sanitaria, ha perorato in tutte le sedi di competenza, locali e regionali, affinché si ponesse rimedio a questa grave ed annosa carenza di tutela del diritto alla salute delle persone detenute.
"Per vero, dal 1°giugno scorso - sottolinea Siviglia - sono entrati in servizio, seppur a tempo determinato, ben 6 unità di nuovi infermieri, giusta la previsione deliberata in tal senso dal Commissario alla Sanità della Regione Calabria, Gen. Dott. Saverio Cotticelli e, di conseguenza, finalmente concretizzata dall'ASP territoriale di Reggio Calabria".
Il Garante regionale, "nell'accogliere con apprezzamento il perfezionarsi dell'iter burocratico-amministrativo, ritiene doveroso rivolgere un giusto riconoscimento tanto al Commissario ad acta per la Sanità della Regione Calabria, quanto al Dipartimento Salute regionale, all'ASP di Reggio Calabria ed al coordinatore della Sanità penitenziaria calabrese, Dott. Luciano Lucania".
"Da ultimo, ma non per ultimo - prosegue Agostino Siviglia - va ringraziato tutto il personale sanitario e infermieristico dell'Istituto penitenziario di Arghillà che fino ad oggi si è visto costretto ad operare in condizioni di grave emergenza per far fronte alla doverosa assistenza sanitaria delle persone detenute che, di media, si aggira intorno alle trecento unità".
Siviglia, inoltre, rivolge "un plauso particolare al direttore dell'Istituto penitenziario di Reggio Calabria, dott. Calogero Tessitore ed a tutto il personale di polizia penitenziaria, amministrativo e giuridico-pedagogico, che quotidianamente opera in carcere".
"Èstata vinta una giusta battaglia- afferma ancora il Garante - sul fronte della tutela del diritto fondamentale alla salute anche e non marginalmente nei confronti di chi si trova detenuto. Spero, aggiunge, che queste unità di personale infermieristico possano essere nel tempo stabilizzate al fine di garantire un servizio strutturato di assistenza".
"Rimangono ancora però alcune vitali questioni che certamente dovranno essere affrontate e risolte nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, in specie, per quanto riguarda il servizio di osservazione psichiatrica presso l'istituto 'San Pietro' di Reggio Calabria, ma anche mediante un'auspicabile estensione dell'osservazione psichiatrica presso l'Istituto Siano di Catanzaro".
A tal fine, il Garante regionale ha sollecitato a chi di dovere "l'imminente convocazione dell'Osservatorio regionale per la sanità penitenziaria, di recente rinnovato nella sua composizione stabile, anche facendo seguito ad una identica richiesta in tal senso avanzata dal Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, Dott. Liberato Guerriero".
"Va da sé che le questioni che attengono al fondamentale diritto alla salute delle persone detenute negli Istituti penitenziari calabresi costituiscono una tra le principali priorità poste a fondamento dell'attività istituzionale del Garante regionale come dallo stesso evidenziato sia nelle Linee guida della sua attività istituzionale sia in occasione degli Stati generali dell'esecuzione penale in Calabria tenutasi lo scorso 3 dicembre presso il Consiglio regionale". "Solo attraverso una capacità di intervento sistemico, conclude il Garante Siviglia, sfide così complesse potranno essere affrontate e superate".
di Riccardo Lo Verso
Il Foglio, 4 giugno 2020
Nella trincea della lotta alla mafia aule deserte e diecimila processi in attesa di giudizio. Una mattina di fine maggio. Calma piatta in tribunale. Si amministra poca, pochissima giustizia ai tempi del coronavirus. All'ingresso giganteggiano le foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e degli altri morti ammazzati per mano mafiosa.
Di Falcone pochi giorni fa si è commemorato il ventottesimo anniversario dell'eccidio con un richiamo collettivo al dovere che tutti sono chiamati a compiere. Impossibile farlo se l'avamposto della legalità è silente. Senza processi, senza il quotidiano confronto tra accusa e difesa, la giustizia non esiste. Esiste solo una finzione che si ostinano a chiamare giustizia.
Il carabiniere anticipa i movimenti di chi si presenta all'ingresso del tribunale. È "armato" di termometro d'ordinanza per misurare la temperatura. L'ultimo rischio che corre è di scaricare le batterie per la troppa attività. Non c'è fila al metal detector. All'interno corridoi semivuoti, aule chiuse. Niente chiacchiere e carta bollata, niente avvocati che salgono e scendono per le scale, niente praticanti e segretarie che fanno l'impagabile lavoro di cancelleria
Ha ragione il presidente del Consiglio dell'ordine degli avvocati palermitani Giovanni Immordino quando dice che la "giustizia è rinviata a data da destinarsi". Tutto fermo o quasi fino al 31 luglio. Colpa del Covid-19 che, però, intorno al palazzo di giustizia non preoccupa più di tanto.
