notiziediprato.it, 30 maggio 2020
Si tratta di un 35enne. L'allarme poco dopo mezzogiorno ma purtroppo non c'è stato niente da fare per l'uomo. Due giorni fa il decesso di un 23enne che si era impiccato. Dura presa di posizione del garante dei detenuti. Ancora una tragedia all'interno del carcere della Dogaia. Poco dopo mezzogiorno di oggi, 29 maggio, un detenuto di 35 anni è stato trovato privo di vita all'interno della sua cella.
Immediato l'allarme al 118 da parte degli agenti di polizia penitenziaria ma i sanitari, una volta arrivati nella struttura, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso dell'uomo. Si tratta di un cittadino di nazionalità tunisina, detenuto per scontare una condanna per droga e vicino all scarcerazione per fine pena. Secondo i primi accertamenti potrebbe essere rimasto vittima di un malore di natura cardiaca che l'ha stroncato nel sonno.
Solo due giorni fa era morto un altro detenuto, un 23enne turco, che era stato ricoverato in ospedale domenica in gravissime condizioni dopo essersi impiccato nella sua cella. Di "inaccettabile dramma continuo" parla il garante regionale dei detenuti, Giuseppe Fanfani: "Tre morti in carcere, due a Prato e uno a Siena: queste situazioni sono la conseguenza, difficilmente evitabile, di esasperazione psichica dovuta alle terribili e talvolta inumane condizioni in cui la detenzione carceraria viene eseguita. Uno Stato moderno e civile non può assistere silente a situazioni come queste che mettono in discussione il principio di umanità che deve essere presiedere alla detenzione carceraria".
di Giuseppe Di Federico
Il Riformista, 30 maggio 2020
La settimana scorsa Il Foglio ha pubblicato un'intervista a Sabino Cassese in cui si sostiene che la numerosa presenza dei magistrati all'interno del ministero della Giustizia (sempre intorno ai 100) e il monopolio che essi hanno delle posizioni dirigenziali al suo interno, rappresenta una violazione del principio della divisione dei poteri, cioè di uno dei cardini di uno stato democratico.
Questa denunzia è stata condivisa e rilanciata dal presidente dell'Unione Camere Penali, Giandomenico Caiazza, su due quotidiani, Il Riformista e Il Giornale. Nel considerare questo fenomeno occorre innanzitutto ricordare che esso è collegato alla natura burocratica dell'assetto delle magistrature dell'Europa continentale per cui i dipendenti dello Stato centrale possono essere destinati a svolgere, nell'ambito dell'apparato statale, funzioni diverse da quelle per cui sono stati reclutati. Pertanto non solo in Italia ma anche in altri stati europei numerosi sono i magistrati che svolgono la loro attività nei vari ministeri della Giustizia (in Francia, Germania, Austria. Spagna e così via).
Detto questo, rimane da spiegare perché solo in Italia questo fenomeno viene denunziato ripetutamente come una violazione del principio della divisione dei poteri e negli altri Paesi no. Ciò dipende dal differente status del magistrato italiano che opera presso il nostro ministero della Giustizia rispetto a quello dei magistrati di altri paesi.
Negli altri stati i ministri della Giustizia hanno, in varia misura, poteri decisori sullo status dei magistrati quantomeno per il periodo in cui sono alle loro dirette dipendenze (disciplina, valutazioni di professionalità, futura destinazione alle sedi giudiziarie alla fine del loro servizio presso il ministero). In Italia, invece, il ministro della Giustizia non ha alcuna influenza nel governare lo status dei magistrati che da lui formalmente dipendono.
A differenza dagli altri paesi europei, in Italia solo il Csm può assumere decisioni in materia disciplinare e di valutazione di professionalità dei magistrati anche per il periodo in cui formalmente dipendono dal ministro della Giustizia. Si è con ciò stesso sottratto al nostro ministro della Giustizia uno degli strumenti fondamentali dell'assetto gerarchico che fa capo ai ministri della Giustizia degli altri paesi democratici e su cui poggia in misura rilevante la capacità del ministro di formulare e perseguire autonomamente le iniziative da prendere e quindi di sollecitare ed ottenere dai suoi dipendenti comportamenti conformi alle politiche che vuole perseguire e per le quali formalmente assume la responsabilità politica. In un tale assetto è solo ovvio che i magistrati del ministero privilegino le aspettative del Csm (che coincidono sostanzialmente con quelle del loro sindacato) in tutte le attività di ricerca, elaborazione delle informazioni e proposte al ministro nella sua attività di iniziativa legislativa e operativa.
Tener presenti gli elementi sin qui forniti non è però ancora sufficiente ad apprezzare appieno il significato che assume l'autonomia tutta particolare della dirigenza del ministero della Giustizia rispetto al ministro. Tale autonomia ha trovato ulteriore nutrimento negli orientamenti, a lungo prevalenti e fortemente radicati nell'ambito della magistratura organizzata e delle sue rappresentanze in seno al Csm e che riguardano le ragioni con cui viene giustificata la presenza dei magistrati al ministero.
