di Sergio Segio
Il Manifesto, 3 giugno 2020
La memoria, specie di questi tempi in cui la verità pare divenuta un'opinione tra le tante, è strumento fondamentale. Si può anzi considerare tra le armi principali a disposizione per chi non si rassegni alla dittatura del presente, all'immodificabilità delle cose e a quel brusio di sottofondo che ha sostituito la comunicazione sociale e lo sguardo critico sulla realtà.
La storia di Forum Droghe e di "Fuoriluogo" sono strettamente avvinte e interdipendenti, oltre che coeve. Cercandone traccia nelle agenzie dell'epoca, la prima menzione riguarda quest'ultimo e in particolare il suo debutto, annunciato il 12 ottobre 1995. "Un giornale per parlare di droga ma non solo, prostituzione, carceri e Aids, immigrati e giovani "disobbedienti", riduzione del danno e della illegalità", recitava la presentazione. Propositi ambiziosi, a tratti rispettati, ad allargare giustamente il discorso dal solo aspetto evidenziato dal nome scelto per l'associazione. Delimitante eppur centrale, poiché, allora come oggi, rimane indiscutibile - poiché dimostrato dai dati e dai fatti - quanto affermava il documento che annunciava l'assemblea fondativa di Forum Droghe il 13 maggio 1995: "La questione droga diventa cruciale per interpretare l'ipertrofia del sistema penale".
Si era infatti nell'onda (che continua, persino con peggioramenti, a tutt'oggi) della legge sulle droghe varata definitivamente nel 1990, cosiddetta Iervolino-Vassalli, sorta e voluta nel solco e a imitazione della statunitense war on drugs di reaganiana memoria e temporalmente di poco precedente, alla cui linea si adeguarono presto i grandi media italiani, con una campagna ossessiva a sostegno: Guerra mondiale alla droga, titolava in quei mesi il "Corriere della Sera"; Droga, nuovo Vietnam era l'allarme del quotidiano dei vescovi "Avvenire", per indirizzare a sua volta le comunità terapeutiche, spesso gestite da sacerdoti o gruppi di ispirazione cattolica, che, per fortuna, in molti casi non si allinearono, divenendo invece l'anima di una coalizione dal programmatico nome di "Educare, non punire".
Fare terra bruciata - La filosofia della nuova legge-manifesto era esattamente opposta: prima e in ogni caso punire. Si fondava sulla dichiarata necessità - anzi sul valore - della punizione al fine "pedagogico" di "fare raggiungere il fondo" ai tossicodipendenti, per costringerli poi a risalire. Incurante del fatto che, invece e nel frattempo, molti morivano, costretti sui marciapiedi e nelle celle o infettati dall'AIDS e tutti erano costretti a nascondersi, sfuggendo quindi alle possibilità di aggancio terapeutico e alla prevenzione. Persino i medici venivano costretti alla denuncia, alla faccia del rapporto fiduciario con il paziente. "L'unico modo per costringere il tossico a smettere è fare terra bruciata intorno a lui. Ai drogati deve essere proibito qualunque tipo di attività lavorativa", ammonivano e incitavano i capi delle comunità embedded.
Gli effetti si videro subito e furono drammatici. Nel luglio 1991, nel giro di pochi giorni, tre persone arrestate per droga si suicidarono in carcere. Tra di esse Stefano Ghirelli: 18 anni appena compiuti, incensurato, condotto nel carcere di Ivrea poiché trovato con 25 grammi di hashish, si impiccò dopo il rifiuto del giudice di concedergli la libertà provvisoria per "pericolosità sociale". Nelle prigioni cominciò presto una tendenza ipertrofica che da allora non si è più arrestata. Il 31 dicembre 1990 i tossicodipendenti ufficialmente presenti in carcere erano 7.299, sei mesi dopo erano già saliti a 9.623 per arrivare a ben 14.818 il 31 dicembre 1992. In crescita anche le morti: nel 1990, per la prima volta, il numero dei decessi per overdose superò le mille unità, arrivando a 1.161; l'anno seguente giunse a 1.383 e, nel 1992, a 1.217. Ancora più appariscenti le cifre degli ingressi totali annuali in carcere: dopo la Iervolino-Vassalli vedono un'impennata, passando dai 56.076 del 1990 ai 75.786 del 1991, ai 93.328 del 1992, ai 98.119 del 1993, per poi scendere leggermente, anche grazie alla vittoria del referendum abrogativo nel 1993 di alcune parti di quella micidiale legge, agli 88.415 del 1995. In quell'anno, dopo un decremento nel 1993 e 1994, i decessi per droghe sono risaliti ai 1.195, per arrivare l'anno seguente al picco storico dei 1.566.
