di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 giugno 2020
Presentata ieri dal presidente Morra la relazione che sarà inviata al Parlamento. Due le proposte per rendere più difficile la concessione dei permessi agli ostativi: accentrare le decisioni a Roma o esautorare i magistrati di sorveglianza.
Alla fine la relazione della Commissione Antimafia è stata presentata in video conferenza dalla sala polifunzionale di Palazzo Chigi. La relazione contenente le nuove e più stringenti regole per la concessione dei benefici penitenziari ai mafiosi, è scaturita dopo la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale quella parte del 4bis che impone il divieto assoluto del permesso premio nei confronti di chi non collabora con la giustizia. Ricordiamo che tale relazione era stata approvata dalla commissione antimafia il 21 maggio scorso e ieri hanno deciso di ufficializzarla per trasmetterla in parlamento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 giugno 2020
In realtà ci sono i colpevoli della "famigerata" circolare del Dap del 21 marzo dove si invitavano le direzioni carcerarie a segnalare i detenuti over70enni e con patologie fatali se si venisse a contatto con il Covid-19. Tutta colpa degli organismi internazionali che si occupano dei diritti umani. Proprio il giorno prima, ovvero il 20 marzo, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt) ha pubblicato un documento sui principi da rispettare relativi al trattamento delle persone private della libertà ai tempi del coronavirus.
di Raffaella Pessina
Quotidiano di Sicilia, 4 giugno 2020
Lo afferma il presidente dell'Antimafia nazionale Nicola Morra. I contenuti della Relazione presentata ieri dalla Commissione parlamentare. Il documento contiene linee guida per i magistrati di sorveglianza.
Arrivano i primi risultati dopo la bufera che si è scatenata a seguito del provvedimento che ha mandato centinaia di detenuti a casa agli arresti domiciliari a causa del Coronavirus, e che ha provocato anche diverse dimissioni, prima fra tutti quella del capo del Dap, Francesco Basentini.
agensir.it, 4 giugno 2020
"L'istituzione di visite online sostitutive delle visite di persona - la risposta più efficace a mantenere in contatto bambini e genitori durante la crisi Covid-19 - non deve soppiantare in alcun modo le visite di persona nel dopo Covid-19. Il diritto dei minori al contatto diretto con un genitore rimane un diritto sancito dalla Convenzione Onu dei diritti dell'infanzia".
Questa la conclusione principale del primo seminario on line di Cope (Children of Prisoneres Europe) con 390 partecipanti da 38 Paesi, dalla Nigeria all'Argentina, dai Paesi europei a quelli dell'America del nord e del Asia orientale.
di Riccardo Radi
filodiritto.com, 4 giugno 2020
Il nostro legislatore ha impostato l'ordinamento penale in una modalità univoca, prevedendo per tutti i tipi di reato come unica pena possibile il carcere. Per riflettere sulla efficacia della sanzione carcere tout court, partirò da un caso pratico. Vi racconto la storia di un processo "normale", uno dei tanti che affollano le nostre aule di giustizia. Oltre che del processo, parleremo della pena, diretta conseguenza del procedimento, ma soprattutto della storia di un uomo, per non dimenticare che dietro ogni fascicolo processuale c'è la vita di una persona.
di Marco Ruotolo
Il Riformista, 4 giugno 2020
Sono tra le protagoniste del "Viaggio nelle carceri" della Corte costituzionale. Le loro storie riflettono ciò che prevede la Carta quando parla di umanità e rieducazione.
Lucia, Liz e Annamaria. Tre storie paradigmatiche, tre casi giurisprudenziali che si legano all'esperienza del Viaggio nelle carceri della Corte costituzionale. Sono storie di carcere, frammenti di umanità che si vanno ricomponendo. Sono il primo seguito ideale di quella straordinaria iniziativa della Corte costituzionale, di cui è data testimonianza nel docu-film di Fabio Cavalli.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 giugno 2020
Bonafede presenta al centrodestra l'accordo (incompleto) di maggioranza. Ma ottiene solo critiche. La riforma rallenta. Intanto il Consiglio superiore è spaccato proprio da una richiesta del ministro che vuole con sé un magistrato di un ufficio con molti posti scoperti.