Secondo questi orientamenti tale presenza sarebbe nella sostanza pienamente legittimata proprio dall'esigenza di tutelare l'indipendenza della magistratura dalle iniziative del ministro che potrebbero lederla. Questo orientamento non solo mi è stato ripetutamente ricordato nel corso degli anni in numerose interviste/conversazioni con magistrati, ma è confermata in vari documenti ufficiali e trova la più chiara esplicitazione in una relazione di vari anni fa della "Sottosezione dell'Anm presso il ministero della Giustizia". Relazione inviata proprio al ministro della Giustizia e avente per oggetto "Proposte sulla riorganizzazione del ministero".
In tale documento, si forniscono infatti "le ragioni che giustificano questa presenza" (dei magistrati al ministero), e a riguardo si dice: "Innanzitutto essa è volta ad attenuare i pericoli che la funzione servente nei confronti del funzionamento della giustizia - costituzionalmente attribuita al potere esecutivo - si trasformi, nel concreto esercizio, in un condizionamento del potere giudiziario e in una conseguente violazione del fondamentale principio dell'indipendenza della magistratura".
E si prosegue dicendo: "È opportuno che gli ampi poteri riconosciuti al ministro dagli artt. 107 e 110 Costituzione e (come interpretati dalle sentenze n. 168/63 e 142/73 della Corte Costituzionale) nei confronti del funzionamento della giustizia siano esercitati a mezzo di magistrati, anziché di funzionari amministrativi. I primi, pur se posti fuori temporaneamente dall'ordine giudiziario, sono i soggetti istituzionalmente più in grado di conciliare l'autonomia e l'indipendenza del detto ordine con l'osservanza della linea politica-ministeriale".
Una delibera, che a dispetto di quanto possa apparire a un osservatore esterno, non aveva intenti rivendicativi ma si limitava a rappresentare l'assetto interno del ministero. Uno degli autori e firmatari di quella relazione inviata al Ministro era Ernesto Lupo, futuro presidente della Corte di Cassazione, da tutti sempre considerato persona di grande equilibrio, non certo portatore di orientamenti estremisti.
Ed è significativo anche il fatto che il ministro dell'epoca nulla obiettò nel ricevere quella delibera dell'Anm, nonostante in essa si teorizzasse un ruolo davvero peculiare dei magistrati al ministero della Giustizia: dovrebbero addirittura svolgere un ruolo di resistenza, di contrasto ai voleri del ministro allorquando questi volesse, con le sue iniziative, ledere in qualche modo, a giudizio della magistratura organizzata o dei suoi rappresentanti in seno al Csm, l'indipendenza (o gli interessi corporativi) della magistratura stessa.
Nei ministeri della Giustizia di altri paesi di cui ho conoscenza diretta (come Francia, Germania, Austria, Olanda) i magistrati che vi lavorano sono tenuti alla riservatezza che, se violata, viene sanzionata. Da noi no. Se le iniziative del ministro, persino quelle a livello embrionale, toccano poteri della magistratura o aspetti dell'ordinamento che contrastano con gli orientamenti del sindacato della magistratura esse vengono subito comunicate, e gli esempi a riguardo sono numerosi, ad esponenti della magistratura organizzata e/o al Csm perché possano essere intraprese le eventuali azioni di contrasto.
A riguardo è certamente emblematico anche un episodio verificatori nell'ottobre del 2001 che pone in evidenza come i magistrati del ministero della Giustizia si ritengano liberi, nei casi non certo frequenti di contrasti col ministro, di operare in opposizione al ministro stesso da cui formalmente dipendono e come siano appoggiati in tale loro opera dal Csm. In quell'occasione alcuni magistrati dell'Ufficio legislativo fecero pervenire a deputati dell'opposizione un parere che avevano di loro iniziativa predisposto per il ministro della Giustizia e di cui il ministro non aveva tenuto conto; un parere che era fortemente critico proprio nei confronti di un disegno di legge del ministro che in quel momento era in discussione al Senato.
È interessante notare che, a seguito di questo comportamento, i magistrati in questione hanno lasciato il ministero ma non hanno subito né procedimenti disciplinari né conseguenze negative sul piano della valutazione della professionalità da parte del Csm. Hanno invece acquisito titoli di benemerenza nella corporazione, tanto che uno di essi è stato quasi subito eletto dai colleghi, nel 2006, componente del Csm.
A rinforzare e rendere i comportamenti dei magistrati del ministero aderenti alle aspettative del Csm e del loro sindacato vi è poi anche il fatto che essi sanno, per esperienza, che possono essere gravemente penalizzati dal Csm se sospettati di "collaborazionismo" col ministro su questioni che pregiudicano gli interessi corporativi. Si tratta di casi poco frequenti anche perché i pochi che si sono verificati costituiscono un chiaro ed efficace monito a futura memoria per tutti gli altri.
Uno dei casi più noti e clamorosi - certamente il più facile da richiamare - si è verificato allorquando Giovanni Falcone, nel periodo in cui era direttore generale degli Affari Penali del ministero, fu diffusamente sospettato e anche pubblicamente accusato da componenti del Csm e da esponenti dell'Anm di aver assecondato il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, nella formulazione di un decreto legge in cui si prevedeva un effettivo e cogente coordinamento nazionale delle attività del pubblico ministero in materia di criminalità mafiosa, minando con ciò stesso l'indipendenza interna dei pm.