La progressiva deriva securitaria della sinistra - Insomma, quello era il quadro precedente e motivante la nascita di Forum Droghe/Fuoriluogo. Così come l'associazione nasceva con lo scopo di essere luogo ospitale e aggregatore rispetto a realtà politico-organizzative già esistenti, così la testata intendeva programmaticamente indagare e approfondire i nessi, purtroppo non a tutti evidenti, tra differenti aspetti e problematiche del sociale (e del penale). Lavorando su binari paralleli, e spesso divaricantisi, nel tentativo di renderli invece maggiormente comunicativi, dialoganti e sinergici: quello dei movimenti e quello dei partiti della sinistra, allora ancora presente, anche in modo numericamente significativo, entro il parlamento, le istituzioni e per qualche periodo persino al governo. Meglio precisare: senza alcuno sconto o compiacenze non meritate. Basti qui citare un testo tra i mille possibili. Riguarda un tema in apparenza eccentrico rispetto alla dichiarata ragione sociale di Forum Droghe, forse rimasto troppo trascurato nella ormai lunga storia dell'associazione, quello dell'immigrazione.
Scriveva "Maramaldo" nella sua rubrica Facce di bronzo: "È davvero singolare che il vice presidente Fini si congratuli con Cofferati per la sua fermezza sulla legalità, dimenticando che le norme severe sul contrasto dell'immigrazione clandestina le ha introdotte il centrosinistra". Così Livia Turco rivendica il primato della tolleranza zero verso l'immigrazione. A differenza di Cofferati, rigorista tutto l'anno, a giorni alterni Turco professa invece la vocazione solidale: questo era un giorno dispari. Speriamo che il programma di governo del centrosinistra si faccia in un giorno pari".
Pur non essendo ancora i tempi dei Minniti, è ben vero che la questione dei migranti - di nuovo: allora come adesso - risultava tra le più spinose e laceranti anche all'interno del centrosinistra. Più suscettibile di consensi, anche trasversali, era senz'altro la proposta di legalizzazione della cannabis. Oggi può sembrare incredibile, ma una proposta legislativa in tal senso, con primo firmatario Franco Corleone, nel 1996 arrivò a essere sottoscritta da ben 118 deputati, di maggioranza e di opposizione, dai Michele Salvati e Fabio Mussi ai Vittorio Sgarbi e Roberto Maroni. Si era a cavallo del governo Dini, con alla guida del ministero della Famiglia e Solidarietà sociale un galantuomo, ex partigiano, come Adriano Ossicini, cui subentrarono rispettivamente Romano Prodi e, appunto, Livia Turco, mentre Corleone entrava come sottosegretario alla Giustizia.
Seguì, a ottobre 1998, il primo governo D'Alema, con Sergio Mattarella alla vicepresidenza e Oliviero Diliberto alla Giustizia, mentre la Rosa Russo Iervolino della legge sulla droga assumeva il dicastero dell'Interno, prima donna arrivata a guidare il Viminale; la Turco veniva confermata alla Solidarietà sociale, così come Corleone sottosegretario a via Arenula.
Per la prima volta arrivò al governo anche Domenico Minniti detto Marco, con la delega all'Informazione ed editoria. A posteriori, un piccolo indizio che qualcosa stava forse cambiando e che la sinistra securitaria aveva silenziosamente conquistato parecchie posizioni in poco tempo. Nelle aule parlamentari ma anche nel sociale, nelle stesse associazioni, in un progressivo slittamento di baricentro, di priorità, di riferimenti politici e culturali.
E proprio questo è il tema di una lettera che il Forum scrisse al nuovo premier D'Alema all'indomani del suo insediamento, chiedendo in generale nuove politiche sulle droghe e anche sperimentazione dei trattamenti terapeutici con eroina sul modello di quanto avveniva in altri paesi europei, a cominciare dalla Svizzera con la sua strategia dei quattro pilastri. Le città, anche quelle italiane, potevano e dovevano cioè diventare territori di innovazione e integrazione, anziché ripiegarsi in scelte securitarie e di "tolleranza zero", come in molti casi stava avvenendo.