Dialogo, collaborazione. Le nuove parole d'ordine di palazzo Chigi scendono per li rami del governo e si fermano in via Arenula, dove il ministro della giustizia malgrado sia stato messo sotto mozione di sfiducia individuale giusto un paio di settimane fa si offre dialogante alle opposizioni. Ne ricava poco, perché la giustizia resta tema incandescente e se la maggioranza ha messo tra parentesi le diversità di vedute, con i rappresentanti di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia Bonafede non fa passi in avanti. "Siamo tutti d'accordo che una riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario non sia più rinviabile", dichiara ottimista il ministro. Ma sul come fare la destra è da un'altra parte.
Il pacchetto di proposte avanzato dalle opposizioni comprende un'esca per i 5 Stelle, visto che ripropone il sorteggio come metodo di selezione della componente togata dal Consiglio superiore della magistratura che era la proposta originaria dei grillini. Ma non lo è più, l'accordo con il resto della maggioranza giallo-rossa prevede adesso un sistema elettorale maggioritario a due turni costruito su collegi molto piccoli.
Sperando che serva a contenere le correnti della magistratura. Il centrodestra ha poi altre idee di riforma, come il rovesciamento dei rapporti di forza nel Csm tra consiglieri togati e consiglieri politici: i secondi raddoppierebbero in una sorta di cura omeopatica al male della politicizzazione. E poi la separazione delle carriere, proposta che tenta anche Italia viva. Così come, su un altro piano, il tentativo di cancellare la riforma Bonafede della prescrizione che tornerà a fare capolino in parlamento a fine mese.
"Irricevibili" sono per il centrodestra le proposte di Bonafede, ancora da affinare nella maggioranza soprattutto per quanto riguarda la selezione della componente laica del Csm: i 5 Stelle vogliono escludere gli ex parlamentari. Intanto però proprio il ministro non dà il buon esempio, visto che il suo nuovo capo di gabinetto (il precedente ha lasciato perché coinvolto nelle intercettazioni di Palamara) divide il Csm che deve approvarne la messa fuori ruolo.
Raffaele Piccirillo, il prescelto dal ministro, è in carico alla procura generale della Cassazione, ufficio che ha una scopertura superiore al 20% dei posti. Le regole del Csm prevedono che in questi casi il fuori ruolo debba essere negato. Salvo eccezioni "in ragione del rilievo costituzionale" dell'ufficio al quale il magistrato è destinato. Il plenum del Csm voterà oggi, probabile che il nulla osta a Piccirillo sia riconosciuto con il solo voto favorevole delle correnti che reggono l'Anm, Unicost e Area, e l'astensione di tutti gli altri.
di Liana Milella
La Repubblica, 4 giugno 2020
Il Csm, almeno per metà, quella di destra della politica e della magistratura, è in aperto dissenso con il Guardasigilli Alfonso Bonafede per via del suo nuovo capo di gabinetto. Proprio nelle stesse ore in cui il ministro della Giustizia, in via Arenula, sta mettendo a punto la riforma del Csm, ecco che nello stesso Csm cresce una fronda sulla toga che il ministro della Giustizia ha scelto come primo magistrato da mettere al suo fianco nel palazzo: Raffaele Piccirillo, toga solo molto vagamente riconducibile alla sinistra di Area.
Il ministro opta per lui, già con un passato in via Arenula come capo degli Affari di giustizia quando era Guardasigilli Andrea Orlando, e una solida esperienza europea nel Greco, il gruppo degli stati contro la corruzione, in cui tuttora rappresenta l'Italia. Nomina urgente la sua dopo le dimissioni dell'ormai ex capo di gabinetto Fulvio Baldi di Unicost, per via delle sue conversazioni con l'ex pm Luca Palamara, in cui i due trattavano l'arrivo al ministero (poi non riuscito) di candidati segnalati proprio dallo stesso Palamara.
