quotidianogiuridico.it, 3 giugno 2020
Cassazione penale, sezione I, sentenza 6 maggio 2020, n. 13764. Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza aveva respinto l'opposizione alla espulsione a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione (art. 16, d.lgs. n.286 del 1998) proposta da un detenuto, cittadino extracomunitario, difettando la condizione di convivenza tra il detenuto, la moglie e la figlia minore avuta da quest'ultima, la Corte di Cassazione (sentenza 6 maggio 2020, n. 13764) - nell'accogliere la tesi difensiva, secondo cui nel caso in esame ben poteva riconoscersi la condizione ostativa alla espulsione, atteso che la nozione di convivenza va intesa come stabilità del legame affettivo, e non necessariamente come coabitazione - ha infatti affermato che non appare essere decisivo l'aspetto della assenza di coabitazione tra il genitore detenuto, richiedente l'espulsione a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione, e il figlio minore, dovendo essere oggetto di verifica e di apprezzamento in concreto, in termini di possibile causa ostativa alla espulsione, l'interesse del minore al mantenimento del vincolo familiare e affettivo con il genitore, in termini di potenziale pregiudizio alla integrità̀ del suo sviluppo psicofisico.
di Raffaele Lorusso
articolo21.org, 3 giugno 2020
Non è ancora tempo di cantare vittoria. L'impegno del governo a cancellare il carcere per i giornalisti, ribadito dai sottosegretari all'editoria e alla giustizia, Andrea Martella e Vittorio Ferraresi, rappresenta un importante elemento di novità. Di qui ad affermare che il risultato è stato raggiunto, però, ce ne passa. Di certo, è a portata di mano.
Anche perché, a incalzare il parlamento potrebbe essere la Corte Costituzionale. I giudici della Consulta, com'è noto, il prossimo 9 giugno si pronunceranno sull'eccezione di incostituzionalità dell'articolo 595 del co dice penale e dell'articolo 13 della legge sulla stampa, la numero 47 del 48. Entrambe le norme prevedono la pena detentiva per il giornalista che commette il reato di diffamazione a mezzo stampa.
Quale sarà la decisione della Corte Costituzionale - rigetto della questione o accoglimento oppure sentenza interlocutoria con rinvio alle Camere che se ne stanno occupando - diventerà fondamentale il lavoro del Parlamento. Nelle numerose interlocuzioni avviate dalla Fnsi, da sempre in prima linea per la cancellazione del carcere per i giornalisti, governo e forze politiche hanno ribadito la volontà di approvare la proposta di legge sulla cancellazione del carcere insieme con quella, distinta ma collegata, sul contrasto alle querele bavaglio.
Quest'ultima, presentata dal senatore Primo Di Nicola, ha già ottenuto il via libera della commissione giustizia del Senato. Per quella sulla diffamazione, che introduce anche nuovi criteri sull'obbligo di rettifica, l'ok dovrebbe arrivare a breve.
Restano da sciogliere alcuni nodi sostanziali. A cominciare dal rischio, tutt'altro che remoto, che la cancellazione del carcere si trasformi in una sorta di resa dei conti con i giornalisti. La voglia di sostituire la pena detentiva con pesanti sanzioni pecuniarie è diffusa trasversalmente fra le forze politiche. Non è una novità, visto che anche nelle passate legislature i disegni di legge di riforma si sono infranti proprio su questo scoglio.
Se dovesse prevalere la linea dura, ossia multe salate al posto del carcere, si aprirà un altro caso Italia dinanzi alla Corte europea dei diritti dell'Uomo. I giudici di Strasburgo, infatti, considerano le pene pecuniarie di una certa entità alla stessa stregua del carcere. Ossia una forma di dissuasione per il giornalista. Il rischio di condanna a pagare una somma elevata in caso di diffamazione rappresenta di fatto una compressione della libertà di espressione e del diritto di cronaca.
L'auspicio, allora, è che il legislatore italiano sia riformista fino in fondo e accolga le raccomandazioni della Corte europea. Il carcere può essere sicuramente sostituito da sanzioni pecuniarie. A condizione, però, che venga previsto un minimo e un massimo (comunque contenuti) e che, in caso di condanna, venga data al giudice la possibilità di tener conto delle condizioni economiche del giornalista, delle dimensioni dell'impresa e della diffusione del giornale. In caso contrario, sarà impossibile per l'Italia sottrarsi alle censure dei giudici europei.
Il sindacato dei giornalisti ha portato questi elementi all'attenzione del governo e dei parlamentari che stanno discutendo la proposta di legge in commissione. Se fossero accolti, sarebbe una chiara inversione di tendenza. Un fatto di portata storica, considerato che la cancellazione del carcere per i giornalisti era nell'atto costitutivo della Fnsi. Che - va ricordato a beneficio di chi non conosce la storia o non vuole studiarla - risale al 1908.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 giugno 2020
Mario Serpa, all'ergastolo dall'83, nel 2006 ottiene il beneficio, nel 2012 è rinviato a giudizio. In carcere fin dall'83 con tanto di condanna all'ergastolo, ma dopo un lungo percorso trattamentale è riuscito ad ottenere i primi benefici e infine nel 2006 la semilibertà per poter lavorare.
Finalmente, dopo decenni, il suo percorso era proiettato verso il reinserimento graduale nella società come prevede la finalità della pena prevista dalla costituzione italiana. Nel 2012 però il tribunale di sorveglianza gli ha revocata la misura a seguito di un rinvio a giudizio perché accusato di aver ricostituito il clan calabrese.
Parliamo di un processo che all'epoca fu abbastanza famoso. Era l'operazione "Tela del ragno" relativo all'indagine su dei clan della 'ndrangheta attivi nella zona del tirreno cosentino e su decine di omicidi. Nel 2017 è stato assolto in appello e i Pm non hanno fatto ricorso.
Assoluzione piena. Lui non aveva nulla a che fare con quella vicenda per la quale però altri sono stati condannati. A quel punto i legali hanno chiesto al Tribunale di Sorveglianza bolognese di ripristinare i benefici. Ma nulla da fare. Dal provvedimento che Il Dubbio ha potuto visionare si evince che il giudice, pur prendendo atto dell'assoluzione, ha respinto la richiesta perché, in sostanza, deve ricominciare da capo per riacquistare la fiducia.