Non c'è qui modo di ripercorrere tappa per tappa, ma la storia ci racconta che, non solo in Italia, lo Stato penale ha travolto e svuotato quello sociale su tutti i piani e terreni sino ad arrivare al populismo e all'ipertrofia carceraria dei tempi nostri, alla legalità divenuta totem e feticcio, a un'antimafia divenuta in certe sue parti cavallo di troia del sostanzialismo giuridico e della pena ritorsiva.
Fuoriluogo, come sempre - Ce le hanno dunque suonate, ma noi non ci siamo mai stancati almeno di dirgliele, con coerenza, costanza e determinazione lungo un faticoso ma anche a tratti entusiasmante quarto di secolo. Basti ricordare che, proprio in quegli anni, nell'aprile 1998, si arrivò al voto positivo per abrogare l'ergastolo al Senato, salvo poi bloccare la legge alla Camera. L'allora Guardasigilli Giovanni Maria Flick si dissociò da quel voto, salvo poi giungere oggi ad ammettere con sincerità di avere sbagliato nell'opinione di allora e pervenendo anzi, in generale, ad auspicare il superamento del carcere in quanto tale. Per un soffio mancammo l'abrogazione della pena perpetua. C'è da non crederci, nel momento in cui, nei giorni più acuti della pandemia del coronavirus e del rischio di trasformare le carceri in un esplosivo lazzaretto, una nuova classe politica e improbabili ministri di Giustizia sono arrivati a bloccare con decreto-legge la scarcerazione di qualche condannato per criminalità organizzata, pur se anziano, malato e a fine pena. Naturalmente, in ciò acclamati all'unisono da quasi tutti i media. E anche questo è cupo segno dei tempi, appena rischiarati da un altro fatto che ha dell'incredibile, vale a dire la permanenza e resistenza di quella fragile testata che è "Fuoriluogo", piccola mosca bianca assediata dai cantori e fautori del populismo penale.
Lasciatemi concludere con un pertinente esercizio di memoria, pur se autoriferito. Alzi la mano chi se lo ricorda: "Fuoriluogo" cominciò le pubblicazioni, con il mio coordinamento, in forma cartacea e di supplemento a "Narcomafie", la prima rivista antimafia (categoria allora meno equivoca dell'attuale) di cui, da poco ammesso a uscire durante il giorno dal carcere, mi occupavo per il Gruppo Abele.
Con forte scandalo in prima pagina del Travaglio, che cominciava la sua fortunata carriera ne "Il Giornale", e con concrete reprimende da parte del presidente del tribunale di sorveglianza, che intentò la revoca del lavoro all'esterno del penitenziario e infine sentenziò non dovessi più scrivere, convenendo con l'esposto pervenutogli dall'associazione vittime del terrorismo: "Anziché restare in silenzio e godere della benevolenza loro concessa attraverso le garantiste leggi penitenziali, "sputano" nel piatto dove mangiano e finiscono per riaprire le "ferite" dei parenti delle vittime. È pure biasimevole che il Sergio Segio (privato dei diritti politici) sia stato nominato coordinatore del giornale Marcomafie [sic!] edito dal Gruppo Abele su proposta di don Ciotti. Su tale giornale scrivono sia Sergio Segio che Susanna Ronconi. Il contenuto è prevalentemente di scelta politica e dubito che possa diffondere scelte errate e forse nocive".
Tiravamo ventimila copie. Ben più del quotidiano che, qualche anno dopo, subentrò nel "cangurarci". Evidentemente ciò poteva preoccupare, e lo faceva. Molto tempo è passato e molte cose sono cambiate. Quasi sempre non per il meglio. Abbiamo perso qualche compagno di viaggio e altri ne abbiamo trovati in questo cammino, che resta ancora lungo e impervio.
di Luca Celada
Il Manifesto, 3 giugno 2020
Bibbia alla mano, Trump si dichiara "presidente di ordine e legge" contro la "feccia". Nel settimo giorno della protesta, il presidente latitante degli Stati uniti in fiamme ha coreografato una bizzarra ricomparsa, dando vita alla più singolare diretta televisiva dai tempi dell'11 settembre. Dopo aver rifiutato per giorni di parlare alla nazione, lunedì pomeriggio Trump indice d'improvviso via Twitter - il canale preferenziale che di recente ha preso a segnalare i suoi messaggi come inattendibili - "un annuncio" imminente.