Ma che succede al Csm, che deve autorizzare la cosiddetta "messa fuori ruolo" di Piccirillo? Parte una solida fronda dal centrodestra, che si manifesta già durante i lavori della terza commissione, quella che si occupa della mobilità delle toghe da un ufficio all'altro. La presidente è Maria Paola Braggion, giudice di Magistratura indipendente, vice presidente il forzista Alessio Lanzi, consiglieri Michele Ciambellini di Unicost, Ilaria Pepe di Autonomnia e indipendenza, la corrente di Davigo, Giuseppe Cascini di Area, Stefano Cavanna della Lega.
L'ostilità monta subito, appena Bonafede ufficializza la sua scelta. Basta leggere i risultati del voto su Piccirillo usciti dalla commissione. Favorevoli a mandarlo in via Arenula solo Ciambellini e Cascini, quindi Unicost e Area. Nettamente contrario il leghista Cavanna che vota no. Mentre si astengono Braggion, Pepe e Lanzi. Insomma, la destra della politica (Lega e Forza Italia) è contraria. Centro e sinistra sono a favore. In commissione non c'è nessuno laico indicato da M5S.
Perché? Cosa c'è che non va? Perché Piccirillo non potrebbe fare il capo di gabinetto? Perché, secondo chi vota no o si astiene, se lasciasse la sua attuale collocazione presso la procura generale della Cassazione come sostituto lì si creerebbe un vuoto.
Il suo è un ufficio, come annota meticolosamente la stessa commissione nella proposta pur favorevole a Piccirillo inviata al plenum, che ha il 20,83% di scopertura, nel senso che mancano dei magistrati. Quindi perché levargliene un altro ancora? Ma, come fa osservare chi è favorevole, secondo la Costituzione, proprio il Guardasigilli riveste un ruolo per così dire costituzionalmente protetto, e questo può ben far superare il problema della scopertura, tenendo conto peraltro che il capo dell'ufficio, cioè il procuratore generale Giovanni Salvi, ha già dato il suo via libera a Piccirillo.
A questo punto l'esito del voto è incerto. Perché Piccirillo dovrebbe contare su dieci voti sicuri, i 5 di Area, i 3 di Unicost, i 3 di M5S. E siamo a 11. Dovrebbe votare a favore anche il Pg Salvi. Siamo a 12. Sul fronte del no sicuramente i due consiglieri della Lega. Tutto dipende da come votano Magistratura indipendente (3 consiglieri) e Autonomia e indipendenza (5), se confermano l'astensione già data in commissione o la trasformano in voto contrario. Non è detto inoltre che Autonomia e indipendenza voti compatta perché molte volte Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita si sono espressi in modo difforme da Piercamillo Davigo, Ilaria Pepe e Giuseppe Marra. In bilico anche il voto del primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone di Mi.
Resta la singolarità di una contrapposizione tra Csm e ministro della Giustizia, scatenata soprattutto dalla destra della politica e della magistratura, su una poltrona strategica come quella del capo di gabinetto, proprio mentre il ministro sta riformando lo stesso Csm, con una riforma che però non piace proprio alla destra. Tant'è che, a brutto muso, dopo un incontro in via Arenula, proprio il centrodestra ha definito "irricevibili" le proposte di Bonafede. Il ministro risponde e dice che la sua riforma "non ha pregiudizi ideologici". Ma tant'è, intanto parte un'azione di disturbo sul capo di gabinetto.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 4 giugno 2020
Giuseppe Ayala, Pm antimafia per anni affiancato al pool di Falcone e Borsellino, dall'alto dei 75 anni appena compiuti ha ancora tanta voce, quanta memoria. "The voice", lo chiamava Falcone: "Tu sei la Voce, ma la canzone la scriviamo insieme". E poi andavano a far cantare gli imputati, nelle aule di giustizia in cui Ayala teneva le requisitorie.
"Nell'aula bunker del maxi processo rimasi chiuso dentro per otto giorni e otto notti: per sicurezza dovevo rimanere blindato". Una storia di magistratura in prima linea, negli anni roventi dello scontro frontale con Cosa Nostra. "Ero un Pm competitivo, dicevano di me Borsellino e Caponnetto. E posso dire di non aver mai perso un processo". In quegli anni, nessuna comparsata televisiva. Una passione civica mai sopita lo porterà invece a Roma, dove è stato parlamentare quattro volte: due alla Camera e due al Senato. Oggi è vicepresidente della Fondazione Giovanni Falcone e gira le scuole per portare la memoria della sua guerra alla mafia.
