di Simona Olleni
agi.it, 29 maggio 2020
Tra le misure di alleggerimento, la detenzione domiciliare e licenze. Secondo l'Associazione Antigone, però, per ridurre i rischi di contagio dovrebbero uscire altri 8-10 mila reclusi. Oltre 6 mila i detenuti in meno negli istituti penitenziari italiani dall'inizio dell'emergenza sanitaria: gli ultimi numeri aggiornati, forniti dal Garante nazionale dei detenuti due giorni fa, parlano di 54.998 presenze nei penitenziari, a fronte delle 61.230 del 29 febbraio scorso.
di Liana Milella
La Repubblica, 29 maggio 2020
Parità di genere nelle preferenze per un Csm in cui le donne - che oggi sono la metà delle toghe italiane - contino quanto gli uomini, e non siano più una sparuta minoranza. Una regola futura che non è la separazione delle carriere chiesta dal centrodestra, ma riduce da quattro a due volte la possibilità di passare dalla funzione di giudice a quella di pm, e viceversa.
E ancora, ecco un segnale per l'avvocatura che si sente bistrattata: in futuro i singoli consigli dell'ordine esprimeranno un parere scritto sui candidati al vertice degli uffici. Poi un messaggio sulle punizioni disciplinari, perché nella commissione del Csm che se ne occupa i componenti passeranno da 4 a 6, ma la sezione di dividerà in due per accelerare l'esame delle pratiche oggi troppo lungo. In più i consiglieri delle due sezioni non potranno sedere nelle altre commissioni, quelle delle nomine. Infine una legge elettorale con il doppio turno, 20 collegi che eleggeranno i futuri venti consiglieri, anziché i 16 di oggi.
Contro il "metodo" Palamara, gli accordi sottobanco per le nomine documentati nell'inchiesta di Perugia, il Guardasigilli Alfonso Bonafede accelera. Stavolta non ci sono mal di pancia nella maggioranza, perché vogliono dare un segnale forte e immediato, tant'è che dopo due riunioni l'accordo è praticamente chiuso, il testo andrà in consiglio dei ministri la prossima settimana. E c'è un motivo in più per agire rapidamente e con durezza.
Il secondo attacco, in pochi giorni, di Matteo Salvini che con Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi chiede di nuovo a Mattarella lo scioglimento del Csm. Salvini vuole anche la testa dell'ex vice presidente del Csm Giovanni Legnini da commissario per il terremoto perché nelle carte di Perugia scopre le telefonate dell'agosto 2018 in cui concordava con Palamara un testo di solidarietà al procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, attaccato dall'ex ministro dell'Interno per le indagini sulla Diciotti. Mattarella ha già fatto sapere che il Csm non si può sciogliere.
Ma le regole sulle nomine vanno cambiate subito. Quando da Bonafede s'incontrano il Pd (Walter Verini, Andrea Giorgis, Alfredo Bazoli, Franco Mirabelli), Leu (Piero Grasso e Federico Conte), Italia viva (Lucia Annibali) l'urgenza è uguale per tutti. Bisogna "ridurre la discrezionalità", dare "uno stop alle logiche di potere", "recuperare fiducia nella magistratura".
Proprio mentre il forzista Enrico Costa plaude alla proposta sulla separazione delle carriere che andrà in aula alla Camera il 29 giugno, ecco la norma che riduce da quattro a due le volte in cui un giudice potrà diventare pm e viceversa. La lancia Conte di Leu, ma viene accolta da tutti. Pesante la stretta sulla scelta dei capi degli uffici. Innanzitutto rigido criterio cronologico. Si decidono via via che i posti devono essere coperti.
Vietato accorpare più nomine, con il sistema a pacchetto. Torna il criterio dell'anzianità e i candidati dovranno appartenere a una fascia di età omogenea. Infine la futura legge elettorale. Una questione ancora aperta. L'ex pm Grasso fa una proposta dura, 80 collegi in Italia, molto parcellizzati, quasi tribunale per tribunale, proprio per "sentire" la base contro le correnti. Poi il doppio turno con ballottaggio, e con parità di genere sia nelle candidature, sia nel voto, due preferenze ma di genere diverso.
di Simona Musco
Il Dubbio, 29 maggio 2020
Nell'emergenza celebrato poco più del 20% dei processi penali e il 15% di quelli civili. Cesare Placanica: "Nessuno può più dire che è frutto delle nostre resistenze".
"Nessuno, in nessun modo, può affermare che la giustizia sia ferma per colpa degli avvocati. E chi lo fa è in malafede". Il grido è corale e sul punto tutti sono d'accordo, sia i penalisti sia i civilisti. La giustizia è ferma perché, semplicemente, non si fanno processi.
E non può essere una scusa la ferma opposizione di buona parte della categoria contro il processo da remoto: anche lì dove è stato utilizzato la ripresa non c'è stata. Una posizione condivisa sia da coloro che vedono nelle udienze virtuali la morte del giusto processo, sia da coloro che nella tecnologia vedono una risorsa. I numeri parlano chiaro: le cause trattate, nel settore penale, oscillano tra il 20% e il 25% rispetto a quelle iscritte a ruolo.
Nel civile, invece, sono solo il 15%. Dati resi noti dall'Osservatorio delle Camere penali italiane e dall'Unione delle camere civili, che hanno monitorato l'attività dei tribunali su tutto il territorio italiano. E i tempi dei rinvii sono lunghissimi: tra settembre 2020 e gennaio 2021, nella maggior parte dei casi, anche se ci sono perfino differimenti al 2023 e al 2024. Insomma, una tragedia. "La reazione degli avvocati rispetto a questa stasi incredibile ha contribuito a sfatare un luogo comune, ovvero che i processi non si facessero per la resistenza degli avvocati", evidenzia Cesare Placanica, presidente della Camera penale di Roma.
Le iniziative delle Camere e degli ordini sono state le più disparate e nessun avvocato ha mai puntato ai rinvii. Anzi, l'unica richiesta è quella di poter tornare in aula. La stragrande maggioranza dei processi viene rinviata, però, prima ancora di mettervi piede, spiega ed è inutile puntare sul processo da remoto, al di là delle ragioni ideologiche, in quanto fallito principalmente "per motivi tecnici". L'udienza virtuale, "che è l'anti processo, un simulacro", sarebbe ostacolata, principalmente, dall'incapacità tecnica del settore giustizia. "Impossibile dibattere da remoto - aggiunge Placanica - perché come rilevato dallo stesso tribunale in qualche occasione il meccanismo è troppo farraginoso. Se poi si vuole sostenere la solenne sciocchezza che dipenda dagli avvocati, allora tocca dire che chi lo sostiene è in malafede".
Bisogna, dunque, programmare in modo serio le udienze, anche per il futuro, "perché un avvocato che aspetta 4 ore per un'udienza è forza lavoro sprecata, un danno per lo Stato". Basterebbe scaglionare le udienze, con fasce orarie ben precise, magari anche di sabato, accorciando il periodo di sospensione feriale.
Ma quello che è "pericoloso" è che si affidi alla valutazione del singolo giudice quali siano i processi rilevanti da trattare, con un'interpretazione soggettiva che "nel campo della giustizia può dare stura ad accuse di arbitrio. I criteri di trattazione devono essere validi per tutti". E se è stato implementato l'aspetto tecnologico per il deposito via pec delle impugnazioni, delle liste testi e per estrarre copia dei fascicoli e delle sentenze, ciò che emerge è "l'aspetto autoritario di questo mondo, che vuole conservare lo status quo".
