di Francesco Damato
Il Dubbio, 3 giugno 2020
L'illusione di sostituire gli attuali consiglieri prima del sì alla legge. Non mi ero ancora ripreso dalla visione di Luca Palamara senza barba da Massimo Giletti in veste addirittura di benemerito "mediatore" e immeritato "capro espiatorio", non di navigato tessitore correntizio di carriere giudiziarie o altro ancora, e mi è capitato di leggere l'altra mattina una intervista a dir poco disarmante di Claudio Martelli. Che pure è stato considerato ai suoi tempi di governo il migliore ministro della Giustizia da un uomo che non era certamente di gusti e attese facili: l'allora temutissimo capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 3 giugno 2020
Quello disvelato dal trojan che ha spiato i magistrati è lo spettacolo di un potere divenuto incontrollabile, irresponsabile, onnivoro. Una Procura della Repubblica, si dice, vale un Ministero. Errore: molto ma molto di più! Una Procura può fare e disfare governi, giunte regionali, sindaci, partiti politici, pubbliche amministrazioni, aziende pubbliche e private, solo iscrivendo - o non iscrivendo - nel registro degli indagati le persone giuste.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 3 giugno 2020
Un ministero a misura di corrente. L'ipocrisia di Bonafede sulle derive correntizie dei magistrati italiani. In un'intervista a La Stampa, due giorni fa, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è tornato a criticare il sistema delle correnti nella magistratura. "Stiamo intervenendo in modo radicale sulle degenerazioni malate del correntismo", ha dichiarato il Guardasigilli. Insomma, "basta con il correntismo" e con la commistione tra toghe e politica denunciata anche dal presidente Mattarella: "Il presidente ha ragione. Mi sto muovendo per combattere le degenerazioni del correntismo da un lato, ma anche per alzare un muro tra politica e magistratura dall'altro".
Di Giovanni Verde
Corriere del Mezzogiorno, 3 giugno 2020
Nel 2020, anno in cui il Coronavirus ha ucciso la gente comune, è circolato il Palamaravirus che ha infettato la magistratura italiana. I pubblici ministeri di Perugia hanno trascritto tutte le conversazioni del telefonino del dr. Palamara dal 2017 in poi e, senza alcun riguardo per il loro contenuto, hanno fatto in modo che fossero rese pubbliche.
Fossero o non attinenti a fatti anche lontanamente somiglianti a reati e, che so?, ad illeciti disciplinari. Non c'è stato distanziamento né uso di guanti o mascherine. E il virus non ha solo colpito mortalmente alcuni magistrati (parlo della morte figurata di chi vede distrutta la propria immagine e la propria carriera), ma ha infettato l'intera magistratura.
Provo ad immaginare che cosa sarebbe successo se la stessa tecnica fosse stata adoperata sequestrando i cellulari di tutti i componenti di questo e del precedente Csm e trascrivendo e rendendone pubbliche le conversazioni. Ne avremmo visto delle belle.
Non conosco il dr. Sirignano (un magistrato delle nostre parti), che, già appartenente alla Direzione nazionale antimafia, è stato sottoposto alla procedura di trasferimento d'ufficio (che per il magistrato è in qualche modo infamante) ed è sottoposto a procedimento disciplinare. Mi fa molta simpatia perché, nel procedimento per il trasferimento d'ufficio, ha avuto il coraggio di "non difendersi", sostanzialmente affermando che cose non diverse da quelle addebitategli sarebbero venute fuori se si fossero trascritte e rese pubbliche le conversazioni telefoniche degli attuali e dei precedenti consiglieri.
Vivaddio! si è dissociato dal costume dell'ipocrisia istituzionale. Ha scandalizzato. Ed infatti un consigliere inquisitore (di quelli che hanno acquisito fama per essere talebani), citando La Rochefoucould, gli ha ricordato che talora l'ipocrisia è necessaria, perché "è un omaggio che il vizio rende alla virtù". Ebbene, forse perché influenzato dalle letture del Vangelo, a me piacciono gli uomini che menano scandalo, anche se devo constatare che purtroppo sono quelli che pagano. Si vocifera che il Covid sia nato in laboratorio e che sia sfuggito al controllo.