Vale la pena riportare questo passaggio della lettera dell'ergastolano 67enne Mario Serpa (questo è il suo nome) inviata all'ex ergastolano ostativo Carmelo Musumeci. "Da quello che si desume dal ragionamento che ha fatto il Tribunale di Sorveglianza di Bologna nel concedermi o meno il beneficio che ho chiesto - scrive Mario Serpa - mi sembra di capire che io dovrei ricominciare da zero (come un detenuto che chiede per la prima volta questo beneficio) non tenendo conto né dell'errore che ha commesso la Procura, né del mio trascorso (prelevato e rinchiuso nella semilibertà senza aver commesso mai una sola infrazione). In altre parole, dovrei passare di nuovo nel crudele gioco delle "forche caudine": ti sembra giusto?".
Ovviamente i suoi legali hanno fatto ricorso in Cassazione, ma ancora non è stata fissata l'udienza. Per un errore giudiziario, Mario Serpa si vede azzerato tutto il suo percorso. Eppure, durante l'arco temporale intercorrente dal 2006 al 2012 non si era registrata a carico di Serpa alcuna infrazione e il comportamento tenuto dallo stesso è stato più che retto.
Non è stata colpa sua se, dopo 6 anni di semilibertà, è stato raggiunto da un ingiusto provvedimento di custodia cautelare, sfociato poi in una piena assoluzione. Mario Serpa fin dal 2012 è recluso in alta sorveglianza del carcere di Parma, senza che ce ne sia motivo.
Vale la pena riportare l'ultima relazione di sintesi redatta proprio dal carcere parmense: "Comportamento assolutamente corretto, assenza di sanzioni, manifesta cortesia, disponibilità e interesse, relazioni rispettose, frequenza del laboratorio del riuso e svolgimento di attività a turnazione nella distribuzione dei pasti. I rapporti sono assidui con i tre figli, due dei quali affetti da handicap, La moglie del detenuto è morta di cancro nel 2001.
Sulle vicende criminali, si evidenzia che, prima di esse, Serpa ha sempre lavorato, ma l'uccisione del padre per una vendetta trasversale nel 1979 ha segnato il punto di non ritorno e di inizio della caccia agli assassini del padre, poi sistematicamente uccisi".
Dalla relazione di sintesi si evince anche il motivo per il quale nel 1979, all'età di 26 anni, finì nel vortice della violenza e dell'odio diventando così un boss della 'ndrangheta. Ma oggi è diverso. Nella lettera si rivolge a Carmelo Musumeci sottolineando che dai suoi buoni insegnamenti ne ha fatto tesoro e "seppur ancora oggi mi ritrovo a dover soffrire (per colpe non mie) non mi lascerò mai più guidare né dall'odio né dalla prepotenza, come quand'ero giovane".
Come detto, Mario Serpa si trova al carcere di Parma per un reato dal quale è stato assolto. "Io ora voglio sapere - scrive a Musumeci - con che capo d'imputazione e articolo mi tengono qui dentro, in una Sezione di Alta Sicurezza, dopo che sono stato assolto da ogni accusa. Accuse che sono state utilizzate pure per chiudermi dalla semilibertà. È mai possibile che una sentenza di assoluzione non riesca ad annullare una ingiusta decisione sentenziata senza prima sapere se il malcapitato fosse o no colpevole?".
di Giacomo Di Gennaro*
Il Riformista, 3 giugno 2020
L'attivazione di percorsi formativi a Secondigliano è una chance di riscatto che bisogna offrire anche ai reclusi negli altri istituti. La vicenda di A.A., il detenuto che nell'istituto penitenziario di Secondigliano ha dovuto fare ricorso allo sciopero della fame per ottenere un pc che gli consentisse di consultare i materiali di studio per prepararsi a sostenere l'esame previsto in quanto iscritto a un corso di laurea della nostra università, solleva non poche domande ma necessita anche di fornire alcuni chiarimenti.
La prima riguarda la disponibilità dell'attuale Direzione amministrativa penitenziaria (Dap) di continuare a sostenere in misura ancora più forte quanto fatto negli ultimi anni dietro la spinta dell'allora presidente della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) e oggi ministro dell'Università Gaetano Manfredi.
A partire dal 2018 presso la Crui fu costituita la Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari (Cnupp), con lo scopo di dare seguito in maniera più ampia, stabile e coordinata alla promozione del diritto allo studio universitario agli studenti detenuti o in esecuzione penale esterna o persone sottoposte a misure di sicurezza detentive coincidenti con misure di privazione della libertà personale.
In soli tre anni questa esperienza è cresciuta e la formazione universitaria in ambito penitenziario oggi annovera 36 atenei associati che complessivamente contano tra i propri iscritti - secondo i dati del più recente rilevamento - 926 studenti detenuti in 77 istituti penitenziari del Paese (53 case circondariali e 24 case di reclusione) e in alcune Rems.
Per risolvere i vari problemi che si presentano e migliorare la collaborazione tra singoli istituti e atenei, a settembre 2019 si è siglato un protocollo d'intesa tra il Dap e la Cnupp in base al quale è stato avviato un confronto stabile sulle condizioni in cui si trovano sia le persone detenute che gli operatori cui sono affidati.
Nonostante il lockdown, le varie università si sono impegnate a mantenere, per quanto possibile, i contatti con gli studenti detenuti, ritenendo che la situazione di emergenza non avrebbe dovuto compromettere i percorsi di studio intrapresi. Cercando strade diverse da quelle seguite in condizioni di contatto tra docenti e studenti, ma ugualmente efficaci, in molti casi la disponibilità delle direzioni ha permesso di garantire lo scambio formativo, l'offerta didattica, la garanzia della possibilità di assolvimento dei doveri di ogni studente universitario.
Ed è su questa linea che si inserisce l'esperienza del Polo universitario di Secondigliano voluto dalla Federico II e al quale, si spera, quanto prima si vada ad aggiungere quello di Poggioreale e di altri istituti penitenziari della Campania.