Respinge le accuse anche Antonio De Notaristefani, presidente dell'Unione camere civili. Che rispedisce al mittente ogni congettura sulle responsabilità degli avvocati nel blocco della giustizia. "Chi lo dice è in malafede", afferma. Perché oggi, gli avvocati civilisti non hanno possibilità di "interferire" con le scelte del giudice. "I processi trattati sono per iscritto, per il resto riceviamo una pec con la data di rinvio e non possiamo nemmeno opporci", spiega. Ed è un problema particolarmente delicato, perché proprio in questi giorni "abbiamo appreso che una delle condizioni per i contributi europei è una maggiore efficienza della giustizia civile".
La responsabilità, "molto grave", è dunque in mani altrui. De Notaristefani critica il proliferare di protocolli che rischia di ingabbiare la giustizia e dilatarla ulteriormente, immaginando già lo scenario futuro: "staremo anni a parlare delle violazioni dei protocolli, con deroghe al codice di procedura penale e finendo per parlare non di chi ha ragione o torto, ma dell'applicazione dei protocolli". Nel campo civile, la fase emergenziale ha quasi azzerato le udienze, se non per i casi di estrema urgenza. E anche i processi con trattazione scritta "si fanno poco e male", dal momento che i cancellieri non possono lavorare da remoto, pur essendo indispensabili.
"Il processo da remoto è uno strumento e come tutti gli strumenti non è né buono né cattivo. Non c'è dubbio che nella fase critica il processo da remoto avrebbe potuto essere utile almeno per una certa tipologia di processi - spiega il presidente dell'Uncc - però la realtà è che le videoconferenze funzionano poco e male. I tribunali non hanno nemmeno sufficiente banda per affrontare questa situazione. Ed è irrealistico pensare che possa sostituire l'udienza di persona.
Va bene per certe tipologie di processi, non per tutti. E in questa scelta il consenso degli avvocati è imprescindibile". L'unica soluzione è tornare in aula, dunque. E De Notaristefani ricorda che il processo cartolare coatto viola, in condizioni di normalità, gli articoli 24 e 111 della Costituzione, nonché l'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
"Questo vuol dire che un'eventuale imposizione contro la volontà degli avvocati del processo da remoto porterebbe a sollevare subito una questione di costituzionalità e le Camere civili porterebbero subito lo Stato davanti alla Cedu". Ne sanno qualcosa gli amministrativisti, che invece hanno accolto con gioia la possibilità di poter effettuare le udienze da remoto, vedendosi garantito - anche per una straordinaria collaborazione del Consiglio di Stato - il diritto al contraddittorio.
Ma il processo da remoto può essere anche una risorsa, come testimonia Giovanni Guido, avvocato civilista di Napoli. "Sono sempre stato un sostenitore dell'oralità - spiega - però, proprio nella consapevolezza dei vantaggi che offre la discussione orale e la vicinanza con il giudice, rispetto a questa stasi e partendo dal presupposto che la vicinanza, in questo momento, è compromettente, allora non vedo perché una modalità di udienza alternativa, in questo periodo, debba essere visto con sfavore".
L'importante è che, però, l'udienza da remoto sia svolta "a certe condizioni", sottolinea. Ovvero con un accordo che ne limiti la validità alla fase emergenziale, protocolli uniformi sul territorio nazionale, clausole di sicurezza per i deficit di connessione e garanzie sui dati acquisiti dalla piattaforma. "Visto che siamo in emergenza - conclude -, allestire una modalità che consenta la trattazione sarebbe una cosa dignitosa per cercare di ridurre al massimo i disagi e gli stop dell'attività giudiziaria".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 29 maggio 2020
I 172 miliardi di recovery fund saranno vincolati alle riforme. L'Europa mette a fuoco ciò che da anni si ripete in tutte le tavole rotonde giuridiche: se l'Italia è il fanalino di coda europeo per crescita economica, la ragione sta anche nella lentezza della sua giustizia civile. E, con il pragmatismo di Bruxelles, fa anche il passo in più: vincola la disponibilità di una parte dei fondi destinati all'Italia dal Recovery Fund proprio al loro utilizzo per velocizzare i processi.
di Simona Musco
Il Dubbio, 29 maggio 2020
Intervista a Giuseppe Spadaro, presidente del Tribunale dei minori di Bologna: "Uno degli aspetti più critici dell'emergenza è stata l'inadeguatezza dell'ascolto da remoto dei minorenni".
"Non si può tacere che di fronte al carattere del tutto inedito ed emergenziale di questa situazione siano mancati riferimenti e pratiche condivise, utili a salvaguardare i livelli di garanzia dei diritti, in particolare per le situazioni più fragili ed esposte al rischio".
Giuseppe Spadaro, presidente del Tribunale dei minori di Bologna, lo dice chiaro e tondo: alla giustizia minorile, in questa fase di caos, si è pensato troppo poco. Ed è mancata un'analisi su uno degli aspetti fondamentali del processo, l'ascolto dei minori, che da remoto rischia anche di essere dannoso. "Nonostante sia previsto per legge - spiega al Dubbio - le modalità con cui deve avvenire non sono ancora disciplinate". E questa è, dunque, la prima sfida per il futuro.
Presidente, come ha funzionato la giustizia familiare in questo periodo di crisi?
Un certo interesse è stato rivolto in molti casi ai Tribunali ordinari per i casi di emergenze legate a crisi familiari in presenza di genitori separati, considerato che la pandemia non muta le regole fondamentali che governano la gestione dei figli. In questi casi, sebbene i provvedimenti adottati abbiano sospeso anche tutte le udienze di separazione, di divorzio e quelle per le coppie di fatto, già fissate nel mese di marzo, è stata prevista la possibilità per l'avvocato che "ravvisi un pregiudizio" di depositare telematicamente una richiesta di urgenza che sarà valutata dai giudici.
Che tipo di procedimenti sono stati celebrati durante questo periodo di emergenza?
Nonostante difficoltà oggettive, strumentali e soprattutto di orientamento adeguati, nei tribunali per i minorenni abbiamo continuato a celebrare i procedimenti per le situazioni di adottabilità, quelli relativi ai minori stranieri non accompagnati, ai minori allontanati dalla famiglia ed alle situazioni di grave pregiudizio come le violenze domestiche e gli abusi familiari, così come sono andate avanti le cause relative ai procedimenti urgenti aventi ad oggetto la tutela dei minori. A fronte di queste situazioni, come in molti ambiti, ci siamo trovati anche noi a gestire ed a confrontarci con un percorso di alfabetizzazione digitale rapido e non sempre funzionale.
Le tecnologie sono adeguate a garantire l'ascolto dei minori?
delle persone di minore età in sede giurisdizionale non è un diritto qualsiasi, ma è sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 1989, oltre che essere previsto da diverse fonti interne, perché a ciascuno sia riconosciuto concretamente il suo superiore interesse. L'ascolto del minorenne in sede giurisdizionale è previsto per legge, ma purtroppo a tutt'oggi la legge non ne disciplina le modalità. Come saranno adeguati, allora, i protocolli esistenti e le numerose buone pratiche sull'ascolto diffuse in tutte le sedi giudiziarie minorili del Paese in tempo di Covid? L'ascolto per il minore costituisce un fattore di protezione, capace di aumentarne l'autostima e la percezione di sé come soggetto capace di incidere sulla propria vita. Ascoltare significa dare attenzione alla comunicazione verbale ma anche e soprattutto a quella non verbale. Ciò che il minore non dice a parole, ma con il linguaggio del corpo, è fondamentale per la valutazione e l'orientamento del giudice. Un ascolto inadeguato rischia di essere superfluo, se non addirittura dannoso.