Il silenzio della cittadella giudiziaria stride con la frenesia dell'ambiente che la circonda. A destra il corso intitolato a Camillo Finocchiaro Aprile, garibaldino, mazziniano, politico e giurista. Corso Olivuzza, lo chiamano i palermitani. Si dice che fosse il diminutivo di Oliva, la donna che gestiva un ricovero per i cacciatori di conigli in quella che un tempo era una zona verde e ora è una affollata strada commerciale. A sinistra c'è il Capo, uno dei mercati storici della città con la bancarelle di frutta, verdure e pesce, e le botteghe di generi alimentari.
La città si è ripresa la sua caotica normalità che in parte non aveva abbandonato persino nei giorni di paura e lockdown. A Palermo si può lasciare la macchina parcheggiata in terza fila (l'abitudine della doppia fila ha alzato l'asticella della trasgressione), ci si può accalcare (assembrare, pardon) davanti alle bancarelle autorizzate e (molte) abusive, si può comprare il pane stipato dentro i furgoncini che rispettano un protocollo igienico-sanitario tanto autonomo quanto imperscrutabile, ci si può confondere tra la folla dei mercatini rionali.
E ancora da qualche altra parte della città si può andare in palestra, passeggiare al parco, fare l'aperitivo e un tuffo al mare seguendo (quasi del tutto) il canovaccio di sempre. È ripartito tutto, tranne la giustizia. Negli uffici giudiziari lo stato mostra il volto rigido dei protocolli. Poco importa ciò che accade attorno alla fortezza che resiste al Covid, compreso il fatto che la situazione sanitaria in Sicilia non sia mai stata preoccupante. I livelli del contagio sono rimasti sempre sotto controllo. La giustizia non cede alla tentazione del ritorno frettoloso alla normalità. Predica calma e prudenza, e non solo a Palermo. Resta sospesa, ma così rischia di sprofondare sotto il peso dei numeri, tenuto conto che l'erosione della credibilità ne ha già minato le fondamenta.
Si calcola che in questi mesi di stop, totale e parziale, siano stati rinviati diecimila processi. "Assisto degli impiegati della Regione siciliana imputati per corruzione e abuso d'ufficio - spiega l'avvocato Enrico Sanseverino, ex presidente dell'Ordine - e il processo è stato aggiornato a febbraio 2021. Un carico pendente in Italia è peggio di una sentenza. Qualcuno è stato trasferito in altro ufficio nell'attesa di conoscere le sorti processuali". Un carico pendente sine die è un danno per l'imputato, ma anche per la pubblica amministrazione che deve sapere in fretta se può fidarsi ancora di un impiegato.
Solo quando e se si ripartirà a pieno regime si capirà l'entità dei danni provocati dalla chiusura prima e della ripartenza a scartamento ridotto poi. Negli ultimi anni, seppure con percentuale ancora basse, si è riusciti a smaltire parte dei vecchi fascicoli. I rinvii di oggi ingrosseranno le statistiche sui processi pendenti.
Prima del coronavirus in ciascuna sezione del Tribunale venivano fissati in media trenta processi al giorno con punte di sessanta (molti a onore del vero venivano chiamati per meri rinvii). Oggi al massimo si svolgono una decina di processi. A dettare le limitazioni è stato il presidente del Tribunale Salvatore Di Vitale, costretto a usare il metro. Gli spazi delle aule al secondo piano sono ristretti. Lo stesso Di Vitale, ormai prossimo alla pensione, spera di lasciare sul tavolo del suo successore un programma che inverta la tendenza. Nel frattempo si va avanti piano in attesa delle ferie estive quando, con o senza coronavirus, il tribunale andrà in regime feriale.
Va decisamente meglio al primo piano, in Corte d'appello, dove il presidente Matteo Frasca ha scelto una linea più morbida. Può contare su aule più grandi, davanti alle quali si incontrano gli avvocati in attesa. Distanziati e con le mascherine. Insomma, basta fare una rampa di scale e le regole cambiano. Non c'è da meravigliarsi. L'organismo congressuale forense ha calcolato, infatti, che in giro per l'Italia sono stati applicati 200 protocolli diversi.
Nei nuovi uffici giudiziari, alle spalle del vecchio palazzo di giustizia, che per le ampie vetrate ricordano l'architettura della Défense parigina, gli adesivi piazzati per terra indicano i percorsi separati per salire e per scendere. Il nastro isolante evita che qualcuno faccia confusione. Al pianterreno sono state tracciate delle aree di sosta che possono ospitare fino a nove persone per volta. Qualcuno le ha già soprannominate "i recinti", tradendo la scarsissima voglia di finirci dentro. Vi devono stazionare gli avvocati in attesa di essere chiamati per i processi o per la consultazione degli atti. E qui la faccenda si fa ancora più complicata. In caso di misure cautelari o avvisi di conclusione delle indagini, ad esempio, bisogna chiamare in cancelleria e prenotarsi per leggere gli atti. Il giorno prestabilito il fascicolo si troverà sul tavolo della sala avvocati. Una sala piccola, il turno è inevitabile.