È una strada tutta in salita. Infatti, da un recente monitoraggio effettuato dai delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari che ha fotografato quanto accaduto durante la fase di isolamento nei diversi istituti penitenziari, emerge che "solamente in meno di un quarto (23%) degli istituti monitorati si è riusciti a garantire facilmente la continuità all'offerta formativa, mentre in circa il 50% degli istituti i contatti sono stati mantenuti con difficoltà e ben nel 25% dei casi i contatti con gli studenti sono stati del tutto interrotti, a volte senza che ai responsabili dell'università venissero fornite risposte alle richieste di mantenere una qualche forma di scambio con gli studenti detenuti".
Questi dati offrono elementi di riflessione su quanto sia difficile praticare tale esperienza e quanta poca disponibilità permanga ancora in molte strutture penitenziarie. E qui veniamo alla seconda domanda. Essa inerisce il modo in cui, al di là della retorica che può essere costruita sul dettato costituzionale e sulla finalità della pena e del trattamento umano delle persone detenute, vogliamo effettivamente dare seguito alla punitività nel nostro Paese.
L'Italia ha una lunga tradizione a riguardo caratterizzata da una oscillazione tra repressione e clemenza. Non ci siamo quasi mai trovati di fronte ad uno scenario univoco. Basti osservare i tassi di incarcerazione che, già dopo la riforma del 1975, hanno avuto andamenti addentellati perché caratterizzati da amnistie e indulti con conseguenti deflazioni della popolazione carceraria, dando così al sistema italiano della penalità un volto moderato e pragmatico, ma poco attento alla reale riabilitazione della persona detenuta.
È questa permanente tensione tra moderazione e repressione, alternanza tra punitività e clemenza che impedisce di costruire in maniera chiara e lineare percorsi efficaci di recupero e responsabilizzazione del detenuto, ancorché fare della detenzione un architrave - sebbene residuale - della deterrenza. Basti osservare quanta difficoltà ancora oggi ha la mediazione penale ad essere costantemente perseguita e quanto lontano ancora risultino la pratica e diffusione dell'esperienza della giustizia ripartiva, al di là delle buone prassi in qualche istituto penitenziario realizzate con il sostegno dei relativi tribunali.
L'esperienza dei poli universitari non è la panacea, è ovvio, ma sicuramente rappresenta un tassello importante per l'accrescimento del capitale umano, è una risposta all'esigenza di autostima e di rispetto di sé che aiuta ad invertire la deriva del risentimento nei confronti dello Stato. Sarebbe davvero strano che in una nuova fase storica nella quale si sottolinea la rilevanza dell'economia della conoscenza, il ruolo determinante di quest'ultima nella creazione del valore economico, si perpetuasse a marginalizzare ulteriormente la popolazione carceraria non potendo garantire nemmeno l'accesso alla soglia divenuta minimale costituita da un livello superiore di istruzione.
È importante allora che il confronto tra università e amministrazioni penitenziarie centrale e decentrate (Prap) e le direzioni dei singoli istituti penitenziari, come già spesso avviene, si promuovano e sostengano ancor di più nei vari contesti locali e che ad esse facciano seguito iniziative congiunte che abbiano al centro il significato culturale insito nell'incontro tra l'universo carcerario e le comunità universitarie, anche ai fini della sensibilizzazione delle comunità locali sul valore dei percorsi di studio per le persone private della libertà personale. Giacomo Di Gennaro
*Delegato per la Cnupp per il Dipartimento di Scienze Politiche
ilpopolopordenone.it, 3 giugno 2020
I lavori potrebbero essere consegnati già quest'autunno. Buone notizie per quanto riguarda l'iter del nuovo istituto penitenziario del Friuli Occidentale. In occasione del sopralluogo di qualche giorno fa all'ex caserma Dall'Armi per la consistenza dei lavori del cantiere del futuro carcere da 300 posti nell'ex sito militare di via Divisione Garibaldi, il responsabile della pratica del Provveditorato alle opere pubbliche del Triveneto, ing. Francesco Sorrentino, ha comunicato importanti novità che preannunciano uno sblocco dell'iter realizzativo dell'opera.
"Con oggi - ha spiegato Sorrentino - si è accertato lo stato di consistenza con l'impresa che aveva originariamente vinto l'appalto ovvero l'Associazione temporanea di imprese Kostruttiva-Riccesi".
Un passo che segue la sentenza della Corte di Cassazione del 20 gennaio 2020 che ha definitivamente chiarito che è l'Impresa Pizzarotti di Parma la realtà che subentrerà al contratto per la costruzione della struttura che sorgerà al posto dell'ex caserma. Con il Verbale di consistenza lavori, nel concreto si è verificato oggi, sul posto, quanto finora realizzato dall'Associazione temporanea di imprese inizialmente aggiudicataria dell'appalto così da quantificare il dovuto. Al contempo, il Provveditorato può rientrare in possesso del bene demaniale. Un passaggio necessario prima della futura stipula del contratto con la nuova impresa risultata subentrante, aggiudicataria dell'opera, ovvero la Pizzarotti, un colosso con un portafoglio ordini da 13 miliardi di euro, arrivata inizialmente seconda nella gara.
Quali i prossimi step e quando si potrà riprendere il cantiere? L'ing. Sorrentino, ha spiegato che "si stanno facendo alcune verifiche dal punto di vista giuridico con l'Avvocatura di Stato per vedere la modalità di subentro di Pizzarotti perché le condizioni economiche sono completamente differenti. Pizzarotti aveva offerto in gara d'appalto un ribasso dell'1 per cento, mentre l'Ati Kostruttiva-Riccesi aveva presentato un ribasso di circa il 25 per cento. Si parla di un delta economico, compreso di Iva e altro, di circa 8 milioni di euro".
Pertanto, nel caso in cui l'Avvocatura di Stato confermasse l'applicazione del ribasso della gara d'appalto, si dovrà richiedere un'ulteriore tranche di fondi ad integrazione poiché l'importo complessivo dei lavori del nuovo istituto penitenziario passa da circa 22 milioni di euro a circa 30 milioni di euro. Il passaggio di verifica dei fondi dovrebbe richiedere tempi stretti e cioè un paio di mesi.