Le misure per gestire la pandemia sono state all'altezza delle esigenze dei minori?
Il Covid 19 ha evidenziato una crisi sistemica che, nonostante i molti richiami, continua a manifestarsi, nella scarsa considerazione con la quale si è tenuto conto dei diritti dei minori nelle misure finalizzate alla tutela della salute pubblica e nelle conseguenti, quanto necessarie, limitazioni imposte dall'emergenza sanitaria. Dal mio osservatorio la preoccupazione più grande è rivolta ai minori che vivono, nell'attuale situazione, una condizione di deprivazione, associata, spesso, ad un'accresciuta vulnerabilità, se non un vero e proprio trauma, come quelli in famiglie con genitori violenti o maltrattanti ed esposti al rischio di violenza diretta o assistita. Così come per quelli che, invece, sono temporaneamente collocati in comunità o accolti da famiglie affidatarie nell'ambito di provvedimenti civili e, non ultimi, i minori inseriti nel circuito penale che, nella situazione emergenziale, hanno dovuto sospendere percorsi di istruzione e formazione, interrompendo importanti rapporti educativi con il mondo esterno.
Come si è comportato il distretto di Bologna?
Molti servizi e comunità si sono organizzate per consentire ai minori collocati fuori famiglia di avere contatti più frequenti con i genitori o altri familiari mediante collegamenti da remoto, cercando di mantenere la continuità dei colloqui psicologici e di diverse attività educative. Ciò attivando, dove ciò sia possibile, forme di contatto regolare telefonico o telematico, come le videochiamate, offrendo la possibilità ai genitori di tenersi in contatto e di ricevere messaggi, con l'obiettivo di non interrompere le relazioni in corso tra bambini e famiglie esposte a condizioni di particolare vulnerabilità.
Questa emergenza può insegnarci qualcosa per migliorare il sistema di tutela dei minori?
Il nostro sistema, già attraversato da gravi circostanze che ne hanno messo in luce limiti e disfunzioni, deve affrontare con lucidità e determinazione alcuni nodi strutturali, come il rinnovato sostegno alle famiglie per prevenire la necessità di ricorrere agli allontanamenti, una riforma delle relative norme esistenti, compresa la disciplina dei procedimenti giudiziari in materia di responsabilità genitoriale, assicurando agli uffici giudiziari minorili e ai servizi sociali le risorse necessarie.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 29 maggio 2020
Luciano Violante ha servito il Paese in tre vesti: da magistrato ha indagato terrorismo e trame nere; da giurista ha insegnato Procedura penale; da politico è stato più volte eletto in Parlamento, diventando presidente della Camera. Una tripartizione che ha tenuto a mantenere distinta.
"Avrei voluto fare l'architetto, ma gli studi erano troppo lunghi per me, che avevo l'esigenza di rendermi subito indipendente dalla famiglia", ci racconta. Una famiglia antifascista unita dalle avversità: è nato nel campo di concentramento inglese di Dire Daua, dove padre e madre erano stati internati, mentre il fratello del padre andava a morire a Mauthausen.
È un enfant prodige, a 22 anni si laurea e fa il concorso da magistrato. Lo vince e viene mandato a Torino, "città dall'anima razionale, sobria, costituzionale, perché vede convivere il cattolicesimo salesiano del lavoro, la sinistra comunista della classe operaia e della borghesia intellettuale, l'area liberale".
Nel 1976 è impegnato su processi importanti, e l'allora segretario del Pci torinese, Iginio Ariemma, lo vuole candidare alla Camera. Lui ci pensa e sta per dirgli di no quando riceve la telefonata di Enrico Berlinguer, che non aveva mai conosciuto.
"Ho deciso di non candidarmi, faccio il magistrato", gli disse. E Berlinguer, sollevato: "Sono d'accordo. Politica e magistratura sono piani che non possono sovrapporsi, non si può investire sul terreno politico il consenso avuto sul terreno giudiziario".
L'offerta sarà ripresa in considerazione tre anni più tardi, quando lavorava al ministero della Giustizia. E sarà esiziale: "Non esistono porte girevoli: chi abbraccia la politica non può e non deve tornare ad amministrare la giustizia, io feci una scelta e non sono tornato più indietro".
Furono gli anni di piombo a cementare il rapporto tra la sinistra e la magistratura?
Sì. Perché c'era stata una saldatura necessaria tra il Pci, che era stato il partito più impegnato contro il terrorismo, e i tanti magistrati che rischiavano la vita ogni giorno. Si creò un fronte comune progressivamente ravvicinato, ideali comuni e nessun baratto.
Poi ci fu Mani Pulite, altro spartiacque. Da allora la fonte primaria per i giornalisti sono diventate le Procure, e qualcuno ci ha costruito una fortuna. I grandi quotidiani divennero Gazzette delle Procure...
I giornalisti ricevevano dagli uffici giudiziari sempre più informazioni di quelle che immaginavano di trovare. Si realizzò un'intesa tra le testate, una sorta di agenzia stampa collettiva. E da allora quel rapporto si è consolidato, anche perché facilita entrambi. Le carriere da separare rimangono quella tra giornalisti e pubblici ministeri.
Come nacque Mani Pulite?
Fu uno dei punti di passaggio verso un nuovo sistema politico. L'imprenditoria italiana decise di non pagare più, perché dopo la fine del regime sovietico non servivano più dighe anticomuniste da pagare. E in molti si precipitarono nelle Procure, chiedendo di essere ascoltati e affrettandosi a dire di essere stati concussi. Si aprì così la valanga di Tangentopoli, non solo per l'azione dei magistrati o per una qualche inchiesta giornalistica. Prima i processi nascevano dalle inchieste. Da quel momento avvenne il contrario. Tutt'oggi avviene il contrario.
Da allora i magistrati hanno fatto politica, direttamente e indirettamente.
La magistratura oggi è parte del sistema di governo del Paese, e non per suo arbitrio: per effetto dei poteri che le sono stati dati. Partiti e Parlamento hanno approvato leggi che regolano tutto, controllano tutto, sorvegliano tutti. Questa è stata una delega di governo alla magistratura: vuole che il magistrato meno responsabile non si comporti come un organo politico? Quel magistrato ha mutuato la lingua volgare e violenta della peggiore politica.
E non sono rari gli eccessi di qualche divo televisivo con la toga...
È necessario scongiurare un eccesso di potere: il magistrato non é organo di controllo generale della Repubblica.
Il Csm va riformato. Con quale formula?
Partirei dalla questione del vice presidente, eletto da 2/3 di magistrati e 1/3 di laici. Intorno a quali intese si determina l'elezione? È pensabile che sia il presidente della Repubblica a designare il suo vice, per sottrarlo a logiche pattizie? È una ipotesi, una mia idea. Certo, se si comincia a patteggiare dal primo giorno, con un accordo sul Vice presidente, non si finisce più. Si entra in una logica di trattativa. Sia chiaro: sono stati eletti anche eccellenti Vice Presidenti. Ma cambierei il metodo. Porterei gli anni di funzione da 4 a 6. E farei come per la Corte Costituzionale: non eleggere l'organo, ma i singoli componenti. A metà del primo periodo si sorteggiano la metà dei componenti che scadono subito e si procede alla elezione dei componenti che devono subentrare; e man mano che i singoli scadono si eleggono i nuovi membri, così è più difficile fare accordi spartitori. Ci sarebbe una continuità di prassi e la possibilità che ogni nuovo arrivato tra i membri laici sia aiutato nel capire i meccanismi, evitando il monopolio delle competenze che oggi è in mano alla componente giudiziaria.