"Fra dieci minuti parlo nel Rose Garden", scrive, convocando in tutta fretta il press pool nel giardino all'esterno dello studio ovale spesso usato per le conferenze stampa all'aperto. Da tre giorni il presidentissimo è rinchiuso nel palazzo cinto di manifestanti, in almeno un paio di occasioni è stato condotto nel bunker di sicurezza dal secret service coi nervi a fior di pelle.
Durante gli scontri di lunedì è stata perfino incendiata la garitta della residenza dell'uomo più potente del mondo. Sui canali news che Trump notoriamente divora, rimbalzano valutazioni non proprio lusinghiere: il lockdown smonta l'immagine spavalda che Trump si cura di proiettare nei suoi comizi. L'annuncio è fissato per le sei e mezza, mancano pochi minuti ma nel giardino fiorito dove è stato sistemato il podio ed i giornalisti distanziati, echeggiano gli slogan scanditi dalla folla che per il terzo giorno consecutivo ha cinto d'assedio la Casa bianca, assembrata rumorosamente ma pacificamente dietro le transenne di Lafayette park. D'improvviso come per un ordine perentorio ricevuto, le falangi di una mezza dozzina di agenzie di polizia federale muovono violentemente sulla folla, spintonano con gli scudi e manganelli sfoderati.
Partono le salve di lacrimogeni e proiettili seguiti dalla linea dei park police a cavallo. Sotto i colpi degli agenti finiscono ragazzi, bianchi, neri e giornalisti (questi ultimi bersaglio sempre più frequente ed intenzionale della polizia in molte città). È il caos, una sommossa di polizia, ma entro dieci minuti la spianata immersa nei lacrimogeni è svuotata, nel Rose Garden il volume è accettabile, a parte i periodici botti delle granate stordenti in lontananza. Sistemati i dintorni, Trump sale su podio. "Sono il presidente dell'ordine e della legge" dice, adesso ci penso io. "Le proteste adesso finiranno. Ho mobilitato migliaia di soldati e invocato l'Insurrection act del 1807, adesso vediamo chi vince". Ribadisce l'accusa lanciata il giorno prima ai governatori inefficaci e alle autorità (democratiche) delle grandi città.
"Se gli stati e le città si rifiutano di prendere le misure necessarie per difendere la vita e la proprietà dei loro cittadini, allora invierò l'esercito a risolvere velocemente il problema". Sembra una dichiarazione di guerra. Ai giornalisti sbigottiti infine annuncia: "ora vado a porgere i rispetti ad un luogo molto speciale" Inizia così una passeggiata dimostrativa dalla Casa bianca all'adiacente chiesetta di St.John, una sorta di cappella presidenziale da sempre frequentata dai leader americani.
Stavolta il presidente vi si reca a piedi, attento a non inciampare sui detriti della battaglia campale appena terminata e circondato da un coro di sicurezza di agenti della protezione, militari, forze speciali e cecchini che hanno l'effetto di farlo sembrare ancora più solo e vulnerabile, la versione reality-TV di un tiranno. Una passeggiata "corazzata" mentre pochi isolati più là la polizia bastona ancora la gente. Arrivato a destinazione Trump prende in mano una bibbia e la mostra tronfio alle telecamere come fosse un'arma impropria, prima di rincasare con tutto il corteo. Dissolvenza a nero sugli Usa e il suo presidente da fiction.
La prima reazione è quella della reverendo Mariann Budd, vescovo episcopaliano che si dice "indignata" di non aver ricevuto nemmeno un preavviso della visita alla chiesa di cui è "titolare" nonché della sostanza del messaggio inviato dal presidente. "Tutto ciò che ha fatto è stato per infiammare la violenza. Invece di essere guida morale del paese continua a dividerci". La sceneggiata, con previa dispersione di una manifestazione pacifica viene criticata come rappresentazione plastica dell'abuso di potere. "Trump ha attaccato un assembramento pacifico per fare una photo-op" è il giudizio terso di Kamala Harris.
Il siparietto tragicomico non cambia sostanzialmente l'America vera, quella in cui il sopruso razziale si è saldato con la pandemia ed il disastro economico nel crepuscolo liberista. "Come se la Spagnola del 1918, il crack del 1929 e le rivolte del 1968 stessero accadendo tutti assieme", ha efficacemente sintetizzato il senatore Coons del Delaware. E come se su questo drammatico scenario presiedesse il leader più squilibrato dell'esperimento americano.