L'ing. Sorrentino si è poi soffermato sulle tempistiche realizzative. "Sono in corso verifiche presso l'Ufficio centrale bilancio del Ministero dell'Economia e delle Finanze per la modalità di reiscrizione dei fondi attualmente a nome dell'Ati Kostruttiva-Riccesi per assegnarli all'Impresa Pizzarotti. Fino a che non abbiamo questa certezza, che contiamo di avere entro un paio di settimane, non possiamo procedere alla stipula del contratto che, se tutto andrà a buon fine e nei tempi previsti, in maniera ottimistica si può pensare di stipulare entro questa estate. La consegna dei lavori, in questo caso, potrebbe avvenire già quest'autunno".
Presente al sopralluogo nell'ex caserma Dall'Armi, anche il Sindaco Di Bisceglie, che ha dichiarato: "Con oggi ci si augura lo sblocco di una vicenda annosa che ha visto la conclusione di un contenzioso trascinato per quasi due anni e soprattutto questo significa cercare di definire un nuovo cronoprogramma e dunque la ripresa dei lavori del nuovo carcere. Una infrastruttura molto attesa che vale per tutta la Regione e, ancora di più, per la nostra cittadina".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 giugno 2020
L'emergenza Covid-19, ha fatto scendere in maniera vertiginosa la presenza dei migranti presso i Centri di permanenza e rimpatrio (Cpr). Un risultato importante che dovrebbe far riflettere sul fatto che alcune risposte emergenziali possono essere anche positive se volte alla difesa della dignità di chi è di fatto privato della libertà. Soprattutto se di fascia debole come i migranti che vengono trattenuti per poi essere espulsi.
Secondo gli ultimi dati messi a disposizione dalla garante nazionale delle persone private della libertà, con la chiusura lunedì scorso del Centro di Potenza-Palazzo San Gervasio, per lavori di ristrutturazione, le presenze complessive di persone straniere trattenute a fini di rimpatrio nei Cpr italiani sono ulteriormente scese, arrivando a quota 178, a fronte delle 195 persone presenti il 22 maggio scorso e delle 425 presenti il 12 marzo.
I Cpr attualmente operativi sul territorio nazionale sono, quindi, sei (Bari, Brindisi-Restinco, Roma- Ponte Galeria, Torino, Gradisca d'Isonzo e Macomer) con 525 posti disponibili di cui solo il 30% attualmente occupato. Oltre che a Palazzo San Gervasio, dai primi di maggio sono in corso lavori di ristrutturazione anche nel Cpr di Caltanissetta.
Per quanto concerne i locali di quarantena e gli ambienti per l'isolamento sanitario, il Garante conferma che questi sono stati allestiti nella maggior parte dei Centri, ma non in tutti, e che vi sono persone in quarantena solo a Gradisca e a Roma, ma nessuna in isolamento.
L'attenzione alla prevenzione tramite attività di sanificazione straordinaria e igienizzazione, la fornitura di dispositivi di protezione, il rafforzamento dei kit per l'igiene personale, la rilevazione della temperatura corporea, l'effettuazione di tamponi e la distribuzione di materiale informativo multilingue, sembra ormai essere entrata in maniera permanente nel modus operandi della maggior parte dei Centri.
Per il Garante nazionale tale circostanza trova conferma nella bassissima diffusione del virus nei Centri stessi dall'inizio dell'emergenza sanitaria. "Come negli altri luoghi caratterizzati dalla chiusura e dalla convivenza in ambienti comuni dove si svolge l'intera giornata- spiega il Garante nazionale -, la presenza di un focolaio anche iniziale può produrre uno sviluppo incontrollato. Per questo è bene che le Autorità continuino con la stessa attenzione mostrata sinora, ben tenendo presente che l'andamento complessivo del virus non ha ancora raggiunto una fase di equilibrio stabile e può manifestare oscillazioni nei prossimi mesi".
Nel frattempo, presso il ministero dell'Interno, è in fase di stesura il nuovo Regolamento unico per i Cpr. Il Garante nazionale si dichiara disponibile ad arricchire il dibattito con tutti quegli elementi che, osservati nel corso delle ripetute visite, costituiscono la base delle proprie raccomandazioni per la costruzione di un sistema di regole che sappia tenere insieme l'attenzione alla sicurezza e quella altrettanto rilevante della scrupolosa tutela dei diritti delle persone ristrette.
di Giulio Laroni
Il Riformista, 3 giugno 2020
Non è facile accostarsi dialetticamente all'emergenza Coronavirus e alle sue implicazioni filosofiche, sociali e politiche. Il dibattito si è infatti polarizzato, almeno nell'immaginario comune, in due schieramenti ugualmente ideologici: da una parte i sostenitori del governo senza se e senza ma, dall'altra sovranisti e no-vax. I pensatori più lucidi si sono sottratti a questa facile dicotomia e hanno scelto strade più audaci. Lo ha fatto, ad esempio, Gianni Vattimo: la sua analisi è complessa, all'insegna di quell'atteggiamento ermeneutico che contraddistingue tutta la sua filosofia. La prima domanda che gli pongo riguarda lo "stato di eccezione".
Giorgio Agamben ha affermato che lo stato di polizia sia stato una risposta inadatta a fronteggiare l'emergenza in atto. Altri, come Bruno Moroncini, si sono trovati d'accordo con le misure prese dal governo...
Non condivido la posizione di Agamben, mi sembra un po' radicale. Non sono tanto polemico nei confronti dei provvedimenti delle autorità sulla questione del Coronavirus perché sono convinto che il pericolo del contagio effettivamente sussista, che non sia, per così dire, l'invenzione di qualche cattivo che ci vuole imprigionare. Naturalmente posso non essere d'accordo su certe esagerazioni, per esempio la questione dei congiunti la trovo molto poco ragionevole.
La sinistra libertaria e anarchica ha sostenuto che la radicalità dei provvedimenti del governo sia stata solo apparente: da una parte venivano perseguiti con inaudita severità i comportamenti privati, dai runner ai possessori di cani; dall'altra troppe attività continuavano a funzionare. Laddove gli spostamenti per motivi di lavoro venivano autorizzati, quelli legati al gioco e agli affetti venivano duramente repressi...