Una proposta concreta. La politica la recepirebbe?
Per fare queste cose bisogna per prima cosa conoscere i problemi e non so se tutti li conoscono. E poi bisogna fare anche limitatissimi interventi sulla Carta Costituzionale, per cui bisogna essere d'accordo con ampia maggioranza.
Che idea si è fatto del caso Di Matteo-Dap? Chi avrebbe posto, secondo lei, il veto?
Non so se era un veto e non so se qualcuno è intervenuto. Il fatto che i boss non sarebbero stati contenti di Di Matteo al Dap era un fatto noto tanto al ministro quanto al dottor Di Matteo al momento della proposta. Dico invece che i due posti non erano equivalenti: il capo del Dap è un ruolo di prestigio, mentre alla direzione generale degli Affari penali non sei il numero uno. Quel ruolo è molto diverso oggi, dai tempi di Falcone. Penso che si siano fatte valutazioni interne. Non sono un fan del ministro Bonafede, ma non mi pare che qui abbia sbagliato.
Come avrebbe votato, se fosse stato in Giunta per le autorizzazioni su Salvini sul caso Open Arms?
Avrei letto con attenzione le carte.
In un discorso da presidente della Camera definì la libertà come "necessità di contrastare chi ha un eccesso di potere dominante". Vale anche per la magistratura di oggi?
Assolutamente sì.
Lei è stato anche presidente della Commissione parlamentare antimafia. Che idea si è fatto della testimonianza di Saverio Lodato sulle "menti raffinatissime" dietro all'attentato dell'Addaura?
Subito dopo l'attentato all'Addaura, nel giugno 1989 mi telefonò Gerardo Chiaromonte. Mi disse: c'è l'amico tuo (così chiamava Falcone) che ci vuole vedere. Ci vedemmo in un ristorante a Trastevere, "Romolo al giardino della Fornarina" a pranzo, io, Falcone e Chiaromonte. Giovanni era particolarmente teso. Si diceva molto preoccupato, non ricordo se usò l'espressione "menti raffinatissime". Parlò di una intelligenza di livello diverso e certamente superiore rispetto a quello delinquenziale e di una carica esplosiva molto forte. Non era un avvertimento ma un attentato cui scampò per puro caso.
Disse intelligenza o intelligence?
Intelligenza, in italiano.
Gli chiese se avesse in mente qualche sospetto?
Non fece alcun nome.
Gli intrecci e le trame che leggiamo nelle intercettazioni parlano di un sistema di favoritismi e di complicità tra politica, istituzioni, magistratura e informazione. Un fenomeno nuovo?
Non è un fenomeno del 2020. È qualcosa che esisteva ma che è andato degenerando. Non è un problema di correnti ma di capi corrente, come accade nei partiti. Sono duplicazioni di correnti politiche con le stesse logiche, ma con meno senso delle istituzioni: perché si trovano a gestire potere decisionale discrezionale persone prive di responsabilità per quelle scelte.
Si finisce per fare carriera solo per appartenenza correntizia?
L'appartenenza è molto importante ma non è l'unica strada. Si sono fatte anche ottime scelte anche in posti delicati come le Procure di Milano, Napoli, Roma, Torino. Questo sistema non ha fatto solo danni; è un sistema sbagliato e che va cambiato, ma ha anche prodotto risultati molto apprezzabili.
Cosa serve per rendere giusta la giustizia?
Bacchette magiche non ce ne sono. È un problema di lenta ripresa del senso di responsabilità all'interno e all'esterno della magistratura. Io credo che cambiare il Csm sia necessario. Poi c'è un punto di fondo: non si indaga per sapere se c'è una notizia di reato, ma perché c'è una notizia di reato. Lo Stato democratico dà il potere a un magistrato di indagare su una persona, sulla sua libertà, sui suoi beni, in base a presupposti certi. Il tema della notizia di reato è importante: mi muovo se c'è una precisa notizia di reato, non perché c'è un sospetto di notizia di reato. Come oggi avviene con la nuova legge sulla Corte dei Conti: quelle Procure possono muoversi solo quando c'è una precisa notizia.
E lì parte il processo mediatico, primo e talvolta ultimo grado di giudizio.
Il magistrato e il giornalista devono prestare più attenzione alla reputazione dei cittadini e delle istituzioni. Troppe volte risulta che i sospetti erano infondati, ma la reputazione è già stata distrutta. È un problema di civiltà.
Su questo Davigo obietterebbe.
Temo che non sia il solo punto sul quale non siamo d'accordo.
Esiste un allarme criminalità organizzata, oggi che la crisi morde?
Certamente, chi ha grande liquidità cerca di investirla. La mafia sta cercando di investire al Nord, presentandosi come soggetto sostenitore delle aziende in crisi. I soldi ci sono, a differenza del passato, bisogna accelerare al massimo. Tu Stato, inizia a darli, non partire con la logica della sorveglianza e del sospetto: uno Stato che non si fida dei suoi cittadini, suicida se stesso. Chi ha sbagliato pagherà, ma nel frattempo si evita che a pagare siano tutti gli altri.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 maggio 2020
Bonafede: ascolto anche le opposizioni, poi il testo in Cdm. La scena andrebbe descritta bene. La politica, la politica vera della giustizia, ha conosciuto sei anni fa uno snodo decisivo. Ci si è trovato a fare i conti Andrea Orlando, che da guardasigilli, finché non ha ceduto ai tabù renziani sul carcere, le ha tentate tutte.
Siamo nell'autunno del 2014, quando l'allora ministro della Giustizia affronta per la prima volta, con l'Anm, il nodo delle riforme. Avverte gli interlocutori che intende modificare, per renderla meno romanzesca, la legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
Levata di scudi. Al che Orlando risponde: se davvero ritenete non si debba intervenire sulla legge di Vassalli, allora va modificato in maniera strutturale il funzionamento del Csm, per evitare che qualsiasi profilo di inefficienza o negligenza dei giudici si infranga contro i meccanismi di difesa della categoria. Come è finita la storia? Che l'Anm ha preferito mal sopportare la riforma della responsabilità civile, approvata nel 2015, piuttosto che incoraggiare Orlando nel suo progetto di riforma radicale del Csm.
E ieri l'attuale vicesegretario dem ha fatto un implicito riferimento a quell'epoca, in un'intervista ad HuffPost: si continua a scaricare un "malaffare diffuso", ha detto, sul capro espiatorio di turno. "Prima Lotti, Palamara e Ferri" ora "altri componenti del Csm e i giornalisti". Ma è invece necessario, secondo Orlando, "che la politica affronti il nodo in maniera sistemica: sono anni che si parla di riforma del Csm senza che questo abbia prodotto effetti, sia con maggioranze di destra che di sinistra". E nessuno lo sa meglio di lui.
Lunga premessa per dire che il nuovo Csm, nelle intenzioni del guardasigilli attuale Alfonso Bonafede e di tutti i partiti di maggioranza, non è una pratica da spicciare nei ritagli di tempo. Al punto che nel vertice supplementare celebrato ieri fra via Arenula e gli schermi dei pc in videoconferenza, il ministro ha concordato con gli alleati che prima di portare il ddl in Consiglio dei ministri (forse già la settimana prossima) sottoporrà il testo anche alle forze d'opposizione.
Come se quella del Csm e dell'ordinamento giudiziario fosse una riforma istituzionale da modifica della Carta e doppia navetta obbligatoria. L'evento merita anche il "gesto di cortesia" verso gli altri partiti, com'è stato considerato dalla "task force giustizia" della maggioranza.