Nel vuoto si è inserito ieri Joe Biden, recatosi a Philadelphia per fare quello che da giorni molti reclamavano: offrire una alternativa chiara allo sfacelo trumpista. "Il paese è disperato per vera leadership", ha esordito l'ex vicepresidente-candidato. "Trump (lo) ha trasformato in un campo di battaglia dilaniato da vecchi rancori e nuove paure. È davvero questo che vogliamo tramettere ai nostri figli e ai nostri nipoti? Siamo una nazione addolorata. Non dobbiamo lasciare che il dolore ci distrugga. Siamo un paese infuriato ma non possiamo lasciare che la rabbia ci consumi". Per una volta la retorica infervorata è parsa commisurata alla gravità della scelta elettorale che si profila sempre più cruciale.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 3 giugno 2020
La fase 2 dell'emergenza sanitaria è stata lanciata affermando che i rischi sono stati calcolati. Speriamo. Quel che però non è stato ancora calcolato sono i danni. Oltre ai drammi e le tragedie di queste settimane, frutto dell'impreparazione a gestire un'epidemia, si aggiungono i malfunzionamenti strutturali di uno stato sociale spesso ancorato a ideologie e burocrazie d'altri tempi.
L'altra parola d'ordine della propaganda istituzionale di questo avvio d'uscita dal confinamento è "semplificazione". Vedremo. Secondo un'analisi di Marijuana Business Daily dell'aprile scorso, basata sugli ultimi dati pubblicati dal Ministero della Salute relativamente all'acquisto di cannabinoidi per fini medici, in Italia siamo passati dai 578 chili del 2018 agli 861 dell'anno scorso.
Il maggior fornitore restano i Paesi Bassi grazie a un accordo di oltre 10 anni fa tra il Ministero della Salute italiano e il suo omologo olandese. Entrata a regime nel 2017, la produzione di infiorescenze presso lo Stabilimento Farmaceutico Militare di Firenze corrisponde sì e no a un sesto di quanto disponibile in Italia. Varie interrogazioni parlamentari hanno costretto gli ultimi due governi a dichiarare che il fabbisogno per il 2020 potrebbe superare "la soglia dei 1000 chilogrammi annui".
Per far fronte a questo aumento, già sotto la Ministra Grillo si era deciso di "avviare percorsi di collaborazione con aziende private con i requisiti [previsti dalla legge] per incrementare la coltivazione e la produzione farmaceutica di cannabis a uso medico".
L'ipotesi del governo Conte 1 era quella di individuare un partner privato a cui demandare parte della produzione. Esattamente un anno fa fu lanciata una gara d'appalto vinta dalla canadese Aurora, che produce in Germania, per un bando che riguardava tre lotti per un totale di 400 chili da garantire per i due anni successivi. Ben lontano quindi dal fabbisogno totale individuato dal Governo. Nel commentare quell'aggiudicazione, il sito Newsweed informava che grazie al prezzo di 1,73 euro al grammo Aurora aveva battuto Canopy Growth, Medicinal Organics, Cannabis Australia e Tilray.
Nel 2018 Aurora aveva già vinto una gara per un totale di 100 chili a 3,20 euro al grammo. Il prezzo "calmierato", come si usa dire oggi, fissato dal governo è di 10 euro al grammo al dettaglio Iva inclusa. A febbraio di quest'anno s'è scoperto che un parere, a quanto pare insindacabile, del Direttore dello Stabilimento Farmaceutico di Firenze "vista la sopravvenuta irrilevanza nel quadro del fabbisogno nazionale della tipologia "Cannabis ad alto contenuto di Cbd" aveva ritenuto non necessario l'approvvigionamento in questione.
Altre interrogazioni al Ministero dell'Agricoltura hanno avuto risposte con l'indicazione di fabbisogni maggiori. Come previsto da queste colonne, siamo quindi di fronte a un aumento del 50% anno dopo anno della domanda di prodotti per piani terapeutici con cannabis, al permanere di un rapporto di favore con l'Olanda - che non partecipa a gare d'appalto - al fallimento del potenziamento dello Stabilimento di Firenze e, soprattutto, alla permanente, drammatica - e illegale - mancanza di prodotti a base di cannabis in buona parte d'Italia.