Durissima fu la reazione dell'Anm e del Csm ed il decreto fu radicalmente modificato. Si pose allora in dubbio pubblicamente persino la credibilità dell'indipendenza di Falcone quale magistrato e quindi, in sede di Csm, anche la sua attitudine e capacità a svolgere con indipendenza il ruolo di Procuratore nazionale antimafia. Tanto che la Commissione per gli incarichi direttivi del Csm - nonostante la fama, anche internazionale di Falcone in quel settore - non si espresse a suo favore.
Le proposte della commissione non pervennero al vaglio del Plenum del Csm perché nel frattempo Falcone era stato assassinato dalla Mafia. Falcone non divenne quindi Procuratore nazionale antimafia ma dopo la sua uccisione fu subito riammesso nei favori dell'Anm e da allora celebrato come uno dei suoi martiri più illustri. Mi sembra che quanto detto sin qui, per quanto molto sommario, sia sufficiente a dare sostanza alle preoccupazioni espresse dal professor Cassese e dall'avvocato Caiazza in materia di divisione dei poteri. È tuttavia opportuno aggiungere due postille a questo articolo già troppo lungo.
Prima postilla. Vi sono state diverse iniziative legislative aventi per oggetto la presenza dei magistrati al ministero della Giustizia, tutte senza successo. Una limitata, temporanea eccezione è costituita dall'art. 19 del Dpr del 4/8/2000 il quale stabiliva che i magistrati desinati al ministero non dovessero superare le 50 unità. A seguito del parere dato dal Csm (il 16/11/2000) quella limitazione fu abrogata. Ed è comprensibile. L'Anm ed il suo "braccio armato", cioè il Csm, non potevano consentire che venisse, seppur di poco, messo in discussione l'articolato assetto di potere che fa capo alla magistratura.
Seconda postilla. L'Avvocato Caiazza nel suo articolo su questo giornale ci ha ricordato che la divisione dei poteri viene menomata gravemente anche dalla presenza dei magistrati in molti dei gangli decisionali del nostro Stato (posizioni di rilevo in altri ministeri e in Parlamento, presso la presidenza del Consiglio e della Repubblica, presso la corte Costituzionale e altre ancora). Le ricerche da noi condotte sulle attività extragiudiziarie dei magistrati certamente avvalorano la sua tesi. Forse ce ne occuperemo in un altro articolo. È tuttavia difficile da comprendere perché le Camere penali non abbiano inserito questo problema nel loro progetto di riforma costituzionale, visto che la divisione dei poteri è certamente questione di rilievo costituzionale.
di Fabrizio Fico
Il Sole 24 Ore, 30 maggio 2020
Corte costituzionale. Oggetto del giudizio: art. 41bis, comma 2-quater, lettera f), della legge 26 luglio 1975, n. 354 ("Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà"), in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost., "nella parte in cui prevede che siano adottate tutte le necessarie misure di sicurezza volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità di scambiare oggetti per i detenuti in regime differenziato appartenenti al medesimo gruppo di socialità".
La questione: i dubbi di costituzionalità prospettati dalla prima sezione penale della Corte di Cassazione, con due ordinanze di analogo tenore adottate in pari data e nella medesima composizione collegiale, riguardano l'infelice formulazione dell'art. 41-bis, comma 2-quater, lettera f), Ord. Pen., che impone l'adozione di tutte le necessarie misure di sicurezza "volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti" ("e cuocere cibi", recitava la disposizione prima della sentenza n. 186 del 2018 della Corte costituzionale).
Secondo il giudice a quo, l'interpretazione letterale della norma risulterebbe chiara nell'estendere il divieto di scambiare oggetti anche all'interno del medesimo gruppo di socialità: come sostenuto dalla prevalente giurisprudenza di legittimità (Cass., I sez., 4 luglio 2019, n. 29301 e n. 29300; Cass., I sez., 1 febbraio 2018, n. 4993; Cass., I Sez., 8 febbraio 2017, n. 5977), l'inserimento del segno di interpunzione della virgola fra le parole "socialità" e "scambiare" sarebbe inequivocabile nel separare da un lato le condotte di divieto di comunicazione, riferibili soltanto a soggetti appartenenti a diversi gruppi di socialità, e dall'altro il divieto di scambio di oggetti, come tale sempre applicabile.
Considerata pertanto l'impossibilità di procedere ad un'interpretazione costituzionalmente orientata, il Collegio rimettente evidenzia i profili critici della norma rispetto agli artt. 3 e 27 della Costituzione. In primo luogo, se le esigenze di prevenzione connesse al particolare regime carcerario possono giustificare restrizioni ulteriori della libertà personale, finalizzate ad evitare contatti con l'esterno e con le consorterie criminali di riferimento, tali restrizioni dovrebbero essere in ogni caso congrue e ragionevoli rispetto allo scopo, senza risultare inutilmente afflittive; in secondo luogo, le restrizioni disposte ai sensi dell'art. 41-bis non potrebbero mai violare il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e risultare tali da vanificare completamente la necessaria finalità rieducativa della pena.