Sui contenuti già definiti mercoledì sera, ieri ci sono stati altri affinamenti. Anche rispetto al sistema per eleggere i togati. Si dovrebbe partire con lo schema a doppio turno previsto già nella bozza di inizio anno, poi stralciata dal ddl penale. Salvo tenere la porta aperta a idee che limitino in modo anche più efficace il peso delle correnti. È uno dei punti, in realtà, che potrebbero cambiare da qui all'approdo del testo in Consiglio dei ministri.
Ma su un principio i dem hanno tenuto ieri a mettere un punto fermo: "La parità di genere", come spiega il responsabile Giustizia del Pd Walter Verini. "Visto che sarà possibile indicare più di una preferenza, il magistrato elettore che si avvalesse di tale facoltà dovrà rispettare il principio dell'alternanza fra i generi. Perché", spiega Verini, "è paradossale che in magistratura il numero delle donne sia anche superiore agli uomini, ma che le donne poi diventino, al Csm e nei Consigli giudiziari, quasi una rarità".
C'è una modifica rispetto al diritto di voto degli avvocati nei Consigli giudiziari, che la versione di partenza avrebbe esteso anche alle valutazioni sulla professionalità dei magistrati. Resta la possibilità, per i rappresentanti del Foro e dell'accademia, di partecipare ai lavori dei "mini Csm locali" in tutte le fasi, ma senza poter votare, appunto, sulla carriera del singolo giudice o pm.
A parziale rimedio, il Pd ha però chiesto e ottenuto che, in tutte le pratiche per l'assegnazione degli incarichi direttivi e semi-direttivi, sia obbligatorio, per il Csm, "acquisire il parere dal presidente dell'Ordine forense di quel distretto", chiarisce Verini. "Una figura istituzionale dell'avvocatura, dunque non condizionabile e dotata di specifica autorevolezza. Il cui giudizio sul magistrato da promuovere resterà agli atti del fascicolo, e il Consiglio superiore dovrà necessariamente tenerne conto".
Tra gli aspetti delicati resta la geografia della sezione disciplinare: chi ne farà parte non potrà partecipare ai lavori delle altre commissioni di Palazzo dei Marescialli, e dopo il primo biennio sarà avvicendato da supplenti.
Tra le ipotesi contenute nella bozza di gennaio pare invece destinato a tornare nel cassetto il ricorso agli psicologi per valutare meglio quei magistrati sui quali dovessero emergere ombre rispetto al "requisito dell'equilibrio".
Si vuole sì essere severi con le degenerazioni, ma non aprire un conflitto armato con l'Anm. Il cui presidente dimissionario, Luca Poniz, ha detto oltretutto che "la fine delle porte girevoli fra politica e magistratura" gli piace molto. Il tutto mentre, come ricorda soddisfatto il responsabile Giustizia degli azzurri Enrico Costa, "grazie a Fi il 29 giugno la legge sulla separazione delle carriere sarà in aula alla Camera".
Partita ora dall'esito meno scontato del previsto. Tanto che nel ddl sul Csm si è perlomeno provveduto a ridurre da quattro a due i passaggi consentiti tra le funzioni requirente a giudicante nella carriera di ciascun magistrato. Sempre i berlusconiani, al Senato, provano a sedurre di nuovo Italia viva con un emendamento al Dl Intercettazioni che ripropone il famoso lodo Annibali e congela la nuova prescrizione. Matteo Salvini chiede che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli renda giustizia per la nota che Giovanni Legnini sollecitò a fine agosto 2018 sul caso Diciotti. Se insomma l'intesa sul nuovo Csm c'è, la partita politica sulla giustizia non smette mai di aprire nuovi fronti.
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 29 maggio 2020
Parla Giovanni Maria Flick. Il Csm da mandare subito a casa, il sorteggio come tabù da superare, la cultura del disprezzo applicata alle carceri. Mi auguro che arrivi presto un intervento autorevole del presidente della Repubblica", dice al Foglio Giovanni Maria Flick, già presidente della Consulta e ministro della Giustizia, un uomo per il quale il diritto è pane quotidiano da oltre mezzo secolo.
"Non sta a me indicare le azioni da intraprendere ma è evidente che il capo dello stato, che è anche il presidente del Consiglio superiore della magistratura, potrebbe rivolgere un messaggio alle Camere anche in questa specifica veste. Non esiste il potere di cacciar via gli indegni dal regno ma siamo di fronte a molteplici illeciti, di carattere deontologico, disciplinare e forse penale, che si trascinano da troppi anni; sono stati scoperti dieci mesi or sono (ma se ne parlava da tempo comunque), e tutto è rimasto come prima.
Non s'invoca il plotone di esecuzione verso gli attuali consiglieri, indistintamente, ma il presidente Mattarella può, se lo ritiene, richiamare nel suo messaggio non solo l'interesse generale a una giustizia giusta ed efficiente ma anche quello alla conservazione dei valori di pluralismo e non autoreferenzialità della magistratura come ordine sovrano, indipendente, autonomo ma sottoposto alla legge e soltanto alla legge, anche sotto l'aspetto del funzionamento del Csm. Il Csm come tale dovrebbe essere rinnovato a cominciare dalle modalità di nomina dei componenti: altro che autoriforma o dignità delle dimissioni".
L'organo di governo autonomo della magistratura è finito di nuovo nell'occhio del ciclone per le conversazioni dell'ex componente togato Luca Palamara. "Ritengo che, pur in assenza dei presupposti per ipotesi corruttive, esistano elementi sufficienti per indagare i magistrati al centro dell'ennesimo scandalo per traffico di influenze illecite".
Una fattispecie criticata da insigni giuristi in quanto fumosa, scarsamente tipizzata. "Io non pongo la questione sul piano tecnico, dico che la legge è uguale per tutti, e a leggere le conversazioni tra certi magistrati viene da domandarsi perché un giudice dovrebbe godere di un trattamento privilegiato rispetto al comune cittadino. Un sindaco o un altro pubblico amministratore o un commissario di concorso sarebbe già finito sotto inchiesta in molti dei casi descritti nelle telefonate, per abuso d'ufficio: si agisca così anche per i magistrati. Dobbiamo recuperare la cultura della reputazione e quella della vergogna".
Le chat riservate dell'ex consigliere Palamara dipingono un mosaico di relazioni improprie tra politica e giustizia, il piatto forte sono sempre le nomine. "Il Csm come tale andrebbe mandato a casa perché ha perso ogni credibilità nel modo di elezione, ma l'organo cade soltanto se e quando non è più in grado di funzionare, ad esempio a séguito delle dimissioni di un numero sufficiente dei suoi membri.
Il presidente della Repubblica non ha il potere di scioglierlo ma può usare la moral suasion perché si giunga subito a una riforma legislativa. Certamente andrebbero disciplinate diversamente le modalità di nomina per ridurre il margine di discrezionalità e di 'negoziabilità' dei magistrati nella selezione dei rispettivi rappresentanti. Se in passato nutrivo dei dubbi, adesso dico che si può anche pensare di introdurre il sorteggio: a mali estremi, estremi rimedi".
Il correntismo esasperato genera mostri. "Assistiamo ormai a forme intollerabili di autoreferenzialità. Un tempo il magistrato era espressione di una cultura, le indagini per accedere al concorso in magistratura erano eccessive (si estendevano fino ai familiari di terzo grado); adesso vediamo esempi clamorosi di persone che, pur in assenza di requisiti minimi, superano il vaglio del controllo. Le correnti non sono un male in sé: un conto è il pluralismo delle idee, un altro è il pluralismo delle seggiole da occupare e lo scambio tra di esse.