Agli Stati Generali (online) della Cannabis del 20 aprile scorso decine di malati hanno lamentato l'impossibilità di poter rispettare il proprio piano terapeutico fatto di più grammi alla settimana. In tempi in cui la salute, e il ruolo dello Stato, son tornati a esser centrali nel dibattito istituzionale occorre acquistare subito tutta la cannabis mancante necessaria al godimento del diritto alla salute di migliaia di persone.
Dopotutto niente sarà più come prima, no? Il 26 giugno si terrà una Assemblea on line per presentare il Libro Bianco sulle droghe e di dibattito sulla riforma della politica delle droghe in Italia e nel mondo.
di Shirin Ebadi
Vanity Fair, 3 giugno 2020
Solo se la perdi, sai che cos'è: un premio Nobel per la Pace, costretta a vivere fuori dal suo Paese, l'Iran, racconta la sostanza della libertà. Un valore per cui c'è chi sceglie di lottare, e chi resta a guardare. Ora so che cosa vuol dire perdere la libertà. L'ho provato, sono nata e ho vissuto in Iran, un Paese dove c'è un sistema religioso dittatoriale. Ho perso la libertà di poter professare il mio lavoro: ero un giudice e non potevo esercitare perché sono una donna.
Ho perso la libertà materiale, perché ho difeso gli studenti che erano stati attaccati dalla polizia e sono stata arrestata. Ho perso la libertà di espressione perché non ho avuto il permesso di pubblicare alcuni miei libri. Ho perso anche la libertà personale: la legge iraniana impone alle donne di indossare il velo e io, che pur sono musulmana, quel velo non volevo indossarlo. La libertà e la democrazia hanno il loro prezzo, poi ognuno decide quanto è disposto a pagare: dipende dall'importanza che ogni persona dà a quei valori.
Io, pur di essere libera e pur di avvicinarmi alla democrazia, sono stata disposta a perdere tutti i miei averi, il mio lavoro, sono stata costretta ad allontanarmi anche dalla mia famiglia. Io ho due figlie ormai adulte e, con mio marito, le abbiamo sempre lasciate autonome nelle loro scelte di vita: hanno scelto da sole che cosa studiare, che cosa fare, dove vivere. Hanno scelto i loro mariti senza chiedere il parere di nessuno. Sono cresciute vedendomi difendere i diritti per la libertà e ho sempre insegnato loro che niente, né i soldi né le questioni sentimentali, possono intralciare le loro scelte.
È importante capire e conoscere la libertà: vedo che alcune persone, che libere non sono, non si lamentano neppure della propria condizione, perché non immaginano nemmeno che cosa voglia dire essere liberi. Durante un viaggio nel Golfo Persico, ho incontrato un uomo, pure istruito, un professore delle scuole superiori, e gli ho chiesto che cosa pensava del fatto che nel suo Paese non ci fosse un parlamento, che non ci fosse la democrazia, gli ho chiesto se non gli sembrasse strano che la gente sopportasse tutto questo, senza nemmeno protestare.
Lui mi ha guardato, anche un po' stupito, e con tutta tranquillità mi ha detto: "Noi siamo abbastanza ricchi e non abbiamo bisogno della democrazia". Per lui la democrazia era in un certo senso paragonabile alla ricchezza, era sinonimo dell'avere soldi e non si poneva assolutamente il problema di una libertà politica. La democrazia è cultura e deve essere insegnata fin dall'infanzia. Io ho studiato per diventare giudice e l'essere liberi è una condizione fondamentale per chi fa il mio mestiere: un giudice non deve aver paura di nessuno ed è importante che guadagni abbastanza per riuscire a essere libero anche da un punto di vista economico, così che non cada in tentazione qualora gli dovessero offrire dei soldi, per
Una vita per gli altri - Shirin Ebadi (1947), prima donna giudice dell'Iran, è stata insignita del premio Nobel per la Pace nel 2003 per i suoi sforzi pionieristici nel promuovere i diritti di donne, bambini e prigionieri politici nel suo Paese. Dopo la Rivoluzione del 1979, ha istituito una pratica legale pro bono e ha fondato il Centro per i difensori dei diritti umani per combattere le ingiustizie nel sistema legale.