Così, mentre il divieto di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità appare oggettivamente funzionale a prevenire contatti con sodalizi criminosi, il divieto di scambio di oggetti tra persone che possono comunque colloquiare risulterebbe assolutamente non funzionale alla finalità, rivelandosi una misura del tutto sproporzionata.
La decisione della Corte costituzionale: con una pronuncia "manipolativa", la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 41bis, comma 2-quater, lettera f), della legge 26 luglio 1975, n. 354, nella parte in cui prevede l'adozione delle necessarie misure di sicurezza volte a garantire che sia assicurata "la assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti" anziché "la assoluta impossibilità di comunicare e scambiare oggetti tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità".
La Corte costituzionale mostra ancora una volta, e coerentemente con la sentenza n. 186/2018, particolare equilibrio nel giudicare il regime di cui all'art. 41bis, non facendosi trascinare nella prospettiva giustizialista che pervade l'attuale dibattito politico-giudiziario. Senza assolutamente porre in discussione il regime detentivo differenziato, la Consulta pone al contempo un argine a misure afflittive assolutamente irragionevoli rispetto alle stesse finalità preventive.
La Corte ricorda che i gruppi di socialità rappresentano la modalità prescelta dal legislatore per conciliare, da una parte, l'obiettivo di evitare che i detenuti più pericolosi possano mantenere vivi i propri collegamenti con le organizzazioni criminali di riferimento e, dall'altra, l'esigenza di garantire forme indispensabili di socialità. La composizione di ciascun singolo gruppo, sempre opportunamente modificabile secondo le esigenze che via via si presentino, è governata da complessi criteri (attualmente previsti al punto 3.1 della circolare del 2 ottobre 2017, n. 3676/6126, del Dap), ispirati alla necessità di impedire ogni occasione di rafforzamento delle consorterie criminali, nonché ogni possibilità che vengano scambiati con l'esterno ordini, informazioni e notizie.
Nondimeno, se i soggetti che appartengono al medesimo gruppo sociale possono comunicare in forma orale o gestuale, il divieto di scambiarsi oggetti "non risulta né funzionale né congruo rispetto alla finalità tipica ed essenziale del provvedimento di sottoposizione del singolo detenuto al regime differenziato, consistente nell'impedire le sue comunicazioni con l'esterno". Sarebbe infatti assurdo ritenere che lo scambio di oggetti sia più efficace nel celare messaggi verso o dall'esterno rispetto alle consentite forme di comunicazioni vocali e gestuali.
In altre parole, la compressione della possibilità di scambiare oggetti con gli altri detenuti del medesimo gruppo, e la conseguente deroga all'applicazione delle regole ordinarie, potrebbe giustificarsi solo là dove sussistesse la necessità concreta di garantire la sicurezza dei cittadini, prevenendo contatti tra il detenuto e la sua organizzazione criminale di appartenenza; mancando tale nesso funzionale, la norma risulta in contrasto con gli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost.
cagliaripad.it, 30 maggio 2020
Più videochiamate e meno colloqui di persona. In Sardegna la ripresa dei colloqui visivi tra detenuti e familiari, avviata l'11 maggio scorso per un massimo di 60 minuti, al momento non incontra particolari favori. "Familiari e detenuti, anche in considerazione delle forti limitazioni anti.contagio, sembrano preferire le video chiamate - spiega Maria Grazia Caligaris, esponente dell'associazione Socialismo Diritti Riforme - Nelle prime due giornate dei colloqui visivi il numero delle adesioni è stato irrisorio".
"A Cagliari-Uta - riferisce - solo una ventina di persone ha incontrato i parenti, a Massama, Sassari e Nuoro, una decina. Anche nelle colonie penali le richieste per ora sono state davvero rare". Secondo Caligaris a scoraggiare gli incontri sono "le oggettive difficoltà a poter fruire dei colloqui visivi. I familiari ritengono sia meno dolorosa una videochiamata piuttosto che una visita ai propri cari, dopo mesi di distacco, con mascherina, senza poter avere un contatto fisico, mantenendo una distanza di un metro e con un divisorio in policarbonato.
Ciò soprattutto quando la persona privata della libertà è affetta da problemi psichici e sente come indispensabile una stretta di mano e un abbraccio". "Il fatto poi - sottolinea infine l'esponente dell'associazione - di poter incontrare solo un parente adulto alla volta impedisce di avere contatti con i figli minori. Mamme o papà rischiano così di allontanarsi ulteriormente dai loro bambini".
gonews.it, 30 maggio 2020
Un "inaccettabile dramma continuo". Tre decessi in circostanze ancora tutte da chiarire, tre detenuti che in pochi giorni perdono la vita a Prato e Siena impongono una presa di posizione forte del Garante regionale Giuseppe Fanfani: "La Toscana è scossa da tre morti in carcere sulle quali ancora non vi sono notizie ufficiali. Al mio ufficio nulla è pervenuto ma da quanto è dato sapere sono tre i detenuti morti nelle nostre strutture penitenziarie".