Qualcosa di simile è avvenuto per il Palamaravirus. È colpevolmente sfuggito al controllo dei pubblici ministeri, che intercettando senza freni e facendo in modo che fossero rese pubbliche intercettazioni assolutamente prive di rilevanza penali hanno consentito un'operazione di sciacallaggio che non ha eguali (nella mia scala di valori quei p.m. non sarebbero idonei all'esercizio delle funzioni).
Il Palamaravirus rischia, così, di devastare il nostro sistema di giustizia, offrendo lo spunto ai giustizialisti della casa altrui, tra cui è da includere l'attuale Ministro della giustizia (che, non a caso, recentemente si è autoassolto), di progettare riforme decisamente peggiorative. Leggo che i magistrati recitano il "mea culpa" per avere malamente utilizzato i meccanismi della riforma del 2006. Lasciamo da parte se quella riforma fosse tecnicamente ben formulata.
Oggi, essendo diventati un popolo di approssimativi, non siamo più capaci di scrivere leggi tecnicamente ben formulate. Sta di fatto che essa aveva per presupposto un magistrato che non esiste nella natura delle cose. Il magistrato non è un superuomo, ha i suoi difetti, le sue passioni (anche politiche), le sue ambizioni, è genitore, è coniuge o amante. La riforma del 2006, invece, ha come riferimento un magistrato senza anima, votato alla professione "senza speranze e senza timori", quasi come il sacerdote di una religione a cui dedica tutto sé stesso.
Sento parlare a destra e a manca di "merito" e della necessità che il Csm deliberi soltanto in base al merito. In disparte che il nostro è un Paese che, soprattutto per demerito di politici e di sindacati, ha dimenticato il merito (e oggi il "posto" nelle pubbliche amministrazioni di regola è assicurato con gli espedienti più vari che consentono di coltivare clientele), in disparte che non è chiaro che cosa si intenda per merito quando si parla di un magistrato, sta di fatto che la riforma del 2006 ha posto il definitivo suggello ad una carriera del magistrato nella quale non c'è alcuna attendibile valutazione di merito (quale che sia il significato del termine).
Si avanza automaticamente per classi stipendiali, sulla base di valutazioni di "non demerito" che sarebbe meglio eliminare, perché si risolvono in montagne di inutili carte e in perdite di ore lavorative che potrebbero essere spese altrimenti e con maggiore profitto.
Si parla delle nomine dei capi degli uffici giudiziari come di un problema riguardante i cittadini. Bisognerebbe fare sondaggi per sapere se ai cittadini importi che a presiedere un tribunale o una corte di appello sia Tizio piuttosto che Caio. Sono certo che i cittadini sarebbero straniti per la domanda. La verità è che le uniche nomine che interessano il mondo esterno sono quelle che riguardano i pubblici ministeri.
Ciò in quanto questi ultimi hanno nelle mani un potere discrezionale immenso che possono esercitare senza controlli e senza incorrere in responsabilità. E non è un caso che per essi si richieda il requisito che, come mi è capitato di sottolineare anche per il passato, i politici ritengono indispensabile per tutte le nomine pubbliche: quello dell'adattabilità e dell'affidabilità (che va tradotto nella disponibilità ad essere a servizio, nella migliore delle ipotesi di un'ideologia). Volta e gira, di che cosa si parla? Di Berlusconi e dei suoi processi di ieri; o di Salvini e dei suoi processi di oggi: ossia non della giustizia per i cittadini, ma del rapporto tra politica e giustizia (che è cosa diversa).
I politici, con l'ipocrisia che li contraddistingue, girano intorno a questo problema. Dalli all'untore, dove untore, ossia il falso obiettivo, sono le correnti. Mistificazione. In realtà, si cerca il modo per assicurarsi un controllo politico sulla magistratura, assicurando l'apoliticità dei membri togati del Csm. Si vogliono, con questo scopo non dichiarato, cambiare le regole per la nomina dei membri del Csm. Fatica vana.
A Costituzione invariata. Ammesso che passi l'idea (scriteriata) di una nomina affidata alla sorte, il problema non sarebbe risolto. Non ci sarebbe alcuna garanzia che i procuratori della Repubblica e i loro sostituti (perché di loro si tratta) siano scelti tra i soggetti graditi. E poi, graditi a chi? Rimarrebbe intatto l'enorme potere delle Procure e lo squilibrio istituzionale che ne è derivato. Ricordiamo con terrore e ripugnanza l'Ovra. Siamo messi assai peggio.