Che cosa sta succedendo alla magistratura?
Non conoscevo da vicino i modi di fare di certi personaggi rappresentativi del Csm. Ma sostengo da anni che il Csm è il peggior nemico dei magistrati. Il ministro della Giustizia Vassalli una volta disse: "Ogni Csm riesce ad essere peggiore del precedente". E questi tempi non fanno eccezione. È emerso un verminaio.
Non è sorpreso, quindi.
Diceva Giovanni Falcone nel 1988: "Se i valori dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura sono in crisi, questo dipende in maniera non marginale dalla crisi che da tempo investe l'associazione dei giudici, rendendo l'Anm un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi. Le correnti dell'Anm si sono trasformate in macchine elettorali per il Csm e quella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata in seno all'organo di governo della magistratura con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica". Io non ho l'autorevolezza di Falcone, ma penso la stessa cosa.
Che cosa le ha insegnato la sua esperienza politica?
I tre poteri di Montesquieu devono rimanere indipendenti, la confusione e la debolezza della politica implicano il rafforzamento del potere giudiziario, e non è mai un bene. Se le istituzioni fossero forti, autorevoli, indiscutibili, chi esercita altre funzioni tornerebbe nel suo alveo.
E lei quando decise di passare dalle aule giudiziarie a quelle del Parlamento?
Giorgio La Malfa mi telefonò e mi disse di andarlo a trovare. Ero con Falcone, che volle accompagnarmi. Mi chiese di candidarmi alla Camera, chiesi 24 ore di tempo per riflettere. Aspettavamo l'ascensore, Falcone mi disse: "Sai quali sono le scommesse che si perdono sicuramente? Quelle che non si accettano". Il suo incoraggiamento fu decisivo: rientrai nell'ufficio di La Malfa, dicendogli: "Le 24 ore sono passate. Accetto". Ma non ho mai preso la tessera di un partito, perché un magistrato non deve prendere tessere di partito.
Anche perché i partiti dei magistrati sono le correnti, come insegna Palamara.
Io non voglio difendere Palamara, me ne guardo bene. Ma in questa vicenda lui ci è incappato perché aveva il trojan nel telefono, ma penso che altri Palamara ce ne sono. E chissà quanti. Lo strapotere delle correnti è un problema strutturale. Ma tengo anche a dire che la magistratura è fatta da donne e uomini che ogni giorno vanno a svolgere il proprio lavoro con serietà e sobrietà.
Ha notizia di altri casi Palamara?
Non voglio fare nomi, ma anni fa sostenni che ci sono dei colleghi che facendo i magistrati, seguono una carriera parallela. Usano la carriera di magistrato per assumere ruoli di potere. Sto pensando a un nome che non farò, ho certamente in mente qualcun altro alla Palamara. E potrei mettere giù un elenco. Non c'era solo Palamara, ma diciamo che si era conformato bene a questa logica della carriera parallela.
Lei ha letto la bozza di riforma?
Ho letto questo discorso del sistema elettorale; con priorità di genere e ballottaggio. È una sperimentazione; la cosa peggiore nella vita è stare fermi, poi non è detto che sia la soluzione migliore. Io ho parlato con qualche collega, tutti si aspettano un intervento tempestivo e efficace.
Lo auspicano a bassa voce.
Non parlano perché in fondo hanno subìto. Ma tutti vogliono che cada questo sistema.
La corruzione è fisiologica, quando troppo potere si cristallizza sempre nelle stesse mani.
Esattamente. Quando gestisci troppo potere e troppo a lungo e diventi di fatto il referente di chi vuole condizionare la vita pubblica e le porte della corruzione si aprono.
Che rapporto avevano Falcone e Borsellino con la magistratura associata?
Paolo (Borsellino, ndr) era militante autorevole di Magistratura Indipendente, l'area più conservatrice. Ma di giochi di potere di questo genere non ne sognava neanche di notte. Era una persona trasparente e pulita che credeva molto nei valori altissimi del magistrato.