Ho l'impressione che abbiano sofferto del Coronavirus soprattutto i poveri. Stare in casa è chiaramente diverso per chi vive in un appartamento di cinque stanze e chi ne ha uno di una stanza e mezza. E questo è sicuramente una disparità di classe. Si è fatto troppo poco per venire incontro ai problemi di coloro che non avevano una grande disponibilità economica o di spazio, il che è fondamentale. Quanto al problema della produzione, era comunque importante lasciare lavorare coloro che dovevano lavorare perché altrimenti "non mangiavamo" e tutto si paralizzava nel giro di poche ore. Personalmente non mi spostavo né per motivi di lavoro né per motivi di affetto, quindi non ho esperienza su questo piano, ma per quel che ho sentito e capito, la questione della repressione non mi è sembrata così terribile.
Eppure sembra che l'ideale separazione tra esistenza biologica ed esistenza non necessaria si sia accompagnata a quella tra vite necessarie e vite superflue. Dai clochard sanzionati dalle Forze dell'ordine, ai carcerati costretti a contagiarsi, alla parziale chiusura dei porti per le navi di soccorso, fino alla vera e propria strage nelle case di riposo, l'impressione è che alcune vite siano considerate meno essenziali di altre...
Questo mi pare molto visibile per esempio in Brasile, dove si lasciano morire troppe persone, non si fanno tamponi né indagini, non ci sono protezioni. Noi non siamo in una situazione brasiliana, ma quello dei carcerati è un problema, benché non sappia come risolverlo. È una cosa scandalosa che non si pensi a coloro che sono rinchiusi. E lo stesso dicasi per la questione dei porti, delle navi di soccorso. Sono questioni fisiologicamente legate a una società costruita in un certo modo, le cui diseguaglianze emergono anche nell'ambito del Coronavirus. Ha ragione Žižek quando dice che solo un nuovo comunismo solidale ci può salvare, anche se non sono sicuro che Žižek abbia la stessa mia idea di comunismo.
È dunque d'accordo con la tesi di Žižek?
Sì, il Coronavirus ha messo in maggiore evidenza le diseguaglianze terribili che imperano nella nostra società e l'ideale non può che essere quello di un'alternativa radicale. Avevo scritto che solo un comunismo ermeneutico - nel senso di un comunismo non scientifico - ci salverà. Non è accettabile un futuro in cui la società sia sempre più organizzata, controllata, rigidamente prevista, in cui tutti ci trasformiamo in degli automi. Lo so, il mio timore si deve anche al fatto che mi sono formato alla scuola di Heidegger, eppure non è tanto inverosimile. Anche la conversazione che stiamo avendo potrebbe essere registrata da qualcuno: se ora dicessimo "bomba" e poi facessimo il nome di qualche onorevole, magari domani mattina ci verrebbe a cercare la polizia. Non lo dico per esagerazione, ma tutto sommato è vero che siamo già molto controllati. Non mi sento, insomma, in una società del tutto libera, democratica, molteplice, anche se in questo momento non ritengo affatto di essere in un regime dittatoriale. Ma il fatto che io non lo senta non significa che sia davvero cosi...
Durante il lockdown si è tornati a parlare della didattica a distanza. Non sono stati pochi coloro che hanno invocato l'insegnamento da remoto come strumento destinato a prendere il posto delle lezioni in presenza...
L'idea di una scuola che funzioni solo attraverso il computer mi scandalizza molto. A parte la differenza tra chi ha una casa con il computer e chi non ce l'ha - cosa fondamentale che bisognerebbe risolvere - e a parte la necessità di fornire tutte le famiglie di un collegamento a internet, io non sarei tanto contento di una scuola del genere. Preferirei tentare delle situazioni ragionevolmente controllate ma che prevedano il rapporto tra maestro e allievo. Ormai non faccio più lezione da molti anni, ma il contatto diretto con gli studenti, le domande, anche la direzione delle tesi di laurea non sono facilmente praticabili senza la presenza. Per cui inciterei i poteri a studiare delle soluzioni che salvino l'essenza della scuola in questo senso.
Si è parlato molto anche del lavoro a distanza. L'ad di Twitter Jack Dorsey ha recentemente affermato che d'ora in avanti consentirà ai suoi dipendenti di lavorare indefinitamente da remoto.
Se tutti lavorano al computer nella loro casetta è molto difficile costruire una coscienza di classe o dare vita a un sindacato, senza contare che ci sono un sacco di occupazioni che non è possibile svolgere a distanza. Una conversione verso il lavoro da remoto vorrebbe dire porre in essere un rapporto diretto con un padrone invisibile, ma tutt'altro che inesistente. Tutto ciò non mi piace umanamente, e nel comunismo ideale di cui sarei sostenitore insieme a Žižek non sarebbe adeguato.
Nel "remote working" il potere pervasivo del lavoro si fa più forte...
Certo, perché non ci sono orari. Il lavoro a distanza implica una maggiore disciplina del lavoratore, una minore possibilità di contatto col prossimo e forse la fine di ogni organizzazione sindacale, il che è pericoloso.
E c'è il rischio di erodere ulteriormente il confine tra pubblico e privato...
Saremmo tutti arruolati giorno e notte, e questo non mi piace. La società totalmente amministrata, come la chiamava Adorno, ha tante espressioni e una di queste potrebbe essere appunto la riduzione del lavoro a lavoro a distanza e a lavoro on demand: ti telefono e tu ti metti al computer. E poi c'è il tempo libero. Come diventa il tempo libero quando tutto è virtuale?
Sembra che il tempo libero sia considerato sempre meno importante, che tutto debba essere mosso da fini utilitaristici...
Il tempo libero è considerato funzionale a consumare tutto il necessario per far andare avanti la macchina. Non credo che nessuno voglia l'abolizione del tempo libero, bensì l'utilizzazione del tempo libero secondo degli schemi. La televisione è accettabile, ma per chi desidera suonare l'arpa tutto è già più complicato. Non è che il tempo libero sia uno scandalo per il mondo capitalistico, ma lo diventa se viene utilizzato troppo liberamente, se non lo si sottomette alle regole previste.
di Lea Melandri
Il Riformista, 3 giugno 2020
Durante il lockdown il ruolo del digitale si è fatto sempre più pressante. La negazione della presenza reale ci ha dimostrato quanto essa sia indispensabile. Ma la cultura della cancellazione dei corpi non demorde, anzi rilancia.