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 3 giugno 2020
Parla l'avv. Coppi: "Stiamo osservando il ripiegamento corporativo di una categoria che mira alla propria sopravvivenza". "Si è superato ogni limite di decenza, il presidente della Repubblica dovrebbe rifiutarsi di presiedere questo Csm", è tranchant il professore Franco Coppi.
"Nel 1985 il presidente Cossiga ingaggiò un braccio di ferro istituzionale con l'allora vicepresidente del Csm Giovanni Galloni; all'apice dello scontro, fece affluire le camionette dei carabinieri in piazza Indipendenza. Lei s'immagini i carabinieri in assetto antisommossa, con gli elmetti calati in testa, pronti a sfondare il portone se solo Cossiga, in quanto capo dello Stato, lo avesse ordinato...". L'avvocato evoca l'episodio con toni epici e divertiti. La carica, com'è noto, non avvenne, il portone restò integro. "Oggi, come allora, servirebbe un gesto forte. Il presidente Mattarella non ha il potere di sciogliere l'organo ma può dire: io non intendo presiedere questo Csm".
Le ultime rivelazioni sui mercanteggiamenti tra magistratura e politica lo hanno indignato, non scandalizzato ("Erano cose note e stranote"). "Il sistema giudiziario versa in uno stato di degrado, senza scampo. A leggere le trascrizioni di certe conversazioni tra magistrati, rabbrividisco. Un linguaggio osceno, turpe. Non esiste più autorevolezza, non si avverte più la gravità del ruolo.
Io, quando indosso la toga, mi emoziono ancora". Sulla graticola è finito, di nuovo, il correntismo. "È un discorso che non mi appassiona. La formazione delle correnti è inevitabile. Se tra ottomila persone nascono gruppi che si riconoscono in una certa visione e cercano perciò di eleggere i propri vertici negli organi di rappresentanza, mi sembra un fatto normale.
L'elemento patologico invece si manifesta quando si offre il sostegno a questo o a quel candidato in cambio di una sentenza o altra utilità. E la cosa peggiore è che la politica, già minoritaria nella componente 'laica' in seno al Csm, sembra inseguire i magistrati lungo i sentieri più impervi. Ma i cittadini come possono fidarsi di 'questa' giustizia?".
Il piatto forte sono sempre le nomine. "Si parla da decenni di come riformare un sistema di selezione che non funziona. L'ordine giudiziario rappresenta l'unica professione alla quale accedi sapendo sin dal principio che, indipendentemente dalla tua futura condotta, arriverai a ricoprire l'incarico più alto per via dello scorrere del tempo. Le progressioni di carriera, legate all'età, sono praticamente automatiche. Le valutazioni di professionalità sono una mera formalità. Non può destare sorpresa, allora, il ripiegamento corporativo di una categoria che mira essenzialmente alla propria sopravvivenza".
Come se ne esce? "Non cambierà nulla neanche stavolta. Una soluzione ci sarebbe ma la politica appare paralizzata. Se al Csm venisse lasciata la sola funzione disciplinare e il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi fosse affidato a un organo diverso, non ci sarebbe più la corsa a farsi eleggere. Il compito di nominare procuratori capi, aggiunti e presidenti di sezione potrebbe essere assegnato a un collegio di giudizi costituzionali, integrati con il primo presidente della Cassazione e con il procuratore generale, insomma figure avanti nella carriera e perciò meno sensibili alle pressioni esterne". La sezione disciplinare del Csm ha armi spuntate. "Le leggi le fa il Parlamento e, se il legislatore volesse, potrebbe assegnare all'organo di autogoverno strumenti più incisivi".
Siamo ormai abituati alle partecipazioni televisive di consiglieri che si atteggiano a opinionisti esperti. "Un magistrato ha il dovere della continenza. Lo imporrebbe anche il codice deontologico ma si è perso il codice, figurarsi la deontologia. Se fossi al posto dell'attuale vicepresidente del Csm, di fronte alle esternazioni pubbliche di taluni magistrati pretenderei dimissioni immediate. La presunzione di colpevolezza verso chicchessia fa a pugni con il dettato costituzionale, ancor più se tali illazioni provengono da un alto magistrato".