Falcone era meno impegnato nelle aree associative, anche se per la verità insieme demmo vita a una corrente che chiamammo I Verdi. Non per attenzione all'ambiente, ma perché casualmente il foglio su cui avevamo scritto i principi fondamentali era verde. Era un impegno di rottura, che poi si trasformerà nel tempo nella corrente di Area. Non ci impegnammo però poi molto, anche perché eravamo sin troppo occupati con il lavoro quotidiano per dedicarci a queste attività.
Come ogni anno, nell'anniversario di Falcone tutti si riscoprono suoi buoni amici. Anche la politica. Ma lui in realtà da che parte stava?
A me e Falcone ci chiamavano Toghe Rosse. Avevamo una sensibilità di sinistra ma né Falcone né io abbiamo mai votato Pci. Avevamo votato tutti e due Pri. Quando io mi candidai nel 1992 alla Camera con i Repubblicani, fui spronato e sponsorizzato da Falcone. La famosa fotografia in cui Falcone e Borsellino sorridono insieme, spalla a spalla, è stata scattata dal fotografo Tony Gentile al comizio del Pri di Palermo che facemmo per lanciare la mia candidatura.
Falcone aveva rapporti stretti con la politica?
Nessuno in particolare, era un elettore repubblicano convinto, come dicevo: un ammiratore di Ugo La Malfa. Non intrattenne mai rapporti, e tantomeno chiese favori. Abbiamo convissuto per dieci anni, lo so con certezza. Con il ministro della Giustizia Claudio Martelli andava d'accordo, più per ragioni istituzionali che per simpatia politica.
Sulle commistioni di affari tra mafia e politica avevate lavorato anni.
Il mandato d'arresto per Ciancimino lo avevamo firmato io e Falcone. I cugini Salvo, che erano i due uomini più ricchi e potenti della Sicilia, legati a Salvo Lima, su mia richiesta sono stati arrestati con mandato emesso da Giovanni Falcone. Che poi fu addirittura accusato da esponenti dei movimenti antimafia, con un esposto firmato al Csm, di nascondere nel cassetto le prove del rapporto tra mafia e politica. Puttanata gigantesca che però gli provocò una grande amarezza. Nei cassetti di Giovanni non c'era nulla di nascosto: quando adottavamo una iniziativa, avevamo gli elementi che in dibattimento portavano alla sentenza di condanna. Non facevamo cose per finire sui giornali. E la storia parla per noi: i processi li abbiamo vinti tutti.
I tempi sono cambiati, le luci della ribalta piacciono a tutti.
Oggi c'è una sensibilità mediatica di alcuni magistrati. Comparire sui giornali e andare in tv piace a molti, con alcuni giornalisti tengono ad avere rapporti tali per garantirsi quel successo mediatico cui tengono. Falcone era l'opposto. Noi non abbiamo mai fatto un comunicato stampa. Lavoravamo con la riservatezza dovuta al nostro ruolo, al riparo dai giornalisti.
A proposito: Saverio Lodato, L'Unità di Palermo, ha rivelato una confidenza di Falcone...
Ho visto che dopo trentun anni ha ricordato che Falcone, con cui si davano del lei, gli avrebbe riferito un sospetto, una cosa così riservata, facendogli il nome di Contrada come mente dietro all'attentato dell'Addaura. Sarà vero ma non ci credo. Mi suona strano, per l'accortezza di Giovanni.
Che idea si è fatto di Contrada?
Anni prima del 1989, Contrada mi venne a trovare in ufficio. Giovanni mi mise in guardia: "Accura a Contrada", mi disse in siciliano. Quando Contrada andò a processo venni ascoltato, e lo raccontai.
Quindi le riserve di Falcone su Contrada c'erano.
Sì. Da molto prima dell'Addaura.
Andiamo a via D'Amelio. "Dopo Falcone e Borsellino, il terzo sarà Ayala", si disse.
Mi fu detto esplicitamente da livelli istituzionali molto alti, e infatti non le dico dall'attentato di via D'Amelio in poi quali misure di sicurezza furono prese. Mi fu sconsigliato di andare a Palermo. Le rare volte in cui andavo, con volo di Stato da Roma, trovavo ad attendermi due elicotteri: io dovevo scegliere all'ultimo su quale salire, senza dirlo prima a nessuno. In volo, gli elicotteri dovevano seguire sempre percorsi diversi, una volta sul mare, un'altra sull'interno. Cambiò tutto il protocollo di sicurezza, e funzionò.