"Ieri a Prato, dopo giorni di agonia, un giovane ventenne di nazionalità Turca che aveva tentato il suicidio domenica scorsa è morto. Pare soffrisse di problemi psichiatrici. Oggi - dichiara Fanfani - nel carcere di Prato è deceduto a seguito di un malore un giovane magrebino di 35 anni. Le cause sono ancora tutte da accertare. Sempre oggi si è tolto la vita nel carcere di Siena un giovane di nazionalità Italiana, trasferito da altro istituto, e posto in isolamento per motivi sanitari legati al Coronavirus".
Il Garante regionale, pur nella difficoltà di avere notizie precise sulle vicende, e pur non avendo avuto alcuna comunicazione ufficiale, manifesta tutta la sua preoccupazione per il susseguirsi di episodi di tale gravità. "Queste situazioni - afferma - sono la conseguenza, difficilmente evitabile, di esasperazione psichica dovuta alle terribili e talvolta inumane condizioni in cui la detenzione carceraria viene eseguita. Il suicidio soprattutto si manifesta nelle persone psichicamente più fragili come appare fossero i giovani che si sono tolti la vita a Prato e Siena".
"Uno Stato moderno e civile non può assistere silente a situazioni come queste che mettono in discussione i principi di umanità che devono sempre presiedere alla detenzione carceraria" continua. Il Garante si attiverà immediatamente per "conoscere la verità sulle morti di questi giorni" e ne farà "oggetto di attenta interlocuzione al fine di evitare che drammi di questo genere possano ripetersi".
di Giulia Merlo
Il Riformista, 30 maggio 2020
La maggioranza è pronta a prendere in esame la proposta di legge per abolire il carcere per i giornalisti. Giornalisti e governo sono d'accordo: il carcere per i cronisti andrebbe abolito, e la maggioranza è pronta a prendere in esame la proposta di legge che a breve dovrebbe arrivare sui banchi della commissione Giustizia del Senato.
Il tema torna di attualità anche perché la settimana prossima, il 9 giugno, la Corte costituzionale dovrebbe pronunciarsi sulla norma del codice penale che ancora prevede la possibilità di pene detentive per i giornalisti ritenuti colpevoli di diffamazione. Proprio su questo punto si sono confrontati il segretario generale della Federazione nazionale della Stampa Italiana, Raffaele Lorusso, con il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi.
In una nota, la Fnsi ha riportato le parole del sottosegretario secondo cui "il governo e la maggioranza parlamentare sono favorevoli all'abolizione del carcere per i giornalisti". La proposta di legge che va in questa direzione, specifica il sindacato nazionale, "è in dirittura d'arrivo in commissione Giustizia al Senato, a prescindere da quello che sarà l'esito dell'udienza dinanzi alla Corte costituzionale sulla legittimità dell'articolo 13 della legge 47/1948 in relazione all'articolo 595 del codice penale", vale a dire appunto la legittimità della pena detentiva tuttora prevista per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Durante il colloquio, il segretario generale Lorusso ha auspicato che la Consulta possa dichiarare incostituzionale, appunto, la previsione della pena detentiva e spiegato che in questa direzione va anche la memoria scritta depositata dalla Fnsi.
"La notizia che il governo ritiene necessaria la cancellazione del carcere per i giornalisti - ha commentato Lorusso - è di straordinario rilievo. Ci auguriamo che la questione possa concludersi in tempi brevi". Inoltre, il segretario della Federazione nazionale della Stampa ha ribadito la necessità di approvare nel minor tempo possibile anche la norma per il contrasto alle querele-bavaglio, già approvata in commissione Giustizia, sempre a Palazzo Madama, ma non ancora calendarizzata per l'Aula.
Ad essersi battuto con tenacia per il provvedimento, che prevede sanzioni pecuniarie nei confronti di chi proponga querele al solo fine di tacitare il giornalista, è stato un senatore che, come Ferraresi, proviene dal Movimento 5 Stelle: Primo Di Nicola. Anche in questo caso, il sottosegretario alla Giustizia ha confermato la piena volontà del governo di arrivare, nel più breve tempo possibile, alla conclusione dell'iter approvativo della nuova legge.
di Laura Valdesi
La Nazione, 30 maggio 2020
Disposta l'autopsia sul trentenne che era stato arrestato qualche giorno fa per maltrattamenti. L'angoscia l'ha sopraffatto. Chissà quale tormento interiore. Una persona fragile, con tanti problemi. Anche se così giovane. Trent'anni appena. Aveva bisogno di aiuto. Non tanto di quello dei suoi cari, che hanno provato a stargli vicino nonostante le difficoltà, ma di chi sa come sostenere quanti affrontano la dipendenza, magari dall'alcol. L'ha fatta finita in cella, nel carcere di Santo Spirito a Siena dove si trovava da una manciata di giorni.
Una vicenda umanamente drammatica che merita rispetto e su cui adesso indaga la procura. Come anticipato oggi da La Nazione, è stato infatti aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di istigazione al suicidio e saranno svolti accertamenti per ricostruire con esattezza il contesto nel quale il gesto estremo è maturato. Disposta anche l'autopsia.