Le sue parole distillano un senso di rassegnazione. "Non sono rassegnato ma sfiduciato. Forse qualcosa cambierà quando io non ci sarò più. Mi guardo attorno nelle aule giudiziarie dove circolano magistrati armati di spray disinfettante e giudicesse munite di mascherine in pendant con l'abito, e provo nostalgia per giuristi del calibro di Giuliano Vassalli, Giovanni Conso, Francesco Carnelutti, Franco Cordero. I tribunali versano in uno stato penoso, a causa della crisi pandemica migliaia di udienze saranno celebrate forse a settembre, ottobre, o chissà quando.
Ma una giustizia rinviata è una giustizia negata. Gli arretrati aumentano e manca una visione, manca una politica giudiziaria degna di questo nome. Vedo molta improvvisazione". Tra rivolte in carcere, boss scarcerati e nomine contestate, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è finito nell'occhio del ciclone. "Essere avvocato o giurista non è garanzia di successo quando si va a ricoprire un incarico come quello del ministro della Giustizia. Rimpiango un guardasigilli come Guido Gonella, democristiano, di professione giornalista. Tra i più recenti, anche il leghista Roberto Castelli, ingegnere, non mi è dispiaciuto: lui almeno studiava, s'informava, sapeva di cosa parlava".
Questa classe dirigente un po' ringiovanita l'ha deluso. "Carnelutti, scomparso quasi novantenne, è stato, fino alla fine, un pensatore brillante. Oggi osservo una schiera di giovani assai poco lucidi. Benedetto Croce diceva che il meglio che ha da fare la gioventù è invecchiare il più presto possibile. Bettino Craxi frequentava le parrocchie socialiste, la Dc poteva contare sulla Fuci e sull'Azione Cattolica, Giulio Andreotti fu scovato da Alcide De Gasperi mentre scriveva la tesi di laurea alla Biblioteca Vaticana.
Quanto avrebbero giovato gli studi al nostro attuale ministro degli Esteri? Anche se va di moda promuovere in incarichi importanti persone prive di titoli, noi dobbiamo ricordare alle giovani generazioni il valore della conoscenza e del sacrificio". Come giudica l'azione di governo? "Temo che ci sia una generale sottovalutazione dei rischi. Tassisti, camerieri, negozianti, dopo tre mesi di stallo, non hanno i soldi per la spesa.
Il pericolo di disordini sociali a settembre, quando il blocco dei licenziamenti sarà terminato, è reale. Ci vorrebbe un esecutivo forte, pienamente legittimato, per guidare il paese fuori dal guado. Invece certe iniziative del governo mi sembrano scriteriate, quasi irrazionali. I miei nipoti seguono le lezioni da remoto perché le scuole sono rimaste chiuse ma poi apprendo che i ministri litigano e si accapigliano per aprire almeno l'ultimo giorno di scuola...mah.
Alcune centinaia di condannati per criminalità organizzata sono stati ammessi ai domiciliari per paura del contagio. Un detenuto, le cui condizioni di salute siano incompatibili con la detenzione, ha il sacrosanto diritto di essere trasferito in una struttura apposita, com'è accaduto a Provenzano, tenuto per mesi in un letto d'ospedale seppur incapace di intendere e di volere. Ma che motivazione è la 'paura del contagio'? Ho ragione di ritenere che pure i poveri cristi, finiti in carcere per un furterello, abbiano paura di contagiarsi...e che facciamo?
Li mandiamo tutti a casa?". Nei mesi di confinamento, abbiamo vissuto la negazione del contatto e la rivincita della tecnologia. "Le confesso che mi mancano i baci e gli abbracci dei miei nipoti, parlarsi a distanza non è la stessa cosa. Rifuggo la mitizzazione del tecnologico: s'illude chi ritiene che ogni attività umana possa essere trasferita in Rete. In ambito giudiziario, per esempio, il processo da remoto ha limiti insuperabili: l'oralità si avvale di espedienti retorici non replicabili attraverso un monitor. Nel corso di un esame incrociato, come puoi incalzare un teste o interrompere il collega fissando una webcam e alzando un ditino?".