Alcuni processi vengono celebrati da remoto. Giudice, pubblico ministero e avvocato si guardano negli occhi via computer. Almeno in questo a Palermo si è dato ascolto alla protesta dei penalisti che vedono nel video collegamento lo svilimento della professione e una lesione del diritto di difesa. Anche molti magistrati considerano il processo da remoto un metodo da archiviare il prima possibile. Al momento con questa modalità si svolgono per lo più le udienze di convalida degli arresti, in aggiunta a quelle con i detenuti collegati in video conferenza dal carcere.
I processi con i detenuti vanno trattati con priorità, tenuto conto anche dei termini di scadenza di custodia cautelare, assieme a quelli dove c'è una parte civile costituita e quelli, come i cosiddetti codici rosi, dove fare presto significa tutelare le vittime di violenze e abusi. Stessa cosa nel settore civile per le cause legate a questioni familiari, dal divorzio agli alimenti, o di lavoro.
Anche nel nuovo palazzo di giustizia l'ingresso nelle aule è contingentato. Più si sale e maggiori sono i problemi. Al terzo piano c'è l'aula delle udienze preliminari che in una terra segnate da blitz, più o meno grandi, è spesso affollata. Qualche giorno fa un gip ha preso atto dell'assembramento e delle proteste degli avvocati costretti a stare in corridoio. Meglio trasferire il processo nella vecchia ma molto più ampia aula bunker dell'Ucciardone.
Quella del maxi processo per intenderci. Il clima si era surriscaldato, anche nel senso letterale della parola. Il terzo piano è vicino al tetto panoramico a vetri e il sole di maggio picchia forte. Fra pochi giorni sarà una fornace e il protocollo stabilisce che l'aria condizionata va tenuta rigorosamente spenta.
E in Procura? Negli uffici del vecchio palazzo che ospita i pubblici ministeri e le cancellerie l'accesso è regolamentato. Chi ha bisogno di parlare con un pm o depositare un'istanza accede al portale e si prenota online. Facile a dirsi, meno a farsi. Il 30 per cento del lavoro di cancellieri e assistenti giudiziari viene svolto a rotazione da casa, in smart working, per evitare la presenza simultanea di troppe persone in una stessa stanza. Chi lavora da casa, però, non ha accesso al sistema informatico dell'ufficio (ci sono protocolli di sicurezza e riservatezza ancora prima che sanitari da rispettare). La digitalizzazione della giustizia è ancora troppo lontana. "I provvedimenti emanati - dice l'avvocato Michele Calantropo, del gruppo di minoranza dei penalisti dell'Ordine - a nulla servono se mancano personale e strumenti".
Non va meglio fuori dal palazzo. In carcere, ad esempio, sono ripresi i colloqui degli avvocati con i detenuti. Ma serve tanta pazienza. Si entra uno alla volta. L'attesa prima di parlare con gli assistiti può durare ore. E una volta dentro bisogna fare in fretta.
La verità è che la pandemia ha mostrato tutti i limiti strutturali e organizzativi del paese e solo degli inguaribili ottimisti potevano pensare che il sistema giustizia potesse reggere la botta. Da decenni si annunciano roboanti riforme. La magistratura sceglie la sacralità dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, quando si indossano gli ermellini di porpora, per dire che "così non va". Il rappresentante di turno del governo sta lì, annuisce e annuncia il massimo impegno. Alla fine arrivano scelte che incidono poco sui tempi dei processi. Per accelerali si è deciso per ultimo, prima ancora dell'emergenza sanitaria, che bisogna fermare il decorrere della prescrizione. Fermare per velocizzare (?), il blocco della prescrizione come rimedio contro la lentezza della giustizia. Il corso della prescrizione rimane sospeso per il tempo in cui il procedimento è stato rinviato a causa dell'emergenza sanitaria.
Il coronavirus dovrebbe imporre l'obbligo, oltre all'utilizzo di guanti e mascherine, di affrontare seriamente il tema della giustizia. La giustizia vera, non quella che fa palcoscenico per l'esibizione delle figure dell'antimafia, cadute giù un dopo l'altra, delle trame oscure da svelare. Non dovrebbe essere, la giustizia, il terreno di scontro delle correnti che si manifestano in chat maleodoranti per piazzare gli uomini al comando degli uffici giudiziari.
Si grida allo scandalo per le scarcerazioni facili dei boss che poi non sono né tutte facili, né tutti boss. Si esulta per il ritorno in cella di detenuti malati di tumore a cui restano da scontare pochi mesi di galera. Nel frattempo la gente nei tribunali mangia pane e ingiustizia perché un processo lungo è ingiusto per l'imputato e per la vittima. Passata la stagione degli scandali, e pure quella del coronavirus, ci si ritroverà di nuovo immersi in quella grande finzione che chiamano giustizia.
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