L'uomo, che vive nella provincia di Siena, si trovava a Santo Spirito da pochissimo. Era stato arrestato qualche giorno fa dai carabinieri per maltrattamenti alla madre, non sarebbe stata la prima volta che accadeva. Si sarebbero aperte a breve per lui le porte di una struttura di recupero di cui aveva necessità.
di Domenico Ciruzzi
Il Riformista, 30 maggio 2020
Antonio Pentangelo, deputato di Forza Italia, è indagato nell'ambito dell'inchiesta sulla riqualificazione dell'area ex Cirio di Castellammare. La Procura di Torre Annunziata ne ha chiesto l'arresto sul quale sarà la Camera a pronunciarsi. Su Facebook Teresa Manzo, deputata del M5S e originaria di Castellammare al pari di Pentangelo, ha detto che il collega "avrà modo di chiarire la sua posizione". Tanto è bastato perché Manzo venisse travolta dalle invettive degli attivisti del Movimento.
Ogniqualvolta vi è un arresto "eccellente" - in modo particolare se si stratta di uomini della politica o delle istituzioni - riemergono come un mantra i rigurgiti giustizialisti che inquinano il dibattito pubblico da almeno tre decenni. Ormai, ad eccezione degli avvocati penalisti e di non molti altri garantisti che con pazienza, energia e passione continuano a difendere i capisaldi della democrazia costituzionale, la folla indistinta sembra volere la gogna, la pena esemplare e possibilmente perpetua. Le ragioni di questo decadimento culturale, politico e soprattutto etico sono molteplici e non tutte sufficientemente esplorate (manca, ad esempio, un'analisi seria e rigorosa sul perché, in questo determinato momento storico, le istanze punitive e securitarie facciano così tanto presa sulla pubblica opinione, mentre i principi garantisti siano quasi del tutto oscurati, non potendosi addebitare ogni colpa soltanto alla politica inetta o all'informazione, come si dice, embedded).
Senza dubbio la responsabilità di questa esplosione compiaciuta delle pulsioni giustizialiste è, in parte rilevante, della politica. Non solo e non tanto perché in molte occasioni singoli esponenti o interi gruppi politici hanno dato pessima prova di sé, indugiando in comportamenti non consoni ai ruoli ricoperti e talvolta commettendo veri e propri reati. Ma soprattutto la politica - che può essere la più alta tra le "arti" umane - ha, e non soltanto in Italia, abdicato al suo ruolo essenziale: favorire i cittadini ad esprimere la propria personalità, le proprie capacità ed i propri talenti, rimuovendo quegli ostacoli che impediscono a ciascuno di realizzare il massimo delle sue possibilità. Sì, sto parlando proprio di quell'articolo 3 della Costituzione che deve costituire la bussola essenziale dell'agire politico e, nel contempo, la stessa ragione fondativa di una democrazia costituzionale.
Ormai la politica si cura sempre meno di abbattere quegli ostacoli, di consentire ai cittadini di avere ciascuno pari e concrete possibilità.
Venuto meno nel suo compito essenziale, il potere prova a celare le proprie gravi inadempienze con la terribilità dei poteri punitivi, con i tribunali, con le carceri, affermando attraverso l'uso distorto della giustizia penale - vera e propria scorciatoia del consenso - la sua stessa legittimazione. Si entra così in un circolo vizioso in cui, la macchina infernale repressiva in parte creata dalla stessa politica finisce per fagocitare il suo stesso creatore.
Il tutto amplificato dalla cassa di risonanza di molti mezzi di informazione - il famigerato circuito mediatico-giudiziario - che sovente abdicano al loro ruolo di "cani da guardia della democrazia". Da questo punto di vista viviamo indubbiamente in un'epoca oscura se finanche le esortazioni e l'attivismo del Papa sul tema restano lettera morta o addirittura sono oggetto di dure critiche che mai in passato avevano interessato la figura del Santo Padre. In questo contesto, va tuttavia registrata la recente dichiarazione di Teresa Manzo, deputata del M5S che, nel commentare la richiesta di arresto dei parlamentari di Forza Italia Luigi Cesaro e Antonio Pentangelo, si è augurata che i due esponenti politici sapranno chiarire le proprie posizioni, riconoscendo al Parlamento il ruolo di difensore dei principi garantisti su cui si fonda la nostra Repubblica. Parole semplici, rispettose dei principi costituzionali che, tuttavia, oggi addirittura appaiono quasi come una rivoluzione culturale, un cambio di paradigma. L'auspicio è che simili parole, nel rispetto degli accertamenti giurisdizionali, diventino la normalità e che la presunzione di innocenza valga sempre per tutti gli indagati, di tutti i ceti sociali.
piacenzasera.it, 30 maggio 2020
Le rivolte, il sovraffollamento e l'emergenza Covid dentro le carceri. Sono i punti affrontati dal garante regionale dei detenuti Marcello Marighelli durante la commissione Parità e diritti, presieduta da Federico Amico. Il sovraffollamento, il grande problema.