È difficile trovare accostati, sulla stessa pagina di un quotidiano, due orientamenti all'apparenza contrastanti come la politica che risponde ai limiti, alle imperfezioni e alle trasgressioni dei corpi sorvegliandoli e punendoli, e una tecnica sempre più orientata a sostituirli.
Nell'articolo di Valerio Rossi Albertini, uscito giorni fa su Il Riformista (28 maggio), l'alternativa sembra volgere a favore delle intelligenze artificiali che in tempo di Coronavirus prendono nuovo impulso creativo. "Macché guardie civiche - si legge nel titolo - Hai visto come è fi go il cane robot?". Il riferimento è a Singapore dove, ad aiutare le persone in strada perché mantengano la distanza, è un cane robot che le accompagna e le ammonisce ‑con voce cordiale e suadente.
Il commento non lascia dubbi su ciò che appare più desiderabile e prevedibile: "Le sfide, più sono impegnative, più richiedono avanzamenti nelle conoscenze (...) E siccome ogni frammento di conoscenza è un tassello nell'enorme mosaico del Sapere Universale, i progressi compiuti rimangono anche quando cessa la causa occasionale che li ha prodotti (...)
La simbiosi con i robot sarà la soluzione di molti problemi. I tempi sono maturi e la pandemia potrebbe essere il punto di svolta per accettarli e diffonderli". In sostanza, basta aspettare che l'emergenza sia conclusa per accorgersi che dalle macerie emergono "gioielli inaspettati".
Ciò che colpisce in questo ragionamento è la pervicacia di una cultura che riesce a cancellare i corpi anche quando, strappati violentemente dal privato, compaiono sulla scena pubblica con tutta la loro vulnerabilità, i loro limiti, le ferite e le devastazioni che la storia vi ha impresso sopra. Dono inaspettato, e si spera anche eredità della pandemia, dovrebbe essere al contrario la consapevolezza degli esiti distruttivi di un dominio che ha deciso, insieme al destino di uomini e donne, anche la sottomissione della natura, dei viventi non umani e di quel sesso che è parso troppo confinante con l'animalità per aspirare al governo del mondo.
Dalla cancellazione del corpo femminile non poteva non prendere avvio un sapere che avrebbe mutilato l'uomo stesso, la sua civiltà, le sue costruzioni materiali e simboliche, del radicamento biologico e pulsionale, così come di tutte le esperienze che lo attraversano: la nascita, la morte, la sessualità, la maternità, ecc.
Nella differenziazione tra il "principio paterno", spirituale, immortale, e quello "materno", identificato con la "componente carnale dell'uomo" (Bachofen), è come se fosse passata la guerra tra pensiero e corpo, e la necessità per il vincitore di tenere costantemente a bada la parte di sé che, rivoltandoglisi contro, potrebbe minarne la libertà e la potenza.
Nell'idea del progresso indefinito delle sue mete tecnologiche, la cultura maschile tradisce l'incertezza di fondo di chi sa di muoversi in un terreno minato ed è costretto a Bobo Craxi rafforzare ininterrottamente le sue difese. Sotto questo aspetto non sono così lontane quanto possono apparire la biopolitica - controllo e disciplina dei corpi, dalla scuola al lavoro, repressione e punizione di chi non rispetta le regole - e la tentazione, sempre più evidente nello sviluppo delle tecno-scienze, di liberarsene, quasi fossero soltanto un peso.
La presenza del digitale si è fatta con la pandemia, l'isolamento, il lavoro da casa, le lezioni online della scuola, sempre più pressante, tanto da essere considerata da molti la garanzia di una migliore gestione delle cose che ci riguardano, come già prevedevano i critici del "post-umano" e i teorici della "morte del reale".
A proposito della "inquietante passione di generare doppi artificiali di sé stesso", Eric Sadin scrive: "creare qualcosa di più potente di noi, che supplisca la nostra condizione, sottoposta a dei limiti e ai rischi del mondo (...) le tecnologie cominciano ad assumere una funzione di consiglio e assistenza quotidiana (...) demandare all'intelligenza artificiale il compito di risolvere le nostre difficoltà. Più una società è ingovernabile, più aumenta il compito di guidare le nostre vite".
La pandemia, portando i corpi nel cuore della politica, ha scosso profondamente l'edificio di una economia già in crisi, aggravato disuguaglianze sociali in crescita, svelato le carenze della sanità pubblica e l'abbandono in cui è stata lasciata da anni la scuola.
Ma, soprattutto, come era prevedibile, ha costretto a fermare lo sguardo su quel "rimosso" della storia in cui sono state confinate le esperienze più universali dell'umano, in cui è inscritta la nostra fragilità e la nostra finitezza, la nostra autonomia e il bisogno che abbiamo gli uni degli altri. La malattia, la morte e le cure necessarie che le accompagnano hanno rotto, se ancora ce n'era bisogno, la separazione tra vita privata e vita pubblica, tra individuo e collettivo, lasciando intravedere una comunità legata da rapporti più profondi di solidarietà e compassione.
Tra aule scolastiche deserte e interni di famiglia troppo pieni, il lavoro e le relazioni online hanno coperto provvidenzialmente un vuoto altrimenti insuperabile per i rischi del contagio, ma hanno fatto sentire contemporaneamente, in modo doloroso e inquietante, quanto le presenze reali siano indispensabili per una socialità fatta di individui restituiti alla loro interezza, corpo e pensiero, sentimenti e ragione, libertà e dipendenza.
Non è certo di robot da compagnia negli ospedali e nelle case di riposo che abbiamo bisogno per evitare la tragicità delle morti di medici, infermieri e pazienti, a cui stiamo assistendo per effetto del contagio. È sempre Eric Sadin a ricordarci che per questa strada si andrebbe solo verso la "vergognosa riduzione del personale e la disumanizzazione della cura" (E. Sadin, Critica della ragione artificiale. Una difesa dell'umanità, Luiss 2019). Significherebbe, in altre parole, riprodurre le cause che ci hanno portato al disastro attuale.
di Federica Cravero
La Repubblica, 3 giugno 2020
La denuncia della Garante. Non hanno il dovere di indossare le mascherine dentro il carcere nonostante nel resto della regione in questi giorni siano obbligatorie anche all'aperto e d'altra parte nessuno gliele ha fornite: non l'amministrazione penitenziaria e nemmeno la Regione Piemonte, che pure le ha distribuite di casa in casa.