Con Falcone e Borsellino le misure non furono così attente.
Ci furono dei buchi incredibili nella rete di sicurezza. Dentro Palermo per andare al Palazzo di giustizia ogni giorno ci facevano cambiare percorso, poi per prendere l'aereo si andava dritti a Punta Raisi con l'unica strada esistente. Una volta Falcone fu profetico, eravamo in macchina insieme e mi disse: "Ma se ci fanno un attentato qui, in autostrada?" - ed ebbe anche quella volta ragione. E per Borsellino, che aveva l'abitudine di andare a trovare spesso l'anziana madre, è assurdo che nessuno abbia pensato di mettere un presidio di protezione lì in via D'Amelio.
Che successe quando lei arrivò, tra i primi, in via D'Amelio il giorno dell'attentato?
Stavo a duecento metri, arrivai subito, con la scorta. Fu uno choc incredibile, tra fuoco e fiamme mi ritrovai tra le gambe un corpo carbonizzato: era Paolo Borsellino. Presi la sua borsa dalla macchina e la consegnai a un ufficiale dei Carabinieri.
L'agenda rossa però da lì in poi è scomparsa.
Io di una sua agenda rossa non sapevo neanche l'esistenza.
È diventata un'icona. Un simbolo. Forse anche un mito.
Se ne è parlato moltissimo, ma non ne sapevo niente. Paolo Borsellino nel 1986, tre anni prima di morire, diventò Procuratore della Repubblica di Marsala. Tornò a Palermo a fine 1991 o inizio 1992. Dunque fino a poco prima non ci eravamo frequentati, non conoscevo i suoi oggetti personali. Comunque ognuno di noi ha la sua agenda con i propri impegni, ma posso dire una cosa per certo: nessun grande magistrato affida tutti i suoi segreti a un'agendina. Esistono archivi, schedari, fascicoli. E Paolo era puntuale e meticoloso: appena appurava qualcosa lo andava a riferire a chi di competenza o aggiornava gli atti di indagine.
Giovanni Falcone aveva una sua agenda riservata?
Aveva un'agenda con gli appuntamenti, come la avevo io. Una volta doveva andare a New York, dove in aeroporto vendono a buon prezzo il profumo preferito di mia moglie, "Tatiana" di Diane Von Funstenberg. Un profumo che a Palermo non si trova facilmente. Gli chiesi di farmi la cortesia di comprarmi un paio di confezioni e Giovanni annotò "Tatiana" sulla pagina, alla data di New York. Pensai: se succede qualcosa, se smarrisce l'agenda, chi la trova immaginerà subito che c'era un'amante con questo nome ad aspettarlo. Le agende sono fatti privati.
Oggi nell'agenda di certi magistrati ci sono invece gli studi televisivi.
C'è una propensione alla notorietà, oggi, che noi non conoscevamo. Una bella intervista a Davigo, che spara cose forti, ci sta. Capisco che tiri su gli ascolti. Ma questo non giova alla magistratura. A noi insegnavano che la riservatezza è una dote fondamentale per chi vuole far bene questo mestiere. Piercamillo è un uomo molto intelligente che si è andato radicalizzando, negli anni. Questa sua frase per cui "non vanno aspettate le sentenze" è una frase che non devi dire, se fai il magistrato.
Forse non la devi neanche pensare.
Non la devi neanche pensare, ma men che mai dirla. Poi è vero che in Italia manca il controllo sociale, che il senso civico è spesso scarso. Il mio sogno è che l'amore per la giustizia sia tanto diffuso da portare all'autocontrollo, a un senso più alto di responsabilità e del pudore. Se la politica recupera dignità e riesce a selezionare meglio la classe dirigente, lo strapotere giudiziario si arresta.
di Renato Luparini
Il Dubbio, 4 giugno 2020
L'indipendenza della magistratura è diventato valore assoluto, e quella che indaga ha avuto il sopravvento su chi giudica. Il dottor Davigo ha il pregio con la sua recente affermazione pubblica sulla malattia italica dell'attesa delle sentenze prima di emettere un giudizio sui comportamenti delle persone, di rendere ancora più attuali due riforme attese da quaranta anni: la separazione delle carriere e la riforma del Csm.