"È un tema che da tempo abbiamo sollevato - ha spiegato il garante -, perché è una questione che impedisce di dare dignità a detenuti. C'è grande carenza di spazi per il pernottamento, ma anche per le attività lavorative e per quelle di rieducazione. C'è anche un ulteriore problema: nella nostra regione sono detenute molte persone che non hanno un legame con la regione, quindi diventa difficile il reinserimento sociale".
Per quanto riguarda i numeri, "prima dell'emergenza si registravano quasi 4 mila detenuti rispetto a una capienza regolamentare inferiore a 3 mila posti, poi gradualmente questa presenza si è ridotta soprattutto a causa della necessità di provvedere a importanti trasferimenti (in totale 457) a causa dei disordini e delle rivolte provocate nelle carceri di Modena, Bologna e Reggio Emilia. Ma se anche le persone detenute sono diminuite, i problemi ancora ci sono: ci sono 177 persone in più nel carcere di Bologna, 105 a Ferrara, 99 a Reggio Emilia e 79 a Piacenza".
Un'altra criticità è rappresentata dalla detenzione delle donne. "A Modena si registrava la presenza di 41donne, poi la struttura è stata completamente evacuata, le donne sono state trasferite principalmente a Trento.
Attualmente la situazione di Forlì è tornata alla normalità con 13 presenze, ma ce ne sono state anche 25, a Bologna adesso ci sono 68 donne ma ce sono state anche 80. Per prima cosa - ha spiegato Marighelli - abbiamo cercato di verificare che non fossero presenti nelle carceri donne con bambini in questa fase emergenziale, perché la presenza di bambini nelle carceri è un problema serio nella nostra regione, colgo l'occasione per segnalare nuovamente questo problema. Nel 2019, nella nostra regione, sono stati 15 i neonati presenti, rimasti diversi giorni nelle nostre carceri nonostante non siamo dotati dell'istituto a custodia attenuata per madri detenute, di casa famiglia protetta o della sezione penitenziaria nido".
"Dopo le rivolte nelle carceri, l'11 marzo - ha rimarcato il garante - ho visitato la casa circondariale di Modena. La rivolta era appena terminata e ho trovato una situazione incredibile, gli edifici erano danneggiati dal fuoco, gli arredi e gli impianti elettrici erano distrutti, sia nel nuovo che nel vecchio padiglione. Rispetto alla crisi degli spazi, è stato importante il provvedimento del governo dentro il Cura Italia, che non ha consentito di fare uscire i colpevoli di gravi reati, ma è intervenuto sulla legge già esistente, che permette di far scontare nel proprio domicilio gli ultimi 18 mesi della pena, purché non siano condanne per gravi reati". Per quanto riguarda la tecnologia ormai 'entrata' dentro il carcere, quella non uscirà più. "I colloqui via skype tra detenuti e familiari proseguiranno, addio ai telefoni a gettoni".
Entrando nel tema coronavirus, la direttrice del carcere di Piacenza, Maria Gabriella Lusi, ha sottolineato che "da subito si è capito che la nostra zona era fra le più colpite, quindi abbiamo subito preso provvedimento e studiato un piano d'azione. Già dal 25 febbraio abbiamo interrotto i colloqui e gli accessi e tutto il personale è stato sottoposto a tampone.
Tra i detenuti, solo 5 sono risultati positivi al Covid". Stefania Bollati della Cgil ha rimarcato la "cronica carenza di personale, edilizia vecchia, con spazi non idonei in periodo pre Covid, figurarsi ora con le misure anti contagio. Noi ci siamo mossi subito su vari campi d'azione, chiedendo con forza che il personale venisse dotato di dispositivi di protezione e fossero eseguiti test sierologici e tamponi a tutto il personale e ai detenuti".
Le funzionarie della Regione Anna Cilento e Monica Raciti hanno spiegato che "le rivolte sono state tragiche e hanno colpito duramente anche il personale sanitario; sono state distrutte apparecchiature e presi d'assalto gli ambulatori. La rivolta di Bologna ha provocato una grossa promiscuità, ma tutto sommato il sistema ha retto bene".
Altro problema è che "in molti casi molte persone non hanno un domicilio dove svolgere la detenzione domiciliare, quindi abbiamo cercato di mettere le persone nella condizione di anticipare un percorso di reinserimento, anche in un'ottica di contrasto alla recidiva".
Proprio sui danni è intervenuto il consigliere della Lega Simone Pelloni, chiedendo se sia vero che "i danni provocati ammontano a 450mila euro. Inoltre, se si fosse comunicato e concordato meglio, predisponendo un'opera di mediazione, dal mondo del volontariato a tutto il personale, forse qualcosa si sarebbe evitato". L'altra esponente leghista Valentina Stragliati è tornata sul tema dei contagi, "perché a Piacenza magari 5 detenuti sono pochi, ma 30 agenti di polizia penitenziaria col Covid, non sono pochi".