Il virus può essere letale sulle persone anziane, eppure lei continua a condurre una vita normale, va in tribunale e incontra molte persone. "Sono fatalista, e continuo a pensare che si possano correre dei rischi per conservare la propria umanità. Una vita senza il contatto con gli altri che vita sarebbe? Cerco, ovviamente, di tenere le distanze, di proteggermi per quanto possibile, ma non sopporterei di vivere sigillato tra le mura domestiche. Non ho paura del virus, e neanche di morire. E poi mi incuriosisce provare a immaginare quel che ci attende nell'aldilà. Ammesso che qualcosa esista".
di Liana Milella
La Repubblica, 3 giugno 2020
L'ultima trovata del Guardasigilli con la seconda votazione avvenga a 24 ore dalla prima per impedire accordi sugli eletti. Oggi il centrodestra, venerdì incontro con Anm e avvocati. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede dice che la tesi "si fa la riforma del Csm solo per via di Palamara" è sbagliata, perché lui voleva farla già due anni fa. Ma inevitabilmente, fatte proprio in questo momento, la sua modifica del sistema elettorale per i togati e delle regole per scandire le promozioni, saranno valutate - politicamente e moralmente - con un solo metro.
di Giusy Santella
linkabile.it, 3 giugno 2020
L'inviolabilità del diritto allo studio è sancita dall'art. 34 della Costituzione italiana, che stabilisce, appunto, che la scuola è aperta a tutti, senza alcun riferimento alle condizioni personali dello studente che può quindi anche essere privato della libertà. Gli studenti degli istituti penitenziari non sono solo stranieri che necessitano di alfabetizzazione (nel 2018 hanno rappresentato circa il 50% degli studenti), ma anche giovani e adulti che compongono la percentuale della cosiddetta evasione scolastica e che hanno la possibilità in carcere di recuperare quel percorso di studi mai affrontato.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 21 maggio 2020 n. 15650. Per far scattare il reato di bancarotta post fallimentare per distrazione non basta che il fallito abbia utilizzato i proventi dell'attività lavorativa senza aver chiesto e ottenuto il via libera dal giudice delegato per le somme che aveva il diritto di trattenere.
La materialità del fatto di bancarotta per distrazione richiede, infatti, la concreta sottrazione delle somme, che superino il limite massimo previsto dalla disciplina sul fallimento. Di conseguenza, in assenza di una determinazione da parte del giudice delegato del denaro che il fallito può trattenere, spetta al giudice penale, effettuare, incidentalmente, la valutazione tenendo presente le esigenze di mantenimento del fallito e della sua famiglia.
Sul fallito resta comunque l'onere di dimostrare la natura e l'entità delle spese e le passività. La Cassazione, con la sentenza 15650, accoglie sul punto il ricorso contro la condanna per bancarotta fraudolenta post- fallimentare, scattata per aver distratto risorse alla procedura concorsuale. La Suprema corte, ricorda che, come noto, non esiste un divieto assoluto per il fallito di lavorare dopo la dichiarazione di fallimento, ma c'è l'obbligo di non depauperare il patrimonio sociale e di versare parte dei proventi dell'attività lavorativa svolta nella massa fallimentare, salvo quanto necessario per il mantenimento. Nel caso esaminato il ricorrente era stato considerato responsabile del reato in virtù delle risorse trattenute.
Per La Suprema corte però la corte territoriale, pur sottolineando la carenza di accertamenti relativi ai costi, fa riferimento genericamente ad attività svolta in nero, reputata di per sé, utile a superare i limiti posti dall'articolo 46 della legge fallimentare, visto l'omesso versamento alla procedura fallimentare dei guadagni. Senza però distinguere tra guadagni e ricavi. La sentenza va dunque annullata e sarà il fallito provare anche in via induttiva i costi sostenuti per l'attività lavorativa.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2020
La tentazione autoritaria di alcuni Governi europei nei rapporti con la magistratura si scarica anche su istituti chiave della cooperazione giudiziaria. È il caso del mandato d'arresto europeo e della Polonia. La Corte di cassazione, con la sentenza 15294 della Sesta sezione penale apre alla possibilità di rifiuto della consegna di un cittadino polacco accusato dalle autorità giudiziarie del suo Paese di associazione per delinquere finalizzata a reati fiscali e di riciclaggio.
Detto che la Corte d'appello aveva dato il via libera all'esecuzione della richiesta, la Cassazione annulla però la sentenza e ne impone un ripensamento anche alla luce di recentissimi eventi. Già la difesa aveva sottolineato il rischio di un'assenza di terzietà del giudice, dopo le riforme che in Polonia hanno compromesso autonomia e indipendenza della magistratura. La difesa valorizzava tra l'altro le intercettazioni del difensore disposte in Polonia per ottenere informazioni sull'imputato.