È chiaro che lo strumento disciplinare non va impiegato per sanzionare chi la pensa diversamente dalla maggioranza. Vent'anni or sono, da ministro della Giustizia, mi sono occupato di tipizzare le forme di illecito disciplinare, di cercare di distinguerle dall'illecito penale e da quello deontologico, e di chiudere le porte girevoli tra politica e giustizia. Non mi pare che, al giorno d'oggi, esista ancora il pericolo che al magistrato venga tappata la bocca per ciò che dice... anzi".
Per Paolo Mieli la questione morale è un altro modo di usare politicamente la giustizia. "Continuo a pensare che la legge debba essere uguale per tutti, e che anche i magistrati coinvolti, più che finir esposti sui quotidiani, dovrebbero essere sottoposti allo scrutinio dei colleghi in sede giudiziaria. Se il comportamento di una toga desta sospetto, si indaghi come si farebbe per ogni altro cittadino. Anche la promessa di una progressione di carriera può rappresentare un indebito vantaggio patrimoniale".
Ma così la cultura del sospetto prende il sopravvento sulla cultura del diritto? "Troppo tardi, è già accaduto. Quello che possiamo augurarci è che questa deriva aiuti almeno a recuperare il senso della cultura della reputazione e della vergogna: che qualche magistrato ci pensi due volte prima di fare certe telefonate, di chiedere i biglietti per lo stadio o il soggiorno in albergo, di inseguire raccomandazioni con modalità pittoresche. Serve ritegno. Disciplina. Onore, come la Costituzione impone esplicitamente. L'efficienza e il buon andamento si traducono in doveri precisi".
Eppure esisterebbe, in teoria, un codice deontologico... "Non l'ho mai visto applicato. Sono stato magistrato per dodici anni, poi, con incarichi diversi, ho sempre operato nel mondo del diritto ma il codice non esiste se non in apparenza, figurarsi la deontologia. Pensi ai magistrati che partecipano continuamente a programmi televisivi parlando di qualunque tema, se non addirittura delle indagini che hanno trattato nell'esercizio delle loro funzioni. È un problema non solo di esternazioni ma anche di internazioni".
Lo scandalo per i mercanteggiamenti intorno alle nomine, però, è intriso di ipocrisia. "Le relazioni umane ne sono piene, s'insinua nei rapporti più intimi, più affettuosi, ma quando essa diventa la cifra stabile e definitiva delle relazioni tra le persone e all'interno di gruppi, allora l'ipocrisia è un sonnifero prima, rischia di diventare un cancro poi. Da quindici anni tutti ci siamo riempiti la bocca, in Anm e al Csm, con la cosiddetta 'autoriforma', la 'sfida della professionalità', il riconoscimento del merito nell'assegnazione degli incarichi direttivi e semi-direttivi, con motivazioni così ben strutturate da essere spesso impugnate dal collega soccombente e non di rado annullate dal giudice amministrativo, e magari perfino reiterate dal Consiglio che ha pure subìto il commissariamento ad acta, all'esito del giudizio di ottemperanza. Ma mai nessun dubbio, almeno in pubblico, che la sfida della professionalità sia stata vinta e che ogni consiliatura è migliore della precedente".
Come se ne esce? "La deontologia è una forma di autoregolamentazione ma in questo caso dev'essere il Parlamento a intervenire in modo efficace. Dopo aver esaltato la cosiddetta democrazia diretta (non si sa bene da chi e verso dove), l'unica istituzione che può riprendere le redini è il Parlamento. La Costituzione è chiara: il sistema giudiziario è sottoposto a rigorosa riserva di legge".
Tra gli effetti della crisi pandemica, c'è un ridimensionamento del ruolo del Parlamento, non solo in Italia. "Lei usa un eufemismo, in realtà abbiamo assistito alla sua totale delegittimazione; per fortuna c'è qualche segno di ravvedimento. È un processo che si è manifestato ben prima del coronavirus. Si pensi alla riduzione del numero dei parlamentari, chiesta a furor di popolo e con una riforma costituzionale un po' semplicistica nella motivazione: risparmiamo i soldi.
Ma il massimo del risparmio lo si realizza eliminando la democrazia. Quando si pone il voto di fiducia su una legge composta da un unico articolo contenente migliaia di commi, il Parlamento è stato di fatto messo all'angolo. Piuttosto, nel contrasto del coronavirus ci siamo resi conto che non si poteva andare avanti sempre e solo con i decreti del premier o dei presidenti di regione, per di più in contrasto tra loro.
Per la Costituzione, infatti, la libertà di circolazione può essere limitata per ragioni sanitarie purché la materia sia disciplinata da una legge, non da una sequenza, per giunta contraddittoria, di atti amministrativi. E sempre nel dramma del coronavirus abbiamo compreso che i diritti non piovono dal cielo e non valgono sempre: sono realtà faticose, conquistate dai nostri padri a prezzi ben salati. Vanno vigilati e difesi".
Recentemente lei ha scritto che la crisi pandemica porta con sé l'abolizione degli anziani nelle case di riposo e dei reclusi in carcere: in che senso? "Sono le due categorie che, vivendo in situazioni di contatto permanente, subiscono per definizione quel rischio di contagio tra loro che per gli altri si vuole evitare come principale se non unico strumento contro la pandemia. Si sono aggiunte alle tre note disuguaglianze classiche che ledono la pari dignità sociale: contro gli ebrei, contro la donna, contro i migranti. Adesso ce la prendiamo con il detenuto perché diverso, con l'anziano perché improduttivo. Qualcuno ha teorizzato persino l'esclusione del diritto di voto per le persone avanti con gli anni. Vogliamo parlare della rarefazione degli strumenti medici?
Il 'diamoli prima ai giovani' può essere giustificato nella logica della scelta individuale del medico che destina una cura a chi può trarne maggiore beneficio ma non può mai giustificare l'elaborazione di un codice normativo in base al quale il diritto alla tac sarebbe limitato agli under 65. Il diritto costituzionale alla salute importa il dovere per lo stato di fornire tali strumenti a ogni cittadino, senza scaricare sulle spalle del singolo medico la responsabilità di tale scelta nel caso specifico. Ciò che dico dovrebbe essere pienamente acquisito ma, al tempo d'oggi, nulla è scontato: l'algoritmo d'oro ha sostituito il vitello d'oro, la velocità e l'efficienza hanno preso il posto dell'esperienza. Nel presentismo che imperversa oggigiorno, il passato non conta, e il futuro nemmeno".
Tornando al carcere, Giuseppe Pignatone ha evidenziato la necessità di potenziare il ricorso alle misure alternative pur notando che è "nobile", ma non realistico, immaginare un mondo senza carcere. "Condivido, entro certi limiti. Oggi purtroppo usiamo il carcere non più come extrema ratio ma come l'olio di ricino, come strumento primario di controllo sociale, come palliativo e tranquillante contro la paura sociale. Si pensi alla definizione del cosiddetto 'spazza-corrotti': ai condannati per determinati reati contro la pubblica amministrazione che non collaborano viene inibito retroattivamente il ricorso alle misure alternative.
È un errore, è il frutto di una visione sbagliata del carcere. Il sovraffollamento degli istituti penitenziari rende inumano e degradante il trattamento e pressoché impossibile la funzione rieducativa della pena, sancita dalla Costituzione. Ciascuno di noi conserva infatti residui incomprimibili di libertà e dignità che vanno rispettati, anche per il peggior delinquente, anche nelle condizioni di carcere più duro".