Tra i suoi molti libri, Il mio Iran. Una vita di rivoluzione e speranza (2006, Sperling & Kupfer), La gabbia d'oro (2009, Bur) e Finché non saremo liberi (2016, Bompiani). corrompere le sue scelte. Io purtroppo quel mestiere non l'ho potuto fare nel mio Paese e me ne sono dovuta andare: se fossi rimasta lì mi avrebbero arrestata di nuovo. Non che la cosa mi spaventasse più di tanto, in fondo l'avevo già provato, ma in carcere non avrei potuto aiutare i miei connazionali come invece riesco a fare da fuori: per poter essere il loro megafono dovevo andarmene.
Il mio cuore e la mia anima sono però ancora là e tutto quello che faccio è per aiutare il mio Iran, per cui, con la Onlus che ho fondato, il "Centro per i difensori dei diritti umani", mi batto quotidianamente perché i miei concittadini ottengano il prima possibile la libertà politica sociale e personale che a oggi manca. L'esperienza di 41 anni di regime di Repubblica islamica ci fa vedere tutti i disastrosi limiti di un regime ideologico, che porta a crudeli atrocità.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 3 giugno 2020
Strage di giovani neri. Favelas sull'orlo della rivolta dopo l'ennesimo ragazzino ucciso dalla polizia. 65 i morti negli ultimi due mesi. A Rio la protesta pacifica viene repressa duramente dalla polizia militare.
Dagli Stati uniti al Brasile, il grido è lo stesso: Black Lives Matter, Vidas Negras Importam. E se nel colosso latinoamericano non è ancora esplosa una rivolta come quella che sta infiammando gli Usa, non mancano però le proteste contro la politica di sterminio della popolazione nera nelle favelas.
A scatenarle, in Brasile, è stato l'assassinio del 14enne João Pedro Mattos durante un'operazione di polizia avvenuta il 18 maggio nel Morro do Salgueiro, Rio de Janeiro, quando alcuni agenti hanno fatto irruzione nella casa degli zii in cui il giovane stava giocando, sparando e lanciando granate. Ma João Pedro, il ragazzo che sognava di fare l'avvocato, è solo l'ultimo di un lungo elenco di minorenni uccisi in brutali interventi di sicurezza pubblica nelle favelas di Rio, come Ágatha Felix, la bambina di 8 anni dal volto radioso morta durante una sparatoria lo scorso settembre, o, ancora prima, Jenifer Cilene Gomes, 11 anni, raggiunta da un colpo di arma da fuoco mentre sbucciava cipolle sulla porta del bar di famiglia, o Kauã Rozário, 11 anni anche lui, ucciso mentre se ne andava in giro in bici.
E tanti altri giovani neri, di cui non si conosce neppure il nome, assassinati al ritmo di uno ogni 23 minuti, nell'indifferenza generale, "come se nulla stesse avvenendo", secondo le parole di Ana Paula Oliveira, madre di un ragazzo ucciso nel 2014.
È stato per tutti e tutte loro che domenica - mentre gruppi antifascisti contendevano per la prima volta gli spazi di diverse città ai simboli neonazisti dei sostenitori di Bolsonaro - si è svolta di fronte al Palazzo Guanabara, sede del governo dello stato di Rio de Janeiro, la protesta contro le violente operazioni di polizia legate a un schema repressivo che identifica gli abitanti delle favelas come il nuovo nemico interno da annientare. Operazioni che, durante la pandemia, si sono addirittura intensificate, spesso interrompendo le attività realizzate dai leader comunitari a favore della popolazione, come la distribuzione di cibo e di prodotti di igiene.
Solo negli ultimi due mesi la polizia di Rio, seguendo alla lettera la celebre esortazione del governatore Wilson Witzel - "mirare alla testa e... fuoco!" per "evitare errori" - ha ucciso 65 persone, 30 ad aprile e 35 a maggio, rispettivamente il 58% e il 17% in più rispetto agli stessi mesi del 2019, l'anno record per gli omicidi da parte di agenti dello stato: 1.810, il 75% dei quali relativi a giovani neri tra i 15 e i 29 anni. Una manifestazione del tutto pacifica quella che, nel rispetto delle misure di distanziamento sociale, si è svolta domenica con lo slogan "Le vite dei neri contano", eppure inspiegabilmente repressa da agenti della polizia militare, i quali sono arrivati persino a puntare un'arma contro la testa di un manifestante, il 27enne nero Jorge Hudson da Silva. "Ho pensato che mi avrebbero sparato", ha riferito il giovane quando ha visto il fucile puntato contro di lui: "La polizia è arrivata con la stessa brutalità con cui opera sempre nelle favelas. La differenza è che stavolta tutto è avvenuto in pieno giorno, di fronte a tutti". Ma la violenza della polizia è solo un aspetto dell'apartheid non ufficiale che si vive nel paese. Non è un caso che la prima vittima brasiliana del Covid-19 sia stata un'impiegata domestica nera, Dona Cleonice, contagiata dalla sua datrice di lavoro che, tornata da una vacanza in Italia, non l'aveva neppure avvisata di avere i sintomi del coronavirus.