La Cassazione mette l'accento sul progressivo aggravarsi della situazione polacca per quanto riguarda i principi base dello Stato di diritto. Dove il riferimento è sia alla giurisprudenza della corte Ue sia ai provvedimenti di apertura di infrazione, con, da ultimo, l'ordinanza dell'8 aprile scorso, con la quale è stata disposta la sospensione in via cautelare della legislazione polacca sui procedimenti disciplinari a carico dei giudici e la nuova procedura di infrazione avviata il 29 aprile dopo che il 14 febbraio è entrata in vigore la nuova legge sulla magistratura.
In particolare quest'ultimo provvedimento è stato considerato assai grave in chiave europea, visto che impedisce ai tribunali polacchi di applicare direttamente determinate disposizioni del diritto Ue e di presentare alla Corte europea domande pregiudiziali. Inoltre, è stato assai esteso il perimetro degli illeciti disciplinari di cui la magistratura può essere chiamata a rispondere, sino a configurare lo stesso sistema disciplinare come strumento di controllo politico. In discussione ci sarebbero poi anche violazioni alla privacy dei giudici chiamati a rivelare dati di natura personale.
Fatti di estrema gravità, avvenuti dopo la sentenza della Corte d'appello oggetto di ricorso, e che ora spingono la Cassazione a rinviare la questione della consegna alla Corte d'appello per un nuovo esame che tenga conto di tutti gli elementi. Tenendo presente che il rifiuto alla consegna può scattare solo "in casi eccezionali", quando in pericolo di effettiva violazione ci sono diritti fondamentali della persona. Alla difesa così è affidata la dimostrazione, allegando circostanze specifiche e dettagliate, dell'influenza delle riforme avvenute da ultimo in Polonia sul caso concreto.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2020
La tentazione autoritaria di alcuni Governi europei nei rapporti con la magistratura si scarica anche su istituti chiave della cooperazione giudiziaria. È il caso del mandato d'arresto europeo e della Polonia. La Corte di cassazione, con la sentenza 15294 della Sesta sezione penale apre alla possibilità di rifiuto della consegna di un cittadino polacco accusato dalle autorità giudiziarie del suo Paese di associazione per delinquere finalizzata a reati fiscali e di riciclaggio.
Detto che la Corte d'appello aveva dato il via libera all'esecuzione della richiesta, la Cassazione annulla però la sentenza e ne impone un ripensamento anche alla luce di recentissimi eventi. Già la difesa aveva sottolineato il rischio di un'assenza di terzietà del giudice, dopo le riforme che in Polonia hanno compromesso autonomia e indipendenza della magistratura. La difesa valorizzava tra l'altro le intercettazioni del difensore disposte in Polonia per ottenere informazioni sull'imputato.
La Cassazione mette l'accento sul progressivo aggravarsi della situazione polacca per quanto riguarda i principi base dello Stato di diritto. Dove il riferimento è sia alla giurisprudenza della corte Ue sia ai provvedimenti di apertura di infrazione, con, da ultimo, l'ordinanza dell'8 aprile scorso, con la quale è stata disposta la sospensione in via cautelare della legislazione polacca sui procedimenti disciplinari a carico dei giudici e la nuova procedura di infrazione avviata il 29 aprile dopo che il 14 febbraio è entrata in vigore la nuova legge sulla magistratura.
In particolare quest'ultimo provvedimento è stato considerato assai grave in chiave europea, visto che impedisce ai tribunali polacchi di applicare direttamente determinate disposizioni del diritto Ue e di presentare alla Corte europea domande pregiudiziali. Inoltre, è stato assai esteso il perimetro degli illeciti disciplinari di cui la magistratura può essere chiamata a rispondere, sino a configurare lo stesso sistema disciplinare come strumento di controllo politico. In discussione ci sarebbero poi anche violazioni alla privacy dei giudici chiamati a rivelare dati di natura personale.
Fatti di estrema gravità, avvenuti dopo la sentenza della Corte d'appello oggetto di ricorso, e che ora spingono la Cassazione a rinviare la questione della consegna alla Corte d'appello per un nuovo esame che tenga conto di tutti gli elementi. Tenendo presente che il rifiuto alla consegna può scattare solo "in casi eccezionali", quando in pericolo di effettiva violazione ci sono diritti fondamentali della persona. Alla difesa così è affidata la dimostrazione, allegando circostanze specifiche e dettagliate, dell'influenza delle riforme avvenute da ultimo in Polonia sul caso concreto.
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