Pochi giorni or sono, la Consulta ha dichiarato incostituzionale il divieto legislativo di scambiare oggetti tra detenuti sottoposti al regime dell'articolo 41 bis. "Era una inutile mortificazione lesiva della dignità. La pena deve essere umana, sempre. Ho il timore che, con la pretesa di sostituire le relazioni digitali a quelle umane, di affidare ogni interazione alla tecnologia, di celebrare i processi da remoto, di restare connessi senza mai incontrarsi, si rischi non solo di eliminare il contraddittorio e il diritto di difesa, ma prima ancora di amputare l'umanità. Storicamente la città nasce come fenomeno di aggregazione di fronte all'esigenza di ritrovarsi insieme. Essa non si limita a erogare servizi materiali o immateriali ma soddisfa il bisogno profondo di relazioni umane. Il mito della smart city è un modo per mutilare la dimensione umana".
Luciano Violante ha fatto notare che attualmente 53 mila persone scontano la pena in prigione, 61 mila la scontano fuori. Un risultato un tempo impensabile. "Si sono compiuti passi avanti ma c'è ancora molto da fare. Pensi all'ergastolo: è una pena legittima nell'esecuzione, illegittima nella proclamazione 'fine pena mai'. La reclusione invece è una pena illegittima nell'esecuzione, legittima nella proclamazione 'ti tengo in cella'.
Un tempo il processo constava di un primo momento, di cognizione, seguìto dal trattamento. In altre parole, prima si giudicava il fatto, poi si decideva come 'trattare' l'uomo, anche sul piano della rieducazione. Oggi i due momenti si sono invertiti: prima si giudica l'uomo, poi si tratta il fatto. Quando si è preclusa la via delle misure alternative al carcere per i soggetti che non collaborano, ho cominciato a pensare che l'ergastolo diventava in questi casi incostituzionale, perché rendeva concreto e attuale il 'fine pena mai'".
Pochi giorni or sono, il Gup di Ragusa ha condannato a nove anni di reclusione un uomo responsabile di duplice omicidio stradale aggravato dall'alterazione psicofisica. Due cuginetti, di undici e dodici anni, non ci sono più. "So bene che vicende simili possono impressionare l'opinione pubblica ma quel che non si comprende è che al male non si risponde necessariamente con il male".
Che valore diamo alla vita umana? "Questa domanda va posta con riferimento non solo alla vittima ma anche all'autore del reato. Se così non fosse, saremmo pronti a reintrodurre la pena di morte. Piuttosto conservo le mie perplessità sulla fattispecie giuridica dell'omicidio stradale: chi uccide somministrando un veleno artificioso merita forse una pena inferiore a chi uccide a bordo di un Suv? O piuttosto il ricorso a una figura delittuosa specifica e autonoma equivale alla risposta emotiva a una domanda emotiva di sicurezza?
Ma i reati non si costruiscono sulle emozioni, anche perché le emozioni passano mentre l'offesa al bene della vita rimane". Come l'inquietudine, di fronte al disastro giustizia. "Sono entrato in magistratura nel 1964 e vi sono rimasto per dodici anni; l'esperienza maturata allora, e quelle successive di avvocato e professore, poi di civil servant come ministro e infine di giudice delle leggi anziché degli uomini, mi hanno insegnato che la certezza che speravo di trovare nella legge era almeno in parte una illusione o un'utopia; e che a quelle certezze si sovrapponeva la forza del 'ragionevole dubbio', maturato nel dialogo e nel confronto".
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 29 maggio 2020
Il 28° anniversario dell'uccisione di Giovanni Falcone e della sua scorta è stato celebrato senza manifestazioni esterne con scarse e contestate trasmissioni televisive e qualche articolo sulla stampa più avveduta. In una trasmissione di Rai 1 il procuratore della Repubblica di Palmi, Ottavio Sferlazza, ha constatato che le modalità delle indagini giudiziarie sono cambiate in questi lunghi anni, ma il rigore del metodo investigativo di Falcone resta un punto di riferimento insuperabile perché legato strettamente alla ricerca della prova, come base del processo.
La preoccupazione di Falcone infatti era che la lotta alla mafia venisse condotta con valutazioni politiche unilaterali o soltanto ideologiche. Falcone diceva che il pericolo "dopo tanti sforzi spesi per far conoscere i connotati dell'organizzazione mafiosa, è che si finisse per mescolare nel calderone di Cosa Nostra tutto ciò che può assomigliargli: è il modo in cui, se un pentito rivela che un candidato è stata aiutato dalla mafia per interessamento di un altro esponente del suo partito, che invece risulterebbe suo avversario, la rivelazione batte la logica e si va avanti lo stesso". È esattamente quello che è successo in questi anni in particolare a tanti imputati politici e non politici vittime di pregiudizi ideologici o più banalmente di un accanimento giudiziario alimentato da un populismo penale punitivo.
E aggiungo che Falcone aveva un'altra preoccupazione che i processi alla mafia e alle organizzazioni criminali determinassero una prevalenza della giurisprudenza sulla legge: cosa che si è puntualmente verificata. Falcone, immaginava una rilevanza del concorso esterno all'organizzazione mafiosa, ma "come passaggio di un processo nel quale si contestavano reati concreti di attività mafiose, un processo dunque tutto costruito, appunto, sul culto della prova", e quindi per lui "il concorso era un corollario, non un presupposto del processo".
Posso dire che non gli sarebbe mai passato per la testa di arrivare a una tipizzazione penale autonoma del concorso esterno e non avrebbe mai incardinato un processo su questa unica ipotesi di reato: proprio per questo ha sempre smentito l'esistenza del "terzo livello" sul quale la procura di Palermo ha fondato i processi di Andreotti, Mannino, Contrada e di tanti altri, dove non si è accertato il fatto ma si è andati alla ricerca del fatto.
Una commemorazione corretta di Falcone avrebbe dovuto metter in risalto la profonda differenza, come ha sottolineato Sferlazza tra il suo metodo di indagini processuale e il metodo seguito in questi anni. Il processo penale supera il "fatto" da confermare attraverso la prova e diventa un processo etico che tende a colpire la mafia, la corruzione e la devianza in genere, al di là dei fatti concreti e appunto delle prove.
Ormai anche nelle requisitorie o nelle sentenze è valsa l'abitudine di fare valutazioni non riferite all'indagato o all'imputato ma al "sistema" delle amministrazioni e della politica per cui la condanna è alla corruzione, alla devianza, e l'attività giurisdizionale è finalizzata, a far vincere il bene sul male! Falcone riteneva che un pregiudizio politico nelle indagini sulla mafia avrebbe incrinato l'indipendenza della magistratura per accentuare la sua "autonomia" e la sua "separatezza" e avrebbe avuto conseguenze sulla divisione dei poteri.
La conseguenza inevitabile è stata che l'azione penale ha perduto il rigore giuridico e si è affidata al consenso del popolo e quindi al dilagare del giustizialismo alimentato dalla propaganda e dalla stampa Il contatto diretto tra alcuni magistrati e l'opinione pubblica è infatti enfatizzato oltre misura dalla stampa e rischia di modificare profondamente il senso di giustizia nella nostra società, ricercato in piazza, fuori dalla mediazione della norma.
Il grido "vogliamo giustizia" che si ripete ricorrentemente anche nelle aule dei tribunali è il contrario della richiesta di applicare la legge e rivela una richiesta irrazionale di punizione, di vendetta di una comunità civile priva di solidarietà. Siamo in presenza di un diritto penale totale, come è stato argomentato, che elimina l'identificazione tra diritto penale e legge. Questo è il ricordo sincero e lineare di un servitore dello Stato che non aveva pregiudizi né ideologici né culturali ed era preoccupato della deformazione dell'ordine giudiziario non più garanzia istituzionale.