Infine, Francesca Maletti (Partito Democratico) ha chiesto "di avere maggiori informazioni anche sui tempi di ristrutturazione delle carceri, specie a Modena, che è la struttura più devastata", mentre l'altra dem Roberta Mori ha ribadito che "il nostro compito sarà supportare le istanze del nostro Garante e cercare di impegnare con atti politici i nostri rappresentanti in parlamento. Facciamo la nostra parte anche per i bambini che sono costretti a situazioni di reclusione che non sono consoni alla loro età".
di Chiara Gabrielli
Il Resto del Carlino, 30 maggio 2020
Abbiamo incontrato i comandanti di Montacuto e Barcaglione che hanno gestito questi giorni così difficili: "Ma ha vinto il dialogo". Se la pandemia ha chiuso ovunque porte e confini, dentro il carcere ha creato nuove solitudini e paure, ma ha anche nuove, importanti responsabilità.
Negli istituti penitenziari di Ancona, a Montacuto con i suoi 324 detenuti e a Barcaglione che ne conta un centinaio, il coronavirus non ha colpito nessuno ma ha cambiato le vite dei carcerati e del personale, e loro familiari. Il timore più grande, dietro le sbarre, quello per i propri cari a casa. Parole chiave: dialogo e informazione.
Il Covid ha modificato il mondo del carcere: in Fase 1 niente corsi scolastici e professionali, niente messe, permessi premio sospesi, colloqui con i familiari solo in video. Mentre fuori da quelle mura l'Italia entrava nel lockdown, in carcere scattava il divieto d'accesso a ogni persona esterna, e dalle celle i detenuti chiedevano notizie sul virus, volevano sapere come stavano le famiglie.
La confusione era molta all'inizio, arrivavano indicazioni contrastanti. Si temevano disordini. Due i tentativi di rivolta a marzo, subito stroncati. Sul campo di battaglia, a fronteggiare pandemia e tensioni, i due comandanti, Nicola Defilippis a Montacuto e Barbara Omenetti a Barcaglione, impegnati sul doppio fronte della prevenzione dei contagi e dell'organizzazione delle videochiamate. I comandanti ricordano quei momenti drammatici, quando in una trentina di istituti ci sono state rivolte che hanno causato 12 decessi.
A Montacuto nulla o quasi, per merito della direzione di Manuela Ceresani e dei comandanti ma anche, sottolineano, dei detenuti "che hanno dimostrato senso di responsabilità. Altrove il virus è stato preso come pretesto per attuare rivolte. Qui non è accaduto. Abbiamo puntato sul dialogo, spiegando che comprendevamo il loro disagio. Il primo giorno di lockdown - specifica Defilippis - ho trascorso sei ore in sezione, incontrandoli uno per uno.
"Vogliamo sapere come stanno i nostri familiari", dicevano tutti. Abbiamo quindi disposto video-colloqui su Skype e Whatsapp, con più telefonate rispetto al solito, e così molti si sono rasserenati. Alcuni temevano poi di essere contagiati dalla polizia penitenziaria, ma ci siamo attivati subito con i dispositivi di protezione individuale e procedure rigorose".
Nonostante ciò, per due volte si è dovuto far fronte a situazioni potenzialmente esplosive: "Durante la prima - ricorda il comandante - c'è stata la battitura delle inferriate messa in atto dalla totalità delle sezioni tranne che dagli As (Alta Sicurezza, criminalità organizzata).
Abbiamo individuato e trasferito immediatamente i promotori. Una settimana dopo, hanno rifiutato il vitto a colazione, avevano intenzione di non mangiare nemmeno a pranzo e cena e di battere le inferriate. Stroncato sul nascere anche questo episodio". Si tratta di campanelli d'allarme, spiegano i comandanti, perché "possono risolversi in un nulla di fatto o rappresentare il preludio di qualcosa di violento. Si comincia con lo sbattere le scodelle e a volte si finisce con l'incendio dei materassi".
Anche a Barcaglione "è stato fondamentale il dialogo - sottolinea Omenetti - e il personale ha risposto all'emergenza dando tutto sé stesso, ciascuno con i suoi problemi, con colleghi bloccati qui per due mesi, lontani dalle loro famiglie". Poi, la Fase 2, non meno complicata della prima. Sono ricominciati i corsi scolastici in video e da lunedì si tornerà a celebrare la messa.
A chi accede, con mascherina e guanti, viene misurata la temperatura. Se un detenuto deve uscire (permesso di necessità) al ritorno dovrà stare in isolamento per 14 giorni (ricavati spazi appositi). Le visite dei familiari sono solo su prenotazione, e i pacchi vengono consegnati dopo 24 ore dall'arrivo in carcere, inoltre non è più garantita la ricezione di contanti ma sono permessi bonifici on line. All'esterno c'è una tensostruttura adibita al pre-triage, sia per i nuovi giunti dalla libertà sia per i trasferiti da altri istituti.
Gli arrestati comunque vanno nel reparto di isolamento preventivo precauzionale. In sala colloqui, sanificata dopo ogni incontro, distanza di due metri tra detenuto e familiare e tra le postazioni. Vietato ogni contatto. "Ci dicono che gli incontri così sono molto freddi - spiegano Defilippis e Omenetti. Ci rendiamo conto che è difficile vedere i propri cari e non poterli abbracciare ma, se dovesse accadere, saremmo costretti a mettere in isolamento il detenuto. Così, tanti continuano a preferire il colloquio via Skype".
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