Ma almeno nei prossimi giorni i detenuti della casa circondariale Lorusso e Cutugno troveranno le protezioni anti coronavirus nell'elenco del sopravvitto e potranno acquistarle a proprie spese. Il carcere che sorge nel quartiere Vallette, periferia di Torino, è in Italia uno di quelli in cui il virus si è diffuso maggiormente, con 78 contagi per una popolazione carceraria di 1280 persone, 200 più della capienza.
Con buona pace del distanziamento sociale. La possibilità di comprare le mascherine è comunque un passo avanti rispetto ai primi tempi della pandemia, quando alcuni familiari le avevano portate ai carcerati ma erano state requisite "perché generavano apprensione", ricorda la garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo. Ed erano finite tra le cose di cui è vietato l'ingresso, come le fette di salame troppo spesse o i cibi non confezionati secondo le regole. "Ora per fortuna gliele consegnano - continua la Garante.
Tuttavia in un giro fatto pochi giorni fa in vari padiglioni ho avuto la conferma di come di mascherine sia ora fornita la polizia penitenziaria, ma quasi nessun detenuto. Ho visto persino il porta-vitto girare con il carrello senza guanti e senza mascherina di cella in cella, con il cibo scoperto e i detenuti che si avvicinavano... In realtà la direzione ha affermato di aver distribuito la mascherina ad alcune figure, come appunto il porta-vitto, ma evidentemente non si controlla che la indossino".
E lo stesso accade anche tra alcuni reclusi che hanno incarichi in infermeria e che nonostante la delicatezza del luogo non indossano alcuna protezione. Una situazione di cui sono testimoni anche diversi avvocati. Solo nelle udienze da remoto, infatti, gli arrestati compaiono davanti ai giudici ben coperti dalle mascherine, "ma non ai colloqui - spiega l'avvocato Alessandro Lamacchia - Anzi ho visto un detenuto particolarmente preoccupato, che mi ha detto di aver fatto più volte richiesta della mascherina ma invano".
Vero è che probabilmente non tutta la popolazione carceraria ha chiara la pericolosità del virus ed è per questo che assieme all'associazione Antigone è stato stretto un accordo con Medici senza frontiere, che hanno fatto tre giorni di formazione spiegando cosa fare e cosa non fare per evitare di prendersi e di trasmettere il Covid.
Resta il fatto che in un luogo chiuso per definizione come il carcere, difficile da aerare, dove persino per avere a disposizione quantità maggiori di sapone sono state attivate campagne di solidarietà con i privati, in cui il distanziamento sociale è impossibile perché nella cella non si riesce a stare a più di un metro uno dall'altro, le mascherine diventano indispensabili.
"Nel ricorso portato alla corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo per tre detenuti che si sono ammalati a Torino abbiamo calcolato che in una sezione comune ogni detenuto ha contatti con 120 persone ogni giorno - sostiene l'avvocata Benedetta Perego, fondatrice dell'associazione Strali - Però le mascherine non sono obbligatorie e non si capisce quale sia la ragione di questa "extraterritorialità" del carcere rispetto a ordinanze sia governative che regionali che le impongono nei luoghi chiusi come uffici e supermercati". Una circostanza che in altre regioni d'Italia ha già dato origine a class action di detenuti davanti al Tar e non si esclude che possa essere intrapresa la stessa strada anche in Piemonte.
di Alessia Candito
La Repubblica, 3 giugno 2020
"Porteremo a Roma i nostri stivali infangati", promettono i colleghi durante il ricordo nella piana di Gioia Tauro, dove il lavoratore sindacalista fu ucciso a colpi di fucile in una vecchia fabbrica abbandonata. Per la maggior parte dei braccianti le cose non sembrano destinate a cambiare neanche con la regolarizzazione prevista nel decreto Rilancio e che proprio in questi giorni diventa operativa.
"Per la promessa che abbiamo fatto alla madre di Soumaila Sacko quando abbiamo riportato il suo corpo in Mali. Per il giuramento che abbiamo fatto di non abbandonare la lotta iniziata da suo figlio. Perché non accada ad altri quello che è successo a lui.
Per Soumaila e tutti gli altri invisibili noi presto porteremo i nostri stivali a Roma, per far vedere al governo il fango della nostra miseria". È con le ginocchia sporche della terra contaminata della fabbrica abbandonata di San Calogero, lì dove il bracciante e sindacalista Soumaila Sacko due anni fa è stato ucciso a colpi di fucile, che il dirigente dell'Usb Aboubakhar Soumahoro lancia la prossima mobilitazione contro i limiti del provvedimento di regolarizzazione inserito nel Decreto Rilancio.
"Contrariamente ai medici che in questi mesi non hanno mai fatto distinzioni di sesso, razza o religione prima di curare qualcuno, il governo - tuona Soumahoro - ha scelto di negare agli invisibili delle campagne la possibilità di avere un documento, dunque una tessera sanitaria e un medico in periodo di pandemia".
E nel giorno della festa della Repubblica, il sindacalista ricorda che oggi, quello Stato che all'articolo 3 della sua Costituzione si impegna a "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana" sta fallendo. Perché gli invisibili ci sono ancora, i ghetti e le tendopoli senza acqua corrente anche, la Fornace dove Soumaila ha trovato la morte è ancora lì. Sequestrata, arrugginita, zeppa di veleni e abbandonata, ma ancora necessaria per chi non può sperare che in una baracca per trovare riparo la notte.
Fofana, che il 2 giugno del 2018 era con Soumaila e lo ha visto volare giù dal tetto mentre il rosso del sangue gli invadeva il viso, si guarda attorno. Da allora, ha cambiato vita. Messo sotto protezione e allontanato dalla Piana dopo aver fornito tutti gli elementi necessari per arrivare all'assassino, adesso vive un'altra esistenza. Ha un lavoro regolare, una casa.