Niente di tutto questo è stato detto nelle varie commemorazioni, ma in particolare la trasmissione televisiva "Atlantide" di "La 7" che si è occupata dell'attentato subito da Falcone e della presunta trattativa tra la mafia e lo stato, ha messo insieme sonore bugie senza fondamento, fatti completamente inventati e ingiurie al partito della Dc che Falcone ha riconosciuto in tutte le sedi come l'unica forza politica in Sicilia che ha collaborato sul piano istituzionale e organizzativo e ha reso possibile il maxi processo, in particolare per l'opera dell'on. Calogero Mannino.
È scandaloso che dopo 28 anni, essendo nota a tutti la storia di Falcone e della DC, si pretenda di utilizzare la propaganda televisiva per insultare quel partito come negli anni del comunismo. Pensavamo che la Dc non avesse più bisogno di difendere il suo passato e la sua storia e che fossimo al riparo dalle falsificazioni che tenevano in vita il comunismo e i comunisti, anche perché, proprio in materia di giustizia le affermazioni e le dichiarazioni di Falcone facevano riferimento alla Dc come partito baluardo contro la mafia.
Posso aggiungere un ricordo personale: quando per la decorrenza dei termini di custodia cautelare furono liberati alcuni pericolosi boss, il governo Andreotti nel 1989 fece un decreto legge per raddoppiare quei termini e Falcone venne da me come Presidente della commissione giustizia della Camera per spiegarmi il grande significato che quel decreto aveva per la lotta alla mafia. Le riserve sul piano costituzionale, che pure c'erano, le superammo per un messaggio chiaro dello Stato alla società civile. Il gruppo comunista non si fece convincere: altro che attribuire alla Dc tentativi per impedire le condanne del maxi processo. Come si può negare tutto questo?!
scudo crociato deve tutelare in tutte le sedi la sua "ragione sociale" che è il rispetto della persona e della verità che si staglia in maniera solenne rispetto al populismo e alle miserie attuali. Sferlazza dunque ha individuato la ragione vera per la quale Falcone ha segnato un punto di svolta nella magistratura, e al tempo stesso la ragione per la quale è stato osteggiato fortemente da tutta la magistratura anche la più aperta culturalmente, dal Csm e dal Pci dell'epoca.
Tutti poi il giorno dopo l'assassinio lo hanno osannato! Falcone fu isolato e teorizzò che la nuova strategia giudiziaria per condannare la mafia doveva far riferimento ad una direzione nazionale antimafia per la quale fu scelto altro magistrato, ma il Ministro Martelli con il consenso della Dc gli affidò la direzione Generale degli affari penali per dargli un ruolo di indirizzo in materia. La considerazione finale è questa: nel nostro paese gli uomini che possono determinare davvero un cambiamento sono sempre osteggiati da vivi e poi di conseguenza santificati da morti.
di Angelo Lucarella
Italia Oggi, 29 maggio 2020
Irragionevole ed irrazionale la scelta normativa di obbligare il giudice civile (a differenza di quello penale o amministrativo) a presenziare l'udienza in tribunale piuttosto che remoto. Questi i termini della questione di legittimità costituzionale sollevata con provvedimento del 19 maggio 2020 dal tribunale di Mantova, sezione civile seconda, relativamente all'art. 83 del decreto legge Cura Italia.
Di fatto denunciando una disparità di trattamento da parte del legislatore rispetto, ad esempio, al giudice amministrativo o al giudice penale. L'ordinanza evidenzia comunque che la rilevanza della questione è legata all'attualità della stessa considerato che dopo luglio 2020, dovendosi tornare al regime processuale ante-normativa Covid, ci si troverebbe dinanzi a una probabile cessata materia d'esame costituzionale ovvero ad una carenza d'interesse rispetto all'intera vicenda.
Ad ogni modo la norma oggetto del dubbio di costituzionalità è l'art. 83, co. 7 lett. f) del dl 18/2020, convertito con legge n. 27/2020 per come modificato dall'art. 3, comma 1, lett. c), dl 28/2020, atteso che (afferma il rimettente) la stessa appare in "palese contrasto con gli artt. 3, 32, 77, 97 Cost.". Quanto al presupposto di rilevanza il giudice incrimina di illegittimità la novella ordinamentale portata dal dl 28/2020 ove quest'ultimo specifica che l'udienza "deve in ogni caso avvenire con la presenza del giudice nell'ufficio giudiziario".
Centro della questione è, quindi, la scelta che il legislatore ha fatto riguardo alla gestione epidemiologica in termini di calcolo effettivo del rischio possibile di diffusività del di consiglio e alle udienze pubbliche Covid in ambito giudiziario. La critica mossa dal tribunale di Mantova parte da due presupposti: uno geografico ed uno ontologico.
Il primo risiede nel fatto che l'ufficio giudiziario del giudice a quo rientra nella Corte d'appello di Brescia così da concentrarsi un rischio epidemiologico maggiore rispetto ad altre strutturazioni territoriali italiane di distretto (attesa anche l'afferenza del circondario di Bergamo e Cremona oltre a Mantova). Il secondo è individuato nei dati ufficiali dell'Istituto superiore della sanità, pubblicati il giorno 8 maggio 2020, relativi alla situazione della regione Lombardia: 79.369 infezioni diagnosticate, età media prevalente 66 anni, 14.611 decessi.
La valutazione dei due elementi hanno portato il ragionamento logico-giuridico alla non manifesta infondatezza della questione d'incostituzionalità da sollevare; ragionamento che si pone il dubbio preciso di capire perché mai, a differenza di altri giudici del sistema giurisdizionale italiano, il legislatore avesse deciso che proprio il decidente civile, specie nel caso di composizione monocratica del collegio giudicante, dovesse obbligatoriamente celebrare l'udienza portandosi fisicamente nelle stanze dell'ufficio giudiziario invece di potersi collegare da remoto.
Il giudice mantovano cita il provvedimento del 20 aprile 2020 del presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, con il quale, proprio per disciplinare i lavori della Consulta in fase Covid, è stato deciso che "a) la partecipazione dei giudici alle camere può avvenire anche mediante collegamenti da remoto e il luogo da cui essi si collegano è considerato camera di consiglio o aula di udienza a tutti gli effetti di legge; b) le modalità di cui alla lettera precedente possono essere adottate per ogni altra riunione della Corte...".
Un chiaro segno del fatto che l'orientamento costituzionale di per sé implica il necessario massimo utilizzo della modalità da remoto (perciò senza spostamento fisico dei membri della Consulta); motivo per cui il giudice civile del tribunale di Mantova invocherebbe la violazione della disparità di trattamento posta in essere dal legislatore italiano.
Il tribunale cita infine anche il parere n. 18/PP72020 reso dal Consiglio superiore della magistratura sul dl 28/2020 in cui si specifica relativamente al giudice che "la presenza fisica di quest'ultimo nell'ufficio giudiziario non aggiunge nulla quanto alla modalità del contraddittorio simultaneo e quanto alla sua qualità intrinseca".
In tali passaggi, quindi, il rimettente costituzionale riscontra una disparità di trattamento rispetto, come detto, ai giudici amministrativi e penali e addirittura rispetto ad altre fattispecie che regolano i procedimenti civili c.d. "non sospesi": ad esempio l'art. 83, comma 12 quinquies, del dl 18/2020 consente le "deliberazioni collegiali in camera di consiglio" con collegamento da remoto e specifica che "il luogo da cui si collegano i magistrati è considerato camera di consiglio a tutti gli effetti di legge". La palla passa adesso alla Consulta.
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