Erano temi sul tavolo della politica negli anni 80: il nuovo codice di procedura penale (l'unico partorito dalla Repubblica Italiana nel suo ormai lungo cammino) rendeva necessario distinguere con chiarezza il ruolo, degno di indipendenza e tutela, dell'ufficio di accusa (ancora anacronisticamente chiamato "Pubblico Ministero", cioè in italiano corrente, servizio pubblico) e quello altrettanto degno del giudice ed istituire quindi non un unico organo di autogoverno dell'indistinta magistratura, ma due separate autorità di vigilanza. Il clima sembrava ideale: la stagione cupa del terrorismo era superata e il quadro internazionale stabile e sereno.
C'era però un male oscuro che rodeva la credibilità della politica e venne fuori per la gestione di un ospizio milanese (Vico è sempre attuale). Da lì in poi è stato il diluvio. Il Csm è diventato il Palazzo dei Marescialli in ogni senso.
Non più un organo di alta amministrazione, come il Cnel, quale era stato per alcuni anni e neppure più l'organo costituzionale di autotutela della magistratura, guardiana dello Stato Democratico contro il terrorismo e le mafie qual era diventato, ma una sorta di Camera dei Lord, di collegio degli Efori. Il Csm e la Magistratura hanno acquisito una funzione sempre più normativa. Le leggi approvate dal Parlamento sono interpretate dal Consiglio e applicate dalla magistratura in modo sempre più incisivo.
La Legge da quadro è divenuta una cornice per l'interpretazione giurisprudenziale; una cornice sempre più esile, talora divenuta una graffetta applicata in margine a una sentenza. Il diritto è vivente in Piazza Indipendenza e Piazza Cavour, a Montecitorio e Palazzo Madama è solo un'immagine astratta. L'indipendenza della Magistratura da concetto relativo (autonomia dalla politica) è divenuto un valore assoluto, come per uno Stato che si proclama sovrano e che "superiorem non recognosces".
Ma le magistrature sono due: quella che indaga e quella che giudica. E la prima ha avuto ha il sopravvento perché arriva sul fatto con anticipo rispetto a quella che sentenzi. Il primo magistrato che inquadra il gran guazzabuglio della vita e del cuore umano è il Procuratore della Repubblica; poi un suo collega tira le fila di un ordito già sagomato e delineato. Interviene per correggere, integrare, smussare, ma sempre su un disegno già definito nei suoi tratti essenziali. Questa impostazione rende inevitabile, specie quando lo spirito di colleganza diventa una bandiera da sventolare con orgoglio, considerare la sentenza solo un aggiustamento delle indagini, la loro "bella copia".
Lo aveva capito, con singolare preveggenza, un grande statista del secolo scorso, Bettino Craxi, parlando alla Camera dei Deputati: "In quale Paese civile e libero si sono potuti celebrare in piazza tanti processi sommari, (...) si sono consacrate tante sentenze di condanna prima ancora che sia stato pronunciato un rinvio a giudizio?". Mi si potrà obiettare che Craxi secondo sentenza passata in giudicato ha rubato alla nostra Repubblica argenteria preziosa e non merita la patente di statista. Mi permetto di considerare che, secondo sentenza legalmente emessa da Sua Maestà Francesco Giuseppe, Guglielmo Oberdan fu condannato come terrorista.
È un paragone fragoroso, ma rende evidente che la verità giudiziaria e il giudizio storico hanno distinti parametri. Ma io vorrei riflettere su quale sia l'argenteria più preziosa. Certo conta quella che fa parte del Tesoro erariale, ma conta maggiormente quella che è custodita nella Costituzione, che consacra e rende inviolabili alcuni principi inderogabili, quali la presunzione di non colpevolezza e il giusto processo. Per questi principi, la necessità di un processo e la ricerca della verità, morì tanti anni fa un avvocato socialista emiliano: si chiamava Giacomo Matteotti.
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