Alla commemorazione di quell'omicidio si presenta in nero rigoroso, camicia inamidata e completamente abbottonata, nonostante il caldo quasi estivo. Cammina al fianco di Bakary, cugino di Soumaila e unico parente che abbia potuto partecipare alla commemorazione in tempi di Covid, e di Soumahoro, In tre portano fra rovi e sterpi un mazzo di fiori che poggiano lì, sotto lo scheletro della fabbrica dove il sindacalista è stato ucciso.
Fofana ci prova a parlare, a ricordare quei momenti, ma la voce è rotta. I pensieri confusi inciampano nell'italiano. "Deve esserci giustizia per Soumaila" dice e ripete. Occhi asciutti, a stento. Solo dopo la commemorazione si ferma in cima alla scarpata che porta alla fabbrica, lontano da compagni, flash, gente. E piega la testa, quasi si accartoccia sul guard rail. Magari ricorda.
Drame, l'altro bracciante lì con loro nel giorno dell'omicidio invece non ce l'ha fatta. Da tempo ormai si è allontanato dalla Calabria, dal ghetto, ha reciso tutti i contatti con chi condivideva la sua vita allora. "Non l'ha mai superata e si è sempre sentito in colpa" dice chi lo conosceva. Era stato lui a chiedere a Soumaila una mano per recuperare qualche pezzo di lamiera e costruire una nuova baracca nel ghetto. E lui, che sindacalista lo era prima per spirito che per tessera, sempre pronto ad aiutare tutti, non si era tirato indietro. Avevano approfittato di uno dei pochi giorni liberi dal lavoro nei campi e insieme si erano diretti alla "Fornace".
Doveva essere un lavoretto facile, al massimo di un paio d'ore. Poi sono arrivati gli spari, i colpi di fucile che hanno ucciso Soumaila, la paura, la corsa disperata per cercare aiuto, per tentare inutilmente di salvargli la vita.
Il 2 giugno del 2018 è morto così Soumaila Sacko, mentre cercava qualche vecchio pezzo di lamiera in una vecchia fabbrica sequestrata e abbandonata per aiutare due connazionali a costruire una baracca. Ucciso da una fucilata, portato alla morte dalla marginalità sociale a cui sono condannati i braccianti.
A sparargli Antonio Pontoriero, che di quella terra e quei rottami non era proprietario né custode, ma tale si sentiva e lo ha voluto provare a quei "niri" che considerava "invasori". Con il suo fucile da caccia ha preso la mira e tirato quattro colpi. Due hanno colpito Soumaila alla testa, uno ha sfiorato uno dei sopravvissuti rimasto a vegliare il corpo senza vita dell'amico, mentre l'altro correva per chilometri per raggiungere la stazione dei carabinieri e denunciare l'accaduto.
Una testimonianza tanto rara in terra di omertà, quanto preziosa perché subito ha messo gli investigatori sulla pista che nel giro di un mese ha portato all'arresto di Pontoriero, per quell'omicidio oggi a processo di fronte alla Corte d'Assise di Catanzaro. Ma nella Piana di Gioia Tauro, per i braccianti come Soumaila nulla è cambiato. Oggi come allora, sono costretti a trovare riparo in tende e baracche, dopo giornate a schiena curva nei campi.
E le cose per la maggior parte di loro non sembrano destinate a cambiare neanche con la regolarizzazione prevista nel decreto Rilancio e che proprio in questi giorni diventa operativa. Un provvedimento contestato dall'Usb per le sue maglie troppo strette dunque destinato a tagliare fuori la maggior parte dei braccianti migranti.
Soumaila era uno di loro, "uno dei tanti invisibili della filiera agricola che si spaccano la schiena dall'alba al tramonto per quattro spiccioli perché schiacciati dai giganti del cibo" dice Aboubakar Soumahoro. È stato lui a guidare la "marcia degli invisibili" che la scorsa settimana ha invaso le campagne del foggiano per mostrare chi davvero permette alla filiera agricola di funzionare.
E nel giorno dell'anniversario dell'omicidio di Soumaila, ha deciso di essere in Calabria anche per testimoniare come nulla dal 2 giugno di due anni fa sia cambiato. "Anzi, nonostante le promesse arrivate da istituzioni locali e nazionali le cose sono peggiorate" spiega Ruggero Marra, dirigente territoriale dell'Usb.
"Ai braccianti all'epoca confinati nel ghetto di San Ferdinando erano state promesse abitazioni degne, diritti, dignità, invece quella baraccopoli è stata distrutta senza prevedere alcuna soluzione alternativa se non nuove tende e la legge anti-caporalato ha cambiato poco o nulla la situazione di sfruttamento nei campi. Lo stesso farà questa presunta regolarizzazione".
a quando Soumaila ha pagato con la vita i due pezzi di lamiera necessari per costruire una baracca, il ghetto in cui viveva è stato sgomberato e distrutto per ordine dell'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini. Ma solo per alcuni che ci abitavano è stato previsto un posto nell'ennesima tendopoli messa in piedi per risolvere "un'emergenza" - la presenza dei braccianti migranti che con il loro lavoro muovono l'economia della Piana - che dura uguale a sé stessa da dieci anni. Tutti gli altri hanno dovuto cercare soluzioni di fortuna nelle altre micro-baraccopoli della zona, come Testa dell'Acqua e Contrada Russo.
Nel frattempo, nella Piana hanno sfilato esponenti della maggioranza giallo-verde come l'ex ministro dell'Interno Salvini e di quella giallo-rossa, come la ministra Bellanova. In visita si è presentato anche il presidente della Camera, Roberto Fico. Tutti hanno promesso soluzioni che mai sono arrivate. E anche nei mesi più duri del lockdown, i braccianti sono stati costretti a rimanere nei cosiddetti "insediamenti informali" senza acqua, né servizi.
Quando le restrizioni anti-contagio hanno impedito ai più gli spostamenti non giustificati e a loro, senza uno straccio di contratto di lavorare, hanno potuto contare solo su sindacato e associazioni per cibo e beni di prima necessità. "Soumaila Sacko era un bracciante, un sindacalista - dice Soumahoro - costretto a vivere nelle baracche di lamiera della Piana di Gioia Tauro in Calabria perché non si poteva permettere un'abitazione decorosa alla luce del salario irrisorio che guadagnava". E a due anni di distanza, la Piana di Gioia Tauro è ancora piena di Soumaila.