di Simone Pierini
La Repubblica, 3 giugno 2020
Patrick Zaky, casi di Covid nella prigione dove è detenuto in Egitto: l'allarme di Amnesty Italia. Casi di Covid-19 nella prigione dove è detenuto Patrick George Zaky, lo studente egiziano dell'Università di Bologna in carcere di Tora al Cairo, recluso con l'accusa con l'accusa di propaganda sovversiva. "Nonostante le smentite ufficiali, i gruppi egiziani per i diritti umani denunciano la diffusione del Covid-19 nella prigione di Tora", scrive su Twitter Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. "Intanto - aggiunge - per l'Eid sono stati scarcerati 3000 detenuti tra cui ladri e almeno un assassino ma non Patrick Zaky e gli altri".
"Si moltiplicano le voci secondo le quali in almeno due di quattro sezioni della prigione di Tora ci sono stati casi di contagio da Covid-19", aggiunge all'Ansa Noury. "Le autorità negano che un dipendente di Tora sia morto per aver preso il Covid all'interno del carcere. Dicono che lo ha preso in un ospedale dove è ricoverato per questioni mediche non correlate, però la sensazione, al contrario, dei gruppi per i diritti umani è che questo impiegato il Covid lo abbia preso all'interno di Tora e quindi abbia possibilmente contagiato altri".
"Questo - sottolinea - non fa altro che sostenere la richiesta immediata di attivazione della Farnesina tramite l'ambasciatore italiano al Cairo di una rapidissima scarcerazione per motivi umanitari di Patrick Zaky che, come è noto, è soggetto particolarmente a rischio" perché asmatico. "Se è vero che dentro Tora c'è il Covid non deve passare un attimo di più e deve essere rilasciato immediatamente", conclude.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 giugno 2020
Da 30 anni non è stata concessa nessuna amnistia nonostante servisse per ripristinare la legalità. Tranne la parentesi dell'indulto del 2006, se fino agli anni novanta sono stati frequenti i provvedimenti di amnistia e indulto, dal 1992 ad oggi si sono bruscamente interrotti.
Nel frattempo però è aumentata la bulimia carcerocentrica e l'uso populistico della giustizia penale alimentata con i vari pacchetti sicurezza, l'introduzione di nuovi reati, gli inasprimenti della pena e le recenti riforme dettate dalla volontà popolare fuorviata da varie propagande giornalistiche.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 2 giugno 2020
L'ipotesi: Rendere Ineleggibili I Parlamentari. Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ostenta sicurezza sulla riforma del Csm: "Tra una cosa e l'altra servirà circa un anno, ma le regole sull'elezione saranno subito in vigore" e comunque la quadra in maggioranza sarebbe a un passo. Se sulle principali questioni - nuovo regolamento elettorale, divisione tra chi si occupa del disciplinare e chi delle nomine, blocco alle "porte girevoli" tra politica e magistratura - la convergenza è effettivamente stata trovata, il diavolo come sempre si nasconde nei dettagli.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 giugno 2020
La domanda va presentata entro il 29 giugno 2020. Novantacinque nuovi educatori a tempo indeterminato per gli istituti di pena. È quanto prevede il bando di concorso indetto dal Dap (Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria) per incrementare la presenza di professionisti di area giuridico- pedagogica nelle carceri per adulti.
di Pasquale Grasso*
Il Dubbio, 2 giugno 2020
L'aspirazione alla carriera, a dimostrare a sé stessi e al prossimo che "si vale", è connaturata all'essere umano. Anche dove non ci siano benefici economici (e in magistratura non ve ne sono) ma solo "sociali", si tratta di una tensione connaturata all'uomo e, a mio avviso, pure positiva. Con il termine carrierismo, invece, intendiamo la distorsione di quella fisiologica tensione, con ogni possibile, più o meno esteso, cedimento rispetto all'amor proprio e alla dignità, se non alle regole. In magistratura il carrierismo, opinione personale, è "andato a braccetto" con la gerarchizzazione.
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